Destra di Popolo.net

BARI, 6 PERSONE E 3 BANDIERE ATTENDONO SILVIO, MA LUI NON ARRIVA: “MALATO”

Maggio 14th, 2015 Riccardo Fucile

UFFICIALMENTE   HA LA FEBBRE, MA LE REGIONALI PUGLIESI STANNO DIVENTANDO LA CAPORETTO DI FORZA ITALIA…   SISTO SUONA AL PIANO COME SUL TITANIC PRIMA DELL’AFFONDAMENTO

Due istantanee per descrivere il declino (e l’effetto Fitto).
13 aprile 2013, Bari: 150mila persone in tripudio in Piazza della Libertà . Sotto il sole, solo per lui. Che è tornato in Puglia per una convention del partito.
Berlusconi arringa la folla, al suo fianco Fitto è di nuovo delfino dopo un periodo di navigazione in solitaria. Prima del comizio, invece, erano state necessarie le transenne per contenere l’entusiasmo dei sostenitori dell’ex Cavaliere all’esterno dell’Hotel Palace, sede scelta come base della tappa pugliese.
14 maggio 2015, campagna elettorale per le regionali: stesso posto ma scenario diametralmente e desolatamente opposto.
Fuori dal solito albergo tre bandiere di Forza Italia e una mezza dozzina di simpatizzanti. Con loro i parlamentari Iurlaro, Sisto ed Elvira Savino.
Immancabile il commissario pugliese di Fi Luigi Vitali.
I giornalisti, come spesso accade, sono molti di più.
Tutti aspettano il Godot di Arcore, che però ritarda. “Arriverà  alle 11″. “Arriverà  alle 12″.
E mentre il codazzo di peones attende, Francesco Paolo Sisto prova ad ingannare il tempo: entra nella hall dell’albergo, si siede al pianoforte e intona l’inno ufficiale di Forza Italia. L’effetto Titanic è immediato.
Nota ufficiale del partito azzurro: “Il presidente Berlusconi ha avuto in queste ore un rialzo febbrile ed è in terapia con antipiretici nel tentativo di abbassare la febbre e consentirgli di recarsi in Puglia come da programma”.
Appunto, il programma.
La defezione pesa: saltati il pranzo con gli imprenditori al circolo della vela, l’incontro pubblico pomeridiano a Foggia, la cena-fund raising di Villa Ciardi a Bisceglie (per cui, però, si nutrono ancora speranze).
A questo punto, sono fortemente a rischio le tappe previste per domani, vale a dire la passeggiata mattutina per le vie di Bari con il fido Sisto, le tappe intermedie e, soprattutto, l’appuntamento clou di Lecce.
Qui, nel palazzetto dello sport di Piazza Palio, l’ex Cavaliere dovrebbe incontrare alle 18.30 tutti i sostenitori con al fianco Adriana Poli Bortone, la sua candidata.
Che ci rimane male per il pericolo-defezione e non le manda a dire a Vitali.
Il commissario si mostra sereno in favore di telecamera e al telefono: prova a spiegare, a mediare.
Avvisa i candidati, di Foggia ma anche di Lecce.
In realtà  il volto tradisce un certo nervosismo. Tra i cronisti la sensazione è univoca: Silvio non verrà , troppa poca gente.
Vitali smentisce categoricamente: “Berlusconi arriverà  questa sera, statene certi — dice a ilfattoquotidiano.it — Poca gente? Siamo noi a non aver fatto venire nessuno perchè non sapevamo l’orario preciso del suo arrivo. Era inutile far venire i sostenitori, che magari sarebbero stati costretti ad aspettare per molto tempo”.
Nel 2013, però, la situazione era identica: nessun orario preciso d’arrivo, ma transenne e forze dell’ordine schierate.
“Anche oggi c’erano le stesse misure di sicurezza — spiega il commissario pugliese — Ripeto, è stata una nostra scelta, c’era solo chi si è trovato a passare di lì e si è fermato perchè ha visto la polizia”.
Arriva il presidente e il suo partito chiede agli elettori di non venire ad accoglierlo? Raffale Fitto, ospite negli studi dell’emittente Telerama, preferisce non commentare: “Non mi interessa”.
Il sorriso a mezza bocca, tuttavia, tradisce una certa soddisfazione, di quelli alla “io l’avevo detto”.
Dopo la rottura definitiva con Berlusconi (i due in Puglia puntano su due diversi candidati e Fitto nei giorni scorsi ha anche lanciato una sua associazione politica, l’ex governatore pugliese aveva preannunciato il flop del suo (ex?) partito in Puglia e, in generale, in tutte le regioni che andranno al voto.
Il segnale di oggi sembra confermare la sua tesi e i timori dei forzisti della prima ora: alle urne l’effetto Fitto peserà  più per Forza Italia che per i candidati di centrosinitra. Di certo, al momento, c’è che Silvio Berlusconi a Bari non sfonda più.

Pierluigi Giordano Cardone e Mary Tota
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“BENELLI LICENZIATO DA QUINTA COLONNA? I MANDANTI RESTANO AL LORO POSTO”: L’ACCUSA DI GAD LERNER

Maggio 14th, 2015 Riccardo Fucile

“IL GIORNALISTA E’ SOLO IL CAPRO ESPIATORIO DI AUTORI E CONDUTTORI CHE ALIMENTANO L’ODIO SOCIALE”

“Chi oggi licenzia Fulvio Benelli ne conosceva benissimo e incoraggiava il metodo di lavoro nella pseudo-tv-verità “.
È racchiuso in questa lapidaria frase il pensiero di Gad Lerner sulla vicenda del licenziamento del giornalista di Quinta Colonna per sospetta manipolazione di alcuni servizi.
Lerner non ci sta e sul suo blog si scaglia contro queste trasmissioni prototipo di un modello televisivo che alimenta “il rancore sociale per trarne audience e vantaggi elettorali”.
“Ogni giorno su quasi tutte le reti ci sono trasmissioni confezionate su misura per alimentare i pregiudizi e la guerra fra poveri”, scrive il giornalista. “Naturalmente bersagli privilegiati sono i rom, detestati e facili da coinvolgere nella telerissa, con o senza la presenza di un Salvini seduto in poltrona”.
“Ieri Mediaset ha licenziato il giornalista Fulvio Benelli di “Quinta Colonna”, la trasmissione-prototipo di questo modello televisivo, studiata nel minimo dettaglio dal raffinato intellettuale finto tonto Paolo Del Debbio.
Ora si è liberato con una firmetta (tanto sono tutti rapporti di lavoro precari) dell’inviato nei campi rom Fulvio Benelli, scoperto da Striscia la Notizia in una grossolana manipolazione. Basta sganciare qualche soldo a certi disgraziati, per fargli dire quel che si vuole. Era già  accaduto a Mattino Cinque. La stessa Striscia la Notizia ha mandato via due suoi inviati che, a quanto pare, certe storie le architettavano salvo poi spacciarle per vere.”
La solidarietà  di Lerner al giornalista Benelli deriva dalla convinzione che siano “gli autori e i conduttori e i direttori di rete a spingere in questa squallida direzione gli inviati (precari) come Fulvio Benelli: avrà  provato di persona cosa significa essere usati come capro espiatorio”.

(da “Huffingtonpost“)

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IL GIORNALISTA LICENZIATO SU ORDINE DEL BOSS DELLA CAMORRA: “CI STA ROMPENDO IL CAZZO, DEVI CACCIARLO”

Maggio 14th, 2015 Riccardo Fucile

IL “FASCISTA DI SINISTRA” ENZO PALMESANO AVEVA DENUNCIATO GLI INTERESSI DEI LUBRANO SUL “CORRIERE DI CASERTA”… UNA SENTENZA HA DIMOSTRATO COME I CLAN CONDIZIONANO I GIORNALI

Accade che un giornale locale licenzi un giornalista su ordine di un boss.
Accade poi che una sentenza arrivi a confermare l’inchiesta su giornalismo e camorra. Ma com’è possibile che la storia finora sia rimasta nell’ombra?
La vicenda che sto per raccontare parte da un’inchiesta della Dda di Napoli, l’Operazione Caleno portata avanti da Giovanni Conzo ed Eliana Esposito, e da una sentenza le cui motivazioni sono state depositate a febbraio dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere: e dimostra per la prima volta come le organizzazioni criminali gestiscano le redazioni in alcuni quotidiani locali.
Un giornalista che racconta lo strapotere dei clan, un boss che pretende e ottiene il licenziamento del giornalista scomodo, un quotidiano che si piega al boss.
Il giornalista si chiama Enzo Palmesano, il boss è Vincenzo Lubrano, la testata è il Corriere di Caserta (oggi Cronache di Caserta) che, insieme a Cronache di Napoli, è un quotidiano dalla storia controversa.
Entrambi appartengono al gruppo Libra il cui editore, Maurizio Clemente, è stato condannato per estorsione a mezzo stampa: utilizzava le testate per scopi intimidatori, cioè «o paghi o scrivo contro di te».
Cronache di Napoli e Corriere di Caserta sono poi diventati famosi – loro malgrado – per aver infangato la memoria di Don Peppe Diana.
Tutti ricordano il titolo del Corriere di Caserta: “Don Peppe Diana era un camorrista”. Negli anni, questi due quotidiani hanno pubblicato messaggi dei clan.
Quando venne sequestrato il piccolo Tommaso Onofri, Cronache di Napoli titolò: “Tommaso, il dolore dei boss”.
I boss volevano mandare ai sequestratori il messaggio: «Provate a toccarlo e in carcere passerete l’inferno ».
Quando il corpo di Tommaso fu rinvenuto, il titolo sempre di Cronache di Napoli fu: “Tommaso è morto: l’ira dei padrini”.
Sono titoli dietro ai quali c’è una strategia assai fina: influenzare l’opinione locale per arrivare a determinare la narrazione nazionale.
Quando qui arriva un giornalista da fuori fa domande, raccoglie opinioni: e queste spesso sono determinate proprio dalla stampa locale.
È così che questi piccoli giornali riescono poi a far passare messaggi che indirizzano l’interpretazione dei fatti. Ed è in questo contesto che ha provato a fare informazione Enzo Palmesano – lui stesso personaggio non ordinario, autodefinitosi “fascista di sinistra” negli anni più duri della guerra di camorra, militante Msi poi promotore al congresso di Fiuggi dell’emendamento con cui An prendeva le distanze dall’antisemitismo.
Cerchiamo allora di conoscerlo più da vicino questo contesto.
Vincenzo Lubrano è stato uno dei boss più temuti della camorra campana, legato alla mafia corleonese attraverso il vincolo che univa la sua famiglia a quella dei Nuvoletta, mandatari di Cosa Nostra in Campania.
Lello Lubrano, primogenito di don Vincenzo, aveva sposato Rosa Nuvoletta, figlia del capomafia di Marano, Lorenzo. I Nuvoletta, benchè napoletani, non sono camorristi, sono l’unica famiglia esterna alla Sicilia che ha avuto un ruolo ai vertici di Cosa Nostra.
Vincenzo Lubrano fu condannato all’ergastolo come uno dei mandanti dell’omicidio del sindacalista di Maddaloni, Franco Imposimato, fratello del giudice Ferdinando Imposimato, l’11 ottobre 1983.
E Imposimato fu ucciso per due ragioni: per colpire il fratello del giudice che stava indagando sul riciclaggio di Cosa Nostra a Roma; e perchè si batteva sul territorio affinchè le colline maddalonesi non fossero divorate dalle cave che oggi le deturpano. L’omicidio Imposimato, avvenuto in terra di camorra, è considerato un delitto di mafia, perchè l’ordine ai campani arrivò direttamente dalla Sicilia.
Ma tutto lo ricorda solo chi l’ha vissuto sulla propria pelle, perchè la maggior parte delle cosche casertane, compresi i Lubrano, hanno sempre preferito mantenere un basso profilo, tenendosi ai margini della cronaca. Palmesano, invece, scrive e racconta.
Scrive del pellegrinaggio che Vincenzo Lubrano, assolto in appello per l’omicidio Imposimato, organizzò con diversi pullman a San Giovanni Rotondo per ringraziare Padre Pio.
Ricorda il restauro che Raffaele Lubrano fece della cosiddetta “Madonna della camorra”, poichè a lei si rivolgevano durante la latitanza a Pignataro Maggiore i boss di Cosa Nostra. Palmesano racconta la presenza di Liggio e Riina sul territorio. Inizia a scrivere tutti i giorni del clan Lubrano e si concentra su Raffaele “Lello” Lubrano, ucciso a Pignataro Maggiore nel corso di una faida che vede coinvolti pignataresi e casalesi
Il cronista sa che questa storia è nodale per comprendere gli equilibri politici che regolano il territorio. E proprio per questo Vincenzo Lubrano vuole a toglierlo di mezzo.
C’è un’intercettazione telefonica tra Lubrano e Francesco Cascella, il nipote acquisito del boss che medierà  tra il clan e il direttore del quotidiano per l’allontanamento di Palmesano. Dice Lubrano: « Ma come si deve fare, non posso, non posso nemmeno andare a pisciare più… ho passato un guaio con questo giornalista. Mi sta rompendo il cazzo sai perchè, mette sempre in mezzo la morte di Lello, che hanno ucciso a Lello, nello stesso articolo. Ma se tu scrivi una cosa che nomini a fare quello che ormai è morto? Hai capito? E qualche giorno mi fa perdere la testa e mi fa passare un guaio grosso. Pure a Marano. A Marano uccisero Siani, ebbero 7 ergastoli. Quello pure lo stesso rompeva il cazzo a tutti quanti, vedeva a uno di quelli là  magari a prendere il caffè, prendeva e scriveva, quello si è stufato e l’hanno ucciso. Hanno avuto 7 ergastoli. Adesso dico io perchè devo prendere l’ergastolo per un uomo di merda di quello? Magari, gli devi dire che non nomina più a Lello Lubrano, che lo lasciasse stare in grazia di Dio ».
Il riferimento all’omicidio di Giancarlo Siani è particolarmente inquietante perchè a farlo è una famiglia legata per sangue e affiliazione agli esecutori di quell’omicidio.
I Lubrano, come detto, sono imparentati con i Nuvoletta di Marano, che nel 1985 decretarono la morte del giornalista del Mattino.
Per evitare che parta l’ordine di morte, Cascella va a parlare con il direttore del Corriere di Caserta , Gianluigi Guarino, e gli chiede di ridimensionare Palmesano e di impedirgli di citare nei suoi articoli Lello Lubrano; poi riporta a don Vincenzo il contenuto di quella conversazione: « Comunque, l’importante, ho detto: Gianluigi (Guarino, ndr ), che almeno queste due cose qua, ho detto, tu me le fai, me lo devi, perchè se no io ti ho sempre fatto un sacco i favori, io a te, Gianlui’, ho detto, que-sto, ti ripeto, è mio zio, è il fratello di mia suocera, ti prego, almeno… gli ho detto, facciamo riposare in pace quest’anima che già  ne ha passate abbastanza… dice: no, no, dice, digli a don Vincenzo che questo lo può ritenere fatto, per quanto riguarda il fatto di non scrivere dice, piano piano, anche questo Palmesano, dice, mi crea solo problemi ».
Poco prima, Cascella attribuisce a Guarino queste parole: « Questo Palmesano è un “ cacacazzo”, dice, piano piano se io ci riesco a ridimensionarlo ».
Accade dunque che un giornale locale licenzi un giornalista su ordine di un boss. Accade poi che una sentenza arrivi a confermare l’inchiesta su giornalismo e camorra. Ma com’è possibile che questa storia rimanga nell’ombra?

Roberto Saviano
(da “La Repubblica”)

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ROMANZO KIMINALE: L’AMICO DI SALVINI E RAZZI

Maggio 14th, 2015 Riccardo Fucile

ATTENZIONE A NON ADDORMENTARVI A UNA PARATA: LA “SVIZZERA ASIATICA” POTREBBE ESSERVI FATALE

In tutti noi affezionati frequentatori del pisolino postprandiale le notizie provenienti dalla Corea del Nord suscitano un moto istintivo di solidarietà  e orrore.
Il dittatore locale Kim Jong-un avrebbe fatto uccidere a cannonate il ministro della Difesa, colpevole di essersi addormentato durante una parata.
L’abbiocco digestivo, pratica assai diffusa in molti uffici pubblici non solo coreani, è stato considerato dal compagno Kim un «atto di slealtà » nonchè una «grave mancanza di rispetto» nei suoi confronti.
E’ probabile che il giovane despota, già  segnalatosi alle cronache per l’uccisione a freddo dello zio, avesse curato personalmente le coreografie della cerimonia.
Che abbia interpretato gli sbadigli del ministro come una critica larvata?
La sproporzione tra la colpa e la pena appartiene al grottesco di ogni dittatura e si rimane sempre sconvolti nel vedere fino a che punto di abiezione possono ridursi gli esseri umani, sia nel comandare sia nel servire.
La biografia di Kim contiene due aspetti particolarmente inquietanti (oltre al terzo: ha la bomba atomica).
Il primo è la subalternità  dell’educazione ai geni e all’ambiente.
Quell’uomo è stato allevato nei più costosi collegi svizzeri, ma gli è bastato ereditare il potere per ripetere le gesta feroci dei suoi avi.
Il secondo è l’amicizia con Salvini e Razzi, concordi nel definire la Corea di Kim «una Svizzera asiatica».
Fossi in quei due statisti, mi precipiterei dal dittatore a chiedere delucidazioni su un delitto che allunga un’ombra sulla loro perspicacia in politica estera.
Ma ci andrei a stomaco vuoto.
Per non correre il rischio di appisolarmi.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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AUTOGOL A CINQUESTELLE: “ANCHE PEPPINO IMPASTATO ERA FIGLIO DI UN MAFIOSO

Maggio 14th, 2015 Riccardo Fucile

IL DURO COMUNICATO DELLA CASA DELLA LEGALITA’ CONTRO LE DICHIARAZIONI DELLA CANDIDATA CINQUESTELLE A GOVERNATORE DELLA LIGURIA SULL’IMBARAZZANTE CASO IMPERIESE

La candidata del M5S alla Presidenza della Regione Liguria Alice Salvatore sulla questione Maffodda afferma che «Anche Peppino Impastato era figlio di un mafioso…».
Questa dichiarazione della Salvatore è un insulto intollerabile alla memoria di Peppino.
Peppino Impastato ha ripudiato il padre, non solo distaccandosi radicalmente da questi e dall’ambiente mafioso a cui il padre apparteneva, ma lo ha fatto pubblicamente, con assoluta nettezza e senza la minima ambiguità .
Peppino ha fatto della lotta alla mafia ed all’omertà  l’impegno della propria vita. Paragonare la figura di Peppino Impastato a Carmine Mafodda, esponente di una famiglia di ‘ndrangheta, figlio di un esponente di spicco della cosca è gravissimo oltre che assolutamente errato.
Un accostamento ed un paragone che come Casa della Legalità  riteniamo assolutamente intollerabile.
Mafodda mai si è distaccato da quella famiglia, mai ha ripudiato il padre e la famiglia, restandoci, invece, costantemente legato.
Prima di parlare sarebbe bene informarsi, capire, anche per rispetto alle scelte, all’impegno ed alla memoria di Peppino Impastato.

Casa della Legalità 

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M5S, SCOPPIA IL CASO A IMPERIA: “VOTATE SOLO IL PARTITO, OMBRE SUI CANDIDATI”

Maggio 14th, 2015 Riccardo Fucile

L’APPELLO DEL CAPOGRUPPO GRILLINO IN COMUNE A IMPERIA: “RELAZIONI PERICOLOSE” CON AMBIENTI DELLA ‘NDRANGHETA

“Noi chiediamo agli elettori di votare il M5S, ma di non dare preferenze ai candidati in provincia di Imperia. Ci sono troppe ombre».
Chi parla è Antonio Russo, capogruppo grillino in Comune a Imperia.
Il primo a sollevare il «problema delle relazioni pericolose» che attraversano il M5S nel ponente ligure.
Una storia di amicizia e politica su cui nel M5S della provincia di Imperia si sta consumando una spaccatura profonda, mentre fuori dai confini imperiesi il resto della compagine grillina è in preda ai dubbi: prendere posizione contro oppure fidarsi della strada indicata semplicistica dalla candidata alla presidenza della Liguria, la battagliera Alice Salvatore: «Se ci attaccano è perchè diamo fastidio».
Storia di amicizia e di politica, si diceva.
Due i protagonisti. Il primo: Carmine Mafodda, attivista dell’M5S di Taggia. Porta un cognome scomodo, quello di una famiglia legata alla ‘ndragheta.
Il secondo è il suo amico fraterno, un altro pentastellato, Daniele Comandini, artigiano edile, candidato alle elezioni regionali del 31 maggio, anche lui di Taggia e del meet up “piglia tutto” secondo la denuncia di Russo.
Un passo indietro.
Bisogna bussare alla porta della Casa della Legalità  e parlare con Cristian Abbondanza per capire cosa significa il cognome Mafodda nella zona di Taggia: «Si parte dalla sentenza del processo Teardo e si arriva all’inchiesta Maglio 3: quella dei Mafodda è una famiglia di ‘ndragheta con vincolo di sangue, a partire da Luigi, nonno di Carmine».
Alla dinastia «appartengono i figli di Luigi: Aldo, Mario, Rocco e Palmiro, il padre di Carmine».
A Carmine la Casa della Legalità  rimprovera di non aver mai preso le distanze dalla famiglia.
Ancora Abbondanza: «C’è un aspetto che dovrebbe far pensare i grillini: nella zona di Taggia alle elezioni politiche e a quelle Europee il Movimento ha preso in media dal 5 all’8% in più di voti rispetto al resto della provincia. Significa che la ‘ndrangheta lo sta usando».
Resta comunque un fatto: anche votando il partito indirettamente si favorisce l’elezioni del favorito e discusso Comandini: l’errore è stato fatto al momento della composizione della lista.

(da “il Secolo XIX“)

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SONDAGGIO IPSOS: DE LUCA AVANTI NONOSTANTE GLI IMPRESENTABILI

Maggio 14th, 2015 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI SALERNO QUATTRO PUNTI DAVANTI A CALDORO

I sondaggi indicano tendenze, non sono oracoli.
La recente dèbà¢cle in Inghilterra, dove pure la storia dei sondaggi elettorali è molto più lunga e solida della nostra e dove il comportamento elettorale è almeno in parte meno complesso, devono suggerirci una decisa cautela.
Oggi molti elementi rendono difficili le stime, in particolare per le Regionali alle porte.
La partecipazione, che in questi casi è più contenuta.
L’incertezza, che è diffusa e porta non pochi elettori a decidere il proprio voto a ridosso della domenica elettorale quando non nello stesso giorno.
L’elevata mobilità  elettorale che ha contraddistinto e continua a contraddistinguere i nostri connazionali a partire dalle Politiche 2013.
Cercheremo allora di cogliere le tendenze principali che i numeri ci indicano .
In Campania la partita è aperta, ma Vincenzo De Luca si posiziona in testa, pur se con un margine che non dà  ancora sicurezza del risultato.
Sembra quindi che le pur pesanti critiche che hanno investito il candidato del Pd, per la tagliola della legge Severino e per la composizione delle liste (che ha portato Saviano a dire che «Gomorra è nelle liste di De Luca»), non abbiano avuto un forte impatto tra gli elettori.
Anche se un certo disagio sembra esprimersi a favore del candidato del M5S Valeria Ciarambino, che ottiene un discreto risultato e almeno in parte recupera voti anche da ex elettori pd che non ritengono di votare per De Luca.
Il sindaco decaduto di Salerno per effetto della norma Severino si colloca tra il 37 e il 40 per cento delle preferenze, secondo il sondaggio.
Tiene a distanza (ma non di sicurezza) il suo principale sfidante di Forza Italia Stefano Caldoro, governatore uscente.
Caldoro oscilla tra il 33 e il 36 per cento delle preferenze.
Buona percentuale anche per il Movimento 5 Stelle, con la candidata Valeria Ciarambino (14-17%).
Resta alto il numero degli indecisi – non votanti: è il 51,4%.
Il governatore uscente si colloca a ridosso del candidato pd, ma il suo risultato non è tranquillizzante.
Da un lato perchè la valutazione del suo quinquennio di governo non è confortante (oltre il 60% dà  un giudizio negativo del presidente della Regione, percentuale che supera il 70% quando si tratta di valutare l’amministrazione).
Dall’altro la presenza di esponenti dell’area di centrodestra nelle liste di De Luca ha probabilmente contribuito a spostare voti da quell’area.
In Campania è assai elevato il fenomeno del voto di preferenza: nel 2010, secondo uno studio di Roberto D’Alimonte per il Cise, il tasso di preferenze in Campania fu del 90,6% contro il 26,6% della Lombardia.
Questo significa che conteranno molto le ultime settimane di campagna elettorale che vedranno muoversi massicciamente i candidati, ciò che potrebbe modificare anche in maniera sostanziale gli orientamenti di voto.
Nel caso della Campania poi l’area «grigia» (elettori indecisi o astensionisti) è estremamente elevata
Per quel che riguarda le liste il Pd ha un risultato inferiore alle Europee ma superiore a Politiche e Regionali, mentre un buon consenso ottengono le liste collegate a De Luca e in particolare quelle che usano il suo nome.
In netta difficoltà  invece Forza Italia, che fa registrare un calo di circa 10 punti rispetto al voto europeo che era già  il punto più basso recentemente raggiunto.
Anche se le liste collegate a Stefano Caldoro ottengono risultati intorno al 10%, non riescono a colmare il gap rispetto alle liste che sostengono l’avversario.
Il M5S infine, pur in contrazione, sembra ottenere risultati tutto sommato non disprezzabili.
Una situazione quindi decisamente fluida che può veder anche cambiamenti importanti negli ultimi giorni di campagna elettorale.

Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)

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SUGLI IMPRESENTABILI IL PD RIBOLLE: “STIAMO CON SAVIANO NON CON DE LUCA”

Maggio 14th, 2015 Riccardo Fucile

“CARO RENZI, LE PAROLE NON BASTANO”

L’imbarazzo sugli “impresentabili” è palpabile anche nei volti.
Davide Mattiello, prima di essere un parlamentare del Pd molto attivo in commissione Antimafia, era con don Ciotti a Libera.
Solca preoccupato il corridoio dei passi perduti: “Innanzitutto, io mi fido e credo all’analisi che fanno del fenomeno Roberto Saviano e Rosaria Capacchione, e credo che dovrebbero farlo tutti, perchè siamo di fronte a persone che hanno una conoscenza profonda del territorio. E questo è il primo punto che va ribadito. Il secondo è che la forza delle organizzazioni mafiose sta nella relazione con la politica. Lo dico in modo ancora più chiaro: la mafia è forte perchè ha intrecci con la politica. Alcune volte queste relazioni hanno caratteristiche penalmente rilevanti, altre volte no. Ma è certo che la politica ha delle responsabilità  prima della magistratura. Non possiamo trincerarci dietro il ‘penalmente rilevante’ per fuggire alle nostre responsabilità ”.
È un insofferenza profonda quella che avvolge la pancia del Pd.
Anche dopo l’uscita di Renzi sulle canidature “imbarazzanti”.
Perchè, appunto, sono solo parole.
Insofferenza che va oltre le correnti, gli equilibri interni, i tatticismi. Indignano le parole di Vincenzo De Luca, che dopo aver imbarcato cosentiniani, ex fascisti, e riciclati, non perde occasione per attaccare Saviano: “Ha detto sciocchezze — dice De Luca – credo che si stia avvitando sulla sua immagine”.
Parole all’ombra delle quali ognuno si sente libero di dire la sua.
Ecco che Aveta, quello del braccio alzato e delle gite a Predappio, in un’intervista a Concita Sannino su Repubblica, dice: “Dopo 24 anni di militanza nella Destra ora il faro è Renzi”.
Ecco che Enricomaria Natale, a proposito delle parole di Renzi sulle candidature impresentabili, dice al Fatto: “Il premier non parla di me”.
Su Natale Saviano aveva detto, nella sua intervista all’HuffPost: “È certamente quello di Natale il nome più eclatante perchè la sua famiglia è stata più volte accusata di essere in continuità  con la famiglia Schiavone”.
E poi c’è la fabbrica dei riciclati di Michele Emiliano. Con Eupreprio Curto che a Repubblica di Bari spiega come mai provenendo dal Movimento sociale, ora sta con Emiliano.
Certo, un conto sono i riciclati altro le zone grigie di contiguità  con la criminalità .
Ma le parole di Renzi sono insufficienti per molti.
Prosegue Mattiello, che nel cuore ha ancora Libera di Don Ciotti: “Il Pd deve mettere dei filtri. Non basta constatare che è stato imbarcato di tutto, come dice Renzi. La semplice constatazione viene letta dalle associazioni mafiose come tolleranza, il messaggio arriva agli ambienti mafiosi come connivenza”.
Brucia la questione degli impresentabili. Anche tra quelli che non si possono considerare oppositori di Renzi.
Walter Verini, già  braccio destro (e sinistro) di Veltroni dice: “Ha ragione Renzi quando dice che certe candidati sono invotabili. Ma oltre a questo è che noi dobbiamo che certa gente e certi ambienti guardino al Pd. Deve essere chiaro che non hanno a che vedere con un partito che si batte per la legalità . E in questo senso Roberto Saviano va ascoltato”.
E qui Verini probabilmente ha in mente il grido che Walter Veltroni lanciò nel 2008 da tutte le piazze del Sud, dopo aver varato l’operazione “liste pulite” pretendendo che il suo partito non candidasse gli indagati: “Non vogliamo i voti dei mafiosi — diceva Veltroni – perchè vogliamo distruggere la camorra, la mafia, la ‘ndrangheta. Non votateci, perchè sappiate che il Pd vuole distruggervi”.
Parole che Renzi non ha mai pronunciato, alimentando così l’imbarazzo di molti.
Ermete Realacci non ci gira attorno: “Io, per la cultura politica che ho, sono imbarazzato dal profilo delle liste. E sono imbarazzato perchè a questo punto il problema è irrisolvibile. Dobbiamo sperare che i cittadini nell’urna siano saggi e scelgano il male minore, e che le presenze inopportune non siano condizionanti nei futuri consigli regionali. Credo che questa situazione sia stata prodotta da disattenzione e sciatteria: pur di vincere si è preso di tutto. Ora però, dopo le elezioni occorrerà  fare una riflessione e prevenire che possa ripetersi in futuro”.
All’Antimafia le parole di Saviano, ma non solo, hanno già  fatto scattare l’allarme.
La presidente Rosy Bindi ha avviato una ricognizione delle liste per una verifica.
In Antimafia, tra i parlamentari più impegnati, c’è Laura Garavini: “Su questioni di questo tipo — dice — io credo che non possiamo mettere in dubbio ciò che dicono persone che stanno in loco, di specchiata moralità  e indubbia competenza come la Capacchione. E se sul Pd non ho preoccupazioni, per quel che riguarda le liste collegate, faccio l’appello: non votate le persone dove c’è timore, preoccupazione, fondato sospetto. E credo che sarebbe opportuno che De Luca, e con lui ogni candidato, dicesse chiaramente: non voglio i voti delle mafie”.
Ecco, l’ammissione di Renzi che gli impresentabili ci sono e che non li voterebbe non ha avuto l’effetto di rasserenare il Pd. Anzi. Proprio Rosaria Capacchione, invita a passare dalle parole ai segnali concreti: “Bene che Renzi l’abbia detto. Ma ora deve essere conseguente. Perchè così vinci le elezioni, ma vince un’altra cosa. Incontro quotidianamente ragazzi, che non c’erano ai tempi di Berlinguer e che hanno creduto nel messaggio di rinnovamento e di rottamazione di Renzi, e ora sono spaesati. Dicono: stavamo con Renzi per toglierci di torno questa gente che ha rovinato il nostro paese ora ce la ritroviamo tra di noi. Dicono a Renzi: se non cambi nemmeno tu, perdiamo la speranza. Servono segnali concreti, per questo rivolgo anche a De Luca un appello: ci dica subito quale sarà  la sua giunta. Oggi, non dopo il voto”.

(da “Huffingtonpost”)

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FORZA ITALIA SCOMPARE: DALLA SICILIA DEL 61 A 0 A LISTE SOLO IN DUE COMUNI

Maggio 13th, 2015 Riccardo Fucile

NEL 2001 IL CELEBRE CAPPOTTO, ORA IL SIMBOLO SARA’ PRESENTE SOLO A GELA E MILAZZO

Fino a pochi anni fa era la capitale del berlusconismo, la prima regione azzurra, il granaio sempre colmo di voti per i candidati di Forza Italia.
L’ultimo flash risale alle politiche del 2013, con il Pdl che riesce a portare a casa il premio di maggioranza al Senato: immagini che sono già  in bianco e nero, dato che oggi in Sicilia Forza Italia semplicemente non esiste più.
Lontanissimi i tempi in cui il partito fondato da Marcello Dell’Utri faceva man bassa di preferenze a qualsiasi tornata elettorale.
Finito in archivio è anche il “cappotto” del 2001, quando il Polo delle Libertà  conquistò tutti i 61 seggi siciliani alle politiche: oggi, invece, Forza Italia non riesce neanche a presentare le liste per le elezioni amministrative.
Nei 53 comuni siciliani che andranno al voto il 31 maggio, soltanto in due casi il partito azzurro è riuscito ad inserire nelle schede elettorali il proprio simbolo: a Gela, in provincia di Caltanissetta, e a Milazzo, nel messinese.
“Siamo l’unica grande città  siciliana a presentare il simbolo di Forza Italia”, gongola il vice coordinatore siciliano del partito azzurro Michele Mancuso, tradendo un entusiasmo eccessivo: come dire che oggi per i forzisti è già  un successo riuscire a presentare la propria lista per le comunali.
Nella città  per anni amministrata dal governatore Rosario Crocetta, i berlusconiani sostengono la candidatura di Gioacchino Pellitteri, e sfidano il sindaco uscente, il democratico Angelo Fasulo.
A Milazzo i forzisti sono riusciti a raccogliere le firme per sostenere la candidatura di Lorenzo Italiano: nel resto dei casi, invece, il simbolo degli azzurri non comparirà  in nessuno degli altri 51 comuni chiamati alle urne.
Nei soli due capoluoghi di provincia che andranno al voto in Sicilia, Forza Italia è perfino scomparsa dal radar delle alleanze politiche.
A Enna, feudo elettorale di Mirello Crisafulli che si candida sindaco senza il simbolo del Pd (ma con quello identico di Enna Democratica), il partito di Berlusconi non è mai esistito, mentre ad Agrigento il simbolo di Forza Italia è scomparso per la prima volta dalle schede elettorali.
In compenso è spuntata una lista civetta, battezzata “Forza Silvio”: ammiccamento voluto che però non si riferisce all’ex premier, ma a Silvio Alessi, il candidato sindaco del movimento Patto per il Territorio, fondato dal deputato forzista Riccardo Gallo. Altre liste “camuffate” ma senza il simbolo ufficiale si possono trovare a Barcellona Pozzo di Gotto (con Forza Barcellona che sostiene il candidato Roberto Matera), ad Augusta (con Lista Azzurra in sostegno dell’aspirante sindaco Domenico Morello) e a Licata (dove il candidato Angelo Cambiano ha presentato la lista Forza Azzurri). Esultano a metà , invece, i berlusconiani di Tremestieri Etneo, in provincia di Catania: il candidato Sebastiano Caruso non potrà  fregiarsi del simbolo di Forza Italia, accontentandosi della lista Azzurri per Tremestieri, in compenso però anche il Pd non ha presentato il proprio simbolo a causa di una svista burocratica.
“Forza Italia eleggerà  almeno 100 nuovi amministratori in questa tornata elettorale”, annunciava il coordinatore degli azzurri in Sicilia, Vincenzo Gibiino: una promessa che a tre settimane dal voto sembra difficile da mantenere.
E se Forza Italia scompare, in Sicilia per la prima volta si moltiplicano i candidati di Matteo Salvini (anche se il segretario della Lega è stato accolto in Sicilia da una sfilza di contestazioni, l’ultima la sera del 12 maggio a Marsala).
Nei mesi scorsi il deputato della Lega Nord Angelo Attaguile aveva lanciato la lista Noi con Salvini, stampella meridionale del Carroccio, che oggi è riuscita a presentare un candidato sindaco nei principali centri della Sicilia.
Da Milazzo, a Marsala, passando per Villabate, Gela, Bronte Pedara sono parecchi i siciliani che si sono scoperti seguaci di Alberto da Giussano: perfino ad Agrigento sono spuntati come funghi i supporter di Marco Marcolin, deputato veneto del Carroccio, desideroso di fare il sindaco nella città  dove ha trascorso le vacanze negli anni scorsi.
Dopo la quasi estinzione di Forza Italia, i bookmaker scommettono su una crescita esponenziale dei Leghisti di Sicilia: una situazione paradossale, come nella migliore tradizione dell’isola laboratorio politico permanente.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)

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