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MILANO, LA PROVINCIA DECADE MA ARRIVANO ASSUNZIONI E CONSULENZE LAST MINUTE

Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile

SI E’ SISTEMATO IL CERCHIO MAGICO DEL PRESIDENTE PODESTA’: POSTI E STIPENDI NELLE SOCIETA’ CONTROLLATE… COMPRESA LA PEDEMONTANA CHE NON HA FONDI PER ULTIMARE I CANTIERI

Una, la Pedemontana, rischia di dover bloccare i cantieri perchè non ha soldi per terminare infrastrutture fondamentali per la viabilità  in regione.
L’altra, la Serravalle, ha avuto un crollo di valore dopo anni di gestione dissennata.
Eppure nelle due società  della Provincia di Milano c’è sempre un posto e uno stipendio se sei nel cerchio magico del presidente Guido Podestà .
Fino a pochi giorni fa, per consiglieri comunali e provinciali del Nuovo centrodestra, per assistenti del presidente e funzionari della provincia, Pedemontana e Serravalle sono state un porto sicuro al riparo dalle turbolenze della politica.
Mentre il componenti di Palazzo Isimbardi è decaduto con l’ultima seduta dello scorso 23 giugno, due suoi componenti avevano già  trovato una scrivania libera in Pedemontana.
Il consigliere provinciale Paolo Gatti, Ncd, presidente della commissione Urbanistica, per esempio, è stato assunto lo scorso 16 aprile 2013 con un contratto a tempo determinato che scadrà  nell’aprile 2015.
«Ho saputo del bando pubblicato sul sito di Pedemontana – conferma – Mi occupo dei rapporti con le amministrazioni locali interessate ai lavori, guadagno circa 1.500 euro netti al mese».
Una sua collega di partito, Maria Maddalena Scognamiglio, passata dall’Italia dei Valori a Forza Italia e poi finita in Ncd, è stata assunta in Pedemontana lo scorso 7 gennaio e ci rimarrà  fino al 31 dicembre 2016.
Nel palazzo di Milanofiori ad Assago troveranno Gianbattista Fratus, che ha avuto un contratto a tempo determinato già  nel dicembre 2012.
Fratus, consigliere provinciale della Lega dal 2009, candidato del Carroccio a sindaco a Legnano nel maggio 2012, e da allora consigliere comunale, resterà  in Pedemontana almeno fino al dicembre 2015, quando scadrà  il suo contratto.
«C’era un bando per una posizione da contabile. Avendo lavorato 35 anni in un’azienda privata, ho fatto la domanda col curriculum, poi dei colloqui – spiega – Sono all’ufficio acquisti. Guadagno 1.500 euro mensili più straordinario».
Fratus smentisce collegamenti con la politica. «Ero già  in Provincia, ma ho fatto i colloqui normalmente con il direttore e con l’ufficio del personale. Con l’amministratore delegato di Pedemontana, Marzio Agnoloni, ho parlato solo quando c’è stata la firma».
È invece a tempo indeterminato, dal primo luglio 2013, il rapporto di lavoro di un altro fedelissimo di Podestà , Marcovalerio Bove, ora capogruppo Ncd in Comune a Palazzo Marino.
Bove, ex consigliere in Zona 5, è stato assunto come impiegato.
«Ero già  a tempo determinato in un’altra azienda – spiega Bove – Quando ho fatto il passaggio ho chiesto di mantenere lo stesso contratto, senza aumenti. La mia è stata solo una scelta professionale».
Marcovalerio è figlio dell’ingegnere Luigi Bove, consulente di Serravalle e amico di Podestà . Il comitato elettorale del consigliere comunale, alle ultime amministrative, era in via Scarlatti 30, sede delle società  del presidente della Provincia.
Bove junior respinge però qualsiasi sospetto di favoritismi da parte di Podestà .
«Ho una laurea in Bocconi e un percorso professionale chiaro. Ho partecipato a un bando pubblicato sul sito di Pedemontana, in un momento di grande espansione della società ».
Dello stesso gruppo di collaboratori del presidente fa parte anche Marzio Ferrario, 26 anni, assistente politico di Podestà  prima di essere nominato assessore alle Partecipate, qualche giorno fa, nel rimpasto di una giunta che decadrà  a dicembre.
E dopo aver lavorato a fianco di Podestà , come segretaria con un contratto a termine, due giorni fa – il primo luglio – è stata assunta in Pedemontana anche Clara Tessarin.
Il suo contratto scadrà  il 30 giugno 2015.
Una storia a sè è quella di Adriana Rita Pavin, una dipendente di Palazzo Isimbardi di 71 anni, andata in pensione.
La donna, amica della famiglia Podestà , l’11 ottobre 2013 ha ottenuto un “conferimento di incarico gratuito di collaboratore di staff del presidente”, «considerato – si legge nell’atto – che occorre avvalersi di una figura professionale idonea a fornire supporto al presidente con particolare riferimento alle attività  di comunicazione con interlocutori istituzionali e con i cittadini».
Un mese dopo, a novembre, Pavin ottiene però un altro incarico, questa volta ben retribuito, da Serravalle.
Una consulenza “aziendale” da 30mila euro per dieci mesi, scadenza il prossimo settembre, per “supporto nelle relazioni istituzionali, accademiche, commerciali e internazionali”.
In Serravalle, società  che negli ultimi anni ha visto andare a picco il suo valore, ha trovato posto anche Leone Talia, un funzionario della prefettura passato poi in Provincia.
Dopo tre anni da responsabile del settore Appalti, è stato assunto nel dicembre 2012 come risk manager in Serravalle.
«C’era un bando, ho partecipato a una normale selezione di cui sono venuto a conoscenza. Ho una posizione da quadro. Talia ha partecipato anche alla campagna elettorale di Podestà . «Conosco bene Podestà  e lo stimo – replica lui – È una gran brava persona, per tre anni ho lavorato molto bene».
In Serravalle l’ultima new entry ha un nome noto.
Almeno a chi conosce la storia di Afol, l’Agenzia di formazione e orientamento al lavoro, finita sotto accusa da parte della Corte dei conti per le assunzioni e le consulenze fuori controllo, oggetto di numerose denunce in consiglio da parte del consigliere provinciale Massimo Gatti (Rifondazione). Di Afol, dal settembre 2012, dopo essere stata inserita dal 2010 in cda da Podestà , è presidente Silvia Sardone.
Che oggi compare fra le più recenti assunzioni in Serravalle. Ha un contratto a tempo indeterminato da impiegato, ha preso servizio da due giorni come “specialista in risorse umane”. «Afol è un incarico politico a zero euro, in Serravalle invece ho partecipato a una selezione pubblica – si difende Sardoni, 32 anni – Ho due figli, una laurea e un dottorato di ricerca, ho cercato un lavoro e ho ottenuto questo posto. Non voglio essere discriminata perchè faccio politica».

Sandro De Riccardis

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“COSI’ FUNZIONAVA LA MACCHINA DEL FANGO”: VITTORIO FELTRI COINVOLGE BERTONE, SALLUSTI E LA SANTANCHE’

Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile

CASO BOFFO: A PASSARE LE CARTE AL QUOTIDIANO DI BERLUSCONI FURONO LA PITONESSA E BISIGNANI…ECCO I PROTAGONISTI DEL FALSO SCOOP CHE FECE SALTARE IL DIRETTORE DI “AVVENIRE”

«Bertone, Bisignani, Santanchè… Fu Alessandro Sallusti a dirmi che la fonte della velina su Dino Boffo era il cardinale Tarcisio Bertone, che l’aveva data a Luigi Bisignani e Daniela Santanchè. Poi era arrivata a Sallusti. È questo quello che ho raccontato ai magistrati. Davanti ai pm si deve dire la verità ».
Vittorio Feltri non ci pensa un secondo a rispondere alla domanda e in un’intervista esclusiva conferma a “l’Espresso” quello che lui stesso confidò due anni fa a un giudice della procura di Napoli, quando raccontò per la prima volta l’origine del finto scoop che costrinse l’allora direttore di “Avvenire” alle dimissioni.
Nessuno prima di oggi sapeva che nel 2012, in effetti, il pm Gianfranco Scarfò in forza alla procura partenopea chiamò Feltri in gran segreto nei suoi uffici sotto il Vesuvio, per interrogarlo come persona informata sui fatti.
Il magistrato stava cercando di capire chi era entrato nel casellario giudiziario per cercare informazioni su Boffo, e chiese così al giornalista quale fosse la genesi della notizia infamante pubblicata il 28 agosto 2009 sulla prima pagina de “Il Giornale”, nella quale il direttore del quotidiano cattolico veniva descritto come “noto omosessuale attenzionato dalla polizia”.
«Dissi al pm che la catena era Santanchè, Bisignani, Bertone… è quello che mi fu detto da Sallusti, quando lui era condirettore», ricorda Feltri.
«Dopo, non so se fosse vero… Io ero il direttore, e mi sono fidato senza pormi tanti problemi. Mi sembrava che fosse assolutamente credibile. Però io non so se posso dirvi queste cose, il magistrato mi chiese di non raccontarle a nessuno… Anche se dopo tanto tempo, forse, si possono dire».
A cinque anni di distanza dalla pubblicazione della velina che distrusse la carriera di Boffo e annichilì quella parte della Chiesa avversa alla morale libertina dell’allora premier Silvio Berlusconi, “l’Espresso” è così in grado di ricostruire la vicenda, indicando per nomi e cognomi presunti mandanti, complici e esecutori materiali dell’assassinio mediatico di Dino Boffo.
A fine agosto 2009 “Il Giornale” pubblicò spezzoni di due documenti.
Uno, autentico, riguardava una faccenda già  raccontata in passato da “Panorama”: «il supermoralizzatore Boffo» nel 2004 era stato infatti querelato da una giovane ragazza di Terni per molestie telefoniche, una vicenda che si concluse con una multa da 516 euro e un decreto penale di condanna.
Il secondo documento pubblicato da Feltri era invece una velina anonima, mai allegata agli atti del Tribunale di Terni, in cui Boffo viene indicato, appunto, come un omosessuale «attenzionato dalle forze dell’ordine».
“Il Giornale” la definisce un’informativa di polizia, e azzarda una tesi: Boffo avrebbe avuto una relazione non con la giovane Anna, ma con il suo fidanzato. La lettera è un falso totale.
«C’era una fotocopia dove si raccontavano certi fatti, io ho dato un’occhiata», ammette Feltri a “l’Espresso”.
«Quando ho saputo che la fonte era quella ovviamente mi sono fidato. Poi non lo so… visto quello che è successo facevo bene a non fidarmi. È facile dirlo dopo, ma quando il tuo condirettore ti viene a dire una cosa del genere, non è che metti in dubbio la sua parola. Nel pomeriggio mi hanno detto che era tutto tranquillo, tutto normale. Io ho dato il via alle pubblicazioni senza la minima preoccupazione. Ho detto al magistrato che Sallusti mi disse che l’origine di quella velina era Bertone. Non potevo fregarmene di questa roba, mi ha detto che la fonte, la provenienza era quella. Mi sono fidato».
Oltre a Bertone, Feltri (che al “Foglio” spiegò che la velina gli era arrivata «da una personalità  della Chiesa della quale ci si deve fidare istituzionalmente») ha dichiarato al magistrato che Sallusti gli fece anche i nomi del faccendiere Luigi Bisignani, da poco condannato per associazione a delinquere per l’inchiesta P4, e Daniela Santanchè, che sarebbero stati una sorta di “passacarte” per conto del prelato.
Una volta davanti al magistrato l’attuale direttore de “Il Giornale” ha negato in toto la versione del suo vecchio maestro.
Il pm Scarfò non ha mai depositato le testimonianze, nè quella di Feltri ne quella di Sallusti. L’inchiesta ha finora portato alla sbarra solo un cancelliere del palazzo di giustizia di Santa Maria Capua Vetere, Francesco Izzo, accusato di accesso abusivo al sistema informatico: è lui l’uomo che – secondo il magistrato – a marzo 2009 consultò indebitamente il casellario per estrarre i precedenti penali di Boffo.
Dopo due anni, il processo è alle fasi finali, in attesa della requisitoria del pm. Sarà  probabilmente l’unico a pagare.
A parte Feltri, sospeso dall’Ordine per tre mesi. «Ho pagato io solo come sempre succede» chiude Feltri. «C’è quel cretino del direttore che ci va di mezzo. È normale… Ho sbagliato a fidarmi, evidentemente. Ma talvolta capita, nella vita, di fidarsi».

Emiliano Fittipaldi e Nello Trocchia
(da “L’Espresso“)

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NIENTE FLESSIBILITÀ, I TEDESCHI ATTACCANO RENZI A STRASBURGO

Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile

TRAUMATICO DEBUTTO DEL SEMESTRE EUROPEO…. MR. SPOCCHIA:“NON PRENDO LEZIONI”

Il semestre di presidenza dell’Unione europea da parte dell’Italia non poteva cominciare peggio, con il premier Matteo Renzi sotto attacco dei tedeschi e la grande coalizione europea tra socialisti e popolari che vacilla, mettendo a rischio la conferma di Jean Claude Juncker alla guida della nuova Commissione europea.
Il premier Matteo Renzi arriva a Strasburgo per la seduta inaugurale della legislatura e per presentare il programma dell’Italia dei prossimi sei mesi.
Dodici minuti di intervento che saranno ricordati per l’espressione “generazione Telemaco”, quella dei figli (il padre di Telemaco era Ulisse) che deve “meritarsi il peso dell’eredità ”.
Un discorso che ottiene applausi, ma prudente: nessun riferimento esplicito alla necessità  di rivedere i trattati sul rigore, nessuna rivendicazione del (presunto) successo ottenuto al Consiglio europeo della settimana scorsa, riforme in cambio di flessibilità , nessuna denuncia delle inadempienze europee nelle tragedie dei migranti.   L’attacco di Manfred Weber arriva a freddo: il capogruppo del Partito popolare europeo (i conservatori) colpisce proprio sulla flessibilità : “Abbiamo imparato due lezioni dalla crisi: dobbiamo rimanere fedeli alle regole e applicarle, il debito non è la soluzione”.
E per essere più esplicito: “La flessibilità  di bilancio è la strada sbagliata”.
Weber è un ingegnere tedesco di 42 anni che da dieci è europarlamentare, uomo forte della Csu in Baviera, è considerato il leader emergente della Germania in Europa, l’uomo su cui Angela Merkel si appoggia per controllare il Parlamento, oltre alle altre istituzioni europee.
A Strasburgo i dibattiti sono sempre tosti, i parlamentari sono più preparati dei loro omologhi nazionali e pronti a dare battaglia nel merito dei dossier più che sulla comunicazione (le tv contano meno).
Ma un attacco come quello di Weber non era atteso.
Renzi non la prende bene. Il premier sperava in una partenza più tranquilla, tanto che si era prenotato la puntata speciale di Porta a Porta per celebrare il suo lancio europeo. E invece Weber trasforma l’inizio della presidenza italiana in quella che potrebbe essere la prima crisi della grande coalizione europea tra popolari, socialisti e liberali. Interpretazione minimalista: Weber è appena diventato capogruppo, deve ancora prendere le misure, nella sua foga di parlare al suo elettorato tedesco ha scavalcato in intransigenza anche la posizione ufficiale di Berlino (la flessibilità  si può avere ma solo nel limite fissato dai trattati attuali).
Interpretazione più seria: lo scontro è profondo e porterà  alla bocciatura di Juncker come presidente della Commissione europea, il voto è il 16 luglio.
“Se cade il punto della flessibilità  non c’è il compromesso e cade l’accordo su Juncker” , dice Gianni Pittella, l’eurodeputato del Pd che è appena diventato capogruppo dei socialisti.
L’intervento di Weber, secondo Pittella, è “un passo falso” che “se fosse confermato metterebbe a rischio la collaborazione” tra Ppe e S&D” (il Pse ora si chiama Socialisti & democratici).
Martin Schulz invece prova a raffreddare: “Le parole di Weber non mettono in discussione l’accordo su Juncker”. E Renzi: “Non accettiamo lezioni”.
La questione è su due livelli.
Primo: la grande coalizione è più complessa da gestire del previsto, come dimostra il fatto che Schulz ha ottenuto 70 voti in meno del previsto nell’elezione alla presidenza. Dai socialisti spagnoli insidiati da Podemos (il partito degli indignati) alla destra francese dell’Ump assediata dal Front National, sono tante le componenti fuori controllo della maggioranza.
Il Parlamento in questa legislatura avrà  più poteri, ma sarà  anche molto più politico, quindi difficile da controllare.
Seconda questione: Ppe, Pse, e tutto il Parlamento hanno vinto la loro battaglia costringendo il Consiglio — cioè i governi nazionali — a indicare come presidente della Commissione il capofila del partito che ha preso più voti alle elezioni, Juncker del Ppe.
Una rivoluzione che ha fatto indignare la Gran Bretagna di David Cameron, è la prima volta che i leader si piegano al volere degli elettori, in una interpretazione estesa del trattato di Lisbona che dice solo di “tenere conto” del risultato del voto.
Juncker come simbolo della democrazia elettorale. Ma nessuno ama l’ex premier lussemburghese, nei giri brussellesi da vent’anni.
E ora che è stato affermato il principio, fissando il precedente, si potrebbe anche cambiare nome scegliendo qualcuno più gradito a destra e sinistra se il lussemburghese non prendesse la fiducia quando si presenterà  all’Europarlamento il 16 luglio.
Mentre Renzi ha un paio di mesi per tradurre in risultati concreti questo chiacchiericcio sulla flessibilità : con una crescita del Pil per il 2014 stimata a +0,2 per cento invece che lo 0,8 con i tagli alla spesa pubblica molto difficili da fare e con le coperture strutturali degli 80 euro ancora da trovare, al premier servono margini di manovra per evitare di dover fare tagli e tasse alla vigilia del 2015.
L’anno in cui potrebbe essere costretto a chiamare le elezioni anticipate, sia che le riforme istituzionali falliscano sia che vengano completate.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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UN CAFONE A STRASBURGO: RENZI SALTA LA CONFERENZA STAMPA, STUPORE E PROTESTE DEI GIORNALISTI STRANIERI

Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile

“MANCANZA DI RISPETTO E CATTIVO ESEMPIO”… “FACILE PARLARE SENZA RISPONDERE ALE DOMANDE”… LA STAMPA STRANIERA ATTACCA IL PREMIER ITALIANO

“La conferenza stampa si doveva fare, no question”, sbotta il corrispondente della Bbc. “In democrazia non si possono saltare questi confronti, non mi ricordo un precedente simile”.
“Mancanza di rispetto per chi lavora”, non si tiene il giornalista tedesco di Deutsche Verkehrszeitung. “In questo modo Renzi ha dato subito il cattivo esempio nel contesto della presidenza italiana”.
Altrettanto seccata la collega di Agence Europe: “Facile presentare un programma senza rispondere ai giornalisti”.
Queste le reazioni della stampa internazionale alla scelta di Matteo Renzi di non tenere la tradizionale conferenza stampa dopo la presentazione del semestre di presidenza italiano al Parlamento europeo di Strasburgo.
Preferendo rientrare in Italia per partecipare a Porta a Porta in serata.
Stupore e proteste tra i giornalisti di tutta Europa, stipati in sala stampa per ascoltare il programma del premier italiano.
L’indiscrezione serpeggiava già  in mattinata, ma nessuno voleva crederci. L’incontro era stato programmato da giorni per le 17 nella briefing room del Parlamento. E la notizia che il presidente del Consiglio del Paese che eredita per sei mesi la guida del Consiglio Ue gestendone l’agenda politica non avrebbe tenuto il tradizionale confronto con i corrispondenti di quotidiani, tv, agenzie e siti web sembrava assurda. Eppure così è stato. Man mano che i rumor si sono concretizzati, è montata la rivolta. “Ma come? E noi come facciamo?”.
Inevitabili le richieste di informazioni ai giornalisti italiani, impossibile fornire risposte sicure.
Poi la conferma della cancellazione è arrivata dal neo eletto presidente del Parlamento europeo, il tedesco Martin Schulz.
Che, nel suo incontro con la stampa insieme al premier greco Antonis Samaras, presidente uscente del semestre greco, ha spiegato: “Niente conferenza a causa della fitta agenda di Renzi che deve rientrare immediatamente a Roma”.
Poi la battuta: “Se volete posso tenere la conferenza stampa per lui”.
Un’uscita che, si mormora, nasconde una certa irritazione del tedesco per la scelta di Renzi.
Comprensibili le critiche, anche perchè, visto che il Parlamento europeo si riunisce a Strasburgo solo una volta al mese e non sempre l’agenda dei lavori parlamentari è particolarmente interessante, molti giornalisti vengono in Francia esclusivamente in occasioni eccezionali.
La presentazione del semestre di presidenza da parte di un primo ministro è una di queste. Proprio per evitare le scontate ripercussioni sui rapporti con la stampa internazionale, lo staff del premier ha cercato fino all’ultimo di salvare il salvabile, ipotizzando almeno un veloce punto stampa dopo il discorso in Aula e all’uscita dell’emiciclo.
Ma anche questo appuntamento è saltato, visti i molti interventi degli eurodeputati. “Se ci teneva alla conferenza stampa non doveva fissare appuntamenti in prima serata in Italia”, osserva una giornalista di Agence France Press.
Non proprio un debutto da manuale, insomma.
Ma in linea con i preparativi del semestre, anch’esssi non all’altezza delle aspettative. E dire che, commentando le lacune della preparazione, fonti della presidenza italiana avevano spiegato i ritardi con la “esplicita volontà  di lasciare a Matteo Renzi l’onere e l’onore di delineare le priorità  italiane a Strasburgo il prossimo 2 luglio”.

Alessio Pisanò

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RENZI EVITA I GORNALISTI E SCAPPA A “PORTA A PORTA”

Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile

SALTA LA CONFERENZA STAMPA CON SCHULZ:   PREFERISCE IL COMIZIO IN TV… GIà€ SI PARLA DI ELEZIONI ANTICIPATE IN PRIMAVERA

Mancano pochi minuti alla fine del Tg 1 ed ecco che irrompe il collegamento.
Musica di “Via col vento” in sottofondo, appare lo studio di “Porta a Porta”.
Abito blu e cravatta rossa, Matteo Renzi, in piedi. Accanto a lui Bruno Vespa, anche lui in piedi.
Il premier chiarisce subito lo “spirito” della sua presenza: “Siamo andati in Europa, abbiamo detto le nostre cose. Ma il tempo in cui andavamo a farci fare le lezioncine è finito. Anche basta”.
Per dare la sua versione dei fatti sull’apertura di “’sto semestre”, Renzi ha fatto addirittura riaprire il salotto di Vespa.
Pre-meditando l’auto spottone, Matteo salta pure la conferenza stampa rituale a Strasburgo. E unisce l’utile al dilettevole: dove l’utile è la possibilità  di fare un comizio tv, il dilettevole è evitare di rispondere alle domande dei giornalisti europei. L’apertura del semestre però è stata tuttaltro che trionfale: ma Renzi non si perde d’animo. Porta avanti la sua filosofia: “Se facciamo l’Italia, questo paese lo portiamo fuori dalla crisi. Io sono molto tranquillo”.
Perchè “questi (i rigoristi europei, ndr) stanno facendo gli splendidi”.
Poi, il leit motiv preferito: “Era dal 1958 che nessuno prendeva tutti questi voti”. Vespa ascolta, intercala. Ogni tanto prova a fare più che qualche domanda qualche obiezione. Per esempio sulla casa. “Lei deve essere chiaro sull’Imu, sulla Tasi. Perchè tassare le case agli italiani sarebbe come tassare la birra o i wurstel ai tedeschi”, dice, pensando evidentemente alla sua villa a Ponza.
Renzi prende tempo. Scherza: “Avrei qualcosa da ridire sul paragone”.
Però, “non sono in condizione di prendere l’impegno sulla casa”. Divaga: “Posso farlo sulla dichiarazione dei redditi precompilata, sulla semplificazione…”.
E con la stessa abilità  si rifiuta di prendere in considerazione la velata critica sul fatto che sulla giustizia più che di riforma si è trattato di pochi appunti.
Ma il comizio entra nel vivo quando si parla della riforma del Senato.
Perchè al momento Renzi sa che si tratta dell’unico vero biglietto da visita che può offrire all’Europa.
E infatti l’ordine di scuderia alla Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama è stato chiaro: votare tutto il più presto possibile.
Non cambiare nulla, nodi rimandato all’Aula (come si affretta a promettere la Boschi sull’immunità ). E infatti, i lavori si sono velocizzati. Questo è l’accordo con Berlusconi. Che però va registrato.
Annuncia Renzi a Vespa: “Domani (oggi, ndr.) è il giorno in cui dovremmo incontrarci sia con Forza Italia che con i Cinque Stelle”.
Poi chiarisce di nuovo l’ordine di priorità  e di importanza, che non è cambiato. Vince il patto del Nazareno. Tant’è vero che il vicesegretario, Guerini quasi in contemporanea al premier dà  la linea, quella ufficiale: “Incontreremo i Cinque Stelle solo se rispondono ai dieci punti”.
La porta è aperta, ma decisamente secondaria. Ecco Renzi: “Berlusconi ha mantenuto tutti gli impegni. La vicenda è abbastanza ben incanalata su legge elettorale, Senato, Titolo V”.
Non a caso ieri Piersilvio diceva: “Come italiano e come imprenditore tifo per le riforme subito e per la fretta del governo. Renzi ha una chance unica e una grandissima responsabilità ”.
Oltre ad essere “il più bravo comunicatore dopo mio padre”. Qualche problema c’è e Renzi lo sa bene. Per esempio sulla legge elettorale: Forza Italia non ha nessuna intenzione di farsi scavalcare dai Cinque Stelle.
Non molla sull’impianto dell’Italicum. Renzi sceglie ancora: “Il problema del sistema elettorale di Grillo, il complicatellum, è che chi vince non governa”.
Quello del Nazareno resta l’asse privilegiato, al netto di sorprese di B. Anche perchè Matteo è in campagna elettorale: l’autunno si avvicina, il rischio di schiantarsi sulla manovra è concreto.
E allora, deve cercare di portare a casa almeno il sì del Senato alle riforme. E soprattutto la legge elettorale. Dopodichè si può anche votare, magari in primavera come alcuni cominciano a dire.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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COSTITUENTI E COSTITUITI: LE ORIGINI DELLA LEGGE SULL’IMMUNITA’

Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile

NATE PER GARANTIRE IL DIRITTO DI OPINIONE, DIVENTATA UN SALVACONDOTTO PER I CORROTTI

Prima di usare i padri costituenti (quelli veri del 1946-’47) per fare da palo e tenere il sacco a chi vuole regalare l’immunità  parlamentare ai consiglieri regionali e ai sindaci che la Casta nominerà  senatori, non più eletti e quasi del tutto sprovvisti del potere legislativo, bisognerebbe almeno conoscere i lavori preparatori della Costituzione.
E sapere a che cosa pensavano, auspicavano e temevano i 70 Costituenti quando discussero, scrissero e votarono l’articolo 68 della Carta sulle guarentigie dei parlamentari.
Che alla fine suonava così: “I membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale; nè può essere arrestato, o altrimenti privato della libertà  personale, o sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, salvo che sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l’ordine di cattura. Eguale autorizzazione è richiesta per trarre in arresto o mantenere in detenzione un membro del Parlamento in esecuzione di una sentenza anche irrevocabile”.
Il 29 ottobre ’93, in piena Tangentopoli e dopo decenni di abusi, le Camere lasciarono intatto il primo comma (insindacabilità  per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle funzioni) e riformarono gli altri: per le indagini e l’esecuzione di sentenze definitive fu tolta l’autorizzazione a procedere, che invece rimase per arresti, perquisizioni e altre limitazioni della libertà , e fu aggiunta per le intercettazioni e i sequestri di corrispondenza.
I costituenti iniziano a occuparsi dell’immunità  in II Sottocommissione il 19 settembre 1946.
Poco prima hanno discusso se non sia il caso di sottrarre alla giustizia domestica delle Camere la verifica sulla regolarità  dell’elezioni dei singoli membri e di affidarla — come propone Costantino Mortati, sostenuto da Giovanni Leone e Aldo Bozzi — a un tribunale esterno di consiglieri di Stato, per “tutelare le minoranze da ogni possibile ingiustizia commessa a loro danno dalla maggioranza”.
Il ricordo del fascismo è vivo e incombente. E la sacralità  del Parlamento come palestra di democrazia non è ancora inquinata dagli abusi di Casta. Leone osserva: “La Camera, autolimitandosi sulla verifica dei poteri, darebbe al Paese un esempio di serenità  e nobiltà  di comportamento.
Cioè che gioverebbe, non nuocerebbe al suo prestigio”.
La proposta resta minoritaria, ma questo è lo spirito che anima i costituenti.
Anche sull’immunità , incombe il timore che una magistratura uscita intatta dal fascismo (mai epurata, dunque portata al conformismo verso il potere e omologata anche per estrazione sociale alle classi dominanti) diventi il braccio armato del governo contro minoranze e opposizioni.
Tanto più che all’epoca gli arresti e le perquisizioni possono essere effettuati direttamente dalle forze di polizia (dipendenti dal governo), senza l’ordine del giudice.
Di qui la preoccupazione, espressa per esempio da Leone, che “un atto dell’autorità  giudiziaria o di polizia possa essere ispirato da una valutazione o da un orientamento politico” per impedire “a un deputato la libera esplicazione del suo mandato parlamentare”.
Vige il Codice Rocco, con ampi poteri alle polizie (con facoltà  di fermo) e con il processo inquisitorio (il giudice istruttore dominus delle indagini, affiancato dal pm, e le difese in soggezione).
Molti costituenti sono allarmati dal potere dell’“agente di pubblica sicurezza” di dare “la prima valutazione dei reati al fine dell’arresto in flagranza”.
Perciò stabiliscono che i parlamentari colti in flagranza di reato possano essere arrestati solo per i delitti che prevedono l’arresto obbligatorio, e in seguito la Camera possa valutare la fondatezza o meno della cattura. Emilio Lussu però precisa: “L’essenziale è che il deputato non commetta nessun delitto; ma, se ne commette, deve ricadere sotto la legge comune e non godere di una situazione di privilegio”.
Umberto Nobile, a scanso d’equivoci, afferma: “L’immunità  non deve incoraggiare i deputati a perdere il dominio di se stessi e indurli così ad atti inconsulti: ogni deputato dev’essere di esempio agli altri cittadini non solo nella sua condotta politica, ma anche negli atti della sua vita privata”.
Tutti pensano a delitti comuni, d’impeto o di violenza o di sangue, nel corso di manifestazioni e scontri politici particolarmente accesi; non certo a quelli tipici dell’uomo di potere: tipo corruzioni, malversazioni, frodi fiscali, collusioni mafiose (eventualità  che non albergano neppur lontanamente nelle menti dei Costituenti).
Petrassi, per esempio, teme che “l’esclusione dell’arresto in flagranza produca l’effetto di esporre il deputato al pericolo di un linciaggio”.
E il presidente della sottocommissione La Rocca chiarisce che “il principio dell’immunità  parlamentare non dev’essere ispirato al criterio di creare una posizione di privilegio al deputato nei confronti delle supreme esigenze di giustizia, bensì a quello di garantirlo da una eventuale sopraffazione di carattere politico”.
Cioè “non significa che, qualora un deputato diventi un criminale, la giustizia non debba avere il suo corso”.
Poi fa qualche esempio concreto: “Evitare che in un periodo di lotte sociali, quali quelle che si svolgono pressantemente, un deputato possa essere vittima di una provocazione”, altrimenti “ogni deputato potrebbe diventare preda di un agente provocatore… Può sempre darsi il caso che un deputato sia aggredito e che, per difendersi, compia appunto un atto assai grave”.
Leone cita il caso di “perquisizioni personali che potrebbero avvenire in strada, in occasione di un furto, di un tumulto od altro, senza che possa attendersi l’autorizzazione della Camera”.
Lami Starnuti fa un altro esempio: “L’offesa per mezzo della stampa alla persona del Presidente della Repubblica” è un delitto di opinione considerato ancora talmente grave da essere “di competenza dell’Assise”, che “consentirebbe l’arresto per un delitto tipicamente politico”. Mannironi ricorda “che nel passato gravi abusi furono commessi da parte delle autorità  di pubblica sicurezza” e che a quel tempo è possibile financo “un arresto per un giudizio di diffamazione”.
Ma guai a intendere l’immunità  come uno scudo per coprire gravi delitti: la Costituzione “è un testo che dovrà  essere conosciuto dal popolo” ed era bene chiarire “all’uomo comune che il deputato non è sottratto all’arresto, almeno per fatti di una grave entità ”.
“Basterebbe preoccuparsi — chiosa Ravagnan — soltanto di garantirlo dagli arresti arbitrati e dalle sopraffazioni politiche”.
Leone e Calamandrei tengono a precisare che i cittadini devono comunque potersi “difendere dalle offese di un deputato” e “dai gravissimi danni di una diffamazione per mezzo di un discorso in Assemblea”.
Infatti La Rocca chiarisce che l’insindacabilità  per le opinioni del parlamentare vale solo quando parla “nell’esercizio delle funzioni”, quelle “che si svolgono nella Camera”, non fuori.
Il 19 dicembre 1946 il dibattito prosegue nell’Assemblea plenaria.
E lì Luigi Einaudi sostiene l’opportunità  che la Camera non metta becco negli arresti di parlamentari per “un reato estraneo alla politica”.
Bozzi si preoccupa che un divieto troppo vago di perquisire un parlamentare incoraggi i delinquenti a “cercare asilo nella casa del deputato”.
Il voto definitivo sull’art. 68 (che ancora porta il numero 65) avviene nella seduta del 10 ottobre 1947. Lì il socialista Stampacchia ricorda che occorre stabilire l’autorizzazione a procedere anche per le perquisizioni personali (non solo domiciliari), rievocando le sue battaglie di antifascista, “allorchè lo sbirro frugava sulla persona del perquisito, mettendogli le mani addosso per verificare se per caso non vi fosse il contrabbando”.
E il presidente della commissione per la Costituzione, Meuccio Ruini, aggiunge che l’arresto del deputato senz’autorizzazione va consentito solo “quando il colpevole è colto proprio nell’atto di commettere il reato”, e non nei casi di “quasi-flagranza, come quando il colpevole fugge inseguito dal pubblico clamore”.
Poi avverte che “la Costituzione non è soltanto un codice od una legge, è qualcosa di più: le sue parole hanno un valore che è anche etico politico, di portata giuridica, ma in un senso più ampio”.
Voci, linguaggi e pensieri di un’altra Italia. Dove nessun padre costituente può mai immaginare un parlamentare ladro o mafioso, e men che meno l’abuso dell’immunità  per salvarlo dalla galera.
Tanto più se nessuno l’ha eletto. E se si è fatto nominare senatore proprio per farla franca.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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