Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile
DAL 2,2% IN PUGLIA AL 2.08% DI CHIETI E ALL’1,3% DI COLLEFERRO FINO ALLO 0,6% DI MATERA…IN SICILIA IL RISULTATO MIGLIORE E’ AD AGRIGENTO CON IL 3,4% CON L’APPOGGIO DI EX MPA, MA A MILAZZO RACCOGLIE SOLO L’1,2% E A GELA L’1,05%
A guastare la festa a Salvini sono ancora una volta “i meridionali che puzzano” che, nonostante la sua recente, interessata conversione, hanno pensato bene di rimandarlo in padagna in brache di tela o meglio in canottiera.
Al Sud il cambio di felpa non ha funzionato, sotto le Marche il grande stratega Volpi ha fatto flop dimostrando tutti i limiti di un leader che nazionale non sarà mai, nonostante i falliti e i manutengoli destrorsi che localmente hanno cercato di riciclarsi dietro la sigla “Noi con Salvini”.
In Puglia, dove «Noi con Salvini» si è presentata alla regionali, il risultato è stato un disastro: appena 38.000 voti, pari al 2,2%.
Si era lamentato Rossano Sasso, coordinatore pugliese del movimento salviniano, quando era uscito ad aprile scorso un sondaggio Swg che stimava il partito appunto al 4%: «Siamo infuriati, altro che contenti! – tuonò il leghista barese – Il dato è sottostimato. Difficilmente un intervistato dirà che vota Lega».
Racconta Paolo Mieli (in tv a Piazza Pulita) che in un dibattito pubblico lo stesso leader della Lega si disse certo di prendere in Puglia «tra il 6 e il 9%, ma forse anche di più».
La botta è stata forte anche in Abruzzo: a Chieti la lista «Noi con Salvini» ha raccolto solo 508 voti, pari al 2,08%. Anche nel Lazio si fatica. A Colleferro non va oltre l’1,3% (in coalizione per il candidato sindaco Silvano Moffa)
In Basilicata un disastro, a Matera prossima capitale europea della cultura, la versione sudista della Lega si ferma allo 0,60%.
Ancora in Puglia ma per le comunali, a Manfredonia «Noi con Salvini» arriva allo 0,9%, tra gli ulivi e i trulli di Carovigno acciuffa l’1,6, senza eleggere sindaci neppure lì.
In Sicilia farnetica di «risultato eccezionale» il segretario nazionale di «Noi con Salvini», il catanese Angelo Attaguile, deputato della Lega che indovinate da dove viene. Dal Mpa di Lombardo (il padre Gioacchino è stato ministro Dc), ancora sotto processo per i rapporti con la mafia.
Ad Agrigento il partito di Salvini in versione meridionale arriva al 3,4%, a Milazzo, si ferma all’1,26%, a Gela non va oltre l’1,05%., in altri centri non pervenuto.
Per uan volta i clandestini sono stati respinti.
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Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile
FORMALIZZATA LA NASCITA DI “CONSERVATORI E RIFORMISTI” A PALAZZO MADAMA… RIUNIONE IN CORSO TRA I DEPUTATI
Fitto va anche lui veloce: dopo l’addio a Forza Italia e la scelta di correre in Puglia con una sua
lista civica a sostegno di Francesco Schittulli, oggi ha ufficializzato la costituzione gruppo dei ‘Conservatori riformisti’ al Senato.
A pranzo, l’ex ministro pugliese ha convocato i suoi senatori avviare il percorso politico annunciato prima delle regionali che porterà alla costruzione di un nuovo contenitore moderato di centrodestra alternativo a Matteo Renzi.
Con una nota diffusa intorno alle 16.30 l’eurodeputato ha sancito la nascita del suo gruppo (previa comunicazione al presidente dell’assemblea di palazzo Madama Pietro Grasso): è formato da 12 componenti e sarà guidato dal presidente Cinzia Bonfrisco.
L’ultima new entry è quella del deputato Massimo Corsaro, ex Fdi.
Sono 12, dunque, i senatori che hanno aderito al nuovo movimento politico di Fitto: gli stessi che firmarono una nota congiunta il il 26 maggio scorso, il giorno del ‘battesimo’ alla Camera dei ‘Conservatori e riformisti’ dell’ex ministro pugliese con i vertici del gruppo Conservatore e Riformista europeo, Syed Kamall e Geoffrey Van Orden.
Si tratta dei parlamentari Bonfrisco, Francesco Bruni, Luigi D’Ambrosio Lettieri, Tito Di Maggio, Pietro Liuzzi, i campani Ciro Falanga, Eva Longo e Antonio Milo, Lionello Pagnoncelli, Luigi Perrone, Lucio Tarquinio, Vittorio Zizza.
Ora è in corso una riunione con i deputati a lui strettamente vicini che sarebbero attualmente 18 (ne servono 20 per costituire il gruppo, salvo deroghe, peraltro già concesse in passato).
Il problema in realtà non sarebbe tanto che ne mancano due, quanto l’esame delle molte richieste di adesione che si stanno valutando con attenzione, onde evitare di accogliere personaggi inaffidabili nel tempo (provenienze varie, dal gruppo Misto ad Area Popolare, da ex aennini a ex pentastellati).
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Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile
CINQUE ANNI FA NE RACCOLSE IN CAMPANIA OLTRE 15.000 CONTRO LE 60.000 DELLA CARFAGNA… E’ ORA DI CALARE IL SIPARIO
Probabilmente non le hanno portato fortuna le dichiarazioni proferite quando al voto mancava ancora un annetto. Era il 24 giugno 2014 e, mentre l’ipotesi di una Francesca Pascale candidata governatrice in Campania scuoteva il centrodestra, Alessandra Mussolini commentava: «Ne avrebbe tutte le capacità . Lei ha il quid, a differenza di Caldoro».
Insomma, vedere la nipote del Duce in campagna elettorale fianco a fianco con il governatore uscente deve aver disorientato un po’ l’elettorato.
E non è bastato per recuperare sentirla definire l’esponente ex socialista un politico «pacato, sobrio, responsabile», che «ha governato bene, ha risanato lo sfascio lasciato dal centrosinistra e ora deve avviare la fase della crescita e dello sviluppo».
E così, per la Mussolini è stato impossibile replicare il risultato ottenuto cinque anni fa nella stessa competizione.
Allora si fermò a 15.486 voti, e già si parlò di mezzo flop, considerato che Mara Carfagna ne aveva raccolti quasi sessantamila.
Stavolta, invece, la nipote del Duce si è fermata poco sopra le duemila preferenze. Poche, decisamente troppo poche per chi in passato aveva persino sfidato Antonio Bassolino per la poltrona di sindaco di Napoli.
Eppure Alessandra in campagna elettorale non si è risparminata. Ha indossato una maglietta bianca con scritto «jamm’a vota’» (andiamo a votare) e si è spesa fino in fondo per la causa di Forza Italia: «È stata una scelta di cuore» disse dopo aver accettato la proposta di Berlusconi di guidare le liste azzurre.
«Mi ha chiamato il presidente, come sempre è stato gentile e affettuoso, mi ha chiesto di affrontare questa battaglia per Napoli. Sono una militante, sono stata felice di dirgli di sì». «Il mio amore per Napoli è vero e forte – chiosava – se sia corrisposto non lo so, non lo devo dire io, lo devono dire i napoletani. Ma ho sempre ricevuto rispetto e simpatia. Poi sa, la politica è ondivaga, ci sono le mode…».
Ecco, appunto. Si direbbe che la moda del momento non sia proprio quella di votare Mussolini, per lo meno in Campania.
E qualche sospetto lo deve aver avuto la stessa Alessandra, se è vero che non ha pensato neanche per un attimo di dimettersi da parlamentare europea. A Strasburgo, un anno fa, arrivò sull’onda di 84mila preferenze. Ma fu candidata nella circoscrizione Centro, non nel sud. Presagi?
Come che sia, il risultato delle elezioni campane è destinato a causare un piccolo terremoto in Forza Italia, per lo meno a livello locale.
La ricandidatura di Stefano Caldoro non era ben vista da larghe fette del partito, al punto che era stato lo stesso governatore uscente a porre un ultimatum alla coalizione. «O sono tutti con me, o non mi ricandido».
E a quel punto gli azzurri gli erano andati dietro, probabilmente anche per mancanza di alternative, vista la ritrosia di Mara Carfagna a scendere direttamente in campo.
Ora sono in tanti a pensare che altri candidati avrebbero avuto più chance di trionfare. Anche perchè un’occasione simile, con un avversario mezzo appiedato dalla legge Severino e per giunta «impresentabile» per la commissione parlamentare Antimafia, difficilmente si ripresenterà .
E così, a pagare la debacle in una delle regioni chiave del cerchio magico (oltre alla Carfagna, ha dato i natali anche alla fidanzata di Berlusconi Francesca Pascale) potrebbe essere proprio il governatore uscente.
Secondo Dagospia, infatti, Caldoro sarebbe stato già estromesso dall’ufficio di presidenza di Forza Italia, nel quale si trovava addirittura nella prima cerchia, tra i membri con diritto di voto.
Da governatore a soldato semplice in una notte.
(da “il Tempo”)
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Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile
CHI PARTI’ PER ROTTAMARE E’ FINITO MEZZO ROTTAMATO
Chi partì per rottamare finì (semi)rottamato. 
Non è successo esattissimamente così; però, di sicuro il fino a oggi travolgente progetto di partito della nazione subisce una (significativa) battuta d’arresto, e per il presidente del Consiglio-segretario del Pd si moltiplicano, dopo lo scontro oramai all’ultimo sangue con la sinistra interna, i fronti problematici.
Matteo Renzi, che è abituato a vincere, dovrà quindi riparametrare la sua azione e il passo: di qui a brevissimo vedremo se e come lo farà .
La reazione istantanea, così tipicamente “renziana” (e molto nelle corde del suo efficacissimo spin doctor Filippo Sensi), è stata perciò anche quella di imporre un cambiamento di agenda alla discussione di media e opinione pubblica con la visita-lampo al nostro personale militare e civile (al quale vanno, doverosamente, i pensieri di tutti noi) in Afghanistan, dove la tuta mimetica indossata durante il discorso rappresenta indiscutibilmente un’altra tappa dello storytelling del premier (la cui estetica-iconografia richiamava il modello statunitense del Commander-in-chief).
E quello che, pensandoci attentamente, è venuto a mancare in questa importante tornata di consultazioni regionali (evidentemente connotata, come avviene in molti casi e in tanti Paesi, da una valenza politica generale, nonostante i tentativi di depotenziamento della vigilia) è proprio quello che identificava uno dei capisaldi della narrazione del leader dem.
E quanto importante, trattandosi della tematica della velocità .
Rapidità della rottamazione che non è, in tutta evidenza, sbarcata nelle periferie, dove il premier ha dovuto far buon viso a cattiva sorte accettando e sostenendo vari candidati alle presidenze delle Regioni non di sua diretta osservanza (ma risultati, alla fine, vittoriosi), mentre le aspiranti a lui più vicine hanno dovuto bere l’amarissimo calice della sconfitta in Liguria e in Veneto.
Precisamente in quest’ultima regione possiamo misurare l’altro, impressionante e quindi meritevole di più di una riflessione, aspetto del tema “rottamazione” in politica: vale a dire la velocità con la quale si disperde — per una molteplicità di ragioni richiedenti una spiegazione naturalmente multifattoriale — il patrimonio di consensi di un leader nell’epoca della politica e della campagna elettorale postmoderne.
Appunto in quel Veneto che una manciata di ore fa ha ri-plebiscitato il centrodestra (in primo luogo il suo condottiero locale, il bis-governatore Luca Zaia), in occasione delle elezioni europee del 2014 il Pd a trazione renziana era diventato il primo partito con il 37,5%, mentre domenica scorsa è sprofondato al16,6%.
Niente più effetto-Renzi, dunque, nè magic touch del premier: il che significa, in termini più generali, che la macinazione delle leadership si è fatta giustappunto rapidissima.
Questo non vuol dire che non ci possa essere la prova d’appello per i leader, ma di certo la loro parabola presente risulta incomparabile con la longevità delle èlite politiche della Prima (e pure della Seconda) Repubblica.
Effetto collaterale della mediatizzazione, per un verso, e del fenomeno della cosiddetta star-politics, per l’altro, per cui la durata della luna di miele di un politico con i cittadini-elettori risulta paragonabile a quella della carriera professionale (sempre più breve) di una stella del mondo dello spettacolo.
Entra inoltre in gioco una serie di ulteriori fattori rilevanti per spiegare questa rottamazione sempre più inesorabilmente accelerata delle leadership: a partire dal “nuovismo”, che fa invocare a cittadini-elettori sempre più in affanno nelle loro esistenze quotidiane (specialmente in una fase di diffuso disagio sociale quale l’attuale) un ricambio quasi continuo dei leader, dai quali richiedono un miglioramento delle proprie condizioni di vita, mentre invece quote sempre più vaste di policy-making si sono via via spostate ai livelli sovra e transnazionali e le decisioni più importanti si prendono in luoghi che non sono di sicuro le assemblee elettive parlamentari.
Di “conservare” le constituencies elettorali, poi, erano incaricati fino a non troppo tempo fa i vari apparati della catena di comando dei partiti tradizionali che operavano sul territorio: precisamente l’opposto della filosofia della disintermediazione del partito liquido su cui si sono finora fondate le fortune del renzismo.
Col rischio, dunque, alla fin fine, che il presidente del Consiglio si ritrovi di fronte, tra non molto,un partito più liquefatto che liquido, i cui esiti elettorali sono facilmente intuibili vedendo quanto è accaduto in alcune delle regioni in lizza nel fine settimana passato.
Massimiliano Panarari
(da “il Piccolo“)
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Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile
NON CI SONO SPERANZE PER DE LUCA, SALVO CHE RENZI NON FACCIA UN DECRETO AD PERSONAM
Pronunciato ieri in occasione della Festa della Repubblica, il monito di Mattarella ad uscire dalla tensione pre e post-elettorale, e a riprendere il confronto parlamentare sulle riforme, segnala la preoccupazione del Capo dello Stato per il clima pesante che s’è diffuso dopo il voto.
Un’atmosfera avvelenata in cui rientra pienamente la querela per diffamazione presentata, come primo atto della sua presidenza, da De Luca contro la Bindi, che l’aveva incluso nella lista degli impresentabili a quarantott’ore dal voto, e ieri ha definito «infondata» l’iniziativa giudiziaria del neoeletto governatore della Campania.
In realtà De Luca sa bene di avere poco tempo a disposizione, prima che Renzi lo sospenda.
Il suo caso non è isolato. Esistono precedenti in cui altri presidenti di regione sono stati sospesi anche con effetto retroattivo, per annullare ogni validità di atti compiuti dopo la condanna.
Andò così, ad esempio, al governatore della Sicilia Cuffaro, dimessosi dopo la sentenza di primo grado che lo dichiarava colpevole di favoreggiamento mafioso, e tuttavia sospeso, e anche a quello del Molise Iorio.
Leggi che prevedono di esautorare dai propri compiti i presidenti di regione condannati esistono già dagli Anni 90.
La Severino ha semplicemente rivisto l’elenco dei reati per cui la sospensione dev’essere comminata, aggiungendo, ad esempio, al peculato, il meno grave abuso di ufficio, in cui appunto De Luca è incappato, e che Bersani, parlando in sua difesa, ha definito «come una multa per un camionista».
Stando alle norme vigenti De Luca quindi si avvia a uscire di scena, sia pure temporaneamente, ma senza aver la possibilità di nominare la giunta di governo e designare al suo posto un vicepresidente reggente per la sua assenza.
Ogni sua eventuale mossa in questo senso dovrebbe infatti essere annullata da Renzi con effetto retroattivo.
Tutto ciò, a meno che il premier non decida di intervenire con un decreto, che sarebbe ovviamente imbarazzante per il governo e solleverebbe le ire delle opposizioni, soprattutto di centrodestra, dato che Renzi, da segretario, decise di accelerare le procedure per la decadenza di Berlusconi dopo la condanna in Cassazione, e da presidente del Consiglio si muoverebbe in direzione opposta per salvare un presidente di Regione del suo partito.
Nè servirebbe, come qualcuno suggerisce, aspettare la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge Severino: se la Consulta desse ragione a Berlusconi, infatti, anche De Luca sarebbe salvo; ma sai che vittoria, per il centrosinistra, dover reintegrare in Senato l’ex-Cavaliere.
Marcello Sorgi
(da “La Stampa“)
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Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile
“SALVINI E’ DIVISIVO, NON E’ BERLUSCONI: E AL SUD NON E’ CREDIBILE”… “DI MAIO HA UN’IMMAGINE MODERATA”
L’avversario di Matteo Renzi alle elezioni politiche non potrà essere Matteo Salvini. Con
l’Italicum, lo sfidante più favorito sarebbe Luigi di Maio, del Movimento Cinque Stelle.
La previsione è del professor Roberto D’Alimonte, politologo e direttore del Cise, che in un’intervista a La Stampa ragiona in vista del 2018, quando si andrà a votare con l’Italicum, che rende possibile il ballottaggio.
Secondo D’Alimonte le caratteristiche dell’Italicum — in particolare il fatto che il premio vada alla lista e non alla coalizione — rendono difficile una lista unita e funzionate per il centrodestra.
Per il professore, difficilmente Salvini potrà riuscire a replicare il “merito storico” di Silvio Berlusconi: “prendere pezzi di una coalizione frammentaria e fonderli in una coalizione vincente”.
“Non credo che Salvini sia capace di una funzione di queste proporzioni”, spiega D’Alimonte.
Poi c’è la questione del ballottaggio, che “costringe i partiti a scegliere candidati con un appeal più trasversale, che non piacciano, cioè, solo alla loro parte”, prosegue il politologo, secondo il quale il leader leghista “non ha quell’appeal”.
“Salvini presenta due handicap: ha posizioni politiche troppo estreme e al sud non ha ancora sfondato”, spiega ancora D’Alimonte.
“La Lega Nord è al massimo un partito di centro-nord, in Puglia ha preso il 2%. A oggi Salvini non sarebbe un candidato nazionale. Piuttosto, è il M5S ad avere una distribuzione del consenso più omogenea in tutta Italia”.
D’Alimonte, dunque, non sembra avere dubbi: con l’Italicum, lo sfidante più “papabile” sarebbe un candidato come Di Maio.
“Luigi di Maio — sintetizza — si mantiene fedele alla linea, ma al momento la sua immagine pubblica non è quella del grillino estremista”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile
ISTITUTO CATTANEO: “C’E’ UNA MAGGIORANZA “INVISIBILE” DI 23 MILIONI DI ITALIANI”
I seggi sono chiusi, i voti contati, impazzano le analisi politiche sul voto delle 7 regioni di domenica.
Ma il buco nero dell’astensionismo, il rifiuto del voto che ha colpito quasi metà degli elettori, è sotto gli occhi di tutti.
Si è presentato al seggio infatti, solo il 53,9% dei 18.976354 aventi diritto. Cioè 10.228.250 votanti. Cosa che preoccupa molto la presidente della Camera Laura Boldrini che considera «l’astensionismo la cosa più terribile».
L’Istituto Cattaneo ha cercato di fare luce in questo tunnel in cui è entrata la democrazia italiana ed è giunto alla conclusione che «si è trattato di un forte calo, anche se va sottolineato come l’ipotesi più pessimistica di una replica del crollo del 2014, quando si votò in Emilia Romagna e Calabria, non si sia verificata nonostante tutte le condizioni sfavorevoli fossero presenti». Tuttavia «la lettura dei risultati mostra come l’astensione sia divenuta per la prima volta l’opzione maggioritaria o prossima ad esserla in diverse regioni del paese».
I ricercatori Dario Tuorti e Maria Regalia hanno messo insieme le serie storiche del voto regionale confrontandolo con quello per le politiche ed europee.
E alla fine cifre e grafici rivelano che l’astensionismo alle Regionali è ormai di lunga durata.
Ma soprattutto che domenica si è manifestato in maniera più forte nelle “regioni rosse”.
Il primato è della Toscana, dove rispetto alle politiche del 2013 c’è un calo dell’affluenza del 30,9%.
Il raffronto con le Europee dell’anno scorso dice meno 18%. Anche nelle Marche manca all’appello il 30% per cento dei votanti delle politiche e il 15,8% delle Europee. E in Umbria le due percentuali dicono meno 24,1% e meno 15,1%.
E anche in Liguria la disaffezione si è fatta sentire con un meno 10 per cento rispetto alle due precedenti tornate elettorali.
Tuorti spiega che «il fenomeno si spiega con il fatto che in queste regioni c’erano aspettative molto elevate che sono state tradite. Ovviamente incidono anche la crisi che va avanti dal 2008 e gli scandali che hanno colpito i consigli regionali, la delegittimazione complessiva dell’istituto regionale».
E in effetti, dicono al Cattaneo, anche se potrebbe sembrare un paradosso, gli elettori oramai percepiscono più importanti le elezioni Europee che quelle regionali.
Tuttavia, continua Torti, il dato di sostanziale stabilità delle regioni meridionali non si spiega con «un possibile voto clientelare nelle regioni meridionali perchè i margini per queste pratiche non esistono quasi più». E dunque il primato negativo del centro nord può trovare spiegazione in un fenomeno più generale.
«Nel passato – spiega Tuorti . una certa astensione esprimeva una forma di protesta verso il partito di appartenenza, un messaggio di disapprovazione. C’era insomma una forma di partecipazione attiva anche nell’astensione e si poteva tranquillamente tornare a votare al turno successivo».
Oggi, continua il ricercatore del Cattaneo «siamo di fronte ad una massa di elettori che scivolano dall’astensionismo “attivo” verso l’altra forma, quella dell’apatia che tende a tenerli costantemente lontano dai seggi. I cittadini cominciano ad essere sempre di più disillusi davanti alla mancanza di risposte».
La cosa grave di questo fenomeno continua il ricercatore del Cattaneo, «è che l’astensionismo non è distribuito equamente fra le diverse fasce degli elettori, ma rappresenta solo certe fasce sociali che coinvolge disoccupati, marginali non garantiti».
Un massa di cittadini che il sociologo Emanuele Ferragina chiama «la maggioranza invisibile» e quantifica in 23/25 milioni di elettori.
Silvio Buzzanca
(da “La Repubblica”)
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Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile
DEMOPOLIS ANALIZZA IL FENOMENO RECORD: SOLO IL 45% HA ESPRESSO UN VOTO VALIDO
Come accade ormai da circa due anni, è l’astensione il dato più caratterizzante anche nel voto
del 31 maggio nelle 7 Regioni chiamate alle urne.
Su quasi 19 milioni di elettori, appena il 45%, 8 milioni e mezzo, ha espresso un voto valido ad una lista; oltre 9 milioni, il 48%, si sono astenuti.
Quasi un milione e mezzo ha espresso un voto non valido o ha votato soltanto per il candidato Governatore.
«È una dimensione nettamente superiore anche a quella delle ultime Europee del 2014: la tendenza al non voto — afferma il direttore dell’Istituto Demopolis Pietro Vento — cresce ormai ininterrottamente dal 2013 anche in aree del Paese nelle quali, sino a poco tempo addietro, votava oltre il70% degli elettori.
Demopolis ha analizzato le ragioni del non voto tra quanti hanno scelto di restare a casa: il 40% appare ormai convinto che la politica in Italia non sia più in grado di incidere sulla vita reale dei cittadini; il 27% sostiene di non sentirsi oggi rappresentato dai partiti votati in passato».
Quasi tutte le liste sono risultate fortemente penalizzate dall’astensione in termini di voti assoluti.
Secondo l’analisi dei flussi elettorali e sugli spostamenti del consenso, realizzata dall’Istituto Demopolis, su 100 elettori che avevano scelto il Pd alle Europee del maggio scorso, 62 hanno rivotato nelle 7 Regioni il partito di Renzi o le liste dei candidati Presidenti; 8 hanno preferito altre liste, 3 elettori su 10 hanno optato per l’astensione.
Quadro non dissimile quello del Movimento 5 Stelle: 6 su 10, tra quanti avevano votato Grillo alle Europee, hanno confermato il voto al Movimento alle Regionali, 11 su 100hanno scelto altre opzioni; 29 su 100 sono rimasti a casa.
(da “il Piccolo“)
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Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile
I FLUSSI DELL’ISTITUTO CATTANEO NELLE CITTA’
È il partito del non voto ad aver sottratto, in misura maggiore, consensi alle principali formazioni.
A cominciare dal Pd, che è stato il simbolo più votato di queste Regionali, ma è quello che, nel confronto con le Europee di un anno fa, ha lasciato a casa più consensi (circa 2 milioni, voti quasi dimezzati).
Il partito di Matteo Renzi ha sofferto soprattutto verso l’astensione, ma non solo: in alcune Regioni perde elettori a favore dei Cinque Stelle o della Lega.
Anche il Movimento lascia al non voto un discreto pacchetto di consensi, ma dall’astensione riesce ancora, sebbene meno, a pescare. Mentre la Lega, unica ad aver ingrossato il bottino elettorale, ruba un po’ a tutti
Questo il quadro che emerge dall’analisi dei flussi elettorali dell’Istituto Cattaneo, che ha confrontato i dati delle Europee 2014 con quelli delle Regionali in alcune città : La Spezia (per la Liguria), Padova (Veneto), Livorno (Toscana), Perugia (Umbria), Napoli e Salerno (Campania), Foggia (Puglia).
Per rispondere al quesito: dove sono andati i voti persi dai partiti (o, per la Lega, da dove provengono)
Il Pd è, appunto, il partito che ha più «flussi in uscita», cioè che rispetto alle Europee ha perso più consensi.
«Come poteva non essere così? – commenta Piergiorgio Corbetta, del Cattaneo – . In Italia un partito del 41%, il risultato straordinario del Pd nel 2014, non si è mai visto negli ultimi 20 anni».
I dem pagano il confronto con il loro record. In ogni caso le perdite vanno soprattutto verso l’astensione: con vette a Padova (il 10% dell’elettorato) e Livorno (11,7%). Potrebbero aver pesato le polemiche interne al partito e i conflitti della sinistra con il governo, che hanno disorientato parte dell’elettorato. Ma i dem cedono anche ai cinquestelle, in 6 casi su 7 (a Salerno però è De Luca ad attrarre voti grillini), con picchi in Toscana e in Liguria: a La Spezia danno il 4% al M5S; a Livorno il 2,8%.
In queste due città cedono anche alla Lega: in Liguria il 3%.
Qui gli elettori ex Pd seguono più il Carroccio di un ex pd: a Luca Pastorino e alla sinistra, dai dem, va il 2,3% degli elettori.
«Alle Europee il Pd aveva guadagnato voti anche a discapito dei 5 Stelle. Potrebbero essere tornati a casa: allora Renzi era la novità , ora è al governo. Poi possono aver giocato gli scandali o il caso impresentabili», spiega Corbetta.
Per il flusso dal Pd alla Lega, invece, «può aver avuto un peso la protesta contro l’immigrazione o la criminalità , che trova un’accoglienza nell’elettorato popolare, più esposto a questo conflitto, anche per la crisi».
Quelli di protesta, in ogni caso, sono voti volatili. Ne sa qualcosa il M5S, che in queste elezioni, pur consolidandosi con percentuali tra il 10,4 e il 22,3, perde quasi 900 mila consensi rispetto alle Europee.
Molti finiti all’astensione: soprattutto a Livorno (6,3%) e Foggia (9,9%).
Ma dal non voto il Movimento prende ancora (a La Spezia, il 5,3% degli elettori). «Come se ci fosse una contiguità tra la protesta e il voto ai Cinque Stelle, un elettorato a cavallo che sceglie di volta in volta», per Corbetta.
La Lega, che in alcuni casi sottrae voti al Pd, prende anche dall’area «di protesta», da Grillo e dall’astensione.
Appare invece basso il travaso di voti da Forza Italia al Carroccio.
In Campania e Puglia le vittorie di Emiliano e De Luca sono state accompagnate dal successo delle liste a loro collegate, capaci di attrarre da più direzioni (dall’astensione, da Grillo e, in Campania, anche da FI) .
Da segnalare poi il ricorso, sempre minore, al voto di preferenza.
Il «tasso di preferenza» (che misura quanto gli elettori abbiano usato questa possibilità , indicando uno o più nomi) va dal 25,7% in Umbria al 44,6% nelle Marche. Non supera mai la metà degli elettori.
In Campania, dove è esploso il caso impresentabili, l’uso delle preferenze è passato dal 76,9% del 2005 al 38,6% in dieci anni.
A usarle di più sono gli elettori Pd. Meno Lega e M5S .
Renato Benedetto
(da “il Corriere della Sera”)
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