Settembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
LA CASCINA E’ LEGATA A DOPPIO FILO ALLA SENIS HOSPES CHE CONTINUA A GESTIRE L’ACCOGLIENZA DI QUASI 7.000 PERSONE AL GIORNO E AD INCASSARE 9 MILIONI AL MESE
C’è una scheggia sfuggita a Mafia Capitale che continua a fare affari con lo Stato. 
E nello specifico a gestire l’accoglienza di quasi settemila migranti al giorno. Conti alla mano, incassa dal Viminale circa nove milioni di euro al mese.
Questa scheggia si chiama Senis Hospes e la sua sede legale è qui, al primo piano di un condominio sgarrupato nel centro di Senise, settemila anime in provincia di Potenza.
Ci lavorano, stando alla visura camerale, 187 dei 253 dipendenti totali della Senis.
«Al massimo in quell’appartamento quasi sempre chiuso – dicono gli altri inquilini del palazzo – vediamo tre o quattro persone, ogni tanto».
Eppure la sede del colosso italiano dell’accoglienza è questa.
Cos’è realmente Senis Hospes? Chi sono i suoi proprietari? E perchè la sua storia si annoda a doppio filo con quella del Gruppo La Cascina, la cooperativa bianca vicina a Comunione e Liberazione e vicinissima all’ex ministro Maurizio Lupi, da poco commissariata per il tentativo di infiltrazioni mafiose?
Alla Camera di commercio, Senis Hospes è registrata dal 2008 come cooperativa “senza fini di lucro” destinata “all’inserimento sociale di chiunque si trovi in stato di bisogno”.
Non ha scopi di lucro, dunque, eppure le prefetture di mezza Italia andrebbero in tilt se non ci fosse.
Gestisce 6.592 migranti al giorno nel solo Sud Italia: nella lista degli appalti che ha ottenuto figurano i Cara di Mineo e Foggia, 7 Cpa, 15 strutture Sprar sparse dalla Calabria al Molise.
Numeri che salgono di giorno in giorno visto che continuano ad affidarle posti su posti. A giugno Senis è risultata idonea a Roma per quattro lotti su sette.
A Bari è in pole position in un bando da un migliaio di posti che sarà aggiudicato a breve.
«Siamo in fase di emergenza e dobbiamo affidarci a chi ha disponibilità e know how», spiega una fonte qualificata del governo. Effettivamente Senis questo mestiere lo fa da anni. Quasi mai, però, da sola. Per gli appalti più grossi si presentava sempre in Ati con la Cascina (come nel caso di Mineo), prima che quest’ultima fosse commissariata per i rapporti con Buzzi e Carminati dal prefetto di Roma, Franco Gabrielli, lo scorso luglio. La Cascina – sostengono i pm di Mafia Capitale, che hanno appena accordato il patteggiamento per corruzione a quattro manager della coop bianca – teneva a libro paga Luca Odevaine ed è così che ha vinto l’appalto di Mineo.
Proprio insieme a Senis.
IL DOPPIO FILO CON LA CASCINA
C’è qualcosa di più di un’alleanza di mercato, tra Senis e La Cascina. Ufficialmente non hanno quote societarie in comune, ed è per questo motivo che Senis non viene colpita e fermata dall’interdittiva antimafia di Gabrielli.
Ma a leggere le carte giudiziarie, a girare tra le sedi sparse tra la Basilicata e la Puglia, i due soggetti appaiono essere la stessa cosa
Un primo indizio in questo senso lo offre il gip di Roma Flavia Costantini nell’ordinanza di custodia cautelare che ha scoperchiato “il mondo di mezzo” di Buzzi e Carminati. «Senis – scrive – ha tra i suoi rappresentanti legali esponenti del Gruppo La Cascina ».
Il riferimento è all’amministratore delegato di Senis, Camillo Aceto, fino a pochi mesi fa anche vicepresidente della Cascina. Era il braccio destro di Salvatore Menolascina ( l’ad della coop bianca, arrestato a giugno per Mafia Capitale), ed è stato condannato a un anno e sei mesi in primo grado per lo scandalo mense a Bari. Processo nel quale, sul banco degli imputati, figura lo stesso Menolascina.
Ma non è soltanto una questione di nomi. È questione anche di luoghi.
La sede amministrativa di Senis Hospes si trova a Bari, in viale Einaudi 15: condivide l’ufficio con Solidarietà e Lavoro, un’altra coop della galassia Cascina.
E, curiosamente, nella minuscola Senise, a pochi metri dal condominio della Senis Hospes, c’è il quartier generale del secondo gigante del settore accoglienza, l’Auxilium, il cui amministratore è un altro ex Cascina, Angelo Chiorazzo, ora in pessimi rapporti con i vecchi amici.
I TOTEM PUBBLICITARI
Ci sono poi alcune foto, che testimoniano la contiguità tra le due coop, il cui destino comune ora si è complicato per il fatto che una è commissariata per mafia, l’altra no. Al congresso di Comunione e liberazione del 2014, prima dello scoppio del grande scandalo romano e prima anche dell’inchiesta Grandi appalti che ha portato alle dimissioni di Lupi, lo stand della Cascina era una delle attrazioni principali: enorme, come grandissimi erano anche i cartelloni e i totem pubblicitari che indicavano tutte le aziende controllate dal gruppo.
Sorpresa: tra i loghi c’era anche quello della Senis. Così come, su alcuni opuscoli pubblicitari (di cui pubblichiamo la foto), le due società erano insie- me nello stesso annuncio: in grande Cascina, sotto, in piccolo appunto Senis.
«Una delusione cocente – ha commentato in una recente intervista a Repubblica don Julià n Carròn, presidente della Fraternità di Cl – l’ideale del movimento è agli antipodi della corruzione che sta emergendo».
GLI AGGANCI CON L’NCD
Senis, tra le altre cose, ha vinto insieme con la Tre Fontane (altra società del Gruppo La Cascina) convenzioni con la prefettura di Roma per una quindicina di strutture, ed è presente in 24 città .
Il numero dei contratti cresce, anche perchè hanno un partito intero che li appoggia: l’Ncd di Angelino Alfano. Maurizio Lupi e Menolascina, del resto, sono grandi amici, tanto da condividere escursioni in barca.
E Odevaine a verbale racconta: «Menolascina mi fece capire che Cascina aveva finanziato la presentazione di Bari di Ncd».
Si tratta della convention nazionale del maggio del 2014 alla quale parteciparono, oltre a Lupi e Alfano, i manager della Coop. Ci fu anche una cena nella quale, sostiene Odevaine, «si parlò della nomine del direttore generale del ministero».
E che La Cascina fosse interessata a conoscere le mosse del Viminale non è un segreto.
«Odevaine – scrive il gip di Roma – raccontava ai suoi interlocutori che nel corso di una riunione avvenuta il 28 maggio 2014, i rappresentanti delle Regioni avevano espresso una loro pregiudiziale, ossia che i Centri di prima accoglienza avessero una capienza massima di 100 posti.
Al che, sia lui che il prefetto Compagnucci avevano rappresentato che centri da 100 posti “non li fa nessuno”, per cui nel documento finale la capienza dei centri d’accoglienza era stata fissata a 300 posti».
Odevaine aveva spinto dunque per aumentare le capienze della prima accoglienza, e così si prepararono bandi per 350 posti all’incirca.
A Bari parteciparono in quattro. Al primo posto arrivò la Tga, offrendo 84 disponibilità .
Al secondo, la Senis che da sola era pronta a coprire i restanti 270. Ma l’allora prefetto, Antonio Nunziante, oggi assessore nella giunta Emiliano, bloccò tutto. «Capisco l’emergenza, ma ci interessa di più la trasparenza», disse.
Giuliano Foschini e Fabio Tonacci
(da “La Repubblica”)
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Settembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
IL PADRE TIZIANO CERCAVA DI ALLONTANARE L’AZIENDA DI FAMIGLIA DAL LORO COGNOME
Liberarsi dell’azienda che aveva trascorsi negativi ed era quindi “da allonToscana e soprattutto dal nome Renzi, considerata l’intrapresa carriera politica del figlio Matteo”.
Per questo, annotano gli investigatori della Procura di Genova, il papà del premier nel 2010 avrebbe affidato a un amico, Gianfranco Massone,l’ormai malmessa azienda di famiglia Chil Post: per portarla a morire lontano da Rignano.
Preoccupandosi però di “salvare la parte sana” trasferendola alla Eventi 6, società delle donne di famiglia: Laura Bovoli, Matilde e Benedetta Renzi, rispettivamente madre e sorelle del premier.
Nelle tremila pagine dell’inchiesta che vede indagato per bancarotta fraudolenta Tiziano Renzi, i magistrati liguri hanno minuziosamente ricostruito la storia non proprio gloriosa delle società di Rignano.
Ne emerge uno spaccato di piccola imprenditoriale di provincia che cerca di sopravvivere tra debiti accesi per coprire altri debiti, passaggi di beni e servizi quasi inestricabili e una miriade di aziende spesso inattive.
Una rete di intrecci così fitta che ha richiesto mesi per essere decifrata.
La vicenda,al netto degli eventuali risvolti penali, porta con sè interrogativi che coinvolgono direttamente il Giglio magico del premier.
Mentre la posizione di Tiziano Renzi è al vaglio del gip Roberta Bossi e potrebbe finire archiviata.
Il suo voinvolgimto nella bancarotta della Chil Post dipende esclusivamente da un dato: Massone era il prestanome di Tiziano Renzi? Il padre del premier, interrogato dai magistrati il 4 dicembre 2014 nega: “Io non ho mai detto a nessuno che Chil era passata a prestanome, nè comunque Massone (ealtri,ndr) sono stati mai miei prestanome: non è vero”.
I pm però allegano agli atti un verbale del Credito Cooperativo di Pontassieve datato 2 novembre 2010 — quindi un mese dopo la cessione della società , avvenuta il 14 ottobre — che sostiene il contrario. Pare emergere, secondo gli inquirenti,“la conoscenza da parte della direzione generale nonchè della presidenza della Bcc e del cda, che la divenuta società Chil sia stata solo formalmente venduta a terzi,quale presta nome,rimanendo di fatto a capo della famiglia Renzi”.
Non solo. I rapporti finanziari tra Massone e Renzi senior risalgono agli anni 90 e si concretizzano in un fiorire di aziende semi-vuote, contratti e giri di fatture tra società sempre riconducibili a loro due.Egià nel2009,q uindi quando la società era ancora a Rignano,
Renzi mette a disposizione di Massone una Bmw X5 intestata alla Chil.
Infine, tra i tanti riscontri evidenziati dagli inquirenti,c’è la testimonianza di Cristina Macellaro, assunta nel 2009 come “assistente di direzione” nella One Post, altra società riconducibile a Massone.
Sentita nel gennaio 2015, Macellaro spiega: “I rapporti con Chil sono avvenuti quando la società era della famiglia Renzi. In particolare fu la Gambino (moglie di Massone, ndr) a darmi disposizioni di intrattenere rapporti diretti con la signora Bo-voli (mamma di Renzi, ndr). Dopo le disposizioni telefoniche impartitemi dalla Bovoli, emettevo fatture di Chil senza aver alcuna conoscenza dell’effettivo lavoro eseguito”.
Macellaro, inoltre, racconta di aver sempre fatto fatica a essere pagata regolarmente tanto da licenziarsi e avviare una causa.
E aggiunge: “Sono stata retribuita a mezzo assegni bancari da Chil pur non avendo mai intrattenuto con questa alcun rapporto lavorativo”.
Conclude: “L’operazione Chil (la cessione, ndr) è passata come una donazione da parte della famiglia Bovoli/Renzi verso Massone al solo fine di liberarsi dell’azienda che aveva trascorsi da allontanare sia dalla Toscana che soprattutto dal nome Renzi considerata l’intrapresa carriera politica del figlio Matteo”.
Qualsiasi scelta fatta da Chil Post, fino al momento della cessione delle quote, è a me riferibile: io facevo le scelte commerciali e decidevo le priorità strategiche. Mia moglie ha ricoperto la carica di amministratore unico, ma la gestione era mia (io non potevo fare l’amministratore per ragioni fiscali, nel senso che avevo la partita Iva e fatturavo alla stessa società )”.
Con questa frase Tiziano Renzi esordisce quando l’8 ottobre 2014 si presenta in Tribunale a Genova davanti al pm Marco Airoldi.
Una frase che rischia di essere una buccia di banana per il padre del premier.
Perchè porta al finanziamento da 496.717 euro che la Chil ottiene dal Credito di Pontassieve.
Non è una mera vicenda contabile, aiuta a capire il mondo piccolo del premier: la famiglia, le amicizie di papà Tiziano e del figlio Matteo che si incrociano, passano da uno all’altro e da Pontassieve sbarcano a Roma.
Una famiglia unita, negli affetti e nelle imprese, con Tiziano e mamma Laura che tengono il timone. A cominciare, appunto, da quel finanziamento garantito anche da Fidi Toscana, società finanziaria della Regione.
Il presupposto è che la società sia guidata da donne. E infatti in quel momento le quote di Chil sono in mano alla donne di Rignano. E le carte di Genova svelano i retroscena.
A cominciare da quelle frasi che suscitano interrogativi: “Io decidevo, la gestione era mia”. Ma allora perchè intestare Chil alle donne di famiglia, beccarsi il finanziamento, incassare la garanzia di Fidi e dopo meno di un mese cedere tutte le quote a papà Tiziano?
Anche su questo punto la Procura ligure non sembra vedere risvolti penali.
Ma a che cosa servivano quei soldi? È ancora Tiziano Renzi a spiegarlo parlando con i pm nel secondo interrogatorio del 4 dicembre: “Il finanziamento richiesto alla banca era destinato a dilazionare i debiti a breve verso altri istituti di credito che gravavano su Chil. Ricordo in particolare che 200 mila euro sono serviti per chiudere la posizione verso la Cassa di risparmio di Firenze”.
Insomma, soldi dalle banche per pagare debiti in scadenza con altre banche.
Niente di illegale, ma pare emergere un ritratto delle finanze di Chil non rose o come qualcuno vorrebbe presentarlo.
La parabola di Tiziano Renzi, però, non è solo un affare di famiglia.
Perchè tra le persone che sostengono economicamente la Chil ci sono amici che, con il figlio Matteo, sbarcano sulla scena politica fiorentina. E poi nazionale.
Parliamo della famiglia del sottosegretario Luca Lotti, e di Andrea Bacci.
Lotti, per cominciare.Marco, padre del braccio destro del premier,è il bancario cui“venne affidato il cliente per istruire la pratica di fido”.
Da Lotti senior, come ha scritto Libero, arriva il parere positivo: “Potremmo diventare la banca di riferimento del richiedente”.
Nessun favore personale, ha assicurato Lotti ai pm ,fu come da prassi richiesta “una fideiussione che fosse almeno superiore al rischio che la banca si assumeva”.
Ma i rapporti tra la banca e i Renzi non filano proprio lisci dopo che Lotti lascia l’istituto:il Credito chiede delucidazioni sulla cessione della società allo sconosciuto Mariano Massone. Il padre del premier scrive mail dai toni accesi: lui ha chiesto di ridurre la fideiussione da 350 mila a 80 mila euro pur mantenendo attivo — oltre al mutuo — anche il fido da 250 mila euro.
La banca risponde chiedendo delucidazioni.
E l’8 ottobre 2010, pochi giorni prima della cessione definitiva a Massone, Renzi scrive piccato:“Libero dal senso di colpa per non aver completamente ottemperato a un impegno preso con Lotti (…), avendo annusato le vostre perplessità mi sono ingegnato (come ho sempre fatto nella mia vita) a trovare soluzioni alternati ve”.
Si rivolge agli amici.
Come   racconta ai pm: “Per dare la somma e liberare così mia moglie dalla fideiussione, mi feci prestare i soldi da alcuni amici (Mario Renzi, che è un mio lontano cugino,Alfio Bencini e Andrea Bacci) ai quali ho restituito il denaro, con altri assegni (in maniera da rendere tutto tracciabile)”.
Ferruccio Sansa e Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
“DENIS MI AVVICINO’, UN MESE DOPO QUELLA ROBA USCI'”
Un mese prima della pubblicazione del falso dossier, “incontrai in Parlamento Verdini, che aveva con sè
dei fogli, mi parlò di uno scandalo di carattere sessuale simile a quello che aveva coinvolto Marrazzo”.
Stefano Caldoro, ex presidente della Regione Campania, ieri ha testimoniato a Roma al processo per la P3, la presunta organizzazione segreta che avrebbe puntato a influenzare alcuni organi dello Stato.
La deposizione di Caldoro, parte offesa in un filone del processo, è ancora attuale anche se riguarda fatti di ormai 5 anni fa. In primis perchè racconta come Denis Verdini, protagonista della partita della riforma del Senato con il governo Renzi, sapesse del dossier.
Ma l’ex governatore spiega anche come sono cambiati nel 2015 gli equilibri politici nell’ultima campagna elettorale per la Regione Campania, con Vincenzo De Luca vincitore.
A quella carica era candidato anche Caldoro nel 2010. Allora ebbe la meglio, nonostante un dossier su un falso scandalo sessuale.
L’ex governatore ritiene che ancora manchi il vero “mandante di quel dossier che avrebbe potuto costar mila candidatura”.
Intanto però a processo sono imputati in cinque con reati contestati a vario titolo di diffamazione e tentata violenza privata.
Tra questi, Nicola Cosentino (all’epoca dei fatti coordinatore del Pdl in Campania),l’ex assessore regionale Ernesto Sica e l’imprenditore Flavio Carboni.Il processo è in primo grado.
Ieri Caldoro ha risposto alle domande del pm Mario Palazzi. Ha raccontato dell’incontro con Verdini che“aveva con sè dei fogli, mi parlò di uno scandalo di carattere sessuale (…). Gli dissi di stare tranquillo, che erano fesserie. Verdini mi rispose che mi credeva ma che doveva comunque informare Berlusconi”.
Caldoro prosegue: “Non so come Verdini ebbe quelle carte ma io non persi la calma. Quando, circa un mese dopo quell’incontro,un blog pubblicò le notizie, presentai denuncia”.
Abbiamo chiesto a Caldoro se quello che aveva in mano Verdini fosse il dossier che poi venne pubblicato sul blog: “Non gli diedi grande importanza — ha spiegato l’ex governatore al Fatto—neanche lo feci sfogliare. Vidi che sulla prima pagina c’erano alberghi, hotel. In ogni modo non mostrai nè interesse nè preoccupazione”. Tornando alla deposizione in aula, Caldoro ha aggiunto anche di essere certo “che questo dossier non nacque all’interno dell’allora Pdl.
Valeria Pacelli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
ALTRO CHE SPENDING REVIEW, OGNI TESTATA AVRA’ LA SUA TROUPE
E’ il caso di dirlo, altro che spending review.
Per seguire il premier Matteo Renzi che parteciperà all’assemblea Onu, la Rai ha deciso di inviare ben cinque giornalisti con operatori al seguito.
Che, sommati ai due corrispondenti Tiziana Ferrario e Giovanna Botteri, vanno a comporre la carovana del servizio pubblico in Usa.
Lo riporta un articolo de Il Fatto Quotidiano.
Praticamente al Palazzo di Vetro dell’Onu, tra oggi e domani, si parlerà molto italiano. Alla faccia della spending review.
Tg1, Tg2, Tg3 più RaiNews 24 e Giornale Radio Rai. All’appello non manca proprio nessuno. Del resto, si dice, non c’è il due senza il tre.
Dopo gli scivoloni dell’Australia e di Israele. Già , la prima volta accadde all’altro capo del mondo a Brisbane, per il G20 del novembre 2014.
Lontano da occhi indiscreti, ma quando i telespettatori italiani accesero la tv si accorsero di un dettaglio: davanti a Renzi che parlava, spuntarono cinque microfono della Rai, uno per testata.
La delegazione di allora costò alle casse pubbliche 60mila euro, ricorda FQ. Una cifra che sollevò l’indignazione del momento, ma poi fece presto ad esaurirsi.
Viale Mazzini giustifica così la decisione:
Le due corrispondenti seguono il Pontefice, serviva chi coprisse la visita del primo ministro. E nessuno vuole rinunciare a un’immagine del premier”.
Eppure, ricorda ancora il Fatto, era proprio Renzi a chiedere una “Rai più snella, con meno sprechi meno ossessionata dal solito pastone politico, meno preoccupata dalle battute dei politici carpite di corsa”.
Maurizio Gasparri di Forza Italia ironizza: “Rottamazione, cambiamento, tagli di spesa, giu le mani della politica dalla Rai…. le chiacchiere, questa la realtà !!!!!”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
UNO STUDIO COORDINATO DA TRE UNIVERSITA’: TRATTI PSICOTICI E ATTEGGIAMENTI DI RABBIA
«Per secoli si è discusso se l’omosessualità fosse una malattia. Ora scopriamo che la vera malattia da
curare è l’omofobia». Non usa mezzi toni Emmanuele Jannini, sessuologo all’Università di Roma Tor Vergata e presidente della Società italiana di andrologia e medicina della sessualità , nel riassumere senso dello studio pubblicato su “The Journal of Sexual Medicine”.
Con Giacomo Ciocca e altri colleghi delle Università di L’Aquila, Firenze, e Roma La Sapienza, Jannini ha sottoposto a oltre 550 studenti universitari italiani un test che misura i livelli di omofobia e altri questionari che individuano vari aspetti della personalità . Scoprendo che l’omofobia non è così rara come forse ci si poteva aspettare in un gruppo di giovani universitari, e che, come invece era ampiamente previsto, è più diffusa fra i maschi.
Ma soprattutto che è favorita da una serie di precise caratteristiche psicologiche.
Sono tendenzialmente più omofobe le persone con livelli più alti di psicoticismo, un aspetto della personalità caratterizzato dalla paura, che porta ad atteggiamenti di ostilità e rabbia e in alcuni può essere un prodromo di vere e proprie psicosi; o con meccanismi di difesa immaturi (le strategie con cui affrontiamo minacce e difficoltà ); o che hanno difficoltà nel rapportarsi agli altri per quello che gli psicologi chiamano “uno stile di attaccamento insicuro”.
«In poche parole, emerge che gli omofobi sono soprattutto maschi insicuri, da un lato paurosi e dall’altro immaturi» riassume Jannini.
«Se vogliamo è un po’ una scoperta dell’acqua calda, ma nessuno scienziato finora l’aveva dimostrato. Questo identikit coincide bene con un aspetto peculiare dell’identità di genere maschile che è quello della fragilità , dell’incertezza. Sappiamo che di default una persona si sviluppa secondo un modello femminile: solo se nel feto si attiva un complicato processo genetico e ormonale lo sviluppo viene dirottato per generare un corpo e un cervello maschili. L’identità di genere maschile è estremamente fragile e ha bisogno di continue conferme. A questo si aggiunge che un po’ tutti, per varie ragioni, tendiamo a confondere l’identità di genere e l’orientamento sessuale: è invalsa l’idea che il gay è effeminato, un “mezzo uomo” (mentre peraltro i dati scientifici dicono l’opposto: il pubblico si sorprende sempre quando a una conferenza mostro che i gay hanno in media genitali più grossi e livelli di testosterone più alti, oltre che un’attività sessuale molto più frequente). Così di fronte a un “maschio effeminato” l’omofobo va in crisi perchè sente minacciata la sua stessa identità di genere, si risveglia in lui la paura di non essere abbastanza maschio».
Per decenni, come è noto, anche nel mondo della psicologia sono state accettate teorie non dimostrabili che consideravano l’omosessualità una patologia.
Finchè, a metà Novecento, non si è provato a definire in concreto quali caratteristiche psicologiche distinguessero un omo da un eterosessuale.
E si è constatato che non ce n’erano. Provare a distinguere fra i due con test di personalità o altri test psicologici era un po’ come cercare test che distinguano un tifoso dell’Inter da uno del Milan: l’unico modo è fare domande legate direttamente alle preferenze, sessuali o calcistiche.
Così l’omosessualità è stata derubricata dai manuali di psicopatologia, e la ricerca ha iniziato a spostarsi sull’altro fronte: non ci si chiede più perchè una persona è omosessuale, ma perchè provi ostilità , paura, disgusto verso l’omosessualità . Una domanda cui questo studio contribuisce ora a rispondere.
«Naturalmente questo non vuol dire che gli omofobi siano tutti psicopatici» precisa Jannini. «Ma qualche problema ce l’hanno. Noi per la prima volta diciamo che, se c’è da cercare dei segni di malattia, questi vanno cercati nell’omofobo. Hanno segni che indicano una debolezza del sistema psichico, quindi è più facile trovare un malato psichiatrico lì che altrove».
Altrettanto naturalmente, non tutte le persone con queste caratteristiche diventano omofobe.
«Incertezza, paura, e soprattutto debolezza, sono fattori di rischio che rendono assai più sensibili ai messaggi omofobi che possono venire dalla società , dalla famiglia, dalla scuola, dalla battuta estemporanea in classe alle pressioni sistematiche di certe predicazioni religiose».
Messaggi tra genitori per bloccare le pericolosissime lezioni di “masturbazione e penetrazione” per piccoli alunni.
Appelli e petizioni contro le teorie delle associazioni Lgbt. Con la ripartenza dell’anno scolastico ha ripreso forza la crociata contro la teoria del genere
In quest’ottica, sostiene Jannini, per prevenire o moderare l’omofobia serve un’educazione sentimentale e sessuale che insegni fin da piccoli a non aver paura di se stessi, delle proprie emozioni e delle differenze con gli altri.
«Un’educazione che è finalmente prevista nella riforma scolastica, la “Buona scuola”: per la prima volta c’è un richiamo importante alla tolleranza e al rispetto della differenza, e si mette in evidenza una serie di comportamenti che vanno respinti, inclusa l’omofobia. Ed è assurdo che ci sia chi si oppone vedendo in questa educazione una fantomatica “ideologia del gender”. Che non può esistere perchè, anche se davvero ci fossero manipoli di cospiratori che congiurano per creare un esercito di gay e di lesbiche nelle scuole, nessuno saprebbe dirgli come farlo. Non si conosce alcun modo per modificare l’orientamento sessuale di una persona, bimbo o adulto, che sia con l’educazione scolastica o con le cosiddette terapie riparative per “curare” i gay. Se i cospiratori del gender pensassero di riuscirci facendo giocare i maschietti con le bambole e le femminucce con i soldati, resterebbero molto delusi».
Giovanni Sabato
(da “L’Espresso”)
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Settembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
E SEMPRE “LA VOLTA BUONA”, MA IL TESTO NON ESCE DALLA COMMISSIONE
“E’ la volta buona. Sulle unioni civili ho preso un impegno con gli italiani. Siamo già in discussione in Parlamento”.
Tweet di Matteo Renzi, presidente del Consiglio, del 10 marzo.
Il 2 luglio scorso il sottosegretario alle Riforme Ivan Scalfarotto annunciava così il suo sciopero della fame: “Da lunedì prendo solo due cappuccini al giorno, alla radicale. Non ce la facevo più a far finta di niente, ad andare avanti con il mio lavoro come al solito”.
E prometteva: “La scelta del digiuno per protesta” continuerà “finchè non avrò una data certa di approvazione sulle unioni civili”.
Scalfarotto ha interrotto il digiuno poche settimane dopo, ma una data per l’approvazione al Senato del ddl Cirinnà ancora non c’è.
In compenso, la capigruppo di Palazzo Madama ha stabilito il termine ultimo per l’approvazione del ddl Boschi sul Senato: il 13 ottobre.
Due giorni dopo, il 15 ottobre, si apre la sessione di bilancio durante la quale non è possibile discutere leggi di spesa (come il ddl Cirinnà ). Prima il Senato, poi i diritti.
La sottrazione è elementare: ai senatori restano due soli giorni per approvare la legge sulle unioni civili che è ancora in Commissione Giustizia, sotto una montagna di emendamenti.
E il testo non è stato ancora calendarizzato.
Lo stesso Scalfarotto ha ammesso che ormai per le unioni civili se ne riparlerà nel 2016, salvo improbabili colpi di scena.
Nel 2015 restano invece sul terreno una valanga di annunci e roboanti proclami, disattesi nonostante le insistenti richieste da parte delle associazioni Lgbt.
A ottobre dell’anno scorso Lorenzo Guerini si diceva sicuro a Porta a Porta: “Il prossimo anno faremo una legge su ius soli e unioni civili, quest’ultima secondo il modello tedesco. Il partito è tutto unito sul tema e ci sono tutte le condizioni per arrivare a una legge che aderisca alla realtà italiana”.
Pochi mesi dopo, a febbraio, il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi era ancora più ottimista: “Nelle prossime settimane il governo affronterà il tema delle unioni civili, perchè è già all’esame del Senato in commissione. L’esame dovrebbe essere completato il prossimo mese e poi si passera’ in Aula. Sicuramente procederemo su questa strada”.
Già il 17 giugno 2014 il renziano Marcucci rassicurava: “Le Unioni Civili si faranno in settembre, partendo dai testi presentati nella commissione Giustizia di Palazzo Madama. Sara’ una legge che terrà conto delle sensibilità di tutti, che non riconoscerà il matrimonio”.
L’obiettivo di un anno fa era colmare un vuoto legislativo “ormai insopportabile”.
Durante la capigruppo, le opposizioni guidate da Sel avevano proposto la calendarizzazione lunedì prossimo per il Ddl Cirinnà , la maggioranza si è opposta per dare la precedenza alla riforma del Senato. E ha proposto l’8 ottobre, subito dopo l’approvazione del ddl Boschi. La mediazione si è così arenata, e quel vuoto legislativo così insopportabile non sarà colmato ancora per un po’.
Dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti con una decisione storica ha stabilito che il matrimonio è un diritto garantito dalla Costituzione anche alle coppie omosessuali, ci si diceva sicuri che “l’Italia non resterà fanalino di coda, #unionicivili approvate entro estate”, twittava sempre Marcucci a giugno scorso.
Su twitter era un proliferare dell’hashtag LoveWins.
Dopo gli Usa, tocca all’Italia, era il refrain. Lo stesso Renzi, intervistato a maggio da Ballarò (un talk show, sic), disse: “Matrimoni gay? La legge che noi proponiamo è quella tedesca sono abbastanza ottimista che su quella legge finalmente arriveremo ad un punto di accordo in Parlamento già a partire da quest’estate. In questo Parlamento tanto bistrattato alla fine le cose si stanno facendo”.
Se a maggio il termine era l’estate, a marzo era primavera: “Approvare la legge sulle unioni civili questa primavera, possibilmente prima delle elezioni regionali di maggio”, dichiarò Renzi il 16 marzo durante la riunione con i parlamentari Pd al Nazareno sui diritti civili.
“Con Renzi ne abbiamo parlato l’ultima volta che è venuto al Senato, e ci siamo confermati il cronoprogramma: portare il testo sulle unioni civili in Aula a marzo”, confermava la relatrice del ddl Monica Cirinnà , a febbraio in un’intervista a La Stampa. Gli annunci si accavallano, il 20 giugno parla sempre Cirinnà : “Il traguardo ormai e’ vicino, intorno al 20 luglio potremmo arrivare in Aula”.
Si arriva al 18 luglio, Expo, assemblea del Pd: sulle unioni civili “la discussione può essere fatta insieme al gruppo della Camera in modo che alla Camera la lettura sia confermativa e si possa definitivamente approvare entro l’anno la legge sulle unioni civili”, dichiara Renzi.
L’ennesimo annuncio viene letto come un fattore di novità , tanto che il sottosegretario Scalfarotto decide di interrompere il digiuno: l’hashtag di Renzi su twitter #magnaIvan lo convince a festeggiare con una macedonia di fragole. Tre giorni dopo arriva la condanna della Corte di Strasburgo all’Italia perchè non riconosce i diritti delle coppie omosessuali.
Il 31 agosto, prima della ripresa dei lavori parlamentari la vicesegretaria Debora Serracchiani continua a non mostrare segni di cedimento: “Le unioni civili non solo si faranno ma vanno fatte come ci siamo presi l’impegno di farle, entro l’anno. Ci sono le condizioni per un voto largo del Parlamento”.
Per ora non c’è ancora una data del calendario, ma nel frattempo è arrivato l’ennesimo richiamo dall’Ue: il parlamento europeo l’8 settembre ha chiesto oggi a nove Stati membri, tra cui l’Italia, di “considerare la possibilità di offrire” alle coppie gay istituzioni giuridiche come “la coabitazione, le unioni di fatto registrate e il matrimonio”.
Lo stesso giorno parla Renzi, ma nelle sue parole si legge meno certezza, più una speranza: “Ci terrei a chiudere la riforma costituzionale un po’ prima del 15 ottobre per consentire di chiudere anche la questione delle unioni civili prima del 15 ottobre”.
La legge sui diritti civili è fatta più di rinvii che di date certe.
Le difficoltà in Commissione, dove Ncd sta portando avanti il suo ostruzionismo a colpi di emendamenti, erano già palesi, ma non hanno impedito al premier Renzi di annunciare, il 6 settembre scorso, che “dopo anni di rinvii avremo una legge sui diritti civili. Lo facciamo per noi, per la dignità , del nostro paese. Facciamo le mediazioni possibili ma poi si chiude”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
IL FILO DELLA SOLIDARIETA’ CONTRO IL FILO SPINATO
E se fossimo noi a voltare le spalle all’Ungheria? 
Noi ceto medio viaggiante con biglietti vidimati, titolari di indirizzi autentici, di carte di credito ancora buone e di vite non del tutto a debito.
Noi a rifiutarci di oltrepassare i confini della bella e triste Ungheria che da molti mesi guida il fronte del rifiuto della Est Europa, arma i presidi di Horgos e il valico di Roske, innalza l’indecente spettacolo del muro.
Lo moltiplica (da ieri) lungo il confine con la Croazia, all’altezza di Gole.
Ne fa una formidabile arma offensiva camuffandola da scudo che difende.
Essere noi a imporci per libera scelta di non oltrepassare quei confini fino a quando saranno preclusi in quel modo al passaggio dei migranti che fuggono da guerre, quasi tutte di nostra lungimirante fabbricazione.
Opponendo al filo spinato srotolato dal signor Viktor Orbà¡n lungo il perimetro della sua propaganda, il nostro filo, tessuto con una certa affilata fermezza.
Anche solo per segnalarci indisponibili ad assecondare quella onda crescente di populismo e frustrazione che in questi anni di crisi economica lo ha incoronato leader di un regime nazionalista, di una società spaventata che ora pretende di chiudersi al mondo che si apre. Farlo per dignità o anche solo buon gusto.
Rinunciando — a nome dei migranti respinti con i lacrimogeni, i gas urticanti, i manganelli, i cannoni ad acqua — alla concava Budapest, perla del Danubio, ai suoi caffè ancien règime, al suo castello di incanti, ai suoi ponti di pregevole e multiculturale fattura, alle sue acque termali che scorrendo da gran tempo sanno di quante migrazioni sia frutto quella terra, dai mongoli agli ottomani, agli austriaci dell’impero che l’hanno fatta grande di storia, musica, architetture e poi piegata con il ferro dei carri sovietici nel dopo Yalta.
Imprigionandola per l’intera stagione dei piani quinquennali dal cui disastro l’abbiamo estratta nel favoloso anno 1989, trovandola con i negozi vuoti, la polvere del tempo sparsa ovunque, le pezze al culo, ma una voglia di vivere e di ridere che era contagiosa.
E che chiedeva di riprendersi il tempo. Di rimettersi in cammino, proprio come fanno i migranti di oggi, di ieri, di sempre, che sono i veri ingranaggi che muovono la Storia, altro che muri.
Ed erano loro, i nuovi ungheresi della vecchia Ungheria, a offrici abbracci e gratitudine per quel confine che andava in pezzi e li annetteva all’Occidente. Pacificamente.
Con tutto il campionario del beato consumismo che avevamo da offrire, dai Centri commerciali con vista sul futuro, fino a una manciata di valori ereditati dal passato e non del tutto ornamentali, come la tolleranza, o la libertà di fabbricarsi la vita con le proprie mani, se non addirittura con i propri piedi, mettendosi in viaggio verso altre culture.
È triste vedere quei giorni allegri (quando lo slogan dei giovani ungheresi che violavano di notte la Cortina di ferro era: “Scavalcate i muri!”) dissipati in questa quotidiana sequenza di assedi a moltitudini di disperati con le braccia alzate.
E drappelli neri d’ordine pubblico schierati “in difesa della sicurezza nazionale”, della “civiltà cristiana magiara”, con i cani al guinzaglio e i 175 chilometri di filo spinato che in realtà sono 175 chilometri di rulli di cavi zincati disseminati di lame d’acciaio ad “alta capacità dissuasiva” in grado di imprimere ferite profonde a chi ci finisce dentro.
E ascoltare perpetui allarmi governativi di imminente invasione musulmana o anche solo stracciona per rastrellare paure e voti, ancorandosi alla stessa idea di muro che per tanti decenni li ha imprigionati.
Voltando il regime di allora in questa “democrazia illiberale”, come la chiama lo stesso Orbà¡n, andandone fiero.
Pino Corrias
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Settembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
PRIMA DELLA VISITA ALL’ONU, IL PAPA SI E’ RECATO AL CENTRO DI ST. PATRICK
Dopo aver visitato, da vero leader di livello globale, le sedi più alte della democrazia americana, ieri la Casa Bianca e oggi il Congresso, papa Francesco chiude i suoi due giorni a Washington con l’abbraccio ai più poveri e agli esclusi.
Prima di partire per New York, dove lo aspettava l’assemblea generale dell’Onu, ha visitato infatti il centro caritativo di una parrocchia, quella di St.Patrick, dove ha incontrato un gruppo di senzatetto.
È noto quanto papa Bergoglio, anche a Roma, abbia a cuore la situazione di chi non ha un tetto e deve passare i giorni e le notti per strada in ripari di fortuna.
E parlando in spagnolo al gruppo assistito dal centro cattolico nella capitale Usa, tradotto sul posto anche in inglese, spende parole altamente toccanti: “Voi mi ricordate San Giuseppe – dice -. I vostri volti mi parlano del suo”.
Nell’immagine usata dal Pontefice c’è il ricordo delle “situazioni difficili” che San Giuseppe affrontò, e soprattutto il fatto che Maria dovette dare alla luce Gesù “senza un tetto, senza una casa, senza alloggio”.
“Il Figlio di Dio – rimarca parlando agli homeless – è entrato in questo mondo come uno che non ha casa. Il Figlio di Dio ha saputo che cos’è cominciare la vita senza un tetto”.
La figura di San Giuseppe, spiega ancora il Papa, rappresenta “una persona a cui voglio bene, che è stata molto importante nella mia vita. E’ stata sostegno a fonte di ispirazione. E’ uno – aggiunge – a cui ricorro quando sono un po’ ‘inguaiato'”.
E sicuramente “inguaiate” sono soprattutto le persone a cui parla nella parrocchia. “Perchè siamo senza casa? – si chiede – Perchè siamo senza un tetto? Sono domande che molti di voi possono farsi ogni giorno. Come Giuseppe vi domandate: perchè siamo senza un tetto, senza una casa? Sono domande che sarà bene farci tutti: perchè questi nostri fratelli sono senza casa, perchè questi nostri fratelli non hanno un tetto?”.
E la sua diventa una denuncia contro queste “situazioni ingiuste, dolorose”.
“Non troviamo nessun tipo di giustificazione sociale, morale, o di altro genere per accettare la mancanza di abitazione”, rimarca davanti agli homeless, che comunque incoraggia dicendo che ingiustizie come queste “Dio le sta soffrendo insieme a noi, le sta vivendo al nostro fianco. Non ci lascia soli”.
La parrocchia di St. Patrick assiste nel suo centro caritativo un gran numero di senza fissa dimora, duecento dei quali sono riuniti per la visita del Papa. Francesco, tra l’altro, benedice la cappella e poi la mensa.
E stringendo la mano agli homeless prima di tornare in Nunziatura e poi partire per New York, augura loro anche “buon appetito”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
SCENDONO ANCHE FORZA ITALIA, NCD E FRATELLI D’ITALIA
Crescono il Partito democratico e il Movimento 5 Stelle. Cala ancora la Lega Nord. 
Secondo un sondaggio dell’Istituto Ixè di Roberto Weber, il partito del presidente del Consiglio Matteo Renzi si attesta al 34,7% (+0,5% in una settimana).
Il M5S si consolida secondo partito, balzando al 24,2% (+1,1%) mentre la Lega Nord cala dal 14,9% al 14,6%. Se si votasse oggi, l’affluenza sarebbe al 60 per cento.
Nessuna variazione per la fiducia in Matteo Renzi, stabile al 31%, mentre quella nel governo sale dal 28 al 29 per cento.
Secondo l’Istituto Ixè il leader politico che più ispira la fiducia degli italiani rimane il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al 62%.
Nella settimana del viaggio a Cuba e negli Stati Uniti, Papa Francesco veleggia all’85%. Tornando agli esponenti politici, Di Maio è al 27%, Salvini e Grillo al 21%, Berlusconi al 12% e Alfano al 9%.
Questo il quadro completo delle intenzioni di voto (tra parentesi la variazione percentuale sulla settimana precedente): Pd 34,7% (+0,5). M5S 24,2% (+1,1). LEGA NORD 14,6% (-0,3). FI 10,3% (-0,5). SEL 4,8% (-0,1). FDI 3,4% (-0,4). NCD 2,2% (-0,1). PRC 1,1% (+0,1). VERDI 0,7% (-0,2). UDC 0,4% ( = ). SC 0,2% (-0,1).
(da “il Fatto Quotidiano”)
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