Settembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
STESSA SORTE PER UN ASSESSORE REGIONALE E QUATTRO SINDACI LIGURI
Finisce in Procura la questione dei migranti il Liguria. Ieri, a Savona, è stata depositata una denuncia penale nei confronti del sindaco di Alassio, Enzo Canepa, autore della famosa ordinanza anti-profughi, per violazione del principio di eguaglianza .
«Nella nostra denuncia, abbiamo anche chiesto alle Autorità di valutare se si possa riscontrare nella ordinanza del Comune di Alassio la violazione dell’articolo 21 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea che al comma 2 dice: “… è vietata qualsiasi discriminazione fondata sulla cittadinanza…” e in caso positivo, abbiamo chiesto che in base a tale articolo venga dichiarata nulla l’ordinanza del Comune di Alassio e dei Comuni che l’hanno condivisa», spiega la proponente Aleksandra Matikj, Presidente del Comitato per gli Immigrati e contro ogni forma di discriminazione.
Sono stati denunciati anche il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, l’assessore regionale Stefano Mai, ex sindaco di Zuccarello e i sindaci di Ortovero, Andrea Delfino, Vendone, Pietro Revetria, Erli, Candido Carretto e Garlenda, Silvia Pittoli.
La Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea è recepita nell’articolo 6 della versione consolidata del Trattato sull’Unione Europea (Tue), ha quindi valore costituzionale e prevale sulla legislazione nazionale in caso di contrasto con essa.
Non solo: si applica ad ogni persona indipendentemente dal fatto di essere cittadino di uno Stato europeo o no. «La Carta in svariate sentenze è considerata fonte di Diritto», prosegue Aleksandra Matikj.
I proponenti spiegano che quanto all’articolo 3 della Costituzione, la Corte costituzionale ha accolto, nella sentenza 120 del 1967, il punto di vista che il principio di eguaglianza, pur essendo nell’art. 3 della Costituzione riferito ai cittadini, debba ritenersi esteso agli stranieri allorchè si tratti della tutela dei diritti inviolabili dell’uomo, garantiti allo straniero anche in conformità dell’ordinamento internazionale.
” L’ordinanza del Sindaco di Alassio, che vieta l’ingresso nel suo Comune agli immigranti sprovvisti di certificato sanitario, è una forma di discriminazione inaccettabile in un paese democratico come l’Italia e che la legittima tutela della salute dei cittadini non ha nulla a che fare con allarmistici proclami in cui lo spettro di malattie disparate come ebola, AIDS, tubercolosi o scabbia».
«È ancora più grave – continuano – che il Presidente Toti abbia condiviso questa ordinanza, oltre a pronunciarsi continuamente contro noi immigranti in Liguria, sollecitando prefetti e sindaci ad opporsi a nuovi arrivi sul territorio. Ciò vale anche per la condotta dei vicini comuni di Zuccarello, Ortovero, Vendone, Erli e Garlenda che hanno adottato la sentenza del Sindaco Canepa. Riteniamo gravissimo il provvedimento del Sindaco di Alassio che con la scusa di un’ordinanza sanitaria si rifiuta di accogliere pochi migranti. Per questo, anche noi abbiamo chiesto alla nostra Magistratura che questa ordinanza venga immediatamente ritirata».
Aleksandra Matikj cita anche l’episodio avvenuto sulle spiagge di Alassio dove si è visto il sindaco muoversi per chiedere ai migranti se avessero una dimora e il certificato obbligatorio minacciandoli che, in caso contrario, sarebbero stati accompagnati forzatamente al confine e multati per aver violato la deliberazione del primo cittadino. «Imbarazzante», lo bolla.
«Noi siamo preoccupati per la situazione in Liguria che sta sempre peggiorandosi. Temiamo che queste continue richieste contro noi Immigrati possano creare anche del disordine pubblico e dei veri e propri atti di razzismome violenza. Crediamo inoltre che la Liguria debba tornare ad essere una regione accogliente come auspica anche il cardinale Angelo Bagnasco seguendo le parole di Papa Francesco. Vogliamo una Liguria anche per chi, come noi, non la vuole piena di odio nei nostri confronti, un odio istigato da chi dovrebbe mettere l’ordine e l’armonia tra le persone e non creare degli episodi che durante la Giunta precedente mai si siano verificati negli ultimi 10 anni. Questo nuovo clima spaventa, è pericoloso e va fermato subito».
Della causa si occuperà l’avvocato Giorgio Bisagna, il quale aveva già chiesto ai magistrati di valutare la sussistenza del reato di istigazione all’odio razziale nelle parole di Anna Giulia Giovacchini, leghista a capo della commissione Tutela animali del Comune di Monza, perchè scrisse: «Immigrati annegati? Un motivo in più per non mangiare tonno».
(da “il Secolo XIX”)
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Settembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
UNA DESTRA ILLIBERALE E DIVISA BOCCIATA DAGLI ELETTORI…. MANCA UNA DESTRA CON CULTURA DI GOVERNO CHE TORNI A SUSCITARE PASSIONE POLITICA
Fa molta tristezza leggere i vari articoli ed interventi “provenienti” dall’ex “mondo tecnico” della
defunta ‪‎Alleanza Nazionale‬.
Al netto dei preconcetti, delle dietrologie e dei “cori di bottega”, è di palmare evidenza come quel “mondo” sia tutto, sostanzialmente diviso tra politici (pochi per la verità , personalmente ne avro’ conosciuti giusto 3 o 4!), politicanti” (a iosa) e “politichetti” (in numero pressocchè smisurato, soprattutto sul web), sempre più ridicoli oltre che tristemente bocciati dalla storia e dallo stesso corpo elettorale.
Ad essi fa da silenzioso contraltare quella marea di sinceri appassionati che sono in ogni dove: delusi, sconcertati e per nulla disposti ad ascoltarli (ed a ragion veduta). Ciò non di meno, la cosa che fa, comunque, più tristezza di tutte, è il dover continuamente assistere alla reiterata e continuata diatriba incarnata dalla pseudo-destra-vetero-missina, quella “capeggiata” dalla Meloni, tanto per intederci (che è “destra”, non soltanto confusa e confusionaria, ma addirittura razzista, xenofoba, priva di ogni visione liberale e di qualsivoglia spinta verso la modernità ) nei confronti di quella destra con cultura di Governo che è stata parte della storia del nostro Paese e che sarebbe l’unica strada seriamente praticabile.
Comunque sia, è parecchio evidente come quella storia sia defintivamente ed irrimediabilmente finita.
La riprova (peraltro empirico-fattuale) è stata data dall’utilizzo del “logo di AN” da parte di FdI: a parte sonori e vibranti “pernacchi”, il risultato è stato oltremodo infausto, e per fortuna, aggiundo di cuore.
Comunque sia, chi è stato “attore” e protagonista “di quella storia” dovrebbe soltanto preoccuparsi di “fare scuola”: il nuovo dovrebbero farlo “gli altri”.
Già gli altri: gli appassionati! Tutto sommato, “saremmo pure una marea”, ma siamo oggettivamente divisi, sordi e finanche sterili, continuamente sopraffatti dai rivoli di profondissime incomprensioni umane, prima ancora che pseudo-politiche…
Ma tant’è. La storia va comunque avanti. Implacabile. veloce ed inesorabile. Proprio come fa la società , in totale balia della non passione, del declino costante e della strafottenza ad oltranza.
Se il meglio che si riesce a fare è soltanto quello di gridare, “prima gli Italiani” (e “giusto” per pretestuose ragioni di “bottega) e/o sostenere Salvini od i vetusti “cascami Meloniani”, allora davvero vuol dire che siamo “proprio alla frutta”.
Personalmente, fosse anche solo per mera passione, continuerò a gridare “evviva la libertà “: quella che ci vuole uomini e donne capaci di auto-determinarci sulla base di scelte e motivi consapevoli.
Quella dei cuori appasssionati.
Quella delle visioni lucide ma, anche, arditamente folli.
Quella che grida “prima la legge” ed in tutte le direzioni, dai diritti civili alle future conquiste della civiltà .
Guardo al passato soltanto per capire e per imparare, soprattutto tutto quello che non so: il vero fascino, la vera nostalgia è soltanto per l’avvenire…
A breve farò una scelta. Non fregherà a nessuno (da “ste’ parti” funziona così!), ma poco importerà .
Meglio battersi per qualcosa che essere il “servo sciocco” del nulla.
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Settembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
IL RISULTATO DEL SONDAGGIO INTERNO IN VISTA DELL’ASSEMBLEA SULLA SPARTIZIONE DEL BOTTINO DELLA FONDAZIONE… MA PERCHE’ NON SI RITIRANO TUTTI A VITA PRIVATA?
(Ri)fare Alleanza nazionale con gli altri della Fondazione An? No, grazie.
Sembra questo il risultato del questionario somministrato via mail agli iscritti di Fratelli d’Italia nei giorni scorsi.
Era stato questo sito a dare la notizia per primo della survey sottoposta ai soci: il sondaggio sarà pure stato – come riportato da Luca Cirimbilla per L’ultima Ribattuta – “un appuntamento fisso e un’occasione periodica con cui i vertici vogliono analizzare il sentimento della base”, dunque un episodio di ordinaria amministrazione, ma c’era eccome e il fatto che i dirigenti sentissero il bisogno di capire cosa la base pensasse sulla questione “nuovo partito a destra” (cosa pienamente legittima, ovviamente) meritava di essere segnalato.
Gli esiti dell’indagine sono parzialmente riportati oggi sul Tempo in un articolo di Vincenzo Bisbiglia: non è chiarissimo il numero dei partecipanti (il giornale romano parla genericamente di decisione da parte dei “circa 20mila iscritti”, mentre l’editoriale di Francesco Storace sul Giornale d’Italia indica “ben duemila persone”, un po’ pochine rispetto agli iscritti totali, opinione condivisa pure da altre fonti, come il Secolo Trentino), ma i risultati – di un sondaggio “anonimo e non ripetibile”, come notato dal Tempo – dicono cose interessanti.
Le domande che più interessano qui sono due.
La prima era sul futuro di Fratelli d’Italia davanti a un possibile scenario di trasformazione della fondazione in partito per riunire tutti gli ex An: per il 74,8% dei partecipanti al sondaggio, il partito guidato dalla Meloni dovrebbe “continuare il proprio percorso aggregando nuove energie”, quando a gradire l’opzione “convergere sulla proposta di Alemanno, con Fini, Scopelliti e altri ex An, fondando con loro un nuovo soggetto politico sviluppatosi nell’ambito della Fondazione An” sarebbe solo il 16% di coloro che hanno risposto (gli altri hanno scelto la risposta “non conosco l’argomento”).
La seconda domanda interrogava gli iscritti sul loro comportamento elettorale in caso di nascita di “un nuovo soggetto politico di destra dopo l’Assemblea della Fondazione An”: secondo quanto si legge sul quotidiano, l’87% dei partecipanti avrebbe preferito l’opzione “FdI Giorgia Meloni” rispetto a “nuovo soggetto a destra” e “altro”.
C’è chi ha fatto prontamente notare che le risposte a tale quesito sarebbero evidentemente influenzate dalla presenza del nome della leader del partito all’interno della risposta, quasi come se facesse parte della denominazione e se si volesse evidenziare che la Meloni, in fondo, ha già scelto che strada prendere.
Si sarebbe tentati, in realtà , di dire lo stesso sulla prima domanda: quanti, tra i potenzialmente interessati alla conversione in partito della Fondazione An, avranno scelto l’opzione del percorso autonomo per la sgradita presenza del nome di Fini nell’altra alternativa?
A corroborare i risultati delle due domande precedenti, c’è anche la classifica dei “magnifici dodici”, ossia i dodici personaggi che gli iscritti dovevano numerare in ordine di importanza quanto ad attitudine alla guida unitaria del centrodestra.
Non ci si stupisce troppo a trovare in cima alla “top 12” la Meloni, nè di trovare subito dopo di lei Matteo Salvini; è già più interessante trovare sul gradino più basso del podio uno che – pur avendo cofondato Fdi – la politica l’ha lasciata come Guido Crosetto, preferito nell’ordine a Ignazio La Russa e a Fabio Rampelli.
A scendere si trovano, nell’ordine, Giuseppe Scopelliti e Flavio Tosi, mentre è solo ottavo Silvio Berlusconi, che pure precede immediatamente Raffaele Fitto; in fondo alla classifica, se i malpensanti di professione sono stati facili profeti nel vaticinare l’ultima posizione di Gianfranco Fini, colpiscono di più il decimo posto di Maurizio Gasparri e, soprattutto, l’undicesimo di Gianni Alemanno, che formalmente è ancora membro dell’ufficio di presidenza di Fratelli d’Italia
Ammesso che l’esito del sondaggio sia attendibile e generalizzabile, riferendolo a tutti gli iscritti al partito, il messaggio che esce sembra molto chiaro: a Fdi rifare Alleanza nazionale non interessa, men che meno avendo Alemanno (proprio dirigente) come figura di riferimento.
La questione non è di poco conto: in sede di assemblea della Fondazione An, un “no” degli aderenti che si riconoscono in Fratelli d’Italia all’impegno politico diretto dell’ente (attraverso una riedizione del partito che fu di Fini), unito ai “no” di chi avversa quella strada da tempo (soprattutto Gasparri e Matteoli) potrebbe bloccare sul nascere la “voglia di An” manifestata da alcuni soggetti negli ultimi mesi, evitando tra l’altro di sbloccare il “tesoretto” di cui la fondazione è titolare
Certamente la notizia del sondaggio non dev’essere piaciuta dalle parti di Prima l’Italia.
Il neoportavoce, Marco Cerreto, dopo aver precisato “da componente della direzione nazionale” di Fdi di non avere mai ricevuto nulla al pari di tanti colleghi iscritti al partito, si esprime negativamente sul modo in cui sono stati formulati i quesiti (“modalità forzatamente capziose, oltre che viziate nell’elaborazione: vengono citate persone che oggi non sono più in politica o non sono iscritte alla Fondazione An”), sul canale di somministrazione delle domande (era meglio usare il sito del partito) e sulle stesse dinamiche di divulgazione dei risultati: esse “lasciano intendere una volontà di dar vita ad una temeraria strumentalizzazione su un tema così importante in questi giorni che ci separano dalla data dell’Assemblea degli iscritti della Fondazione An”
In ogni caso, che fine farà ora il simbolo di Alleanza nazionale? Resterà sul contrassegno di Fratelli d’Italia? La risposta è tutt’altro che scontata.
Se non nascerà alcun soggetto politico di diretta emanazione della fondazione, in teoria l’assemblea della fondazione potrà anche decidere di lasciarlo nella disponibilità di Fdi; è altrettanto possibile, tuttavia, che l’emblema sia rimosso e torni nella piena disponibilità della fondazione stessa (alla concessione del fregio a Fdi, tra l’altro, gli aderenti a Prima l’Italia avevano contribuito in modo decisivo).
Alla fine sarà una questione di scelte e, soprattutto, di numeri: quelli degli aventi diritto a partecipare all’assemblea della fondazione (due anni fa si era litigato innanzitutto su questo), quelli dei votanti sul simbolo e sulla “mozione dei quarantenni”.
Inutile, però, fare pronostici prima dell’assemblea del 3 ottobre: tutto può ancora cambiare.
(da “I Simboli della discordia”)
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Settembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
PER QUALE RAGIONE I NUOVI SENATORI NON SARANNO PIU’ ELETTI DAI CITTADINI, MA NOMINATI DAI CONSIGLI REGIONALI, OVVERO LOTTIZZATI DAI PARTITI?
La domanda è semplice, quasi banale: perchè i nuovi senatori non saranno più eletti dai cittadini,
ma nominati dai Consigli regionali, cioè dai partiti col manuale Cencelli? In un anno e mezzo di alati dibattiti sulla riforma costituzionale nata nel gennaio 2013 con il Patto del Nazareno fra lo Spregiudicato e il Pregiudicato chiusi in una stanza, nessuno è ancora riuscito a dare una risposta sensata e comprensibile.
E questo la dice lunga sulla confusione mentale, la crassa ignoranza e la totale malafede dei padri ricostituenti.
Dicono: il Senato è un inutile doppione della Camera che fa perdere un sacco di tempo nell’approvazione delle leggi.
Se così fosse, dovrebbero abolirlo: invece lo mantengono con i suoi enormi costi (tranne quello risibile degli stipendi dei senatori), ma con poteri ridicoli e senza più elezioni.
In ogni caso, così non è: l’ufficio studi del Senato calcola che in media ogni legge viene approvata, fra Camera e Senato, in 53 giorni; ogni decreto in 46 giorni; ogni legge finanziaria in 88 giorni.
Le “perdite di tempo” le fanno i partiti e le correnti, litigando, mercanteggiando, cambiando idea a ogni stormir di fronda; e i governi e le burocrazie ministeriali, dimenticando i decreti attuativi. La doppia lettura è anzi utilissima a evitare il passaggio di svariate porcherie, bloccate proprio dal Senato dopo che i deputati le avevano votate spensieratamente senza neppure sapere cosa stavano facendo.
Allora hanno detto quel che ieri Sergio Chiamparino, uno che negli anni pari fa il politico e nei dispari fa il banchiere, dunque si è autopromosso a costituzionalista, ha riassunto su Repubblica: mantenere l’elettività dei senatori “tradirebbe il valore che si vuol dare al nuovo Senato… il luogo dove le Regioni e i territori esprimeranno la loro posizione, influenzando e collaborando con il governo del Paese per trovare soluzioni comuni”.
Peccato che questo organismo esista già : si chiama conferenza Stato-Regioni.
Eppoi, aggiunge Chiamparino, “il Senato avrà funzioni diverse”: ora, a parte che sulla diversificazione delle funzioni nessuno s’è mai detto contrario, neppure i più strenui avversari della riforma Renzi-Verdini-Boschi (basta leggere le controproposte ripetute da Zagrebelsky nell’appello pubblicato ieri dal Fatto), non si capisce perchè un Senato “diverso” non possa essere eletto.
Qui arrivano gli esperti di diritto comparato all’amatriciana (compreso Chiamparino),che tirano fuori il Bundesrat tedesco. Che non c’entra nulla.
Intanto nel Bundesrat ci sono i presidenti dei Là¤nder (le regioni), non un’Armata Brancaleone di consiglieri regionali e sindaci sfusi, scelti col bilancino della lottizzazione partitocratica.
In secondo luogo,i Là¤nder hanno tradizioni e culture plurisecolari che ne fanno entità autonome orgogliose della propria autonomia e specificità , mentre in Italia i governatori regionali sono scelti dalle segreterie romane, duplicando le burocrazie partitiche dal livello centrale a quello locale.
Senza contare che quella regionale è la peggior classe dirigente del Paese, quasi tutta inquisita per ruberie sui rimborsi pubblici o tangenti o sperperi clientelari, o illegittima per firme false. Infine l’Italia esce da dieci anni di Porcellum, con finte elezioni per deputati e senatori nominati dai partiti: un sistema raso al suolo dalla Consulta perchè espropriava gli elettori del diritto fondamentale di scegliersi i rappresentanti.
E ora che gli elettori speravano di tornare a contare qualcosa, che fanno i politici?
Li privano addirittura della scheda per il Senato.
Renzi assicura che, almeno per la Camera, l’Italicum consente ai cittadini di “guardare negli occhi” i loro deputati: ergo si può fare a meno di eleggere i senatori.
Balla sesquipedale: col trucchetto dei capilista bloccati, il partito che vince avrà due terzi dei deputati nominati e solo un terzo scelti con la preferenza; e tutti gli altri partiti porteranno a Montecitorio solo capilista bloccati e nessun eletto.
Se qualcuno li guarderà negli occhi, sarà per domandarsi: “E questo chi è? Io ho barrato il simbolo del mio partito e mi sono ritrovato in automatico un capolista che non avrei mai votato”. Il premier, nel suo delirio di onnipotenza, si è convinto del “disinteresse assoluto della base per questa materia”: e se ne vanta pure, anzichè preoccuparsi del fatto che sta riformando la Costituzione e tutti se ne fregano.
Ma stavolta ha sbagliato i conti: se — anche grazie a un’informazione da terzo mondo — molti ignorano le tecnicalità sui poteri del nuovo Senato, tutti capiscono la vergogna dei senatori non più eletti, ma nominati da lorsignori nelle segrete stanze.
Il tutto deciso da un governo con maggioranza incostituzionale, che neppure con quella ha i numeri e arraffa senatori un tanto al chilo con lusinghe e minacce (addirittura la fiducia!) per cambiare la Costituzione con 1 o 2 voti di scarto.
Paolo Mieli sostiene sul Corriere che questa epocale “riforma” sarebbe attesa dagli italiani da ben 36 anni: forse la modifica dei poteri del Senato (possibilmente senza i pasticci di questo testo scritto coi piedi, che innescherà miriadi di conflitti tra Camera, Senato e Regioni, allungando i tempi delle leggi anzichè abbreviarli); non certo l’abolizione del diritto di voto
A noi non è mai capitato di essere fermati per strada da orde di cittadini che domandano angosciati: “Ci dica, ci dica, quand’è che finalmente smetteremo di eleggere i senatori per farli nominare da De Luca, Oliverio, Crocetta, Maroni, Toti, Chiamparino e Zaia?”.
Forse perchè vanno tutti da Mieli e da Renzi.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
“E’ UNA CITTA’ DIVISA A META’, QUELLA RICCA E SORDA, QUELLA DEGRADATA E SOFFERENTE”
Napoli è come un quadro diviso a metà . «In tutto e per tutto rappresenta due città , quella ricca che sta bene e quella degradata dove si muore».
Padre Alex Zanotelli è il missionario che da ormai 10 anni vive in quel pezzo di città fatto di futuro incerto e dilaniato dai clan e dalla criminalità .
Il rione Sanità è centro ma è come se fosse una lontana periferia.
«La borghesia cittadina deve rendersi conto che ciò che accade qui e in altre zone li riguarda, non può restare indifferente, questi sono conflitti sociali che richiamano tutti quanti alle nostre responsabilità » spiega a “l’Espresso”.
Tutti colpevoli dunque, non solo lo Stato, i governi e la politica, assenti cronici in questo inferno dove la camorra ammazza e spezza giovani vite.
Dopo l’omicidio di Gennaro Cesarano , 17 anni, Alex Zanotelli ha chiesto e ottenuto che la messa della mattina successiva all’agguato venisse celebrata all’esterno, con il sangue ancora caldo sul piazzale antistante la chiesa.
Ha preso la parola e ha lanciato un messaggio rivolto alle coscienze di tutti: «Nessuno verrà a salvarci, alziamo la testa e liberiamoci».
Ancora un altro giovane ucciso per strada. Padre Zanotelli, cosa sta succedendo nel ventre di Napoli?
«Sta succedendo qualcosa di molto grave, nell’indifferenza collettiva. Non solo al rione Sanità , ma anche in altri quartieri cittadini. Ci sono bande di piccoli criminali dietro cui c’è la camorra che si contende l’affare lucroso della droga. L’uccisione di Gennaro è solo l’ultimo episodio di una lunga serie. Ora la gente, in particolare le donne, che sono madri e sorelle, ha deciso di reagire, di ribellarsi. Anche perchè nessuno verrà a salvarle, spetta a loro farlo».
Quindi alla Sanità , come in altri rioni, lo Stato non ha fatto lo Stato e la politica non sta facendo politica
«Esattamente. La verità è che siamo abbandonati a noi stessi. Un esempio: in un quartiere così popoloso non c’è un asilo nido comunale, c’è solo una scuola elementare, mancano le medie e c’è una sola superiore, seconda in classifica per dispersione scolastica a livello nazionale. Ora, è normale che se l’offerta scolastica è così ridotta, i giovani vivano la strada e qui entrino in contatto con realtà criminali di ogni genere.
Ma il territorio è controllato almeno?
«Non dallo Stato. Non c’è nessuno che fa rispettare le regole, non ci sono vigili. C’è un distacco enorme tra questa realtà e il resto del Paese. In più siamo al Sud, un territorio scomparso dall’agenda politica, lasciato affondare lentamente».
Un deserto di opportunità legali. E qui ovviamente la camorra gioca facile.
« La camorra per questi ragazzi rappresenta spesso l’unica alternativa per trovare un lavoro. Se il clan offre uno stipendio mensile di 500 o 600 euro nella mancanza di altre possibilità molti scelgono di stare dalla parte della criminalità . Ma dovrebbe essere lo Stato a garantire posti di lavoro e un futuro certo a questo esercito di ragazzi a rischio che vivono nei quartieri più poveri d’Italia».
Torniamo perciò alle responsabilità collettive. Questi omicidi, questa violenza, chiamano in causa non solo la camorra ma anche altri?
“Ci sono responsabilità politiche e sociali molto estese: i nostri giovani non hanno più ideali, vivono alla giornata, e se anche gli universitari passano le serate a ubriacarsi nel salotto della città , figuariamoci nelle zone degradate e dimenticate cosa avviene. Ritengo poi che l’aver elevato a ideologia dominante le politiche di austerità abbia avuto tra le conseguenze quello di aver releagato ai margini ancora di più chi già viveva situazioni drammatiche. È necessario cambiare rotta, immaginare un modello diverso di società , più giusta e più responsabile».
Giovanni Tizian
(da “L’Espresso”)
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Settembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
“QUI UN GIOVANE NON SI CHIEDE COSA FARA’ DA GRANDE MA COSA FARE LA SERA”
“Per la prima volta, potrei essere d’accordo con Saviano: il problema di Napoli non è solo criminale,
è sociale, economico, politico”.
Daniele Sepe, musicista italiano apprezzatissimo, uno dei critici più feroci dell’autore di “Gomorra” (a cui ha dedicato anche una canzone nel suo album Fessbuk che s’intitola Cronache di Napoli), interviene nel dibattito apertosi dopo l’uccisione del diciassettenne Gennaro Cesarano, ricordato ieri da una manifestazione che si apriva con uno striscione eloquente e perentorio: “No camorra”.
“L’omicidio di Gennaro — racconta Sepe — è l’ultimo di una serie di delitti. A Napoli è scoppiata una guerra per il controllo delle piazze delle spaccio. Però anzichè guardare alla realtà si invoca l’intervento straordinario dello stato, che con la sola forza della repressione dovrebbe sconfiggere il crimine, come se fosse quello il problema”.
Allora qual è il problema?
“Che a Napoli lo spaccio di droga rende come renderebbe una piccola-media azienda. E siccome a Napoli non si capisce bene di cosa si campa, quando hai una piazza al centro storico con cui si fanno soldi, molti si mettono a fare soldi. Io non giudico. Mi chiedo una cosa: se questi si ammazzano per lo spaccio di droga, significa che sono moltissimi quelli che la usano. Infatti, si strafanno tutti: avvocati e mariuoli, borghesi e sottoproletari”.
Dunque?
“È paradossale che lo stato si ponga il problema di reprimere con la forza dei clan che prosperano su un mercato illegale. Io credo che la soluzione sia un’altra: legalizzare, almeno le droghe leggere. Si toglierebbe alle organizzazioni un’ampia fetta di mercato e molti, moltissimi soldi”.
Il suo è un programma di lungo periodo. Nell’immediato, ha colpito che a morire sia stato un ragazzo di 17 anni: la stessa età che hanno i protagonisti di questa guerra di camorra.
“Per chi non vive a Napoli, è difficile da capire. Meglio: è difficile da capire per chi non vive in certe zone di Napoli. Avere 17 anni al Rione Sanità non è come avere la stessa età a Posillipo o nel nord Italia. A 17 anni in certi posti di Napoli si rimane incinta, si è già stati in galera, si sono accumulate esperienze che ti fanno essere uomo. Il sottoproletario napoletano non fa l’Erasmus. Cresce in maniera molto più veloce di quanto non faccia un figlio della borghesia. Non ha tutta la vita davanti: anzi, ha un’aspettativa di vita molto più bassa, sa che può anche morire presto”.
Molti di questi ragazzi poi finiscono nei clan.
“È ovvio che la camorra nasce in un contesto dove c’è un problema sociale e di lavoro. A questi problemi “classici” si è aggiunta l’alienazione totale di un paio di generazioni. Ragazzi completamente inebetiti dall’alcol e dalla droga, che non pensano al futuro, ma pensano a sballarsi. Il precariato gli ha occupato completamente la testa. Il loro problema non è cosa fare da grandi, ma cosa fare la sera. Conviene a tutti avere ragazzi così. Conviene ai clan, e conviene allo stato: rincoglioniti come sono se ne stanno zitti e buoni”.
Un discorso simile l’ha fatto Alex Zanotelli. Ma lui è un prete, lei è un musicista.
“Sì, ma sono della scuola di Frank Zappa: niente droga, niente alcol, la testa deve essere lucida”.
Torniamo a quello che è successo a Napoli. L’ex direttore del Tg1 Augusto Minzolini ha commentato così: “Alimentiamo le menti degli adolescenti con l’epopea di Gomorra e poi ci sorprendiamo delle emulazioni”
“Non credo che quello che è successo sia spiegabile con Gomorra. Però credo che la serie Gomorra (non il libro, che non legge nessuno) abbia creato degli imitatori. È come quando uscì Pulp Fiction, la gente si mise a sparare con il braccio di traverso”.
Ma è la realtà che imita la serie, o è stata la serie a riprodurre fedelmente la realtà ?
“Il mio non è un commento da intellettuale del cazzo o da radical chic. A Napoli è un pensiero diffuso, lo dice pure il giornalaio sotto casa: trasformare Napoli in una città da telefilm, non è una cosa intelligente”.
È intelligente, invece, la “rivoluzione” che il sindaco di Napoli Luigi De Magistris dice che sta facendo?
“La rivoluzione? Io ‘sta rivoluzione non l’ho vista. Napoli non è per niente migliorata rispetto all’amministrazione Iervolino. Forse De Magistris, l’ha fatta a Posillipo, nei quartieri bene ‘sta rivoluzione. Qui, sinceramente, non ce ne siamo accorti”.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
“UN OLTRAGGIO A ROMA”: PROTESTANO TUTTI, MA VESPA GONGOLA PER L’AUDIENCE
“Uno spettacolo vergognoso e offensivo”, “un affronto a chi è impegnato nella battaglia alle mafie”, “un abuso ai danni dell’immagine della capitale”. “Servizio pubblico paramafioso”.
Bufera dopo la puntata di Porta a Porta con lo show dei familiari di Casamonica, la figlia e il nipote del capofamiglia Vittorio, che hanno difeso defunto, famiglia e funerale senza un efficace contradditorio.
Il primo a twittare è il presidente del Pd Matteo Orfini: “Ospitarli è stato un errore grave”. Il Pd romano aveva aperto il fuoco: “Loro ospiti nel salotto buono della tv, è stato un affronto per tutti coloro che sono impegnati nella battaglia contro le mafie e l’illegalità “. Poi via via l’indignazione è montata.
Grillo, nel suo blog ha sparato contro il “servizio pubblico paramafioso”. Fratojanni, di Sel, ha chiamato in causa la presidente Rai Monica Maggioni: “Intervenga lei”.
Il neoconsigliere Rai Guelfi attacca: “Le fasce morbose fanno l’indice di ascolto”.
“Spettacolo inaudito” per Marco Causi, vicesindaco della Capitale: “La Rai chieda scusa alla città : trovo davvero inaudito che il Servizio Pubblico, ospiti componenti della famiglia Casamonica per fare intrattenimento mascherato da informazione. Quella andata in scena ieri sera sulla prima rete Rai e’ la piu’ clamorosa dimostrazione di cio’ che dico da tempo: la mafia a Roma e’ da molti sottovalutata e c’e’ ancora chi la ritiene alla stregua di un fenomeno folkloristico”, dichiara il vice del sindaco Marino “che la tv pubblica dedichi una trasmissione mettendo sotto i riflettori queste famiglie conosciute per la loro storia giudiziaria e per i noti caratteri di criminalita’ organizzata, e si dimentichi invece delle giornaliste e giornalisti minacciati da quegli stessi personaggi per le loro inchieste su Ostia o degli amministratori locali che viaggiano sotto scorta, e’ sconcertante. Mi auguro che qualcuno alla Rai abbia il buongusto di chiedere scusa alla citta’ di Roma, ai romani e a tutti i cittadini”, conclude Causi.
Ma Vespa festeggia i buoni numeri: audience più alta che con Renzi.
Ieri sera sulla Rai ospiti in studio erano Vera e Vittorino Casamonica, rispettivamente la figlia e il nipote del capofamiglia Vittorio, quel “re di Roma”, come lo chiamavano i suoi, i cui funerali-show, celebrati venti giorni fa nella chiesa di Don Bosco al Tuscolano tra carrozze, cavalli, elicotteri, petali di rosa, Rolls Royce, gigantografie del defunto vestito da Papa e le note del “Padrino” e di “2001 Odissea nello spazio”, hanno fatto il giro del mondo, una Capitale da basso impero che non ha impedito le spettacolari esequie di un esponente di una famiglia con noti malavitosi pluricondannati.
Le proteste dal Pd romano a Grillo, da Fratojanni a Guelfi
Polemico il neoconsigliere della Rai Guelfo Guelfi su Facebook. Scrive: “Approfondimenti. Si chiamano così. Ripassano sul caso e lo espongono. Era così con i plastici, con i corpi, con le violenze sui corpi. D’altra parte Porta a Porta è normalmente in seconda serata. Le fasce protette dormono e le fasce morbose fanno l’indice d’ascolto. Ieri rientrando a casa saranno state le 11 e mezzo accendo la TV e infatti c’è l’approfondimento sul caso. Meno male il morto era già morto e seppellito compresi i petali che cadevano dal cielo. In studio la figlia che sosteneva : ” e noi facciamo sempre così, maronna mia quanto la fate lunga”, e nemmeno di nascosto, esibendo pendagli, rideva, Vespa si fregava le mani. Ieri ho passato la giornata in Rai a Roma, ci sono così tante cose da fare”.
Ma da Porta a Porta fanno sapere che “grazie alla presenza in studio della figlia e del nipote di Casamonica, Porta a Porta ha fatto ascolti record. La media della puntata poco inferiore al 15 per cento, questo vuol dire che la prima parte ha raggiunto picchi del 20. Quindi più della puntata in cui è stato ospite il premier Renzi”.
Più tranchant Michele Anzaldi, segretario della Vigilanza Rai. “La puntata di ‘Porta a Porta’ sui Casamonica lascia sconcertati e configura – afferma il deputato Pd – una potenziale violazione del contratto di servizio della Rai: non si capisce come quello show possa essere considerato compatibile con il servizio pubblico. I nuovi consiglieri di amministrazione, che hanno anche conoscenze dirette della deontologia giornalistica a partire dalla presidente, si esprimano subito. Chiederò che l’ufficio di presidenza della commissione – anticipa – si occupi della vicenda. Si fatica a comprendere la scelta di dare una visibilità del genere ad una famiglia così discussa, tra l’altro dopo diverse settimane da quel fatto che ha gettato discredito su Roma e sull’Italia a livello internazionale. Nel giorno in cui l’attualità propone questioni di primissimo piano, come la crisi migranti nella Ue, il caso Germania-Ungheria, la situazione bellica in Siria, lascia stupefatti che venga ritirata fuori una vicenda ormai passata. E’ stato realizzato il sogno dei Casamonica, dargli piena visibilità sula rete ammiraglia del servizio pubblico. E’ inaccettabile”.
Fulmini su viale Mazzini anche dal senatore Franco Mirabelli, capogruppo Pd in commissione Antimafia: “Domani in commissione Antimafia chiederemo di audire al più presto i vertici del servizio pubblico e dell’ordine dei giornalisti per aprire una riflessione a partire da questa preoccupante vicenda”, annuncia.
“E’ stato uno spettacolo vergognoso ed offensivo quello al quale i cittadini e le cittadine romane in primis, ma anche tutti gli italiani, hanno dovuto assistere ieri sera durante la trasmissione Porta a porta di Bruno Vespa – aveva sottolineato il gruppo del Pd romano in una nota – Vedere accomodati rappresentanti della famiglia Casamonica nel salotto buono della tv di stato finanziata con il canone dei contribuenti, doverli sentire rivendicare proprio quei funerali che hanno indignato e offeso la nostra comunità , ascoltarli mentre stabilivano accostamenti improponibili e ignominiosi tra grandi figure della Chiesa e il loro congiunto, è stato un vero e proprio affronto per tutti coloro che sono impegnati nella battaglia contro le mafie e l’illegalità , mettendo spesso a rischio la loro stessa incolumità “.
Per questo i consiglieri chiedono “ai parlamentari eletti nel collegio di Roma e del Lazio e a quelli che siedono nella commissione di vigilanza Rai di intervenire”. Inoltre verrà presentata “immediatamente all’assemblea di Roma Capitale una mozione di censura di questo abuso compiuto ai danni del servizio pubblico, dell’immagine della Capitale e di tutti coloro che sono impegnati per combattere le mafie e la criminalità organizzata”.
Grandi ascolti in tv
Grande risultato in termini di ascolto per la puntata. In seconda serata ha fatto registrare 1 milione 340 mila spettatori e uno share del 14.54. Numeri vicini in termini assoluti al debutto di lunedì, con ospite il premier Renzi, che fece un milione e mezzo di spettatori in media, e uno share medio persino superiore.
(da “la Repubblica”)
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Settembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
COSTANTINO “CHA-CHA” DI SILVIO E IL DEPUTATO PASQUALE MAIETTA, FIANCO A FIANCO NEL LATINA CALCIO… SULLO SFONDO LE INCHIESTE SU USURA
Campo Boario era poco più di una periferia. Case basse cresciute tra il centro di Latina e la stazione
ferroviaria, accanto ad uno dei canali della bonifica mussoliniana, chiamato “acque medie”.
Zona anonima, lontana dalla bellezza della pianura pontina costellata di eucaliptus e casali dei primi del Novecento.
Campo Boario è anche il nome di una piccola squadra di calcio, che ha come motto “Forti e liberi”. Costantino “Cha cha” Di Silvio è cresciuto qui, dove lo conoscono fin da ragazzo come dirigente sportivo.
Ed è qui che ha visto giocare sui campi di calcio il suo amico di sempre Pasquale Maietta, di professione commercialista e oggi deputato di Fratelli d’Italia.
Figlio, a sua volta, della tradizione della Latina nera, che vedeva nell’ex sindaco Ajmone Finestra un leader indiscusso.
Maietta il calcio lo ha nel sangue, tanto da dirigere la squadra principale, quel Latina calcio che due anni fa ha sfiorato la promozione in A. Cha cha lo ha seguito, comandando gli ultras, pronto a evitare contestazioni sgradite o intemperanze pericolose.
Ed è una amicizia che a Latina fa discutere, molto. Lo “zingaro” e il “nero”.
Di Silvio è uno dei più giovani esponenti di un gruppo strettamente legato ai Casamonica romani. Oltre alla sua famiglia, ci sono i Ciarelli, arrivati decenni fa dall’Abruzzo e dal Molise. Parenti, più o meno stretti, di “zio Vittorio”, il boss santificato nella chiesa di don Bosco a Roma, tra carrozze a cavallo ed elicotteri.
Per il Tribunale di Latina queste due famiglie sono il potere che conta nella città . Un’associazione per delinquere (saranno poi l’appello e la cassazione a confermare o meno la decisione del primo grado) che da trent’anni gestisce usura, estorsioni e droga. Pronti a sparare, se necessario. O far scoppiare una guerra tra bande, come quella che sconvolse Latina nel gennaio del 2010.
Qualcuno ferì il capo indiscusso, Carmine Ciarelli. In poche ore vi furono due morti, Massimiliano Moro e Fabio Buonamano, detto “er bistecca”.
E ancora, dopo cinque mesi, altri due tentati omicidi, fino a quando la squadra mobile catturò buona parte degli esponenti delle due famiglie, dando vita all’operazione Caronte.
Il canale “acque medie” di Campo Boario ancora oggi ospita sulla sponda le stalle usate dagli allevatori del sud pontino.
Era il luogo preferito dai Ciarelli/Di Silvio per far capire a tutti chi comanda in città : “Sono stati massacrati! … Buttati tutti dentro nelle stalle, tutti nella merda! Un macello!.. G., l ‘abbiamo buttato dentro alla stalla! La dove c ‘e la merda… gli abbiamo preso le mani … e le gambe! L’abbiamo alzato e poi buttato dentro!”, spiegavano — in una intercettazione agli atti del processo Caronte — Carmine ed Antonio Di Silvio.
Gente dura, che non perdona. Un testimone, vittima di usura, ha raccontato quello che avveniva nelle stalle.
Non solo l’umiliazione dello sterco, ma anche botte: “Sono stato legato ad una sedia e picchiato”. E per rendere il tutto più credibile, “Carmine Di Silvio lo minacciava dicendogli che lo avrebbe crivellato con due pistole calibro 9”.
Anche nella aule dei tribunali i parenti di zio Vittorio se li ricordano bene.
Quando nel 2013 iniziò il processo contro di loro — dove per la prima volta veniva contestata l’associazione per delinquere, oltre all’usura e al tentato omicidio — le udienze furono una sorta di gimcana, tra testimoni intimiditi, avvocati che davano forfait e insulti alla corte.
Decine di pagine di motivazione della sentenza usate solo per raccontare le difficoltà di un processo che ricorda — per lo sprezzo e l’arroganza — altri clan molto più noti.
I magistrati hanno ricordato poi il vero terrore che si poteva leggere negli occhi delle vittime del clan. “Lei è una madre”, sussurrava S. I., uno dei testimoni chiave, durante la deposizione, quasi chiedendo clemenza per una ritrattazione così evidente da risultare palesemente dovuta alla paura: “Il tribunale chiedeva a S. I. se avesse paura — si legge nelle motivazioni della sentenza — il teste affermava di essere preoccupato per i suoi nipoti e per i suoi figli e che i propri nipoti non dovevano essere toccati”.
E d’altra parte lo stesso patriarca Carmine Ciarelli era ben conscio del peso del suo ruolo: “Mi temono, gli basta ascoltare il mio nome”, spiegava in una intercettazione.
Il processo Caronte ha solo in parte fermato l’ascesa dei Ciarelli/Di Silvio.
Continuano a contare a Latina, provincia crocevia delle mafie.
Se la destra nera è sempre pronta ad invocare ruspe e fuoco per il locale campo Rom “Al Karama” (coinvolto al massimo in qualche piccolo furto), quasi nessuno ricorda il peso criminale dei Sinti ormai stanziali.
In fondo vanno in giro con macchine di lusso, tifano Latina calcio e, soprattutto, votano.
Andrea Palladino
(da”il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
LA RABBIA DEI GENITORI DI MARTA RUSSO: “HA UCCISO NOSTRA FIGLIA, NON PUO’ EDUCARE”… LUI REPLICA: “NON POSSO CHIEDERE SCUSA DI UNA COSA CHE NON HO COMMESSO”
“Una grande ingiustizia”. Così Aureliana Russo, mamma di Marta Russo, la studentessa uccisa nel 1997 a soli 22 anni mentre passeggiava nei cortili dell’Università La Sapienza di Roma, commenta la notizia della cattedra assegnata a Giovanni Scattone, l’assassino di sua figlia, il quale insegnerà psicologia ai ragazzi del liceo romano Einaudi.
Uno Scattone che invece si sfoga con gli amici, si dice “stufo di queste polemiche, ogni anno è la stessa storia” e ribadisce nuovamente la sua innocenza.
“Provo rabbia. Tanta” afferma la signora Aureliana in un’intervista alla Repubblica, “in questi anni, già altre volte questa brava persona ha avuto cattedre, come supplente, in istituti romani. Anche al Cavour, la scuola dove andava Marta: ma almeno in quell’occasione ha avuto il buon senso di lasciare l’incarico”.
Giovanni Scattone ha scontato la sua pena ed è stato riabilitato da una sentenza della Cassazione che ha annullato l’interdizione.
Tuttavia secondo Aureliana Russo “una persona colpevole di un omicidio non può fare l’educatore. Io non dico che non debba avere un lavoro, ma almeno non quello di trasmettere nozioni e valori a ragazzi. Quest’uomo – prosegue ancora – in 18 anni non mi ha mai chiamato, nemmeno una volta, per chiedere scusa, perdono, a me e alla mia famiglia. Le sembra una persona riabilitata o che abbia capito il suo sbaglio?. A me no. Perchè oggi Marta avrebbe 40 anni. E l’ultima volta che l’ho potuta abbracciare ne aveva 22”.
Aureliana riconosce che “il Ministero, se lui ha diritto a partecipare a concorsi e li vince, non può far nulla”, per cui si rivolge direttamente a Giovanni Scattone: “È lui che dovrebbe fare un passo indietro, rinunciare alla sua professione e chiudersi in un ufficio. Un buon insegnante, moralmente, deve essere un bravo uomo. E Scattone, malgrado le sentenze che lo riabilitano, resta l’assassino di mia figlia. L’ha uccisa per un gioco, il gioco del cecchino, del tiro al bersaglio, non per un motivo”.
Parla al Corriere della Sera Donato Russo, il padre di Marta, insegnante per 41 anni nei licei romani: “Ai miei tempi per diventare di ruolo bisognava presentare il certificato del casellario giudiziario e bisognava che fosse pulito. Ma oggi a quanto pare è cambiato tutto. Oggi anche un assassino può fare l’educatore”.
Alla Stampa il signor Donato si dice infastidito dalla “totale mancanza di buon senso di Scattone. Se ne avesse solo un briciolo, rinuncerebbe all’insegnamento: un assassino non può entrare in una classe di ragazzi e impartire lezioni su come funzionano e si gestiscono le emozioni”.
Il Corriere e il Messaggero riportano poi la reazione di Giovanni Scattone al clamore suscitato dal suo incarico al liceo.
Uno sfogo con pochi amici, nessuna intervista, che trapela sulle pagine dei quotidiani.
“La verità è che un altro lavoro, diverso dall’insegnante, io lo farei volentieri. Solo che a quasi 50 anni, faccio fatica a trovarlo. Farei anche un lavoro per cui non serve la mia laurea. Però sono stufo di queste polemiche, ogni anno è la stessa storia e ormai sono 10 anni che insegno nei licei. Per 10 anni ho fatto il supplente, ho insegnato storia e filosofia e con i ragazzi mi sono trovato sempre bene, anche loro con me… Ora ho vinto questo concorso, anzi l’ho vinto tre anni fa per insegnare Filosofia e Scienze Umane e non c’entra niente la Buona Scuola, sarei entrato comunque, per la regola del turnover”.
E aggiunge poche parole, ma significative, rivolte ai genitori di Marta Russo: “Io li rispetto, ma come posso chiedere perdono, se non ho l’uccisa io”.
(da “Huffingtonpost“)
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