Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
I MURI NON SERVONO, CONTROLLI E SELEZIONE SI’
Fra vent’anni, guardando le foto dell’arrivo dei profughi siriani a Monaco, accolti dall’Inno alla Gioia,
della colonna di automobili austriache che trasportano altri profughi verso la Germania, della nostra Marina che ha salvato migliaia di persone nel Mediterraneo, penseremo che quello fu il momento in cui nacque l’Europa multietnica.
Come gli Stati Uniti sono una società di immigrati (più o meno recenti), così, piaccia o no, diventerà l’Europa.
Al di là del problema dei profughi di guerra, l’Europa attira centinaia di milioni di potenziali immigrati che vivono vicinissimi ai suoi confini, per lo più con livelli di reddito infinitamente più bassi del nostro.
Costruire, intorno all’Europa una muraglia, figurativa se non reale, è impossibile: non fermerebbe il flusso, avrebbe solo l’effetto di selezionare i più disperati.
Controlli e selezione sì, non muri.
Che cosa ci insegnano gli Stati Uniti?
Prima lezione: dal punto di vista economico una società multietnica può funzionare assai bene. Diversità di formazione, cultura, punti di vista, abilità , stimolano l’innovazione e la produttività . Questo vale soprattutto per immigrati con un livello di istruzione relativamente alto, ma non solo. In Italia, per esempio, le «badanti» straniere hanno risolto l’assistenza agli anziani, un problema sempre più centrale nelle nostre vite.
Inoltre il livello di istruzione di una popolazione può aumentare, anche rapidamente, con adeguati investimenti in capitale umano, cioè nella scuola e nell’università .
Investimenti che sono certamente piu utili di quelli in ponti o autostrade, come dimostra lo straordinario successo della Corea del Sud.
Questo non significa, o non solo, più soldi pubblici: è soprattutto una questione di organizzazione e di merito, come scrivono da tempo Roger Abravanel e Roberto Perotti.
La seconda lezione è che la generosità (quella privata, ma anche il welfare pubblico) funziona molto meglio fra persone della stessa nazionalità e cultura.
Cioè, siamo più disposti a pagare tasse anche elevate per un welfare generoso (e talvolta sprecone) verso i nostri concittadini nati qui; molto meno se percepiamo che del welfare beneficiano anche gli immigrati (che peraltro pagano anch’essi le tasse).
Ci sono due modi per affrontare questo problema: uno è ridimensionare lo stato sociale, limitandolo alle funzioni di base, cancellando i benefici per chi non ne ha bisogno, eliminando privilegi e sprechi, cose che dovremo fare comunque – fra l’altro in Paesi come Italia e Germania che stanno invecchiando rapidamente, un flusso di immigrati giovani renderebbe il nostro welfare più sostenibile.
L’altra risposta, odiosa, è discriminare fra nativi ed immigrati, una strada non percorribile, nè moralmente, nè praticamente.
Infine, i conflitti etnici diventano possibili, per quanto si faccia per evitarli.
In Europa potremmo assistere alla crescita di partiti xenofobi, cui potrebbero opporsi partiti etnici, cioè gruppi politici interessati solo a promuovere gli interessi degli immigrati, di questa o quella nazionalità . Ciò renderebbe ingestibile non solo la politica dell’immigrazione ma anche la politica tout court . Un rischio tanto maggiore quanto più marcate sono le differenze culturali e religiose tra nativi e immigrati.
Come affrontare l’immigrazione, non solo quella con cui ci confrontiamo oggi, prodotta dalla crisi profughi, sarà il problema di gran lunga piu difficile che l’Europa e l’Italia dovranno affrontare nei prossimi anni.
Non illudiamoci: come insegna l’esperienza americana sarà una strada piena di ostacoli, con passi avanti e fallimenti.
Dobbiamo riuscire ad attrarre non solo individui con basso livello di capitale umano, ma anche persone più istruite e produttive.
Ma non arriveranno solo immigrati con molti anni di istruzione alle spalle. Dovremo quindi fare uno sforzo per inserire loro e i loro figli nella scuola e nelle università in modo da aumentarne rapidamente il capitale umano.
Dagli immigrati dobbiamo esigere il rispetto assoluto delle leggi: Germania, Gran Bretagna e Svezia, i Paesi europei che hanno le più ampie popolazioni immigrate (8% della popolazione in Germania e Gran Bretagna, 10 per cento in Svezia, a fronte del nostro 6 per cento) ci riescono.
Tutto ciò è molto piu facile in un Paese che cresce e che ha un bilancio pubblico in attivo, come la Germania.
Ecco un altro motivo per cui far ripartire l’economia è fondamentale.
Con un’economia che cresce è molto più facile sostenere la coesione sociale, che invece si perde quando le risorse non crescono e debbono essere spartite fra più persone.
Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
DALL’AFGHANISTAN ALLA NIGERIA LE CRISI CHE PRODUCONO ONDATE DI PROFUGHI
Lo ammette anche l’angelico Steven Pinker, che nel 2011 pubblicò un ponderoso saggio intitolato «Il declino della violenza». L’ha ammesso sul quotidiano The Guardian : nel mondo le guerre civili sono in aumento.
E pensare che, da ventisei che erano nel 1992, avevano quasi toccato il fondo nel 2007: «soltanto» quattro.
Pinker tiene aggiornati i 100 grafici della sua contabilità del male. È vero che quasi tutti mostrano una curva decrescente: meno omicidi, meno esecuzioni capitali.
La striscia positiva dei mancati conflitti tra grandi potenze si è allungata fino a raggiungere i 62 anni suonati.
Le guerre tra Stati? Dopo il 1945, tre all’anno; quasi nessuna dopo il 1989; zero dopo Iraq 2003.
C’è però una linea imbizzarrita che non segue l’andamento calante della violenza. È la linea più incerta, ma non meno letale, dei conflitti interni: il numero delle guerre civili nel 2014 è risalito a quota undici.
Quasi tre volte la conta di sette anni prima.
Dall’Africa all’Asia, dalla Nigeria di Boko Haram all’Afghanistan dei nosferatu talebani, passando per il catino infernale del Medio Oriente, sono nove le guerre civili che riversano profughi verso l’Europa.
Sul pallottoliere di Pinker due guerre (in Ucraina) sono attribuibili alle mire di Vladimir Putin; ben otto sono appese alle trame ramificate dei gruppi jihadisti. Una, in Sud Sudan, affonda le radici in laiche lotte di potere che soffiano sulla cenere di mai sopite divisioni tribali.
Immaginate le guerre come crateri di violenza inestinguibile, che genera flussi di popolazioni in fuga.
Le rotte dei rifugiati che dai vari punti caldi del mondo convergono naturalmente verso il bacino del Mediterraneo: molti di loro si inabissano, i più fortunati attraversano il mare in gommone, oppure superano come una gigan-tesca onda umana il contraf-forte dei Balcani.
È l’onda crescente delle guerre civili. Ci sono crateri (conflitti) che tornano in attività , come il conflitto in Sud Sudan, riesplodendo dopo pochi anni di sonno.
Ci sono eruzioni di lunga data come quella che sgorga dal caos della Somalia, dove lo scontro tra clan e la mai domata rivolta degli estremisti di Al Shebab hanno confezionato il pacco dello Stato fallito per antonomasia.
Ci sono Paesi che «studiano» da failed State a suon di morti, magari con l’intervento esterno dei vicini (sta accadendo nello Yemen).
«Tutte le guerre sono pericolose», scrive Patrick Coburn sull’ Independent seguendo il vasto delta dei conflitti in corso.
In mancanza di precise linee del fronte, «le guerre civili – sottolinea Coburn – si accaniscono particolarmente sulle popolazioni. E le guerre religiose sono le peggiori di tutte».
Troppo semplicistico ridurre a un denominatore (religioso) comune la sequenza dei conflitti-crateri che infuocano Libia, Siria, Iraq.
Secondo lo studioso francese Jean-Pierre Filiu questi conflitti sono alimentati da un altro tipo di «faglia» comune, dove la lotta religiosa è corollario e strumento: sotto la violenza in superficie c’è «la sistematica guerra dei regimi arabi contro i loro popoli», incarnata e condotta dalla casta militar-affaristica di quelli che Filiu chiama «i neo-mamelucchi».
E fa l’esempio del regime di Bashar Assad in Siria, che dopo aver fomentato il jihadismo islamico ora si erge a estremo baluardo contro di esso.
Conflitti che alimentano (o si incistano in) altri conflitti. È quanto sta avvenendo nel Sudest della Turchia, nel confronto sanguinario tra le truppe di Ankara e i ribelli curdi del Pkk.
I fronti si moltiplicano anzichè ridursi, si intrecciano come filo spinato.
È in mezzo a quel reticolato che cercano di passare e si ingrossano i rivoli dei profughi, le storie personali di famiglie e fuggiaschi solitari.
Sono i disperati delle nove guerre, rappresentanti inconsapevoli di una strana Onu: le Nazioni Unite dalla guerra .
Michela Farina
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
MAGDAS HOTEL DATO DALLA CARITAS IN GESTIONE A 31 MIGRANTI
Appena entri nel Magdas Hotel ti senti subito benissimo, come in un bel designer hotel del miglior
livello: hall accogliente postmoderna, romanzi o libri fotografici ovunque, il bar come un salotto, ogni stanza diversa dall’altra, tutte con opere d’arte regalate da studenti e professori dell’adiacente Accademia delle belle arti.
Ma basta arrivare al banco check-in per capire che è diverso: Moni, receptionist africana, e Dinis, il suo capo fuggito dall’orrore repressivo della Guinea- Bissau, portano entrambi badge solidali coi migranti.
Lei e lui si alternano ai telefoni tra le continue chiamate delle Ong: “Il prossimo gruppo arriva tra poche ore, vengono stremati e maltrattati dall’Ungheria”.
“Ok, stanze e cibo e tutto full service gratis come al solito”, replicano Moni e Dinis e si sorridono. “Speriamo che a loro vada bene come a noi”, sembrano dirsi con gli occhi.
Magdas Hotel, Laufbergergasse civico 12, immerso nel verde del nord del centro di Vienna e poco lontano dal Prater: è l’albergo che la Caritas ha dato in gestione a 31 migranti. E loro lo gestiscono al meglio, insieme hotel di tendenza e approdo per i dannati della terra scampati al terrore a casa e poi dall’Ungheria.
“L’idea la lanciammo in febbraio – racconta Ariane Gollia – prima era un ospizio, l’abbiamo ristrutturato e assunto subito 31 migranti, oltre che in tedesco ci parliamo in decine di lingue diverse. Aiuti e donazioni di Ong, di grandi aziende e di privati cittadini ci hanno consentito di decollare. In media il 60 per cento delle 78 stanze è pieno ogni giorno, senza contare i migranti in fuga che appunto accogliamo gratis “.
A sinistra dell’ingresso, “vede, le cornici le ho comprate io al mercato delle pulci”, sono le foto di ognuno dei 31 tornati alla vita e in prima linea ad aiutare chi vive oggi la loro sventura di ieri.
Pubblico misto: coppiette, famiglie come ospiti, visitatori in gruppo per vedere l’esperimento della solidarietà cui non s’era pensato prima.
E ogni tanto minibus delle Ong che scaricano gli affamati venuti a piedi dall’Ungheria. “Ci sono anche minorenni fuggiti soli dalla Siria o dall’Afghanistan, ricordati di destinarli all’ala per loro, con le camere con area giochi”, dice Dinis alla collega.
Poi mi dice: “Prendiamoci un caffè e chiacchieriamo, fu nel tuo paese, sbarcando da illegale da una nave portacontainer nella bella Genova che arrivai in Europa”.
Poi scrive in corsa sul computer una e-mail circolare per tutti i colleghi: “Questa settimana abbiamo avuto tre arrivi, oltre duecento persone, forse nei prossimi giorni saranno di più”.
Un adolescente siriano che esce a prender aria con la bicicletta gratis dell’hotel, una mamma africana che allatta il bebè, militanti di Amnesty International le sorridono preparando il workshop di oggi sui migranti: il Magdas è in piccolo una città multietnica che non dorme mai.
“Ho 29 anni, fuggii dalla Guinea-Bissau nel 2003 dopo brutali interrogatori cui la polizia sottopose me e i miei genitori: avevo passato ai media notizie calde su corruzione e abuso di potere del presidente Joao Bernardo Nino Viera. Scelsi l’Europa per lavorare, pagare tasse e contributi e vivere libero integrandomi tra di voi. M’imbarcai su quel cargo, solo all’arrivo a Genova l’equipaggio mi scoprì, ma era buona gente: a me e ai pochi altri regalarono dai loro risparmi 300 euro a testa. In treno arrivai a Vienna. Chiesi subito asilo politico tre volte, tre volte attesi tre anni e me lo rifiutarono. Caritas e avvocati democratici mi aiutarono, dandomi da vivere, pagandomi studi di tedesco, e di lavoro alberghiero e turistico. Non sono ancora profugo politico riconosciuto, ma ogni anno il comune ” rosso” (socialista, ndr ) di Vienna mi rinnova il permesso di soggiorno e di lavoro”.
“Il momento più bello fu quando portammo tutti insieme a spalle in ogni stanza letti e mobili belli ma pesanti offertici da Caritas, Ong, studenti dell’Accademia: tutti, io, i nostri 31 splendidi migranti, e persino direttori generali delle organizzazioni umanitarie “, racconta Ariane, e la gioia le illumina sorriso e occhi verdi.
Da allora Dinis, Ariane e tutti gli altri non hanno più tempo: accoglienze ogni giorno, workshops di ong e multinazionali dal volto umano sui migranti o su ogni altro tema, pagando per sostenere la causa, eventi culturali con la rivista Hotel obscura, e collette quotidiane per il popolo in marcia dei dannati della terra.
“Continuiamo a studiare, corsi d’aggiornamento professionale d’ogni tipo, ci vengono pagati e i giorni di studio sono permessi senza decurtazione della paga”, Dinis. “Amico, riposati ogni tanto, lascia anche a me pensare ai transitanti in arrivo”, dicono sorridenti Sarah Bà rci, d’origini magiare, e una giovane polacca venuta qui volontaria da Poznan. “Questo hotel è un melting pot multietnico, e funziona, spero che gli europei riflettano”, dice Dinis, salutandomi.
Andrea Tarquini
(da “La Repubblica”)
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Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
L’ASSOCIAZIONE DELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE AVVERTE CHE IL +2,7% REGISTRATO DALLA PRODUZIONE INDUSTRIALE A LUGLIO E’ STATO TRAINATO DAL 20,1% DEI MEZZI DI TRASPORTO, FATTO NON RIPETIBILE
Non è un caso se tra il premier Matteo Renzi e Sergio Marchionne elogi e scambi di cortesie sono ormai all’ordine del giorno.
Per la “ripresina” italiana, infatti, il governo deve ringraziare proprio il numero uno di Fiat Chrysler. Insieme alla Ducati e alla Lamborghini controllata dai tedeschi di Volkswagen.
A evidenziarlo è il centro studi di Unimpresa, secondo cui la crescita del 2,7% della produzione industriale registrata a luglio (rispetto allo stesso mese del 2014) “è ‘drogata’ da un aumento, probabilmente non ripetibile nel medio-lungo periodo, del settore auto”, “salito addirittura di oltre il 20%“.
Ma il boom della fabbricazione di mezzi di trasporto è frutto della ripartenza a pieno regime di molti impianti dopo i “periodi di fermo del 2014 e degli anni precedenti”. Un rimbalzo legato all’aumento delle immatricolazioni registrato negli ultimi mesi, che dipende a sua volta da un fattore congiunturale: passato il periodo peggiore della crisi, le famiglie stanno sostituendo le auto più vecchie.
Passata questa fase, è probabile che il mercato si normalizzerà .
Di conseguenza, avverte l’associazione delle piccole e medie imprese, è presto per “esultare come se fossimo ormai fuori dalla crisi e in piena ripresa”.
Perchè una crescita sostenuta e di lungo periodo richiede che a crescere siano tutti i settori — comprese le costruzioni che al contrario restano al palo.
Il governo dunque non può dare per acquisita la ripartenza ma “deve spingere tutta l’economia italiana con un piano serio volto alla riduzione del carico fiscale“.
Tra poche settimane “conosceremo il contenuto della legge di Stabilità e allora vedremo se le promesse saranno mantenute”, conclude il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.
Che il rialzo della produzione e la crescita del Pil superiore alle attese siano legati a doppio filo all’andamento del mercato dei mezzi di trasporto emerge in effetti con chiarezza dagli ultimi dati Istat.
Il manifatturiero nel suo complesso, per esempio, ha fatto registrare a luglio un progresso dell’1,9% proprio grazie al +20,1% segnato da quel comparto.
Ma al contrario il settore della metallurgia e della fabbricazione di prodotti in metallo si è contratto del 2,4% e hanno il segno meno anche la fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (-0,8%) e i prodotti chimici (-0,7%).
Quanto al prodotto interno lordo, il +0,4% del primo trimestre è stato fortemente influenzato da un +28,7% degli investimenti fissi lordi nel settore dei mezzi di trasporto. Incremento “rientrato” però nel secondo trimestre, quando gli investimenti fissi del comparto sono calati del 2,7%.
Per spiegare i numeri occorre ricordare che quest’anno è ripartita a pieno regime la produzione nello stabilimento Fiat di Melfi.
Ducati, poi, nel primo semestre ha visto aumentare i volumi di vendita del 22% rispetto ai primi sei mesi del 2014.
Mentre Lamborghini prevede di toccare un nuovo record annuale, aiutata anche dagli incentivi statali concessi per produrre a Sant’Agata Bolognese il suo nuovo suv.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
“DA BAMBINA A NOI EBREI CI ACCUSAVANO DI AVVELENARE I POZZI. CI RIPENSO IN QUESTI GIORNI GOVERNATI DALL’ODIO”
I profughi continuano ad arrivare in Ungheria. Fuggono dalla distruzione, dalla fame, dalla morte. 
La maggior parte di loro sono vittime della guerra civile siriana, minacciati dall’Is, l’arcinemico dell’intero mondo civilizzato.
Hanno viaggiato, spesso a piedi, per migliaia e migliaia di chilometri per arrivare ai nostri confini. Sono stanchi, affamati, assetati.
Arrivano nell’Unione europea dal confine ungherese.
Sono i benvenuti? La maggioranza della gente, in ogni parte del mondo, tratta gli “stranieri”, le persone che parlano un’altra lingua, venerano Dio in un altro modo, praticano usanze differenti, con sospetto.
Ma odiano gli stranieri, li rifiutano, cercano di liberarsi in fretta di loro solo se vengono incitati a farlo dai leader e dai governi, solo se vengono nutriti di pregiudizi, di ideologie pericolose.
L’ho sperimentato personalmente quand’ero bambina: a quei tempi l’antisemitismo e il nazionalismo erano le principali armi ideologiche che usava il governo ungherese per garantirsi il consenso a favore di una guerra micidiale e ingiusta.
Nelle ultime settimane lo spettro di questo passato continua a ossessionarmi.
Il governo ungherese ha dato il via a una campagna di odio contro gli stranieri ancora prima che i profughi siriani arrivassero da noi.
In quel momento arrivavano piccoli gruppi di migranti dal Kosovo, ma ben presto hanno smesso. Già allora il primo ministro ungherese ci metteva in guardia contro di loro, attaccando manifesti per strada, spedendo volantini alle famiglie in cui si chiedeva con toni drammatici se volevamo che il governo spendesse soldi per gli stranieri o per i bambini ungheresi.
In altre parole ha cominciato ad attizzare l’odio contro lo straniero, accusato di togliere il pane di bocca al popolo ungherese.
La legge proibisce l’incitamento all’odio, ma evidentemente il governo è immune dalla legge.
Quando i siriani e altri profughi hanno cominciato ad arrivare sempre più numerosi, l’arsenale della propaganda è diventato ancora più violento.
I profughi erano sospettati di essere potenziali terroristi, o di non essere proprio profughi, ma gente che voleva fare la bella vita a spese degli altri.
Il capogruppo di Fidesz (il partito al potere) in parlamento ha dichiarato che non vuole che l’Unione europea diventi il Califfato europeo.
Sono anche state messe in giro voci sul fatto che i profughi infetterebbero la popolazione ungherese con malattie sconosciute (e io mi ricordo di quando gli ebrei venivano accusati di avvelenare i pozzi).
Fra le migliaia e migliaia di spettatori che hanno visto in televisione migliaia di profughi con i bambini piccoli che dormivano per strada di fronte alla stazione di Keleti, non poteva essercene qualcuno che sentiva simpatia per loro?
Il governo ha deciso di no, ha stabilito che non devono essercene: le reti televisive pubbliche hanno istruzione di non mostrare i bambini profughi.
Tutto quello che sta accadendo in Ungheria è una diretta conseguenza dell’incitamento all’odio. Il partito al potere è in competizione con l’altro partito di estrema destra, lo Jobbik, attualmente all’opposizione.
Il bersaglio di questa competizione sono i “migranti”: è una gara a chi li odia di più, a chi li rifiuta di più, a chi se ne sbarazza meglio.
Tutti e due i partiti solleticano gli istinti peggiori degli ungheresi, un popolo sfortunato con una storia sfortunata, abituato a ubbidire agli ordini e rimasto ignorante in materie di diritti, di leggi, di libertà .
In uno Stato-nazione, il nazionalismo estremo è l’ideologia più utile per conquistare consenso. Entrambi i partiti usano questo strumento come un’arma.
Per il partito al governo è solo un po’ più difficile, visto che l’Ungheria, in fin dei conti, fa parte dell’Unione europea e riceve soldi dall’Unione europea, e questo gli impedisce di esprimere apertamente il suo disprezzo per Bruxelles, come fa invece Jobbik. Viktor Orbà¡n, il premier ungherese, è costretto a mostrare un volto per l’Europa e un altro per gli elettori.
Qui, a casa, accusa i leader dell’opposizione democratica di essere «amici dei migranti».
E questa strategia di nuovo mi fa tornare in mente la mia infanzia: ricordo che quando il Partito socialdemocratico votò «no» alle leggi antiebraiche venne accusato di essere al soldo degli ebrei.
Il governo ungherese ha speso miliardi di fiorini per costruire recinzioni lungo il confine con la Serbia e arrestare così il flusso dei migranti.
Ovviamente, come gli esperti avevano preannunciato, queste recinzioni non hanno fermato proprio nulla. Ma questo non importa: la recinzione è servita come arma ideologica per il Fidesz nella sua competizione con lo Jobbik per assicurarsi il consenso della popolazione xenofoba.
E questa acrobazia ideologica prosegue: adesso vogliono far approvare dal parlamento una legge che impone di perseguire penalmente tutti coloro che taglieranno la recinzione, e tutti i cittadini che ospiteranno dei migranti nella loro abitazione.
Queste leggi (e qualcun’altra in preparazione) non sono solo leggi contro gli immigrati: sono leggi che limiteranno ulteriormente i diritti dei cittadini ungheresi.
Usando tutte le risorse e le energie per una xenofobia istituzionalizzata, il governo ungherese in realtà non ha fatto nulla per gestire la crisi. Chiunque entri nell’Unione europea dev’essere registrato. Questo è giusto. È necessario sapere chi arriva nel nostro territorio.
Ma mentre venivano erette barriere inutili e manifesti giganti ci ammonivano a non condividere la nostra vita con gli stranieri, che in ogni caso usano l’Ungheria solo come stazione di transito, nessuna misura veniva intrapresa per accoglierli e inviarli dove volevano andare.
Ci sono pochi alloggi, disorganizzati e inadeguati al numero. La registrazione è troppo lenta. Non vengono organizzati servizi di trasporto. Non ci sono interpreti: i migranti vengono bersagliati da testi in ungherese che non capiscono.
Non hanno idea di che cosa li aspetta. Se ricevono aiuto, è solo grazie a volontari che distribuiscono da mangiare e da bere.
Queste persone stanno riscattando, per quanto possono, la reputazione degli ungheresi.
Caos. A volte i profughi riescono a comprare dei biglietti ferroviari per la Germania facendo ore di fila, ma dopo che li hanno comprati viene proibito loro di salire sui treni.
Il più delle volte la stazione ferroviaria viene chiusa ai migranti, che restano lì, in attesa. Ma succede anche che concedano loro di salire su un treno, come ieri. S
algono a bordo con biglietti validi per Monaco di Baviera. Poi il treno viene fermato ancora in Ungheria e ai migranti (passeggeri come gli altri!) viene ordinato di scendere.
Il governo accusa i migranti di questo caos. L’odio continua a diffondersi. E nessuno dovrebbe giocare con lo strumento dell’odio. È pericoloso. Lo sappiamo per esperienza diretta.
È vero che l’Is avrebbe già potuto essere distrutto, se le nazioni civilizzate fossero pronte al sacrificio. Non lo sono.
Le bombe non distruggeranno l’Is. E i rifugiati continueranno quindi ad arrivare.
L’Europa, il continente responsabile di due guerre mondiali, di distruzioni di massa, di tutte le catastrofi del Ventesimo secolo, il continente che si porta dietro meritatamente la sua cattiva coscienza, deve trovare un modo per gestire la situazione.
Senza odio, con comprensione, saggezza e solidarietà . L’Ungheria dà il cattivo esempio.
Io spero che gli altri non lo seguano.
àgnes Heller
(da “La Repubblica”)
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Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
L’INTUIZIONE CHE ARRIVA SOLO DAI VERI LEADER
Epocale. L’uso e, soprattutto, lo sfrenato abuso di questo aggettivo-passepartout sono finalmente sotto il tiro della critica.
È difficile contestare, però, che la storica svolta di Angela Merkel sia il frutto dell’intuizione lucida non tanto dell’emergenza, quanto piuttosto dell’inevitabile e non indolore passaggio d’epoca che l’ondata dei rifugiati e dei migranti segnala per la Germania e per l’Europa.
La condividano o meno, i sostenitori della politica ridotta a ordinaria amministrazione che ci hanno asfissiato nell’ultimo ventennio dovrebbero prenderne atto.
Di simili intuizioni, con tutto l’inaudito carico di responsabilità e di rischi che comporta il tentativo di tradurle in azione di governo, sono capaci soltanto leader politici veri: non i tecnocrati, non i comunicatori, non la cosiddetta società civile, non i capipopolo.
E nel desolato panorama europeo la signora Merkel è, nel bene e nel male, l’unico leader politico vero.
La cancelliera viene «dal freddo», non dal nulla.
In fondo, era cristiano-democratica, come si poteva esserlo nella Germania dell’Est, fin dai tempi lontani dell’appartenenza alla Fdj, l’organizzazione giovanile della Sed.
E si è guadagnata sul campo la leadership della Cdu: non la principale forza della destra europea, come pure si legge, ma (fino al 1992 assieme alla Dc italiana) il più grande partito popolare d’Europa.
È anche questa storia – una storia che ha consentito in passato alla Cdu di essere protagonista della costruzione del capitalismo sociale di mercato tedesco e del modello europeo di Welfare – che Angela Merkel cerca di re-inverare (o di re-inventare), liberandola dagli orpelli del passato ma mantenendone l’ispirazione di fondo, in condizioni inedite, sconvolgenti, imprevedibili per i suoi predecessori.
Se è proprio di destra, o di centrodestra, o di moderati, che bisogna parlare, ebbene questo campo, in Europa, la Merkel lo ridisegna, mettendo in conto rotture, divisioni, resistenze. Non può giurare sul buon esito della sua svolta, e nemmeno sulla possibilità di governarla fino in fondo.
Pensa però, e a ragione, che alzando muri non soltanto si perde la faccia, ma si sbatte la testa.
Si ironizza su un’Italia politicamente capovolta, in cui la destra che sino a ieri inneggiava alla Merkel ora la dipinge come un’egoista mascherata da benefattrice che si preoccupa solo di procurarsi forza lavoro qualificata a buon mercato e di contrastare il calo demografico tedesco, e la sinistra che, dopo averla rappresentata come la reincarnazione della volontà di potenza (per non dire di sopraffazione) tedesca, adesso ne esalta commossa la sollecitudine materna verso i dannati della terra.
Ne ha detto benissimo Pierluigi Battista: chi scrive ha da aggiungere solo due considerazioni a margine.
La prima. È vero, con la pallidissima eccezione di Parigi, e quella, tutta da verificare, di Atene, la sinistra non è al governo in nessuna capitale importante.
Ma ci deve essere qualche motivo se, mentre i partiti socialdemocratici annacquano ogni giorno il loro vino, è una cristiano-democratica (una democristiana?) che guida il Paese incommensurabilmente più forte dell’Unione a giocare la carta dell’inclusione, prendendosi il plauso di Yoshka Fisher per la sua capacità di «socialdemocratizzare» la Cdu.
Urge riflessione identitaria, e probabilmente molto di più.
La seconda. In Europa cambia, o può cambiare, il passo della storia, si ridislocano le grandi forze in campo.
Da noi, dopo vent’anni consumati nella contrapposizione tra berlusconismo e antiberlusconismo (che è cosa diversa da quella tra destra e sinistra), al centro del confronto e dello scontro, intemerate di Matteo Salvini e Beppe Grillo a parte, c’è l’articolo 2 della riforma del Senato.
Non sarà che di grande politica avremmo molto bisogno anche noi?
Paolo Franchi
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
IL BICAMERALISMO VA SUPERATO PER DUE ITALIANI SU TRE
Nei mesi estivi abbiamo assistito ad un dibattito molto aspro sulla riforma del Senato: le posizioni dei
partiti e all’interno del Pd permangono molto distanti, soprattutto sul tema riguardante la nomina dei senatori
Nel complesso i cittadini sembrano avere le idee molto chiare sulla riforma e hanno sostanzialmente mantenuto le stesse opinioni rispetto all’estate dello scorso anno, a dispetto dei toni del confronto politico e nonostante una maggiore conoscenza dei contenuti della riforma: il 39% infatti dichiara di conoscere nel dettaglio o almeno a grandi linee i contenuti della riforma contro il 31% del luglio 2014.
Insomma, ne sanno di più ma non cambiano opinione.
Permane un largo dissenso rispetto alla nomina dei senatori da parte dei consigli regionali: come lo scorso anno il 73% preferirebbe che i senatori fossero eletti direttamente dai cittadini.
Si tratta di una sorta di «riflesso condizionato» dell’opinione pubblica da attribuire sia alla disaffezione nei confronti della politica sia alla volontà di scegliere e di poter «contare».
Lo abbiamo registrato con l’Italicum (i capilista bloccati sono invisi a due italiani su tre) e troviamo conferme ogni qual volta si riduce la possibilità degli elettori di potersi esprimere sui candidati
Il dissenso prevale tra tutti gli elettorati, con punte più elevate tra quelli della Lega (90%), del M5S (86%), delle liste di centro (83%) e tra gli astensionisti (75%).
Gli elettori del Pd appaiono più divisi: i contrari rappresentano il 50% e i favorevoli il 46%
Gli altri punti della riforma che abbiamo testato incontrano un largo consenso, a partire dalla riduzione del numero dei senatori (da 315 a 100) che ottiene un plebiscito: il 95% si dichiara molto o abbastanza d’accordo (+2% rispetto al 2014), ovviamente senza grandi distinzioni tra gli elettori dei diversi partiti.
Inoltre, il superamento del bicameralismo paritario risulta apprezzato da due italiani su tre (il 67% è molto o abbastanza d’accordo).
Anche in questo caso il favore prevale tra gli elettori di tutti i partiti, sebbene tra i leghisti e i grillini all’incirca due su cinque si mostrino in disaccordo
Ed è proprio quest’ultimo aspetto che rende accettabile agli occhi dei cittadini l’intera riforma: la prospettiva di semplificare e accelerare l’iter di approvazione delle leggi.
Il 64%, infatti, ritiene che sebbene la riforma non sia perfetta sia giunto il momento di superare il bicameralismo; al contrario il 18% è del parere che sia meglio mantenere la situazione attuale e un altro 18% non ha un’idea in proposito.
Si conferma la grande trasversalità delle opinioni sia pure con valori più contenuti tra gli elettori dei partiti di opposizione, soprattutto Lega (52%) e M5S (64%), mentre tra quelli del Pd (89%) e delle liste di centro (83%) sembrano esserci pochi dubbi. Sembra quindi che il dissenso all’interno del Pd abbia poca presa tra gli elettori del partito che ritengono necessario chiudere il percorso, superando le perplessità pur di avere una semplificazione degli iter parlamentari.
A proposito del dissenso di una parte degli esponenti del Pd, il 53% ritiene che si tratti di un modo per far sentire la propria voce ma che alla fine si allineeranno con il partito mentre il 24% prevede che andranno fino in fondo e renderanno difficile l’approvazione della riforma.
E tra gli stessi elettori Pd uno su tre è di questo avviso.
Dal sondaggio odierno emergono quindi due indicazioni di un certo interesse.
La prima riguarda la relativa impermeabilità delle opinioni dei cittadini rispetto al dibattito politico recente e, soprattutto, alla fiducia nei confronti del governo che ha fatto registrare una significativa flessione rispetto al 2014: a differenza di quanto osservato con l’Italicum (i sondaggi fecero registrare profondi cambiamenti nelle valutazioni degli elettori nel volgere di pochi mesi), sulla riforma del Senato gli atteggiamenti sono rimasti sostanzialmente gli stessi rilevati poco più di un anno fa.
La seconda indicazione riguarda il giudizio complessivo sulla riforma del Senato e può essere utile in previsione del referendum confermativo: come si diceva, nonostante il malumore provocato dalla nomina dei senatori da parte dei consigli regionali al posto dell’elezione da parte dei cittadini, prevale nettamente il consenso alla riforma, per lo sfoltimento dei senatori e, soprattutto per il superamento del bicameralismo.
Molto spesso, infatti, la delusione e la sfiducia dei cittadini sono generate da processi legislativi astrusi, difficilmente comprensibili ai più, e dall’elevata distanza temporale dal momento dell’annuncio di un provvedimento, alla sua approvazione definitiva, all’attuazione e alla percezione degli effetti concreti.
Tutto ciò alimenta la convinzione, largamente diffusa, che nel nostro Paese non cambi mai nulla e che i politici siano capaci di fare solo annunci.
Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
IL PROPRIETARIO AVEVA GIA’ RICEVUTO UNA LETTERA ANONIMA: I CATTIVI MAESTRI FANNO SCUOLA
Nuove minacce via Facebook a Giulio Salvi, titolare dell’hotel Bellevue di Cosio Valtellino, che da mesi dà ospitalità a un gruppo di richiedenti asilo su richiesta della Prefettura di Sondrio.
Sul social network sono stati postati messaggi che invitano amici e concittadini “a incendiare l’hotel che accoglie i profughi”.
“Diamo fuoco all’albergo” che “sta a due minuti da casa mia”, incita dal suo profilo un uomo di cui appaiono soprannome, cognome e foto.
Seguono accuse alla struttura ricettiva che, a suo dire, “incassa 4,5 milioni di euro con i profughi (finti)…”.
Già nelle scorse settimane Salvi aveva ricevuto una lettera anonima con minacce xenofobe: “Via i migranti dall’hotel o li uccido uno a uno”.
L’albergatore, che attualmente accoglie un’ottantina di migranti, si è rivolto ai carabinieri di Morbegno che ora indagano con i colleghi del Nucleo investigativo del Comando provinciale.
Informate anche la Digos della Questura di Sondrio e la stessa Prefettura.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
“IL PARTITO NON ESISTE PIU’, NON FACCIAMO FINTA”
C’è un forte odore di fegatino, alla Cascina di Firenze. Impregna la Festa dell’Unità . 
Ma a ben sentire l’odore è più spigoloso, aspro. Sta arrivando Massimo D’Alema. L’attesa si consuma come si può.
Gianni Cuperlo riunisce il pezzo fiorentino della sua corrente nel ristorante Campi.
Sempre lì ma nella pizzeria accanto, la direttrice del Tg3 Bianca Berlinguer, che avrà l’arduo compito di condurre un faccia a faccia tra D’Alema e un dalemiano che negli anni si è costruito una sua storia e una sua autonomia, invece incassa saluti, selfie, incoraggiamenti e l’augurio di una signora: «Speriamo che fai te la sfidante di Renzi al congresso».
Poi le si avvicina Mary, racconta la sua saga familiare tutta interna al Pci e le chiede: «Io non so’ mica renziana, ma in passato mi ricordo che si discuteva, si discuteva, ma poi una decisione la si prendeva a maggioranza, e la minoranza si adeguava. E ora? Lo chieda un po’ a D’Alema».
Sarà fatto, pochi minuti dopo, quando sul palco sale l’ex premier: «Non facciamo finta di essere un partito, con la maggioranza e la minoranza. Tutto questo non c’è più». Boato dalla platea.
E’ solo un assaggio. D’Alema rispolvera il miglior D’Alema. Tagliente, sarcastico.
Si sente a casa, altro che nella tana del lupo, come gli ricorda un curioso liquidato con la fede giallorossa: «Gli unici lupi che conosco sono a Frosinone».
Il pensiero, come è ovvio, va alla riforme, alle lacerazioni del Pd. «Sta a Renzi decidere se avere una discussione che sia vera. Sento parlare tanto di disciplina di partito. Tra tutti i valori della sinistra che abbiamo perso, l’unico che abbiamo conservato è il peggiore».
D’Alema punta direttamente al cuore del renzismo e risfodera il paragone con il soviet: «Mi ricordano il compagno Pjatakov, passato alla storia per una memorabile frase: “Quando il partito dice che il bianco è nero, allora noi dobbiamo dire che il bianco è nero”. Ora al posto di Pjatakov abbiamo Lotti».
Gli applausi sigillano una corrispondenza sentimentale con gli spettatori. Soltanto uno di loro in risposta gli urla «40 per cento», come a ricordare a D’Alema il successo elettorale di Renzi che lui non ha mai visto neanche con il binocolo.
D’Alema ricorda un partito guidato da un premier che è anche segretario, «che, abbandonato a se stesso, sta deperendo»; ricorda i milioni di voti persi alle ultime elezioni regionali, «e non perchè il Pd si sta affrancando dai post-comunisti, ma perchè sono i post-comunisti a essersi affrancati dal Pd».
E’ una questione di popolo, di identità . Che è alla base della stessa straziante domanda che arriva alla fine, conseguente all’ipotesi di riforme votate senza un pezzo del Pd e con l’aiuto di Denis Verdini.
La scissione è un tabù che Cuperlo scalfisce appena. Non la cita, ma la evoca: non è il Pd che voleva, dice, e «se venisse a mancare la ragione fondativa del partito, questo potrebbe non essere più la casa di molti di noi».
Il Pd «non è un destino, ma una scelta».
Ilario Lombardo
(da “La Stampa“)
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