Destra di Popolo.net

SCUOLA, L’EX MINISTRO CARROZZA: “A SETTEMBRE SARA’ UN MASSACRO”

Maggio 8th, 2015 Riccardo Fucile

“TROPPI RITARDI E SBAGLIATO IL PRESIDE CHE DECIDE TUTTO”

“Massimo rispetto, massimo dialogo. Questo provvedimento verrà  compreso a fondo, capito e apprezzato”.
Così il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, bolla la riforma della Buona Scuola al termine della riunione nella sede del Pd con il presidente del Consiglio Matteo Renzi, il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, e i componenti dem della Commissione Istruzione.
Di tutt’altro avviso, invece, l’altra ex titolare del dicastero, Maria Chiara Carrozza, che lancia il suo grido d’allarme: “Le assunzioni di ruolo per il nuovo anno scolastico saranno un massacro. Per esperienza personale ho visto l’inizio dell’anno scolastico e siamo già  in ritardo. Il rischio grosso — prosegue — è che a settembre con ce la facciamo ad avere gli organici al completo”.
La Carrozza, pur riconoscendo lo sforzo delle 100mila assunzioni, sottolinea conunque che “l’assunzione dei precari non è la riforma della scuola“.
Sono tanti i punti della riforma che si possono correggere.
“Tante persone   che — spiega la Carrozza –   hanno investito nell’abilitazione, ora si ritrovano fuori da questo piano assunzione. E non includere un piano con un indirizzo delle materie è un errore. Occorre dare un obiettivo specifico e di ampio respiro”.
La Carrozza critica anche il ruolo del preside-sindaco “che decide tutto” e sulla consultazione online del governo Renzi sulla riforma afferma: “E’ stata venduta per più di quello che era. Un conto è coinvolgere il Paese su come dov’essere il futuro della scuola italiana, un altro è un questionario online”

(da “il Fatto Quotidiano”)

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IN EUROPA SALE L’OCCUPAZIONE MA L’ITALIA E’ FANALINO DI CODA

Maggio 8th, 2015 Riccardo Fucile

LAVORANO MENO DI SEI ITALIANI SU DIECI: LONTANI GLI OBIETTIVI EUROPEI

La notizia buona è che per la prima volta dallo scoppio della crisi finanziaria il tasso di occupazione degli europei fra 20 e 64 anni è aumentato arrivando, lo scorso anno, al 69,2% e riducendo la forbice con il picco toccato nel 2008 quando aveva un lavoro il 70,3% della popolazione del Vecchio continente.
Quella cattiva è che l’Italia continua ad arrancare: peggio del nostro paese (tasso al 59,9%) fanno solo Grecia (53,3%) e Croazia (59,2%) solo che il risultato della repubblica balcanica va letto in chiave positiva perchè Zagabria ha già  raggiunto l’obiettivo d’occupazione al 2020 indicato dall’Unione europea (59%).
L’Italia, invece, è lontana anni luce pur avendo uno dei target i più bassi dell’Ue: meno del 67% indicato per l’Italia c’è solo il dato della Croazia e quello di Malta (62,9%) che pure lo ha già  superato con un tasso di occupazione al 66,3%.
Insomma anche per i tecnici di Bruxelles la situazione italiana resta tra le più complicate dell’intero Vecchio continente.
Certo chi è messo peggio come la Grecia e la Spagna che ha lo stesso tasso di occupazione italiano, eppure per Atene e Madrid, Bruxelles ha indicato obiettivi più ambiziosi per il 2020: il 70% di occupati per i primi, il 74% per gli altri.
Come a dire che per la Ue il mercato del lavoro è talmente ingessato che un’inversione di rotta pare quasi impossibile.
Nelle previsioni pubblicate oggi dall’Istat, il tasso di occupazione al 2017 potrebbe salire al 62,4%. Decisamente lontano dal dato della Germania (77,7%) o della vicina Francia (69,8%).
A livello europeo si registra la continua crescitandell’occupazione femminile arrivata al 63,5%, mentre quella maschile è al 75%.
I paesi con il più alto tasso di occupazione sono quelli nordici con in testa la Svezia (80%) seguita dalla Germania, dall’Olanda (76,1%) e Danimarca (75,9%).

Giuliano Balestrieri
(da “La Repubblica”)

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VINCE CAMERON: “GOVERNERO’ PER TUTTI”, CONSERVATORI 325 SEGGI, LABURISTI IN CALO, CROLLO LIBERALI E FARAGE, TRIONFO NAZIONALISTI SCOZZESI

Maggio 8th, 2015 Riccardo Fucile

CONSERVATORI A UN SOFFIO DALLA MAGGIORANZA ASSOLUTA SECONDO GLI ULTIMI EXIT POLL

A sorpresa trionfa il premier David Cameron, restano indietro i laburisti, con Ed Miliband sull’orlo delle dimissioni, conquistano ben 56 seggi su 59 i nazionalisti scozzesi con Alex Salmond e ritorna in Parlamento – dopo 7 anni di assenza.- Boris Johnson, il sindaco di Londra: anche se lo scrutinio non è ancora ufficialmente terminato, si delinea il quadro dei risultati delle elezioni in Gran Bretagna.
La vittoria di Cameron
Lo accusavano di essere apatico, debole, quasi appagato se non rassegnato. Di lui i nemici di partito a metà  campagna elettorale dicevano: «David Cameron? Too posh to push». Troppo fighetto per spingere, per trascinare il popolo Tory a una vittoria che sarebbe dovuta arrivare facilmente, secondo alcuni osservatori, sull’onda dei dati macroeconomici della ripresa Brit.
E invece gli elettori lo hanno premiato: la Bbc, mentre si sta concludendo venerdì mattina lo spoglio delle schede delle elezioni britanniche, prevede che in conservatori di David Cameron riusciranno a conquistare 329 deputati sui 650 dei Comuni, ad un solo voto dalla maggioranza assoluta.
Un trionfo se il dato sarà  confermato.
I Laburisti sulla base degli stessi dati si fermerebbero a 233 e i nazionalisti scozzesi a 56.
Al partito del Galles andrebbero tre seggi, all’Ukip di Nigel Farage due, ai Verdi uno, ad atri partiti 19.
La Borsa di Londra già  festeggia sulla scia della vittoria dei conservatori: il Ftse 100 ha aperto in aumento dell’1,19% per poi accelerare subito a +2%.
Strong night
Alle 5 e 45 del mattino David Cameron è comparso davanti ai microfoni, in giacca e cravatta, stanco ma soddisfatto. Senza sorrisi e senza trionfalismi ha rimesso il cappello sulla sedia che già  occupa da cinque anni al numero 10 di Downing Street. Ha parlato di una strong night, «una notte forte per noi Conservatori».
Poi il premier britannico ha twittato: «Un futuro migliore per tutti» e la foto di un abbraccio a sua moglie.
«Una nazione, un Regno Unito, ecco come spero di governare se sarò abbastanza fortunato da continuare come primo ministro», scrive Cameron.
Guerra Mondiale
Cameron ha parlato da statista, ringraziando per primi «coloro che settant’anni fa hanno lottato per salvare il nostro Paese e la nostra democrazia». Oggi è l’anniversario del VE Day, 8 maggio 1945, la vittoria in Europa, la fine della Seconda Guerra Mondiale.
La storia e il futuro: «Andiamo avanti nel nostro lavoro, costruiamo sulle fondamenta di quanto fatto finora», ha detto il primo ministro davanti a una piccola folla di simpatizzanti, nella circoscrizione dell’Oxfordshire dove è stato rieletto.
Poche parole prima di rimettersi in auto e tornare a Londra con «il difficile compito di tenere unito il Paese».
Capolinea Miliband
Sotto il Big Ben laburisti indietro di almeno settanta deputati (una ventina in meno rispetto alla sconfitta che costò il posto a Gordon Brown nel 2010). Per il suo successore Ed Miliband, 45 anni, il leader che doveva riportare il partito di Tony Blair alla vittoria elettorale, il capolinea potrebbe essere vicino.
Miliband ha parlato prima via Twitter e poi dietro il podio: «Notte difficile e deludente». Snob o no, ha vinto Posh Cameron.
Il quarantottenne primo ministro alla fine ha spinto eccome. E a Miliband non resterebbe che dimettersi: potrebbe farlo già  nelle prossime ore.
Ma sono state un vero e proprio bagno di sangue le elezioni politiche di giovedì per il partito laburista guidato da Ed Miliband: persino Ed Balls, ministro ombra per l’economia, ha perso il suo seggio di Morley.
Balls è stato sconfitto per soli 422 voti,consentendo al partito conservatore di ottenere il seggio, e secondo alcune voci potrebbe chiedere un riconteggio delle schede.
Balls fra l’altro è anche marito di Yvette Cooper, anch’essa parlamentare laburista e ministro ombra dell’Interno.
Ambizione Bionda
Nelle retrovie del partito già  sventolava impaziente la capigliatura di Boris Johnson, il sindaco uscente di Londra detto anche «Ambizione Bionda», pronto a prendere la guida dei Conservatori se «Posh David» avesse fallito addormentandosi sugli allori.
E invece, Ambizione Bionda dovrà  aspettare il prossimo giro: ma la sua non è una sconfitta perchè il sindaco di Londra ritorna in Parlamento dopo sette anni di assenza. È stato eletto nella circoscrizione di Uxbridge and South Ruislip con oltre il 50% dei voti. Johnson è già  stato in Parlamento per sette anni tra il 2001 e il 2008, per la circoscrizione di Henley in Oxfordshire.
Lasciò l’incarico per assumere il governo della capitale.
I massacrati di Nick
I liberal-democratici del vice premier Nick Clegg, alleati dei conservatori nel governo uscente, sono usciti con le ossa: una decina di seggi sui 57 che avevano. La «decapitation strategy» dei conservatori ha funzionato.
«Notte crudele e punitiva» ha commentato a caldo Clegg, che ha comunque mantenuto il seggi nella circoscrizione di Sheffield. Una batosta che fa dei Gialli di Nick (la sensazione del 2010) uno sparuto gregge di tramortiti agnellini al gioco di Cameron, nel caso Posh David ne avesse bisogno per avere una maggioranza in Parlamento.
Da escludere, per i lib-dem, una cosiddetta «alleanza dei perdenti» con i laburisti azzoppati, pur sorretti dalle schiere trionfanti dei deputati scozzesi dello Scottish National Party che la capoclan Nicola Sturgeon spedisce a Londra dal Nord.
Ukip terzo partito, Farage rischia di non essere eletto
Dal gioco elettorale esce con tanti voti ma pochi seggi l’Ukip (United Kingdom Independence Party), il partito anti-europeista e anti-immigrati di Nigel Farage.
Il sistema elettorale britannico (uninominale secco) gli permette di ottenere «soltanto» due seggi a Westminster, ma il bottino del 13-14% dei voti fa dell’Ukip (che chiede l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea) il terzo partito su scala nazionale. Anche se fino all’ultimo è rimasto incerto il destino del suo leader, imbrigliato dai conservatori di Cameron in una lotta all’ultima scheda in una circoscrizione costiera del sud.
Lo choc della serata
Passerà  alla storia il momento in cui milioni di persone ieri sera hanno appreso i risultati degli exit polls. Per giorni e giorni i sondaggi avevano dato i due principali partiti in sostanziale parità . Una parità  che riduceva lo scarto dei deputati e sembrava favorire la formazione di un governo Miliband, in quanto il Labour (pur secondo partito) avrebbe potuto contare sul sostegno dei separatisti scozzesi dati da tutti in grande avanzata.
Come previsto, il trionfo degli Highlander in Scozia c’è stato: gli exit polls alla chiusura dei seggi hanno attribuito al partito guidato dall’abilissima, calmissima Nicola Sturgeon, 44 anni. Addirittura 56 seggi sui 59 in palio sopra il Vallo Adriano. «Il leone di Scozia ha fatto sentire il suo ruggito» in tutta la Gran Bretagna, «inconcepibile ignorarci».
Così Alex Salmond, ex leader degli indipendentisti dello Snp ha celebrato il trionfo del suo partito alle elezioni britanniche.
Proprio Salmond guiderà  ora un gruppo di ben 56 deputati alla Camera dei Comuni, mentre Nicola Sturgeon resta a Edimburgo. In Scozia, dove il conteggio è concluso, lo Snp ha preso 56 collegi su 59, quasi spazzando via il Labour da quella che fu una sua roccaforte e patria di vari suoi leader.
Chilometri di idee David ha spinto davvero. Di certo ha spinto (sull’acceleratore) l’autista del suo pullman elettorale: nelle ultime 48 ore prima del voto il premier ha girato no-stop da un angolo all’altro del Paese. Il più sedentario Miliband aveva fatto spallucce: «Non contano i chilometri, ma le idee».

(da “il Corriere della Sera”)

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EXIT POLL: CAMERON IN TESTA CON 316 SEGGI, LABURISTI 239, TRACOLLO DEI LIBERALI, TRIONFO DEGLI INDIPENDENTISTI SCOZZESI

Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile

AI LIBERALI 10 SEGGI, AGLI SCOZZESI 58

Cameron verso la riconferma.
I primi exit poll diffusi dalla BBC sulle elezioni britanniche danno i Conservatori in netto vantaggio, anche se lontani dalla maggioranza assoluta dei seggi: ne   otterrebbero 316 seggi (ne aveva 303) contro i 239 dei laburisti di Ed Miliband che confermano il loro elettorato.
I due principali partiti, quello Conservatore dell’attuale premier Cameron e il Laburista di Ed Miliband per molti sondaggi erano staccati da appena un punto.
Un colpo di scena, dunque, per le elezioni generali, quelle che sceglieranno il nuovo governo e di conseguenza il primo ministro.
I conservatori passerebbero da 302 a 316.
Tracollo dei Libdem che ne avevano 53 e andrebbero a 10.
Boom dello scozzese Snp che ha conquistato 58 seggi su 59, gli indipendentisti ne avevano sei. Si sono svolte dalle 7 ora locale alle 22, quando in Italia erano le 23. Alle urne erano chiamati 45 milioni di britannici.
Gli scenari sono stati incerti fin dall’esordio della campagna elettorale.
Ancora stamattina gli ultimi sondaggi continuano a fotografare una situazione di quasi assoluta parità  tra i due partiti maggiori in termini percentuali.
Il continuo testa a testa fra Tories e Labour nei sondaggi, assieme al fatto che i principali partiti hanno escluso l’ipotesi di alleanze, ha contributo all’incertezza. Anche i primi dati non riescono a dare indicazioni diverse dai sondaggi: nè il partito di Cameron nè quello di Miliband riuscirebbero a ottenere la maggioranza assoluta dei 326 seggi determinati dal sistema maggioritario uninominale che divide il territorio in 650 circoscrizioni elettorali, ognuna delle quali sceglie il proprio deputato da mandare alla Camera dei Comuni.
Questo significa che ogni partito deve ottenere 326 seggi per avere la maggioranza assoluta in Parlamento.
Come rileva il Guardian in un’analisi del voto, per il Laburisti di Ed Miliband, un buon risultato sarebbe un numero di seggi superiore ai 290.
In questo caso, il Labour potrebbe tentare di formare una coalizione con i Liberal democratici, i nazionalisti gallesi, i Verdi e l’Sdlp, il partito social democratico e laburista dell’Irlanda del Nord, escludendo così i nazionalisti scozzesi dell’Snp.
Tra i 260 e i 290 seggi verrebbe invece considerato un cattivo risultato, perchè i Laburisti dovrebbero a questo punto ricorrere ai voti dell’Snp, ipotesi finora scartata da Miliband.
Pessimo risultato sarebbe invece un numero di seggi inferiore ai 260, perchè il Labour non potrebbe formare un governo nemmeno con l’appoggio dell’Snp.
I Conservatori potrebbero invece considerarsi legittimamente vincitori con un risultato superiore ai 300 seggi, che consentirebbe a Cameron di riconfermarsi premier, probabilmente in una nuova coalizione con i Libdem.
Meno buono sarebbe un risultato tra i 280 e i 300 seggi, che costringerebbe Cameron a combinare insieme il sostegno dei Libdem e probabilmente del Partito unionista democratico dell’Irlanda del Nord.
Al di sotto dei 280 si tratterebbe invece di un risultato pessimo, perchè ai Tories mancherebbero i numeri per formare un governo stabile.
Se nessun partito otterrà  la maggioranza dei seggi, come prevedono tutti i sondaggi finora effettuati, si tratterà  allora di calcolare il numero di deputati ottenuto da Conservatori e Laburisti e quelli ottenuti dai loro potenziali partner di coalizione. Oltre che per il rinnovo del Parlamento, gli elettori sono chiamati ad eleggere oltre 9mila rappresentanti in 279 amministrazioni locali.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LISTE FORZA ITALIA RISCHIANO ANNULLAMENTO PER “COLPA” DELLA ROSSI

Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile

IL PARERE LEGALE COMMISSIONATO DAI FITTIANI BOCCIA SENZA APPELLO LA SUA DELEGA A PRESENTARE LE LISTE

Nuovi guai in vista per Silvio Berlusconi.
Come se non bastassero già  le faide interne al partito, con i fittiani in rivolta e i verdiniani pronti a traslocare nell’orbita renziana.
Adesso spunta anche un parere legale commissionato da un gruppo di dissidenti di Forza Italia, fedeli all’ex governatore della Puglia Raffaele Fitto, che mette in discussione le procedure seguite per la presentazione delle liste in vista delle elezioni regionali.
E nel quale si prospetta addirittura il rischio di annullamento.
TESORIERA NEL MIRINO
Forti del documento redatto dall’avvocato Gianluigi Pellegrino, ritenendo violate le regole dello Statuto del partito inerenti proprio la formazione e la presentazione delle liste elettorali, i dissidenti azzurri hanno distribuito in tutta Italia un modulo di raccolta firme che ha messo insieme migliaia di sottoscrizioni.
Lo scopo è quello di intraprendere azioni giudiziarie volte ad «assicurare il rispetto della legalità  statutaria e costituzionale violata nel funzionamento di Forza Italia, inibendo ogni abusivo e usurpativo comportamento».
A cominciare da quello che avrebbe tenuto, secondo i fittiani, la tesoriera del partito Maria Rosaria Rossi.
Sentito da ilfattoquotidiano.it, è lo stesso legale a chiarire le ragioni dell’iniziativa: «Per quanto riguarda la presentazione delle liste elettorali, quale massima espressione delle funzioni di un partito politico — spiega l’avvocato Pellegrino — lo statuto di Forza Italia prevede che esse siano compilate dal Comitato di presidenza, composto da sei membri eletti dal Congresso ed altri sei nominati dal presidente, sentiti i coordinatori regionali, e possono essere presentate dall’amministratore nazionale, eletto dal Consiglio nazionale su proposta dello stesso Comitato di presidenza. Un ruolo affidato alla senatrice Rossi, ma in violazione delle regole statutarie. Per questo le liste elettorali per le prossime regionali sono da ritenersi presentate da un soggetto che non rappresenta legalmente il partito e sono dunque   annullabili».
Anche perchè la fedelissima del Cavaliere, che su delega di Berlusconi presiede l’ufficio di presidenza del partito, ha diretto anche la riunione con i coordinatori regionali per dare il via libera ufficiale alle candidature.
EFFETTO DOMINO
Gli incarichi alla Rossi sarebbero stati dunque conferiti in violazione delle regole statutarie, argomenta il parere legale ripercorrendo i passaggi più significativi di una vicenda iniziata con la sospensione delle attività  del Popolo della libertà  e il rilancio di Forza Italia.
Una transizione per la quale l’ufficio di presidenza del Pdl aveva affidato, il 25 ottobre 2013, al presidente Silvio Berlusconi «pieno mandato politico e giuridico per attivare le necessarie procedure, anche attraverso le convocazioni degli organi statutari, per l’attuazione di questa deliberazione politica», conferendogli «le responsabilità  connesse alla guida del Movimento per definire obiettivi, tempi e modi della nuova fase di attività  secondo lo Statuto di Forza Italia».
E in base a quello Statuto, sottolineano i fittiani nel documento per la raccolta delle firme, «non vi può essere un legittimo amministratore di Forza Italia che non sia nominato dal Consiglio nazionale su proposta del Comitato di presidenza e senza che tali organi traggano a loro volta legittimazione dal Congresso».
Che, una volta esaurita l’esperienza del Pdl, avrebbe dovuto essere convocato «all’atto della riattivazione di Forza Italia».
Cosa che invece non è avvenuta.
Inficiando a cascata, secondo i dissidenti, oltre alla legittimazione della Rossi anche quella dei comitati e dei coordinatori regionali che, proprio insieme alla tesoriera azzurra, hanno dato il via libera alle liste elettorali per le regionali e all’uso del simbolo.
RICORSO CONGELATO
A quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, lo stesso Fitto ha deciso di soprassedere e di non intraprendere, almeno per ora, alcuna azione legale.
«Voglio vincere la sfida nel partito politicamente e non a colpi di carte bollate», ha confidato ai suoi fedelissimi.
Ciononostante, nulla impedirebbe ad un qualsiasi iscritto del partito come pure ad un qualunque cittadino, di adire le vie legali per chiedere l’accertamento delle possibili violazioni statutarie e l’annullamento delle liste.
Un’incognita che potrebbe scatenare l’ennesimo terremoto dentro Forza Italia.
Della vicenda, peraltro, era stato già  investito anche il Tribunale civile di Roma con un ricorso d’urgenza presentato dal senatore Vincenzo D’Anna, parlamentare azzurro prestato al gruppo Gal a Palazzo Madama.
Ricorso che, però, era stato dichiarato inammissibile. «Ma solo ed esclusivamente sotto il profilo procedurale, non nel merito», aveva dichiarato il 29 aprile Arturo Meo, legale di d’Anna, commentando la pronuncia del giudice civile.
E precisando che «non c’è stata alcuna bocciatura» ma solo una decisione sugli «aspetti processuali del ricorso».
Insomma, per la Rossi e le liste elettorali di Forza Italia, il giorno del giudizio potrebbe non essere scampato ma solo rimandato.

Antonio Pitoni
(da “il Fatto Quotidiano”)

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A 90 ANNI OFFRE LA SUA CASA AI PROFUGHI: NON TUTTA LA PADANIA E’ MARCIA

Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile

“CRISTIANI BISOGNA ESSERLO NON A PAROLE, MA NEI FATTI”… ORA TOCCA A SALVINI OSPITARE QUALCHE POVERO ITALIANO A CASA SUA

Commossa dalle immagini degli sbarchi e dalla notizia del naufragio di 800 persone nel Mediterraneo, una anziana novantenne di Rubano (Padova) ha deciso di lasciare la propria casa ai profughi che sbarcano in Italia, affittandola per metà  prezzo a una cooperativa che si occuperà  della gestione dei richiedenti asilo.
«Diciamo che ci sono persone che sono cristiane a parole e persone che lo sono nei fatti», ha commentato.
La storia è raccontata dal Corriere del Veneto:
Quando alla tv sono passate le scandalose immagini di quelle 800 vite perse in mare, i fotogrammi di una tragedia che ha fatto inorridire l’Italia intera, Mara Gambato non ha avuto grossi dubbi. Ha chiamato i nipoti, ha traslocato a Padova, in una casa di sua proprietà , e ha consegnato le chiavi della sua villetta di Sarmeola di Rubano ad una cooperativa che si occupa di accoglienza dei profughi.
Un regolare contratto di affitto (la 90enne si è accontentata di circa la metà  del valore di mercato) che per dieci profughi provenienti da Gambia e Guinea Bissau rappresenta molto più di una nuova casa.
«Quando ha sentito alla tv di quelle 800 persone morte in mare — ha raccontato Sergio Ventura, il nipote che ha curato per conto dell’anziana l’affidamento dell’immobile alla cooperativa — e quando ha visto l’immobilismo dello Stato e delle istituzioni ha deciso di fare qualcosa».
A gestire l’accoglienza in quella casa di via Borromeo (così come in quella di corso Milano, a Padova, e in molte altre case della provincia di Padova) è «Percorso Vita onlus» di don Luca Favarin.
«Quando l’ho incontrata mi ha parlato anche della guerra e degli italiani all’estero — ha spiegato don Luca – e poi della difficoltà  di assistere immobile a quei drammi. La mia impressione è che vedendo la tragedia quotidiana dei profughi abbia in parte rivissuto le difficoltà  patite da lei, dai suoi amici e coetanei. È la dimostrazione di un’altra cultura veneta, che purtroppo spesso viene oscurata dall’intolleranza di certi»

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STOP AI VITALIZI (MA NON PER TUTTI)

Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile

ECCO COSA PREVEDE LA DELIBERA APPROVATA DA CAMERA E SENATO … A QUALI PARLAMENTARI SI APPLICA

Vitalizi aboliti per i parlamentari condannati in via definitiva, ma non per tutti.
Le identiche delibere approvate dagli uffici di Presidenza di Camera e Senato prevedono infatti alcune “eccezioni” che possono permettere a deputati e senatori che hanno avuto guai con la giustizia a non rinunciare, per forza, alla pensione a vita.
Il risultato viene comunque festeggiato come un “bel segnale” dai presidenti dei due rami del Parlamento, Pietro Grasso e Laura Boldrini.
Tuttavia non hanno votato le delibere Ap (alla Camera), Forza Italia e Movimento 5 Stelle.
I grillini hanno attaccato la “delibera farsa perchè salva la stragrande maggioranza dei politici condannati, tutti i loro amici di tangentopoli e colpisce solo una piccola cerchia”.
Con le nuove norme c’è lo stop al vitalizio per i parlamentari condannati in via definitiva per reati di mafia, terrorismo e contro la pubblica amministrazione, con pene superiori ai due anni. Nell’ultima fattispecie è però escluso l’abuso d’ufficio.
Inoltre, la cessazione del vitalizio viene meno nel caso il politico condannato in via definitiva si serva della riabilitazione, istituto dell’ordinamento penale che consente, decorsi almeno 3 anni, di ottenere l’estinzione degli effetti penali della condanna e delle pene accessorie.
È il caso, per esempio, di Marcello de Angelis, condannato a 5 anni per banda armata e associazione sovversiva come elemento di spicco del gruppo neofascista Terza Posizione, ma riabilitato.
Rientra invece nell’abolizione Paolo Pillitteri, ex sindaco di Milano, condannato in via definitiva per ricettazione e finanziamento illecito dei partiti nella vicenda Tangentopoli.
Pochi mesi fa disse che se avessero abolito il vitalizio “non arriverò alla fine del mese”.
Non solo: le norme si applicano in caso di condanne in via definitiva a più di due anni per reati comuni che prevedano un massimo edittale non superiore ai sei anni.
Ancora: lo stop al vitalizio non può essere applicato nel caso di assegni e pensioni di reversibilità , laddove il parlamentare sia deceduto prima dell’entrata in vigore della delibera.
Rientrano a pieno titolo nell’abolizione del vitalizio Marcello Dell’Utri, condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa; Cesare Previti, condannato a 6 anni per corruzione in atti giudiziari; Totò Cuffaro, condannato a 7 anni per favoreggiamento alla mafia; Toni Negri, condannato a 12 anni per complicità  con le Brigate Rosse; Massimo Abbatangelo, condannato a 6 anni per detenzione di esplosivo. Rientra anche Silvio Berlusconi che, comunque, dal 2018 potrà  fare richiesta per la riabilitazione penale.
La delibera approvata dall’Ufficio di presidenza della Camera prevede all’articolo 1: “E’ disposta la cessazione dell’erogazione dei trattamenti previdenziali erogati a titolo di assegno vitalizio o pensione a favore dei deputati cessati dal mandato che abbiano riportato, anche attraverso” il patteggiamento a) condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione per i delitti, consumati o tentati, previsti dall’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater del codice di procedura penale (mafia e terrorismo) e dagli articoli da 314 a 322-bis, 325 e 326 del codice penale (reati contro la P.A. come peculato e concussione); b) “condanne definitive con pene superiori a due anni di reclusione per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a sei anni, così determinata ai sensi dell’articolo 278 del codice di procedura penale”.
Il M5S attacca: “Ecco chi si salva”. Il grillino Riccardo Fraccaro attacca sulla sua pagina Facebook e fa un elenco dei parlamentari che invece la “fanno franca”.
“Paolo Cirino Pomicino – scrive Fraccaro – percepirà  ogni mese 5.573 euro nonostante la condanna per corruzione finanziamento illecito (pena inferiore ai due anni e riabilitato, ndr). Idem Enzo Carra, ex deputato Pd condannato per false dichiarazioni sulle mazzette, ben 3.979 euro. Per gentile concessione del Pd, i cittadini pagheranno i vitalizi a vecchi e anche nuovi tangentisti: come Salvatore Sciascia, attuale parlamentare forzista già  condannato per corruzione, che a fine legislatura potrà  riscuotere l’assegno (anche lui riabilitato, riporta oggi il Fatto Quotidiano)”.
Un altro parlamentare che potrà  contare sul vitalizio, scrive sempre Fq, sarà  Giuseppe Ciarrapico.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A ROBERTO SAVIANO: “GOMORRA E’ NELLE LISTE DI DE LUCA”

Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile

“LA LOTTA ALLA MAFIA NON E’ UNA PRIORITA’ DI RENZI”

Roberto Saviano, cinque anni fa fu De Luca ad accusare Caldoro di avere in casa i casalesi. Ora i termini si sono ribaltati?
Le liste di De Luca non sono affatto liste con nomi nuovi e in nessun caso trasformano il modo di fare politica in Campania. Direi che ricalcano le solite vecchie logiche di clientele. E non c’è niente da fare. E’ sempre stato questo e questo sarà : le liste si fanno su chi è in grado di portare pacchetti di voti.
Vedendo le liste elettorali a sostegno di De Luca, direi che il caso più imbarazzante è quello di Enrico Maria Natale. Che cosa rappresenta a Casal di Principe la sua famiglia?
È certamente quello di Natale il nome più eclatante perchè la sua famiglia è stata più volte accusata di essere in continuità  con la famiglia Schiavone. Negli anni Novanta hanno avuto un ruolo nel mondo dell’imprenditoria grigia. Questa candidatura a dimostrazione che De Luca non sta affatto cambiando il modo di fare politica in Campania.
E poi ci sono gli uomini di Cosentino che puntano sul centro-sinistra.
Gli uomini di Cosentino che puntano al centro sinistra per vendetta contro Caldoro ci sono sempre stati. Cosentino ha sempre considerato Caldoro uno dei responsabili della sua messa in crisi nel partito e quindi c’è sempre stato questo flusso apparentemente contrario a ogni logica. Nicola Turco ad esempio è un fedelissimo di Cosentino, ora sua moglie è candidata e dichiara apertamente nelle interviste che “De Luca non è di sinistra, non ha nulla di sinistra…”. E quindi ci sta bene. Pure la Criscuolo era legata a Cosentino e Scajola. Insomma c’è di tutto.
Insomma c’è di tutto.
Sì, pure Aveta, uno che si è sempre dichiarato neo-fascista.
Te lo chiedo senza tanti giri di parole: nelle liste del Pd e della coalizione che sostiene De Luca c’è Gomorra?
Ti rispondo senza giri di parole: assolutamente sì. Nel Pd e nelle liste c’è tutto il sistema di Gomorra, indipendentemente se ci sono o meno le volontà  dei boss. Il Pd nel Sud Italia non ha avuto alcuna intenzione di interrompere una tradizione consolidata. E cioè alla politica ci si rivolge per ottenere diritti: il lavoro, un posto in ospedale… Il diritto non esiste. Il diritto si ottiene mediando: io ti do il voto, in cambio ricevo un diritto. Il politico non dà  visioni, prospettive, percorsi, ma dà  opportunità  in cambio di consenso. E De Luca, in questo, è uno che ci sa fare. La politica dovrebbe essere tutt’altro. Dovrebbe ottenere consenso in cambio di trasformazioni complesse e complessive della società . Invece dando il proprio voto l’elettore rinuncia a chiedere progetto e trasformazione in cambio di una e una sola cosa.
Tu hai fatto un elenco di nomi e hai detto che il sistema Gomorra è anche nel centrosinistra. Significa, facendo il passaggio successivo, che non serve aspettare i processi per dire che con certe persone non si può neanche prendere il caffè al bar.
Al di là  delle condanne e delle manette che sono altra cosa e mi interessa meno, non avendo mai avuto l’ossessione manettara di tanta parte del giornalismo italiano, lì si tratta proprio di opportunità  politica. De Luca ha capito che per vincere deve portare clientele, attraverso persone modeste, senza visione e deve togliere le clientele a Caldoro. Ecco: la guerra che si stanno facendo Caldoro e De Luca è tutta qui, sulle clientele, ed è per questo che De Luca ha avuto bisogno di De Mita. Non c’è bisogno di andare in questura per dire che le persone di cui abbiamo parlato, a Casal di Principe e non solo, sono incandidabili se appartieni a un partito che dice, o meglio millanta, di trasformare. Non scherziamo. Ora: De Luca sa benissimo che sono impresentabili e forse, dopo questi articoli, farà  la mossa di toglierne qualcuno ma non può fare a meno del voto di scambio.
Potremmo proseguire con altri nomi, come gli ex responsabili del governo Berlusconi a sostegno di De Luca: Iannaccone, Cesario o Pisacane che ha candidato la moglie. O l’ex mastelliano Barbato. Ma vorrei fare con te un ragionamento di fondo. Si può dire che siamo oltre il trasformismo? Qui stiamo di fronte a un blocco di potere e interessi che si lega allo schieramento finora alternativo, determinandone la mutazione genetica.
Secondo me la triste verità  è che non si sposta nulla, resta tutto identico dove è sempre stato. Cambiano gli orientamenti ma tutto resta sempre lì, fermo, immobile. Il trasformismo nasce come una opportunità  per chi fa politica, per fare cassa, ma non è solo un fatto economico. La tradizione meridionale, in questo senso, è tipica: il primo figlio fa il medico, quindi ha un ruolo importante; il secondo, che deve difendere gli affari di famiglia, fa l’avvocato; il più incapace il politico. È sempre stato così, nella tradizione meridionale. Ma il riciclo del ceto politico nasce non semplicemente dalla volontà  delle persone, ma anche dalla volontà  degli elettori. Può sembrare paradossale ma è così. L’elettore meridionale medio non ne vuole sapere di un politico nuovo che magari ha progetti e idee. Vuole il vecchio che gli garantisca il posto di lavoro, il posto alla nonna all’ospedale, la mensa, l’asilo, quello che ti dà  di volta in volta il favore, in cambio del voto. Quindi l’elettorato non si fida del nuovo e preferisce il vecchio che vede come garanzia. Da qui nascono i nomi che abbiamo detto. Un vecchio arnese della politica garantisce favori più di un nuovo politico con idee e progetti che spesso nessuno gli farà  realizzare.
E da qui l’allarme che lanciasti alle primarie.
Lanciai l’allarme perchè sapevo che sarebbe successo questo. Dissi: non legittimate politici che hanno già  in mente come vincere e come posizionarsi. E quindi l’invito a non votare era l’invito a non legittimare questo sistema. Le primarie non si sono svolte con una competizione su argomenti: tutti ci raccontavano la stessa storia, non era una questione di contenuti, erano solo una battaglia tra le fazioni e tra le clientele di uno e dell’altro.
Una volta il Pci era il partito della lotta alla mafia, il Pci di La Torre, il Pci che selezionava la propria classe dirigente prima che arrivasse la magistratura. Ora questo Pd cosa è?
Il Pd non sta facendo la battaglia promessa. Ha creduto che utilizzare le figure di Grasso o di Cantone fosse la garanzia di un’immagine diversa. Ed è questo che Renzi vuole: un’immagine diversa. Sicuramente c’è una parte di mondo del Pd in prima linea contro le mafie, ma questo governo ha fatto poco contro le mafie. In un certo senso si è trovato in una congiuntura anche positiva: non ci sono stragi o faide mafiose e quindi l’opinione pubblica non chiede a questo governo di rispondere con urgenza. Ma davvero non c’è stata una mossa vera per contrastare il riciclaggio, per contrastare la presenza endemica della mafia nelle banche o negli appalti. Questo Pd non ha un’anima che sente come una priorità  l’antimafia. Ovviamente non mi sentirei di dire che stiamo parlando di collusioni come succedeva in Forza Italia, però da qui a considerarsi, appunto, un partito antimafia… ce ne passa. Anche la vicenda De Luca, lo dimostra.
Andiamo dritti alla narrazione renziana cui accennavi. Uno dei simboli è Cantone, magistrato di punta nelle inchieste sui casalesi, ora molto esposto col governo sulla terreno della lotta alla corruzione. Cantone da un lato e queste liste dall’altro. Come leggi questa fotografia?
Cantone aveva avuto un rapporto già  con Enrico Letta poi con Renzi, quindi ha chiara la visione della situazione. La fotografia la spiego così: sembra esserci molta prudenza da parte del governo e da parte di Cantone, che è un amico, a prendere posizione. È come se tutti fossero in attesa di essere nel prossimo governo eletto dal popolo. Uso una metafora: oggi ci dobbiamo fare incudine e ci dobbiamo stare, domani quando saremo martello batteremo. Ho molto questa sensazione, si preferisce intervenire su De Gennaro, difendendolo, piuttosto che sulla vicenda Campania, che è un dramma incredibile. È come se ci fosse una specie di compromesso. In questo momento noi non possiamo agire perchè il rischio di perdere e di farci male sarebbe troppo, quindi glissiamo e aspettiamo quando ci si darà  il potere vero, con un governo eletto. Credo che Renzi speri in cuor suo che vinca Caldoro così da risolvergli il problema De Luca. Il grande rimosso del governo è il Sud Italia.
In conclusione: chi votare in Campania? Alle primarie dicesti: non partecipate. Lo dici anche oggi sperando che l’indignazione civica si esprima con l’astensionismo?
Non votare alle primarie aveva senso per mostrare che le primarie erano una competizione farlocca. Alle elezioni bisogna andare e prendere parte. Mi sento di dire che ognuno scelga nel migliore dei modi tra Cinque Stelle, Sel, Pd, Caldoro. Ormai la Campania è in una situazione drammatica. Si sta anche spostando l’attenzione mediatica e la narrazione che sta vincendo è quella cui ha contribuito anche De Magistris: chi racconta le cose sta in qualche modo diffamando e si deve parlare solo di cose belle, come il Maschio Angioino, la musica, l’arte. Ma queste bellezze non sono merito del sindaco, non sono merito di coloro che mi spingono a celebrarle. Ecco, anche questa narrazione ha contribuito a costruire la classe dirigente che strozza Napoli e la città  è affogata tra l’estremismo di una minoranza ricca che almanacca su impossibili rivoluzioni e palingenesi e una piccola borghesia spesso compromessa e corrotta. In mezzo la parte maggiore onesta e assediata che un po’ spera un po’ subisce, un po’ sta a guardare per capire se vince il toro o il torero. Penso che l’unico che potrebbe oggi descrivere la situazione se ne è andato qualche tempo fa e mi manca molto: Franco Rosi

(da “Huffingtonpost”)

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IL CAPOLISTA GRILLINO VICINO ALLA ‘NDRANGHETA: LITE NEL M5S MA I VERTICI TACCIONO

Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile

IL CASO ESPLODE SULLE REGIONALI IN LIGURIA PER IL VOTO AD ARMA DI TAGGIA: IL CAPOLISTA IN PROVINCIA DI IMPERIA LEGATO ALLA FAMIGLIA MAFODDA

Sulla ‘ndrangheta la candidata governatrice in Liguria Alice Salvatore, per il M5S, risponde come gli altri, ovvero non risponde. Nulla di più, nulla di meno…
Dal 20 aprile, quando il caso Mafodda – M5S è stato illustrato e documentato alla virgola dalla Casa della Legalità , la Salvatore con il M5S è rimasta in assoluto silenzio.
Proprio la Salvatore affermava che non bisognava rispondere ed il solo chiedere di affrontare la questione era da considerarsi un attacco al M5S.
La Salvatore ed altri portavoce locali si sono, in parallelo, prodigati con difese ed apprezzamenti per l’esponente di quella storica famiglia di ‘ndrangheta che dai tempi di Teardo, oltre a sequestri di persona, omicidi, traffici di droga, armi pesanti, estorsioni, intimidazioni, è nota per essere la “porta voti” al candidato o candidati graditi al sodalizio.
Ora che la “bazzecola” è stata ripresa dalla stampa nazionale la Salvatore dice che è “infamante” accostare il M5S alla ‘ndrangheta, e non – si badi – il rapporto del M5S con l’esponente della famiglia ‘ndranghetista.
Sul merito della questione non risponde.
I fatti reali dicono che Mafodda Carmine (esponente della nota famiglia di ‘ndrangheta da cui mai si è dissociato e distaccato, figlio di quel Palmiro, esponente di spicco della cosca, che mai ha rinnegato) è stato accolto dal M5S, tra i fondatori e responsabili del M5S ad Arma di Taggia.
E’ stato accolto il suo sostegno elettorale.
I fatti reali dicono ancora che nel territorio controllato dalla famiglia Mafodda, agli Atti la «’ndrangheta di Arma di Taggia», il M5S alle elezioni politiche ed europee ha incassato percentuali di voti largamente superiori a quanto raccolto nel resto della Provincia e nelle altre province (anche rispetto a territori dove aveva operato da anni).
I fatti reali dicono che, nonostante anche la denuncia del portavoce del M5S di Imperia Antonio Russo, sull’amicizia fraterna con Mafodda, vantata ed esibita da Comandini Daniele, quest’ultimo sia stato confermato candidato alle regionali come capolista del M5S nell’imperiese.
La Salvatore Alice dovrebbe smettere di parlare della ‘ndrangheta “ectoplasma” e guardare ed affrontare quella in carne ed ossa.
Gli slogan ed i proclami non servono a nulla.
Dovrebbe evitare di citare quanto denunciato da altri come frutto di denunce (mai fatte) dal M5S (a proposito: quali denunce a Magistratura e Reparti Investigativi, Ministero dell’Interno e Prefetture liguri ha promosso in questi anni il M5S?
Quante iniziative contro la ‘ndrangheta ha fatto in Liguria, e nel caso di specie contro gli ‘ndranghetisti – con nomi e cognomi – del ponente ligure?
Allo stesso modo sarebbe anche utile che chiarissero come mai nessuna iniziativa del M5S è stata posta in essere sulla Discarica di Rocca Croaire che proprio ad Arma di Taggia e Castellaro è stata il “paradiso” di tutte le imprese di ‘ndrangheta del ponente ligure, dal savonese all’imperiese.
E’ interessante notare che la Salvatore non cita (più) le operazioni antimafia in Liguria.
Come quelle sugli Sgrò, Pellegrino, Marciano’ e Palamara, Fotia, Gullace, Fameli, Mamone, Nucera, Romeo… e Mafodda.
Sino a qualche tempo fa citava spesso le inchieste “Maglio 3” e “La Svolta”, ora non le cita più. Probabilmente si è accorta che è imbarazzante parlare di inchieste che indicano con chiarezza la «’ndrangheta di Arma di Taggia» ed il controllo di migliaia di voti che questa mantiene, visto che la ‘ndrangheta di Arma di Taggia ha un fulcro che si chiama “famiglia Mafodda” ed affini.
Il contrasto alla ‘ndrangheta passa dall’intransigenza, non dagli slogan.
Serve capire come la ‘ndrangheta si muove e non improvvisare, serve non dimenticarsi il dettaglio che la ‘ndrangheta si regge sul “vincolo di sangue”.
Serve sapere che la ‘ndrangheta non “usa” candidati pregiudicati, li vuole lindi; non punta su un cavallo solo, ma su più cavalli così da rendere ricattabili e condizionabili più soggetti; non ha un colore politico prediletto ma guarda al singolo o ai gruppi che sono disponibili al compromesso.
Servono quindi comportamenti coerenti, intransigenti ed il rifiuto dei voti che puzzano e che poi condizionano.
Serve eliminare ogni possibile punto di contiguità .
Questi sono gli anticorpi. Non le parole.
La Salvatore ed il M5S vogliono dare un segnale? Risolvano la questione Mafodda – M5S – Comandini, in modo netto, inequivocabile e concreto.
Ora – che è già  tardi – perchè “infamante” è questa “bazzecola” e l’ostinarsi a non affrontarla e risolverla.

(da Ninin.Liguria.it)

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