Destra di Popolo.net

UE, IL GRUPPO FARAGE-CINQUESTELLE RISCHIA DI TROVARSI COL CULO PER TERRA: MANCANO ALTRI DUE PAESI

Giugno 15th, 2014 Riccardo Fucile

I GRILLINI POTREBBERO FINIRE TRA I NON ISCRITTI, VISTO CHE ALL’EFD MANCANO ALL’APPELLO DUE PARTITI NAZIONALI: PER FARE UN GRUPPO CE NE VOGLIONO SETTE… E IN GIOCO CI SONO ANCHE FINANZIAMENTI

Il voto nel referendum online per scegliere le future alleanze del M5S in Europa potrebbe non salvare i 17 eurodeputati pentastellati dal limbo dei non iscritti al Parlamento europeo.
Sì perchè per formare, o confermare, un gruppo politico ci vogliono almeno 25 deputati da almeno sette Paesi Ue.
L’Ukip da sola di seggi ne ha già  24 ma ad oggi mancano due Paesi per raggiungere la soglia minima.
Le regole del referendum M5S erano chiare: se non va in porto l’opzione vincitrice (Efd) si passa alla seconda, appunto i non iscritti, una scelta che potrebbe essere obbligata anche vista l’assenza di alternative.
Il tempo stringe: la data ultima per la formazione di nuovi schieramenti è il 24 giugno e le prossime mosse saranno decisive.
Il gruppo Europe of Freedom and Democracy (Efd) conta ad oggi cinque Paesi Ue: l’Ukip, il lituano Tvarka ir teisingumas, il ceco Strana svobodnà½ch občanů, l’olandese SGP e, appunto, l’italiano M5S.
Nelle scorse settimane il gruppo ha subìto gli abbandoni dei finlandesi del The Finns party e dei danesi del Dansk Folkeparti.
Com’è noto, la Lega Nord ha optato per il gruppo nazionalista ed euroscettico di Marin Le Pen già  nei mesi scorsi — un gruppo che tra l’altro non ha ancora i numeri per formarsi. Sempre nei giorni scorsi sembravano pronti di andarsene anche i lituani, che però nelle scorse ore hanno ufficializzato il loro desiderio di restare.
Farage si dice ottimista: “Il risultato del referendum del Movimento 5 stelle ci fa ben sperare. E’ un forte incentivo a unirsi a noi per altre delegazioni”.
Un bottino di 17 deputati, infatti, costituisce per l’Efd un bell’effetto catalizzatore nei confronti di tutta una serie di indecisi che nei giorni scorsi si sono guardati attorno e diretti verso lidi più sicuri, come il gruppo dei Conservatorgi (Ecr) dei tories inglesi, che ha accolto i danesi e finlandesi ex Efd e ha fatto acquisti anche nel resto d’Europa, ad esempio con i neo eletti del partito no Euro tedesco AfD.
Fonti Ukip parlano di negoziazioni in corso con altre 5 delegazioni nazionali, ma fino alla settimana prossima è mantenuto il massimo riserbo.
Il paradosso è che lo stesso Farage si starebbe preparando a fare le valigie e a lasciare Bruxelles in caso di elezione l’anno prossimo alla House of Commons.
Lo ha fatto capire lui stesso in questi giorni, affermando che qualora lui o altri “senior Ukip members” avessero la possibilità  di trasferirsi a Westminster verrebbero sostituiti in Europa dai primi non eletti.
Questo perchè, dopo l’exploi delle europee, l’Ukip si aspetta di ottenere almeno 5-6 seggi alle elezioni del maggio 2015.
Non a caso non è più Farage il capo delegazione dell’Ukip al Parlamento europeo, bensì il settantenne Roger Helmer, un passaggio di consegne che sembra proprio preparare il terreno al trasloco di Farage da Bruxelles a Londra.
Insomma per i 5 stelle il paradosso è che “il naso turato” di molti che hanno votato a favore de “l’alleanza tattica” con l’Ukip, alla fine non serva ad evitare la caduta libera nei “non iscritti”.
Questo non solo perchè non stringere alleanze rappresenta la seconda opzione del referendum online, ma perchè è possibile che il M5S non trovi più porte aperte dopo aver cercato di far gruppo con gli euroscettici di Farage.
Il capo delegazione M5S, Ignazio Corrao, mette le mani avanti: “In questo caso bisognerà  valutare di nuovo, ma sono sicuro che ce la faremo”.
Ma cosa vuol dire finire nei non iscritti?
In parole povere vuol dire non avere alcun peso nel processo legislativo europeo visto che si finisce fuori dal cosiddetto “sistema d’Hondt” con il quale vengono distribuite tutte le presidenze e vice presidenze delle commissioni parlamentari, i dossier legislativi e non, la possibilità  di assumere personale qualificato, ad esempio policy advisor, e perfino determinati finanziamenti.
Non è un caso, infatti, se partiti euroscettici come il Front National e il PVV di Geert Wilders — formazioni poco interessate al processo legislativo europeo in quanto contrari all’Ue stessa — stiano cercando di uscire da questo limbo e di formare un gruppo politico, euroscettico ma pur sempre un gruppo.

Alessio Pisanò

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IL GIOVANE GOVERNO CHE SPARA NUMERI A CASO, TANTO NESSUNO CONTROLLA

Giugno 15th, 2014 Riccardo Fucile

DAI 15.000 GIOVANI ASSUNTI NELLA P.A., AI 100 KM DI TRASFERIMENTO COATTO: L’IMPORTANTE E’ TRASMETTERE IL MESSAGGIO PUNITIVO E FAR PAGARE AI PICCOLI

“Quindicimila giovani assunti dallo Stato”. Ragazzi, mi tocca il compito di comunicarvi, quasi da solo, che non è vero.
Evidentemente quei quotidiani hanno pensato che bisognava pur dare un titolo sensato alla Riforma Renzi-Madia detta “della Pubblica amministrazione”, una riforma che non c’è.
Vediamo.
Per la giovane ministro del giovane governo presieduto dal giovane presidente Renzi, una riforma è una promessa molto ripetuta e gridata tenendo le dita incrociate tipo scout.
Si comincia subito col dare numeri a caso, tanto non tutti e non subito possono verificare.
Esempio: fino a quanti km si può spostare un padre o una madre di famiglia (che per sventura siano impiegati dello Stato in questa fase della storia) perchè possano sopportare il trasferimento coatto (è questo che si promette, il trasferimento non voluto, come riforma)?
Ripeto la domanda: fino a quanti chilometri? Cento va bene? Che ne dite? Sembra una riforma coraggiosa, perchè è dura, cattiva, oltrechè inutile.
Passa un giorno dall’annuncio che getta molti dipendenti pubblici nella costernazione, e poi si viene a sapere che 100 km sono troppi, li spendi in viaggio o devi farti, con lo stesso stipendio, una seconda casa.
Facciamo 50? 50, quasi nessun ufficio, nel quale le persone interessate e angosciate lavorano per lo Stato, dista 50 km da un altro ufficio uguale o con funzioni simili, a meno che la buona e moderna riforma preveda il passaggio dall’archivio dei Beni culturali ai Vigili del fuoco, tanto per farti vedere chi comanda.
Ecco un’altra caratteristica della Riforma della Pa che porterà  le firme del giovane premier Renzi e della giovane ministro Madia: essere cattivi come i veri manager privati, e far pagare ai piccoli.
Fate caso: qualunque cosa accada, trasferimento, spostamento, nuova mansione, buon compleanno, l’indicazione è “con stipendio anche minore” o addirittura “ridotto del 30%” oppure “con riposizionamento a rango inferiore”.
Come dire: ti prometto un futuro di stipendi più bassi e di luoghi più scomodi e, se sei già  specializzato in qualcosa, avrai subito una mansione diversa.
Perchè queste sono le vere riforme: spiacevoli.
Strano che tutti coloro che, insieme al ministro, hanno messo mano alla Riforma della Pubblica amministrazione italiana non abbiano ricordato che chi occupa, bene o male, posti nello Stato, lo ha fatto e lo fa per concorso, e il bando di concorso, che ha un valore impegnativo per il datore di lavoro Stato, oltrechè per il personale assunto, precisa ogni dettaglio su trattamento, funzioni, doveri e garanzie
Ma allarghiamo un po’ lo sguardo su ciò che ci dicono della riforma anche dopo lo storico Consiglio dei ministri del dopo Vietnam, e che è quasi niente, solo un decreto legge. Il resto è (sarà ) delega.
Dunque saltano i 100 km. Ma si insiste che la grande novità  è lo spostamento. Chiunque può essere messo in mobilità  e te lo annunciano e ripetono in modo da farti sapere che non puoi star tranquillo.
Chiunque voglia vendicarsi di te, nel tuo ufficio, d’ora in poi ha il suo strumento per farlo.
Ah, poi c’è l’idea, molto giovanile, da London School of Economics, di stabilire che lo stipendio dei dirigenti dipende dall’andamento del Pil.
Serve a cancellare ogni traccia del premio per chi lavora e produce. Ma che legame ci può essere fra una persona e il Pil?
Tanto vale, allora, decidere uno scatto tutte le volte che escono, su ruote prestabilite, da uno a cinque numeri indicati dal dipendente che aspira al premio.
Poi c’è il ricambio generazionale .
Puoi credergli se ti dicono che, abolendo l’abitudine di trattenere in servizio (di solito per due anni) dei pensionandi utili nel lavoro che fanno, si sbloccano di colpo 15 mila posti per i giovani? Si sbloccano come?
Sono già  lì sui gradini e poi entrano come a scuola, oppure bisognerà  mettere su un concorsino che porta sempre via un paio d’anni?
Non dimenticate la “semplificazione”. Hanno deciso che, di tre uffici di registro automobilistico ne faranno uno solo. È giusto, è poco, non conta niente, non incide su nulla. Risparmio del personale: da tre a cinque persone. Certo, in momenti di crisi tutto conta.
E qui viene la seconda parte del discorso. La Pubblica amministrazione è la macchina che fa funzionare lo Stato. Persino nell’America che viene continuamente descritta come liberista e fai da te, la macchina dello Stato è immensa e tende a essere rapida e perfetta.
Ripeto un esempio che ho fatto altre volte, quando si parla di scardinare la burocrazia col bulldozer.
A New York nessuna ristrutturazione può iniziare in case private (neppure una cucina o un bagno) senza verifica e permesso del comune, la presentazione, la firma il progetto, e assicurazioni anti infortunio individuali per ciascuno dei prestatori d’opera, anche se sono imbianchini di interni.
Se i documenti mancano, stop immediato e multa, a cura di una burocrazia implacabile.
È la stessa, competente, efficiente, rapidissima, che ha reso rischiosissima l’evasione fiscale.
Abbiamo, credo, chiarito una cosa su cui volentieri si fa confusione: la Pubblica amministrazione di cui è riformatrice la giovane ministro Madia, è la burocrazia, la stessa contro cui il suo giovane primo ministro Renzi voleva buttarsi con il bulldozer. È dunque una macchina grande e complessa che richiede conoscenza di ciò che è adesso, e progetto di ciò che dovrebbe essere dopo.
Richiede anche una visione politica: Ronald Reagan sosteneva che bisognava chiudere tutta la baracca perchè “è lo Stato il problema”.
Roosevelt, Kennedy, Carter, Clinton e Obama dicono “È lo Stato che deve intervenire, a cominciare dalla scuola pubblica e dalla salute”.
Prima di spostare i piccoli pezzi del loro gioco, Madia e Renzi devono prendere posizione su queste due visioni dello Stato, della vita, della politica.
Devono scegliere e farlo sapere.

Furio Colombo
(da “il Fatto Quotidiano”)

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GLI AMICI DI RENZI REGALANO L’AEROPORTO DI PISA ALL’ARGENTINO INDAGATO

Giugno 15th, 2014 Riccardo Fucile

ANCHE VEGAS (CONSOB) NELLA PARTITA…. LA REGIONE SVENDE LE AZIONI NASCONDENDO IL RISCHIO DI UNA PENALE

Prima il tribunale di Firenze, poi la Consob e infine il Tar.
Il governatore della Toscana Enrico Rossi esibisce tre pronunciamenti favorevoli e annuncia l’uscita della Regione del patto di sindacato tra enti pubblici che controlla l’aeroporto di Pisa con oltre il 50 per cento delle azioni.
Consegnerà  un decisivo 12 per cento della società  di gestione quotata in Borsa, la Sat, alla Corporacion America del magnate argentino Eduardo Eurnekian, che sulla Sat ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto (Opa)
La mossa del governatore — per anni rivale di Matteo Renzi sulle scene granducali — spiana la strada a un disegno caro al cerchio magico del premier: fondere l’aeroporto di Pisa con quello fiorentino di Peretola (già  consegnato a Eurnekian) e dare finalmente a Firenze quel grande aeroporto internazionale (pagato dallo Stato) che la nuova capitale d’Italia sogna da anni.
Lo squilibrio delle forze in campo è chiaro.
Da una parte il governatore, il sindaco di Firenze Dario Nardella, il presidente dell’aeroporto di Firenze Marco Carrai e Riccardo Nencini, sottosegretario alle Infrastrutture e segretario fiorentino del partito socialista.
Tutti schieratissimi con il plenipotenziario in Italia di Eurnekian, il fiorentino Roberto Naldi. Eurnekian vanta anche l’amicizia con Vito Riggio, presidente dell’Enac, e con Giuseppe Bonomi, consulente per gli aeroporti del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi.
Tutti uniti contro l’unico vero oppositore, il sindaco di Pisa Marco Filippeschi, che si batte a colpi di carta da bollo contro una privatizzazione assurda: mai discussa, mai decisa, si è dispiegata come utile e indifferibile solo di fronte all’offerta argentina, alla quale la mano pubblica può solo dire sì o no, senza porre alcuna condizione.
Ma sull’operazione rimane una pesante incognita giudiziaria.
Secondo la legge, la regione Toscana, rompendo il patto di sindacato per aderire all’Opa, rischia di pagare agli altri enti azionisti una penale doppia del ricavo ottenuto.
Rossi, che affida all’operazione le residue speranze di ottenere da Renzi la ricandidatura nel 2015, per scongiurare la contestazione del danno erariale ha chiesto un via libera alla Consob, sapendo di avere un alleato sicuro nel presidente Giuseppe Vegas, un altro che vede la poltrona traballare — a causa dell’inchiesta sull’affare Unipol-Sai — ed è alla ricerca di benemerenze renziane.
Ma sulla sua strada si sono messi i tecnici della Consob, che si sono rifiutati di firmare tesi compiacenti per stilare un parere gelido: se Rossi dovrà  o no pagare la penale lo deve dire il giudice civile, la materia non è di nostra competenza.
Ma una via d’uscita è stata trovata. Il testo è stato trasmesso alla Regione molte ore prima della pubblicazione, consentendo a Rossi di annunciare un “parere positivo”, prima che altri potessero leggerlo.
Un falso, sostiene il presidente dell’Adusbef, Elio Lannutti, che ha già  presentato un esposto alla procura della Repubblica: “Il presidente Rossi, se non vuole essere chiamato a rispondere di tasca propria dei 35 milioni di euro a titolo di danno erariale dovrà  trovare un altro modo per accedere a buon diritto nel ristretto club degli Amici di Matteo.” Intanto però il ritardo nella pubblicazione ha dato modo alla giunta regionale di deliberare la vendita, anche se con una clausola preoccupante: “Pur non potendo escludere in modo categorico una diversa evoluzione del contenzioso”.
Il clima di fuoco è reso da una dichiarazione di Nardella contro Filippeschi: “La politica la smetta di mettere i bastoni tra le ruote alle imprese che vogliono investire sul nostro territorio”.
Sembra non fare velo al sindaco di Firenze il fatto che il curriculum di Eurnekian come investitore prezioso per la Toscana offra il fianco a qualche dubbio.
Eurnekian e Naldi sono già  sotto processo per la bancarotta della compagnia aerea Volare.
Le ipotesi dell’accusa vedono Eurnekian comprare delle azioni di Volare dal fondatore Gino Zoccai, che per sdebitarsi fa comprare da Volare una compagnia uruguaiana di Eurnekian. la Bixesarri. “Peccato soltanto che ormai Bixesarri avesse soltanto un aereo e per di più sotto sequestro perchè utilizzato per il traffico della droga”, scrissero gli inquirenti.
L’ultima ombra sulla sua Aeropuertos Argentina 2000 arriva dal procuratore federale di Buenos Aires, Eduardo Taiano.
La settimana scorsa ha aperto un fascicolo bomba che vede tra gli indagati, oltre a Eurnekian, il ministro dell’Economia, Axel Kicillof, e il presidente della compagnia di bandiera Aerolà­neas Argentina, Mariano Recalde.
Secondo l’accusa, Aa2000 non avrebbe realizzato le opere di messa in sicurezza dell’aeroporto Jorge Newbury previste dalla concessione.
Un’indagine parallela riguarda Gustavo Lipovich, passato dai consigli di amministrazione di Aa2000 e Aerolinas Argentinas alla presidenza dell’Orsna, l’organismo di controllo del sistema aeroportuale: il controllato diventato controllore.
Eurnekian è abituato agli scenari dove Stato e imprese sono una cosa sola, come piace a Nardella.
Non a caso da tempo in Argentina si parla di ri-nazionalizzare gli aeroporti. La stampa locale ha attribuito agli altalenanti rapporti di Eurnekian con la “presidenta” Cristina Kirchner la nomina alla presidenza di Aa2000 di Rafael Bielsa, fino al giorno prima capo dell’organizzazione per la lotta al narcotraffico, ma in passato già  al servizio di Eurnekian.

Giorgio Meletti e Alessio Schiesari
(da “il Fatto Quotidiano“)

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DELL’UTRI IN CELLA: «LEGGO IL PARADISO DI DANTE: È IL POSTO DOVE ANDRÒ”

Giugno 15th, 2014 Riccardo Fucile

“IN CARCERE VORREI FARE IL BIBLIOTECARIO”

A torso nudo, sorpreso dal sonno con la Divina Commedia ancora aperta sulla pancia.
Lucio Barani, l’ ex collega senatore di Forza Italia, ha trovato così Marcello Dell’Utri, detenuto da due giorni nel carcere di massima sicurezza di Parma per scontare la condanna definitiva a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
«La battuta è venuta spontanea – racconta Barani, segretario del Nuovo Psi di Riccardo Nencini – e gli ho detto: “T’ho beccato. Stai leggendo l’Inferno, dove ti hanno portato”.
E lui mi ha risposto: “No, ti sbagli. Sto leggendo il Paradiso, dove andrò. L’Inferno lo lascio agli altri che mi hanno condannato per un reato che non esiste, inventato con la stessa funzione dell’antica imputazione di quello antico di lesa maestà : far fuori gli avversari politici”».
Musica per le orecchie di un craxiano di ferro come Barani, che ha passato tre quarti d’ora in cella con Dell’Utri: non hanno parlato solo di Dante e della bibliofilia del detenuto, che all’altro parlamentare ex Publitalia Massimo Palmizio in visita ieri ha detto di voler diventare bibliotecario del penitenziario di via della Burla.
Ma anche di Berlusconi e Renzi, di «poteri forti» e di «politici mercenari che hanno fatto gli interessi di cancellerie straniere a danno dell’Italia e ora uno ancora in auge ha rischiato di essere eletto presidente della Repubblica».
Nonchè di magistrati che «sperperano il denaro pubblico in pedinamenti e intercettazioni e che prima o poi dovranno pagare».
Oltre che del caldo da «forno crematorio». «Sono uscito fuori che pensavo di avere un malore» riferisce Barani, mentre l’avvocato di Dell’Utri, Giuseppe Li Peri protesta e chiede di spostare il suo cliente cardiopatico in una cella con aereazione.
«Ma lì non ce ne sono – spiega Barani – l’impianto e’ previsto nel cdt (centro diagnostico terapeutico) ma non sono arrivati i fondi».
“A Beirut c’erano 25 gradi, qui ce ne saranno 45” ha scherzato Dell’Utri, mangiando passato di verdura e stracchino, in attesa del pasto per diabetici che arriverà  da oggi.
Mostrandosi ancora stupito per l’arresto, scattato in realtà  dopo che la magistratura di Palermo lo aveva scoperto irreperibile anche per i suoi cari a pochi giorni dalla sentenza definitiva.
Mi ha detto: “Ero andato in Libano da uomo libero, usando il mio passaporto e la carta di credito. Se mi avessero detto ‘rientra’ sarei rientrato. Io non sono un pericoloso sociale. Sono una persona per bene. Forse meno per bene sono gli altri che hanno sperperato soldi in pedinamenti. Se ci fosse una giustizia che funziona, e anche una Corte dei Conti, adesso glieli chiederebbero indietro. Ma prima o poi dovranno pagare”».
Pensieri cullati assieme nella cella con letto e scrittoio, secondo quanto riferisce Barani. Parlando dello «sbaglio di Berlusconi che andando da Renzi al Nazareno, invece di ricevere agibilità  politica, ha accreditato quello nel centrodestra ed è stato fregato».
E rievocando l’«omicidio» del «martire» Craxi. «Anche Dell’Utri è convinto che sia stato fatto fuori dalle cancellerie europee perchè aveva l’autorevolezza per difendere i parametri di Maastricht. Invece, ha detto, mercenari della politica hanno trattato a sfavore dell’Italia con l’ingresso nell’euro. Uno è stato premiato con la presidenza Ue e stava per diventare capo dello Stato. Era chiaro che si riferiva a Prodi. E, secondo me, alludendo ai magistrati, ha concluso: “bisogna sempre chiedersi di chi si fanno gli interessi. Quali poteri criminali si tutelano. Perchè niente è come sembra”».

Virginia Piccolillo
(da “il Corriere della Sera”)

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ORA CI PENSA BOCCHINO A RICOSTRUIRE IL CENTRODESTRA

Giugno 14th, 2014 Riccardo Fucile

DOPO UN ANNO ALLA CORTE DEL DISCUSSO IMPRENDITORE ROMEO, GLI EX COLONNELLI DI AN LO NOMINANO DIRETTORE EDITORIALE DEL “SECOLO D’ITALIA”

Scomparso. Per 14 mesi Italo Bocchino non si è fatto vedere nè sentire: niente dichiarazioni, nessun dibattito, neanche un tweet.
La notizia è che l’ex colonnello di An e vicepresidente Fli, classe 1967, da lunedì torna in pista: è il nuovo direttore editoriale del Secolo d’Italia, storica testata prima dell’Msi, poi di An.
Il “lancio” avviene attraverso un’intervista a “Libero”, quotidiano berlusconiano ortodosso che in passato lo aveva “massacrato” anche per le sue vicende giudiziarie e private.
Ecco il testo dell’intervista-presentazione.

Scusi Bocchino, ma dove è stato?
«Mi sono preso un anno sabbatico, ho staccato tutto, letto poco i giornali, non ho rilasciato una sola dichiarazione nè partecipato a dibattiti. Ho detto no anche agli inviti in tv».
E come ha trascorso il suo anno-off, dopo un ventennio di Parlamento, sempre in prima fila?
«Ho lavorato nel privato, alle relazioni esterne di un gruppo importantissimo, la Romeo Gestioni. È stata una esperienza impagabile e, soprattutto, utile: chi fa politica spesso non si rende conto di quanto la burocrazia ostacoli le aziende».
Fatto sta che si è deciso a tornare. La politica è una malattia…
«È una passione, più che altro. Chiariamoci, però: io non torno alla politica attiva, non ho alcuna intenzione di farlo per molte ragioni».
Tipo l’operazione Fli, che non è stata proprio un successo?
«Il risultato non buono che abbiamo avuto alle Politiche è certamente una ragione. Anzi, guardi, chiamiamola col suo nome: è stata una sconfitta. E io mi sento corresponsabile».
Mica era solo. C’era pure Gianfranco Fini che, invece, torna alla politica attiva. In che rapporti siete rimasti?
«Siamo amici, ovviamente i rapporti sono ottimi».
Fini organizza un’ «assemblea» a fine mese. Non parteciperà ?
«Gianfranco è convinto che si possa dare un contributo al centrodestra dall’esterno, ma io la penso diversamente. Credo che la storia dimostri che gli elettori non gradiscono le novità , vorrebbero innanzitutto ricostruzione».
Quindi non andrà  all’assemblea e, invece, tornerà  al suo primo mestiere, il giornalismo
«Esattamente. Io penso che sia possibile dare un contributo al centrodestra, soprattutto di idee, e che si debba farlo partendo da quello che già  c’è e che non è poco».
Beh, Matteo Renzi, alle Europee ha spianato tutti…
«È una analisi superficiale. Il centrodestra sta meglio di come lo raccontano: alle Politiche era al 29%, oggi al 31%. Nel mentre sono successe alcune cose tipo che il suo leader è stato condannato, cacciato dal Senato, assegnato ai Servizi sociali…».
C’era – o avrebbe dovuto esserci – il resto del centrodestra, no
«Fdi ha raddoppiato i voti, la Lega ha avuto un buon risultato, Ncd è di centrodestra, no? Sei milioni di moderati non hanno votato: vanno recuperati».
Come sarà  il suo Secolo d’Italia?
«L’obbiettivo è diventare punto di riferimento per tutta la destra e per coloro che si sentono di destra, in qualunque partito militino e chiunque abbiano votato tra Fi, Fdi e Ncd. La redazione è solida, di 16 giornalisti, consapevole che la missione è importante: favorire la ricostruzione del centrodestra a partire dalle idee».
Ai tempi dello “strappo”, ebbe duri scontri con i Colonnelli, per esempio La Russa: l’hanno perdonata ?
«Quando la Fondazione An ha proposto la mia nomina c’erano tutti: Ignazio, Altero Matteoli, Maurizio Gasparri, Gianni Alemanno e Giorgia Meloni. Il voto è stato all’unanimità . In politica le cose cambiano e i rapporti personali sono sempre stati buoni. Bisogna mettere da da parte il passato e lavorare per il futuro: un giornale può essere strumento utile».
Pensa che il Cavaliere, dopo tutto quello che vi siete detti, leggerà  mai il suo Secolo d’Italia?
«Me lo auguro, visto che vogliamo dare un contributo al centrodestra e che lui, piaccia o no, è l’azionista di maggioranza del centrodestra».
Berlusconi accusa Fli di avere partecipato ad un complotto internazionale ai danni del suo governo. È andata così ?
«Sicuro ci sono state spinte internazionali perchè il suo governo cadesse e qualcuno in Italia si è prestato al gioco. Ma ciò non significa nè che ci sia stato un complotto, nè che lui non avesse qualche responsabilità : la politica estera era troppo schiacciata su Putin e Gheddafi, la politica economica di Giulio Tremonti non convinceva e anche se le sue vicende personali lo avevano indebolito agli occhi dei partner stranieri. È una vicenda complessa, che a tempo debito andrà  approfondita. Verrà  quel tempo».

In verità , secondo fonti giornalistiche di un anno fa (vedi Lettera 43 e Dagospia), Italo Bocchino sarebbe stato reintegrato da subito come “inviato parlamentare a 3.000 euro al mese” al Secolo d’Italia.
Abbinando a questo un incarico di collaborazione con   Alfredo Romeo, l’imprenditore napoletano a capo di un impero, il gruppo Romeo, che prende appalti dalle pubbliche amministrazioni e dalle società  pubbliche.
Romeo è stato condannato, pena sospesa, per corruzione e turbativa d’asta, dopo un’inchiesta che tirò in ballo proprio Italo Bocchino per una serie di intercettazioni.
«Siamo un sodalizio», diceva Bocchino in una delle telefonate. «Quindi poi ormai…siamo una cosa…quindi…consolidata, un sodalizio, una cosa solida…una fusione di due gruppi».
Secondo i magistrati della procura di Napoli in quelle intercettazioni c’era “l’evidenza di un canale privilegiato tra Romeo e Bocchino per orientare le decisioni del gruppo di An al Comune di Napoli in merito a un mega appalto, il Global Service, che stava molto a cuore a Romeo”.
Nella conversazione intercettata vi è la dichiarazione di «un soddisfatto Bocchino», commentano i pm, «per l’esito del ritiro degli emendamenti più ‘fastidiosi’ proposti dal gruppo consiliare di An con riferimento alla delibera avente a oggetto il progetto Global Service».
In pratica Bocchino avrebbe avuto in questo anno “un incarico di lobbista per un gruppo che lavora con la pubblica amministrazione”.
Nel frattempo ha ricucito i rapporti con gli ex colonnelli An, fino ad arrivare alla nomina all’unanimità  a direttore editoriale del “Secolo”.
Un incarico (ben remunerato) per “ricostruire il centrodestra”.

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GLI IMMOBILI FANTASMA DI AN: IL “TESORETTO” SI SVALUTA E NON RENDE

Giugno 14th, 2014 Riccardo Fucile

DI NUOVO POLEMICHE SULLA GESTIONE DEL FONDO DA PARTE DELLA FONDAZIONE AN

Torna a far discutere il «tesoro» di Alleanza Nazionale, gestito dalla Fondazione An dopo lo scioglimento del partito nel Pdl.
Si tratta di un patrimonio di oltre 150 milioni di euro tra liquidità  (55 milioni dai rimborsi elettorali) e beni immobili, del valore di un altro centinaio di milioni.
Negli ultimi anni, complici anche alcune grane giudiziarie ancora in via di risoluzione, il patrimonio è rimasto di fatto bloccato, se si eccettua l’organizzazione di alcune iniziative andate in scena nelle ultime settimane per commemorare la figura di Giorgio Almirante a cento anni dalla sua nascita.
La situazione sembrava essersi sbloccata nel luglio 2013, quando il CdA della Fondazione decise di emettere due bandi per utilizzare finalmente parte del patrimonio.
Da un lato si mettevano in palio poco più di un milione di euro – frutto degli interessi maturati relativamente alla parte «liquida» – per progetti inerenti l’ambito culturale «di destra». In secondo luogo, si offriva a varie associazioni – sempre riconducibili all’area politica della vecchia Alleanza Nazionale – la possibilità  di affittare una settantina degli immobili di proprietà  della Fondazione.
Un sistema che, tra l’altro, avrebbe permesso all’ente anche di far fruttare economicamente un patrimonio che, altrimenti, avrebbe costituito esclusivamente un costo in termini di imposte.
Nonostante i bandi indicassero termini perentori – entro il 30 settembre dovevano pervenire le varie proposte e poi una commissione apposita le avrebbe valutate – nel corso dei mesi non se ne è più parlato.
Almeno fino allo scorso aprile, quando il cda della Fondazione ha deciso di annullare entrambe le iniziative.
Spiegando la scelta con le incognite giuridiche generate dalla nuova legge sul finanziamento ai partiti.
«A seguito dell’entrata in vigore della Legge n.13/2014 – si leggeva nel comunicato ufficiale della Fondazione – si è reso necessario procedere a un riesame completo del lavoro di selezione dei progetti / domande, già  svolto dalle rispettive Commissioni competenti, onde evitare possibili violazioni di legge».
Il «riesame completo» finora non è ancora stato completato.
Tanto che nel CdA della Fondazione svoltosi giovedì di tutto si è parlato – compreso l’eventuale rilancio del Secolo d’Italia on line – tranne che degli immobili.
Al punto che Maurizio Gasparri, membro dello stesso CdA, ieri ha preso carta e penna e ha scritto una lettera agli altri consiglieri per chiedere quali siano le reali intenzioni della Fondazione riguardo la gestione di un patrimonio finito da troppo tempo in un «limbo» inspiegabile.
«Sono diverse riunioni del Consiglio d’Amministrazione della Fondazione che chiedo lumi sulla gestione del patriomonio immobiliare di proprietà  della Fondazione stessa» scrive il vicepresidente del Senato.
«Dopo le numerose richieste – prosegue – al CdA del 12 giugno scorso mi è stata consegnata solamente una relazione stringata sulla gestione di una sola società  immobiliare. Da tre anni, i bilanci vengono chiusi con forti perdite. In virtù di questa situazione alquanto confusa chiedo di effettuare una riunione del CdA della Fondazione con all’ordine del giorno l’analisi, immobile per immobile, di tutto il patrimonio, per poter individuare in che stato si trova, chi ne è in possesso, i costi annuali, le potenzialità  reddituali».
«Nella stessa riunione del CdA – scrive ancora Gasparri – si dovrà  anche discutere e prendere una decisione sulla strategia di gestione del patrimonio al fine di evitare ulteriori perdite d’esercizio causate dal ritardo della messa a reddito degli immobili». «Tutto ciò – la conclusione del senatore di Forza Italia – anche al fine di evitare responsabilità  degli amministratori delle società  immobiliari nonchè dei membri del CdA della Fondazione».
Peraltro, alcuni degli immobili citati nel bando risulterebbero «occupati» senza che alla Fondazione sia corrisposto alcun affitto.
È il caso, ad esempio, dei 12 vani di via Paisiello 40, a Roma, nei quali Francesco Storace ha aperto la sede del suo Giornale d’Italia .
Per questo immobile, però, è stato già  avviato un confronto con la Fondazione che potrebbe portare presto alla stipula di un regolare contratto d’affitto.

Carlantonio Solimene
(da “il Tempo”)

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RENZI, IL BULLETTO CHE FA IL PREMIER”: UNA VOLTA IN CINA ERANO ABITUATI A RICEVERE LEADER OCCIDENTALI CHE PARLAVANO DEI DISSIDENTI CINESI, ORA HANNO SCOPERTO UNO CHE VA IN CINA PER PARLARE DEL SUO DISSIDENTE MINEO

Giugno 14th, 2014 Riccardo Fucile

E’ TUTTO SUO, SOFFRE DI SINDROME DEL POSSESSO… I MERITI SONO I SUOI, LE COLPE SEMPRE DEGLI ALTRI

Chissà  cos’hanno pensato i dirigenti del più grande Partito Comunista del mondo quando hanno visto Matteo Renzi occuparsi di Corradino Mineo.
Abituati a leader occidentali che vanno lì a parlare dei dissidenti loro, vederne uno che da Pechino si occupa dei dissidenti suoi li avrà  divertiti un bel po’.
Poi, appena tornato in patria, il premier ha fatto tutta la classifica delle sue proprietà .
Mio il 41%, miei i voti delle europee, mio il partito, e mio anche il paese, che “non si può lasciare in mano a Corradino Mineo” (che è un po’ come sparare alle zanzare con un lanciamissili, diciamo)
Tipica sindrome del possesso: è tutto suo, ce ne sarebbe abbastanza per uno studio sul bullismo.
Studio già  fatto, peraltro, perchè pare che il paese proceda di bulletto in bulletto.
Prima quello là , il Bettino degli “intellettuali dei miei stivali”, che Renzi ha voluto rivisitare con i “professoroni”, con contorno di gufi e rosiconi (al cicca-cicca manca pochissimo, prepariamoci).
Poi quell’altro, Silvio nostro, parlandone da vivo, che rombava smarmittato dicendo che “dieci milioni di voti” lo mettevano al riparo dalla giustizia.
Non diversissimo dal nuovo venuto, secondo cui “dodici milioni di voti” (suoi, à§a va sans dire) sono un’investitura per fare quello che vuole senza se e senza ma. Insomma, che le elezioni europee fossero un voto per la riforma del Senato era meglio dirlo prima, non dopo.
Ora, si trema all’idea di cosa, ex-post, tutti quei voti possano giustificare, dallo scudetto alla Fiorentina alla riforma della giustizia, dalla rimozione dei senatori scomodi alla renzizzazione selvaggia del partito.
Come sempre quando si va di fretta, non mancano i testacoda.
Il “lo cambieremo al Senato” (il voto della Camera sulla responsabilità  dei giudici), detto da uno che il Senato lo vuole abolire.
Oppure il famoso lodo “Daspo e calci nel sedere” ai politici corrotti, che si è tramutato in silenzio di tomba quando il sindaco di Venezia è tornato, dopo un patteggiamento, al suo posto. Se n’è andato lui, Orsoni, e sbattendo la porta, senza nessun Daspo e nessun calcio nel sedere (pare che intenda tirarne lui qualcuno al Pd, piuttosto).
Ora, forgiata una falange di fedelissimi (persino i giornali amici e compiacenti ormai li chiamano “i colonnelli”) è bene dire che nessuno si sente al sicuro.
Ne sa qualcosa Luca Lotti che per zelo ebbe a dire che Orsoni non era del Pd: Renzi lo sbugiardò a stretto giro, come dire, va bene essere più realisti del re, ragazzi, ma ricordiamoci chi è il re.
Tanto, che uno sia del Pd oppure no è irrilevante: quel che conta è si è di Renzi oppure no. Perchè Giggi er bullo vince sempre .
Se il Pd va bene è il suo Pd. Se va male è quello vecchio e mogio di Bersani.
Un po’ come il Berlusconi padrone del Milan, che si intestava le vittorie e scaricava le sconfitte sugli allenatori.
Lo stile è quello
L’avesse fatto Bersani, di levare da una commissione un senatore sgradito (magari renziano, toh) avremmo sentito gemiti e lezioncine di democrazia fino al cielo, perchè anche nel “chiagni e fotti” le similitudini non mancano.
E qui c’è un po’ di nemesi, a volerla dire tutta.
Perchè se fino a qualche tempo fa si poteva sghignazzare sulla gesta di Renzi, “Ah, l’avesse fatto Silvio”, ora siamo arrivati al punto di dire: “Ah, l’avesse fatto Pierluigi!”.
Che è poi la storia di come procede a passi rapidi l’uomo solo al comando: si teorizzava qualche mese fa da parte renziana che come alleato Berlusconi fosse meglio di Grillo.
Oggi si teorizza (anche coi fatti) che come socio per le riforme Berlusconi è meglio di alcuni senatori Pd, eletti per il Pd da elettori del Pd.
Quanto ai soldatini, ai pasdaran e ai guardiani della rivoluzione renziana, che sgomitano per farsi notare dal capo, devono per ora limitarsi all’arte sublime del benaltrismo.
Ad ogni nota stonata del loro conducator sono costretti ad argomentare: e allora Grillo?
Come se davanti a una bronchite un medico intervenisse dicendo: e la polmonite, allora?
Nel merito, niente.
Poveretti, come s’offrono.

Alessandro Robecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A SALVATORE SETTIS: “RENZI E’ UN FIGLIO PADRONE”

Giugno 14th, 2014 Riccardo Fucile

“E’ UN TEORICO DELLA GRANDE SVELTEZZA”…”CHE TE NE FAI DI UNA VITTORIA SE NON HAI IDEE DA PROMUOVERE, UNO STILE DA AFFERMARE, UNA VISIONE DELLA VITA DA ILLUSTRARE?”

“Matteo Renzi appartiene alla schiera dei “figli-padroni”. Un figlio-padrone fa più simpatia di un padre-padrone, non è mica Andreotti? È giovane, teorico di quella che si chiama la grande sveltezza. È infatti sveglio e svelto, ma resta che simpaticamente comanda come un padrone”.
Un renziano le risponderebbe così: Salvatore Settis è pura archeologia, è il simbolo della sinistra chic, elitaria e perdente.
Ho dispiacere di non apprezzare la speranza che cova in così tanti animi. Purtroppo quando guardo alla sostanza delle cose mi convinco che la mia diffidenza affonda in un terreno fertile.
Iniziamo allora a dire che il continuo, insopportabile richiamo alla volontà  popolare è il frutto di una possente alterazione della realtà . Ha lo stesso stampo del trucco berlusconiano sul mandato del popolo. Ho fatto due conti: il 40,8 per cento degli italiani ha votato Pd. E pure ammesso che siano tutti voti per Renzi, dal primo all’ultimo, verifico che il primo partito è di chi si è rifiutato di votare: ha il 41,32 per cento. Se aggiungo astenuti e nulle, assisto al miracolo rovesciato. Renzi ha ottenuto il 40,8 per cento del 50 per cento che ha votato. Dunque possiede tra le sue mani il favore del 20,62 per cento degli italiani. È questo venti per cento una maggioranza strabiliante? Una moltitudine senza pari? A me appare molto più drammatico per la democrazia che la maggioranza degli italiani si sia rifiutata di consegnarsi a questa politica.
Nonostante i suoi calcoli siano corretti le si potrebbe opporre che la cifra assoluta è comunque elevatissima, mai toccata finora.
Resta che in termini reali non raggiunge il 21 per cento. E resta che questa concezione dell’investitura come di un mandato a fare quel che si vuole è la limpida proiezione dell’idea berlusconiana del comando.
Salviamo qualcosa a questo Renzi.
Ottimo comunicatore, ha l’anagrafe davanti a sè. Ma con tutto il rispetto la giovane età  non sembra coniugata a una competenza straordinaria. E da quel che vedo anche i suoi collaboratori , malgrado l’anagrafe, non paiono godere di conoscenze particolari, non mostrano attitudini portentose.
E dove mette la speranza, il governo della speranza, la possibilità  che questo giovane premier cambi l’Italia e lo faccia per il meglio?
Invidio chi ha speranza e chi la ripone in lui. Trovo che sia poco per costruire tutto questo palazzone di fiducia. Trovo che finora i fatti non esistano, ma solo slogan. Che i problemi più duri per l’Italia, la corruzione e l’evasione fiscale, siano lì nella loro dolorosa integrità . Penso che questo consenso trasversale non sia un esclusivo merito di Renzi quanto il frutto della nullità  dei suoi antagonisti. Il premier è veloce e scattante. E qui mi fermo. Siamo alla teoria della grande sveltezza, dizione molto appropriata
Anche molto determinato il premier. Ha visto come ha fatto fuori i dissidenti del Senato?
Renzi dovrebbe ricordarsi con quale agilità  e spregiudicatezza la sua parte politica promosse la riforma del titolo V della Costituzione. La cambiò di fretta e furia e s’è visto com’è andata a finire: mi pare che adesso siano decisi a rimetterci mano. La Costituzione può essere cambiata. Ma ha bisogno di una prudenza maggiore, un equilibrio superiore e un garbo istituzionale, un’attenzione alle minoranze indispensabile perchè la Carta fondamentale sia sentita da tutti come la tavola su cui fondare la convivenza civile. Ma qui e di nuovo siamo al concetto berlusconiano dell’investitura popolare. Mi hanno votato e faccio come mi pare. Un falso doppio.
Il Pd sembra vicino al suo premier.
Lei dice? A me pare di no. Magari lo teme. È un atteggiamento silente, non un sostegno convinto, nè noto una condivisione della strategia. La sinistra dovrebbe fare quel che non ha mai fatto: autocritica vera e dura. Dalla caduta del muro di Berlino in poi ha sbagliato ogni previsione. Ed è stata dentro alla cultura del ventennio berlusconiano. Ricordiamoci gli otto inutili anni del governo di centrosinistra. Ha mai sentito un pensiero autocritico? Una riflessione su quel che è successo? Nulla.
Adesso hanno vinto
Infatti dicono soltanto questo: ma Renzi ci fa vincere! E che te ne fai di una vittoria se non hai idee da promuovere, uno stile da affermare, una visione della vita da illustrare?

Antonello Caporale
(da “il Fatto Quotidiano“)

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ASSEMBLEA PD, NON BASTA RENZI, ORA LA BASE DEVE CUCCARSI PURE ORFINI

Giugno 14th, 2014 Riccardo Fucile

RENZI: “CORRUZIONE: CHI NEL PARTITO SA QUALCOSA PARLI” (E POI GUIDA IL CORTEO VERSO PALAZZO DI GIUSTIZIA)… IL FINTO OPPOSITORE ORFINI NOMINATO PRESIDENTE: LA TRISTEZZA AL POTERE… RENZI SI RIAPPROPRIA DELLE SALAMELLE DELLA FESTA DELL’UNITA’…TOCCI HA LE PALLE: “CARO RENZI, NON SEI DE GASPERI. MINEO E CHITI SONO PIU’ LEALI DI TANTI CHE ORA TI APPLAUDONO”

Il risultato elettorale delle Europee non è il punto d’arrivo, ma di partenza.
Il presidente del Consiglio e segretario del Pd affronta l’assemblea nazionale del partito che deve eleggere il presidente (Matteo Orfini è stato eletto a larghissima maggioranza) e spara i soliti fumogeni.
Nel 40,8%, dice Renzi, “non c’è solo un buon risultato del Pd, del governo, di un singolo o gruppo dirigente. E’ molto di più: un’attestazione di speranza sconvolgente. Se lo consideriamo come un investimento per provare a cambiare l’Italia diventa il modo per ripartire consapevoli di ciò che è accaduto”.
“Ciascuno avverta l’emozione che questo risultato” del 40,8% alle Europee, “lo carica di una responsabilità  che fa tremare i polsi”. “Gli italiani hanno detto non ce n’è più”, bisogna cambiare.
“Il M5s ha preso 3 capoluoghi in 3 anni. In 105 anni prenderà  l’Italia”
E le amministrative? “Dopo il ballottaggio alcune dotte analisi di editorialisti e commentatori ci hanno spiegato che le elezioni sono finite con pareggio. Poi uno si domanda perchè loro perdono copie e noi prendiamo voti”.
Ai ballottaggi “il fatto che ci sono state delle sconfitte non può mettere in secondo piano il fatto che in quelle sfide dove noi potevamo immaginare una rivincita, non solo si è vinto, ma si è dato messaggio cambiamento profondo”.
Ed è qui che il leader democratico si lascia andare a una battuta, a fronte dell’entusiasmo dei Cinque Stelle per la vittoria a Livorno: “In tre anni hanno preso tre capoluoghi di provincia. Mancano 105 anni e avranno in mano l’Italia. Basta avere un po’ di pazienza e toccherà  a loro”.
Il ritorno della Festa dell’Unità  (e verso l’eliminazione di uno dei due giornali)
Poi le questioni politiche. Il primo tema è legato alle divisioni interne che si riverberano in questi giorni nel percorso delle riforme istituzionali. “Renziani, cuperliani, bersaniani… Dividiamoci sulle idee — è l’appello di Renzi — non sui cognomi”. Il problema forse è averle delle idee.
Il segretario definisce “ridicole le discussioni interne che sono talvolta collegate a pregiudizi che” non tengono conto della “convinzione di essere insieme per cambiare un comune destino”.
Un nuovo tentativo di ricomporre le fratture, che passa anche per gli stand delle feste estive: ”La tradizione non va messa nel Museo delle cere, ma è un investimento per il futuro. Dobbiamo tutelare il nostro brand, tornare a chiamare le nostre feste Feste dell’Unità “. Una concessione ai nostalgici…
Di più: “Ho visto la sofferenza de l’Unità , noi abbiamo bisogno di mettere insieme e ripartire, non più permettendoci due giornali diversi”. Il riferimento è ai due quotidiani vicini all’area, l’Unità  (che sta cercando una strada per salvarsi) e Europa.
Renzi a Mineo: “Di me dite cosa vi pare, ma non offendete famiglie di disabili”
Ma è sui 14 senatori autosospesi che lo scontro raggiunge l’acme della demagogia.
I toni più duri il segretario li rivolge a Corradino Mineo che in un’intervista a Repubblica Tv aveva definito Renzi “un ragazzino autistico: lo vorresti proteggere, perchè tante cose non le sa, però se lo metti a ragionare di politica e di rapporti di forza, suona”.
“Di me dite quello che vi pare — replica l’attore Renzi — ma chi ieri ha detto che sono un ragazzo autistico ha offeso milioni di famiglie che soffrono. Lo dico a mia nipote Maria che è ‘down’. Non è giusto. Toccate pure me, ma giù le mani dai ragazzi disabili perchè non conoscete la sofferenza”.
Mineo comunque aveva già  chiesto scusa.
Sulle parole di Renzi, “io non vedo che è cambiato nulla purtroppo — ha però aggiunto Mineo — ho sentito Renzi ripetere delle cose che non mi sembravano vere”. Se trarremo delle conseguenze? “Chiedetelo agli altri senatori, oggi mi tocca un solo obbligo, chiedere scusa sulle frasi di ieri”.
“Non mandiamo via nessuno — ha detto ancora Renzi in assemblea — ma non possiamo permettere a qualcuno di ricattare con la sua presenza la posizione del Pd” ha detto il segretario sottolineando che ci sono “regole” per i membri delle commissioni parlamentari e incassando un grande applauso dalla platea dell’assemblea. Regole che non valgono per i franchi tiratori renziani quando si trattò di eleggere il presidente della Repubblca?
La questione morale: “Chi nel Pd sa qualcosa di sbagliato, vada subito dai giudici
Il presidente del Consiglio intende dare un segnale di rottura anche sulla “questione morale“.
Primo scalino: “Non è più immaginabile l’idea di un’esperienza politica che si fa per tutta la vita. Lo dico innanzitutto a me — dice (ma intanto è da 15 anni che vive di politica) — Tutti noi nuova generazione dobbiamo avere il coraggio di dirci che la politica non si può fare per la vita: si deve provare l’ebbrezza di fare altre cose (consigli di amministrazione?). Non è più tempo di politica per sempre”.
Ma il secondo è questo: “Sulla corruzione siamo quelli che non fanno sconti a nessuno, neanche a noi stessi”.
Per dirla meglio: “Quando uno di noi, iscritto o meno, patteggia per una operazione di finanziamento illecito, chiediamo di fare passo indietro. Chi patteggia significa che è colpevole, chi è colpevole è giusto che non faccia il sindaco”.
Balle: non è vero che ci patteggia è colpevole, lo sa anche l’ultimo avvocato di provincia.
Terzo grado del ragionamento: “Chi nel Pd ha notizie di reato vada da magistrati. Non aspettino che i magistrati vadano da loro”.
Questo, dice, per difendere il lavoro di migliaia di volontari del Pd, che gestiscono le Feste dell’Unità  e i circoli del partito. “Se c’è qualcuno di noi che sa parli, se c’è qualcuno di noi che ha sbagliato paghi” ribadisce Renzi.
Il partito è “garantista” ma non ci sta a “perdere la faccia” e sul tema della giustizia può camminare “a testa alta”.
A proposito: se verrà  confermata la sua condanna dalla Corte dei Conti quindi si dimetterà  per coerenza, immaginiamo…
Orfini presidente, civatiani astenuti
Sull’elezione a presidente di Orfini tutta l’area civatiana si è astenuta (690 voti favorevoli, 32 astensioni).
“Le decisioni della maggioranza — ha detto Orfini nel suo primo intervento da presidente — vanno rispettate non perchè ce lo dice il segretario ma per rispetto della nostra comunità . Una comunità  che ci chiede di vivere democraticamente. Altro che centralismo democratico come ha scritto qualche editorialista…”, osserva Orfini sulla vicenda Mineo.
“Io chiederò di incontrare gli autosospesi — annuncia Orfini — per cercare di superare questa empasse e recuperare il senso di comunità  che ci ha consentito di rimetterci in piedi dopo che eravamo usciti a pezzi dalle elezioni”.
E alcuni dei “dissidenti” è intervenuto, interrompendo una sfilza di interventi a sostegno del segretario, come Lucrezia Ricchiuti e Walter Tocci, due dei senatori che si sono autosospesi dopo la sostituzione di Mineo in commissione Affari costituzionali. Pippo Civati invece ha rinunciato per evitare ulteriori scontri: “L’intervento di Renzi non mi è piaciuto, è stato molto ammiccante sulla sinistra ma sfugge al punto politico su tante cose. Un lungo e enciclopedico affresco” e sulle riforme i toni del premier “sono stati tutt’altro che distensivi” ha detto a margine dei lavori.
“Alla riforma del Senato e alle contrapposizioni che ha generato si è data un’enfasi eccessiva — è intervenuta la Ricchiuti — La mia adesione all’iniziativa dell’autosospensione intendeva rimarcare che il gruppo non può diventare un luogo chiuso in cui sia impedito il dibattito. Dire non è tradire. Non mi sento trasparente al punto da non essere vista e sentita”.
Il dissidente Tocci a Renzi: “Mineo e Chiti più leali di molti che ti acclamano”
Più duro Tocci: “Caro Matteo, quanta energia sprecata per un atto d’imperio di utilità  zero! Ti invito a dare un esempio di saggezza, da leader. Ti chiedo un atto politico: invita Chiti e Mineo a prendere un caffè. Troverai le parole per farli sentire dentro casa, non fuori dalla porta. Chiti e Mineo li conosco, saranno certo più leali di alcuni che ti acclamano solo per convenienza. Gli appassionati della Costituzione non hanno mai fatto male a nessuno”.
“Caro Matteo — ha proseguito Tocci — hai alzato la voce contro chi vuole conservato il bicameralismo. Hai dato una sberla alle mosche perchè qui non c’è nessuno a voler conservare il bicameralismo”.
“Sulle riforme siamo impantanati- ha ribadito il senatore Dem — così non se ne esce. Dovete modificare l’impianto e dovete rivolgervi alle opposizioni. Il voto di Chiti o di Mineo non è affatto determinante”.
L’intervento di Tocci è stato molto applaudito da una parte dell’assemblea: “Occupati di riforme come segretario del Pd e non come capo del governo — ha continuato riferendosi a Renzi — Il potere esecutivo deve fare un passo indietro come è accaduto con De Gasperi. Tu non sei ancora De Gasperi, anche se ti auguri di diventarlo. La Carta è come la cappella Sistina, la Divina commedia. Possiamo riscriverla ma occorre solennità , senso dello Stato, spirito costituente. Possono sembrare superate queste parole, ma al Pd non ha mai portato danni chi è appassionato alla Costituzione ma quelli che hanno anteposto l’interesse comune alla Costituzione, e qui c’è molto da rottamare”.

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