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BANCA ETRURIA, IL GOVERNO LIMA DECRETI SUI RIMBORSI: “MERO STRUMENTO PER ALLEVIARE LE PERDITE”

Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile

COSI’ CERCA DI DRIBBLARE I RICORSI ALLA CONSULTA: CHI E’ STATO TRUFFATO DOVRA’ FARE CAUSA CIVILE

Dopo la notizia che si allungano i tempi per gli indennizzi a carico del fondo di solidarietà , sale la tensione nei confronti delle quattro banche salvate dal governo con il decreto del 22 novembre con il risultato di lasciare sul lastrico gli obbligazionisti subordinati.
Questa mattina davanti alla filiale di Banca Etruria di Ponte San Giovanni a Perugia è stato infatti trovato un ordigno rudimentale, a basso potenziale.
Un cliente ha lanciato l’allarme e sono intervenuti gli artificieri dei carabinieri che hanno fatto brillare la piccola bomba e l’hanno disinnescata.
Il pacco sospetto conteneva lattine riempite di chiodi arrugginiti, polvere fertilizzante e batterie per l’innesco. Non è chiaro se sarebbe potuto esplodere, gli accertamenti sono ancora in corso mentre gli investigatori stanno esaminando le immagini delle telecamere di sorveglianza della zona.
Federconsumatori e Adusbef hanno condannato il gesto. “La rabbia deve essere incanalata nelle giuste forme di contestazione. Va condannata senza se e senza ma ogni forma di violenza”, sottolineano le due associazioni, ricordando che saranno in piazza davanti alla Consob il 12 gennaio per protestare contro la mancata vigilanza e tutela dei risparmiatori.
L’episodio è avvenuto il giorno dopo l’indiscrezione che bisognerà  attendere febbraio per l’emanazione dei decreti che devono fissare criteri e parametri delle “modalità  e condizioni di accesso” al fondo da 100 milioni previsto dalla legge di Stabilità  in favore dei risparmiatori che avevano bond subordinati dell’Etruria e di Banca Marche, Cariferrara e Carichieti e hanno perso tutto.
Secondo Il Messaggero, il governo sta cercando una strada per evitare che contro quello che ufficiosamente continua a definire “sostegno umanitario” scattino il veto della Ue o ricorsi che finirebbero avanti alla Corte costituzionale.
Cosa che potrebbe accadere se i risparmiatori che si vedono negare il risarcimento faranno causa appellandosi alla disparità  di trattamento rispetto a chi invece otterrà  qualcosa.
La via di uscita, secondo il quotidiano romano, potrebbe consistere nel mettere a punto i criteri in modo da configurare il fondo come un mero “strumento per alleviare le perdite” di chi aveva investito una percentuale importante dei propri risparmi. Mentre, per i risarcimenti veri e propri, chi è stato truffato dovrà  comunque fare causa civile contro le banche.
In pratica, secondo fonti giuridiche, l’arbitrato sarà  solo una sorta di ‘corsia preferenziale’ rispetto a un parallelo eventuale procedimento civile.
Il giudice, se dovesse essere in corso l’arbitrato, potrebbe rimandare il procedimento al termine del percorso nella camera arbitrale dell’Anac. Questo al netto dei casi di rilevanza penale, cioè truffe o firme false sui documenti.
Intanto il presidente delle quattro nuove banche, Roberto Nicastro, ha deciso di allargare l’incontro previsto con i clienti della sola Banca Etruria a tutti e quattro gli istituti coinvolti spostandolo da Arezzo a Roma e fissandolo per venerdì.
Ci saranno anche gli altri amministratori e la consigliera indipendente Maria Pierdicchi. Di certo le nuove banche vogliono fare il possibile per evitare una fuga dei clienti: dei 12mila obbligazionisti oltre 10mila erano correntisti e l’associazione Vittime del salva banche fin dalla fine di novembre sta consigliando di chiudere i conti e trasferire i soldi in altri istituti.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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CAMPANIA, ASSUNZIONI, CONSULENZE E APPALTI IN CAMBIO DI VOTI: “ECCO COME LA POLITICA HA SPOLPATO IL CONSORZIO RIFIUTI”

Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile

CLU DI NAPOLI E CASERTA: “ASSOCIAZIONE A DELINQUERE BIPARTISAN, UN CARROZZONE DI MALAFFARE”

Fu un saccheggio. Il Consorzio Unico di Bacino dei Rifiuti di Napoli e Caserta (Cub) depredò sull’emergenza spazzatura campana somme a sei zeri, dissipate tra consulenze gonfiate, assunzioni inutili, appalti spacchettati per eludere l’obbligo dei bandi pubblici e favorire le imprese degli amici.
A condizione che tutti i beneficiati portassero consensi e sostegno ai candidati bipartisan di riferimento.
Nelle 84 pagine dell’avviso conclusa indagine della Procura di Santa Maria Capua Vetere si delineano i dettagli dello schema “incarichi in cambio di voti” che ha portato in sofferenza i conti dell’ente, senza risolvere il disastro ambientale sui territorio tra il Napoletano e il Casertano.
Un disastro finito nel mirino anche della Dda di Napoli, che definì il Cub “un carrozzone, regno di collusione e malaffare”.
Una mucca munta e spolpata per sfamare la voracità  della politica, tramite un centro di comando in cui erano rappresentati centrosinistra e centrodestra senza dispiacere nessuno.
Ne facevano parte gli ex vertici del Cub: l’ex direttore Antonio Scialdone, promosso dirigente da semplice dipendente, l’ex sindaco di Villa Literno ed ex consigliere regionale Pd Enrico Fabozzi, l’ex presidente del Cub Enrico Parente e un altro ex direttore del Cub, Giuseppe Venditto.
Una “associazione a delinquere” (lo asserisce il pm Antonella Cantiello) che avrebbe operato sino al 2012.
Fece rumore la candidatura di Michela Pontillo, la moglie di Scialdone, nel centrodestra, lista Caldoro, alle regionali 2010: la Procura le perquisì il comitato elettorale poche ore dopo la chiusura dei seggi.
Secondo un capo di imputazione il direttore del Cub distaccò quattro persone in un “ufficio di direzione” che ufficialmente avrebbe dovuto supportarlo nella gestione amministrativa dell’ente ma che di fatto era impegnato e pagato per fare la campagna elettorale alla signora Pontillo e alla sorella di Scialdone, candidata al consiglio comunale di Vitulazio (Caserta).
Nell’inchiesta è coinvolto, con un ruolo minore, anche l’ex sottosegretario Pdl Nicola Cosentino.
Ed ecco alcune cifre dell’abbuffata, raccolte a caso qua e la e citate solo a mò di esempio, e intascate con “artifici e raggiri”, ovvero secondo il pm con fatture gonfiate su lavori incompiuti o non compiuti affatto: 33.000 euro per il diserbo di Valle di Maddaloni; 36.000 per il diserbo di Castel Campagnano; 45.000 per il diserbo di Castel Morrone; 681.000 euro di appalti a una ditta amica, la Edil Deco, “per lavori mai eseguiti” (scrive la Procura); 150.000 euro a Venditto per un incarico di dirigente fumoso “ed evidentemente fittizio”, 8392 euro di spese di rappresentanza prive di pezze d’appoggio e rendicontazione (in questo mare di sprechi, sembrano una goccia); quasi 11.000 euro per un non chiaro “evento a Vitulazio”; 358.000 euro a una società  di vigilanza di cui era socia la moglie di Scialdone, con numeri degni della protezione della Banca d’Italia e non di un consorzio di provincia (mentre altre guardie in quantità , di un’altra società , venivano inviate a presidiare discariche chiuse, per una spesa di circa 260.000 euro).
Un altro filone riguarda le assunzioni — a raffica — e gli stipendi sontuosi, maturati grazie a retribuzioni ‘una tantum’ di migliaia di euro che andavano ad aggiungersi alla normale busta paga.
C’era chi riusciva a superare in un mese i 10.000 euro. Lavorare al Cub fruttava. Ma bisognava ricordarsi di portare qualche voto in cambio.

Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IN ITALIA LA LAUREA NON BASTA: SOLO UNO SU DUE LAVORA DOPO TRE ANNI

Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile

IN EUROPA SOLO LA GRECIA FA PEGGIO DI NOI, LA MEDIA UE E’ DELL’ 80,5%… SITUAZIONE ANCORA PEGGIORE TRA I DIPLOMATI

La laurea non basta. Almeno in Italia dove solo poco più di metà  dei laureati (52,9%) risulta occupato entro tre anni dal conseguimento del titolo di studio.
In tutta l’Unione europea solo la Grecia fa peggio, mentre secondo le statistiche Eurostat la media dell’Ue a 28 nel 2014 è dell’80,5%.
Per i diplomati la situazione è peggiore con solo il 30,5% che risulta occupato a 3 anni dal titolo (40,2% nei diplomi professionali).
Nel complesso le persone tra i 20 e i 34 anni uscite dal percorso formativo occupate in Italia nel 2014 erano appena il 45% contro il 76% medio in Europa, indietro quindi di oltre trenta punti rispetto l’Ue a 28. In particolare il dato complessivo è lontano da quello tedesco (90%) e britannico (83,2%)   ma anche da quello francese (75,2%).
L’Italia è in ritardo sia sull’occupazione dei diplomati (per i diplomi non professionali si registra appena il 30,5% di occupati a tre anni dal titolo   contro il 59,8% medio Ue e il 67% della Germania) che su quella dei laureati.
Per l’educazione terziaria (dalla laurea breve al dottorato) l’Italia si situa sempre al penultimo posto dopo la Grecia con il 52,9% (93,1% la Germania).
Per l’Italia si è registrato un crollo per la percentuali di occupazione dopo il titolo con la crisi economica e la stretta sull’accesso alla pensione che ha tenuto al lavoro la fascia di età  più anziana.
In particolare tra il 2008 e il 2014 la media di giovani occupati a tre anni dal titolo nell’Unione europea è scesa di otto punti, dall’82% al 76% mentre in Italia è crollata di oltre venti punti dal 65,2% al 45%.
Nello stesso periodo in Germania la percentuale è cresciuta dall’86,5% al 90% mentre in Francia è passata dall’83,1% al 75,2%. Nel Regno Unito la percentuale è rimasta stabile passando dall’83,6% all’83,2%.
In genere i tassi di occupazione dei laureati sono superiori a quelli dei diplomati (questi ultimi risentono del tipo di diploma con un’occupabilità  più alta per i titoli professionali) ma l’Italia è all’ultimo posto in graduatoria nella percentuale di giovani laureati.
Secondo le statistiche Eurostat riferite al 2014 sui giovani nella fascia tra i 30 e i 34 anni gli italiani hanno la maglia nera per l’educazione terziaria con appena il 23,9% di laureati a fronte del 37,9% della media Ue.
Il dato è migliorato rispetto al 19,2% del 2008 ma meno di quanto abbiano fatto in media gli altri paesi Ue (la percentuale era al 31,2% nel 2008 ed è quindi cresciuta di oltre sei punti).

(da agenzie)

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ISIS, CHI RIEMPIE LE CASSE DEL CALIFFO MILIONARIO

Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile

DAGLI SPONSOR DEL GOLFO AI MEDIATORI, DALLE BANCHE AGLI SCAMBI FIDUCIARI

Il capo era un libanese nato e residente in Kuwait, Osama Khayyat.
Sin dalla nascita del Califfato – secondo le ricostruzioni dei giornali locali Al Bayan e Al Jareeda – la sua «cellula» aveva fornito appoggio logistico e finanziario all’Isis. Acquistava in Ucraina le armi, inclusi missili FN-6 – come ha confessato lo stesso Khayyat dopo l’arresto un mese fa – ed effettuava i pagamenti attraverso società  kuwaitiane, spedendo poi il bottino in Siria via Turchia o Iraq.
Ogni mese trasferiva milioni di dollari per il Califfato su conti all’estero tramite Emirati e Turchia.
Secondo il verbale delle indagini, la sua cellula aveva fatto arrivare all’Isis anche tute e maschere anti-gas, reperite legalmente in Kuwait, acquistandole da operai e aziende chimiche nel corso di sei mesi.
Servivano per un piano preciso? «Non lo sappiamo – hanno dichiarato gli arrestati negli interrogatori – Gli ordini dell’organizzazione si eseguono senza discutere».
Insieme al capo, sono stati presi cinque membri della rete: tre siriani, un egiziano e un kuwaitiano.
Altri quattro sono ricercati dall’Interpol: i fratelli australiani di origini libanesi Hisham e Rabie Dhahab e i fratelli siriani Waleed Nassef e Mohammed Tartari, l’uno con il conveniente impiego di bancario a Orfa in Turchia, l’altro responsabile finanziario della cellula.
Il Kuwait è stato sin dall’inizio della guerra in Siria un crocevia dei finanziamenti per i gruppi jihadisti, per via del suo sistema bancario non «tracciabile».
Ogni volta che emerge un nuovo nome di finanziatori del jihad (non necessariamente dell’Isis ma anche di gruppi come Jabhat al Nusra, legato ad Al Qaeda), gli americani chiedono soprattutto a Kuwait e Qatar – alleati nella «guerra al terrore» – di applicare una maggiore trasparenza ai trasferimenti di denaro, finora senza successo.
È importante però notare che, a differenza di Al Qaeda e di altri gruppi, l’Isis ha saputo diversificare le fonti di introito, anche per restare «indipendente» rispetto ai donatori: i finanziamenti dal Golfo sono una piccola parte delle entrate (accanto a petrolio, tasse, confische, traffico di antichità , furti in banca e riscatti), l’8 per cento circa su 80 milioni di dollari che mensilmente finiscono nelle casse del Califfato, dice al Corriere Ludovico Carlino, analista di «IHS Jane’s» e autore di un rapporto sui finanziamenti del gruppo. Una piccola parte, ma assai pericolosa, visti missili e tute chimiche procurati dalla cellula in Kuwait.
I finanziatori sono spesso uomini d’affari ricchissimi e predicatori religiosi di posizioni estremiste – nell’ordine sauditi, kuwaitiani, qatarini, in qualche caso emiratini, secondo il centro studi strategici di Bagdad e alcuni esperti internazionali.
Anche il sito saudita Al Wata n afferma che i privati del Regno sono al primo posto nel fare affluire soldi nelle casse dell’Isis. Benchè Paesi come il Qatar appoggino altri gruppi jihadisti, in particolare Al Nusra, ciò non significa che singole moschee o privati con idee diverse non possano finanziare il Califfato, sottolinea Carlino.
Spesso i media di Paesi rivali nella regione si lanciano accuse reciproche. Il Centro studi strategici di Al Ahram in Egitto e il quotidiano Al Khaleej degli Emirati puntano il dito contro il Qatar, mentre siti libanesi vicini al regime di Damasco accusano l’intelligence saudita.
Pochi giorni fa, l’Emiro Hassan di Giordania ha detto alla TV France24 : «Se non sono i Paesi del Golfo a finanziare Daesh, chi sarebbe a farlo?».
I nomi dei finanziatori sono raramente resi pubblici, tranne che nelle liste delle sanzioni del dipartimento del Tesoro Usa.
Sono piuttosto chiari però i meccanismi attraverso cui avvengono le «donazioni».
«Si tratta di somme molto alte, dell’ordine di dieci milioni di dollari al mese – afferma il sito iracheno Annabà  citando il centro studi di Bagdad – e vengono trasferite tramite società  legali in Paesi europei e nei paradisi fiscali. Molti di questi conti hanno coperto l’acquisto di armamenti e attrezzature, comprati in modo legale, poi spediti a società  di copertura in Turchia e infine trasferiti in Siria e Iraq».
Spesso la raccolta di fondi avviene nelle moschee alla conclusione delle preghiere collettive, ed è gestita da opere di carità  e organizzazioni non governative regolarmente registrate e attive in molti paesi poveri.
Lo slogan: «Sostenere i fratelli musulmani che combattono contro lo straniero e contro i nemici della fede».
La motivazione di molti finanziatori, infatti, è contrastare l’influenza dell’Iran nella regione, come ha detto al Corriere in un’intervista all’ultimo piano del suo grattacielo il miliardario kuwaitiano ed ex parlamentare salafita Khaled Salman.
«Non vedete come gli sciiti uccidono i bambini sunniti in Siria?». Per far arrivare i soldi a destinazione, a volte si usa il sistema bancario: conti correnti creati usando un prestanome o società  turche di comodo (sistema già  usato per il riciclaggio di denaro sporco e per evadere le tasse, che si rivela ora funzionale per il Califfato e i suoi collaboratori turchi). Oppure tramite agenzie di cambio: «Basta una password per ritirare il denaro, il codice si può ricevere anche via WhatsApp», spiega Carlino.
O meglio ancora, in contanti: i corrieri vanno direttamente in Siria col denaro, o lo «spostano senza spostarlo» col sistema dell’ hawala (scambi basati sulla fiducia che non lasciano traccia: qualcuno consegna una cifra in un luogo, e viene compensata parallelamente a qualcun altro altrove).
Una risoluzione Onu ha appena chiesto ai singoli Paesi di fare di più per combattere ogni forma di finanziamento all’Isis.
In Kuwait si annuncia una legge per controllare la raccolta di fondi e della zakat (la tassa islamica) sia nelle aziende private che nelle moschee; ma è un annuncio già  fatto in passato che finora non ha portato a nulla.
In Arabia Saudita lo scorso giugno sono state approvate norme più restrittive: vietato aprire conti per raccogliere fondi senza un’autorizzazione scritta governativa.
Chiunque lo faccia «sarà  perseguito penalmente, saranno confiscate le somme raccolte e messe sotto sequestro giudiziario tutte le sue proprietà ».
Nei primi otto mesi del 2015 sono stati congelati i depositi e sequestrati i patrimoni di individui e associazioni che avevano raccolto 34 milioni di dollari per l’Isis (nelle confische la città  di Riad è al primo posto)
Ma un problema oggettivo sta nel fatto che, nonostante i controlli più severi sui trasferimenti bancari, è sempre possibile usare l’ hawala .
«Siamo abituati a pensare al denaro come qualcosa che si muove virtualmente – spiega Carlino – ma se si muove in contanti non hai la possibilità  di fermarlo».

Viviana Mazza
(da “il Corriere della Sera“)

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MORTO VALERIO ZANONE: FU MINISTRO E SINDACO DI TORINO

Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile

ESPONENTE STORICO DEL PARTITO LIBERALE, SI DEFINIVA “DEMOCRATICO, LAICO, EUROPEISTA, SOCIALE”

E’ morto stamattina, nella sua casa di Roma, Valerio Zanone, una delle figure di maggior spessore di quella che Mani Pulite archiviò come Prima Repubblica. Definizione che tende a inquinare con una connotazione deteriore il profilo di chiunque venga ad essa riportato. Invece è importante operare dei distinguo, soprattutto nel momento dell’ultimo ricordo.
Zanone non è stato un leader buono per tutte le stagioni, ma un intellettuale coerente con la sua visione dell’idea liberale: laicista, europeista, sociale.
Un liberaldemocratico della tradizione piemontese, Valerio Zanone, puro e anomalo, sin dalla contestazione iniziale di Malagodi a metà  degli anni Sessanta. Contro la concezione elitaria del liberalismo.
Valerio Zanone, malato da più di un anno, avrebbe compiuto 80 anni il 22 gennaio. Torinese, per 10 anni è stato segretario del Partito Liberale, più volte ministro, sindaco di Torino dal 1990 al 1992 e parlamentare per sei legislature, presidente della Fondazione “Luigi Einaudi” di Roma per gli studi di economia e politica.
Dopo la fine del Pli, l’attività  politica di Zanone è proseguita anche nel rivoluzionato panorama politico post Tangentopoli. Da presidente della Federazione dei Liberali ha preso parte alla fondazione dell’Ulivo di Romano Prodi. E’ stato nella Margherita con Francesco Rutelli, mai con il centrodestra. E all’idea liberale ha dedicato sempre il suo impegno politico.
I 50 anni di politica di Zanone hanno dunque attraversato la storia d’Italia durante la prima e la seconda Repubblica.
E’ consigliere regionale del Piemonte dal 1970, segretario del Partito liberale italiano dal 1976 al 1985, dopo Malagodi.
Sono gli anni della lotta al terrorismo, ma anche dell’alleanza dei liberali con i socialisti di Bettino Craxi, fissata nella storia della politica italiana con il sofferto referendum per l’abolizione della scala mobile, che svincola la dinamica degli stipendi dall’andamento dell’inflazione. Zanone è ministro tra il 1985 e il 1989 nei governi presieduti da Craxi (Ecologia, 1983-86, e Industria, 1986-87), De Mita e Goria (alla Difesa in entrambe le esperienze, 1987-89).
Nel 1986, da ministro dell’Ecologia, firma la legge istitutiva del ministero dell’Ambiente, una tra le prime in Europa.
Passato nello stesso anno al dicastero dell’Industria, organizza la Conferenza nazionale dell’energia sulla questione del nucleare, presieduta dall’ex governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi.
Da ministro della Difesa affronta la prima missione militare italiana nel Golfo Persico. Nel 1990 è eletto sindaco di Torino, incarico che lascia nel 1992 per tornare in Parlamento. Zanone è deputato dal 1976 per 18 anni e cinque legislature, fino al 1994. Nel 1992, Zanone ammette di aver aderito all’inizio degli anni Settanta a una loggia massonica, la “Augusta Taurinorum” di Torino.
Dopo le dimissioni dal Pli dà  vita all’Unione Liberaldemocratica, vicino al centrosinistra, un piccolo movimento presente soprattutto in Piemonte. In vista delle elezioni politiche del 1994, con Berlusconi che scende in campo promettendo il suo “miracolo italiano”, Zanone si schiera con Mariotto Segni e il suo Patto di Rinascita Nazionale, detto poi Patto Segni, contestando la deriva berlusconiana di alcuni ex-liberali.
Dieci anni dopo, nel novembre 2004, si stacca dalla Federazione dei Liberali e aderisce alla Margherita, dando vita all’Associazione per la Democrazia Liberale, il cui obiettivo è di fermare la diaspora e compattare i liberali sparsi nei vari partiti del centrosinistra in modo da contribuire “con iniziative di segno schiettamente liberale al progetto dell’alternativa riformista”.
Così, dopo 12 anni fuori dall’impegno parlamentare ma non dalla politica, nel 2006 Zanone torna in Parlamento e vi resta per due anni, eletto al Senato nella lista della Margherita per la regione Lombardia, assumendo poi l’incarico di vice presidente della 4 ª Commissione permanente (Difesa).
Nel maggio del 2010 annuncia la sua adesione a Alleanza per l’Italia di Rutelli, tramite la promozione e costituzione del Comitato Liberale di Alleanza per l’Italia. Malgrado la malattia, dà  fondo a ogni energia nell’ultima sua battaglia politica, insieme a Roberto Einaudi: evitare che la Fondazione Luigi Einaudi di Roma, fondata da Giovanni Malagodi nel 1962 e di cui è per anni presidente, finisca sotto il controllo di Silvio Berlusconi e di Forza Italia. Perchè “mai con la destra”.
Valerio Zanone voleva essere ricordato come “democratico, laico, europeista, sociale”. Ma per la sua lapide, al cimitero monumentale di Torino, ha scelto una parola: “Liberale”.

(da “La Repubblica”)

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LA LEGALITA’ NON PUO’ ESSERE PRIVATIZZATA

Gennaio 7th, 2016 Riccardo Fucile

LA POLITICA NON SI MORALIZZA CHIEDENDO UN CERTIFICATO PENALE

Quanto sta emergendo rispetto ai “fatti di Quarto e del ‪M5S‬, dimostra che per moralizzare la politica, prevenire certe infiltrazioni ed essere sicuri dell’onestà  di un candidato, non basta – e non possono bastare – l’acquisizione di un certificato penale o “dei carichi pendenti”.
Le barriere vanno definite in modo più efficace ed efficiente.
Da certi punti di vista, la Campania e’ “terra bellissima ma maligna assai” ed il fenomeno riguarda l’intera penisola: mafia e camorra sono ovunque…
Penso a De Magistris. Non è stato un grande sindaco, però, come prevenire le infiltrazioni, lo sapeva e l’ha fatto.
Vero, ha compiuto scelte gestionali discutibili sul piano politico ed anche programmatico, ma di base c’è sempre stata l’onesta’ dell’azione…
Forse anche cambiare giunta in continuazione e’ stato funzionale all’elisione/prevenzione di possibili infiltrazioni. Chissà …
Probabilmente, se io fossi stato – o fossi – Sindaco di Napoli, avrei fatto (e farei) lo stesso…
Una cosa è certa comunque. Cantone ha ragione: “se un certo male e’ così diffuso, la politica e le Istituzioni devono farsi carico di trovare l’antidoto. Ed il problema è generale.
Quanta “mazzamma” (per usare un’espressione di contesto) ci sarà  nel centro-destra e nel centro-sinistra? Immagino a iosa, sempre misto alla gente perbene, quella che “ci crede davvero”…
Uno Stato debole e poco presente. Uno Stato che non da risposte e che, invece, vessa e tartassa, altresì imponendo assurdi benefici di casta, non serve proprio a nulla. Vorrei meno Stato: vero. Ma dove serve lo vorrei mastodontico.
La legalità  non è “un bene” che è possibile privatizzare…

Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale

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