Maggio 6th, 2015 Riccardo Fucile
SCIOPERO IN TUTTA ITALIA DI STUDENTI E INSEGNANTI: “RIFORMA SàŒ, MA NON COSàŒ”
Docenti, studenti, genitori e lavoratori. Precari e di ruolo.
Hanno marciato tutti insieme contro la “Buona scuola” di Renzi.
In ogni angolo d’Italia. Da Aosta a Catania. Passando per Roma, Milano, Bari, Cagliari e Palermo.
Sette piazze principali organizzate dai tre sindacati confederali (insieme a Gilda e Snals), altre decine e decine di cortei e sit-in spontanei in ogni regione del Paese.
I Cobas hanno sfilato da soli, invece, in dodici città (la principale è Torino).
Secondo le stime dei sindacati, alla giornata di protesta hanno partecipato oltre 500 mila persone.
Uno sciopero generale con un’adesione vicina all’80 per cento: le aule sono rimaste deserte ovunque.
“I dati del ministero dell’Istruzione arrivano da circa 5 mila scuole — spiega Maurizio Lembo, della segreteria nazionale Flc Cgil —. Ci sono altri 3 mila istituti che non hanno mandato nessuna comunicazione: probabilmente perchè sono rimasti chiusi”. Una mobilitazione che non si vedeva da anni.
Almeno 50 mila nel corteo di Roma, 30 mila in quello di Bari, 25 mila a Milano , 10 mila a Cagliari.
Nemmeno nel 2008, contro la riforma Gelmini, si è arrivati a cifre del genere.
Renzi ha messo d’accordo tutti, per i sindacati potrebbe essere addirittura “il più grande sciopero di sempre”. Una battaglia senza distinzioni, stavolta, tra le sigle sindacali nè tra insegnanti , lavoratori e ragazzi.
Nei cortei le bandiere si mescolano a centinaia di palloncini colorati, la protesta si fa col sorriso. Cori e ironie sono tutte per il triumvirato della “Buona sòla”: Renzi-Giannini-Faraone. Tra gli slogan, ce n’è uno che tiene insieme le piazze: “Riforma sì, ma non così”.
La sfida più urgente è quella sulle assunzioni: “Non siamo più disposti a farci prendere in giro — ha detto il segretario generale della Flc Cgil, Domenico Pantaleo, dal palco di Roma — se vogliono davvero assumere 100 mila precari, facciano subito un decreto d’urgenza, altrimenti sono chiacchiere, e si discuta di più nel merito della riforma”.
Il destinatario dei messaggi ha risposto nel pomeriggio, difendendo la sua “Buona scuola”: “È giusto ascoltare chi protesta — ha detto Renzi — ma siamo il primo governo che mette 3 miliardi sull’istruzione. Non vogliamo abolire la formazione classica, ma se abbiamo numeri come quelli che abbiamo sulla disoccupazione, vuol dire che il sistema va cambiato. Vogliamo copiare l’Alto Adige e il suo modello duale di alternanza scuola-lavoro, serve a contrastare dispersione e disoccupazione”.
La moglie Agnese, ieri mattina, non ha scioperato: era regolarmente dietro la cattedra nella sua scuola di Pontassieve.
Sulla protesta è arrivato anche il commento del ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini. Non è stata diplomatica: “È uno sciopero politico — ha detto — e senza presupposti. La riforma della scuola sta procedendo con un dibattito parlamentare che tiene conto di tutto, anche degli stimoli che ci mandano gli insegnanti”.
Infine, il sottosegretario Faraone, che non concede margini sulla norma che riguarda i dirigenti scolastici: “Il ruolo del preside-sindaco non è in discussione”.
Tommaso Rodano
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 6th, 2015 Riccardo Fucile
IL ROLEX AL POLSO DELLE TUTE NERE ERA VERO O TAROCCO?
In Italia puoi offendere chiunque, tranne la mamma e il Marchio, non sempre in quest’ordine. 
È bastato che Renzi e Alfano definissero gli scassavetrine di Milano «figli di papà col Rolex» perchè qualcuno prendesse cappello.
Non i figli di papà ma la Rolex, che ha comprato una pagina di pubblicità per chiedere al governo una rettifica formale.
La polemica è nata dalla foto che ritrae una ragazza con il cappuccio in testa, la bomboletta in mano e l’orologio incriminato al polso.
Ma sarà vero Rolex?
La preoccupazione dell’amministratore delegato dell’azienda è comprensibile.
Il Rolex autentico è un oggetto esclusivo del desiderio. Che diventi un regalo al figlio dell’ex ministro Lupi non inficia la sua natura pregiata, anzi.
Mentre ritrovarlo al polso di una black bloc gli toglie senz’altro valore.
In compenso la comprovata falsità del Rolex ne toglierebbe alla ragazza incappucciata.
Se hai un Rolex tarocco è perchè non puoi permettertene uno vero e quindi ti dimostri comunque attratta da un bene di lusso capitalista che in teoria dovrebbe farti schifo.
Non sei ideologicamente contro il Rolex.
Sei contro il fatto che l’abbiano gli altri e non tu.
E questa è una forma di comunismo parente dell’invidia che in Italia conosciamo bene.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Maggio 6th, 2015 Riccardo Fucile
CINQUANTA ETTARI AL GIORNO: COSI L’ITALIA ASFALTA IL SUO FUTURO
Nemmeno la grande crisi ha fermato l’unica impresa comune nella quale gli italiani delle ultime generazioni sembrano essersi coalizzati: il consumo irreversibile del sacro suolo della patria.
Cioè il più evidente dei nostri vari suicidi collettivi.
È questa la più impressionante tra le moltissime notizie contenute dal rapporto 2015 sul consumo di suolo che dopodomani sarà reso pubblico dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, l’Ispra.
Nel 2014 abbiamo “tombato” col cemento altri duecento chilometri quadrati di suolo: ogni giorno perdiamo 55 ettari, ogni secondo ci giochiamo tra i 6 e i 7 metri quadrati di futuro.
In totale il suolo consumato in Italia è arrivato a quota 21mila chilometri quadrati, cioè il 7 per cento del territorio.
Dai numeri dell’Ispra appare consolidata la tendenza per cui, dal 2008, il Nord Ovest guadagna (cioè perde…) terreno rispetto al Nord Est.
In altre parole, si costruisce di più proprio nelle regioni che negli ultimi anni hanno pagato, per il cemento, il prezzo più alto in termini di vite umane e di danni materiali: la Liguria, per esempio.
I numeri del cemento vanno, infatti, incrociati con quelli del brusco cambiamento climatico e del conseguente aumento del rischio idraulico e geologico.
In un convegno sul Cambiamento climatico, rischio idrogeologico e pianificazione urbanistica tenutosi recentemente all’Università di Firenze, il meteorologo Andrea Corigliano ha notato che «dei 74 eventi alluvionali totali italiani che si sono verificati dal 1951, 55 si sono manifestati dopo il 1990 e ben 26 solo negli ultimi quattro anni».
In altre parole, gli effetti dell’immissione di anidride carbonica nell’atmosfera (nel 2014 la più elevata degli ultimi 800 mila anni) si stanno sommando a quelli del sigillamento del terreno: e la conseguenza sono le devastanti alluvioni urbane, che tutto sono tranne che una catastrofe naturale .
Di naturale c’è davvero poco, in questa nostra folle corsa al cemento.
I dati dell’Ispra smentiscono, per l’ennesima volta, la presenza di un nesso causale tra edilizia e necessità di abitazioni: in una spirale perversa le città perdono abitanti, ma guadagnano case, vuote e sfitte.
E se nel 2014 il suolo consumato per ogni cittadino italiano sembra, per la prima volta, lievemente scendere, non è perchè si costruisca di meno, ma è a causa della ripresa demografica, dovuta in grandissima parte all’immigrazione.
Come una specie di terribile peccato originale, i “nuovi italiani” si addossano un consumo statistico di suolo davvero impressionante: circa un chilometro quadro a testa.
E non si deve pensare che il Mezzogiorno sia esente dalla peste grigia del cemento.
Dopo Lombardia e Veneto si attestano immediatamente la Campania e la Puglia.
Ed è impressionante – ma non sorprendente – vedere che la regione del Crescent (il più incredibile scempio edilizio della Penisola, che ha sfregiato la città e il paesaggio di Salerno per volontà del sindaco Vincenzo De Luca, ora candidato alla presidenza della regione) nel 2013 si è cementificata più di Toscana, Emilia Romagna, Lazio: con una percentuale che si attesta tra il 7,8 e un mostruoso 10,2 per cento del territorio.
Di fronte a queste cifre, appaiono un balsamo le parole del nuovo ministro per le Infrastrutture Graziano Delrio, il quale ha subito promesso che si costruiranno solo opere utili (ovvio? No, sarebbe rivoluzionario), e che si romperà con la legislazione d’emergenza pro-cemento made in Maurizio Lupi.
Ma c’è da fidarsi?
Il disegno di legge sulla “semplificazione” presentato dal presidente del consiglio Matteo Renzi di concerto con la ministra Marianna Madia promette, al contrario, di aggravare le conseguenze del micidiale Sblocca Italia, voluto da Lupi e fatto approvare da Renzi nello scorso novembre.
Si tratta di una legge delega che – se approvata – permetterà , tra l’altro, al governo di estendere il micidiale meccanismo del silenzio-assenso (già sostanzialmente dichiarato anticostituzionale nel 1986) anche «alle amministrazioni preposte alla tutela ambientale, paesaggistico- territoriale, dei beni culturali e della salute dei cittadini» (articolo 3).
Facile immaginare cosa succederà , in un Paese che ha smantellato e reso inefficienti le sue “magistrature del territorio”: saranno più veloci i permessi alle opere inutili legate ad interessi privati.
E che dire dell’articolo 2, che delega il governo a introdurre il principio della decisione a maggioranza nelle conferenze dei servizi?
Gli interessi dell’ambiente e della salute dei cittadini saranno in maggioranza o, come sempre, in minoranza?
La battaglia contro il cemento si perde prima nelle leggi corrotte, e poi sul territorio: dipende dall’azione del governo Renzi ciò che leggeremo nel prossimo rapporto Ispra.
O il governo invertirà la rotta, o leggeremo che ci siamo suicidati ancora un po’.
La scommessa sarebbe facile: ma sul futuro dei nostri figli non si può scommettere.
Tomaso Montanari
(da “La Repubblica“)
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Maggio 6th, 2015 Riccardo Fucile
“OCCORRE UNA TECNICA DI RITAGLIO, INDIVIDUANDO PIU’ PARTI”
Non è “amico” dell’Italicum. 
Tuttavia Gaetano Azzariti, costituzionalista della Sapienza, ritiene che questo «frutto della disinvoltura costituzionale » sia più difficile da mettere nell’angolo per com’è stato costruito.
Considera «il referendum tramite il ritaglio della legge forse la via più impervia ».
Anche se, «solo una volta definito il quesito si potrà prevedere l’esito dinanzi alla Consulta».
Da sempre la via più rapida per far cadere una legge elettorale è il referendum. Lo sarà pure per l’Italicum?
«Non è facile individuare le parti da sottoporre a questa procedura. La giurisprudenza costituzionale impone che l’abrogazione di una legge elettorale non comporti la “paralisi di funzionamento”. Ciò significa che si possa votare con una legge in vigore».
L’Italicum è un fortino inattaccabile?
«No, questo è troppo. È vero però che bisognerebbe utilizzare una sofisticata tecnica di ritaglio in grado di cancellare le numerose criticità costituzionali della legge e al contempo proporre un nuovo sistema elettorale subito applicabile».
Non si può immaginare un referendum. Ma c’è chi ci sta pensando. La giudica una strada che sbatte sulla Consulta?
«Una legge fortemente incostituzionale costringe a cercare tutte le strade per approdare alla Corte. Quella del referendum è forse il sentiero più impervio, ma altre vie sono perseguibili e saranno perseguite ».
Pensa che, come per il Porcellum, alla fine spunti l’Aldo Bozzi di turno, se non lui stesso, che andrà in Tribunale?
«È uno dei pochi fatti certi in uno scenario confuso e incerto. La sentenza sul Porcellum ha aperto le porte a questa ipotesi. Non voglio, nè posso sostituirmi alla Corte, ma sono sicuro che la questione le verrà proposta. La Consulta affronterà di nuovo gran parte delle questioni che pensava, e noi tutti pensavamo, fossero risolte. Una nuova dichiarazione di incostituzionalità sarebbe la più profonda delegittimazione del sistema politico».
Quali sono gli svarioni che vede nell’Italicum?
«La Corte ha operato un bilanciamento tra legittimi strumenti di stabilizzazione dei governi, la “mitica” governabilità e le necessarie garanzie della rappresentanza. La legge assicura solo la prima annullando il necessario principio costituzionale della rappresentanza democratica».
I punti davvero critici?
«Sono i quattro pilastri d’argilla della legge: il premio attribuito anche a una lista dalla scarsissima rappresentanza reale; i capilista che per i partiti piccoli e medi riguarderà il 100% degli eletti; le pluricandidature che rimetteranno nelle mani del partito la scelta dell’eletto; la diversità delle norme tra Camera e Senato che introduce non tanto una semplice differenza, quanto un’assoluta irrazionalità del sistema».
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
IL DANTISTA MIRKO VOLPI LA STRONCA: “NON TIRATE DANTE PER LA GIACCA”
Sette secoli prima dell’arrivo dei barconi dall’Africa, Dante Alighieri si scagliava contro gli immigrati: questa è la lettura del quotidiano “Il Giornale” che cita il XVI canto del Paradiso, dove viene deplorato l’arrivo degli abitanti del contado a Firenze, città ora impura perchè ha accolto genti di diversa provenienza.
Per questo, secondo l’autore dell’articolo, i fautori dell’accoglienza dei profughi rimarrebbero delusi dalla lettura della Divina Commedia.
Dopo aver sottolineato che la colpa della mescolanza era della Chiesa, così come ricorda lo stesso Cacciaguida, Il Giornale conclude riportando l’opinione di Dante sullo spostamento delle persone da un luogo all’altro:
“Sempre la confusion de le persone / principio fu del mal de la cittade, / come del vostro il cibo che s’appone”. Ovvero: la mescolanza delle genti provoca sempre il male delle città .
“Si tratta di una indebita attualizzazione di Dante, una operazione forzata che tira l’autore della Divina Commedia per la giacca cercando di portarlo sugli argomenti di attualità e piegandolo alle proprie convinzioni”, commenta Mirko Volpi, ricercatore e studioso di Dante all’Università di Pavia.
“Dante non è moderno e non è modernizzabile, perciò quello che scriveva non può essere utilizzato in una polemica attuale come l’immigrazione, così come non si poteva usarlo in chiave anti-Islam”.
Volpi, che affianca il suo lavoro di filologo a volumi più leggeri come “Il Diario di Mirko V.”, ricorda il senso reale delle terzine citate da Il Giornale: “Il dialogo con Cacciaguida si inserisce in una polemica differente: quella che Dante ha sempre nutrito nei confronti dell’avidità e della sete di ricchezza. Il trasferimento di commercianti e artigiani dal contado a Firenze è dunque visto come una conseguenza della fame di denaro, e perciò giudicato negativo e portatore di corruzione in una città che secondo la sua visione un tempo era stata pura e incontaminata”.
“Fare un parallelo tra lo spostamento di qualche centinaio di persone dalle colline alla città non può essere nemmeno lontanamente paragonabile con l’esodo dei profughi a bordo dei barconi nel Mediterraneo: anche questa è una forte sproporzione che indica una maniera sbagliata di leggere Dante. Non è Dante a dover arrivare nel 2015, siamo noi a dover tornare indietro e scoprire il Dante del suo tempo, con i valori eterni che promuove”.
Ma forse l’immagine di chi è mosso solo da una visione egoistica delle cose, “dall’avidità e dalla sete di ricchezza” si addice proprio ai teorici razzisti di casa nostra.
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Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
“PER VINCERE AI BALOTTAGGI MEGLIO IL CENTRODESTRA DEI CINQUESTELLE”
«Tanto per cominciare non è vero, secondo me, che questa legge favorisce il bipolarismo»
Pensa anche lei che l’Italicum sia cucito su misura per il Partito democratico di Matteo Renzi?
«Penso che oggettivamente Renzi è il favorito. Ma in due anni può succedere di tutto. E il risultato potrebbe non essere scritto come appare oggi».
Alessandra Ghisleri è la «donna dei numeri» che ha stregato politici e leader di partito, a cominciare da Silvio Berlusconi.
La direttrice di Euromedia Research, da quest’anno ospite fissa di Ballarò, spiega come l’Italicum, una volta in vigore, possa rivoluzionare l’attuale quadro politico. E regalare le «sorprese» più imprevedibili.
Oggi, però, Renzi sembra senza rivali. Se si votasse domattina con l’Italicum.
«Il Pd di Renzi andrebbe al ballottaggio col Movimento Cinquestelle e, con tutta probabilità , vincerebbe le elezioni garantendosi il premio di maggioranza».
Grillo non avrebbe chance?
«Il M5S è un movimento molto arroccato su di sè. Il che penalizza non poco, soprattutto in un turno di ballottaggio. Al contrario Renzi, che guida un partito di centrosinistra e un governo che ha portato avanti anche politiche di centro o di centrodestra, ha grandi capacità di estendere il suo consenso oltre i soliti steccati».
Insomma lo sfidante di Renzi, per avere più possibilità di batterlo al secondo turno, deve provenire dal fronte moderato.
«L’Italicum col premio alla lista favorirà , sia tra i partiti piccoli che tra quelli grandi, una corsa verso la ricomposizione. Il problema, per i soci della vecchia Casa delle libertà , sarebbe quello di riunificare i programmi, le ricette su fisco, immigrazione, lavoro…».
Chi avrebbe più possibilità . Il barricadero Salvini o il veterano Berlusconi?
«No… Salvini, e in piccolo anche Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia, s’è dimostrato in grado di estendere i consensi della sua Lega. Più difficile, per lui, sarà allargare la sua platea di potenziali elettori a un punto tale da sfidare il premier».
E Berlusconi?
«Berlusconi ha sempre dimostrato che, di fronte a una campagna elettorale, è in grado di fare miracoli. E quell’idea di nuovo partito repubblicano fatto di giovani e facce nuove potrebbe rivelarsi sorprendente. Vede, l’Italicum per un aspetto è come il Porcellum. Premia le leadership nazionali, riconoscibili, carismatiche».
Marina o Piersilvio potrebbero ereditare il consenso del padre?
«Tutto è possibile. Solo non credo che il carisma sia ereditabile geneticamente. Sia chiaro, magari ce l’hanno di loro…».
Difficile che lo sfidante di Renzi, nel caso di un elezione politica al ballottaggio, venga da sinistra. Non trova?
«Anche lì, però, il cambio di legge elettorale potrebbe favorire la ricomposizione delle vecchie forze che erano in campo. Uno schieramento di sinistra, che parta da Sel e recuperi il vecchio elettorato di Rifondazione, Comunisti Italiani e Italia dei Valori, sulla carta può anche valere tra il 9 e il 13%».
E l’affluenza?
«Fossi un politico, starei molto attenta. La distanza tra politica e cittadini è tutt’altro che colmata».
Tommaso Labate
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
TRA CAPILISTA NOMINATI E SIGNORI DELLE PREFERENZE, LA LEGGE SOMMA I DIFETTI DI QUELLE DEL PASSATO… E NEL PD SONO DECINE GLI ELETTI CHE RISCHIANO IL POSTO
Scaldate i motori dei trolley, che adesso c’è da girare davvero.
Mentre l’Italicum aspetta la benedizione firmata dal presidente Sergio Mattarella, a Montecitorio i figli di un dio minore si preparano alla loro guerra santa: tra nomi di bandiera (quei 100, pluricandidature incluse, capilista per ogni partito con il seggio assicurato) e capibastone con pacchetti da decine di migliaia di voti coltivati casa per casa, l’elezione con la nuova legge elettorale sarà più difficile che vincere alla lotteria.
Lo sanno bene in Parlamento.
Per questo già si ragiona sulle strategie di sopravvivenza. Qui non è questione di maggioranza o minoranza Pd, di nostalgici del Nazareno, di leghisti di successo, di grillini al secondo giro.
Qui c’è da mettere a fuoco una cosa: che l’Italicum riesce in un colpo solo a mantenere i guai del Porcellum (i nominati) e quelli delle preferenze (i cacicchi).
I 230 su piazza e la lotta fratricida
Il conto è presto fatto: il partito che otterrà il premio di maggioranza (che sia al primo turno o al ballottaggio) porta a casa 340 deputati.
Di questi, 100 vengono nominati: sono i capilista o i numeri 2 visto che sono possibili fino a dieci pluricandidature, cioè capilista identici in diversi collegi che alla fine dovranno optare per uno, facendo così eleggere chi stava in seconda posizione negli altri.
Restano quindi 230 posti. Che, suddivisi per i 100 collegi in cui sarà frazionata l’Italia, daranno una media di poco più di due eletti per lista.
Va ricordato che l’unico partito che manderà in Parlamento deputati scelti con le preferenze sarà probabilmente quello che vince le elezioni: gli altri si divideranno 290 poltrone e probabilmente eleggeranno solo i capilista (o poco più).
Tradotto: nomi scelti dalle segreterie nazionali.
Considerata la situazione politica attuale, dunque, i 230 eletti con le preferenze è plausibile che siano esponenti del Pd.
Così, tra i parlamentari democratici in carica, comincia a serpeggiare un’angoscia motivata: come sopravvivere nella morsa dei nominati dal partito e dei capibastone locali?
Per questo c’è da scaldare le ruote dei trolley: muoversi ora prima che sia troppo tardi. Ammette Ettore Rosato, capogruppo reggente del Pd, che bisognerà correre ai ripari: “Chi fa politica lo sa: le preferenze non si costruiscono in sei mesi o in un anno. Sul territorio bisogna tornare subito, è una novità che dovremo tenere in considerazione anche nel calendario dei lavori d’aula”. Ovvero: meno Roma, più casa. Altrimenti ci si ritrova alle elezioni coi posti già presi.
Voto di genere e regole nuove
Per la formazione delle liste si preannuncia una guerra nucleare.
I nomi papabili saranno al massimo sei, ma — come calcolavamo qui sopra — la vera posta in gioco è due.
Esattamente il numero di preferenze che si possono esprimere, salvo mettere la croce su un uomo e su una donna.
Il voto di genere, però, non è un obbligo. Così, per concentrare le preferenze, è facilmente immaginabile che nessuno farà campagna elettorale per i colleghi di lista: “Ai tempi della Prima Repubblica — spiega Pino Pisicchio, capogruppo del Misto — di preferenze se ne potevano dare 4: si faceva gioco di squadra, si concorreva per il bene della lista. Ora il nemico non sarà più fuori dal partito, ma dentro il partito”.
Mors tua, vita mea. Un sottotesto che, occhio e croce, non favorirà nemmeno l’alternanza di genere in Parlamento.
Ai parlamentari meno radicati sul territorio non resta che sperare nelle regole: già nel 2013, il Pd, escluse dalle candidature (salvo deroga) chi sedeva nelle assemblee regionali e provinciali.
E poi c’è l’ipotesi primarie: anche la volta scorsa, una parte delle liste democratiche nacque sulla base dei risultati di circoli e gazebo.
L’opinione diffusa, comunque, è che delle preferenze si sperimenterà il lato peggiore. Troppo pochi i posti in ballo per permettere una vera scelta dei cittadini.
Quei due posti liberi finiranno inevitabilmente nel carnaio dei cacicchi e dei potentati locali. Il trolley, come arma, pare un filo arrugginito.
Paolo Zanca
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
SI VOTA IL 7 MAGGIO PER RINNOVARE LA CAMERA DEI COMUNI… NEI SONDAGGI TESTA A TESTA TRA LABOUR E CONSERVATORI, MA LA GRANDE INCOGNITA E’ LA STELLA NASCENTE DELL’INDIPENDENTISMO SCOZZESE NICOLA STURGEON
La Gran Bretagna sta avendo un incubo: sogna di essere diventata l’Italia degli anni ’80. 
Dopo decenni di stabilità politica, in cui due partiti prendevano la maggior parte dei voti e si alternavano al potere, il Regno Unito arriva alle elezioni del 7 maggio tra previsioni di ingovernabilità all’italiana: nella migliore delle ipotesi dall’urna uscirà una coalizione di tre o più partiti, fragile e divisa, oppure addirittura un governo di minoranza, che naviga alla giornata e difficilmente potrà durare a lungo.
Sicchè è possibile che il voto non risolva niente e che si torni a votare entro qualche mese o un anno, magari con nuovi leader alla guida dei principali partiti.
Secondo uno studio condotto da Nat Silver, l’analista elettorale americano che indovinò i risultati delle vittorie presidenziali di Obama negli Usa stato per stato senza sbagliarne uno, i conservatori saranno il primo partito, ottenendo la maggioranza relativa ma non quella assoluta, con 10-15 seggi più dei laburisti.
Ma i Tories, anche alleandosi con altri partiti di centro o di destra, come i liberaldemocratici (loro partner nel governo uscente), i populisti antieuropei dell’Ukip o il Democratic Unionist Party (il partito protestante filo britannico nord-irlandese), non avranno probabilmente i numeri per arrivare alla maggioranza assoluta (che è di 326 seggi).
Viceversa il Labour, pur piazzandosi come secondo partito nazionale, dovrebbe essere in grado di superare la soglia della maggioranza assoluta, alleandosi con i centristi lib-dem, forse con i verdi e con il partito del Galles, e grazie all’appoggio esterno del partito nazionalista ovvero indipendentista scozzese.
In questo caso, tuttavia, si sa già che i laburisti verrebbero accusati di essersi messi nelle mani dei “ricatti” della Scozia su questioni come il budget e le armi nucleari: i conservatori affermerebbero che un governo simile non ha sufficiente legittimità .
Simili proteste causerebbero a loro volta una reazione a catena, contribuendo ad aumentare i consensi a favore dell’indipendenza in Scozia, dove nel settembre scorso il referendum per la secessione della regione dal Regno Unito era stato sconfitto 45-55 per cento ma che ora e anche di più in futuro avrebbe buone chances di vittoria, specie se da Londra si dice che un governo britannico appoggiato dagli scozzesi è illegittimo.
Se ne ricava un puzzle all’insegna dell’instabilità e dalle conseguenze imprevedibili che può effettivamente ricordare, perlomeno a noi italiani, i governi pentapartito della nostra Prima Repubblica, quando la Penisola passava da una crisi politica all’altra.
E’ paradossale che ciò avvenga nella Gran Bretagna odierna: le statistiche descrivono una nazione con una delle più forti riprese economiche d’Europa, bassa disoccupazione e livelli record in borsa.
Con cifre simili, il governo di David Cameron dovrebbe vincere a mani basse.
Se non accadrà è per due motivi.
La ripresa ha premiato soprattutto i privilegiati (il patrimonio dei 1000 più ricchi del Regno Unito è raddoppiato dal 2009 a oggi), è “drogata” dal mercato finanziario e da quello immobiliare, molti posti di lavoro creati sono al minimo salariale, classe media e classe operaia non sono tornate agli standard di vita di prima della grande recessione del 2008.
Una sensazione di profonda ingiustizia sociale, acuita dai tagli alla spesa pubblica per ridurre il deficit, che hanno colpito in particolare la Nhs, il sistema di sanità pubblico nazionale, cardine del welfare britannico.
L’altro fattore è la personalità del premier: educato a Eton e Oxford, proveniente da una famiglia dell’alta società , Cameron appare a molti come il simbolo del privilegio. Ed è stato anche accusato, dai suoi stessi sostenitori come il magnate dell’editoria Rupert Murdoch, di non avere dimostrato sufficiente passione, energia e carisma in campagna elettorale.
Anche il suo avversario Ed Miliband, leader laburista, suscitava dubbi: scarso comunicatore, propenso alle gaffe, paragonato dai vignettisti a Mr Bean, il buffo clown della tivù e del cinema.
Ma in campagna elettorale è cresciuto, maturato, diventato forse perfino più disinvolto e simpatico.
Il problema del Labour è che il deficit pubblico è almeno in parte frutto della politica dei suoi precedenti governi diretti da Blair e Brown.
E che le ricette indicate da Miliband per “un futuro migliore” non sono del tutto chiare, mancano di una visione coerente e di slogan efficaci.
La vera star della campagna elettorale è stata Nicola (equivalente di Nicoletta in inglese) Sturgeon, 44enne leader del partito scozzese, a cui viene pronosticato un risultato senza precedenti: potrebbe prendere 50 seggi sui 59 in gioco in Scozia e il merito in buona parte è stato anche suo, ha stravinto i dibattiti televisivi, ha portato una boccata di sincerità , novità e idee “davvero di sinistra” come non manca mai di ripetere.
Infine c’è da tenere presente che se i conservatori resteranno al governo ci sarà quasi certamente un referendum sull’Unione Europea, come ha promesso Cameron, nel 2017, aprendo scenari ulteriormente destabilizzanti per la Gran Bretagna e per tutta l’Europa.
Se invece a Londra ci sarà un governo laburista, anche in coalizione con altri partiti, il referendum non si farà .
Naturalmente i sondaggi a volte sbagliano e anche gli analisti elettorali più esperti, come Nat Silver, non sono infallibili.
E’ possibile che i conservatori vincano una ventina di seggi in più e possano formare un governo di maggioranza insieme ai liberaldemocratici.
Non si può escludere che il Labour sorpassi i Tories, si affermi come primo partito e rafforzi la legittimità di un suo governo di coalizione.
Qualcuno scommette che alla fine l’unica ipotesi realistica sarà una “grande coalizione” alla tedesca (o all’italiana, visto che l’abbiamo sperimentata anche noi), un governo di transizione fra conservatori e laburisti.
Una cosa sembra certa: nessun partito vincerà con un’ampiezza tale da governare da solo, come succedeva prima.
Come appaiono lontani i tempi di Blair e della Thatcher.
Enrico Franceschini
(da “La Repubblica”)
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Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
TRA LE SOMME CONTESTATE ANCHE ACQUISTI NEI SEXY SHOP
La Procura di Bologna ha chiesto il rinvio al giudizio per 16 consiglieri regionali emiliani del Pd, nell’inchiesta sui rimborsi ai gruppi consiliari tra giugno 2010 e dicembre 2011.
Due esponenti dem escono da quella ormai nota come “inchiesta spese pazze” con una richiesta di archiviazione, mentre la posizione dell’attuale governatore Stefano Bonaccini era stata stralciata in precedenza e poi archiviata.
Per tutti gli altri indagati si chiede il processo.
Nella nutrita pattuglia, anche il deputato Matteo Richetti, renziano della prima ora che aveva fatto del taglio ai costi della politica la sua bandiera da presidente dell’assemblea legislativa.
Con lui anche Damiano Zoffoli, oggi europarlamentare, cui vengono contestati 8mila euro e l’ex assessore regionale Luciano Vecchi.
Risponderanno insieme ai colleghi di peculato, dopo un’inchiesta durata due anni, con alcuni episodi che hanno fatto scalpore.
Come i 940 mila euro di spese contestate all’allora capogruppo, Marco Monari, di cui più di 25 mila solo per i ristoranti e altri 15 mila di spese alimentari, e l’acquisto in un sexy shop finito nella nota spese della consigliera Rita Moriconi.
Un suo collaboratore sostenne di aver affrontato personalmente quella spesa per fare un regalo ironico a un amico che compiva gli anni, allegando poi per sbaglio la ricevuta
Nella infinita lista degli scontrini che i consiglieri sono ora chiamati a giustificare, nell’inchiesta assolutamente “bipartisan” (vennero indagati esponenti di tutti i gruppi, e per gli 11 consiglieri delPdl indagati si aspetta ancora la decisione della Procura), c’è davvero di tutto.
Tanto che Richetti si lamenta di essere finito “nel calderone generale” con i 5.500 euro che gli vengono contestati in due anni.
«Per casi assolutamente identici è stata chiesta l’archiviazione – scrive su Facebook il deputato – ho spiegato con minuzia di particolari che i cinquemila euro spesi in circa due anni per attività riguardanti il mio mandato sono legati alla rinuncia e al risparmio legato alle scelte fatte da presidente dell’assemblea. Ora si va davanti a un giudice e io sono molto, molto tranquillo».
Per Richetti, la trasferta cui partecipò anche la moglie «non venne pagata con i soldi della Regione», e il capitolo auto blu «non c’entra proprio niente ».
Insomma, «non è giusto prendere provvedimenti uguali per disuguali».
Alla notizia dell’indagine, l’ex presidente dell’assemblea regionale si ritirò dalle primarie per il candidato presidente di Regione, mentre Bonaccini, cui veniva contestata un’analoga cifra, rimase in pista.
Amareggiati anche gli altri ex consiglieri dem coinvolti: «È molto dura per me – scriva Anna Pariani – ho la sensazione di essere stata coinvolta in una vicenda che non aveva certo me come obiettivo».
Il consiglio regionale oggi è cambiato, e la politica anche.
Ma gli ex consiglieri rischiano di rimanere legati ancora per molto tempo a quella stagione, che ha profondamente scosso l’opinione pubblica nella terra tradizionalmente orgogliosa del suo “buon governo”.
Eleonora Capelli
(da “La Repubblica“)
argomento: Giustizia | Commenta »