Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
DA CAROSELLO A HOLLYWOOD, IL SUO FASCINO FECE INNAMORARE GLI ITALIANI
Anche Hollywood si era innamorata del suo talento e della sua bellezza. 
Ma Virna Lisi prima partì per Los Angeles e poi la ripudiò.
La 78enne attrice, che in carriera è stata premiata anche a Cannes, è morta. Ha girato 100 film con Cavani, Amelio, Comencini (Luigi e Cristina), Zampa, Samperi, Festa Campanile, Lattuada, Risi, Loy, Monicelli e tanti altri.
Nel suo carnet Nastri d’Argento, David di Donatello e premio come miglior attrice sulla Croisette per l’interpretazione di Caterina de Medici nel film La regina Margot
In una intervista al Fatto Quotidiano del 28 settembre l’attrice raccontò come fu suo marito a liberarla dall’oppressione degli Studios Usa dicendo ai produttori che avrebbero voluto tre figli. “Un colpo di genio” aveva rivelato l’attrice.
“Avrei dovuto interpretare Barbarella per la regia di Roger Vadim, ma dei ruoli da bellona svampita, di dire buongiorno e buonasera in presa diretta in una lingua che non conoscevo e dei ritmi deliranti imposti dalla major non ne potevo più. Non mi divertivo. Così dissi no e con gli americani iniziò la rumba. Riunioni, minacce legali, avvocati sul piede di guerra. All’ennesimo consesso aspro, Franco vide una foto sul tavolo del produttore. Una bella famiglia. Moglie, bambini, scenari campestri sullo sfondo. Gli venne l’idea e parlò”.
La Lisi, nata ad Ancona, è stata interprete fin dai suoi esordi anche di sceneggiati tv e fiction.
La prima, Orgoglio e pregiudizio, risale al 1957, e l’ultima, La mia Famiglia, andrà in onda nel 2015.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
LA CONTABILITA’ SEGRETA DELLA BANDA DI CARMINATI… SOTTO LA GIUNTA ALEMANNO LA COOP DI BUZZI HA TRIPLICATO IL VALORE DEGLI APPALTI
Eccolo il libro nero di Salvatore Buzzi.
Pagine e pagine di versamenti fatti a sigle ai quali i carabinieri del Ros stanno cercando di dare un nome.
Due quadernetti, uno nero e uno rosso, sui quale la segretaria di Buzzi, Nadia Cerrito, annotava tutto quello che il ras delle cooperative doveva pagare a soci e politici che gli garantivano gli appalti.
I primi lavori con il Comune, scrivono i carabinieri in un’informativa depositata dalla procura al tribunale del Riesame, sono stati vinti nel 1994.
Poi, gli affidamenti sono cresciuti esponenzialmente. Tra il 2003 e il 2006, con la giunta Veltroni, la cooperativa “29 Giugno” aveva ottenuto 65 appalti per oltre 3 milioni e, poi, con il sindaco Alemanno, aveva aumentato ancora il fatturato vincendo 100 gare per 8 milioni di euro.
«LI AGGIORNO E POI LI STRAPPO»
Sono parecchie le conversazioni intercettate dai militari in cui Buzzi e Massimo Carminati parlano del libro nero.
Contrattano sui compensi da dare a funzionari comunali compiacenti e direttori delle municipalizzate. In quel taccuino vengono registrati anche i soldi che il ras delle cooperative deve dare al “Cecato”.
E, Carminati, che era un uomo di mondo, il primo agosto nella sede della cooperativa racconta a Buzzi, Paolo Di Ninno, Fabrizio Testa e Nadia Cerrito: «No, ma io lo sai che faccio? Io l’aggiorno e poi mi strappo gli ultimi, capito come? Io prendo, confronto e l’ultimo lo strappo».
Un modo, chiosano i carabinieri nell’informativa del 16 dicembre, per «eliminare evidenti fonti di prova a suo carico».
«COSàŒ LI PAGHIAMO»
La lista di “bocche da sfamare” è lunga. E spesso Buzzi e Carminati si trovano, proprio come due soci, a discutere dei compensi da consegnare ai pubblici ufficiali. In uno degli incontri il ras delle cooperative spiega al suo “socio”: «Allora mi servono due e cinque per la Cicciona, mille e cinque per Coratti (Mirko, ex presidente del consiglio comunale, ndr), uno per Figurelli (Franco, capo segreteria di Coratti, ndr), mille per il sindaco di Sant’Oreste , so sette. E se alla Cicciona non glieli do, cinque, sei». La lista dei nomi è lunga. Buzzi continua: «Eccoli qua questi, questa segnamo Gramazio e l’altro quale era?».
«MI COMPRO TUTTI»
Non sempre le mazzette danno i risultati sperati. Ci sono anche volte in cui la banda paga persone che non riescono ad accontentarli.
Affari a perdere che fanno andare Buzzi e Carminati su tutte le furie.
Il 27 maggio, gli investigatori del Ros registrano una conversazione tra Buzzi, il suo collaboratore Carlo Guarany e altri due uomini. Buzzi è seccato, gli affari con l’Ama non vanno come speravano.
La colpa, secondo il ras, è di qualcuno a cui ha dato dei soldi e che ora sta mettendo i bastoni tra le ruote (il soggetto è ancora da identificare).
«Senti allora io fra poco vedo l’amico friz e glielo dico che noi gli abbiamo dato un po’ di soldi per amicizia… anche perchè non ci rappresenta politicamente, posso dirgli questo? Un “cip per buona volontà ”, poi se non gli basta e vuole diventare pure nemico ci diventasse, non ci frega un cazzo, anche perchè con quella cifra me compro il Consiglio Comunale no, tu che dici? ».
LA CRESTA SUI ROM
Le attenzioni di Carminati e Buzzi, si sa, si erano concentrate anche sui campi nomadi, un modo sicuro di fare soldi. L’11 aprile Buzzi parla alcuni collaboratori dell’ampliamento del campo nomadi di Castel Romano.
Il ras vuole mettere le mani su quell’affare e, stando a quanto raccontano lui e i suoi dipendenti, hanno avuto rassicurazioni dal Comune nella persona di Emanuela Salvatori, responsabile dell’Ufficio rom.
«Quello che dice lei — spiega Caldarelli a Buzzi — è “noi paghiamo 300 persone e in realtà sono 150”». Buzzi annuisce: lo sa anche lui.
«CARMINATI? UN DIPENDENTE»
Trasferito da qualche giorno in un carcere nel nuorese, il ras delle cooperative ha voluto partecipare ieri all’udienza del tribunale del Riesame.
E ha chiesto di rendere, davanti al collegio presieduto da Bruno Azzolini e ai pubblici ministeri Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli, spontanee dichiarazioni. «Con Carminati ci eravamo conosciuti in carcere anni fa. Poi ci siamo rincontrati nel 2012. Insieme non abbiamo commesso alcun illecito».
Il suo difensore, Alessandro Diddi, ha depositato anche un contratto di lavoro dal quale risulterebbe che Carminati era dipendente della “29 giugno”, in quanto ex detenuto. Buzzi, accusato di associazione mafiosa, ha preso le distanze «anche ideologiche », dall’ambiente che ruota attorno alla figura di Carminati: «Qui non è questione di “Mondo di mezzo” ma di destra e di sinistra. Io ho vinto appalti con amministrazioni diverse».
Maria Elena Vincenzi e Francesco Salvatore
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
DESTRA E SINISTRA TUTTI D’ACCORDO, COMPRESI I GRILLINI
Ieri, con la nomina di Franco Lo Voi a successore di Francesco Messineo, il Palazzo si è ripreso la
Procura di Palermo che aveva dovuto mollare 22 anni fa, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, con la rivolta dei pm ragazzini cresciuti al fianco di Falcone e Borsellino che misero in fuga il famigerato Pietro Giammanco e propiziarono l’arrivo di Gian Carlo Caselli.
Ora quella stagione che, fra alti e bassi, aveva garantito risultati eccezionali nella lotta a Cosa Nostra e ai suoi tentacoli politico-affaristico-istituzionali, si chiude violentemente con un colpo di mano che ha nel Csm l’esecutore materiale e negli alti vertici dello Stati e dei partiti i mandanti.
Un replay, ma in peggio, dell’operazione che nel 1988 portò l’anziano Antonino Meli e non l’esperto Giovanni Falcone al vertice dell’Ufficio Istruzione.
In peggio perchè, allora, prevalse nel Csm l’osservanza delle regole formali dell’anzianità .
Stavolta tutte le regole, fissate in precise circolari del Csm, sono state travolte per premiare il candidato più giovane, inesperto e totalmente sprovvisto dei titoli minimi richiesti per quell’incarico.
Lo Voi ha 9 anni in meno dei due concorrenti — i procuratori di Messina, Guido Lo Forte, e di Caltanissetta, Sergio Lari —, non ha mai diretto nè organizzato un ufficio giudiziario, non è mai stato nè capo nè aggiunto, ma solo sostituto (e per tre anni appena).
L’unico incarico di prestigio l’ha ottenuto per nomina politica: delegato italiano in Eurojust per grazia ricevuta dal governo B.
Il che, a prescindere dagli altri handicap, avrebbe dovuto escluderlo in partenza dalla corsa per la Procura che ha fatto condannare per mafia Marcello Dell’Utri e lo sta processando per la Trattativa.
Invece è stato questo uno dei pregi che gli sono valsi la vittoria.
Non è qui in discussione l’onestà personale nè la capacità professionale di Lo Voi, che ha fama di buon magistrato.
Ma la violazione sfacciata della legalità da parte di un Csm che, totalmente asservito ai diktat della politica, ha rinunciato per sempre al ruolo costituzionale di “autogoverno” dei magistrati e ora non tenta neppure di spiegare perchè non rispetta neppure le proprie regole.
L’ordine partito dai piani alti era ben noto agli addetti ai lavori fin da luglio, quando il Quirinale bloccò il Csm che stava per nominare Lo Forte (uscito primo in commissione Incarichi direttivi): normalizzare Palermo e commissariare la Procura che ha osato trascinare sul banco degli imputati boss, politici e alti ufficiali per la trattativa Stato-mafia, fino allo sfregio finale di disturbare il presidente Napolitano.
E l’ordine è stato puntualmente eseguito da tutti i membri laici, cioè politici, di centrodestra e centrosinistra: il Patto del Nazareno con l’aggiunta sorprendente del “grillino” Zaccaria (complimenti vivissimi) e quella scontata dei togati di Magistratura Indipendente (la corrente di Lo Voi) e dei vertici della Cassazione.
Cioè del presidente Giorgio Santacroce, già commensale di Previti; e del Pg Gianfranco Ciani, che due anni fa parlò con Piero Grasso di avocare l’indagine sulla Trattativa a gentile richiesta del Quirinale e dell’indagato Mancino.
Di fatto, Lo Voi è il primo procuratore di nomina politica della storia repubblicana, sulla scia di quel che accadde nel 2005 per la Procura nazionale antimafia, quando il governo B. varò tre leggi (poi dichiarate incostituzionali dalla Consulta) per eliminare Caselli e intronare il suo unico concorrente, Grasso.
Dopo due anni di condanne a morte targate Riina e Messina Denaro — con tanto di tritolo già pronto — contro il pm Nino Di Matteo, e di minacce di servizi vari (“deviati”, si dice) al Pg Roberto Scarpinato, totalmente ignorate dai vertici istituzionali, Palermo attendeva un segnale da Roma.
E quel segnale è arrivato: Lari, scortato col primo livello di protezione per le sue indagini su stragi e depistaggi, non può guidare la Procura di Palermo; e nemmeno Lo Forte, reo di aver processato Andreotti, Carnevale, Contrada, Dell’Utri & C.: rischiavano di sostenere il processo sulla trattativa e le indagini sui mandanti esterni delle stragi.
Lo Stato di Mafia Capitale non se lo può permettere.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
LA SCRITTRICE INDIANA ANITA NAIR: “GLI ASSASSINI COLPISCONO L’INNOCENZA DEL MONDO, MOSTRANDO DI NON CONOSCERE DAVVERO IL CORANO”
Me lo immagino. Perchè è questo che faccio io: immagino storie. Lo vedo nella mia mente.
Un giorno di scuola come gli altri. Quelli del primo banco che seguono attenti, quelli dei banchi in fondo che cercano annoiati di nascondere i loro sbadigli.
Il ragazzino di 12 anni nell’angolo sta giocando con una fascetta di gomma e una pallina di carta. Da un’altra parte, una ragazza di 15 anni sta disegnando cuori e freccette sulla pagina posteriore del suo taccuino.
È innamorata di un ragazzo della sua classe, con le spalle larghe e un sorriso sfacciato, e spera che anche lui provi gli stessi sentimenti.
Chissà , forse questa sera finalmente guarderà dalla sua parte.
Un insegnante mentre corregge i compiti sta pensando alla telefonata che deve fare alla sua vecchia madre.
Un’altra sta progettando una cena di compleanno per il marito con cui è sposata da sei mesi mentre mostra agli studenti la soluzione di un problema di matematica alla lavagna.
Tutto è calmo, tutto è tranquillo, tutto va bene, finchè non entrano gli uomini, sbucati quasi dal nulla, sembra. I loro visi sono scoperti, le loro voci sono inespressive. Spari, grida e sangue. Una strage.
Ma stanotte non ho bisogno di immaginarlo. È successo veramente.
In una scuola di Peshawar, in Pakistan, dove sono state massacrate a sangue freddo 145 persone, in maggioranza studenti fra i 12 e i 16 anni.
La vita non sarà mai più la stessa. Per i feriti e per le famiglie dei bambini e degli adulti morti. Per ognuno di noi.
A volte mi chiedo se la profezia del profeta Geremia («Una voce si ode da Rama, lamento e pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, rifiuta d’essere consolata, perchè non sono più», Geremia 31: 15) si riferisse soltanto a Erode e al suo ordine di uccidere tutti i bambini di Betlemme e dintorni.
L’aria si riempie di singhiozzi e lutto quando vengono strappate vite innocenti, e tutto in nome della fede.
Tristemente, gli artefici di questa raccapricciante guerra contro la vita sono in gran parte dell’Islam, e inducono il resto del mondo a interrogarsi su una religione che sembra propagare il terrorismo.
E inducono me a domandarmi se questi macellai abbiano anche solo mai letto il Corano.
Perchè il Corano dice in modo forte e chiaro che chiunque «ucciderà una persona senza che questa abbia ucciso un’altra o portato la corruzione sulla terra, è come se avesse ucciso l’umanità intera, e chiunque avrà vivificato una persona sarà come se avesse dato vita all’umanità intera» (sura V: 32).
Ditemi, Taliban, ditemi, tutti voi fondamentalisti islamici, in che modo, nel vostro distorto sistema di giustizia, potete accusare dei bambini di aver ucciso altre persone o portato corruzione sulla terra?
Quale sura del Corano autorizza ad ammazzare bambini?
Quale detto del profeta esorta a farlo?
Al contrario: Abu Bakr al-Siddiq, il primo califfo, dava queste istruzioni ai suoi eserciti: «Vi istruisco in dieci materie: non uccidete donne, bambini, vecchi o infermi; non tagliate alberi che producono frutti; non distruggete nessuna città …» (dal Libro del Jihad).
I bambini non sanno che cosa santifica o proibisce la religione.
I bambini non sanno che cos’è il governo, o che cosa sono i confini.
I bambini non progettano strategie di guerra o operazioni militari.
I bambini non sono responsabili di quello che fa una terra o gli adulti di quella terra.
I bambini sono la nostra speranza per il domani.
E allora come potete, voi che combattete guerre di religione, convivere con la consapevolezza di aver preso la vita a dei bambini?
Loro che sono il cuore del futuro, perchè devono pagare il prezzo del presente e del passato?
Dimenticatevi la Janna, nessuna delle otto porte del vostro paradiso, nemmeno la Baab al-Jihad, si aprirà per voi.
Perchè come si può condurre un jihad contro dei bambini? Perchè le vostre mani sono macchiate del sangue degli innocenti e la vostra anima è contaminata da un male che non potrà mai essere cancellato.
Immaginate l’insensatezza della vostra esistenza se il paradiso in cui credete non ha posto per voi.
Immaginate le lacrime di madri e padri dei feriti e dei morti.
Immaginate un mondo senza bambini… e sappiate che siete stati voi a crearlo.
Purtroppo noi non dobbiamo più immaginare nulla: l’umanità finisce così, nella tragica realtà di una scuola pachistana.
Anita Nair
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
NEL PAESE IN CUI SI SONO PERDUTI I SILLABARI RIEMERGE LA FIGURA DEL MAESTRO
Basta la consumata tecnica dell’evento annunciato che accompagna ogni apparizione televisiva di
Roberto Benigni per spiegare il boom di ascolti delle due serate dedicate ai Dieci comandamenti? Certo che no.
Non solo la sua metamorfosi — l’irresistibile, incontenibile comico di una volta non esiste più — non ha intaccato il successo, ma anzi questo successo immutabile si spiega anche con il cambio di identità .
Benigni è stato il giullare di un’Italia che aveva più voglia di ridere, e soprattutto di trasgredire. Ora è diventato un’altra cosa. O meglio, ha tirato fuori dalla soffitta della memoria collettiva qualcosa che credevamo non esistesse più: il maestro.
Non il guru, l’esperto, il giudice, il professorone o il causidico: di quelli sono pieni i talk show (di cui è piena la Tv).
Chi invece è in via di estinzione è il maestro elementare del libro Cuore, quello che insegnava le cose fondamentali della vita con il sillabario e il sussidiario, il primo formatore di un bimbo spesso destinato a essere anche l’ultimo.
La Rai Tv ne ha avuto uno appena nata, l’indimenticabile maestro Manzi di Non è mai troppo tardi, poi più niente. Fino a Benigni. Che a un certo punto della sua carriera ha smesso di prendere in braccio Berlinguer e di stoccacciare la calzamaglia della Carrà per prendere in mano i fondamentali dei vecchi maestri.
La Divina Commedia, la Costituzione, adesso addirittura l’Esodo.
Ha fatto davvero come si faceva una volta: si è preparato, ha studiato e poi ha spiegato i comandamenti uno per uno, con dovizia di dettagli storici, per raccontare quale rivoluzione fossero stati nel mondo di tremila anni fa.
Tutto con il linguaggio semplice, colloquiale e affettuoso del maestro elementare.
È stato un successo sia perchè la metamorfosi è riuscita (sia detto da uno che preferiva di gran lunga il primo Benigni , briccone divino), sia perchè in quest’Italia superalfabetizzata, superdigitalizzata e superomologata abbondano diplomi e master, ma si sono perduti i sillabari, e soprattutto chi è in grado di spiegarceli.
Non per nulla, secondo un sondaggio di Demopolis appena commissionato dal Corriere della Sera, solo tre italiani su dieci affermano di ricordare tutte le regole delle Tavole della Legge.
Così, voltando le spalle all’attualità , Benigni — che aveva già interpretato un maestro elementare in un profetico film di Marco Ferreri, Chiedo Asilo del 1979 — si è ritrovato a essere forse più necessario di prima.
La vera svolta è poi iniziata con l’Oscar ottenuto con La vita è bella, il film in cui Benigni si scopriva papà e al tempo stesso maestro per tremende cause di forza maggiore; da quel momento ha iniziato a fare lo stesso con il grande pubblico televisivo, incontrandosi a metà strada con il servizio pubblico.
È interessante notare come negli anni Zero i due più maggiori talenti comici abbiano separato le loro strade prendendo direzioni opposte.
Beppe Grillo è sceso nella trincea della militanza politica, Benigni è risalito fino all’Empireo dei valori, dove morale laica e religiosa si incontrano.
Uno si consulta con Casaleggio, l’altro con Sant’Agostino.
Cattivismo e buonismo a confronto, entrambi portatori di curiosi effetti collaterali.
Beppe restituisce ai cittadini l’incazzatura della giovinezza, Roberto fa tornare tutti bambini, quando prima di andare a nanna non c’è niente di meglio dell’avere imparato qualcosa davanti alla Tv; la voglia di ridere, e di irridere, arriverà più tardi, dopo avere vinto la paura del buio. Forse è questo il piccolo, grande segreto dell’ex piccolo diavolo Roberto Benigni.
Nanni Delbecchi
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Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
TRA SPRECHI, SOLDI BUTTATI ED ENTI AD HOC
Non aveva neanche fatto in tempo a parlare che la sua città , Torino, è stata tenuta fuori dalla rosa iniziale di sedi in cui si potrebbero disputare le gare delle Olimpiadi di Roma 2024.
“Ho parlato con il premier Renzi e con il presidente del Coni Malagò — spiegava lunedì il sindaco Piero Fassino —: se sarà prevista l’allocazione di gare in altre città , Torino, per la sua esperienza nei Giochi del 2006 e per l’infrastrutturazione di cui dispone, sarà sicuramente presa in considerazione”.
A otto anni di distanza il capoluogo piemontese — rinnovato e rinato da quell’esperienza — si trova però a dover ancora gestire il complesso di società e strutture rimaste e qualsiasi occasione è buona per sfruttarle: l’anno scorso ci sono stati i “World Master Games”, competizioni internazionali per dilettanti attempati, e il prossimo anno sarà la volta delle iniziative di “Torino Capitale europea dello Sport”.
Fatta eccezione di alcuni degli impianti costati centinaia di milioni di euro, una parte di questi resta inutilizzati, come la pista da bob a Cesana: costata più di 61 milioni di euro, è stata a lungo un problema per via delle 48 tonnellate di ammoniaca necessaria al raffreddamento e per i suoi costi di gestione, motivo per il quale il Comune di Cesana ha deciso che non la riaprirà .
Che dire poi delle quattro palazzine del villaggio olimpico vicino al Lingotto?
Lasciate per anni in abbandono, oggetto di atti vandalici, ora sono occupate da profughi profughi provenienti dall’Africa. Non è tutto.
I giochi sono stati un’occasione per creare enti costosi.
Un esempio? L’agenzia “Torino 2006”, la stazione appaltante ancora oggi in attività .
Alla fine dell’estate scorsa la Guardia di finanza ha consegnato alla procura della Corte dei conti la relazione conclusiva di un’indagine sulla gestione liquidatoria.
Alcune delibere della sezione di controllo, che valuta i bilanci di enti pubblici, sottolineavano come questa gestione — fatta per liquidare gli ultimi importi e chiudere, ma di fatto continuata in proroga — costasse ancora molto: dal 2008 e per quattro anni l’agenzia ha avuto spese stabili per circa 1,6 milioni all’anno, “costi sproporzionati rispetto alla ridotta attività svolta”.
Si tratta di spese per la gestione interna (sedi, telefonia, abbonamenti a giornali, taxi e altro), ma anche per i compensi del personale e per le tante consulenze esterne.
Si prevedeva che l’attività dell’agenzia “Torino 2006” terminasse quest’anno, ma andrà avanti almeno fino al 2016 per via di alcuni contenziosi legali, a ben dieci anni dalla fine.
C’è poi la Fondazione 20 marzo 2006, costituita dagli enti locali e dal Coni per controllare l’eredità dai Giochi invernali, ma con un bilancio “pesantemente negativo”, stando a quanto detto dall’assessore all’urbanistica Stefano Lorusso al Consiglio comunale del 10 dicembre.
La gestione dei luoghi — tra cui la pista da bob e le palazzine del villaggio olimpico — è affidata alla società Parcolimpico, creata dalla fondazione insieme a Live Nation e a Set Up di Giulio Muttoni, ex dirigente dell’Arci torinese, organizzatore di eventi, ma anche grande amico del senatore Pd Stefano Esposito e dell’ex assessore comunale allo Sport della giunta Chiamparino, Elda Tessore.
Sulla gestione di quella gara e sullo stato di abbandono dei dodici impianti la procura di Torino avviò un’indagine .
L’indagine del pm Cesare Parodi fu archiviata, ma dagli atti emerse il sistema di potere e amicizie che si è spartito la torta del post-olimpiadi.
Andrea Giambartolomei
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
MA A BOLOGNA NESSUNO VUOLE SENTIRE PARLARE DI SCISSIONE
Sotto l’insegna molto anni settanta, bianca con la scritta nera, della «Sala Passe Partout», uno
dei circoli Pd storici di Bologna, è affisso un manifesto elettorale di Stefano Bonaccini, e lo slogan era «Lavoro per l’Emilia Romagna».
Ma proprio la riforma renziana del lavoro, e ovviamente le inchieste, hanno prodotto un senso di smarrimento e disaffezione, nel Pd emiliano.
Dice il giovane segretario del PassePartout, Marco Lubelli, che «il circolo è diviso a metà , su Renzi. C’è una parte renziana che sta col segretario in maniera quasi acritica, e dall’altra c’è una forte insoddisfazione, crescente, dei nostri iscritti su due temi, soprattutto. Uno è il lavoro, non piace affatto qui la rottura col sindacato, quei toni, il sindacato è parte di noi, anche per i giovanissimi, a Bologna. E due, la mancanza di dialettica interna, per cui le decisioni vengono solo comunicate dall’alto».
Lunedì 8 nel circolo c’è stata una serata di «elettori delusi», che non vogliono più votare Pd.
Bene: la sala era piena.
Stefano Bonaccini sostiene che «a pesare di gran lunga di più sono state le inchieste, si è votato mentre 41 consiglieri su 50 ricevevano l’avviso di fine delle indagini, era difficile andare nei mercati, c’era spaesamento.
Ma l’astensione ha colpito tutti allo stesso modo. Poi certo, c’è anche un elemento – ma io non lo vedo maggioritario – di critica al governo, a Renzi.
Basti pensare che il capo della Fiom Bruno Papignani, il venerdì prima del voto, disse “facciamo un regalo a Renzi, non votate Bonaccini”»..
Il governatore, in effetti, non pare essere il problema della leggendaria Base. Molto di più, appunto, toni e scelte del leader Renzi.
Al Passe-Partout si è passati da 163 iscritti di qualche anno fa ai cento di oggi. Domanda Lele Roveri, per dieci anni capo delle Feste dell’Unità , «che prendo a fare la tessera se non conta più nulla, e tutto viene o dall’alto, o dagli elettori?».
Attenzione: questa insoddisfazione non è assolutamente un proposito di scissione, in un’intera giornata viaggiando nei circoli non l’abbiamo mai sentita neanche nominare. «I bolognesi piuttosto si tagliano la mano, ma non votano per qualcun altro, al massimo non votano e basta»
Fuori, invece, tra gli elettori meno politicizzati, quello che ha pesato è stato lo scioglimento della giunta per la condanna di Errani. Le inchieste in Regione.
La bassissima affluenza alle elezioni regionali, 51 mila elettori alle primarie (a quelle Renzi-Bersani erano stati 406 mila!), su 4 milioni e 500 mila abitanti, è la fotografia attuale. E pensare che da segretario, a maggio, proprio Bonaccini aveva portato il partito a vincere nell’85 per cento dei 250 comuni al voto.
Poi c’è stata l’inchiesta; e c’è stato il Renzi furioso col sindacato.
L’insoddisfazione, di iscritti e elettori, non è una prospettiva politica, questo bisogna scriverlo chiaro.
Dice Elly Schlein, europarlamentare bolognese civatiana, che «quando Renzi al Paladozza disse la frase “non avete scioperato contro la Fornero, ma contro di me sì”, è vero, come ricorda lui, che ci fu un boato di una parte del Palasport. Ma l’altra parte era attonita»
Per il capo del Pd bolognese Raffaele Donini solo il 15% è su posizioni critiche, mentre il 50 è ancora con Renzi. Nondimeno, alla Festa al Parco Nord prima delle primarie 2013 Renzi fece il pieno di gente, 6500 persone, adesso, in campagna per le regionali ha riempito solo a metà il Paladozza (2300 persone).
Civati, sabato, ha portato per un giorno in un teatro 650 persone, con gente fuori: non pochi, segno che un problema c’è. Vi si sta ponendo rimedio, o almeno in parte? Racconta Silvia Prodi, la nipote del Professore, eletta in Regione, che «dopo il voto qualcosa si è riacceso, a Reggio almeno ci sono tante analisi delle elezioni, e le cose che vengono fuori sono soprattutto due: qui in Emilia nessuno è antisindacale, Renzi rifletta. E non è piaciuto affatto quando lui ha minimizzato sull’astensione altissima». Alcuni militanti dopo quella tesi renziana hanno stracciato pubblicamente la tessera. Altri, come Cecilia Alessandrini, sono usciti dal Pd in direzione Tsipras già alle ultime politiche.
Lo scotto Renzi lo paga, paradossalmente, proprio tra i più giovani. Qui gioventù e sindacato non fanno per niente a cazzotti. Anzi.
Sarà per questo che Bonaccini – che pure tiene molto a chiarire: «collaboreremo al massimo con Renzi perchè è l’unica chance che il Paese ha di modernizzarsi» – annunci anche: «Il primo atto che farò da presidente è chiamare le parti sociali, le Università , i sindaci, per firmare insieme un Patto sul lavoro».
La via emiliana al renzismo sa che, almeno qui, non si va da nessuna parte scontrandosi con l’insolita intesa tra giovani e sindacato.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa“)
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