Giugno 12th, 2015 Riccardo Fucile
MARONI, DA ASPIRANTE STATISTA A ESTREMISTA? PER RESPINGERE LE ACCUSE PIU’ CHE I PROFUGHI
Di Roberto Maroni, almeno nella Lega, ce ne è sempre stato uno. Equilibrato, rassicurante, al
limite grigio ma non esente da guizzi, sposato con una compagna classe, tre figli, sempre uguale a se stesso.
Di recente, pare invece che da uno si sia fatto bino: e il bello è che nessuno dei due Maroni di oggi sembra somigliante al Maroni di ieri.
Ce ne è uno, per dire, grafomane: due lettere ai prefetti lombardi in quattro giorni, roba che nemmeno Angelino Alfano.
Grafomane e appassionato alla causa no-immigrati persino più di Matteo Salvini e Beppe Grillo messi assieme: diffida i comuni lombardi ad accoglierli, dice che il governo ha una gestione “inadempiente” e “improvvisata” nella distribuzione dei migranti alle regioni, spiega che bisogna “sospendere Schengen”, “impedire le partenze con il blocco navale”, “fare campi profughi in Libia”.
L’altro Maroni, quello che spunta dalle carte dell’inchiesta milanese condotta dal pm Eugenio Fusco, è altrettanto inedito: uno che scrive “ciao splendore” alla sua ex collaboratrice Maria Grazia Paturzo, secondo i magistrati legata a lui da una “relazione sentimentale”, la invita in camera al berinini bristol “sono alla 506”, si impegna per un (poi mancato) viaggio a Tokio, e soprattutto per far ottenere a lei e un’altra amica un paio di contratti di lavoro, in Expo e in Eupolis.
Ancora non è ufficialmente stabilito se si tratti di comportamenti penalmente rilevanti: ad ogni buon conto, nell’avviso di conclusione indagini, il pm ipotizza induzione indebita e turbata libertà nella scelta del contraente.
Insomma, sul Maroni supposto gaudente pende ora la tegola giudiziaria, potenzialmente in grado di abbattersi anche sotto forma di legge Severino, ossia di sospensione dalla guida della Regione. Si vedrà .
Ma intanto, che imbarazzo, che disagio, che disdetta.
Proprio adesso che il governatore della Lombardia per dirla col Foglio era “uscito dal coma”, rilanciando la Lega verso Forza Italia, lanciando Salvini verso le primarie.
Proprio adesso che dopo anni da pacato amministratore, pareva pronto a lanciarsi di nuovo nell’agone della politica sanguinolenta.
E va bene che, dopo i Belsito e Trota e i diamanti, la Lega di un tempo non c’è più da un pezzo, e va bene che non ci sono più le mezze stagioni, però che l’ultima primavera portasse via anche l’immagine che Maroni si è costruito in oltre un ventennio di politica leghista toglie anche l’impressione che qualcosa il tempo lo salvi.
Immalinconisce, oltretutto.
Nella Lega bossiana di lotta e di governo, Bobo era quello di governo. Ragionevole, sorridente, accomodante, al limite di sinistra (e non solo per il passato remoto, da ragazzo, nel gruppo marxista-leninista o in Democrazia proletaria), appassionato di musica e addirittura suonante l’Hammond o il sax nel suo gruppo, il Distretto 51.
Mai un pettegolezzo, mai un capello fuori posto, figurarsi inchieste.
Poi, dopo tante stagioni da autorevole secondo, il grande passo: sfilare al bossismo decadente il Carroccio, farselo intestare, diventare lui il capo.
Ricostruire un minimo sindacale di credibilità , a colpi di ramazza. E, dopo diciotto mesi di transizione difficilissima, il capolavoro politico, l’accordo di spartizione che (salvo il caso Tosi) ha funzionato magnificamente: chiudersi in regione, passando lo scettro — la scopa magicamente tramutatasi in felpa — a Matteo Salvini, l’artefice del risorgimento leghista, dell’inimmaginabile riscossa.
Ma, al di là della verità processuale ancora tutta da stabilire, c’è intanto questo pastrocchio di immagine, nel quale l’unità almeno pubblica del personaggio pare essersi andata a farsi benedire.
E un giorno Maroni tuona contro gli immigrati, un altro litiga con Renzi e con Alfano e smentisce gli accordi che lui stesso aveva siglato da ministro, un altro finisce in prima pagina per gli sms imbarazzanti, i curruculum tutti da inventare (“ma che ci devo scrivere? Io non ho fatto un cavolo”, dice Paturzo ad una amica), le raccomandazioni che la madre della sua ex collaboratrice fa alla figlia: “A Tokio vai a fare la regina”.
E più escono notizie giudiziarie, più il governatore lombardo picchia duro sui migranti, e scrive, e avverte, e minaccia: quasi che respinger loro sia respingere il resto.
O serva, per lo meno, a non pensarci.
Susanna Turco
(da “l’Espresso”)
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Giugno 12th, 2015 Riccardo Fucile
A PORTO CESAREO PROCESSO A EX VICESINDACO E ASSESSORE, SESSO IN CAMBIO DI VOTI, GRECO FU IL PRIMO DEGLI ELETTI
I festini pre-elettorali organizzati a Porto Cesareo, in provincia di Lecce, alla vigilia delle elezioni amministrative del 2012 è costato il rinvio a giudizio all’ex vicesindaco Antonio Greco e all’ex assessore Cosimo Presicce.
Il gup leccese Antonia Martalò ha accolto in pieno la richiesta della Procura e disposto che entrambi vengano processati per voto di scambio e sfruttamento della prostituzione.
A partire dal 4 novembre la vicenda dei festini hard alla vigilia delle elezioni verrà dunque sviscerata in un’aula di tribunale.
Come testimoni saranno chiamate diverse ragazze romene che in una villetta alla periferia di Porto Cesareo ballavano e poi si offrivano agli uomini invitati alle feste.
Le serate a luci rosse – secondo le ipotesi dei carabinieri di Campi salentina – sarebbero state organizzate da Greco e Presicce. I quali, è scritto nel capo d’imputazione, “sfruttavano giovani donne di nazionalità romena, facendo sì che gli elettori ne fruissero gratuitamente e ottenendo la preferenza elettorale per Greco”.
Sesso in cambio di voti, dunque.
Come hanno già testimoniato davanti al pm Carmen Ruggiero decine di uomini che tra l’autunno del 2011 e la primavera del 2012 parteciparono gratuitamente ai festini, senza dimenticare di manifestare la loro riconoscenza a Greco nel momento delle votazioni.
Lo stesso Greco, candidatosi con la lista Progetto futuro a sostegno del sindaco poi eletto Salvatore Albano, ottenne all’epoca ben 348 preferenze, risultando in tal modo il primo degli eletti e conquistando l’ambita carica di vicesindaco, poi abbandonata dopo lo scandalo.
Chiara Spagnolo
(da “La Repubblica”)
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Giugno 12th, 2015 Riccardo Fucile
L’IRA DI MARINO: “COSI’ IO NON CI STO”
Bisogna lavorarci ancora un po’ ma è quasi tutto pronto per la nomina di un commissario al
Giubileo che comincia l’8 dicembre e finisce nel novembre del 2016. Fino a qualche giorno fa il ruolo era rivendicato con forza e senza alcuna apertura a soluzioni differenti da Ignazio Marino.
Adesso è cambiato tutto e Matteo Renzi si prepara a scegliere un’altra persona affiancandola al primo cittadino nella gestione di un evento planetario. La scelta cadrà sul prefetto di Roma Franco Gabrielli.
Non è un cambio di linea rispetto alla blindatura di Marino nel pieno della bufera di Mafia capitale.
Ma è la presa d’atto che il chirurgo ha bisogno di aiuto, non può gestire pressioni fortissime, lavoro di trasparenza che va avanti e contemporaneamente tutti gli atti di una vetrina mondiale come l’Anno Santo.
Già ieri gli uffici di Palazzo Chigi avevano preparato il decreto della presidenza da varare nel pomeriggio descrivendo gli ambiti del commissariamento.
Nel testo non si facevano nomi e quindi non si escludeva che potesse essere lo stesso sindaco a guidare la macchina giubilare.
Si descriveva una figura di “raccordo operativo” legata all’appuntamento.
Il decreto è saltato all’ultimo momento e con esso l’inserimento nel dl enti locali dei fondi per gestire il Giubileo.
Un piccolo giallo. Alcuni dicono che la norma non fosse perfetta, quindi da riscrivere. Altri immaginano un Marino furioso per questo primo concreto scollamento tra la sua posizione e la posizione del Partito democratico.
Proprio mentre l’inchiesta travolge il Campidoglio.
La verità è che il Pd sta provando a convincere il sindaco ad accettare un sostegno. “E’ nel suo interesse condividere le responsabilità “, spiegano a Largo del Nazareno.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Giugno 11th, 2015 Riccardo Fucile
L’ACCUSA: “LO HA SCARICATO PER SALVARE CASTIGLIONE”
Il partito di Alfano assomiglia alla più classica maionese impazzita, attorno al frullatore delle inchieste.
E il “caso Azzollini” sta già producendo ancora più grumi.
Il segnale di ciò che potrà accadere è nella risposta di Renato Schifani a domanda se ci saranno ripercussioni del governo sull’arresto di Azzollini: “Sono due piani diversi, non ci sono collegamenti, qui si discute della libertà di una persona”.
Il che significa che Angelino Alfano ha già dato garanzie di tenuta della maggioranza. Certo difenderà il suo senatore, ma non drammatizzerà fino a mettere in difficoltà Renzi e non si immolerà sull’altare della difesa del presidente della Commissione Bilancio.
Ed è proprio attorno a questa manovra del ministro dell’interno tesa a non spezzare l’asse che lo lega a Renzi che aumentano i grumi della maionese.
E non è un caso che ieri alla riunione dei senatori di Ncd Alfano non abbia partecipato, rimandando la sua presenza alla riunione di martedì prossimi.
E non è un caso che, negli ultimi giorni, sulla scuola e non solo la maggioranza sia andata sotto per colpa di assenze “mirate” di senatori di Ncd.
E non è un caso nemmeno che ormai i rapporti tra Alfano e Quagliariello si sono così incrinati che ormai il mite ex ministro alle Riforme viene descritto “in rotta con Angelino”.
Al Senato il partito centrista è diviso in tre bande. E, delle tre, aumenta di consistenza quella di chi, come Quagliariello, pensa che “così non si può andare avanti”, e dunque o si negozia un “patto complessivo” con Renzi oppure si finirà per arrivare a una lenta e inesorabile estinzione.
Dove nel patto complessivo c’è tutto: dalle riforme, compresa la modifica della legge elettorale, alla difesa di Castiglione e Azzollini.
Tra questi c’è Schifani e il vicepresidente del Copasir Giuseppe Esposito, uno che parla poco, ma quando parla manda segnali molto chiari: “Marino e Zingaretti — ha scritto in una nota – dovrebbero dimettersi il prima possibile. Se dal punto di vista giudiziario vale per tutti la presunzione di innocenza, in chiave politica non è possibile lasciar passare che il sindaco della capitale e il governatore del Lazio siano stati eletti anche grazie ai voti ottenuti per effetto di connivenze tra il malaffare e il proprio partito. Per molto meno ministri, sottosegretari e presidenti di Regione hanno dovuto compiere un passo indietro”.
E c’è un motivo se il warning è già scattato a palazzo Chigi.
Dove è tangibile una certa tensione, e da dove è partito l’ordine di scuderia di non giocare col fuoco.
Perchè basta un attimo e scoppia l’incendio. E per questo Orfini dopo aver dichiarato inevitabile il voto “sull’arresto di Azzollini” uscito da palazzo Chigi ha dichiarato che certo “le carte vanno lette”.
Il nervosismo riguarda tutto, ma nel tutto il timore che la gamba di centro della maggioranza possa franare è concreto.
Avanza nel gruppo al Senato una certa insofferenza verso la linea Alfano per cui, dicono in parecchi, “Lupi e Azzollini pari sono” purchè resti salda la sua posizione al Viminale, mentre non si dice nulla su Marino e Roma.
E soprattutto il sacrificio di Azzollini, attraverso una finta difesa, viene visto come la mossa di Alfano per avere da Renzi una difesa vera di Castiglione: “Io — dice un senatore di Ncd — le carte su Azzollini le ho lette e c’è poco. La vicenda Castiglione è politicamente rilevante, ma Castiglione è Alfano. E Angelino pensa che difendendo Castiglione difende se stesso, secondo me sbagliando, perchè così tiene il Viminale al centro dell’attenzione. Ma evidentemente non può permettersi di scaricarlo”.
Ma non ci sono solo gli insofferenti che dicono “o patto o rottura”.
Ci sono quelli — sette, otto senatori – che ormai si sentono “renziani” e che vorrebbero direttamente entrare nel Pd e il cui punto di riferimento è Beatrice Lorenzin, come Chiavaroli, Bianconi, Langella.
E c’è un gruppo che oscilla, come quello dei calabresi, tra le sirene di Verdini e la suggestione di un nuovo centro-destra.
Su 35 senatori, stando ai ben informati, di fedelissimi, il ministro dell’Interno ne conta 7-8. La Lorenzin su una linea filo Pd altrettanti. Gli altri venti, tra critici e dubbiosi, sono una ventina.
Le elezioni anticipate non le vuole nessuno ma al Senato si balla.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 11th, 2015 Riccardo Fucile
I PARLAMENTARI ROMANI VEDONO LA PRESA DELLA CAPITALE, MA IL GURU NON VUOLE CONCEDERE DEROGHE AL REGOLAMENTO
I parlamentari romani 5 Stelle vogliono la Capitale. Ora e subito. 
Il loro capo è “Dibba”, ma Casaleggio dice “no”. Ora che la “giunta Marino è debole, ora che è scoppiata la vergogna di Mafia Capitale bis, il sindaco deve dimettersi”, così ragionano i pentastellati capitolini.
Quindi che fare? “Andare al voto e vincere con Alessandro Di Battista”.
Senatori e deputati, nei vari capannelli tra i corridoi di palazzo Madama e Montecitorio, pensano che la carta vincente da giocare, in questa fase, sia proprio quella del deputato romano, molto amato dalla base capitolina e componente del Direttorio.
Tra l’altro il tam tam “Alessandro Di Battista sindaco di Roma” è partito una settimana fa su Facebook, dove gli attivisti non hanno nascosto di sognare la volata dei 5 Stelle al Campidoglio.
Così sono stati gli stessi parlamentari romani, secondo quanto viene raccontato, a sottoporre al guru Gianroberto Casaleggio la questione, consapevoli che tuttavia un problema ci sarebbe.
Tra le regole auree dei 5 Stelle figura infatti il divieto di abbandonare, per intraprendere una nuova corsa, il mandato per il quale si è stati eletti.
Per questo Di Battista sarebbe fuori dai giochi.
Ma una possibilità c’è: concedere una deroga, dopo ovviamente aver consultato gli iscritti al blog di Beppe Grillo.
Ed è a questa ipotesi che si sono attaccati i parlamentari romani 5 Stelle che chiedono con insistenza, direttamente a Casaleggio, se la strada della deroga sia percorribile. Ma il guru non ne vuole sapere.
In questi giorni, a più riprese, secondo quanto viene riferito dall’Adnkronos, Casaleggio ha spiegato ai suoi che non ha niente di personale contro Di Battista ma “ogni volta che deroghi ad una regola praticamente la cancelli”. E poi ancora: “Siamo un Movimento, non un partito ed è fondamentale tenere le distanze e marcare le differenze”. Quindi la risposta è “no”.
Per Casaleggio, in sostanza, vige la stessa intransigenza mostrata sulla vicenda liste e corsa alle regionali.
Anche perchè nei mesi scorsi molti parlamentari, ma anche molti attivisti, hanno fatto notare che tante regole sono state violate.
Prima fra tutte quella dell’ “uno vale uno”, venuta meno con la nomina di un Direttorio.
Pertanto, concedere una deroga per candidare Di Battista alla poltrona di primo cittadino della Capitale creerebbe non pochi malumori.
I parlamentari romani 5 Stelle continueranno a insistere. E anche se Di Battista, che ogni volta che va a protestare davanti al Campidoglio si muove da sindaco in pectore, dice in via ufficiale che deve “finire il mandato da deputato”, i deputati e senatori romani tra loro ripetono: “Dobbiamo vincere. Al Nazareno c’è già lo spettro Dibba”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 11th, 2015 Riccardo Fucile
SMENTITE LE BALLE LEGHISTE: IN BASE AI PARAMETRI ABITANTI E RICCHEZZA SONO TRA LE REGIONI MENO OSPITALI
Lombardia, Veneto e Liguria all’attacco sui migranti: ne hanno troppi, denunciano. Non possono riceverne di più, dicono.
E snocciolano le cifre. Ma la politica, si sa, è brava a piegare e interpretare i dati. C
he però a volte raccontano anche un’altra storia.
Diversa, e quasi opposta.
Così Roberto Maroni, sulla base dei dati resi noti dal ministero dell’Interno, rivendica: la Lombardia è al terzo posto in Italia per numero di migranti accolti. “Basta così”, dice. Seguito da Luca Zaia e da Giovanni Toti.
È vero: La Lombardia è la terza regione italiana, dopo Sicilia e Lazio, come percentuale di presenze di migranti nelle strutture di accoglienza.
Ma vediamo nel dettaglio i numeri: la Sicilia ha accolto 16.010 migranti, il Lazio 8.611 e la Lombardia 6.599, rispettivamente, in percentuale sul totale dei 73.943 migranti ospitati in questo momento in Italia, il 21,7%, l’11,6% e 8,9%.
Medaglia di bronzo della solidarietà , dunque, secondo il calcolo del Carroccio che mette la Regione tra le prime della classe.
I dati sui migranti sono aggiornati al 6 maggio e sono contenuti in una tabella del Viminale dove c’è la ripartizione regione per regione dei migranti nei Cara, i centri per richiedenti asilo, nello Sprar, il sistema di accoglienza per i rifugiati, e nelle strutture temporanee.
Ma la storia non è tutta qui.
Il calcolo fatto dal governatore leghista sembra dimenticare un fatto semplice, eppure determinante: non tutte le regioni sono uguali.
Non lo sono per popolazione, non lo sono per superficie, e tantomeno per ricchezza. Prendiamo ad esempio la popolazione: la Lombardia scivola in fondo alla classifica se solo si calcola la percentuale di migranti accolti in relazione al numero di abitanti, secondo gli ultimi dati Istat disponibili.
La Lombardia ha accolto 66,7 profughi ogni 100mila abitanti.
Pochi, se si pensa che l’assai più piccolo Molise ha sul proprio territorio 396,8 migranti ogni 100mila.
La Lombardia infatti ha quasi 10 milioni di abitanti contro i 314mila del Molise.
Guardando la ‘classifica’ dell’accoglienza da questa prospettiva, la situazione è ben diversa da quella che raccontano Maroni, Zaia e Toti.
Veneto e Lombardia (superate solo dalla Valle d’Aosta) sono tra le regioni meno ospitali, con la Liguria che arriva 13 ª, con 90 migranti accolti nei centri di accoglienza sempre su 100mila abitanti.
I dati parlano chiaro: è il sud a sopportare, proporzionalmente alla popolazione, il peso maggiore dei 73mila migranti attualmente in Italia. In testa, come detto, c’è il Molise che ha accolto sei volte più migranti di quelli in Lombardia.
Subito dopo ci sono Sicilia, con 314,2 migranti e la Calabria con 240,8 profughi (ogni centomila abitanti). Quarta la Basilicata (171) e poi il Friuli Venezia Giulia (167).
Calcolare la percentuale dei migranti per regione senza tener conto della popolazione è fuorviante: la Lombardia è la prima regione in Italia per numero di abitanti, nulla di strano dunque se a Maroni tocca una quota maggiore.
Altro che terza regione più penalizzata: al momento è una delle meno ‘cariche’.
Ma in questi giorni di numeri se ne sono sentiti molti.
Luca Zaia analizza così la situazione: “Noi abbiamo ospitato fino ad ora il 5% dei profughi, la Toscana il 6%, ma loro non hanno l’11% della popolazione immigrata”. Intanto, i numeri non sono questi: il Veneto ha accolto il 4% dei migranti sul totale e non il 5%, e la Toscana il 4,3% e non il 6%.
Di più: il Veneto non ha l’11% di stranieri residenti, bensì il 10,4%.
Praticamente la stessa della Toscana: il 10,3%. Non sembra ci siano le differenze che il governatore veneto denuncia.
Tutt’altro: se guardiamo il numero di migranti nei centri di accoglienza del territorio in proporzione alla popolazione, la Toscana è più virtuosa: accoglie 84 migranti ogni centomila abitanti contro i 60 del Veneto.
Siamo poi proprio sicuri che la popolazione di stranieri residenti vada rapportata o sia da confrontare con quella dei profughi o dei richiedenti asilo?
Intanto sono cifre non comparabili.
La Lombardia ha 1,1 milioni di stranieri residenti e ha accolto 6.599 migranti. Un numero irrisorio, in un certo senso sarebbe come sommare mele e pere. E questo vale per tutte le regioni.
Di sicuro, la popolazione straniera influisce sulla ricchezza.
Stranieri che lavorano e producono reddito sono parte integrante di quel sistema virtuoso che rende le regioni del nord più ricche di quelle meridionali.
Anche per questo al nord risiedono più stranieri.
Allora andiamo a guardare anche i dati del Pil.
Nuova sorpresa: le quattro Regioni a ospitare il maggior numero di profughi sono tra le più povere d’Italia.
Si tratta di Molise, Sicilia, Calabria e Basilicata che rispettivamente hanno il 37, 55, 66 e 40% in meno della regione più ricca, la Valle D’Aosta.
Che è quella che ne accoglie di meno in assoluto.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 11th, 2015 Riccardo Fucile
SEGUE L’EX COLLEGA PEPE…E GIUSTAMENTE ATTACCA IL PROVVEDIMENTO PATACCA VOTATO DAI GRILLINI
“Le legge sugli Ecoreati è una sconfitta per tutti”. Paola De Pin, senatrice fuoriscita dal Movimento
5 Stelle passa ai Verdi e come prima cosa attacca uno dei provvedimenti sostenuto dai grillini (tra i firmatari del ddl il M5S Salvatore Micilio). “E’ stata la molla”, ha detto in conferenza stampa, “che ha fatto scattare la mia decisione. Siamo stati solo tre senatori a votare contro, io, Bartolomeo Pepe e Francesco Molinari, e non è stato facile. Renzi l’ha fatta passare come una vittoria invece è una sconfitta per tutti noi. Introduce cinque Ecoreati ma poi si assicura totale incertezza ai processi”.
De Pin aveva lasciato il gruppo 5 Stelle al Senato poche settimane dopo l’ingresso in Parlamento e dopo l’espulsione della collega Adele Gambaro.
A ottobre 2013 aveva votato la fiducia al governo Letta ed era scoppiata in lacrime per gli attacchi degli ex colleghi.
Oggi ha deciso di seguire il senatore grillino Bartolomeo Pepe che ha fatto la stessa scelta qualche settimana fa e ha ufficializzato il passaggio alla federazione.
“Siamo fiduciosi che nei prossimi giorni possano esserci nuove adesioni”, ha detto in conferenza stampa il coportavoce Angelo Bonelli.
“Le attuali politiche di questo governo sono drammatiche dal punto di vista ambientale. Questo governo ha messo in ginocchio il settore delle energie rinnovabili mentre altri paesi, come la Germania, su questo settore hanno progetti ambiziosi”
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Giugno 11th, 2015 Riccardo Fucile
LA LIGURIA AVRA’ COSI’ QUALCHE INDAGATO PER PECULATO IN MENO, BASTANO GIA’ QUELLI CHE CI SONO
Giovanni Toti è stato proclamato ufficialmente presidente della Regione Liguria dall’Ufficio elettorale regionale presso la Corte d’Appello di Genova.
Lo si apprende in ambienti di Palazzo di Giustizia.
L’ufficio elettorale regionale della Liguria ha proclamato eletti anche i sei consiglieri componenti del ‘Listino’ del presidente. Si tratta di Sonia Viale (Lega Nord), Giacomo Giampedrone, Stefania Pucciarelli (Lega Nord), Andrea Costa (Area Popolare), Ilaria Cavo, Gianni Berrino (Fratelli D’Italia).
Per la definizione completa del nuovo Consiglio regionale manca la proclamazione dei consiglieri eletti
Il Consiglio regionale uscito dalle urne assegna al momento 16 seggi alla maggioranza di centrodestra (15 più il presidente), composta da Lega Nord, Fi e Fratelli d’Italia, e 15 all’opposizione, composta da Pd, M5S e Rete a Sinistra.
L’ufficio elettorale regionale ligure ha confermato che non può essere superato il numero di trenta consiglieri regionali più il presidente.
E’ quanto si apprende dall’ufficio elettorale che si è riunito per valutare le memorie presentate dal centrodestra e quelle in opposizioni del Pd e del M5S. Il centrodestra può ora presentare ricorso al Tar.
Il centrodestra ricorrerà subito contro la decisione dell’ufficio elettorale ligure che ha ribadito che il numero di consiglieri regionali non possa superare quota 30. Lo ha riferito l’avvocato Daniele Granara, il quale ha spiegato che adesso ci sono trenta giorni per presentare il ricorso.
In caso di bocciatura anche da parte del Tar, il centrodestra farà ricorso al Consiglio di Stato, ha detto Granara. Per quanto riguarda i trenta consiglieri eletti sono gli uffici circoscrizionali provinciali a doverli proclamare e questo potrebbe avvenire fra domani e lunedì.
Sul tema è intervenuta anche Raffaella Paita con un comunicato:”L’ufficio elettorale centrale regionale ha respinto la richiesta di Toti di poter avere 3 consiglieri in più o, al limite, di sottrarre alla minoranza consiglieri democraticamente eletti. Il tentativo maldestro di modificare le regole da parte di un centrodestra che sa che avrà grossi problemi di governabilità non è passato. Si apre un nuovo scenario sulla vittoria elettorale e sul futuro del governo della Regione: Toti è stato proclamato Presidente, ma la sua maggioranza ha un solo consigliere in più. Questo renderà difficile se non impossibile governare la Regione. Noi non faremo mai da spalla o da stampella a questa maggioranza risicata.”
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Giugno 11th, 2015 Riccardo Fucile
I DEM ASPETTERANNO LA RELAZIONE DEL PREFETTO GABRIELLI CHE ARRIVERA’ ENTRO FINE LUGLIO
Ignazio Marino non si tocca, è blindato, il Pd su questo argomento non può e non deve permettersi
fratture e distinguo.
La linea dunque non cambia, l’hanno decisa insieme Matteo Renzi e Matteo Orfini, il commissario di Roma.
«Il sindaco ha portato le carte in Procura, ha aperto il Campidoglio alla Guardia di Finanza. La sua onestà è a prova di bomba».
Ma intorno a Marino l’inchiesta esplode e le schegge si avvicinano pericolosamente alla giunta. Per questo, nelle ultime ore a Palazzo Chigi e Largo del Nazareno si ragiona, in linea teorica, di un piano B.
L’ipotesi di far scivolare la situazione fino allo scioglimento per mafia va esclusa a priori. Sarebbe un danno d’immagine planetario, per di più alla vigilia del Giubileo.
Tendendo le orecchie verso la Procura e verso la Prefettura, si anticiperà questo possibile catastrofico esito e solo a quel punto a Marino verrà chiesto, o meglio imposto, il passo indietro.
Orfini garantisce che nessuna delle ipotesi peggiori si realizzerà . «Non avrei fatto lo scudo umano se avessi avuto qualche dubbio».
Le carte degli atti amministrativi che la commissione consegnerà lunedì al prefetto di Roma Franco Gabrielli sono state lette e spulciate da Orfini e da un pool di tecnici per verificare eventuali infiltrazioni.
«Non ci sono, anzi sono state respinte dall’attuale amministrazione », ripete il presidente del Pd. Ci mette non la faccia ma la mano sul fuoco, più doloroso se dovesse sbagliarsi. Però tutto intorno all’inappuntabile e incorruttibile Marino, brucia il Pd e brucia il sistema della Capitale. Gabrielli ha fatto sapere che si prenderà tutti i 45 giorni che la legge gli assegna per leggere il migliaio di pagine in arrivo lunedì. In tutto questo periodo gli occhi del Pd e del governo saranno puntati sulla prefettura. Ma non basta.
Cos’altro hanno in mano i sostituti guidati dal procuratore Giuseppe Pignatone?
C’è il rischio che un avviso di garanzia per 416 bis (mafia) piombi dentro l’aula Giulio Cesare?
Il Pd ha deciso di resistere. Fare pulizia dentro di sè e quadrato intorno a Marino.
Gianni Cuperlo ieri mattina Omnibus ha adombrato la possibilità che il sindaco sia costretto a dimettersi per poi ricandidarsi come uomo della discontinuità assoluta.
Anche per non aprire una crepa nel fronte delicatissimo di Mafia capitale, l’ex presidente del Pd invita a risentire la registrazione: «Marino è la soluzione del problema non il problema. Se non ci sono novità deve andare avanti».
Orfini giura che le novità non potranno essere negli atti amministrativi dell’attuale giunta. «Non esiste un solo passaggio che autorizzi a pensare di un’infiltrazione mafiosa in Campidoglio negli ultimi due anni».
Viene letta con un sospiro di sollievo la dichiarazione del comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette. Il capo dell’Arma esclude «una contiguità del’organizzazione criminale con le cosche tradizionali ». Significa che al momento non si vedono elementi per lo scioglimento del Comune
Il fenomeno è talmente vasto da rendere insufficienti anche i segnali positivi e sicuramente le parole del comandante generale rientrano nella categoria buone notizie in mezzo a una bufera di soli disastri. Orfini giura sulle delibere di Marino. Ma incombe il mare di intercettazioni ancora non rese pubbliche, quelle che giacciono nei cassetti di Piazzale Clodio.
Nessuno al Pd può garantire che non esca altro. Per il momento, la linea non cambia.
Pulizia totale nel Pd romano, strenua difesa di Marino da qualche giorno però associato alla figura di Nicola Zingaretti. Una mossa che a messo sul chi va là alcuni.
Perchè è chiaro che la regione e la giunta Zingaretti non sono lontanamente coinvolti al pari del Campidoglio. Quindi l’”accoppiamento” serve a rafforzare la blindatura. Durante la prima ondata di Mafia capitale non era successo. Largo del Nazareno stavolta ha sentito la necessità di un di più.
Usando il governatore del Lazio per fare da scudo al sindaco. E per coinvolgere l’intero partito nella battaglia per contrastare la forza dell’inchiesta visto che Zingaretti non è vicino a Renzi, anzi è considerato dalla minoranza l’unica vera alternativa alla leadership del premier
Dalla giunta arrivano segnali di tenuta.
La figura di Alfonso Sabella, magistrato prestato all’assessorato per la legalità , funziona sul piano pratico per i suoi atti anticorruzione e sul piano politico per le insospettabili doti di resistenza.
Il vicesindaco Luigi Nieri è finito nelle intercettazioni, ma secondo Orfini gli atti amministrativi dimostreranno semmai che anche lui ha respinto le infiltrazioni invece di agevolarle.
Questo raccontano le delibere del Campidoglio dall’ascesa di Marino in qua
Cosa abbia in mano la procura, che pure ha stabilito un collegamento diretto con Marino, rimane un mistero.
Troppo grandi le ramificazioni, troppo profondo il marcio romano per essere sicuri al 100 per cento che non servirà un piano B.
Goffredo De Marchis
(da “la Repubblica”)
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