Dicembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
MA SI POTREBBE ANCHE INIZIARE ELIMINANDO I COSTI DEI LADRONI PADAGNI CHE VIVONO A SPESE DELL’ITALIA DA DECENNI
“Pensavo di averle sentite tutte: ma imbattermi in un consigliere comunale che propone, per risparmiare, di sopprimere i cani nei canili, mi ha scioccato”. È lo sfogo via facebook del sindaco di Berra, Eric Zaghini, dopo il singolare dibattito avvenuto in consiglio comunale.
Mentre l’assessore Egle Cenacchi stava illustrando una variazione di bilancio di 5mila euro per finanziare l’assistenza zooiatrica ai cani (Berra ha una convenzione con il comune di Migliaro e dal prossimo anno con la Lega del Cane di Ferrara) e ai gatti delle colonie feline, è intervenuto il consigliere leghista Stefano Bigoni con una proposta ‘definitiva’.
Quelle spese (in tutto il capitolo animali prevede la cifra di 30mila euro) sono eccessive e una soluzione potrebbe essere quella che si adottava diversi anni fa: l’animale abbandonato o il randagio veniva tenuto in custodia per qualche mese e, in assenza di richieste di recupero o adozione, veniva soppresso.
All’ipotesi shock si è opposto il sindaco, che ha ricordato tra l’altro come l’uccisione di animali sia una fattispecie penale punita dall’ordinamento.
Uscita dal consiglio comunale, la notizia è rimbalzata su facebook, con un coro di critiche e di insulti contro il consigliere del Carroccio.
Chiamato in causa da più parti, Bigoni si è giustificato. A dire il vero in maniera non troppo convincente: “Non ho detto che voglio la soppressione dei cani a prescindere, ma secondo tempi e modalità di età , malattie ecc… semplicemente perche non possiamo più permettercelo e 30.000 euro sono insostenibili”
Bigoni interviene poi con un comunicato “Sono del tutto d’accordo con i protettori degli animali — spiega il consigliere -, per quanto riguarda i cani randagi. Non si vede perchè, se catturiamo un cane randagio e lo assicuriamo al canile comunale, questo debba essere ivi mantenuto e curato per tutta la vita, mentre se avvistiamo un cane in campagna e lo giudichiamo inselvatichito, possiamo mettere mano al fucile automatico”.
Chissà dove vive questo Bigoni, forse non sa, a parte il libero stato di “Padagna del magna magna” che non si può mai sparare neanche a “un cane avvistato in campagna”.
Poi Bigoni, non contento, spara un’altra cazzata: “decine di canili sono dei veri e propri lager dai quali gli ospiti chiedono (almeno penso) di uscire, vivi o morti. Fatto sta che mi sembra illogico consentire la vita all’interno del canile e sparare oltre la rete”.
Bigoni è talmente immedesimato nel genere animale che sa persino che i cani nei canili preferirebbero suicidarsi piuttosto che ricevere una sua visita.
“Detto questo — conclude Bigoni -, spero vivamente che non arrivi mai il momento di dover decidere se sovvenzionare i canili o spendere quei soldi per sostenere invalidi, ciechi e bisognosi”.
Per la controreplica a Zaghini bastano poche parole: “Caro Stefano, come spesso accade la pezza è peggio del buco. Non ho travisato le tue parole, che peraltro ribadisci: hai proposto l’eutanasia per i cani in canile che non si riesce a dare in adozione. Penso sia una proposta, oltre che irrealizzabile per disposizione di legge, incivile ed immorale. Puoi arrampicarti sugli specchi finchè ti pare. Rimarrà una proposta incivile ed immorale”.
Una alternativa esisterebbe per risparmiare: cominciare a eliminare i costi di tutta la feccia padagna che da anni vive a spese dello Stato italiano di cui è ospite indesiderato e ai tangentari e ladroni che hanno sottratto lingotti d’oro alle casse dello Stato per rifarsi persino il cesso di casa, girare in Porsche Cayenne o pagare il pranzo di nozze della figlia.
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Dicembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
DA CGIL E UIL A SACCONI, DA FASSINA A DAMIANO: LA MARCHETTA DI RENZI A CONFINDUSTRIA SOTTO ATTACCO
Jobs Act, la battaglia infinita. Dopo mesi di discussioni parlamentari, profonde divisioni nel Pd, e
un Consiglio dei ministri difficilissimo la vigilia di Natale, la partita non è chiusa.
Il Nuovo Centrodestra, che il 23 dicembre aveva minacciato la crisi di governo e poi si è dovuto acconciare all’eliminazione delle norme sull’opting out e il licenziamento per scarso rendimento, annuncia battaglia.
“Il decreto rappresenta un passo avanti ma non è all’altezza di ciò di cui il Paese avrebbe bisogno perchè ancora non concede all’imprenditore la libertà psicologica di assumere un dipendente sapendo che questo atto non si trasformerà in un vincolo indissolubile anche contro ragione”, sintetizza Gaetano Quagliariello. “La nostra battaglia non è chiusa”.
Sull’altro fronte la minoranza più dura del Pd spara a zero con Fassina (“Una ulteriore svalutazione del lavoro, Renzi segue la troika”) e D’Attorre, e anche il mediatore Cesare Damiano annuncia battaglia per “modificare le norme sui licenziamenti collettivi”.
“Ci faremo sentire nella direzione opposta a quella chiesta da Ncd”.
Mentre Forza Italia sfotte gli alfaniani e li sprona a un “sussulto di dignità ”.
Entro fine gennaio le due commissioni Lavoro di Camera e Senato, presiedute da Damiano e Sacconi di Ncd (esponenti della stessa maggioranza), forniranno i loro pareri non vincolanti sui decreti, con il rischio che siano molto distanti tra loro.
Anche il fronte sindacale resta diviso.
Da una parte l’asse Cgil-Uil, che resta compatto e annuncia nuove mobilitazioni di protesta. Dall’altro la Cisl, che pure critica l’estensione delle nuove norme ai licenziamenti collettivi, ma che conserva sul Jobs Act un giudizio “molto distante” da quello delle altre due sigle confederali.
La giornata di Santo Stefano è caratterizzata da varie prese di posizione dal fronte sindacale.
Durissima la Cgil, che parla di una “monetizzazione crescente” dei diritti invece che di tutele crescenti. ”I lavoratori (operai, impiegati e quadri) potranno essere licenziati anche senza giusta causa ottenendo il solo indennizzo e questo varrà per i licenziamenti economici, per quelli disciplinari e per quelli collettivi”.
Secondo il sindacato di Corso d’Italia, le nuove misure “danno il via libera alle imprese a licenziare in maniera discrezionale lavoratori singoli e gruppi di lavoratori. Più che di rivoluzione copernicana, siamo ad una delega in bianco alle imprese a cui viene appaltata la crescita”.
E aggiunge: “Queste misure ledono diritti collettivi ed individuali”.
La Cgil mette nel mirino in particolare gli sgravi fiscali per le nuove assunzioni. “Con la Legge di Stabilità , il governo ha elargito alle imprese un contributo di 8.060 euro per ciascun lavoratore assunto con il nuovo contratto, senza alcun vincolo che garantisca la stabilità delle assunzioni: l’impresa prenderà comunque l’incentivo anche se a fine anno licenzierà quel lavoratore”.
In sintesi, “il contratto a tempo indeterminato cambierà per sempre la sua fisionomia diventando un contratto a scadenza variabile in base alla convenienza dell’impresa di sostituire la forza lavoro”.
Per queste ragioni, “la Cgil continuerà la mobilitazione in modo forte e deciso sino a riconquistare ed estendere i diritti a tutti i lavoratori”.
Un appello alle altre sigle confederali arriva dal leader della Uil Carmelo Barbagallo, che conferma il giudizio critico su un Jobs Act che “non risolverà i problemi del mondo del lavoro. Anzi, farà emergere contraddizioni che non sarà facile gestire”. “Un vero Jobs Act, invece, dovrebbe determinare la soluzione delle crisi aziendali ancora aperte e prevedere investimenti pubblici e privati. Chiederemo a Cgil e Cisl di predisporre, insieme, un percorso comune e iniziative unitarie per ottenere questi risultati”.
Secondo Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil, l’estensione delle nuove ai licenziamenti collettivi comporta dei “forti rischi”.
“La norma renderà più complicati i processi di ristrutturazione e più difficili gli accordi sindacali, con il grave pericolo di iniquità nella scelta dei lavoratori da licenziare da parte dell’impresa”.
Secondo Loy, se in futuro si ripresentasse una vicenda simile a quella dell’Electrolux, invece di riuscire a mantenere i posti di lavoro come è accaduto, “i lavoratori da licenziare verrebbero scelti senza criteri equi e andrebbero a casa con una manciata di soldi”.
Di percorsi comuni e iniziative unitarie per ora non c’è traccia.
Dopo le feste, è l’auspicio della Uil, le tre sigle potrebbero ritrovarsi a un tavolo per “riannodare i fili” e immaginare un “percorso comune”. Ma per ora si tratta solo di un auspicio. I due decreti della Vigilia non hanno cambiato lo schieramento delle forze in campo il 12 dicembre, giorno dello sciopero generale: da una parte Cgil e Uil, dall’altra la Cisl.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
“COMPLETA LIBERTA’ DI LICENZIARE PER LE IMPRESE, NULLA PER I PRECARI, BEFFA PER LE PARTITE IVA”
Purtroppo, i primi due decreti attuativi della Delega Lavoro confermano l’obiettivo vero dell’intervento: ulteriore svalutazione del lavoro, data l’impossibilità di svalutare la moneta, per puntare illusoriamente a crescere via export.
Insomma, un’altra tappa del mercantilismo liberista raccomandato dalla Troika.
Vediamo perchè. Entriamo nel merito.
Il provvedimento nasce all’insegna del contrasto alla precarietà . Ma è evidente che i precari sono tirati in campo strumentalmente per colpire chi nell’universo del lavoro non è ancora così arretrato e resiste alla riduzione delle retribuzioni e all’inasprimento delle condizioni di lavoro.
Le decine di tipologie di contratti precari rimangono tutte, compresi co.co.co e co.co.pro.
La sbandierata estensione degli ammortizzatori sociali alla platea degli esclusi non c’è. Non ci poteva essere, dato che la Legge di Stabilità non ha individuato risorse aggiuntive.
Quindi, inevitabilmente, si ripropongono le norme della Legge Fornero con qualche ritocco al margine.
Il Nuovo Aspi ha una durata più lunga dell’Aspi, 18 mesi anzichè 12, soltanto per chi perde il lavoro dipendente prima di 55 anni, ma è di importo inferiore rispetto a quanto oggi in vigore e scende a circa 400 euro al mese nel semestre finale: maggiore durata e minore importo si compensano per i più “fortunati”, gli altri ci perdono.
Il Nuovo “mini-Aspi” e il sostegno al reddito per co.co.co e co.co.pro ricalcano sostanzialmente quanto già in vigore (la lump sum viene rateizzata), mentre le Partite Iva individuali subiscono, oltre al danno inferto dalla Legge di Stabilità (innalzamento dei contributi previdenziali dal 28 al 33% e restrizione delle condizioni di accesso al regime dei “minimi”), anche la beffa dell’esclusione dalla copertura degli ammortizzatori sociali: sono lavoratori dipendenti a fini previdenziali, ma autonomi per il sostegno al reddito.
Il “Contratto di Ricollocazione”, celebrato durante la conferenza stampa del Premier come lo strumento per la “presa in carico” della persona che ha perso il lavoro e presunto bilanciamento della libertà di licenziamento attribuita all’impresa, è la riproposizione di quanto introdotto dal Governo Letta senza un euro di risorse aggiuntive e nel caos dei servizi per l’impiego delle Province.
Infine, l’ “Asdi”, l’Assegno di Disoccupazione, l’intervento di carattere fiscale di circa 300 euro al mese (il 75% dell’ultimo Naspi) per 6 mesi previsto per i disoccupati poveri dopo l’esaurimento del periodo nel Naspi, è la ridenominazione di quanto già in vigore come “Sostegno all’Inclusione Attiva”, la cui dotazione viene integrata di 300 milioni, solo per il 2015.
Il vero “valore aggiunto” della Legge Delega e dei Decreti sta nella attribuzione di completa libertà di licenziamento alle imprese.
Anche quando un giudice rilevasse l’insussistenza di ragioni economiche per il licenziamento, si perde il diritto al reintegro e si ricevono due mensilità per anno di occupazione.
La celebrata “concessione” sul reintegro per i licenziamenti disciplinari si rivela un guscio vuoto. Da un lato, nessuna impresa rischia la strada del “disciplinare” quando l'”economico” è senza rischio di reintegro.
Dall’altro, dimenticate le tipologie di licenziamenti disciplinari evocate nell’ordine del giorno approvato dalla Direzione Nazionale del Pd, considerare il reintegro soltanto in caso di “insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore” insieme alla esplicita esclusione del principio di proporzionalità , equivale a un canale puramente virtuale: anche per un fatto disciplinare minimale, la sproporzione del licenziamento come misura sanzionatoria non può essere annullata dal giudice.
Insomma, come da impostazione della Delega “a costo zero”, nei decreti pre-natalizi la parte di riduzione della precarietà e di estensione del sostegno al reddito e all’occupazione è inesistente, mentre la libertà di licenziamento attribuita all’impresa è effettiva e ampia.
Il governo Renzi sul lavoro segue l’agenda della Troika, dei conservatori e dei liberisti europei: si indebolisce ancor di più la capacità negoziale e, conseguentemente, la retribuzione del lavoro subordinato.
Dovevamo andare in Danimarca, ci accodiamo a Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna.
Non è una “rivoluzione copernicana”. È una “rivoluzione conservatrice”.
È certamente un grande cambiamento, ma regressivo. È una strada iniqua e recessiva che, nel quadro di una Legge di Stabilità restrittiva, consolida uno scenario di stagnazione, disoccupazione e debito pubblico insostenibile.
Proposito per il nuovo anno: intensifichiamo l’impegno, anche attraverso la partecipazione diretta dei cittadini, per correggere la rotta, per una politica economica di sviluppo, rivalutazione del lavoro e della dignità della persona che lavora.
(dal blog di Stefano Fassina)
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Dicembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
IL PREMIER NON METTE BECCO SULLA NUOVA NOMINA AL VERTICE DELL’ARMA…RIDOTTI DALLA SPENDING REVIEW DA 118.000 A 105.000 UOMINI, GALLITELLI ERA RIUSCITO A NON DIMINUIRNE L’EFFICIENZA
Ci sono passaggi nella vita di un’istituzione che sono necessari. Imposti dalla legge che in questo
caso ha a che fare soprattutto con l’anagrafe.
Il cambio della guardia ai vertici dell’Arma dei carabinieri è uno di questi.
Il generale Leonardo Gallitelli lascerà a metà gennaio il comando di 105 mila uomini, dalle stazioni dell’Arma più sperdute nel territorio, le sue creature più amate, alle eccellenze come il Reparto operativo speciale (Ros) che proprio in queste settimane di fine anno ha firmato le inchieste più delicate e discusse.
Al posto di Gallitelli, che lascia nei suoi uomini “un segno indelebile” (in assoluto il sentimento più diffuso) il premier Matteo Renzi ha nominato il generale Tullio Del Sette, capo di gabinetto del ministro della Difesa Roberta Pinotti, 62 anni, destinato a guidare l’Arma fino al 2018 quando a sua volta compirà 65 anni, il termine ultimo per restare in servizio nella pubblica amministrazione fissato a luglio dalla legge Madia.
Gallitelli è stato in assoluto il comandante più amato da quando (era il 2000) i Carabinieri si sono sfilati dal controllo dell’Esercito e sono diventati la quarta forza armata.
Il più amato e anche il più duraturo, dal 2009 a tutto il 2014, sei anni che come hanno cambiato il Paese hanno lasciato il segno anche nell’Arma.
Soprattutto sotto il profilo dei tagli imposti dalla spending review (su 118 mila posti in organico, ne risultano coperti poco più di 105 mila).
Gallitelli è stato un tagliatore chirurgico, che ha sempre giocato in anticipo rispetto ai diktat di palazzo Chigi cercando di privilegiare il territorio (guai a chi tocca le stazioni) a tante specialità e con un occhio decisamente manageriale rispetto ai capitoli di spesa. Il tutto cercando di non far mai mancare nulla, o il meno possibile, ai suoi uomini.
La nomina di Del Sette, avvertono gli osservatori di Difesa e forze dell’ordine, “va letta in assoluta continuità rispetto a Gallitelli, a dimostrazione che ancora una volta l’Arma ha dimostrato di saper tutelare e gestire se stessa al di là dei governi e degli inquilini di palazzo Chigi”.
Una nomina, insomma, che avrebbe risentito poco degli umori del premier e molto, invece, di quelli della base e dei vertici dell’Arma.
Un comandante, anche Del Sette, che dovrebbe essere ugualmente amato. Ma che non c’è dubbio goda di alcune caratteristiche molto speciali che lo fanno diventare strategico rispetto ad alcune linee guida del governo Renzi come il rinnovamento e il taglio dei costi.
Uno dei pallini del premier è infatti quello di razionalizzare il numero e i costi delle sette forze di polizia attive in Italia (polizia, carabinieri, guardia di finanza, forestale, penitenziaria, polizia provinciale e e municipale).
Nel ricco curriculum del nuovo comandante generale dell’Arma (Accademia militare, tre lauree, Giurisprudenza, Scienze politiche e Scienza della sicurezza interna ed esterna, vicecomandante dell’Arma dal 2013, già capo di gabinetto di vari ministri) brilla, per peso specifico, la nomina a giugno scorso a capo di gabinetto del Ministro della Difesa.
Un incarico blindato per i ranghi dell’Esercito che invece per la prima volta è stato affidato ad un ufficiale dell’Arma. “Un tabù violato” fu detto al momento della nomina.
Con il ministro Pinotti, il generale Del Sette ha organizzato una delle più feroci spending review nell’ambito pubblica amministrazione nel comparto Difesa/sicurezza. Ecco perchè si guarda oggi a Del Sette come a colui che sarà capace, si spiega in ambienti governativi, “di razionalizzare costi e gestione di uno dei settori più resistenti a farlo nelle certezza che riuscirà a farlo senza abbassare in alcun modo efficacia e diritti della forze della pubblica sicurezza e della Difesa”.
Non è un mistero che nel disegno di legge sulla pubblica amministrazione, il governo abbia inserito articoli che prevedono la riduzione delle forze di polizia, una migliore distribuzione sul territorio e una razionalizzazione dei servizi.
A cominciare dal fatto che l’Italia non riesce ad avere una unica centrale di pronto intervento come invece prevede l’Europa.
Nel consiglio dei ministri della vigilia di Natale c’è stata un’altra importante nomina, quella del generale dell’Esercito Claudio Graziano a capo di Stato maggiore della Difesa.
Graziano è considerato “il miglior prodotto” delle nuove forze armate grazie soprattutto alla grande esperienza internazionale (da luglio 2005 ha comandato la Brigata Multinazionale Kabul in Afghanistan e, con essa, la responsabilità dell’Area d’Operazioni della provincia di Kabul; da gennaio 2007 è stato Force Commander della missione Unifil in Libano, incarico Nato).
Con queste due nomine si liberano due caselle importanti nella delicata mappa di incarichi a cavallo tra Difesa e Sicurezza, il capo di gabinetto della Difesa e il vertice dello stato maggiore dell’Esercito.
Ma chi attendeva un cambio della guardia anche al vertice dell’intelligence dovrà attendere ancora un po’.
Il generale Esposito resta saldamente alla guida dell’Aisi: nonostante abbia raggiunto i 65 anni di età , termine massimo per incarichi nella pubblica amministrazione e in base alla legge Madia non più prorogabili, palazzo Chigi ha preferito dare continuità al suo mandato.
Per il cambio ai vertici del Dis, la cabina di regia di tutta l’intelligence, si dovrà invece aspettare giugno 2016 quando l’ambasciatore Massolo dovrà andare in pensione. L’Aise, gli 007 impegnati sul fronte estero, è tranquillo fino al 2018.
Anche per i vertici della polizia di Stato non sono previste modifiche fino al giugno 2016, quando Pansa compirà 65 anni.
Ma calendario e anagrafe non assicurano blindature per nessuno.
In fondo questo è un settore dove Renzi non ha mai, ancora, per fortuna messo mano.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI FEDERCONSUMATORI E ADUSBEF: “GLI AUMENTI POTREBBERO ARRIVARE AL 9%”
“Sotto l’albero di Natale arriverà una raffica di rincari per l’anno nuovo, a cominciare delle tariffe autostradali che scatteranno dal primo gennaio”.
Elio Lannuti di Adusbef e Rosario Trefiletti di Federconsumatori denunciano: “Le concessionarie hanno presentato già richieste di aumenti per il 2015 fino al 9 per cento, come nel caso della Roma-Pescara, il cui pedaggio costerebbe 1,6 euro in più”.
Le società a cui è affidata la gestione dei tratti autostradali, attaccano le associazioni dei consumatori, “sono galline dalle uova d’oro che gestiscono monopoli naturali e non possono continuare ad addossare, con la complicità dei governi, i futuri investimenti su utenti e piccole e medie imprese, privatizzando gli utili e socializzando le perdite”.
Lannuti e Trefiletti hanno chiesto unamoratoria per un vero e proprio congelamento delle tariffe nel 2015, auspicando che “il ministro Lupi, almeno quest’anno, non faccia il gioco delle tre carte, come l’anno scorso”.
A fine 2013, secondo le associazioni, il ministro dei Trasporti aveva concesso rincari tariffari ai monopolisti naturali fino all’8,8 per cento, con una media del 3,9%, dopo aver affermato di aver arginato gli aumenti all’interno dell’inflazione programmata.
I due rappresentanti hanno anche citato le parole di Maurizio Lupi nel Consiglio dei Ministri di un anno fa: “L’incremento si è fermato a una media del 3,9%, mentre quello richiesto dalle concessionarie era pari al 4,8%. La riduzione — aveva detto il ministro — deriva dall’esigenza di attenuare l’impatto degli incrementi tariffari sull’utenza in un periodo di crisi economica.
Il risparmio per l’utenza è quantificabile in circa 50 milioni di euro annui”.
Per Lannuti e Trefiletti si era trattato di “un vero e proprio gioco delle tre carte quello di concedere aumenti superiori all’inflazione, spacciandoli per un risparmio di 50 milioni di euro”.
Adusbef e Federconsumatori hanno anche elencato gli aumenti per ciascuna società concessionaria autostradale concessi nel 2014: Ativa +0,82%, Autostrade per l’Italia +4,43%, Brennero +1,63%, Brescia-Padova +1,44%, Centropadane +8,01%, Cisa +6,26%, Autostrada dei fiori +2,78%, Autovie venete +7,17%, Milano Serravalle e Mi. Tang.li +4,47%, Tangenziale di Napoli +1,89%, Rav +5,00%, Salt +3,07%, Sat +5,00%, Autostrade meridionali (Sam) +0,00%, Satap A4 Tronco Novara Est — Milano e Torino — Novara Est +5,27%, Satap Tronco A21 TO-AL-PC +1,66%, Sav (autostrada e raccordo) +5,00%, Sitaf — Barriera di Bruere +4,23%, Sitaf — Barriera di Avigliana +4,31%, Sitaf — Barriera di Salbertrand +3,81%, Torino-Savona +1,60%, Cav — A4 Venezia-Padova, Tangenziale Ovest di Mestre e raccordo con aeroporto Marco Polo e Passante di Mestre +6,26%, Strada dei Parchi +8,28%.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
DA UNA TRENTINA DI ATTIVISTI AL 28% NEI SONDAGGI, DAVANTI AL PP E AL PSOE…. NASCITA E SVILUPPO DEL PARTITO NATO DAGLI INDIGNADOS E GUIDATO DA PABLO IGLESIAS CHE CITA GRAMSCI E PERON
“La retribuzione netta mensile dei parlamentari europei di Podemos sarà , come massimo, tre
volte il salario minimo intercategoriale spagnolo (645 euro). Ad oggi sono 14 mensilità da 1.935 euro”.
Così si leggeva, lo scorso aprile, sulla Carta dei candidati di Podemos per le elezioni europee, un “decalogo” degli impegni dei candidati della giovane, allora, formazione politica spagnola che alle europee di maggio ha ottenuto, sorprendentemente, 5 deputati europei con l’8% dei voti.
Arrivati a Strasburgo i parlamentari del Movimento 5Stelle sono rimasti spiazzati da un impegno così radicale che loro non erano stati in grado di assumere.
Il confronto aiuta a capire come la spinta dal basso che ha dato origine al movimento di Grillo in Italia esista anche in altri paesi.
In Spagna ha preso le sembianze, giovani e movimentiste, di un’organizzazione che lo scorso novembre era accreditata del 28,3% dei voti, davanti agli storici partiti spagnoli, Pp e Psoe, quindi in grado di vincere le elezioni.
In otto mesi Podemos, da una trentina di attivisti riunitisi in una libreria al centro di Madrid, è arrivata a circa 300 mila iscritti e si sta preparando alle elezioni a colpi di democrazia, partecipazione e programmi di cambiamento radicale (vedi il libro di Giacomo Russo Spena e Matteo Pucciarelli).
Figli dell’anticasta.
Per spiegare quanto è accaduto bisogna ricorrere a una parola spagnola ormai nota a tutti: indignados. Quando a settembre è venuto in Italia, il giovane attivista di Podemos, Miguel Urban, uno dei protagonisti del libro di Pucciarelli e Russo Spena, lo ha spiegato con nettezza: “Podemos è figlia del movimento degli indignados: noi veniamo dal basso per sconfiggere l’alto”.
Oltre le tradizionali linee di fratture cui ci ha abituato la politica del Novecento -destra/sinistra, lavoro/capitale ma anche ecologia/profitti — negli ultimi anni si è affermata un’altra polarizzazione. Quella che contrappone la calle, la strada, “il popolo” e i governanti, chiunque essi siano.
Gli slogan del movimento degli indignados erano già indicativi: Demoracia real ya, Democrazia reale, ora gridato da un luogo mutato dalla Primavera egiziana, l’accampamento, l’acampada.
Alla Puerta del Sol madrilena la sera del 15 maggio quando nacque il movimento 15M, le tende furono allestite da una trentina di persone ma a poco a poco diventarono migliaia. L’immagine fece il giro del mondo, ispirò altre mobilitazioni, costruirono una tendenza. Le mobilitazioni spagnole non otterranno risultati immediati ma produrranno un senso comune diffuso che si diffonde nella società .
Le iniziative del movimento 15M si moltiplicano a livello locale, la perdita di legittimità dei partiti di governo si allarga a macchia d’olio. E si inizia a non fare più differenza tra destra e sinistra.
Le accuse di aver tradito il popolo e di aver fatto gli interessi solo della grande finanza vengono rivolte sia al Partito popular di Mariano Rajoy che al Psoe, oggi diretto dalla “camicia bianca” di Pedro Sanchez.
La crisi si è abbattuta violentemente sulla Spagna che ha visto schizzare la disoccupazione a oltre il 26% nel 2013 (quest’anno è scesa al 23) e ha assistito inerte all’esplosione della bolla speculativa sull’immobiliare.
La recessione si è mescolata agli scandali: nel 2013 è l’Infanta Crisitina a essere accusata di appropriazione indebita per milioni di euro mentre alla Caja Madrid scoppia lo scandalo delle carte di credito generose ai consiglieri e manager dell’istituto .
La Caja fa anche parte di un’azienda, la Bankia, per salvare la quale la Spagna ha dovuto sborsare 23 miliardi di euro. Il circolo vizioso tra politica, affari, finanza e impoverimento di milioni di persone è evidente. E il sistema politico diviene il bersaglio principale.
Il caso italiano, Prodi e la casta.
Qualcosa del genere è accaduto anche in Italia. Quando Grillo lancia il suo V-Day, nel 2007, il centrosinistra è da poco riuscito a tornare al governo sconfiggendo Silvio Berlusconi ma la sua azione si rivela subito deludente.
Non è un caso che quello sia lo stesso anno in cui si affermano libri come La Casta di Sergio Rizzo e Gianantonio Stella oppure Se li conosci, li eviti di Peter Gomez e Marco Travaglio, che puntano il dito proprio sull’inadeguatezza della politica italiana.
In Italia, però, anche per effetto delle scelte di Grillo e Casaleggio, il M5S si tiene alla larga da posizioni di sinistra più o meno movimentista. In parte è comprensibile: partiti come Rifondazione comunista si sono mescolati alla gestione fallimentare dei governi di centrosinistra fino al paradosso di Fausto Bertinotti, ormai archiviato come uno dei simboli della “casta”.
Podemos, invece, anche per effetto della pervasività del movimento 15M compie una scelta diversa.
Con il suo leader, Pablo Iglesias, parlantina sciolta e codino lungo, da dove deriva il soprannome el coleta, è professore universitario ma diviene celebre come conduttore televisivo. Insieme a pochi altri intuisce che c’è uno spazio politico molto ampio da riempire.
Lo fa senza il timore di mescolare ideologicamente Antonio Gramsci e il filosofo argentino Ernesto Laclau, analista del peronismo e teorico del populismo di sinistra.
Il leaderismo di “el coleta”.
Lo fa con un’impostazione leaderistica. Al congresso di Podemos, quando deve rintuzzare le critiche degli oppositori interni, che propongono di eleggere tre portavoce invece di un segretario generale, risponde che “tre segretari generali non vincono le elezioni contro Rajoy e Sanchez, uno solo sì”.
L’atteggiamento è spavaldo, si vede da come conduce i lavori congressuali, molto sicuro di sè e del proprio fiuto politico. Però, allo stesso tempo, Podemos si struttura in una forma più o meno democratica, i militanti hanno diritto di parola e di voto, si eleggono gli organismi dirigenti.
Si decide con il voto online, altra innovazione importante, e si offre uno strumento a chi vuole far saltare il sistema.
Ma la collocazione a sinistra è chiara. Prima di creare Podemos, Iglesias stava trattando una sua candidatura alle europee con la vecchia formazione di sinistra Izquierda Unida. Quando ancora era un professore sconosciuto si recava a Padova per scrivere un libro come Disobedientes, prefazione di Luca Casarini.
Appena eletto europarlamentare, poi, decide di giocare in tandem con Alexis Tsipras, il leader greco spauracchio dei mercati finanziari di mezza europa.
Così, ha guadagnato estimatori italiani. A sinistra viene citato da Paolo Ferrero di Rifondazione comunista ma anche da Pippo Civati.
In Francia, Jean Luc Melenchon, che ha rappresentato la sinistra alle ultime presidenziali con l’11% dei voti, ha deciso di varare un nuovo movimento ispirandosi a Podemos.
È ammirato anche da aree della sinistra movimentista, dai centri sociali, da intellettuali impegnati. L’Iglesias-mania è tutta da verificare. Di fronte alle nuove responsabilità , Podemos ha varato un programma di governo dal titolo “Un progetto economico per la gente” in cui l’impostazione di fondo è keynesiana anche se non si rinuncia a misure più radicali come la riduzione dell’orario di lavoro o il reddito minimo di cittadinanza (comune al M5S).
Ma sull’euro si punta a “ridisegnare” l’Europa per “fare funzionare” la moneta unica, si parla di “flessibilità ” del Patto di stabiiltà e di “riforma” della Bce.
L’establishment ha iniziato a temerlo facendo circolare le voci sui rapporti con il Venezuela o, addirittura, con l’Iran.
Se dovesse vincere in Spagna, così come Tsipras in Grecia, Podemos modificherebbe il quadro politico europeo.
Stando agli ultimi sondaggi, “è possibile”.
Salvatore Cannavò
da (“il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DI FABRIZIO, MEDICO DI EMERGENCY, CONTAGIATO IN SIERRA LEONE: “IL VIRUS E’ UN MOSTRO TERRIBILE, MA PUO’ ESSERE SCONFITTO”
L’ultima cosa che ricordo della Sierra Leone è il viaggio fino all’aeroporto assieme ai colleghi e la partenza sull’aereo dell’Aeronautica Militare. Poi l’arrivo in Italia all’interno di un contenitore ermetico e il trasporto all’Istituto Spallanzani.
Ricordo i primi due o tre giorni trascorsi in isolamento, i farmaci sperimentali che ho iniziato, l’estremo malessere, la nausea, il vomito, l’irrequietezza; pensavo in quei momenti ai pazienti che avevo contribuito a curare, stavo provando le stesse cose che loro avevano provato e cercavo di capire qualcosa di più di ciò che mi stava succedendo, cercavo di mantenere la mente lucida e distaccata per un’analisi “scientifica”.
Ma il malessere era troppo e troppo difficile restare concentrato.
Poi la trasfusione di plasma cui credo sia seguita una reazione trasfusionale e la luce della coscienza che grosso modo si spegne.
Mi hanno raccontato di essere stato in rianimazione, di essere stato intubato e sedato; so di avere firmato una serie di consensi per i protocolli sperimentali poi, dopo questo, non ho memoria di nulla, mi mancano due settimane, quelle del mio aggravamento, durante le quali mi sono in qualche modo battuto contro il mio nemico; e pare che sia riuscito a batterlo.
Da qualche giorno sto meglio, lentamente ho ripreso in mano il controllo del mio corpo, riesco a muovermi in autonomia; da qualche giorno ho iniziato a leggere qualcosa di ciò che è stato pubblicato a proposito della mia vicenda; in larga misura parole di conforto, di sostegno e augurali ma anche parole che possono essere giustificate solo dall’ignoranza.
Non credo di essere un “eroe” ma so per certo di non essere un “untore”: sono solo un soldato che si è ferito nella lotta contro un nemico spietato.
Una delle cose più belle che ho letto in questi giorni è un articolo online che parla di solidarietà , di rispetto, di dignità .
E non posso non pensare ai miei colleghi di Emergency che, anche in questi giorni, sono in Sierra Leone cercando di fare sempre di più e sempre meglio per curare i malati di Ebola.
Ebola è un mostro terribile e temibile ma sono convinto che la sconfitta di questo mostro dipenda in larga misura dal fronte che lo ostacola.
Spero che questo fronte possa allargarsi e opporsi a Ebola in modo sempre più efficace.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
SCOPERTA, GLIELE PAGANO I CARABINIERI
Il giorno della vigilia di Natale è entrata in un grande magazzino di Roma e ha rubato un
piumone, una coperta, una padella e dei bicchieri.
A scoprire la 60/enne romana il direttore del negozio su via Appia che ha contattato il 112.
Giunti sul posto i carabinieri della Stazione di San Lorenzo hanno ricostruito che la donna abita in una casa popolare insieme alla madre ultraottantenne, e le due donne vivono di una sola pensione sociale.
La colletta dei militari
Comprendendo la situazione di forte disagio, i militari hanno deciso di fare una colletta e pagarle la refurtiva e il direttore del negozio non ha formalizzato la denuncia.
«Sarei orgogliosa di avere dei figli come voi», ha detto la donna ai giovani carabinieri.
Di fronte a un governo che toglie diritti, c’è ancora di sa esprimere solidarietà a chi è in difficoltà .
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Dicembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
SONO 66 GLI ITALIANI IMPEGNATI COME MEDICI E INFERMIERI NELLA BATTAGLIA CONTRO IL VIRUS
Per il Time sono le persone dell’anno. E definirli eroi sembra poco.
Eppure gli “Ebola fighters” — medici, infermieri, cooperanti che lottano in Africa occidentale, contro il virus— non accettano nessuna etichetta.
Vogliono solo un morto in meno dentro un bilancio terribile, arrivato ieri a 6.856 vittime. L’area più critica è la Sierra Leone, ma l’attenzione resta alta anche in Guinea, Liberia e Mali. Lì, su un fronte infido e invisibile, lavorano anche tanti italiani. Oggi sono 66. Alcuni hanno visto e vissuto la tragedia dall’inizio. Altri vanno e vengono, tra l’Africa e l’Italia, per dare il proprio contributo.
Ecco alcune delle loro storie.
Elena Giovanella, 42 anni
Anestesista, da 10 anni lavora in prima linea. Oggi è impegnata nei sobborghi di Freetown Sierra Leone, per Emergency
“Vedo giovani sani e forti consumarsi davanti a me”
Un male peggiore della guerra e delle ferite. Un virus che si può arginare, ma che troppo spesso non lascia speranze. “Vedi giovani che erano sani e forti e letteralmente ti si consumano davanti. Vorresti fare tante cose, ma spesso non puoi fare quasi nulla”.
C’è tutto questo nella tragedia di ebola ed è anche questo che spinge Elena Giovanella, anestesista, 42 anni, a stare in prima linea. Lì, dove più serve.
«In trincea», come dice lei, nel nuovo ospedale gestito da Emergency a Goderich: nei sobborghi di Freetown, Sierra Leone.
“Lavoravo a Torino — racconta — ma da una decina d’anni ho scelto di portare le mie competenze dove possono fare la differenza. Sono stata in situazioni di guerra in Sudan, Cambogia, Afghanistan. Niente però è come ebola: la mia missione più difficile. Lo è perchè affrontiamo pazienti critici e che peggiorano rapidamente. Per le barriere tra medico e malati. Perchè servirebbero più medici, ma tanti ospedali non li lasciano partire”.
Dover evitare ogni contatto è difficile anche sul piano emotivo. Vedere un collega che s’ammala, e torna d’urgenza in Italia, quasi insopportabile: “È un amico, uno dei medici più preparati e intelligenti che conosca, stava molto attento a tutti i protocolli di sicurezza. Il nostro lavoro qui è difficile, ma è un’eccellenza italiana. Ora tutti ci devono dare una mano
Chiara Burzio, 33 anni
Ex infermiera del reparto di rianimazione all’ospedale di Chieri (To). È in Africa con Medici
senza frontiere.
“A ogni mio infermiere è mancato un parente”
«Ho lavorato per due mesi, anche 14-16 ore al giorno». Chiara Burzio, a soli 33 anni, è stata la capo-infermiera del più grande centro per curare l’Ebola in Liberia.
«Avevo la responsabilità di 120 pazienti ma non mi sono mai sentita un’eroina». Gli eroi, per Chiara, sono gli operatori sanitari locali.
«Ce ne sono 120 nel nostro ospedale e tutti hanno un parente, un amico, un conoscente morto per il virus. Ecco, loro dovrebbero essere i personaggi da copertina, non noi», spiega. Del resto, per lei, l’emergenza è diventata normalità da quando, tre anni e mezzo fa, ha deciso di far parte dell’organizzazione Medici senza frontiere.
Da allora è stata nelle zone più “calde” del pianeta: dal Pakistan al Sud Sudan, passando per la guerra civile siriana. «Sono scelte impegnative — confessa — e non sempre i miei famigliari sono contenti ma sanno che non ormai possono più fermarmi».
Roberto Scaini, 41 anni
Medico di base nel Riminese, da quattro anni lavora con l’organizzazione Medici senza frontiere.
“Non ignoriamoli. Mia figlia ha 11 anni ma ripartirò lo stesso”
«Passerò il Natale con mia figlia e poi ripartirò, questa volta per la Sierra Leone». Per Roberto Scaini è una scelta di coscienza.
«Sì, lasciare a casa una bimba di 11 anni può sembrare egoista..». Sospira, poi riprende convinto: «Ho già deciso: torno». In Africa occidentale c’è già stato due volte, entrambe in Liberia. «Sembrava di stare nel Medioevo, nel bel mezzo di un’epidemia incurabile». A Monrovia, nella capitale, ha lavorato come responsabile medico di un centro di isolamento. «Da metà agosto la situazione è cambiata, ma non direi migliorata».
Il rischio, per lui, è che il virus sia presto scordato in Europa. «Sarebbe una catastrofe nella catastrofe».
Clara Frasson, 55 anni
Esperta di sanità pubblica. Coordina il progetto di Cuamm Medici con l’Africa in Sierra Leone
“Sono otto mesi che cerco di isolare il male nei villaggi”
Esserci fin da marzo, fin dal primo caso, per un progetto contro la mortalità materna. E poi trovarsi nell’emergenza, e provare a frenare ebola.
«Ma il lavoro si vede. Qui a Pujehun non abbiamo nuovi casi da circa venti giorni», dice Clara Frasson, padovana, coordinatrice del progetto di Cuamm Medici con l’Africa in Sierra Leone.
«Questo, nel sud del Paese, era uno dei distretti più colpiti. Abbiamo aperto il primo centro d’isolamento, tracciato ogni singolo contagio, messo in quarantena interi villaggi con polizia ed esercito. Non è facile, io sono tornata in Italia ad agosto, per 12 giorni. Ma la vita del cooperante è così: piangi quando parti e piangi quando torni».
Luca Rolla, 42 anni
Infermiere, dal 2011 gestisce un ospedale pediatrico. Coordina l’intero gruppo di Emergency in Sierra Leone
“Curiamo i bambini in un Paese dove è vietato abbracciarsi”
«Quella foto oggi sarebbe impossibile». Luca Rolla è in Sierra Leone dal 2011.
Gestiva un ospedale chirurgico pediatrico e poteva anche concedersi uno scatto con i suoi piccoli pazienti. Non più, per colpa di Ebola.
«Ogni contatto è vietato — spiega — e gli abbracci mancano a tutti». A giugno, davanti al rischio contagio, il personale sanitario governativo ha svestito i camici. Sono rimaste solo le organizzazioni non governative.
«Il nostro, a Goderich, è l’unico ospedale con sale operatorie aperte. Oggi Freetown è il luogo più colpito e le procedure di sicurezza sono cruciali. Ma il virus ha ucciso famiglie e creato nuovi orfani: a noi sta il compito di continuare a operare e a curare».
Renata Gili, 28 anni
Medica specializzando è partita con l’associazione torinese Rainbow for Africa per la Sierra Leone
“Una paralisi totale: manca l’assistenza perfino per i parti”
Combattere Ebola e, prima, la paura del virus. È la missione di Renata Gili, 28 anni, partita a novembre da Torino. Destinazione Sierra Leone.
«Ci sono stata dieci giorni, ma ripartirò dopo Natale». Con il dottor Paolo Narcisi, presidente di Rainbow for Africa, ha formato il personale locale e portato materiale medico.
«Il problema — racconta — è che molti ospedali restano chiusi per la paura del contagio». Si muore di malattie che, prima dell’epidemia, venivano curate senza grossi problemi, come la tbc e la malaria. «Manca l’assistenza al parto», denuncia Renata.
Che spiega: «A Makeni si facevano fino a 30 cesarei al mese: che fine avranno fatto quelle madri e quei bambini?».
Maria Cristina Manca, 56 anni
Antropologa di Medici senza frontiere ,vive a Firenze
Per dare il suo contributo alla lotta a Ebola è stata in Guinea due volte.
«Certo che torno, con tutti i rischi e tutte le paure». Il suo lavoro è diverso da quello di medici e infermieri ma altrettanto utile. «Bisogna fare sensibilizzazione attiva. È stata dura all’inizio convincere le persone che erano malate. E che Ebola fosse una malattia».
E così Maria si è inventata di coinvolgere un cantante locale, Flingo. Ne è venuta fuori una canzone rap, rivolta soprattutto ai più giovani, ma non solo. Un modo in più per combattere la paura del virus.
Davide Lessi e Stefano Rizzato
argomento: radici e valori | Commenta »