Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
MEZZOGIORNO D FUOCO: I DISSIDENTI ABBANDONANO IL TAVOLO DELLA RIFORMA DEL SENATO
È il Mezzogiorno di fuoco sulle riforme. Con la minoranza che lascia il tavolo.
Accade quando si riunisce l’ennesima riunione del Pd sulle riforme.
Doris Lo Moro gela il ministro Boschi e Anna Finocchiaro: “Questa riunione – dice – non ha senso. Perchè noi stavamo qui a discutere e a trattare di articolo due ma il premier ha dichiarato che l’articolo 2 non si tocca e non si tratta. Dunque questa riunione non serve più perchè Renzi non vuole dialogare. Non sono io che me ne vado, ma questa riunione a non avere senso. Arrivederci”.
E lascia la stanza di palazzo Madama, lasciando di stucco Boschi e Finocchiaro, ma anche gli altri presenti: il sottosegretario Pizzetti, e capigruppo Zanda e Rosato.
È una posizione condivisa in una serie di riunioni della minoranza. Dopo che le parole di Renzi a Otto e Mezzo hanno fatto scattare il warning. Che era nell’aria da giorni, visto che, per dirne una, la mediazione proposta da Giorgio Tonini è stata silenziata e rottamata da palazzo Chigi. Allarme che è scattato anche nelle stanze di Pietro Grasso che – in privato – non ha celato il suo disappunto, cogliendone un sapore di sfida e anche un certo sgarbo istituzionale.
Perchè non solo il premier risponde agli auspici del presidente del Senato sulla necessità di un accordo politico con un classico “non tratto”, ma scarica sulla Seconda carica dello Stato le fibrillazioni della minoranza: “Problema di Grasso”.
Chi non perde l’ottimismo è Maria Elena Boschi, secondo cui “non è saltato nessun tavolo” e la trattativa va avanti.
“Io sono ottimista, secondo me l’accordo lo raggiungiamo” afferma il ministro, che si dice dispiaciuta per la decisione della senatrice Lo Moro e sottolinea che nelle riunioni “sono emerse alcune differenze all’interno della stessa minoranza tra Camera e Senato”.
“Stiamo lavorando, anzi abbiamo fatto dei passi in avanti importanti in questi giorni su diversi punti. I contatti continueranno anche nelle prossime ore e nei prossimi giorni, penso che sia necessario ovviamente lavorare sapendo che abbiano l’impegno di completare il lavoro entro il 15 ottobre e che i tempi quindi stringono”.
Il clima si fa incandescente davvero. Istituzionalmente.
Perchè sulle spalle di Grasso c’è una decisione (quella se votare o meno l’articolo due) che rischia di trasformare il Senato davvero in un western. E Politicamente. Perchè ormai i Pd sono due. Incomunicabili.
Denis Verdini, che tiene il pallottoliere con Luca Lotti è certo che Renzi “asfalterà ” la minoranza: “Alla fine – ha confidato Verdini – la sinistra non supera i 15”. Ed è certo che qualche assenza strategica arriverà da Forza Italia. Dalle parti della minoranza assicurano invece che “quota 25” non è in discussione.
Tra una settimana l’Aula.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
DOVEVANO ESSERE RIDOTTE, ALLA FINE IL GOVERNO LE HA AUMENTATE
Come si sa, noi siamo renziani della prima ora. Il corollario è che da quando è cominciato quello
sdoppiamento della personalità del premier giornalisticamente definito — dall’interessato — “Renzi 1” e “Renzi 2” siamo confusi: il primo, per dire, taglia le auto blu, il secondo ne ordina il doppio a noleggio.
Insomma, non si sa più a quale Renzi dar retta.
Noi, però, non riusciamo a dimenticare le parole d’ordine del fu premier rottamatore. Prendiamo la gloriosa conferenza stampa del 18 aprile 2014, quella del “mitico” — direbbe lui — decreto sugli 80 euro: “La riduzione della spesa passa da alcuni gesti simbolici”, spiegò all’uditorio.
E via con la slide: “Ora X: Italia coraggiosa e semplice. Massimo 5 vetture a ministero”. Commento di Renzi: “Cosa vuol dire? La dico male: i sottosegretari vanno a piedi. Sarà la riduzione di auto blu più significativa della storia”. Era talmente in forma, il premier, che rispondeva da solo alle possibili obiezioni: “Mi dicono: ma quanto fai con questa misura? Pochi milioni di euro, ma passa un principio che è fondamentale: si restituiscono soldi agli italiani, ma si inizia pure a restituire fiducia e credibilità alla politica”.
Ora però il Renzi 2 — e i renziani 2 a ruota — dicono che è ora di piantarla col “populismo”, nuova definizione ufficiale dei “gesti simbolici” (l’unica cosa con cui non la piantano sono i tagli di spesa pubblica: nel 2016 ne arrivano per 10 miliardi).
E dunque se il governo di “Renzi 1” tagliava le auto blu, le metteva in vendita su Ebay e si vantava di averne cancellate 3 mila in pochi mesi; l’esecutivo di “Renzi2”a dicembre 2014 ordinava un appaltone Consip (base d’asta: 106 milioni di euro) per il noleggio di seimila auto (5.900 per l’esattezza) per la Pubblica amministrazione.
Renzi 1 toglie, Renzi 2 ridà . È la vita.
Ogni anno verso l’autunno la Consip — la società controllata dal ministero del Tesoro che si occupa degli acquisti del settore pubblico — scopre di quante macchine di servizio a noleggio (senza conducente) ha bisogno la Pubblica amministrazione e poi organizza l’asta.
La richiesta per quest’anno è aumentata perchè il governo renziano, per dar seguito ai propositi mediatici del Capo, ha tagliato senza criterio e ha bloccato gli acquisti, tranne che per la sicurezza (volanti della polizia) e la sanità (le ambulanze degli ospedali).
Più palazzo Chigi taglia, o simula il taglio, più s’impenna la quota di macchine a noleggio. È come il gioco delle tre carte.
Con le concessionarie che vincono la gara, Consip stipula una convenzione della durata di 12 mesi e fissa il limite di spesa (per il 2015, appunto, sono 106 milioni di euro), poi ciascuna amministrazione quella centrale, cioè ministeri e governo — riceve l’auto che preferisce per un paio di anni o al massimo tre: modello utilitaria a benzina, berlina di media cilindrata a diesel oppure monovolume a metano o anche elettrica.
Consip prevede un esborso per il 2015 di 106 milioni, somma (esclusa Iva) che va ridotta di un 10-15 per cento se l’asta viene aggiudicata con un buon ribasso.
Rispetto al 2013 (gestione condivisa Monti-Letta), Consip pagherà 26 milioni in più — da 80,3 milioni a 106 — per quasi duemila vetture in più (5.900 anzichè 4.075).
Il bando è composto da cinque lotti, si passa dalle “auto formato città , compatte a benzina” alle “berline medie diesel da 90 kw”.
Le care vecchie auto blu.
Marco Palombi e Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
VENDENDO AUTO SU EBAY HA INCASSATO 850.000 EURO: UNA SETTIMANA DI VOLO
Le seguenti cose sono tutte vere: il governo Renzi quest’anno ha fatto tagli lineari alle Regioni per 4 miliardi (2,3 dei quali si sono scaricati sulla sanità ), ai comuni per altri 1,2 miliardi e alle province per uno; il governo Renzi si prepara a fare altri 10 miliardi di tagli lineari nel 2016 chiamandoli spending review; il premier ha trovato il modo — dopo mesi di insistenze coi suoi uffici— di prendere in leasing un super aereo capace di fare tutte le rotte transoceaniche senza scali; nel weekend se n’è andato a vedere una partita di tennis a New York spendendo oltre 150 mila euro solo di aereo di Stato con la scusa dell’Italia che vince (Matteo, ma mica era la Fed Cup…); da un lato si vanta di aver tagliato 3.018 auto blu e dall’altro pubblica bandi per noleggiarne 6 mila in un anno; vende le macchine dello Stato su eBay e lui va e viene tra Pontassieve e Roma con l’elicottero.
Il jet: 40 milioni l’anno Da eBay: 850 mila euro.
La sua risposta è questa: “Si guardi ai costi di palazzo Chigi prima e dopo la cura: noi stiamo facendo i tagli sulla spesa pubblica, ma l’idea che le alte cariche dello Stato non si muovano coi voli di stato appartiene a una dinamica molto populista”.
Che dire? I conti di palazzo Chigi sono più o meno uguali a prima: cioè a prima vista c’è una spettacolosa riduzione dei costi di oltre un miliardo e mezzo (su 3,1 di budget 2014), in realtà poi leggendo si scopre che è dovuto solo al fatto che la Protezione civile passa a livello contabile sotto il Tesoro, mutui compresi.
Quanto al populismo, fu proprio Renzi (ai tempi del “Renzi 1”) a cavalcare i temi anticasta per arrivare alla conquista del Pd e di palazzo Chigi, tranne cambiare idea dopo aver raggiunto lo scopo e passato lo scoglio delle Europee (“Renzi 2”).
In ogni caso, quando un presidente del Consiglio ritiene di dover applicare politiche restrittive sulla spesa pubblica e, dunque, tagliare servizi ai cittadini, il minimo che deve al suo Paese è il buon esempio.
Il gioco delle tre carte sulle auto blu— tema che lo stesso Renzi lanciò in grande stile nei primi mesi di governo — è ancora più insultante se si fanno un po’ di “conti della serva” sul cortocircuito tra la propaganda del premier e i suoi comportamenti.
A marzo 2014 il governo cominciò a mettere in vendita le auto blu su eBay.
Ad aprile, in conferenza stampa , Renzi si vantava: un “gesto simbolico”, ma doveroso e, comunque, “sono centinaia di migliaia di euro che stanno entrando”.
A stare a http://www.governo.it sono “entrati” in tutto 857.508 euro dalla vendita di 107 macchine: circa 8mila euro l’una. Neanche poco.
Ora però si scopre che il premier s’è preso in leasing il super aereo col wi-fi, la sala riunioni e tutte le cose che gli mancavano sulle attuali ammiraglie della “flotta blu”, cioè gli Airbus A319.
Il modello prescelto pare sia un Airbus A340 che, a prezzi di mercato, viene via tra i 600 mila euro e il milione a settimana: se scegliamo il costo medio , cioè 800 mila ogni sette giorni, all’anno il conto supera di un bel po’ i 40 milioni di euro.
Insomma, per pagarsi l’aereo per un solo anno dovrebbe vendere 5.300 auto blu a ottomila euro l’una.
Nel “negozio” del governo su Ebay, però, “al momento, vi sono 0 inserzioni”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
LA PROVINCIA DI BERGAMO NON E’ PIU’ IN GRADO DI FINANZIARE LO SCUOLABUS, CI PENSANO I PRIVATI, MA L’ENTE BLOCCA TUTTO: “E’ CONCORRENZA SLEALE”
A San Pellegrino c’è un istituto alberghiero servito malissimo dai pullman, che hanno ulteriormente
ridotto le corse dopo gli ultimi tagli della Regione, conseguenza inevitabile di quelli del governo.
Potendoselo permettere, le famiglie dei milleduecento studenti affittano un paio di automezzi e organizzano un servizio alternativo di scuolabus.
Lo spirito è quello di Alessandro Gassmann che prende la scopetta per pulire il marciapiede sotto casa.
Il privato che subentra al pubblico e supplisce alle sue carenze, riconoscendo un’amara verità : certi servizi, un tempo finanziati dalle tasse, oggi per funzionare richiedono un contributo supplementare — in tempo e in denaro — da parte di chi ne fruisce.
Quand’ecco la sorpresa.
La Provincia di Bergamo (ma non erano state abolite, le province?) blocca il progetto dei genitori degli alunni, tacciandolo di concorrenza sleale.
A riprendere in mano i fili della storia, sembra di impazzire.
Un’istituzione che non dovrebbe più neppure esistere mette i bastoni tra le ruote (è il caso di dirlo) a un’iniziativa privata sorta per garantire un servizio che gli enti locali non sono più in grado di fornire. Bollandola come concorrenza sleale.
Ma concorrenza sleale a chi? A qualcosa che non c’è o comunque non funziona.
Per il burocrate di casa nostra, evidentemente spalleggiato dalle leggi, il cittadino è costretto ad accontentarsi della sbobba sempre più scadente passatagli di mala grazia dal convento pubblico.
Se pretende un piatto di spaghetti al dente ed è persino disposto a pagarselo, deve rinunciare perchè trattasi di concorrenza sleale. Alla sbobba.
Massimo Gramellini
(da “La La Stampa”)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
LA RIPRESA AIUTA, MA PER STATALI E TURISMO LA STRADA E’ IN SALITA
Sono oltre 6 milioni e mezzo i lavoratori dipendenti italiani che si aspettano il rinnovo dei loro contratti nazionali collettivi di lavoro.
Una volta la si sarebbe definita la ricetta perfetta per un autunno caldo, all’insegna di scioperi finalizzati a conquistare aumenti salariali o miglioramenti normativi.
Non è detto che vada così in questo scorcio finale di 2015.
Come spiegano gli addetti ai lavori, ci sono le condizioni potenziali per una stagione di rinnovi decisamente tranquilla.
Sembra esserci un venticello di ripresa economica, che in teoria dovrebbe suggerire alle imprese di evitare irrigidimenti per far marciare gli impianti a pieno regime. Ma ci sono altrettante validissime ragioni per immaginare che la stagione contrattuale possa essere conflittuale e complessa.
A cominciare dalla sensazione – diffusa nel mondo imprenditoriale, e apparentemente corroborata da alcune iniziative del governo – che dopo l’abolizione dell’articolo 18, e di altre regole conquistate dai sindacati negli Anni 70, possano saltare altri vincoli.
Ad esempio, la piena libertà di sciopero, oppure la stessa esistenza del «classico» contratto nazionale, già cancellato negli stabilimenti della Fca
Lo sapremo presto. Così come sapremo se la tornata contrattuale riguarderà effettivamente anche gli oltre tre milioni di dipendenti pubblici (sanità , enti locali, ministeri, scuola e università ).
Persone che a causa del blocco stabilito da più governi, non riescono a rinnovare i loro contratti da molti anni.
Ma come si ricorderà è giunta la Corte Costituzionale a obbligare il governo – che non ne aveva nessuna intenzione – ad aprire le trattative con la recente sentenza.
Il negoziato ci sarà ; ma non è detto che sia fruttuoso. Tutto dipenderà dal governo: se vorrà o meno stanziare le risorse per gli aumenti salariali nella legge di Stabilità . A quel che si capisce qualche soldo verrà messo; ma molto pochi.
Un discorso a parte va fatto anche per i metalmeccanici. Qui da tempo è quasi impossibile mettere d’accordo la Fiom di Maurizio Landini con Fim e Uilm. È probabile il varo di due piattaforme, altamente probabile il rischio di complicazioni.
In teoria, tutto il contrario dovrebbe capitare nel comparto della chimica (farmaceutica, chimica, gomma e plastica, gas e acqua, energia). Normalmente sono contratti rinnovati senza un’ora di sciopero: le piattaforme sono già state varate, sono unitarie e prevedono richieste di aumento dai 100 ai 130 euro.
Centomila circa sono i dipendenti delle industrie alimentari: anche qui il confronto non dovrebbe essere particolarmente teso.
Più complicati sono i rinnovi nel terziario, dove i contratti (grande distribuzione, alberghi e pubblici esercizi, imprese di pulizia) sono scaduti da due anni.
L’atmosfera è pesante: le associazioni datoriali «chiudono», e già sono stati proclamati scioperi negli iper e supermercati.
Prematuro è immaginare che sarà del rinnovo del contratto dei 400 mila dipendenti del tessile e abbigliamento: il contratto scadrà nel marzo 2016, ma il lavoro preparatorio sta cominciando.
E difficile è anche immaginare che conseguenze avrà sulle trattative la proposta del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi lanciata proprio su «La Stampa»: non rinnovare i contratti in scadenza, e modificare il sistema contrattuale con aumenti legati alla produttività e pagati a consuntivo.
«È una proposta quasi provocatoria – la boccia Paolo Pirani, autorevole leader della Uiltec-Uil – oggi lavori, e che salario avrai lo sai solo domani? La retribuzione non può essere una specie di bonus, una variabile dei profitti».
Roberto Giovannini
(da “La Stampa”)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
IL NODO HOTSPOT PER LA REGISTRAZIONE E I RIMPATRI
Un accordo “di principio” che somiglia molto a un rinvio. E un rinvio che ha il sapore di una sconfitta. 
Non passano, per ora, le quote obbligatorie per la redistribuzione dei 120mila rifugiati proposte dalla Commissione.
Anche sul numero, per ora non si trova un’intesa.
I ministri dell’interno riuniti ieri a Bruxelles si limitano a prenderne atto: «i numeri proposti dalla Commissione costituiscono la base per un accordo sulla distribuzione di queste persone entro l’Unione europea », era scritto nell’ultima bozza su cui i rappresentanti dei governi si sono azzuffati fino a tarda sera. La spaccatura è talmente profonda che alla fine si è rinunciato a sottoscrivere una dichiarazione comune lasciando alla presidenza lussemburghese il compito di illustrare le conclusioni.
Ogni decisione è rinviata alla prossima riunione del Consiglio affari Interni, che si terrà l’8 ottobre a Lussemburgo.
Si ripete insomma, almeno per ora, il brutto pasticcio di questa estate.
Il 20 luglio, di fronte alla richiesta di Bruxelles di ripartire 40mila rifugiati in Italia e Grecia, i governi dissero no alle quote vincolanti e optarono per una redistribuzione volontaria. Ma già allora molti si tirarono indietro.
Risultato: disponibilità ad accogliere solo 32mila persone. E gli 8mila posti mancanti, finora, non si sono ancora trovati. Figuriamoci ora, che i profughi da trasferire salgono a 160mila.
La giornata di ieri dedicata alla crisi migratoria è corsa su due binari paralleli, che si sono rivelati entrambi in salita.
Da una parte la questione della redistribuzione, dall’altra quella dei cosiddetti hotspot , cioè i centri per la registrazione dei migranti e per la classificazione tra quanti hanno potenzialmente diritto all’asilo politico e quanti devono invece essere rimpatriati.
Sulla ridistribuzione, come si è detto, si è arrivati sostanzialmente ad un rinvio, pur accettando in linea di massima le cifre proposte dalla Commissione.
L’opposizione ad un sistema di quote vincolanti da parte di cechi, ungheresi, slovacchi e polacchi, sostenuti dai tre baltici, è risultata insormontabile.
Fino a tarda sera la discussione è stata bloccata dal ministro della Slovacchia che esigeva nelle conclusioni un riferimento esplicito al principio della «volontarietà ».
Proprio questa ostinazione, alla fine, ha impedito che si approvassero le conclusioni.
Il timore dei Paesi dell’Est è che a ottobre, in mancanza di un accordo, la presidenza lussemburghese decida di mettere la questione ai voti e di far passare le quote vincolanti a maggio- ranza.
Per questo vogliono fin da ora garanzie che non saranno obbligati ad ospitare contingenti di rifugiati senza il loro esplicito consenso
La seconda partita che si è giocata ieri riguarda la questione della registrazione e del rimpatrio degli irregolari che non hanno diritto all’asilo.
L’operazione deve essere fatta nei Paesi di accesso all’Unione, cioè in pratica Italia, Grecia e Ungheria. I centri dovrebbero aprire al più tardi entro l’anno. Francia e Germania premono moltissimo su questo punto, e ne fanno una pre-condizione per far partire la redistribuzione dei contingenti. Ieri, prima dell’apertura dei lavori, si è tenuto un incontro ristretto cui hanno partecipato, oltre ad Alfano, i ministri tedesco, francese, greco e ungherese e il commissario Avramopoulos.
La Grecia e l’Italia hanno accettato, almeno in linea di principio, la creazione degli hotspot gestiti in collaborazione con gli esperti europei. Da noi dovrebbero essere sei: il primo a Lampedusa e gli altri vicino ai centri di prima accoglienza. Ma l’Ungheria continua a rifiutarsi di registrate i profughi e dunque respinge la richiesta dei partner europei.
Quanto all’Italia, spesso accusata di non registrare i migranti che sbarcano sulle nostre coste e minacciata ieri dai francesi di un nuovo blocco alle frontiere, il ministro Alfano ha messo alcune condizioni.
La prima è che i centri di registrazione aprano solo dopo che sarà cominciata la redistribuzione dei rifugiati.
Andrea Bonanni
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Europa | Commenta »