Settembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
L’APPALTO ERA DI 28 MILIONI, SI E’ ARRIVATI A 53 TRA VARIANTI E INDENNIZZI
È la prima partita economica che viene chiusa. Il primo accordo sugli “extracosti” dei maggiori appalti di Expo che, dopo aver passato il vaglio dell’Avvocatura dello Stato e dell’Autorità nazionale anticorruzione, viene raggiunto.
Perchè alla fine tutti i tormenti della corsa del cantiere hanno presentato un conto.
E quello per costruire Palazzo Italia e gli edifici del Cardo, tra varianti e “indennizzi”, uomini, mezzi in più e uno sforzo di accelerazione diventato necessario per recuperare i ritardi del passato e centrare l’obiettivo dell’apertura del Primo maggio, è quasi raddoppiato: dai 28 milioni degli importi di gara iniziali a 53. Ma da fare ancora ce n’è.
Gli altri grandi dossier che riguardano le principali gare – dalla rimozione delle interferenze all’ossatura di base di tutto il sito fino alla Via d’acqua Sud – non sono state ancora archiviate.
Con il presidente dell’Anac Raffaele Cantone che ha consegnato un messaggio chiaro a Expo: entro la fine dell’evento è necessario definire anche il prezzo di queste commesse.
Lo aveva detto all’inizio d’agosto, Raffaele Cantone: “In questo momento guardiamo con preoccupazione alle transazioni che riguardano gli appalti più importanti di Expo: i tempi si sono allungati. Prima della fine dell’evento, però, dobbiamo fare di tutto per chiuderle. Non sarebbe un buon segnale concludere la manifestazione senza conoscere effettivamente quanto saranno costate alcune opere”.
Ed è questo che avrebbe ribadito durate un incontro con Giuseppe Sala, convocato per fare il punto della situazione.
Impossibile, insomma, dopo aver raddrizzato la rotta di una barca che sembrava affondare sotto il peso degli scandali, lanciare un messaggio negativo sul fronte economico.
Era stato lo stesso Giuseppe Sala a prospettare i confini della scalata del Padiglione: tra costruzione e allestimenti interni, il prezzo alla fine sarebbe salito da 63 milioni a 92.
Anche se l’assegno extra, ha sempre assicurato il commissario, sarà coperto dalle sponsorizzazioni raccolte dalla responsabile tricolore, Diana Bracco.
Adesso, i costi per far venir su le strutture diventano definitivi. E Expo può chiudere l’accordo che “sana” tutto il passato, compresi i possibili contenziosi aperti, con l’impresa (Italiana Costruzioni che, dopo essere stata coinvolta nell’inchiesta sulle grandi opere di Firenze, non è stata commissariata ma è comunque finita sotto “monitoraggio”) che ha vinto gli appalti.
Una partita complessa perchè complessi sono stati i nodi da sciogliere.
Tanto che, per riuscire a definire i vari scenari e risolvere i problemi aperti, le diverse pratiche sono state riunite e gestite in un’unica trattativa. È su questo accordo che è arrivato il parere dell’Avvocatura e dell’Anac. Nulla osta, si può procedere.
D’altronde non si sarebbe potuto fare diversamente, visto che le varianti erano state ordinate dal direttore del lavori, ancora una volta per recuperare tempo, senza seguire la normale strada ma utilizzando le deroghe dei poteri commissariali e ancora prima di quantificare i costi.
Sono state proprio le molte modifiche al progetto richieste nel tempo – ad esempio per ridisegnare la suddivisione interna dei piani – a far lievitare le cifre.
Solo così, con i cambi in corsa, il budget di Palazzo Italia è salito da 18,5 a 30,5 milioni; quello per le strutture lungo il cardo da 9,2 a 11,8: più di 14 milioni.
Si sale ancora di altri 11 milioni se si sommano i lavori extra, le cosiddette riserve – le pretese dell’azienda sono state ridimensionate – e soprattutto la necessità di superare gli ostacoli e l’emergenza delle inchieste e degli stop forzati.
Più operai, più ruspe e camion, i tre turni al giorno e un cantiere in movimento 24 ore su 24.
Solo per avere un’idea della rincorsa: da contratto, l’impresa avrebbe dovuto costruire il padiglione in 398 giorni. Alla fine le opere sono state fatte in 200 giorni.
Uno sforzo organizzativo e produttivo che, da solo, vale 5,8 milioni.
Alessia Gallione
(da “La Repubblica”)
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Settembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
IN TRE REGIONI LA RETTA SUPERA I 400 EURO… UN BAMBINO SU CINQUE RESTA IN ATTESA DI ENTRARE IN UN NIDO PUBBLICO
In Italia meno del 12% dei bambini riescono ad ottenere un posto all’asilo nido comunale. 
Un dato-choc che aiuta a capire perchè da anni gli italiani siano in fondo alle classifiche mondiali per nascite. Difficile fare figli quando non si sa poi dove lasciarli
Costi alti per pochi post
Un posto all’asilo nido comunale costa in media 311 euro al mese e le rette incidono per il 12% sulla spesa mensile di una famiglia.
I conti più salati toccano ai genitori della Valle d’Aosta (440 euro al mese), la retta più economica invece la si paga in Calabria (164 euro), regione che però, rispetto nell’ultimo anno, ha registrato l’incremento più consistente (+18%) rispetto al livello nazionale.
Fra i capoluoghi di provincia, 14 hanno aumentato le rette: la crescita record si è registrata a Cosenza (+117,3%), quella minima a Trieste (+0,5%).
Lecco è la città capoluogo più cara (515 euro), Catanzaro quella più economica (100 ). Una mappa.
A rendere noti i dati su costi, disponibilità di posti e lista di attesa negli asili nido comunali è l’Osservatorio nazionale prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva, che ogni anno fornisce un quadro nazionale delle spese sostenute dalle famiglie per servizi pubblici locali (asili nido, acqua, rifiuti, trasporti pubblici).
Gli asili nido pubblici sono 3978, quelli privati 5372.
La disponibilità dei posti è di 162.913 nelle strutture pubbliche e di 110.666 in quelle private.
Complessivamente, su 273.579 posti disponibili, il 59% è offerto da strutture pubbliche.
Il più elevato numero di nidi pubblici si trova in Emilia Romagna (619 strutture e 28.388 posti disponibili), segue la Lombardia (597 nidi e 25.145 posti) che conta anche il maggior numero di asili e posti privati (rispettivamente 1540 e 35.825).
Nella top ten delle città più care, tra quelle che offrono il servizio a tempo pieno (9 ore al giorno), si confermano, rispetto al 2013/14, Lecco, Sondrio, Belluno, Cuneo, Alessandria, Imperia, Cremona, Trento e Aosta mentre Mantova subentra a Bolzano. Il dossier chiede «l’adeguamento alle esigenze, anche economiche, delle famiglie italiane del servizio educativo per la prima infanzia».
Serve «una maggiore flessibilità per i servizi, una revisione degli orari, un’offerta integrata con le molteplici ma disomogenee esperienze di welfare aziendale e di soluzioni alternative».
Va ripensato «il modello di servizio per permettere di frequentare l’asilo a più bambini e a costi sostenibili». Un sogno.
Orario e organico ridotti
Usufruisce del servizio di asilo nido comunale meno del 12% dei bimbi fra 0 e 2 anni, il dato varia però dal 24,8% dell’Emilia Romagna al 2% della Campania.
Inoltre, uno su cinque resta in attesa di un posto nel nido comunale, con punte del 67% in Basilicata e del 51% in Valle D’Aosta. Livelli molto diversi.
Disparità notevoli anche sulle ore di frequenza: l’87% dei capoluoghi garantisce il servizio a tempo pieno, mentre città come Potenza, Matera, Bari, Brindisi, Lecce, Cagliari, Agrigento, Caltanissetta, Enna, Ragusa, Siracusa, Crotone garantiscono solo l’orario ridotto di sei ore.
Le città meno costose sono Catanzaro, Vibo Valentia, Roma, Trapani, Chieti, Campobasso, Venezia, Napoli, Salerno, Macerata, che subentra a Foggia. Complessivamente in Italia il 42% dei nidi sono pubblici e il 58% privati.
Le percentuali per aree geografiche sono: Sud (46% pubblici e 54% privati), Centro (45% pubblici e 55% privati), Nord (40% pubblici e 60% privati).
Ritardo storico rispetto a quanto richiesto dall’Ue col documento «Investire nell’infanzia per spezzare il circolo vizioso dello svantaggio sociale».
Urge l’accesso a servizi di qualità a costo sostenibile.
(da “La Stampa”)
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Settembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
FATTI CON I PIEDI. LA CORTE DEI CONTI RISCONTRA “GRAVI ANOMALIE” E INVITA IL SUO SUCCESSORE NARDELLA A “RIPRISTINARE GLI EQUILIBRI”
E quattro. Il Comune di Firenze è costretto ancora una volta a ricevere i rilievi della Corte dei conti. Per il quarto anno consecutivo.
L’intera gestione firmata Matteo Renzi.
Ma questa volta ai giudici contabili non sono bastate le rassicurazioni di Palazzo Vecchio e non è stato sufficiente neanche l’intervento riparatore della giunta di Dario Nardella, che si è visto costretto a rimediare alla pesante eredità ricevuta.
Per i giudici contabili rimangono“gravi irregolarità ” che generano “oltre all’inosservanza dei principi contabili di attendibilità , veridicità e integrità del bilancio, anche violazioni in merito alla gestione dei flussi di cassa e alla loro verificabilità ”.
Per questo la Corte, il 31 luglio come già il 22 maggio, ha recapitato a Palazzo Vecchio un’ordinanza con cui invita l’ente “ad adottare entro 60 giorni i provvedimenti idonei a rimuovere le irregolarità e a ripristinare gli equilibri di bilancio”.
L’erede di Renzi,il fidato Nardella, sapeva che con la poltrona di primo cittadino avrebbe ricevuto in consegna anche qualche guaio. Ma non di tale entità .
La percezione reale l’ha avuta lo scorso dicembre quando ha saputo che anche da Roma l’amico Matteo avrebbe regalato altri guai.
Con esattezza minori entrate dallo Stato per 22 milioni. Il 27 dicembre 2014, dopo aver faticosamente chiuso la discussione sulla Finanziaria, Nardella ha ammesso: “Sappiamo solo che c’è uno sbilancio di 50 milioni di euro, dobbiamo trovare 50 milioni”.
Aggiungendo sconsolato: “Ci stiamo lavorando anche in questi giorni di ferie”. Non è servito. Non secondo i giudici contabili che a fine luglio hanno contestato alcuni punti al sindaco seppure prendendo atto che l’erede ha risolto qualche falla lasciata dal predecessore.
Il primo riguarda “la gestione di cassa nel triennio 2011-2013” che “ha evidenziato l’impiego di fondi aventi specifica destinazione per spese di parte corrente , non ricostituiti al termine dell’esercizio”.
In pratica, come tutti i Comuni, anche quello di Firenze ha delle “riserve” che devono essere usate per specifiche necessità .
La legge prevede una sorta di deroga e quindi permette di utilizzarli per altre spese ma a condizione che poi quelle riserve vengano ricostituite.
Renzi se n’è dimenticato. La cifra? 45.888.216 euro.
Fondi che “potevano essere ricostituiti integralmente con gli incassi avvenuti nei primi mesi del 2014”.
Ed elenca: “Somme correnti depositate nei conti correnti 5,5 milioni”, “trasferimenti ministeriali per il funzionamento degli uffici giudiziari per il 2011 e il 2012 per 28,6milioni”e,infine,i“contributi erariali per 5,7 milioni”.
Invece, bacchettano i giudici, li avete spesi in altro denotando “una sostanziale difficoltà nella gestione dei flussi di cassa” e mettendo a rischio “l’equilibrio e la stabilità finanziaria dell’ente”. Altro capitolo dolente: la “presenza consistente di residui attivi vetusti”.
Si tratta di crediti che ogni ente spera di recuperare prima o poi: multe, tasse e così via. Crediti che trascorsi alcuni anni devono essere trasformati in inesigibili.
I “residui attivi vetusti” di Palazzo Vecchio per la Corte sono troppi e troppi vecchi: risalgono a prima del 2009.
Quindi vanno riconteggiati perchè “la loro elevata incidenza percentuale comporta un potenziale rischio per la tenuta degli equilibri di bilancio negli esercizi successivi”.
A Nardella non è rimasto che correre ai ripari. Ed eseguire: la Giunta l’8 maggio 2015 ha deliberato il “riaccertamento straordinario dei residui”e portato il“fondo crediti di dubbia esigibilità e difficile esazione” a 152 milioni di euro.Il fondo svalutazione crediti nel rendiconto di gestione 2014 era 13,7 milioni.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
CENTINAIA DI TEDESCHI HANNO ATTESO I SIRIANI PER DAR LORO IL BENVENUTO E CONSEGNARE DONI
L’accoglienza dei tedeschi e degli austriaci ai profughi che sono riusciti a passare la frontiera
dell’Ungheria sta diventando un modello per tutta Europa.
Accanto alle donazioni e al lavoro dei volontari, però, c’è un aspetto nuovo: oggi centinaia di cittadini hanno attesa i migranti al confine con l’Austria o nelle stazioni ferroviarie per fare loro un lungo applauso di benvenuto.
Un video della Bbc, girato alla stazione di Monaco, entrerà molto probabilmente nella storia europea e sta avendo un enorme successo nei social.
Il corrispondente della Bbc in Austria dichiara che quell’applauso di Monaco si sta diffondendo anche nella frontiera con l’Ungheria.
La felicità è reciproca.
I volti dei richiedenti asilo che giungono in Austria e in Germania sono distesi, sorridenti.
Alcuni scrivono cartelli “Grazie Austria”, mostrano il segno della vittoria, salutano fotografi e telecamere.
I bambini ricevono in regalo giocattoli e pupazzi.
Sta vincendo l’Europa della civiltà .
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
PERCHE’ IL SUO ASILO NON AVEVA PIU’ L’INSEGNANTE DI SOSTEGNO
E’ la storia di Lorenzo, un bimbo disabile di 4 anni che frequenta la scuola dell’infanzia.
Vive con la famiglia a Mandello avrebbe dovuto iniziare l’anno scolastico 2015-2016 in un istituto del paese.
Al loro arrivo alla scuola materna i genitori del bimbo hanno saputo però che quest’anno non era stata assegnata l’insegnante di sostegno.
Immediata la richiesta di spiegazioni alla coordinatrice didattica e all’assistente sociale che già lo scorso anno aveva seguito Lorenzo nel suo impegnativo quanto positivo cammino all’interno della scuola dell’infanzia.
“Entrambe ci hanno detto di non saperne nulla — spiega il padre del bimbo — e senza perdere un solo minuto abbiamo contattato la Provincia di Lecco. Il presidente ci ha detto che per quest’anno l’ente ha potuto stanziare soltanto il 25 per cento dei fondi normalmente attribuiti agli istituti del Lecchese e che addirittura a tutt’oggi non si sa dove si potranno trovare i soldi per garantire il riscaldamento degli edifici scolastici e, appunto, il sostegno ai disabili”.
Risultato: mercoledì i genitori di Lorenzo hanno dovuto tornare a casa con il loro bimbo affranto e in lacrime proprio per l’impossibilità , vista l’assenza dell’educatrice di sostegno, di lasciarlo da solo all’asilo.
Un caso triste che fa riflettere e che ha onestamente dell’incredibile.
Ma che c’è da sperare possa essere risolto, per rispondere alle legittime attese dei genitori del bimbo e più ancora, verrebbe da dire, per il bene di Lorenzo.
Sarà un episodio, ma è un sintomo di quello che sta diventando, questa Italia delle riforme e della rottamazione: quella che lascia gli ultimi indietro.
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Settembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
L’EMERGENZA PROFUGHI HA RISVEGLIATO IL SENSO DI UMANITA’ CHE L’EUROPA SEMBRAVA AVER SMARRITO
La fotografia che colpisce di più è quella della curva di uno stadio tedesco che espone lo striscione:
«Benvenuti profughi ».
Abituati come siamo a leggere su quello sfondo nefandezze verso chiunque (neri, orientati a sud, variamente diversi) non può che stupirci la catena che ha portato a quell’immagine: qualcuno ha l’idea, un gruppo gliela approva a maggioranza, la si mette in pratica e dall’altra curva non volano sfottò, stracci, proiettili.
Che poi la principale squadra della Bundesliga (il Bayern di Monaco di Alaba, austriaco di padre nigeriano e Boateng, tedesco di padre ghanese) dia ai rifugiati un milione e un campo per allenarsi è un gesto conseguente, al punto da rendere pleonastica la foto che seguirà da qui a poche ore: i calciatori che entrano in campo tenendo per mano un bambino indigeno e uno immigrato.
Ben altra squadra è quella composta da una selezione dei 54 profughi ospitati in una palestra di Portogruaro intorno ai quali si è creata una rete di solidarietà .
C’è uno scatto in cui li si vede, scampati a Boko Haram, all’Isis o semplicemente alla fame: sollevano la coppa vinta in un magro torneo (due squadre partecipanti) e sembrano molto moderatamente felici.
I più entusiasti sono i tre rappresentanti della cooperativa che li assiste, soprattutto l’infermiera che regge il pallone, una rumena, capelli rossi, occhi verdi, in Italia dal 2007: un calcio allo stereotipo dell’inevitabile guerra tra poveri.
Lo sconfiggono anche i pescatori tunisini che hanno chiesto ai “medici senza frontiere” di prepararli al soccorso dei rifugiati ripescati in mare: concentrati, come se li attendesse la battuta più importante della loro vita.
Mentre domenica, forse, il web sarà invaso dalle immagini degli uomini di buona volontà austriaci che sfideranno la legge del loro Paese e di quello ungherese per caricare su auto private e pullman aziendali i disperati bloccati a Budapest e portarli oltre il confine.
Avranno espressioni più risolute dei passeggeri, perchè più consapevoli del destino a cui vanno incontro.
Questo mosaico ci racconta una cosa soltanto: l’uomo non è buono per natura, ma ogni tanto ci prova. Non tutti lo sono e nessuno lo è sempre.
Ci sono momenti, necessità che determinano azioni isolate.
A volte, questo è il bello, in piena contraddizione con le opinioni.
Esistono alberi piantati in nome di antisemiti nel giardino dei giusti a Gerusalemme. Non siamo demoni affiorati nè angeli caduti, dentro di noi abbiamo spazio per istinto di sopravvivenza e pulsione al sacrificio.
Per gli ottimisti valga la storia di Tristan da Cunha, micro isola sperduta nell’oceano tra Brasile e Sudafrica, abitata da discendenti di naufraghi, pirati, soldati.
Poche centinaia di persone e mai una violenza. Nel 1961, minacciati da un’eruzione vulcanica, furono evacuati in Inghilterra e inorridirono per la brutalità della vita quotidiana.
In Sudafrica ebbero la stessa reazione davanti all’apartheid e vollero tornare alla loro terra.
C’è un’isola simile dentro di noi.
Qualcuno cerca di raggiungerla, qualcun altro di invaderla, ma senza quell’isola ci sarebbe soltanto acqua.
Gabriele Romagnoli
(da “la Repubblica”)
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Settembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
CHI VENDE PAURA E ODIO AVRA’ MENO MERCATO
Negli ultimi due giorni mi è capitato di incrociare nei talk show di La7 sia Matteo Salvini che un altro leghista di peso, Gian Marco Centinaio. E mi sono reso conto che hanno perso.
La cavalcata della Lega Nord, arrivata al 16 per cento nei sondaggi nazionali, sembra destinata ad arrestarsi.
Perchè la campagna sull’immigrazione è stata sconfitta, annichilita da una foto, quella di Aylan Kurdi, morto a tre anni sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia.
Le obiezioni razionali alla propaganda leghista, quella dell’invasione, dei barconi carichi dei terroristi dell’Isis (ne avete mai visto uno?), quella degli immigrati che vivono negli hotel a cinque stelle, non avevano mai funzionato.
Breve campionario delle obiezioni sensate alle paure razziste (sì, sono paure razziste, basta eufemismi): a giugno 2015 in Italia c’erano 48.300 persone che hanno presentato domanda di asilo, lo 0,08 per cento della popolazione, contro i 306.000 della Germania (0,38 per cento).
In Spagna sono lo 0,02 per cento, in Gran Bretagna lo 0,05.
I famosi 35 euro al giorno non vanno agli immigrati, ma sono il costo individuale del loro mantenimento, spesso i gestori dei centri Cara non erogano neppure i 2,5 euro quotidiani di “pocket money” che dovrebbero garantire un minimo di autonomia agli ospiti.
Il sistema di protezione Sprar del Ministero dell’Interno, quello che tutela i rifugiati, ha accolto nel 2014 22.961 persone, in deciso aumento rispetto alle 12.600 dell’anno e ai 7.800 del 2012.
Non c’è alcuna evidenza statistiche che i migranti regolari delinquano più degli italiani. Per quelli irregolari è un altro discorso, ma provate voi a sopravvivere in un Paese straniero senza documenti e senza possibilità di trovare un lavoro…
L’operazione Mare Nostrum, che all’Italia costava molto più dell’attuale Triton, ha salvato oltre 150.000 persone. Si può sempre fare meglio, ma è arduo definirla un fallimento.
La Lega riesce a mettere in fila poi una notevole lista di corbellerie.
Primo: “Aiutiamoli a casa loro”. Siamo tutti d’accordo che se l’Africa fosse ricca come la California i migranti non partirebbero, ma così non è.
Da decenni si tentano politiche in via di sviluppo, danno risultanti alterni e lenti, come evidente non bastano a frenare le migrazioni.
Come ha osservato l’economista Leonardo Becchetti, il miglior modo per “aiutarli a casa loro” è lasciare che quelli che arrivano in Europa abbiano un lavoro e possano mandare a casa i propri risparmi, così da mantenere le famiglie (e disincentivarle a partire).
Salvini aveva promesso che sarebbe andato in Nigeria durante l’estate, per studiare il fenomeno migratorio alla fonte, poi non ha trovato il tempo. Ora ha fatto sapere che partirà a fine settembre. Vedremo.
A Mineo, in Sicilia, invece è riuscito ad andare varie volte, a sobillare l’assai poco latente odio razziale
Secondo: “Non possiamo accoglierli tutti”. E perchè?
Philippe Legrain lo ha spiegato bene sul Fatto Quotidiano, l’Europa sta invecchiando, il suo welfare sarà sostenibile solo grazie agli immigrati. Ma soprattutto, da un punto di vista morale, questa tesi equivale a: “Dobbiamo farne morire un po’ in mare”, visto che la nostra eventuale ritrosia all’accoglienza non scoraggia certo le partenze.
Terzo: “Bisogna risolvere i problemi geopolitici che causano le crisi da cui i profughi scappano”. Vero.
Peccato che la Lega sostenga (gratis o a pagamento come il Front National in Francia? Chissà ) la Russia di Vladimir Putin.
Cioè il Paese che sorregge il regime di Bashar al Assad in Siria, focolaio di tutti i disastri degli ultimi cinque anni, prima con una guerra civile di cui l’Occidente dovrà vergognarsi per i prossimi secoli e poi con la totale mancanza di controllo del territorio a beneficio dell’Isis, il sedicente Stato islamico.
Lo stallo sulla Siria è una delle ragioni che rende difficile, se non impossibile, affrontare il caos in Libia.
Visto che Salvini e la Lega si scelgono bene gli amici, appoggiano anche Viktor Orban, il presidente di destra che guida l’Ungheria e che sta trasformando l’arrivo dei migranti in un’enorme propaganda alle sue politiche xenofobe, costruendo un muro ed esasperando la situazione alle frontiere.
L’Ungheria ha parecchi rifugiati, 24.400 (il 0,25 per cento della popolazione), ma meno della Grecia, poco più di Cipro. Non una catastrofe umanitaria.
Orban a Bruxelles è un paria, considerato un pericolo per i valori europei, uno che ha mandato a otto milioni di ungheresi un questionario chiedendo se “la cattiva gestione dell’immigrazione da parte di Bruxelles potrebbe avere qualcosa a che fare con l’aumento del terrorismo”.
Sintesi: la Lega sostiene i due principali Paesi che contribuiscono a peggiorare il problema dell’immigrazione.
Ma questo ha un senso, visto che peggio vanno le cose, meglio vanno i sondaggi leghisti.
Questo il dibattito fino a un paio di giorni fa. Poi è arrivata la foto di Aylan Kurdi.
Non c’è nulla di razionale nella reazione a quella foto.
Lo sapevamo che sui barconi ci sono anche i bambini, lo sapevamo che morivano, sapevamo che le donne gravide partorivano in mezzo al mare, che le mamme perdevano i loro figli, sapevamo che nel Sahara di bambini come Aylan ne saranno morti centinaia, migliaia, cercando di arrivare alle coste del Mediterraneo.
Lo sapevamo, ma le nostre coscienze riuscivano a rifugiarsi nell’ipocrisia dell’ignoranza. Perchè non vedevamo. E ora abbiamo visto.
All’improvviso la propaganda leghista si è afflosciata: che importa se Aylan e suo padre fuggivano da un Paese in guerra o dalla povertà , cioè se erano aspiranti rifugiati o “migranti economici”?
E che importa se l’Europa, se Triton, il governo, l’Onu, la Chiesa non hanno fatto abbastanza per risolvere i problemi del mondo?
E a qualcuno davvero importa se Aylan ci sarebbe costato, per qualche mese, 35 euro al giorno?
Per mesi la Lega ha usato argomenti non razionali, “di pancia” dicono nei talk show, per guadagnare consensi e per ostacolare ogni politica che sarebbe stata non “buonista” ma semplicemente umana.
A Padova, ricordo en passant, la Lega addirittura guidava la protesta contro una signora colpevole di aver accolto alcuni immigrati a casa propria…
La foto di Aylan ha opposto emozione a emozione, compassione a odio, dolore a paura.
Il problema dell’immigrazione non è facile da risolvere. Anzi, è impossibile da risolvere, si può solo gestire.
Il dibattito si è finalmente ridotto alla sua essenza: quanti morti siamo disposti ad accettare per difendere la nostra “fortezza europa”?
Dopo la morte di Aylan l’Europa, e gli europei, sembrano aver deciso che ogni morte è una tragedia, anche se a morire non è un inglese o un tedesco ma un curdo, un eritreo, un siriano.
A lungo, in Europa, è stato più popolare lasciar morire i migranti che salvarli.
Ora, forse, guadagna punti nei sondaggi chi li aiuta, chi evita stragi.
Mentre chi vende paura e odio, come Salvini, avrà un po’ meno mercato.
Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
L’OCCIDENTE COME PONZIO PILATO: NON SI ELIMINANO LE CAUSE DELLA FUGA DEI PROFUGHI DALLA GUERRA
E’ fisiologico, è naturale che le scene di morte e di distruzione portino seco un genarale – e
generalizzato – sentimento di pietas e di indignazione.
E’ normale, in quei casi, provare rabbia, frustrazione e tendere “la mano”.
Non farlo vorrebbe dire porsi al di fuori dell’universo cosmopolita, al di fuori della storia ed al di fuori dello stesso umanesimo del quale siamo parte.
Ma i problemi seri, però, non si possono risolvere soltanto con la pietas.
Una Comunità Internazionale degna di questo nome; dei Governi seri e dei Paesi all’altezza dei compiti affidatigli dalla storia, poi agiscono, e lo fanno con la “doverosa, doverosità ” del caso.
L’Europa dei popoli, insomma, quella (anche) dell’umanesimo liberale e solidale, è sfida autentica, proprio come lo sono tutte le necessità del nostro tempo.
Ma “essa” è solo un “frammento dell’in se” ampiamente considerato perchè, al di là della solidarietà (che una delle possibili – e doverose – risposte alternative), vi è un altro dato che è parimenti fuori discussione; ed è un dato che coinvolge “il mondo intero”, nelle varie Organizzazioni all’uopo dedicate: “la guerra si combatte con la guerra”!
Continuare “ad applicare soltanto dei cerotti” non ci permetterà mai, e poi mai, di “curare realmente le ferite”.
Ed una comunità seria, delle “ferite”, fa doverosamente a meno.
“Chi porta la morte”, come succede in Siria ed altrove, non va blandito: va annientato…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Settembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
“BENVENUTI”: IL SALUTO DEI VIENNESI IN STAZIONE… IL PREMIER FINLANDESE OFFRE LA SUA CASA AI PROFUGHI.. DOPO LA POLONIA, ANCHE LO SLOVACCHIA SI SMARCA, XENOFOBI SEMPRE PIU’ ISOLATI
Berlino e Vienna hanno aperto i confini ai migranti provenienti dall’Ungheria. Nella notte le migliaia di persone rimaste bloccate per giorni sono state fatte salire sui pullman noleggiati dal governo per portarle al confine con l’Austria, che insieme alla Germania ha detto che concederà loro l’ingresso nel Paese.
“Non c’è un limite legale al numero di richiedenti asilo che può ricevere la Germania”, ha detto la cancelliera Angela Merkel in un’intervista al consorzio di giornali Funke.
“In quanto Paese forte, economicamente sano abbiamo la forza di fare quanto è necessario”, ha aggiunto.
In ogni caso Berlino non ha intenzione di rinunciare al pareggio di bilancio: “Non possiamo dire semplicemente: poichè abbiamo un compito difficile, adesso le questioni del pareggio di bilancio e dell’indebitamento non si pongono più”, ha affermato la cancelliera nel suo video-podcast settimanale.
Merkel ha comunque ribadito la posizione del suo governo, sottolineando che i migranti che non hanno una concreta possibilità di ricevere il permesso per rimanere devono tornare nei loro Paesi.
Il governo ungherese ha predisposto 100 bus e ha offerto il trasporto per i migranti in marcia a piedi verso il confine austriaco, che nella tarda serata di ieri avevano raggiunto il 27° chilometro dell’autostrada per Vienna. Altri sono stati presi alla stazione Keleti a Budapest. Zoltan Kovacson, portavoce del governo, ha fatto sapere che non partiranno altri autobus dalla stazione Keleti di Budapest per trasportare profughi sul confine austriaco. “La misura è stata unica ed eccezionale, resa possibile da una concertazione fra il premier Viktor Orban e il cancelliere austriaco Werner Faymann“, ha detto.
Intanto la stazione di Keleti è tornata a riempirsi di migranti diretti in Austria e in Germania. Lo riferisce la televisione locale. Le immagini mostrano diverse centinaia di persone che si affollano sulle banchine.
Altre centinaia di rifugiati, poi, sono in cammino oggi dalla stazione ferroviaria Keleti di Budapest verso il confine con l’Austria. Secondo i media ungheresi si tratta di 300-400 persone, tra nuovi arrivi a Keleti e migranti che non sono riusciti a prendere gli autobus messi a disposizione dalle autorità la notte scorsa.
Berlino: “Attesi 10mila arrivi”
Il primo pullman è arrivato sul confine austriaco a Hegyeshalom dopo le 2 di notte. La polizia austriaca riferisce che gli autobus vengono fermati da parte ungherese e che i profughi devono attraversare il confine a piedi, nonostante la disponibilità austriaca a farli arrivare direttamente ai treni o ai campi di accoglienza. Le autorità di Vienna hanno fatto sapere di aspettarsi per oggi 10mila arrivi. Berlino parla di un numero di arrivi “tra i 5 e i 10 mila“.
L’accoglienza alla stazione di Vienna: “Benvenuti”
La polizia regionale austriaca ha precisato che 4mila migranti hanno attraversato il confine. Il portavoce della polizia, Helmut Marban, ha spiegato: “Stimiamo che ne siano arrivati già 4mila, ma non credo sia finita così. I numeri potrebbero raddoppiare, se non qualcosa di più”.
I primi migranti sono giunti a Vienna in treno dove sono stati accolti da volontari e da normali cittadini che gridavano “Welcome”.
Alla stazione c’era anche un piccolo gruppo di amici che li attendeva. Una donna austriaca ha tirato fuori dalla borsa un paio di stivaletti di gomma e li ha dati ad una donna che aveva con sè un bambino.
Il migrante a Nickelsdorf: “Mi sento a casa”
“Mi sento a casa… Questa è una grande terra: bella gente, bel governo”, le prime parole di Ayaz Morad, uno dei primi migranti arrivati in Austria dall’Ungheria. Ad attenderli hanno trovato cibo e bevande calde servite in bicchieri di plastica da una cucina all’aperto, mentre altre immagini mostravano i poliziotti mentre spiegavano loro cosa fare.
Più tardi, tutti sono stati accompagnati nelle strutture di accoglienza, allestite con file di brandine verdi, dove è stato servito altro cibo.
Un altro migrante, un siriano di nome Mohammad, ha detto di essere contento di aver lasciato il suo Paese, ma ha sconsigliato i suoi concittadini di passare per l’Ungheria perchè lì — ha sottolineato — c’è una “brutta” situazione.
Premier finlandese: “Offro la mia casa ai migranti”
Il primo ministro finlandese Juha Sipila ha offerto la sua casa ai profughi dal 1° gennaio 2016. Intervistato stamani dalla tv YLE, Sipila ha detto che la sua famiglia possiede una casa nel centro del Paese, che loro non usano da quando si sono trasferiti ad Helsinki. Il premier non ha specificato quante persone può ospitare la casa.
Slovacchia apre alle quote: “Ma non siano decise da Ue”
Intanto sul fronte politico una prima apertura in direzione dell’accoglienza arriva dalla Slovacchia, uno dei 4 paesi del gruppo di Visegrad, finora contrario alle quote obbligatorie per i Paesi dell’Unione in tema di ricollocamenti: “In realtà — ha detto il ministro degli esteri Miroslav Lajcak — noi siamo anche a favore delle quote, ma non devono essere arbitrarie decisioni di qualche euroburocrate”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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