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IL GENERALE TRICARICO SMENTISCE RENZI: “IL SUPER AIRBUS NON SERVE”

Settembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

“LA SPESA NON VALE L’IMPRESA, TANTO VALE USARE I BOING 767 DELL’AERONAUTICA: SONO NUOVI DI ZECCA E HANNO UN’AUTONOMIA ILLIMITATA”

Non c’è pace per gli “aerei blu. Questa volta si tratta dell’Airbus A330, l’aereo che secondo un’insistente voce di stampa la Presidenza del Consiglio vorrebbe prendere in leasing”.
Il generale Leonardo Tricarico scrive sul giornale on line Formiche.net la sua analisi sulla scelta del premier di prendere in leasing un nuovo aereo di Stato per evitare gli scali nelle trasferte lunghe.
L’opinione di Tricarico è particolarmente rilevante perchè il generale, oggi alla presidenza della Fondazione Icsa, è stato a lungo capo di Stato maggiore dell’aeronautica e consulente di vari governi.
“La spesa, come suole dirsi, non vale l’impresa”, è il commento.
Questa l’analisi di Tricarico: “La flotta della Presidenza è da sempre ampiamente ridondante rispetto alle effettive esigenze di trasporto e persino alle norme molto restrittive che la stessa Presidenza si è data da tempo. Grazie a questo, ogni anno migliaia di ore di volo potenziali non vengono sfruttate, diventando uno spreco”. Inoltre l’Aeronautica Militare, che gestisce la flotta della presidenza del Consiglio, “anticipa tutte le spese di esercizio — dal carburante alla manutenzione fino alle tasse di atterraggio — attingendo ai capitoli di bilancio dell’attività  operativa, girando il costo alla presidenza per il rimborso a pie’ di lista”.
Ma palazzo Chigi restituisce solo in parte queste spese.
Tricarico poi ha dubbi sulla scelta di ricorrere al leasing: “Un’operazione finanziaria poco vantaggiosa come dimostrano i precedenti. Il costo del noleggio di quattro trasporti C-17 per sette anni costò al Regno Unito poco meno del loro acquisto, come evidenziarono prima la stampa e poi il National Audit Office. (…) Quanto verrebbe usato il super-Airbus? L’attuale A319 può già  portare fino a 50 persone fino a 8.500 km senza scalo, quante volte sono necessarie prestazioni maggiori? L’esperienza suggerisce pochissime. E allora perchè non utilizzare i quattro Boeing 767 dell’Aeronautica? Sono aerei nuovi di zecca e hanno un’autonomia illimitata”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL FOLLE NUMERO DI MANAGER DELLA REGIONE SICILIA

Settembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

SONO 1818, CONTRO I 2.152 DI TUTTE LE ALTRE 15 REGIONI A STATUTO ORDINARIO MESSE INSIEME

Non sappiamo che cosa faccia più impressione: se il numero dei dirigenti del dipartimento Beni culturali della Regione siciliana pagati oggi per far niente, pari a 31, oppure il fatto che un plotone così nutrito di sfortunati manager senza incarico non rappresenti che l’11% del totale dei dirigenti di quel dipartimento.
I quali sono, uno più uno meno, 280.
Dal che si deduce che un solo dipartimento della Regione siciliana ha più dirigenti di quelli dell’intera Regione Lombardia (225) e della Regione Marche (58) sommati insieme.
Ma questo rapporto dà  anche la dimensione della follia che ha caratterizzato per decenni la spesa pubblica in Sicilia.
E con cui adesso i contribuenti non soltanto isolani devono fare i conti.
Antonio Fraschilla ha raccontato su Repubblica che il giro di vite agli uffici regionali ha avuto come conseguenza il fatto di privare della funzione ben 76 dirigenti in tutti i dipartimenti, quanti sono tutti quelli della Regione Umbria.
Privati della funzione significa destinati a incarichi di studi e ricerche: ma non, beninteso, privati dello stipendio. Che continua a correre indisturbato.
Il bello è, ricorda Fraschilla, che mentre il dipartimento dei Beni culturali non ha il becco di un quattrino per mandare avanti i musei siciliani, non può fare a meno di retribuire i dirigenti senza incarico.
Per una semplice quanto oggi anacronistica regola, e cioè che a differenza di quelli privati i dirigenti pubblici non si licenziano mai.
Del resto, 76 manager costretti a girarsi i pollici sono appena il 4,2% dei 1.818 dirigenti della Regione siciliana censiti a fine 2013 (numero peraltro non troppo distante da quello dei 2.152 dirigenti di tutte le 15 Regioni italiane a statuto ordinario).
E fra i quali, come segnalò il sito Internet LiveSicilia, ce n’erano pure alcuni che avevano un incarico specialissimo: dirigevano se stessi.
Come l’unico dipendente del Parco archeologico di Pantelleria, il suo collega del Parco archeologico di Morgantina, e il responsabile di una periferica «Sezione operativa di assistenza tecnica» dell’assessorato all’Agricoltura.

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)

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RIVOLUZIONARI PADAGNI: CALDEROLI RITIRA 500.000 EMENDAMENTI DOPO CHE IL PD HA NEGATO L’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE CONTRO DI LUI

Settembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

CHE FARSA: L’OSTRUZIONISMO NON ERA CONTRO LA RIFORMA DEL SENATO, MA SOLO PER SALVARSI DAL PROCESSO

Dopo che il Senato ha negato, con il voto determinante del Pd, l’autorizzazione a procedere contro di lui per il reato di istigazione all’odio razziale per aver diffamato l’ex ministro Cecile Kyenge, ecco che spunta l’ipotesi, a palazzo Madama, che possa essere ritirata gran parte della mole di emendamenti presentati in Commissione Affari Costituzionali, soprattutto dalla Lega Nord, sulle riforme.
A condizione, giusto per salvare la faccia, che si discuta in quella sede del ddl Costituzionale, prima di portarlo all’esame dell’assemblea.
Passaggio che invece la maggioranza vorrebbe evitare andando direttamente in aula.
Il senatore della Lega, sarebbe orientato a mantenere solo le proposte di modifica di merito, come quelle che riguardano le funzioni del nuovo Senato. E del Titolo V.
Non solo la Lega Nord sarebbe pronta a ritirare gli emendamenti.
Il senatore Pd, Francesco Russo, membro della commissione affari costituzionali del Senato, scrive su twitter che “anche Forza Italia con Bernini dichiara la disponibilità  a ritirare gran parte di emendamenti”.
Nel frattempo, “Calderoli chiede la riunione di un comitato ristretto per eventuali punti di convergenza”.
“Il ritiro degli emendamenti è solo una manovra politica, come lo è stata la presentazione: manovra prima, manovra ora”. Così il capogruppo del Pd in Senato, Luigi Zanda, ha commentato l’annuncio del ritiro degli emendamenti alle riforme da parte delle opposizioni.
Sulla questione è intervenuta anche il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi: “Il governo sull’organizzazione dei lavori in Commissione non può dire nulla. Certo è che anche dopo il ritiro degli emendamenti (da parte delle opposizioni, ndr) ne rimangono tremila. Attendiamo ora le decisioni della capigruppo”.
Il gioco delle parti si avvia alla conclusione: il Pd ha salvato Calderoli e il centrodestra contraccambia il favore: della riforma del Senato non frega nulla a nessuno.

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ALLA CAMERA E’ TEMPO DI TRANSUMANZA: ECCO CHI E’ PRONTO A CAMBIARE CASACCA

Settembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

DA NCD A SEL SONO IN MOLTI CHE PENSANO A UN TRASLOCO… VERDINI FA CAMPAGNA ACQUISTI… E FITTO SI ALLEA CON TOSI

Ci sono le difficoltà  del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano ormai ad un bivio: convertirsi al renzismo per salire sulla scialuppa di salvataggio delle liste del Partito democratico alle prossime politiche o rischiare l’estinzione cui i sondaggi sembrerebbero condannarlo?
Poi ci sono le manovre dell’ex plenipotenziario di Forza Italia, Denis Verdini, che le sta tentando tutte per rafforzare sua pattuglia senatoriale con l’obiettivo di portare i suoi pretoriani dagli attuali 10 ad almeno 20.
E quelle dell’altro ex azzurro Raffaele Fitto che spera di contare di più dopo l’accordo con il sindaco di Verona Flavio Tosi.
Ma c’è anche la minoranza del Partito democratico in eterno fermento mentre nel Vietnam del Senato torna in agenda la bomba ad orologeria delle riforme costituzionali. Per non parlare di Sinistra Ecologia e Libertà  che rischia di perdere altri pezzi, a cominciare dal senatore Dario Stefà no.
Uno scenario esplosivo dagli esiti incerti che rischia di innescare una nuova ondata di cambi di casacca, come se non bastassero i 217 (che secondo Openpolis salgono a 290 se si tiene conto dei parlamentari che hanno all’attivo più di un passaggio da un partito all’altro) registrati da inizio legislatura ad oggi.
Una tendenza che su cui giocoforza rischia di influire anche l’accelerazione di Renzi sulle riforme, con il governo che rischia di non avere i numeri al Senato.
Il vecchio “vizio” della transumanza, insomma, che da sempre affligge la politica italiana, sembra a breve destinato a riaffacciarsi sulla scena. E su larga scala.
Angelino addio.
Lo spettro di una emorragia senza fine agita il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. Fra chi è già  uscito allo scoperto, come Nunzia De Girolamo, e chi sta meditando di abbandonare la barca (10-15 senatori), a breve il ministro dell’Interno rischia di ritrovarsi senza i numeri per garantire al premier l’approvazione dell’agognata riforma costituzionale.
Il che farebbe saltare il progetto messo in piedi da Renzi e dallo stesso Alfano: quello di garantire, alle prossime elezioni, una quindicina di posti sicuri nelle liste del centrosinistra ai parlamentari di Area popolare (Ncd più Udc).
C’è un però. Conti alla mano, infatti, il gruppo allinea oggi 69 fra deputati e senatori. Con l’accordo stretto fra il numero uno di Palazzo Chigi e Alfano ne rimarrebbero a spasso fra i 54 e i 59.
Ovvio che molti di loro non l’abbiano presa bene.
Durante la pausa estiva, per esempio, l’ex presidente del Senato, Renato Schifani, è tornato a calcare il terreno di Villa Certosa, residenza estiva di Berlusconi.
Anche l’ex ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, si è detto contrario alla svolta a “sinistra” del partito.
Mentre Roberto Formigoni e Carlo Giovanardi hanno già  fatto sapere che, senza sostanziali modifiche, non voteranno il ddl Boschi.
Ma, come detto, il mal di pancia ha contagiato parecchi e si lega, fra l’altro, al malcontento causato dalla riforma della legge elettorale che, nell’attuale formulazione, mette in forse l’esistenza stessa di Ncd.
Al punto che uno dei big del partito come Gaetano Quagliariello, ha avvertito il premier: “O il governo accetta di rimettere mano all’Italicum o ci saranno conseguenze per le riforme perchè nessuno riuscirà  a convincere i senatori dissidenti di Ncd a non votare contro”.
Così il fronte dei possibili “fuggiaschi” sembra destinato ad allargarsi.
Da Ulisse Di Giacomo a Guido Viceconte, passando per Antonio Azzollini, Francesco Colucci, Piero Aiello, Nico D’Ascola, Tonino Gentile e Giuseppe Esposito, tutti si scaldano per giocare un tiro mancino ad Alfano prima di dargli il benservito.
Colpo d’ala
Anche perchè, ragionano molti degli “alfaniani” delusi, le alternative non mancano.
Forza Italia (FI), che pure deve fare i conti con la fuoriuscita di “fittiani” e “verdiniani”, riaccoglierebbe volentieri alcuni dei parlamentari che nel 2013, dopo l’implosione del Pdl, scelsero di seguire il numero uno del Viminale.
Come, del resto, ha fatto chiaramente sapere il presidente dei deputati azzurri, Renato Brunetta.
Ma anche Fitto e Verdini sono in fermento. L’ex ras toscano di FI sta cercando di allargare le file della sua Ala, il nuovo gruppo che a Palazzo Madama conta già  10 senatori che lui vorrebbe portare a 20 per garantire stabilità  a Renzi in cambio di una lauta ricompensa (un ministero o un sottosegretariato).
Il pressing di Verdini è diventato estenuante. Tra telefonate ed sms compulsivi che hanno visto negli ultimi giorni destinatari, tra gli altri, anche il senatore ex M5S Bartolomeo Pepe e Michelino Davico.
Obiettivo: annettere ad Ala l’intero gruppo Gal al Senato.
Anche l’ex governatore della Puglia, leader dei Conservatori e Riformisti, non sta certo con le mani in mano.
Tanto da aver già  formalizzato un accordo con il sindaco di Verona e numero uno di Fare!, Flavio Tosi, per unire le forze sia alla Camera sia al Senato.
“Non sarà  un unico movimento politico”, spiega a ilfattoquotidiano.it un deputato vicino a Fitto, ma “un accordo che avrà  come denominatore comune l’opposizione a Renzi e che potrebbe vedere il coinvolgimento di parlamentari provenienti da Nuovo centrodestra e Forza Italia”.
Per il momento, dunque, alla Camera i tre “tosiani” (Matteo Bragantini, Roberto Caon ed Emanuele Prataviera) andranno a dare manforte ai 15 “fittiani”, in modo da formare il prima possibile un vero e proprio gruppo (c’è bisogno di arrivare a 20).
Al Senato, invece, Raffaella Bellot, Patrizia Bisinella ed Emanuela Munerato confluiranno nella già  strutturata compagine “fittiana”, ridotta al minimo sindacale dopo gli addii di Ciro Falanga ed Eva Longo (passati con Verdini).
Se ne saprà  di più in settimana, mentre il prossimo weekend, a Cortina, si svolgerà  un convegno nel corso del quale dovrebbe essere annunciata ufficialmente la nascita della compagine a Montecitorio. Alfano è avvisato.
Minoranza PD al bivio
Nel Pd, invece, ogni mossa è rimandata a dopo l’approvazione della riforma costituzionale.
A Palazzo Madama la minoranza resta in fermento e non crede alle proposte di mediazione arrivate negli ultimi giorni da esponenti vicini al premier. Ma nessuno vuole parlare di “scissione”.
Anche perchè il rischio, spiega off the record un senatore della minoranza dem, è quello di prestare il fianco al progetto originario di Renzi: approvare il ddl Boschi anche senza i vari Gotor, Mineo, Chiti, eccetera per poi accompagnarli alla porta.
“Noi vogliamo una discussione nel merito — spiega ancora il dissidente del Pd — loro no. Questa riforma costituzionale è pessima e perciò resteremo fermi sulle nostre posizioni”. Poi si vedrà . Insomma, nessuno lo dice apertamente, ma la bordata lanciata sabato scorso dal palco della festa dell’Unità  di Firenze, cioè dalla “tana” di Renzi, da Gianni Cuperlo, lascia intendere invece che, a seguire le orme di Pippo Civati e Stefano Fassina potrebbero essere in molti.
“Restare in questo partito — ha detto l’ex sfidante alla segreteria dem — non è un destino, è una scelta che devo rinnovare ogni giorno: se il Pd dovesse diventare il ‘Partito della Nazione’ di ispirazione centrista potrebbe non essere più la casa per tanti di noi”.
E il combinato disposto tra la riforma costituzionale e l’Italicum, portate indigeste per l’intera minoranza del Partito democratico, potrebbe accelerare la diaspora. Si parla già  di almeno una trentina di eletti pronti all’addio.
Sinistra in libertà 
Anche Sel rischia di andare incontro ad una nuova emorragia. Dopo l’abbandono dei deputati Gennaro Migliore, Sergio Boccadutri, Titti Di Salvo, Ileana Piazzoni, Fabio Lavagno, Alessandro Zan, Nazzareno Pilozzi, Martina Nardi, Luigi Lacquaniti, Ferdinando Aiello e Michele Ragosta, tutti confluiti nel Pd, e Claudio Fava e Antonio Mattarelli, accomodatisi nei banchi del Misto, ora anche al Senato Dario Stefà no potrebbe andare a rafforzare le file del Partito democratico. P
otrebbe, perchè il presidente della giunta per le autorizzazioni di Palazzo Madama per ora professa cautela: non c’è “nessuna trattiva” giacchè “il legame con Vendola è forte, di reciproco rispetto e lealtà ”.
Però “non approvo che viva questa fase in maniera defilata”. Insomma, una presa di distanze dalla linea del partito dettata dal coordinatore nazionale Nicola Fratoianni, che ha invitato ad una sorta di “tutti contro Renzi” alle prossime amministrative.
Una rotta che, Stefà no a parte, potrebbe non essere condivisa anche da altri esponenti di Sel: alla lista dei richiedenti asilo tra i banchi del Pd o di altri gruppi politici ci sono infatti anche i senatori Massimo Cervellini e Luciano Uras.
Per non parlare dei contraccolpi sul territorio.
Dove, per l’ammutinamento, potrebbero alla fine optare il sindaco di Genova, Marco Doria, quello di Cagliari, Massimo Zedda, e il vice presidente della Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio.

Antonio Pitoni e Giorgio Velardi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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IL MURO DEL PIANTO: GOVERNO CERCA NUMERI AL SENATO, QUOTA 161 A RISCHIO SENZA LA MINORANZA

Settembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

SULLA CARTA A FAVORE DEL DDL CI SONO 182 SENATORI, MA I DISSIDENTI DEL PD SONO 28 ED E’ NECESSARIA LA MAGGIORANZA ASSOLUTA

Centosessantuno. E’ questo il numero magico su cui si rompe la testa il governo da settimane.
Servono 161 sì al ddl Boschi per ottenere il via libera in terza lettura a Palazzo Madama e soprattutto per tenere in vita l’esecutivo che a questa riforma ha deciso di affidare la tenuta della legislatura.
Secondo il pallottoliere nella versione più ottimistica, il governo può contare sulla carta su 182 voti: 112 sono i senatori del Partito democratico (non si conta Pietro Grasso che essendo presidente del Senato per prassi non vota); 35 i parlamentari di Area popolare (Ncd-Udc); 19 del gruppo Psi-Autonomie di cui fanno parte anche 5 senatori a vita (ma Carlo Azeglio Ciampi non vota più da tempo per motivi di salute); 10 della neoformazione di Denis Verdini, Ala (Alleanza Liberalpopolare Autonomie); 5 del gruppo Misto (i transfughi di Forza Italia Repetti e Bondi, il senatore a vita Mario Monti, l’ex Pd Margiotta e il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova); due di Gal (Paolo Naccarato e Michelino Davico).
A questi si potrebbero aggiungere due pedine: gli ex M5S e ora “rifondatori” del gruppo dell’Italia dei Valori Alessandra Bencini e Maurizio Romani che hanno detto di essere pronti a votare con il governo.
Un conto che già  di per sè è ottimistico perchè le posizioni di alcuni dei senatori citati si sono modificate nel tempo ed è difficile cristallizzarle.
Di certo il pallino ora è in mano alla minoranza del Partito democratico.
Sono 28 i dissidenti che hanno firmato gli emendamenti per chiedere l’elezione diretta del Senato.
Se tutti compatti voltassero le spalle al partito in sede di votazione, Renzi potrebbe avere problemi seri a far passare il provvedimento.
Ma il governo è sicuro che di quei 28 in molti resteranno fedeli al Pd. “Non ci si può appellare alla disciplina di partito sulla Costituzione”, ha detto Pier Luigi Bersani nei giorni scorsi. Ma non è detto che tutti i dissidenti lo seguano compatti.
Sono gli stessi che già  non votarono il ddl Boschi nel primo giro al Senato. Tra loro ce ne sono di semisconosciuti, ma altri sono volti “noti”: il braccio destro di Bersani Miguel Gotor, per esempio, l’ex sindaco di Brescia Paolo Corsini, l’ex ministro per le Riforme istituzionali del governo Prodi Vannino Chiti, l’ex giudice Felice Casson, il giornalista Corradino Mineo, l’ex magistrato Doris Lo Moro, la senatrice veneta Laura Puppato, l’ex ministro Barbara Pollastrini.
E i numeri, oltre alle parole, sono importanti anche in commissione.
La decisione di Palazzo Chigi di fare pressing per saltare l’esame in commissione non è leggibile solo per risparmiare tempo, ma anche perchè già  lì i numeri sono a rischio: i favorevoli al testo — nonostante la sostituzione di Mario Mauro e il riassetto di alcune settimane fa — potrebbero non essere più di 13 su 27, ma potrebbe finire anche peggio.
Anche perchè l’altra incognita è quella del Nuovo Centrodestra.
I parlamentari di Angelino Alfano hanno provato ad alzare la testa: il loro sì in cambio di una modifica all’Italicum.
L’ex ministro Gaetano Quagliariello ha addirittura già  presentato un disegno di legge per prevedere nel nuovo sistema elettorale.
Resta da vedere se l’Ncd terrà  il punto.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL PD SALVA CALDEROLI: “KYENGE PARE UN ORANGO” NON E’ DISCRIMINAZIONE RAZZIALE MA SOLO DIFFAMAZIONE

Settembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

PIDDINI DETERMINANTI AL SENATO, MARCHETTE RECIPROCHE

Affermare in un comizio che un ministro di origini congolesi ha “le sembianze di un orango” non ha alcuna finalità  di discriminazione razziale.
È la conclusione alla quale è giunta l’Aula del Senato, che ha salvato Roberto Calderoli dall’accusa più grave relativamente alle offese pronunciate il 13 luglio 2013 nei confronti dell’allora ministro dell’Integrazione Cècile Kyenge.
«Ogni tanto, smanettando con internet, apro il sito del governo e quando vedo venire fuori la Kyenge io resto secco. Io sono anche un amante degli animali per l’amore del cielo. Ho avuto le tigri, gli orsi, le scimmie e tutto il resto. Però quando vedo uscire delle sembianze di un orango, io resto ancora sconvolto» aveva affermato Calderoli nel corso di una manifestazione del Carroccio a Treviglio.
Parole non solo diffamatorie, ma anche caratterizzate dall’aggravante della discriminazione razziale per i pm bergamaschi Maria Cristina Rota e Gianluigi Dettori.
Non per i colleghi senatori di Calderoli, che con una votazione per parti separate hanno ritenuto che ci sia la diffamazione ma non l’intento discriminatorio.
Una soluzione a metà , che salva il politico del Carroccio dall’accusa più grave.
E molto verosimilmente anche un segnale, visto che Calderoli ha presentato mezzo milione di emendamenti alla riforma costituzione del governo Renzi, che rischiano seriamente di impedirne l’approvazione.
Questa la motivazione riportata nella relazione del forzista Lucio Malan, che ha perorato in Aula la difesa dell’esponente del Carroccio: «Calderoli ha utilizzato, all’interno di un articolato intervento sull’immigrazione fortemente critico, un’espressione forte, ma fatta esclusivamente come battuta ad effetto, visto che il contesto, oltre che politico, era anche ludico e cioè quello di una festa estiva organizzata». Insomma, uno scherzo.
Che l’esito sarebbe stato questo era prevedibile, per come si erano messe le cose in Giunta. «Era una critica relativa alla politica migratoria del governo Letta» si era giustificato Calderoli quando è stato sentito dalla Giunta delle immunità .
E così una prima proposta di concedere l’autorizzazione a procedere nei confronti di Calderoli, che vedeva come relatore il grillino Vito Crimi, era stata bocciata.
E proprio il Pd aveva sposato la tesi di Calderoli.
Disse ad esempio il democratico Claudio Moscardelli: “Le accuse relative alle incitazioni all’odio razziale risultano infondate, atteso il contesto politico nel quale le frasi in questione sono state pronunciate e attesa anche la configurazione del movimento della Lega, nel cui ambito operano anche diverse persone di colore”. Mentre per il suo collega Giuseppe Cucca, pure lui del Pd, “le parole pronunciate dal senatore Calderoli vanno valutate nell’ambito di un particolare contesto di critica politica” e “spesso nella satira si paragonano persone ad animali, senza che tali circostanze diano luogo a fattispecie criminose”.
Prima di votare, il Pd aveva provato a rimandare la decisione, malgrado la Giunta avesse votato il 4 febbraio, ovvero oltre sette mesi fa: “Ci vuole un ulteriore approfondimento, la delicatezza della questione impone che ogni senatore possa essere debitamente informato”.
Ma la proposta è stata respinta.
E Calderoli è salvo a metà .

Paolo Fantauzzi
(da “L’Espresso”)

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I SETTANTA NOMI CHE DECIDERANNO IL DESTINO DEL SENATO

Settembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

IL PESO DECISIVO DEI MALPANCISTI SUI DUE FRONTI

Mani libere. Sono in molti a tenersele a Palazzo Madama, ora che la partita finale si avvicina e i senatori ne approfittano per alzare il prezzo.
Un magma fluido e rovente di offerte e richieste, promesse e ricatti, doppi giochi e tradimenti, che fa ballare pericolosamente i numeri fino a quota 70 e oltre, quanti sono i senatori «indecisi» con le sorti della legislatura in mano.
Nel partito del premier Luca Lotti non si stanca di chiamare i meno ostici tra i senatori dell’ala sinistra. «Solo 4 o 5 voteranno con noi» ha confidato il sottosegretario ai dirigenti dem.
Dal granitico blocco dei 30 dissidenti potrebbero staccarsi i senatori Tronti, Manconi, Ruta, Manassero e Martini.
Ma il vero pericolo è Ncd. L’ex ministro delle Riforme Quagliariello potrebbe portare l’intero gruppo sulla linea dura: o Italicum, o morte.
«Glielo dico spassionatamente, andrò a votare per ultimo…». Per ultimo, senatore? «Sì, se Renzi deve cadere perchè manca il mio voto mi accingerò a sostenere il governo, se invece c’è la sufficienza dei numeri mi permetterò il lusso di essere coerente, bocciando una legge che non mi piace».
Il biologo campano (e verdiniano) Vincenzo D’Anna interpreta alla perfezione il vorticoso agitarsi dei senatori sul palcoscenico della riforma che li manderà  in pensione e così fotografa lo stato dell’arte a Palazzo Madama: «Questa legge sta diventando lo spartiacque tra chi vuole tenere in piedi Renzi e chi è pronto ad affrontare l’avventura delle elezioni anticipate. Alla base di tutti i teatrini, la partita è questa».
Per capire il «teatrino» a cui D’Anna si riferisce vale la pena iniziare il viaggio proprio dall’Alleanza liberalpopolare messa su da Denis Verdini come scialuppa da lanciare a Renzi, qualora le onde del Senato dovessero impennarsi: nove senatori dell’opposizione pronti a votare sì al ddl Boschi mentre il decimo, D’Anna, si tiene le mani libere.
Così fan molti, ora che la partita finale si avvicina e i senatori alzano il prezzo: la leggenda dice che Verdini abbia fatto shopping tra i senatori lasciando balenare «300 posti di sottopotere».
Maurizio Gasparri, azzurro che la carica di vicepresidente del Senato ha reso assai dialogante, per descrivere i vorticosi contatti tra gli emissari del governo e i gruppi evoca l’immagine di un mercato arabo: «Le riforme non possono essere oggetto di un suk privato tra le correnti del Pd».
Ma la bocca del vulcano, pronto a eruttare se Renzi non accetterà  di introdurre il premio di coalizione nella legge elettorale, è l’Ncd. L’ex ministro Gaetano Quagliariello lavora per portare l’intero gruppo sulla linea dura: o Italicum, o morte. Come ha detto agli amici un senatore calabrese «se la riforma costituzionale passa, con questa legge elettorale noi siamo cani randagi senza collare». Immagine forte, che descrive lo stato d’animo di tanti centristi come Gentile, Viceconte, Di Giacomo, D’Ascola, Colucci, terrorizzati all’idea di non tornare in Parlamento. E magari tentati dalla suggestione di far saltare il banco, per andare al voto con il Consultellum.
L’ex presidente del Senato Renato Schifani ha messo in guardia Alfano del pericolo che l’esecutivo sta correndo, visto il grado di arrabbiatura di Sacconi, Giovanardi, Augello… «Renzi non ha i voti, la falla dentro Ncd è più grande di quel che lui immagina» ammonisce Augusto Minzolini.
«Se il governo si intestardisce, è chiaro che va sotto» avverte Roberto Formigoni, ricordando a Renzi e ad Alfano che i veri trappoloni si nascondono all’articolo 1 del provvedimento: «Lì si vota a scrutinio segreto e la stragrande maggioranza dei senatori sceglierà  di tornare alle funzioni di garanzia».
Tra questi ci sono i senatori delle Autonomie, una delle aree filogovernative che gli sherpa di Palazzo Chigi tengono d’occhio con più assiduità , consapevoli che «qualche voto ci può scappare».
Il gruppo conta 19 senatori, ma Renzo Piano e Carlo Azeglio Ciampi non vanno in aula da tempo, quindi i voti a disposizione sono 17. Anzi, erano, visto che Elena Cattaneo è sulla linea dell’astensione (che equivale al voto contrario) e che durante una cena prima della pausa estiva gli autonomisti hanno sfogato maldipancia non lievi.
«Se il mio gruppo venisse chiamato a votare il testo uscito dalla Camera avrei grosse difficoltà » ammette il presidente Karl Zeller, che giudica «un errore aver ridotto al lumicino le funzioni».
Se verranno ripristinate, bene. Altrimenti i voti in libera uscita potrebbero essere parecchi: «A Lotti, alla Boschi e a Zanda ho detto che non vogliamo creare problemi – racconta Zeller –. Ma se togliete poteri sulle autonomie io non riesco a tenere il gruppo. Già  è dura per i senatori autoabolirsi, sapendo che non torneranno in Parlamento…».
In questo clima di preoccupazione e frantumazione, è comprensibile che Renzi ragioni in uno schema di maggioranze variabili e che confidi molto sulle assenze strategiche. Quelle degli azzurri che temono le urne come la peste bubbonica, ad esempio.
«Forza Italia deve fare di tutto per sedere al tavolo delle riforme», insiste Altero Matteoli. Lei come voterà ? «Come deciderà  il mio gruppo», risponde l’ex ministro e avvisa Renzi: «I voti di Verdini potrebbero non bastare».
Un chiaro invito al dialogo, per ridurre la quota dei 45 «no» azzurri. Si racconta che il senatore Bernabò Bocca sia «molto amico» di Renzi e che Riccardo Villari non abbia rinunciato al sogno di dirigere l’autorità  portuale di Napoli.
La vera posta in palio è il premio di coalizione, nel nome del quale potrebbe saldarsi l’asse trasversale tra FI, minoranza pd e Ap-Ncd.
Per dirla con Gasparri, «se Renzi cambia l’Italicum si lubrifica il confronto qui al Senato». Lotti e gli altri cacciatori di teste del governo hanno puntato come terra di conquista anche l’inquieto gruppo Misto.
I voti delle tre ex leghiste dialoganti del gruppo Fare!, Bisinella, Bellot e Munerato, potrebbero restare all’opposizione, calamitati dal nascente gruppo di Tosi e Fitto.
In compenso il governo ha arruolato i senatori dell’Idv, Romani e Bencini, che a loro volta tentano una paziente opera di proselitismo tra gli ex cinquestelle tentennanti, Orellana e De Pietro.
Intanto il siciliano Giuseppe Ruvolo si è messo in cammino: dal Gal all’Ala di Verdini .

Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera”)

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RAPPORTO CARITAS: BOCCIATI BONUS BEBE’, 80 EURO E ASSEGNO DISOCCUPAZIONE

Settembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

“NON SONO INTERVENTI DI RILIEVO, IMPATTO QUASI NULLO SULLE SITUAZIONI DI POVERTA’ E DISAGIO”

Il bonus di 80 euro è una misura pensata per i lavoratori a basso salario che aiuta poco le famiglie a basso reddito.
Il bonus bebè andrà  anche ai nuclei non poveri pur costando 200 milioni solo per il primo anno e l’Asdi, l’assegno di disoccupazione introdotto nel Jobs Act, non basta per poter affermare che in Italia ci sia un reddito minimo per contrastare la povertà . Questo dice, in sintesi, il Rapporto 2015 della Caritas Italiana sulle principali misure di politica sociale adottate nell’ultimo anno: “Su questo fronte il Governo Renzi non ha sinora realizzato alcun intervento di rilievo”.
Giudizio negativo anche sulle politiche dei governi precedenti, fautori più che altro di ‘piccoli adattamenti’ per far fronte alla crisi.
Tra questi provvedimenti ‘tampone’ la Social Card, il bonus straordinario una tantum per le famiglie di dipendenti e pensionati. E quelli della crisi sono stati anche gli anni dei tagli ai Fondi nazionali che finanziano le politiche sociali locali, sia per quanto riguarda i servizi che per i contributi monetari.
Il giudizio sulle misure dell’ultimo anno
Secondo i dati del Rapporto, in materia di sostegno al reddito finora l’attuale esecutivo ha confermato “la tradizionale disattenzione della politica italiana nei confronti delle fasce più deboli di popolazione”.
Per quantificare le conseguenze sulla povertà  dei vari provvedimenti la Caritas si è basata sul dataset Silc del 2013, composto da quasi 19mila famiglie, campione sul quale sono stati ricostruiti i sistemi di tassazione e spesa sociale e l’indicatore della situazione economica equivalente.
Chiara la valutazione sulle misure adottate: “Ai poveri viene fornito qualche sollievo, con un complessivo incremento medio di reddito pari al 5,7%, risultato migliore rispetto ai precedenti governi”.
I diversi contributi sin qui introdotti raggiungono una quota limitata delle famiglie in povertà  assoluta (che non hanno accesso a beni essenziali quali alimentazione, casa, educazione, abbigliamento) intorno al 20%.
Nel settore delle politiche sociali, l’unica azione segnalata consiste nel leggero aumento dei fondi nazionali deciso con la legge di stabilità  2015: lo stanziamento complessivo per i tre fondi principali, Fondo Nazionale Politiche Sociali, Fondo
Non Autosufficienze e Fondo Nidi, è salito a 800 milioni rispetto ai 667 del biennio 2014/5.
Siamo lontani dai 1070 milioni destinati agli stessi fondi nel 2008 dal Governo Prodi.
Il bonus per i lavoratori dipendenti
Una misura pensata per i lavoratori a basso salario che aiuta poco le famiglie a basso reddito.
Questo il giudizio sul credito di imposta da 960 euro l’anno (80 euro al mese) riservato ai dipendenti, erogato per la prima volta nel maggio del 2014 e reso permanente nella legge di stabilità  per il 2015. Che dipendendo solo dal reddito individuale, non prende in considerazione — viene sottolineato — la composizione del nucleo o la presenza di familiari a carico.
Vale 960 euro l’anno e ne sono esclusi i redditi inferiori a 8145 euro, a parte alcune eccezioni.
Costa — secondo il rapporto — circa 9.4 miliardi di euro all’anno. Le stime del Governo Renzi parlano di 9,5 miliardi.
Il punto è che alle famiglie povere in senso relativo dovrebbe andare una parte molto modesta di questa cifra: circa un miliardo, il 10.8% dello stanziamento totale.
Alle famiglie povere assolute va una quota di molto inferiore: 186 milioni, il 2% del costo complessivo.
Circa 242mila famiglie su 1,8 milioni in povertà  assoluta (poco più del 10%), ricevono questo bonus e un quarto di quelli in povertà  relativa. Si può essere lavoratori a basso salario ma vivere in un nucleo che, grazie agli altri membri, ha reddito medio o alto. D’altra parte una famiglia è spesso povera proprio perchè in essa il lavoro manca o è raro.
Il bonus bebè
La legge di stabilità  per il 2015 ha introdotto un nuovo bonus, sempre di 80 euro al mese, a favore di ogni bambino nato o adottato dal primo gennaio 2015 alla fine del 2017.
L’assegno dura tre anni ed è riservato alle famiglie con Isee inferiore a 25mila euro. Se l’Isee della famiglia è inferiore a 7mila euro, il bonus raddoppia a 160 euro al mese.
Il costo previsto è di 200 milioni per il primo anno, di oltre 600 nel 2016 e di più di un miliardo nel 2017.
Dovrebbero riceverlo ogni anno circa 330mila bambini su mezzo milione di nascite. Ne rimangono però esclusi tutti i bambini già  nati e almeno una parte delle risorse andrà  a famiglie non povere, un neo in un sistema di welfare privo di una misura generale contro la povertà .
Questa misura è più selettiva, sia per probabilità  di ottenere il bonus che per ripartizione della spesa totale. Un quarto del contributo per i nuovi nati va al 10% più povero delle famiglie.
Il Jobs Act e l’asdi
L’istituto destinato alla tutela del reddito in caso di disoccupazione di lungo periodo, l’assegno di disoccupazione introdotto con il Jobs Act è destinato a chi ha beneficiato della nuova indennità  di disoccupazione (naspi) ma si trova, al termine del periodo di relativa copertura, ancora disoccupato e in condizioni di indigenza.
La durata dell’assegno, che è pari al 75% dell’aspi ma non può superare l’assegno sociale, è di 6 mesi e verrà  erogato fino ad esaurimento del fondo dedicato (200 milioni per ciascun anno nel biennio 2015-2016).
Anche in questo caso non mancano perplessità : “Alcuni aspetti avvicinano l’asdi ad una forma di reddito minimo contro la povertà , ma non è possibile concludere che con questo istituto l’Italia si sia finalmente dotata di un reddito minimo, perchè l’asdi riguarda solo gli ex lavoratori dipendenti e non tocca chi non ha mai lavorato o chi non rispetta determinati requisiti anagrafici”.

Luisiana Gaita
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“NCD E LA COOP DI CL GESTIVANO COSI’ IL VIMINALE”

Settembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

ODEVAINE RIVELA LE TRAME DEGLI ALFANIANI PER PIAZZARE IL PREFETTO MORCONE

Sul Cara di Mineo cade il governo. Aveva previsto Salvatore Buzzi.
Se si legge con attenzione il verbale integrale (finora pubblicato per brevi stralci) di 150 pagine reso da Luca Odevaine il 27 luglio scorso la sensazione è che Buzzi non abbia esagerato molto con la sua profezia.
Odevaine confessa di essere stato il regista della commissione che ha truccato la gara del 2011 per far vincere il raggruppamento che includeva la coop rossa Sisifo e il gruppo Cascina vicino a Cl. Ma l’ex capo della polizia provinciale di Roma racconta anche una serie di incontri tra lui, il sottosegretario Giuseppe Castiglione e i manager della Cascina, aventi ad oggetto proprio il Cara di Mineo.
Secondo Odevaine, i manager della Cascina che poi sono stati arrestati a giugno per i rapporti con lui avevano un filo diretto con Castiglione e lo incontravano al ministero.
Inoltre ci fu un incontro a tre tra lui, il capo della Cascina,Salvatore Menolascina, e Castiglione, al bar Ciampini di Roma.
Il problema è che quegli incontri (se avvenuti) sono stati nascosti dal sottosegretario alla commissione Parlamentare. Non basta.
Odevaine racconta di avere saputo da Menolascina, finito agli arresti domiciliari proprio per aver corrotto Odevaine per le gare del centro di Mineo, che ci fu un incontro a Bari in occasione della convention del Ncd del gennaio 2014 al quale parteciparono i manager della Cascina e i ministri Lupi e Alfano di Ncd.
In quell’incontro si parlò anche della nomina del capo del Dipartimento Immigrazione, postazione chiave che poi finirà  a Mario Morcone.
“Vi sto riferendo cose sentite da Salvatore Menolascina”, premette Odevaine: “Non ricordo per quale motivo legato a Mineo ci dovevamo sentire con Menolascina e lui mi disse: ‘guarda non ti preoccupare perchè ci sarà  domani la prima uscita pubblica con la formazione del partito Ncd a Bari’. Mi disse : ‘Guarda ci sarà  una cena in cui dobbiamo parlare di varie cose in occasione di questo convegno a casa di mia sorella’.
Quindi c’è stata — prosegue Odevaine — a casa della sorella di Menolascina una cena con il ministro Lupi, il ministro Alfano, Castiglione non ci giurerei, ma che lui avrebbe parlato con il ministro Alfano”.
Castiglione al Fatto nega: “Io a Bari non c’ero”.
Il 3 gennaio 2014, Menolascina dice a Cavallo (intercettato dai pm di Firenze ):“Mi ha chiamato Mauri (Lupi,ndr) e mi ha detto che sabato 11 sono a Bari e venerdì se vogliamo lui farebbe una cosa anche con la moglie. Lui ha detto ‘riservati’ e io gli ho detto ‘a casa di Nica’ (la sorella di Menolascina si chiama in realtà  Micaela, ed è sposata con un manager della Cascina, Paolo Ranieri, ndr) e lui ha detto ‘sarebbe l’ideale’”.
Scrive poi il Ros dei carabinieri: “Menolascina aggiunge che a questa cena ristretta dovrebbero partecipare sicuramente loro due e Domenico Viola della cooperativa La Cascina”.
Melolascina prosegue: “No me l’ha spiegato bene cosa vuole fare ha detto: ‘poi se a te interessa, faccio… Angelino e Quaglia’. Facciamo loro tre e quattro d i noi, capito? Però dobbiamo decidere se lo vogliamo fare a casa di Nica o al Palace”.
L’incontro proposto da Lupi al capo della Cascina si farà  al Palace. Il punto però è il tema dell’incontro.
“Se non ricordo male — spiega Odevaine ai pm romani     — in relazione alla nomina del direttore generale del ministero che era vacante, perchè a un certo punto la dottoressa Pria ha lasciato l’incarico (…) quindi si ragionava sulla nomina del successore. Perchè, da quello che mi raccontava Menolascina, c’era una differenza di vedute sul nominativo del direttore generale da parte di Alfano e da parte del suo capo di gabinetto”.
Chissà  se Odevaine dice la verità . Di certo il venerdì 10 gennaio il Ros di Firenze nell’inchiesta sulle grandi opere intercetta una telefonata di Maurizio Lupi che conferma a Menolascina l’incontro: “Quindi di noi c’è io, Quagliarello… Angelino (Alfano, ndr), Schifani e Cassano”.
Il tutto preceduto da un incontro di dieci minuti,più riservato tra Menolascina, Lupi e un terzo non nominato.
Odevaine lascia intendere che il nome del capo del dipartimento immigrazione, ruolo chiave per controllare gli appalti della Cascina,è stato scelto dopo un incontro tra il capo della Cascina e il ministro Alfano con Lupi, entrambi di Ncd, in una convention finanziata dalla stessa Cascina. “Menolascina mi disse o mi fece capire che loro avevano finanziato la presentazione di Bari del Ncd”.

Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano”)

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