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MA RENZI CREDE DAVVERO IN QUALCOSA?

Luglio 21st, 2014 Riccardo Fucile

DOPO CRAXIANI, DALEMIANI E BERLUSCONI, VINCE ANCORA L’EGO

Se Berlusconi avesse fatto ciò che si propone Renzi, saremmo scesi in piazza con i forconi.
E invece a leggere quasi tutti i giornali, ad ascoltare la gente nemmeno te ne accorgi che l’Italia sta cancellando il Senato.
Interessa più la scelta del ct della Nazionale.
Eppure forse il problema di fondo non sono queste riforme dissennate, studiate nel weekend da ministri senza esperienza, portate avanti a colpi di ultimatum con il sostegno di un “leader” pregiudicato.
Il punto è che Renzi non ci crede. Non ha una spinta profonda. Ideale, si diceva una volta. Ormai sembrano essersene convinti in molti.
Dopo il cinismo di craxiani e dalemiani, dopo Berlusconi che governava per difendere se stesso e i propri affari, ora tocca a Renzi con quella sua strabordante e nemmeno celata ambizione.
Anzi, è un tratto apprezzato del suo carattere così spiccio. Con quella brutalità  di sostanza che scambiamo per decisionismo. Addirittura per schiettezza.
Forse, però, meriterebbe porsi qualche domanda che vada oltre Renzi: ci siamo così abituati ai leader che antepongono a tutto la propria figura da ritenere che sia inevitabile?
E ancora: quale deve essere, in chi si propone di governare, il confine sottile tra affermazione di sè e dei propri ideali?
Infine: alla leadership è per forza connaturato un fondo di imposizione di sè?
Tornano in mente le frasi di John Kennedy: “Non chiederti quello che il tuo Paese può fare per te, ma ciò che tu puoi fare per il tuo Paese”.
La storia ci ha insegnato che spesso la retorica nascondeva una realtà  più opaca.
Tanti astri sono precipitati, vedi Tony Blair.
Altri, come Kennedy, hanno rivelato quanto desiderio del potere e slancio ideale si mescolino nella stessa persona.
Impossibile entrare nel cuore di un uomo, capire in che misura l’Io sia un mezzo per realizzare gli ideali o se non avvenga il contrario.
Il potere inquina. Anche chi ha le migliori intenzioni. Soprattutto oggi, che i mezzi di comunicazione distorcono la percezione della realtà , dilatano la personalit�
C’è perfino il rischio che ad allontanare dalla politica, dal necessario esercizio del potere, siano caratteristiche apprezzabili, indispensabili dell’individuo: il senso della misura, il rispetto delle idee altrui, la mitezza (quella forza paziente di cui parlava Norberto Bobbio), l’umiltà .
Ecco allora emergere chi pare meno provvisto di questi “limiti”.
Ma non sarà  colpa anche nostra, che deleghiamo la selezione ad altri e non ci sforziamo di individuare, di stanare, le persone migliori?
Non è vero che dopo Renzi c’è il diluvio.
Dopo il premier ci sono sessanta milioni di italiani.
E molti uomini straordinari.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“INSEGNO IN UNA SCUOLA PARITARIA, NON POSSONO CHIEDERMI SE SONO LESBICA”: SOLDI ALLE PRIVATE PER DISCRIMINARE GLI ITALIANI

Luglio 21st, 2014 Riccardo Fucile

INSEGNANTE DI TRENTO LICENZIATA PERCHE’ NON SMENTISCE DI ESSERE LESBICA: “UMILIATA DALLE SUORE, CONSIDERANO I GAY MALATI DA CURARE”

“L’omosessualità  è un problema? Ammesso che sia gay dovrei guarire da qualcosa? Sembrava mi volessero umiliare”.
Sono queste le parole pronunciate dall’insegnante, nella sua prima intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica, dopo essere stata licenziata dalla scuola paritaria in cui lavorava da cinque anni perchè sospettata di essere lesbica.
à‰ accaduto a una professoressa, il cui nome di fantasia è Silvia, dell’istituto cattolico parificato Sacro Cuore di Trento.
Una volta concluso l’anno scolastico, l’insegnante è stata convocata dalla direttrice della scuola che, dopo averle fatto i complimenti per il lavoro svolto, le ha chiesto se fossero fondate le voci secondo cui Silvia avrebbe una compagna.
La professoressa si è rifiutata di rispondere alla domanda, difendendo il suo diritto alla privacy e accusando la direzione dell’istituto di razzismo e omofobia.
Dopo cinque anni di insegnamento presso la scuola paritaria, Silvia ha perso il lavoro e sul suo caso è intervenuto anche il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini.
Con una nota diffusa nella giornata di domenica, il ministro ha dichiarato che “valuterà  il caso con la massima rapidità  e con un confronto chiaro e doveroso con le parti coinvolte. In queste ore sto raccogliendo gli elementi utili a comprenderne tutti gli aspetti. Laddove ci trovassimo di fronte – ha concluso – legato ad una discriminazione di tipo sessuale agiremo con la dovuta severità “.
L’insegnante ha rilasciato un’intervista a La Repubblica nella quale ha raccontato cos’è successo durante il colloquio con la madre superiora dell’istituto: “Dopo avermi fatto i complimenti per il lavoro svolto, se n’è uscita con quella domanda… Ero disgustata. Poichè non avevo intenzione di svelare nulla, suor Eugenia ha osservato che ‘stavo dimostrando la fondatezza delle voci’. Sembrava mi volesse umiliare. Stavo per andarmene e a quel punto lei prova rimediare, facendomi capire che era disposta a chiudere un occhio se avessi dimostrato di voler ‘risolvere il problema’.
Non c’ho visto più… l’omosessualità  è un problema? Ammesso che sia gay, dovrei guarire da qualcosa? Le ho risposto che è una razzista, e che deve riflettere sul concetto di omofobia”.
L’insegnante ha raccontato a La Repubblica che: “In 5 anni ho sentito volare parole come ‘invertito’, mai però di fronte agli alunni. Ho visto volantini affissi nell’aula docenti dove si pubblicizzava la presentazione del libro ‘Ero gay. A Medjugorje ho ritrovato me stesso’. Alcuni colleghi poi mi hanno raccontato di aver ricevuto pressioni dalla dirigenza scolastica sul comportamento da tenere con gli studenti, ‘perchè i maschi sono maschi e le femmine sono femmine’. Quel che mi è successo è roba da Medioevo, paragonabile alle discriminazioni subite dagli ebrei o dai neri”
Rispetto a quanto dichiarato dal ministro dell’Istruzione Giannini, Silvia chiede al dicastero: “Un reale controllo sui finanziamenti erogati alle scuole paritarie. Ce ne sono alcune che non li meritano. Voglio solo coerenza”.

(da “Huffingtonpost”)

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BERLUSCONI ASSOLTO, LE TENTAZIONI DI FORZA ITALIA: RITORNO AL GOVERNO E ALLEANZA CON NCD

Luglio 21st, 2014 Riccardo Fucile

NON ESCLUSO L’APPOGGIO AL GOVERNO RENZI… E SI FANNO GIA’ I NOMI PER UN RIMPASTO: DA ELENA CENTEMERO AD ALESSANDRO CATTANEO

“Se l’oggetto di questo governo sono le riforme cosa c’è di strano che Berlusconi rientri in maggioranza? Io dico che Forza Italia deve entrare in maggioranza”. Sospira il senatore Paolo Naccarato (Gal) quando pronuncia queste parole.
E lo scenario non dispiace a destra, perchè per molti non ci sono altre strade. “Archiviata l’alleanza con i 5 stelle”, continua l’ex collaboratore di Cossiga, “l’agenda dei mille giorni evocata dal premier va proprio in questa direzione”.
Una direzione che piace a Silvio Berlusconi, ormai rifocillato dalla sbornia dell’assoluzione in secondo grado sul processo Ruby.
Una direzione su cui “ormai” si discute negli incontri ufficiali e segreti che si starebbero tenendo in queste ore ad Arcore.
E di certo nei successivi che si terranno la prossima settimana a Palazzo Grazioli quando Berlusconi tornerà  nella Capitale.
“Non ha senso”, ammette un parlamentare forzista, “fare la faccia ferocissima in economia e poi sorridere sulle riforme”.
Riforme che ad oggi non includono soltanto il ddl costituzionale, in discussione al Senato, e la legge elettorale, l’Italicum.
Ma che certamente includeranno la discussa riforma della giustizia.
Dove, registrano ambienti berlusconiani, “c’è un atteggiamento importante da parte del Pd che sta menando i giustizialisti”.
Ecco perchè Gianni Letta e Denis Verdini, i cosiddetti “renziani” della galassia berlusconiana, avrebbero già  aperto un canale di discussione con gli sherpa dell’ex sindaco di Firenze.
Per iniziarne a discutere sì, ma, soprattutto, per stilare una roadmap che dovrebbe gradualmente portare verso un clamoroso ritorno al governo.
Un ritorno al passato che annovera i seguenti step: prima l’ingresso in maggioranza, e poi quello al governo con alcune facce nuove come ministri.
Per intenderci «non i Romani, o i Brunetta», sussurrano.
Circolano già  i nomi, per dire, di Elena Centemero, o dell’ex sindaco di Pavia, Alessandro Cattaneo, che il premier Renzi e il sottosegretario Graziano Delrio stimano perchè conoscono dai tempi dell’Anci.
Uno scenario questo che si potrebbe consumare dopo la fine dell’estate quando sarà  stata già  approvata in prima lettura la riforma del Senato e del Titolo V, e quando si conosceranno i tasselli della riforma della Giustizia.
E che, in queste ore concitate d’estate, renziani della cerchia stretta non smentiscono affatto: “Dopo la sentenza Forza Italia e Berlusconi hanno due strade davanti: o decidono di sostenere questo governo, oppure di fare un’opposizione seria. La strategia seguita fino ad oggi, non è nè carne nè pesce. D’altronde non ha portato grandi risultati, soprattutto se la si guarda in termini elettorali”.
Prima, però — ammettono dai corridoi di Piazza San Lorenzo in Lucina — si deve assicurare un futuro a Forza Italia e al centrodestra. E la dichiarazione che stamane Giovanni Toti ha rilasciato al Corriere della Sera fa il paio con il primissimo degli incubi dell’ex Cavaliere: “Con l’assoluzione di Silvio Berlusconi da un processo ridicolo, è ricominciata la marcia verso la costruzione di un altro centrodestra”.
L’idea è quella di costruire una «Casa della Libertà  2.0» con all’interno il Ncd-Udc, Forza Italia, la Lega e Fratelli d’Italia.
In questo progetto l’ex premier, per usare le parole di Paolo Romani, avrebbe “un ruolo di federatore della nuova futura aggregazione”, accompagnando la compagine alla nuova leadership e al governo di “quel giovanotto che tanto mi sta simpatico”.
Con l’obiettivo, però, di ridimensionare il ruolo del Ncd — “per i nostri elettori Alfano, Quagliariello e Schifani sono dei traditori” — e di far rientrare in orbita forzista larga parte dei parlamentari vicini al ministro dell’Interno.
Angelino Alfano dalle pagine de il Messaggero ha avvertito: “Non può essere un’assoluzione a riunirci. Berlusconi decida, o noi o gli estremisti”.
Ostentà  tranquillità , ma, secondo i bollettini di Palazzo Madama, una decina di senatori alfaniani avrebbero già  pronte le valigie.

Giuseppe Alberto Falci

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BERLUSCONI: “ORA VOGLIO UNA LEGGE CHE MI CONSENTA DI RICANDIDARMI”

Luglio 21st, 2014 Riccardo Fucile

DOPO L’ASSOLUZIONE L’EX PREMIER PUNTA A UNA SOLUZIONE PER SUPERARE LA LEGGE SEVERINO

La grazia è una partita persa, archiviata, chiusa. Ne ha preso atto anche il diretto interessato, ora che il Quirinale ha lasciato trapelare la sua indisponibilità  anche dopo l’ultima sentenza, quella che ha assolto Silvio Berlusconi in appello dalla più infamante delle condanne a suo carico.
Ma l’ex Cavaliere – evaporata la sorpresa, l’euforia e perfino la commozione dei primi giorni – non si arrende, adesso punta solo a ottenere quel «risarcimento » che si è convinto gli spetti. Si tratta di capire come.
«Troppi anni e troppi danni subiti, troppo fango in Italia e fuori, qualcuno dovrà  trovare una soluzione per ridarmi l’agibilità  politica a cui ho diritto», ripeteva ancora ieri agli “amici di sempre”.
Quelli — come Fedele Confalonieri — con cui si confida nei momenti più difficili. Quelli cui chiede consiglio prima ancora di rivolgersi ai vertici del suo partito. Con loro si è consultato prima di dedicarsi in serata al giocattolo che ancora lo diverte: il Milan.
Summit con la figlia Barbara, l’allenatore Filippo Inzaghi e l’ad Adriano Galliani sul mercato de i rossoneri
Nel centrodestra si litiga di nuovo sulle primarie, sulla coalizione, sul ritorno (improbabile) di Alfano e dei suoi, sulla Lega.
Ma il leader di Forza Italia non ha alcuna intenzione di farsi da parte, ora meno di prima. Ed è alla disperata caccia della soluzione che possa rimetterlo in gioco appieno, non solo nei panni di padre nobile.
E l’unica strada che ha individuato con i suoi legali di vecchia data è quella di bypassare la legge Severino.
Modificare la norma sulla incandidabilità  o escogitare un modo per sterilizzarla nella parte in cui impedisce a un condannato in via definitiva di essere candidato, in Parlamento e a Palazzo Chigi. «Dobbiamo battere quella strada e mi occuperò personalmente di trattare la questione con Renzi» è il più recente e segreto proposito.
Tutt’altro che una trattativa da aprire in un tavolo ufficiale, nella sua strategia.
Quel che è certo però è che dalla sentenza del 18 luglio si sente riabilitato, continuerà  a trattare sulle riforme, a garantire il sostegno pieno di Forza Italia sul Senato e sull’Italicum, ma non sarà  un supporto a costo zero.
Tanto più ora che – pur tra un tira e molla, una chiusura e una riapertura – Grillo e Casaleggio appaiono fuori dai giochi per le riforme. Anzi, proprio il ruolo di «padre della patria » che si autoattribuisce viene considerato proprio il passepartout per chiudere la stagione dei processi e arrivare alla «pacificazione».
Berlusconi sa bene che la partita è difficile, anzi improba. «Non credo proprio che Renzi si faccia carico di una contropartita così delicata» ammetteva ieri pomeriggio più d’uno della cerchia ristretta del leader.
Ma bisognerà  fare i conti con la determinazione del capo, che tutti i suoi definiscono rigenerato dall’assoluzione in appello.
La «riabilitazione», appunto, costituisce il chiodo fisso, adesso.
Dagli avvocati Ghedini e Longo per di più avrebbe ottenuto il responso sperato a un interrogativo posto nei giorni scorsi. E cioè: gli effetti della Severino sarebbero cancellati nel caso in cui la Corte di Strasburgo dovesse accogliere il ricorso presentato contro la sentenza definitiva sui diritti Mediaset? Sembrerebbe di sì, stando al loro parere.
E questo riaprirebbe sì i giochi in casa, con la possibilità  di tornare a candidarsi per guidare con tanto di nome in lista il partito e eventualmente la coalizione.
Ma soprattutto, nell’ottica dell’ex Cavaliere, gli consentirebbe quella «riabilitazione» agognata anche sul piano internazionale.
Ecco l’altro pallino. Tornare a sedere da leader anche al cospetto delle cancellerie europee e in particolare a Bruxelles.
Cosa che per altro intende fare, senza perdere altro tempo, già  da marzo, quando gli sarà  restituito il passaporto e saranno conclusi i servizi sociali.
Intanto, ha incaricato il suo “ambasciatore” Ue, il vicepresidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, di diffondere il più possibile, con tutti i suoi interlocutori ai vertici del Ppe, la notizia della cancellazione della condanna su Ruby.
Circostanza che – avrebbe fatto notare l’ex commissario Ue – è già  ben nota, dato che dell’assoluzione si è occupata tutta la stampa internazionale.
Non basta, per il leader, che già  nei giorni scorsi aveva sentito il presidente del Ppe Joseph Daul per discutere delle nomine ai vertici della Commissione.
Il meglio, dal suo punto di vista, deve ancora venire.
«Dal prossimo anno Angela Merkel dovrà  tornare ad avere a che fare con me», confida ora un Berlusconi rinvigorito, saggiando il miele della rivincita.
Non ha fatto mistero coi suoi che tornerà  a frequentare i vertici del Ppe, sebbene Forza Italia contribuisca da quest’anno a quel gruppo con un numero ben più ridotto di parlamentari, tredici
Ma se il leader si prepara a costruire il suo rilancio internazionale, figurarsi se prende in considerazione veti interni, oppositori o dissidenti dentro il partito.
Da oggi al Senato si fa sul serio, iniziano le votazioni sulla riforma concordata con Renzi.
L’ex premier ha garantito al suo interlocutore il pieno sostegno, nonostante la presa di distanza dei 22 contrari nel gruppo forzista.
Quella riforma, come la legge elettorale, Berlusconi deve condurla in porto, almeno in prima lettura, per poter dettare poi condizioni quando il suo potere contrattuale sarà  ancora più consolidato.
Condizioni che riguarderanno, come si è visto, il suo status di “interdetto”, ma anche la tenuta e il futuro delle aziende, dell’impero economico-finanziario.
Ecco perchè, quando ieri mattina si sono fatti sentire ad Arcore Denis Verdini e il capogruppo Paolo Romani, entrambi piuttosto preoccupati per le voci di un ripensamento del capo sul percorso delle riforme, hanno ricevuto la risposta che si aspettavano e che speravano. «Nessuna marcia indietro, e fatelo sapere a tutti, non faremo alcuna retromarcia sul patto del Nazareno».
Minzolini, la Bonfrisco e gli altri senatori sono avvertiti.
E nella strategia imposta a suon di minacce («Ai probiviri chi si oppone»), potrebbe fare le spese alla ripresa di settembre anche il capogruppo alla Camera Renato Brunetta, non certo uno dei più convinti sostenitori delle riforme.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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EMERGENZA SFRATTI, L’ELEMOSINA DI RENZI: LA SOLUZIONE? TUTTI A SCROCCO A CASA DI CARRAI

Luglio 21st, 2014 Riccardo Fucile

IL DECRETO SULLA MOROSITA’ INCOLPEVOLE RIGUARDA 65.000 FAMIGLIE, MA I FONDI MESSI A DISPOSIZIONE SONO PARI A 45 EURO A TESTA… E UN PIANO DI EDILIZIA POPOLARE PER FAR FRONTE ALL’EMERGENZA SOCIALE NON ESISTE, NONOSTANTE SIANO 650.000 LE FAMIGLIE IN GRADUATORIA

Undici mesi dopo il primo decreto legge in materia, il governo si è deciso a varare il Fondo per la morosità  incolpevole.
Dal 14 luglio, con l’uscita sulla Gazzetta ufficiale di un decreto legge ad hoc, il ritardo nel pagamento di affitti, canoni e bollette può ufficialmente essere solo causa della crisi.
Una vittoria soprattutto per i sindacati degli inquilini. La piaga degli sfratti per morosità  incolpevole ha coinvolto, nel 2013, 65.300 italiani.
E i casi in cui si è fatto uso della forza pubblica, secondo dati del Viminale pubblicati il 17 giugno, sono stati 31.399, il 7,7% in più rispetto ad un anno fa.
Ma restano ombre, in particolare sull’ammontare del fondo: 20 milioni di euro per il 2014, altrettanti nel 2015.
Basterà ? A maggio il governo ha approvato il Decreto Lupi (dl 47 del 28 marzo 2014) con cui l’esecutivo stanzia 15 milioni per i morosi incolpevoli, a cui i “nuovi” 20 si sommano.
Se si divide il totale di 35 milioni per le 65mila famiglie sulla cui testa pende uno sfratto esecutivo, il risultato del contributo è di 45 euro al mese per ciascuno.
Esclusi, appunto, tutti i morosi incolpevoli pre 2013.
Poco per rimettere i conti in ordine con i vecchi proprietari di casa e anche per pagare una nuova abitazione, per quanto più economica: la coperta è corta.
Il presidente dell’Anci Piero Fassino chiede in una lettera al ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi di ”definire al più presto le modalità  e la tempistica di erogazione dei fondi e adottare le misure e i provvedimenti che consentano di fronteggiare l’emergenza abitativa”.
“Non possiamo aspettare fino al 2016. Serve che i Comuni lavorino subito alle liste per individuare le situazioni più disagiate”, gli fa eco Pasquini.
Il decreto appena pubblicato dispone che le risorse siano ripartite in proporzione al numero di provvedimenti di sfratto per morosità  emessi, per il 30% tra le regioni Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche e Campania e per il restante 70% tra tutte le altre.
E sono i Comuni a dover decidere quali famiglie devono ricevere per prime il sussidio, considerando come requisito di base per fare domanda un reddito familiare Isee sotto i 26 mila euro l’anno
L’emergenza casa colpisce tutta Italia, indistintamente.
Non tanto le grandi città  (anche se il record assoluto lo detiene Roma, dove le richieste sono aumentate del 50% in un anno), ma soprattutto i piccoli centri.
Da quest’anno entrano nelle zone calde della classifica anche Abruzzo (dove le richieste sono cresciute del 30%) e Trentino (35%).
Numeri che hanno fatto inserire nel decreto l’obbligo per i Comuni di stipulare una convenzione con le prefetture per graduare l’uso della forza pubblica negli sfratti.
I Comuni dovranno poi occuparsi di trovare insieme alle famiglie delle soluzioni abitative per evitare che restino per strada.
Gli interventi del Governo però nulla possono sull’insaziabile fame di un tetto a basso costo che hanno gli italiani: sono 650 mila quelli ancora in graduatoria per l’assegnazione di una casa popolare.
E su questo aspetto concreto dove invece sarebbe necessario intervenire, Renzi “non corre”.

Lorenzo Bagnoli |

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LA SICILIA IGNORA I TAGLI DEI MAXISTIPENDI MENTRE NELLA REGIONE CRESCE LA POVERTÀ

Luglio 21st, 2014 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE PARLA DI “LOTTA AL POPULISMO” E CITA A VANVERA DE GASPERI

Su quale pianeta vivono, i maragià  della politica e i burocrati dell’Ars?
Te lo chiedi confrontando le condizioni disperate di un terzo delle famiglie siciliane e l’impudenza con cui quei signorotti, rivendicando l’autonomia, rifiutano i tagli renziani, udite udite, per non «cedere ai populismi».
Ma è populismo dire che un funzionario pubblico non può guadagnare quanto 51 dei suoi concittadini messi insieme?
Dice il rapporto Istat appena pubblicato che non c’è Regione italiana dove le persone siano in difficoltà  gravissime quanto in Sicilia.
Dove 661 mila famiglie, pari a 32,5 su 100 (sei volte di più rispetto alle Regioni più ricche) sopravvivono sotto la soglia della povertà .
Per non dire delle 180 mila che, accusa uno studio della Fondazione Res, annaspano in una condizione di povertà  estrema. «Nell’impossibilità  di sopperire a quei beni e servizi considerati imprescindibili ed essenziali al fine di condurre una vita con standard minimamente accettabili».
Quanto alla disoccupazione «reale», spiega lo stesso dossier Res, è «al 32,8%. Tramutando le percentuali in numeri, in Sicilia risiedono 319 mila disoccupati e 351 mila forze di lavoro potenziali, in tutto 670 mila persone senza lavoro».
L’«Indicatore sintetico di deprivazione» dell’Istat che misura la quota di famiglie angosciate dalla difficoltà  di affrontare spese impreviste o pagare il mutuo o le bollette e perfino «a fare un pasto proteico almeno ogni due giorni» mette paura.
E sfiora la metà  delle famiglie residenti (47,6%) «ben oltre il doppio del dato medio nazionale, 22,3%».
Bene: in questo contesto di mari in tempesta e naufragi sociali, aziendali, umani, quella specie di lussuoso e dorato Bucintoro siculo che è il Palazzo dei Normanni, sede dell’Assemblea Regionale Siciliana, continua a navigare come ai tempi belli.
Al punto che perfino l’invito di Renzi ad applicare anche nell’isola i tagli per gli stipendi più alti è stato accolto più o meno come una interferenza che intacca la sacralità  dell’autonomia.
Gli altri Palazzi della Regione, a fine giugno, sembrano in verità  aver dato una sforbiciata:   il tetto agli stipendi dei dirigenti (una miriade) è stato abbassato a 160 mila euro.
«Ma non è chiaro se sono davvero lordi», precisa il grillino Giancarlo Cancellieri.
«Cosa significa “trattamento economico annuo complessivo fiscale”? I contributi sono compresi o no? Sono dettagli che puzzano…».
Dettagli non secondari: quei 160 mila euro sono già  pari a tredici volte il reddito medio dei siciliani, che nel 2012 (ultimo dato disponibile) era di 12.722 euro ma oggi dovrebbe essere ancora più basso.
Fatto sta che, dopo aver incassato quel risultato come una vittoria politica personale sul conservatorismo della macchina che guida, il governatore ha tentato l’assalto all’Assemblea regionale: «Finiamola una volta per tutte: il Parlamento siciliano deve allineare gli stipendi dei suoi dirigenti a quelli della Regione: non può continuare a essere l’isola dei privilegi. Sarebbe un messaggio devastante in una situazione così difficile». Risposta: picche.
«Basta col populismo», ha spiegato giorni fa il presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone, a Giacinto Pipitone, del Giornale di Sicilia.
E dopo aver rivendicato di avere già  ridotto il bilancio «da 162 a 149 milioni» (complimenti: solo il doppio abbondante della Lombardia, il triplo del Veneto e quasi il quintuplo dell’Emilia-Romagna!) nonchè «previsto una riduzione delle spese per il personale del 10% in tre anni» nella scia del decreto Monti, ha ammonito che sì, certo, il decreto di Renzi «fissa il tetto massimo per le retribuzioni a 240 mila euro lordi». Però «Renzi ha escluso da questo tetto gli organi di rilievo costituzionale, quale è l’Ars.
Dunque noi avremmo potuto prevedere perfino di pagare di più i nostri dipendenti». Testuale. I diritti acquisiti, poi!
Quelli dei cittadini comuni sono già  stati stravolti? Uffa! «Questo Palazzo non si fa condizionare da un populismo che nel tempo, vedrete, si scontrerà  con i giudizi scontati della Corte costituzionale e dei giudici del lavoro. Perfino Renzi ha previsto nel suo decreto che i trattamenti pensionistici maturati sono intoccabili».
Di più: «Sarebbe stato facile per noi venire incontro alle pressioni della piazza e introdurre un tetto magari inferiore anche ai 160 mila euro.
Ma, come insegnava De Gasperi, una cosa è guardare alla prossima campagna elettorale e altra cosa è pensare alle future generazioni».
Le «future generazioni»? De Gasperi? De Gasperi tirato in ballo a difesa dell’arroccamento sui soldi? De Gasperi! Quello che andò in visita alla Casa Bianca con un cappotto che si era fatto prestare da Attilio Piccioni!
Conclusione: per i dirigenti dell’Ars, a differenza degli altri colleghi regionali siciliani, è stato fissato il tetto annuale di 240 mila euro.
Pari all’indennità  del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano o del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, che a dirla tutta trova in busta paga 18 mila euro in meno.
In ogni caso, spiega un’Ansa, il tetto di 240 mila euro omnicomprensivo «non scatterà  immediatamente per tutti i dipendenti: una norma transitoria, per la cui adozione il Consiglio delega alla rappresentanza permanente che tratta con i sindacati, permetterà  a chi ha già  maturato i requisiti per la pensione a domanda e a chi è vicino a maturarli, e i cui trattamenti economici superano l’importo di 240 mila euro, di mantenere la posizione economica in godimento, anche se entro un limite temporale».
Traduzione: tranquilli, mandarini, i tagli varranno solo per chi verrà  dopo di voi. E «le tabelle economiche saranno aggiornate con decorrenza 1 gennaio 2018». Campa cavallo…
Ma quanti sono, quei dirigenti dell’Ars che sventolando il vessillo dell’autonomia guadagnano oggi più del capo dello Stato?
Tredici, secondo Live Sicilia. Incassano «dai 280 ai 330 mila euro annui» e per undici di loro il taglio dovrebbe essere solo un pizzicotto perchè entro ottobre andranno in pensione.
Quanto a quelli che stanno sopra i 201mila euro, dice una tabella distribuita dai grillini, sono addirittura 80 dei quali 29 in attività  e 51 in (dorata) quiescenza.
Chi sono? Quanti sono? Quanto prendono? Risposta della presidenza: top secret, c’è la privacy… Il garante ha già  detto più volte che non è vero perchè quelli sono soldi dei cittadini
Chissenefrega…
Secondo i dati forniti dal commissario alla spending review Carlo Cottarelli, come ricorderete, i nostri dirigenti sono i più pagati dei grandi Paesi europei.
I dirigenti di I ª fascia in Germania hanno una busta paga 4,27 volte superiore a quella media dei propri concittadini, in Francia 5,21 volte, in Gran Bretagna 5,59 e in Italia 10,17.
Una sproporzione che per i dirigenti più alti, cosa impensabile a Berlino, Londra o Parigi, schizza addirittura a 12,63 volte il reddito medio italiano.
Ma questa stortura, già  offensiva, diventa in Sicilia insultante: quei 240 mila euro fissati come tetto ai dirigenti dell’Ars equivalgono infatti a 19 volte il reddito medio dei siciliani.
Per non dire del segretario generale di Palazzo dei Normanni, lui pure pronto alla pensione, Sebastiano Di Bella.
Il quale (e non lo affermano i grillini ma lo stesso governatore, Crocetta) avrebbe una busta paga di 650 mila euro l’anno: cinquantuno volte il reddito dei suoi concittadini.
E chiedere che la vaporosa e capricciosa Ars sia costretta a fare i conti con la povertà  da spavento dei siciliani confermata dagli ultimi dati sarebbe demagogico, anti-autonomista e populista?
Ma per favore…

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)

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