Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile
SILVIO: “NOI SOPRA IL 10%, SALVINI NON SARA’ MAI IL LEADER DEL CENTRODESTRA”
A pochi giorni dall’appuntamento elettorale per le Regionali, si fa sempre più teso il clima
all’interno del Centrodestra.
Dopo che il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, ha palesato le sue ambizioni di assumere la leadership, invitando a rifare i conti dopo il verdetto delle urne, Silvio Berlusconi ribadisce lo stop già pronunciato nello studio di Fabio Fazio.
Per l’ex Cavaliere, Salvini “È un provocatore, ma con lui ho un buon rapporto, è un tifoso del Milan”, ha detto parlando a ‘Radio capital’.
E ha precisato: “Nel nuovo soggetto di centrodestra c’è spazio per tutti, ma bisognerà mettere da parte le proprie ambizioni”.
E si dice certo che alle prossime urne Forza Italia non scenderà sotto il 10%.
“In 21 anni di politica – ha detto – non ho mai ricevuto tanto affetto. Mi cercano, mi chiedono di non mollare, mi fanno perfino male, ho le mani che recano i segni…”. Quanto alla sua idea per il centrodestra del futuro, “voglio proporre – ha spiegato – ai moderati un sogno, un progetto di unione. L’obiettivo è far diventare la maggioranza numerica dei moderati una maggioranza politica organizzata con un ruolo e peso rilevante”.
Un progetto del quale “voglio fare il suggeritore”, ha sottolineato.
Berlusconi esclude che ci siano spazi per un riavvicinamento politico al premier: “Anche il comportamento del suo governo con i pensionati non è condivisibile – ha detto in un’intervista a Chi -. Secondo la sentenza della Consulta il governo deve restituire ai pensionati 16 miliardi di euro. Renzi ha dichiarato che ne verranno restituiti solo 2 ed ha voluto pure chiamarlo ‘bonus’. Oltre il danno, la presa in giro”.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile
DUE DONNE SARANNO I FUTURI SINDACI, GRAZIE ALLE “CONFLUENZE” DI PODEMOS
“L’avevamo detto che si poteva e l’abbiamo dimostrato. Avevamo un’opportunità storica e l’abbiamo saputa cogliere”.
Così esordisce Ada Colau, commossa, davanti a una folla che l’acclama per quella carica di sindaco di Barcellona per cui ha concorso, vincendo alle elezioni amministrative spagnole del 24 maggio.
Ha convocato la sua gente per seguire i risultati elettorali in una ex fabbrica tessile di un distretto popolare di Barcellona, dove la sua lista Barcelona en comຠè risultata la più votata, come un tempo lo erano stati i socialisti catalani.
Ha vinto di misura la sfida con il sindaco uscente di Convergència i Unià³, Xavier Trias, in 6 distretti su 10, ma “è stata la vittoria di Davide contro Golia”.
La presenza di un’alternativa credibile, progressista, nata dalle lotte contro gli sfratti e costruita collettivamente ha rimotivato l’elettorato, facendo aumentare la partecipazione al voto nella capitale catalana.
Lo smottamento di questa notte elettorale reca innanzitutto la sua immagine.
E poi quella di un’altra donna, l’ex magistrato Manuela Carmena, candidata di Podemos nella lista Ahora Madrid, che ha sfiorato la vittoria nella Capitale spagnola contro la popolare Esperanza Aguirre, e che può ancora diventare sindaco in alleanza con i socialisti.
Chiamati al voto 36 milioni di persone, per eleggere i parlamenti di oltre 8.000 comuni e di 13 comunità autonome, tutte meno quella andalusa, che aveva già votato due mesi fa, quella catalana, che voterà il 27 settembre, della Galizia e dei Paesi Baschi.
Con una partecipazione pari al 65 per cento circa dell’elettorato, di poco inferiore alle elezioni del 2011, distribuita tra il Pp, ancora primo partito con il 27,03 per cento, oltre 10 punti in meno rispetto alla consultazione precedente e la perdita delle sue principali roccaforti, il Psoe, con il 25,03 per cento, quando aveva il 27,79 per cento e, al terzo posto, la nuova formazione di centrodestra, Ciudadanos, con il 6,55 per cento. Nel 2011, in terza posizione c’era Izquierda Unida.
Oggi, Podemos non entra nell’elenco, perchè nei municipi si è presentato in coalizione e con il proprio simbolo solo nelle elezioni autonomiche; la sua forza sarà determinante nella possibilità di dare vita a governi progressisti.
Elezioni amministrative che hanno il valore di un primo turno di elezioni politiche, quelle che si celebreranno nel prossimo autunno in Spagna.
Che cambiano il panorama politico spagnolo, il sistema di rappresentanza: è la fine del bipartitismo “todo-poderoso”, perchè i primi due partiti si sono assai ridimensionati e, soprattutto, perchè è venuto meno il requisito della maggioranza assoluta.
La rappresentanza che ne emerge è molto più plurale, specie a sinistra e questo obbliga tutti alla formazione di patti e coalizioni trasparenti.
Elena Marisol Brandolini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile
IL VIDEO LOGORA CHI NON CE L’HA E CHI NON LA FA
In Spagna vince Podemos, una sinistra giovane che fa la sinistra e con un leader serio che
alimenta speranze, che vedremo se saprà soddisfare, ma intanto segnala la vitalità di una democrazia giovane e in buona salute.
Nella cattolicissima Irlanda vincono addirittura i matrimoni gay, mentre noi siamo ancora qui a domandarci se sia il caso di riconoscere le unioni civili, patrimonio comune della destra e della sinistra in tutto il resto d’Europa.
E l’Italia? L’altra sera, come ogni tanto gli accade quando è sovrappensiero, Berlusconi ha detto almeno una cosa vera a Che tempo che fa.
Vera e al contempo agghiacciante: i due Matteo, nel senso di Renzi e Salvini, sono i beniamini dei sondaggi e degli elettorati di centrosinistra e di destra perchè sono sempre in televisione.
Il fatto che abbiano poco di nuovo da dire, e che quel poco sia perlopiù falso, non conta: lo dicono benissimo, e tanto basta in tv, dunque nella testa degli italiani.
La differenza con B. è che lui, di nuovo, non ha proprio nulla da dire e per di più lo dice malissimo: dunque anche se occupasse da mane a sera i teleschermi come ai (suoi) bei tempi, non sposterebbe voti.
E lo sa bene, infatti promette nuovi (o nuove) leader che non ha.
Ancora una volta, con buona pace di chi l’ha sempre negato per giustificare il conflitto d’interessi, il Fattore Tv si dimostra, come a ogni elezione dal ’94 a oggi, fondamentale per conquistare o conservare i consensi: il video logora chi non ce l’ha e chi non la fa.
Prendete anche i 5Stelle: l’anno scorso si illusero che bastassero le piazze, mentre Renzi girava i talk show a televendere i suoi 80 euro, e alle elezioni europee li doppiò: 40,8 a 21.
Poi Grillo e Casaleggio scoprirono che la tv non è il demonio, basta saperla usare con un pizzico di sale in zucca e saperci mandare chi “buca” e “funziona”, tipo i cinque del Direttorio più alcuni altri.
E subito un movimento che pareva destinato al viale del tramonto è tornato a salire nei sondaggi.
Intendiamoci. Non c’è nulla di incoraggiante nel constatare che siamo ancora il paese più teledipendente d’Europa, dopo tutte le teorie sulla morte della tv generalista, sulle magnifiche sorti e progressive della Rete e sull’inutilità di darci una legge antitrust e sul conflitto d’interessi.
Ma le cose stanno così: anche questa campagna elettorale che dovrebbe essere più vicina e attenta ai problemi locali si fa negli studi televisivi: le regioni sono le istituzioni più sputtanate che abbiamo (fra le tante), e dei loro problemi sembra fregare poco o nulla.
Tant’è che in video i candidati si vedono pochissimo, oscurati dai soliti Renzi & Salvini, con l’aggiunta (tardiva in tutti i sensi) di B.
Tutti e tre accomunati da un sovrano disprezzo per i cittadini, trattati come carne da cannone, o di porco.
Anni fa, in un altro raro lampo di sincerità , B. paragonò l’elettore medio a “un ragazzo di seconda media che nemmeno siede al primo banco”.
Tutti, ma proprio tutti i leader di partito ci considerano un ammasso di creduloni che si bevono tutto e a cui si può raccontare di tutto.
Renzi, il più grande riciclatore di vecchie muffe della storia repubblicana, continua a raccontarci che sta “cambiando l’Italia”.
Salvini, che non ha mai lavorato in vita sua e vive di politica da 20 anni, cioè da quando ne aveva 20, si spaccia per il nuovo che avanza e gabella per ricette nuove ed efficaci contro l’immigrazione le vecchie e ammuffite patacche usate per vent’anni da Bossi e Maroni e regolarmente fallite a livello nazionale, regionale, provinciale, comunale e rionale.
B. continua a menarla con la “svolta autoritaria” di Renzi, a cui ha collaborato fino all’altroieri.
Mai, nella pur ragguardevole tradizione italiota, s’era visto un così alto, trasversale e totalitario concentrato di balle. In un paese maturo, la rivolta degli elettori umiliati porterebbe a uno sciopero plenario del voto.
Qui è tutto più lento, anche se i sondaggi registrano da qualche mese le prime fughe di massa dal nuovo pifferaio, che è riuscito a farsi sgamare molto più in fretta di quell’altro.
Fughe che però si indirizzano prevalentemente verso l’astensione, che l’anno scorso con l’aggiunta delle bianche e delle nulle toccò il 45% degli aventi diritto, e che ora sfiorerà il 50.
Cioè toglierà all’insieme delle forze politiche l’ultimo scampolo di legittimità : quel quorum al di sotto del quale i referendum non valgono.
Se poi la forza antisistema dei 5Stelle confermasse i sondaggi sopra il 20% (pari al 10 degli aventi diritto), avremmo i due terzi degli elettori che contestano in blocco tutti i partiti. Ma servirà a poco.
Per un paio di giorni si aprirà il solito dibattito-farsa sul “divario fra paese reale e paese legale” (si fa per dire) e su come “riavvicinare i cittadini alla politica”.
Seguirà la consueta spartizione delle poltrone fra partiti la cui voracità è inversamente proporzionale alla rappresentatività .
Il manuale Cencelli calcola le percentuali di cadreghe in base ai voti validi, fossero anche 2 o 3.
Si spera che stavolta chi vuole protestare davvero lo faccia attivamente, votando contro gli impresentabili di ogni risma e a favore dei presentabili.
Chi non vota ha quasi sempre ragione, ma lascia tutta la torta a chi ha torto.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile
LA LETTERA DELLA CURIA AI 400 PROF DI RELIGIONE PER SPONSORIZZARE MONICA LEVARINI… E POI LA RETROMARCIA UNA VOLTA SCOPPIATE LE POLEMICHE
“Voglio sperare che nessuno pregiudizialmente mi giudichi ‘schierato’ nei confronti di una candidata, la dottoressa Monica Lavarini, una coordinatrice di gruppo del ‘Simposio dei Laici con il Vescovo’, che si è candidata da sola. Data però la posta in gioco, ne condivido il programma che ha elaborato da sola, imperniato sulla difesa dei diritti delle famiglie in difficoltà , cioè sul sociale debole e sulle scuole cattoliche, inserendosi come altri cattolici, per maggior libertà , nella lista civica di Zaia”.
Questo è uno dei passaggi dell’endorsement del vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti in favore di Monica Lavarini, candidata alle elezioni regionali nella lista Zaia.
Infermiera, leghista, cattolica impegnata, la Lavarini ha incassato un sostegno pesantissimo che, come è facile immaginare, non è passato inosservato.
E a Verona, da qualche giorno, non si parla d’altro.
Ma andiamo con ordine.
Il 5 maggio Monica Lavarini organizza un incontro pubblico per presentare il suo programma elettorale. Accanto a lei c’erano Paolo Facchinetti dell’ufficio diocesano di Pastorale scolastica e la presidente dell’Unitalsi Grazia Quartiroli, che tra l’organizzazione di un pellegrinaggio e l’altro non ha voluto far mancare il suo supporto alla candidata. La doppia presenza aveva già fatto intuire un certo sostegno del mondo diocesano alla Lavarini.
Ma, perchè il messaggio fosse ben chiaro, la mattina del 14 maggio nella casella di posta elettronica dei circa 400 insegnanti di religione della curia di Verona è arrivata l’email dello scandalo: il mittente è don Domenico Consolini, direttore dell’ufficio scuola della curia scaligera, il contenuto “confidenziale”.
Tra gli allegati alla missiva elettronica una lettera, firmata da sua eminenza il Vescovo di Verona Giuseppe Zenti.
Il testo parte con un lungo preambolo sulle “problematiche reali della gente”, entrando nel dettaglio del “sociale debole” e della “libertà educativa dei genitori”.
Passo dopo passo Zenti arriva a formulare un appello ai candidati “di qualunque area politica” a condividere le sue stesse preoccupazioni.
Poi va oltre e dichiara la già citata adesione al programma della Lavarini, continuando poi con la spiegazione: “Nell’evidente e inviolabile libertà di scelta, sono convinto che molti ne condividano il programma formalmente e pubblicamente espresso. La candidata si è impegnata a tener viva la sensibilità verso le problematiche contenute nel programma, in vista della loro soluzione, pur non miracolistica”.
E poi specifica che se avesse trovato altri programmi “determinati nella difesa di queste questioni nevralgiche”, non avrebbe esitato ad appoggiarli ugualmente “in quanto io non parteggio per un candidato ma ne sostengo il programma se di alto valore civile”.
Alla candidata il prelato non dimentica di offrire una benedizione a tutti i veronesi: “Ognuno si prenda le proprie responsabilità ”, dice il monsignore: “Ma so che posso dare un credito di fiducia al buon senso dei Veronesi. Che amo, tutti, immensamente”.
Un putiferio. La sera stessa, nelle stesse caselle di posta elettronica, è arrivata una nuova mail. Stesso mittente. Diverso il messaggio.
Questa volta l’invito è quello di non tenere conto della prima comunicazione, per “evitare fraintendimenti”.
Seguono scuse pubbliche del monsignore, che si batte il petto e dice di essere stato frainteso, di non aver voluto parteggiare per una candidata, men che meno per un partito, la Lega Nord, che propaganda idee molto diverse da quelle dell’accoglienza, proprie del messaggio cristiano.
Tale e tanto è stato il polverone sollevato che qualcuno ha addirittura letto una reprimenda nelle parole che Papa Bergoglio ha pronunciato lunedì scorso: “I laici che hanno una formazione cristiana autentica non dovrebbero aver bisogno del Vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo! Hanno invece tutti la necessità del Vescovo Pastore!”.
I beninformati assicurano che il Papa non ha voluto fare alcun riferimento al caso specifico e che non vi sia stato alcun intervento diretto nei confronti di Zenti.
Anche perchè la lettera incriminata probabilmente non è l’unica intromissione della Chiesa nelle regionali.
Senza andare troppo lontano da Verona, ad esempio, ha fatto parlare anche la candidatura di Dino Boffo, che non ha certo bisogno dell’imprimatur vescovile per far sapere di essere persona gradita alla Cei.
Lasciamo agli ermeneuti l’interpretazione delle parole del Papa.
A Ilfattoquotidiano.it sarebbe bastato poter rivolgere qualche domanda telefonica a monsignor Giuseppe Zenti, purtroppo la cosa non ci è riuscita, un po’ per i garbati rifiuti, un po’ per le telefonate a vuoto.
Del rapporto tra Chiesa e politica parla il dossier elaborato dal Movimento Cinque Stelle del Veneto che dettaglia la ripartizione dei cinquanta milioni di euro di contributi a cascata su tutto il Veneto deliberati in quella che è stata ribattezzata la “Notte delle marchette”.
Gli estensori del dossier fanno notare che “la parola ‘parrocchia’ compare addirittura una cinquantina di volte nel documento” e sottolineano che la maggior parte dei 50 milioni distribuiti nella delibera sono stati assegnati alle parrocchie.
Nell’elenco spiccano i 441 mila euro destinati alla parrocchia San Zeno in Santa Maria Assunta nel comune di Cerea (Verona), gli 890 mila euro per la sistemazione dell’immobile della Biblioteca Capitolare di Verona e i 300 mila euro per la Parrocchia di Sant’Andrea di Romagnano nel comune di Grezzana (Verona) per la ristrutturazione della chiesa.
Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile
“ESPEDIENTE DEGNO DELLA PEGGIORE PRIMA REPUBBLICA”
Un caso curioso agita la campagna elettorale per le regionali in Veneto, in programma
domenica prossima.
La foto di Elena Donazzan sarebbe apparsa su una serie di pacchi di pasta distribuiti dagli attivisti veneti di Forza Italia.
L’iniziativa sarebbe nata con l’obiettivo di supportare la candidatura dell’Assessore uscente alle politiche dell’Istruzione e della Formazione della Regione Veneto.
Il gadget è stato criticato duramente dal candidato della lista “con Alessandra Moretti Presidente” Alessandro Padrin, che l’ha bollato come un “clichè della peggiore prima Repubblica”.
La Donazzan, in forza alla giunta Zaia, era stata eletta nel 2006 alla Camera dei Deputati per Alleanza Nazionale, ma si era dimessa il giorno stesso della proclamazione per mantenere il suo incarico politico regionale.
Qualche settimana fa, in Campania, avevano fatto discutere le iniziative e di due candidati di Forza Italia che avevano offerto birra e gelati ai propri elettori.
(da Ansa)
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