Destra di Popolo.net

FINANZIAMENTO PUBBLICO AI PARTITI, I POLITICI LO RIVOGLIONO

Dicembre 21st, 2014 Riccardo Fucile

DOPO CHE LETTA LO HA RIDOTTO PROGRESSIVAMENTE FINO AD ARRIVARE A ZERO NEL 2017, I PARLAMENTARI SI DICONO PREOCCUPATI

Da destra a sinistra i partiti vogliono tornare a bussare alle casse dello Stato.
Troppo drastico il taglio progressivo dei finanziamenti pubblici che ha avuto il via libera da poco meno di un anno.
Un provvedimento, approvato lo scorso 20 febbraio, che al momento ha avuto come estrema conseguenza quella di sconvolgere le segreterie dei partiti, di mettere alla porta i dipendenti di Forza Italia e Lega.
Senza dimenticare anche la partecipazione di Salvatore Buzzi, re delle coop rosse indagato nell’ambito dell’inchiesta di Mafia Capitale, che aveva partecipato all’iniziativa di fundraising del Partito democratico di Matteo Renzi.
A ciò si aggiunge il flop clamoroso del fallimento della raccolta del due per mille nel 2013: 200 mila euro per il Pd, e circa 20mila euro per Forza Italia.
Cifre che portano alcuni esponenti politici, come l’attuale tesoriera di Forza Italia Maria Rosaria Rossi, a suggerire la reintroduzione di una qualche forma di finanziamento.
Ma come? La legge non è entrata a pieno regime — lo sarà  dal 2017 — e già  il Parlamento pensa a come aggirarla? Ovvio.
Il fronte bipartisan non teme la sommossa popolare. Semmai studia la prossima mossa.
Qualche giorno fa la Rossi spiegava alla Stampa: “Lancio un appello al Presidente Berlusconi affinchè Forza Italia, senza nascondersi dietro sterili demagogie, si faccia promotrice di un confronto serio con le altre forze politiche in modo da arrivare a iniziative legislative condivise per la reintroduzione di una qualche forma di finanziamento pubblico”.
L’appello viene immediatamente raccolto dall’emiciclo di Montecitorio e Palazzo Madama. E nei backstage del Palazzo si inizia a pensare a una soluzione che possa limitare il danno emerso in queste settimane.
Due ex tesorieri, come Ignazio Abrignani (Forza Italia) e Ugo Sposetti (Pd), alzano il tiro ed evocano un emendamento ad hoc in uno dei prossimi provvedimenti. Non è dato sapere quale.
Intanto, in Transatlantico, alla sola dichiarazione di una possibile reintroduzione dei finanziamenti dello Stato ai partiti, le voci si moltiplicano.
Maurizio Bianconi, ex tesoriere del Pdl, oggi in aperto dissenso con i vertici di Piazza San Lorenzo in Lucina, fu tra i primi a sollevare la questione prefigurando l’attuale scenario: “Quando lo dicevo e lo ripetevo, ero solo. Adesso se ne sono accorti tutti. In Italia è così, si va avanti per mode. Ad ogni modo l’esperienza ci insegna che i partiti non dovrebbero ricevere soldi dai privati. L’attuale sistema di finanziamento ha un solo obiettivo: quello di far morire i partiti. Ma lo vedete che Salvini per prendere consensi deve scrivere sul cartello ‘Noi per Salvini’? ”.
Dello stesso avviso è anche il bersaniano Alfredo D’Attorre (Pd): “Penso che la legge sia stata un errore di Letta e Renzi. In tutte le democrazie europee c’è una forma di finanziamento pubblico ai partiti. Semmai il problema era quello di introdurre controlli più stringenti e severi, non di arrivare all’abolizione totale. Anche il M5s dovrebbe rendersi conto che per contrastare la corruzione e limitare il condizionamento dei Buzzi di turno — o anche il potere di quelli che possono spendere mille euro per una cena — un finanziamento trasparente e regolato è molto meglio di uno scimmiottamento del sistema americano, in una situazione in cui non abbiamo una chiara legge contro le lobby”.
Il montiano Andrea Vecchio si aggiunge al coro: “Io credo che si debba reintrodurre una forma di finanziamento in modo da liberare la politica dal ricatto. Ma il finanziamento pubblico dovrà  essere controllato dall’opinione pubblica. E controllato da una serie seria diattività  di controllo”.
Giochi di parole a parte, il deputato Vecchio ritiene che non si debba lasciare “la gestione dei fondi al solito tesoriere di partito che fa gli affari propri e anche di qualche parlamentare a lui vicino gestendo i fondi in maniera nepotistica”.
Insomma, la tentazione c’è. Eccome.
E arriva a toccare le corde persino della presidente della Camera Laura Boldrini. Anche se il fronte bipartisan, che vuole ridare i soldi ai partitie non intende arrendersi, dovrà  vedersela con il premier Matteo Renzi.
Che non si stanca di ripetere: “Questo governo ha abolito il finanziamento pubblico”. Un risultato di cui difficilmente si priverà .
“Il finanziamento pubblico può essere giusto. Ma prima che si torni al vecchio sistema di finanziamento pubblico — spiega il renziano Walter Verini ailfattoquotidiano.it — i partiti dovranno ritrovare credibilità  nell’opinione pubblica. Quando avranno recuperato piena credibilità  saranno gli stessi cittadini che diranno: è giusto ridarvi il finanziamento pubblico”.
Una partita che, quindi, sembra ancora aperta.

Giuseppe Alberto Falci
(da “il Fatto Quotidiano“)

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L’ASILO MATTEUCCIO E TUTTI STANNO ZITTI: UN COMIZIO DI REGIME SU RAIUNO

Dicembre 21st, 2014 Riccardo Fucile

MINZOLINI: “IMMAGINATE SE SUCCEDEVA A BERLUSCONI?”… ABBIAMO RAGGIUNTO LE FOGNE DEL REGIME… E STASERA ALTRA MARCHETTA DA FAZIO

La notte, cantano i Modà  pochi minuti prima che Matteo Renzi entri nello studio Rai di Un mondo da amare, “mi copre dagli insulti e dalle malelingue che cercan solo di ferirmi e screditarmi”.
Ma al presidente del Consiglio non serve nemmeno rifugiarsi nelle tenebre.
Sui venti minuti di performance da Istituto Luce, non c’è praticamente nessuno che alzi un dito. “Ma vi immaginate se l’avesse fatto Berlusconi? ”, si domanda Augusto Minzolini, l’ex direttore del Tg1 oggi senatore di Forza Italia.
Lui venerdì sera la trasmissione condotta da Antonella Clerici e Bruno Vespa non l’ha vista, era impegnato a palazzo Madama con il voto notturno sulla legge di Stabilità .
Eppure si stupisce dell’ “incredibile” silenzio sotto cui è passata la comparsata tv del premier.
E nemmeno sa che stasera, Renzi, gioca di nuovo in casa Rai: da Fabio Fazio, “traccia un bilancio dei suoi primi dieci mesi di governo e del semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea”, recita il comunicato di Che tempo che fa.
“È sconcertante – sbotta il deputato Sel, membro della Vigilanza Rai Nicola Fratoianni – Non basta la già  clamorosa occupazione del servizio pubblico da parte del premier e della sua maggioranza, adesso si diletta anche in show di altra natura”.
Roba “d’altri tempi” la bolla il M5S Roberto Fico, che della commissione di Vigilanza è presidente: “Un presidente del Consiglio in prima serata con i bambini: è un punto basso per il servizio pubblico”.
La coincidenza temporale con il voto notturno della legge di Stabilità  al Senato ci mette il resto: “Mentre il Parlamento è costretto a votare al buio una legge scritta con i piedi – insiste Fico – lui va in tv a farsi domandare ‘Che significa gabinetto? ‘.
È in difficoltà : risponde ai bambini perchè non può rispondere al Paese”.
Effettivamente, lo straniamento tra il palazzo in delirio e lo studio in brodo di giuggiole, è difficile da non notare.
I quattro milioni e 72 mila spettatori probabilmente non se ne sono accorti: “Le cose con Renzi, come sempre, sono molto informali” dice Bruno Vespa, che nel programma di venerdì era incaricato di tenere in piedi la parte “info” della serata.
Il resto era affidato ad Antonella Clerici, “la persona in assoluto più in grado di interpretare il sentimento popolare”. Parola di Giancarlo Leone, direttore di RaiUno.
Secondo lui, parlare di “vetrina” per Renzi è “esagerato”.
Quella di venerdì era la seconda puntata delle tre in programma per promuovere Expo (che pare stenti a decollare). La prima fu un anno fa con Andrea Bocelli, la prossima sarà  ad aprile in occasione dell’apertura della kermesse a Milano.
L’invito a Renzi per la serata era partito da tempo. Il premier aveva dato l’ok ma si era tenuto le mani libere fino al rientro da Bruxelles, dove era in corso il Consiglio europeo.
Venerdì pomeriggio ha sbloccato l’agenda: ci sarò, ha comunicato in Rai.
Ma siccome l’argomento dell’esposizione internazionale non ha tutto questo appeal, servivano gli “ingredienti giusti”, spiega ancora il direttore Leone, per “renderlo uno spettacolo”.
“In prima serata su RaiUno non possiamo che trattare un tema del genere in modo popolare. Abbiamo scelto il linguaggio della Clerici, i bambini: e i risultati ci dicono che ha funzionato”. Quasi il 20 per cento di share.
Oggi nell’aula del Senato si esibirà  per il concerto di Natale Il Volo, gruppo di tre giovanissimi tenori scoperto dal talent della Clerici.
Andrà  in onda su RaiUno, in diretta da palazzo Madama.
E il cerchio si chiude.

Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano”)

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I POVERI BIMBI DELLA FICTION AD PERSONAM: IL CINEGIORNALE LUCE DI RENZI

Dicembre 21st, 2014 Riccardo Fucile

VIDEO DI STATO PER “UN PREMIER DA AMARE”

L’unica nota lieta, dello straziante (sin dal titolo) Un mondo da amare, è stata la decisione di Matteo Renzi di andare sì da Antonella Clerici ma non a La prova del cuoco: sarebbe stato difficile, in quel caso, scorgere differenze percettibili tra lui e una melanzana.
Vuoi per le sempre più generose forme, vuoi per i sempre meno generosi contenuti.
Il Presidente del Consiglio, in costante decrescita (non solo) nei sondaggi, aveva bisogno di un altro bagno nel nazionalpopolare e ha trovato consono il vestitino cucitogli addosso su misura da RaiUno, con uno speciale in prima serata che è parso per metà  uno spin-off di Ti lascio una canzone e per l’altra una variante 2.0 dell’Istituto Luce di fascistissima memoria.
Lo spettacolo è stato vieppiù raggelante e l’unica voce vagamente contraria all’Expo, argomento teorico dell’adunanza, è stata quella di Ornella Vanoni.
Per il resto canzoni deboli dei Modà  (“Per avervi ho dovuto fare i patti col diavolo”, ha detto la Clerici: bei tempi quando ci si accordava col Demonio per avere l’anima di Robert Johnson).
Lezioni noiosissime di Roberto Vecchioni. Frasi fatte, tacco 12 di Cristina Parodi (di gran lunga la cosa migliore del programma), nenie natalizie e uno share del 19.55%: 4 milioni e 72mila persone, tante ma comunque meno della seconda puntata di Senza identità  su Canale 5.
Nel mezzo, come un apostrofo rosa tra le parole “che” e “pena”, poco dopo le ventidue, lo spottone elettorale per Renzi.
Teoricamente intervistato dai bambini. Per il Presidente del Consiglio non è una novità : era già  stato accolto da cori di “balilla” (incolpevoli) in Sicilia, non meno della statista Boschi che aveva ricevuto analogo trattamento dagli scolari della natìa Laterina.
E non è nuova neanche l’idea di farsi intervistare dai bimbi.
Era già  accaduto con Papa Giovanni Paolo II, che aveva ricevuto domande sincere.     “Usare” i bambini è pericolosissimo ed è accettabile unicamente se li si lascia liberi di essere se stessi: infantili, innocenti, buffi . Naturali.
Due sere fa, però, davanti a Renzi c’erano bambini imbeccati dagli autori, che li avevano “dotati” di quesiti tristemente preparati.
Vespa fingeva domande cattive (“Gli italiani quando potranno comprare una pizza in più?”).
La Clerici ridacchiava alle pseudo-battute di Renzi. E lui, il Premier, esibiva tronfiamente la sua simpatia presunta e il suo ottimismo stantio.
“Mettiamo da parte il pessimismo”. “L’Expo è un’occasione per voler bene all’Italia”. “No ai furbetti” (apprezzabile autocritica). Fino all’apice assoluto della sua visione politica: “È come se l’Italia non sapesse farsi i selfie”.
Un mix tra uno slogan di Tonino Guerra, un brano minore di Jovanotti e un brano qualsiasi dei Righeira.
Un pensiero così elaborato che, dopo averlo pronunciato, Renzi si sarà  verosimilmente dovuto riposare, giusto per controbilanciare l’immane sforzo neuronale.
Nel frattempo i poveri bambini mettevano sempre più tenerezza (“Perchè le riunioni di governo si chiamano di gabinetto?”), la regia mandava La traviata e la Clerici poneva domande irrinunciabili a Vespa: “Cosa ti faceva mangiare donna Ida?”.
Se Berlusconi avesse fatto anche solo un decimo di quanto hanno avuto il coraggio di imbastire Rai e Renzi, la “sinistra” avrebbe marciato su Roma.
Significativa, in ogni caso, la performance (registrata) di Bocelli alle ore ventitrè: “Nessun dorma”. Un’esortazione, più che un’esibizione.
Purtroppo per lui, e per Renzi, dormivano però già  tutti da un bel pezzo.

Andrea Scanzi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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BANCAROTTA SOSPETTA, I PM INTERROGANO PAPÀ RENZI

Dicembre 21st, 2014 Riccardo Fucile

I MAGISTRATI HANNO SENTITO L’IMPRENDITORE INDAGATO A GENOVA… LA SOCIETA’ DI FAMIGLIA, LA STRANA CESSIONE DEL RAMO SANO DELL’AZIENDA, GIRATA ALLA MOGLIE

Follow the money. Seguono i soldi gli inquirenti genovesi Marco Airoldi e Nicola Piacente che hanno indagato Tiziano Renzi per bancarotta fraudolenta.
Il padre del premier nei giorni scorsi è stato sentito dai magistrati e l’interrogatorio si è concentrato proprio sulle movimentazioni della Chil Post, mentre la Guardia di Finanza ha acquisito la documentazione bancaria della società , in particolare quella relativa ai prestiti ricevuti, alcuni dei quali senza garanzie come il mutuo, stipulato poco prima del fallimento, con il Credito cooperativo di Pontassieve guidato da Matteo Spanò, da sempre fedelissimo uomo di Matteo Renzi.
Il premier dal 1999 al 2004 era tra i soci, con il padre e le sorelle Matilde e Benedetta della Chil Post, per poi lasciare la proprietà  e venire assunto come dirigente poche settimane prima di essere candidato alla presidenza della Provincia di Firenze.
Secondo l’accusa Tiziano Renzi prima di dichiarare il fallimento della sua società  con debiti per un milione 300 mila euro, nel novembre 2013, l’avrebbe spogliata del ramo sano cedendo i beni disponibili alla Eventi6, azienda di proprietà  della moglie, Laura Bovoli.
Si sarebbe dunque attuato il classico schema di tante bancarotte fraudolente: un debitore che, attraverso vendite più o meno fasulle, sfugge ai propri creditori nascondendo i beni.
A insospettire i magistrati è stato il prezzo di cessione da marito a moglie: appena 3878,67 euro.
Il contratto viene firmato l’8 ottobre 2010. Tiziano Renzi cede alla consorte auto, furgoni, muletti, capannoni e altri beni per 173.000 euro complessivi e uno stato patrimoniale con 218.786 euro in attivo e 214.907 in passivo: la differenza è la cifra che viene corrisposta per la cessione.
Dopo appena sei giorni, il 14 ottobre 2010, Tiziano Renzi torna dal notaio e trasferisce la sede della Chil Post Srl a Genova, si dimette da presidente e nomina suo sostituto Antonello Gabelli di Alessandria.
Tre settimane dopo, il 3 novembre, cede l’intera proprietà  della società  a Gian Franco Massone, prestanome per il figlio Mariano.
Ma l’azienda è ormai priva di beni ed è gravata da un passivo di un milione e 150.000 euro, compresi 496.000 euro di esposizione con la banca Credito cooperativo di Pontassieve guidata da Spanò.
Sia l’esposizione con la banca sia i debiti verso i fornitori non vengono ripianati e Massone dichiara il fallimento della Chil Post nel 2013.
Il tribunale fallimentare, esaminando gli atti, trova inusuale la cessione alla Eventi6, in particolare il fatto che nella società  della moglie di Tiziano Renzi confluiscano solo le passività  necessarie a pareggiare nello stato patrimoniale le voci in attivo, come un debito con la Cassa di risparmio di Firenze per complessivi 185.000 euro.
Il dubbio è che, per trasferire i contratti in essere per la distribuzione dei giornali—tra cui Il Messaggero e quelli del gruppo l’Espresso — e i vari beni, come le auto e i capannoni, Tiziano Renzi abbia spostato solo i debiti necessari a far figurare il pareggio, lasciando nelle mani di Massone il grosso del debito.
Al momento, insieme a Tiziano Renzi, il fascicolo coinvolge gli amministratori Gabelli e Massone, nessuno della Eventi6.
L’inchiesta si è estesa a molte delle società  nate nella casa di Rignano sull’Arno, compresa quella della madre, che ha ricevuto anche il Tfr del figlio Matteo, messo così in salvo dai debitori.
E versato dalle casse pubbliche: la Provincia prima e il Comune poi.
Nel corso dell’interrogatorio, Tiziano Renzi ha più volte ribadito l’assoluta estraneità  del figlio alle vicende della società  e avrebbe ricostruito i singoli trasferimenti dalla Chil alla Eventi 6 spiegando che molti beni trasferiti erano ancora gravati da ratei da pagare al momento della cessione.
Contattato telefonicamente Tiziano Renzi non ha voluto commentare, così come si è sottratto a rilasciare dichiarazioni il suo avvocato, Federico Bagattini.
L’inchiesta prosegue intanto anche sulle altre aziende di casa Renzi, in particolar modo sulla Eventi6 di Laura Bovoli che al momento non risulta indagata.

Ferruccio Sansa e Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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QUIRINALE, PRIMO GIRO DI VETI INCROCIATI PER IL SUCCESSORE DI NAPOLITANO

Dicembre 21st, 2014 Riccardo Fucile

SARA’ IL PD A SOTTOPORRE IL PROFILO DEL CANDIDATO…VENDOLA PROPONE PRODI PER FAR SALTARE IL NAZARENO… GRILLO VUOLE UN NON POLITICO, NCD UN CATTOLICO

Ognuno ha le sue preferenze. Ma messe insieme, le preferenze di tutti, rendono praticamente impossibile la ricerca di un candidato per la successione di Giorgio Napolitano che accontenti tutte le forze politiche.
In altre parole, qualcuno dovrà  fare un passo indietro.
Finora sul campo ci sono solo due certezze.
La prima l’ha fornita il diretto interessato, Giorgio Napolitano, annunciando pochi giorni fa che il suo addio al Quirinale è “imminente”.
La seconda l’ha comunicata oggi il presidente del Consiglio Matteo Renzi, in una conversazione con il Foglio, con cui ha fatto capire ad alleati e oppositori che la prima mossa sarà  saldamente in mano al Partito democratico.
“Il giorno dopo le dimissioni il Pd convocherà  i gruppi parlamentari, la direzione, i delegati regionali e apriremo un’assemblea permanente. Nessuno potrà  dire ‘non ho avuto un luogo dove discutere'”, ha detto Renzi.
“Una volta elaborato un profilo – ha spiegato – lo proporremo ai nostri alleati, poi a tutti gli altri partiti: dal M5S a Sel passando ovviamente anche per la Lega. Per trovare il candidato giusto non penso sia uno scandalo aspettare qualche votazione”.
Le posizioni tra le forze politiche restano distanti.
L’ultimo ad esprimersi sul tema è stato oggi Nichi Vendola: “Se il Pd vuole, dopo quattro votazioni possiamo eleggere Romano Prodi al Quirinale”, ha detto il presidente della Regione Puglia, cercando di ributtare nella mischia un nome che – malgrado i tatticismi di questa settimana – appare per il momento fuori dai giochi.
Candidatura, quella dell’ex presidente del Consiglio, invece sonoramente respinta al mittente dal Carroccio che ha chiuso la porta a due dei nomi più autorevoli tra quelli finiti nel toto-Quirinale. “Basta che non arrivino rottami come Prodi o Amato”, ha tagliato corto Matteo Salvini.
E proprio Giuliano Amato sarebbe un nome non sgradito all’altro frontman dell’opposizione, Silvio Berlusconi, che invece è pronto alle barricate pur di non dare il via libera al fondatore dell’Ulivo.
Berlusconi vuole un moderato, il che taglierebbe fuori dai giochi tutta la pattuglia di ex Ds, da Walter Veltroni a Pierluigi Bersani fino a Pero Fassino e Anna Finocchiaro. Ma anche le carte dell’ex premier, come quelle del presidente del Consiglio, restano copertissime.
L’unico nome uscito anzitempo da una possibile rosa è quello dell’ex ministro Paola Severino, messa fuori gioco dal fedelissimo di Berlusconi, Giovanni Toti: “Ritengo che la Severino abbia fatto parte di un governo che abbia fatto danni a questo paese, non mi pare possa esser una candidata”.
Porta socchiusa invece per PIerferdinando Casini : “Un centrista che viene dalla nostra area”.
E proprio per un cattolico spinge anche il leader di Ncd e piccolo azionista del governo, Angelino Alfano, che domenica scorsa – ospite di “In mezz’ora”, si è limitato ad invocare la ricerca di una figura “autorevole” possibilmente non espressione del Pd. Nomi che risulterebbero sgraditi in arrivo dal centrosinistra, in questo senso, potrebbero essere quelli di Pierluigi Castagnetti e Sergio Matterella.
Ma a completare il complicato puzzle delle preferenze, si aggiunge il Movimento 5 Stelle che invece, come accaduto nella primavera 2013, aprirà  ancora ai propri sostenitori la scelta del proprio candidato: “Ci serve un Presidente che non parli di indulto ma incalzi il Parlamento e il governo a fare subito una seria legge anticorruzione. Più che un nome, un profilo alla Pertini”, ha spiegato alla Stampa il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio.
Ma di nomi, ovviamente, ancora non se ne parla: “Per ora – ha detto Di Maio – crediamo che solo con le Quirinarie, che prevedono il coinvolgimento diretto dei cittadini, si possa raggiungere un profilo simile”.
Stessa idea del leader 5 stelle Beppe Grillo che dopo aver escluso un sostegno a Prodi ha auspicato la scelta di un “non politico”: “Vorremmo trovare – ha detto incontrando la stampa estera – una persona al di fuori della politica e dei partiti”.

(da “Huffingtonpost”)

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