Febbraio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
IN UNA LETTERA I COMITATI RICORDANO “TUTTI I DANNI, LE SPECULAZIONI E LE INGIUSTIZIE” CHE L’EX CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE HA CAUSATO ALLA CITTA’
A poco più di 40 giorni dal settimo anniversario del sisma che ha devastato L’Aquila, alcuni comitati e associazioni locali scrivono una lettera aperta ai romani per raccontare “tutti i danni, le speculazioni e le ingiustizie che ha causato Guido Bertolaso sul territorio”.
“Bertolaso ma non ti vergogni neanche un po’?”, in merito alla sua candidatura a sindaco della capitale.
Tutto questo, mentre Guido Bertolaso al videoforum di Repubblica Tv definiva Roma “una città terremotata da ricostruire, non me ne vogliano i cittadini aquilani”.
Nella missiva si parla, per capitoli, di “menzogne, repressione, speculazione e ipocrisia”.
Tra le prime trova collocazione l’organizzazione all’Aquila, il 30 marzo 2009, della Commissione Grandi Rischi, per “effetto della quale molte persone sono rimaste serene nelle proprie case la notte del terremoto”, poi “la grottesca idea del G8” e “la favola ‘dalle tende alle case'”.
“Fin da subito dopo il terremoto – si prosegue – Bertolaso, commissario per l’emergenza, ha utilizzato i suoi poteri per ostacolare in tutti i modi la partecipazione della popolazione, vietando assemblee e volantinaggi nelle tendopoli, trasferendo metà della popolazione in altre regioni, e reprimendo ogni tipo di protesta, grazie alla complicità del prefetto e vice commissario Franco Gabrielli”.
“Con le palazzine del Progetto Case e le sue 19 ‘new town’ – scrivono comitati e associazioni – Bertolaso ha contribuito alla devastazione del territorio aquilano, occupando 460 ettari fuori città e favorendo, grazie alla deroga sugli appalti dovuta all’ emergenza, le imprese che hanno costruito tali alloggi ad un costo intorno ai 3mila euro a metro quadro. Dopo cinque anni in alcuni di questi sono crollati i balconi e senza che ci fosse bisogno di un terremoto”.
“L’ex capo della Protezione civile chieda scusa a tutti gli abitanti dell’Aquila che, purtroppo, sanno cosa significa vivere in una vera città terremotata .Bertolaso non faccia sciacallaggio mediatico sui terremotati per qualche voto in più.”
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
“BENE LE RIFORME, MA LA STELLA STA RAPIDAMENTE SBIADENDO”
In due anni Matteo Renzi è riuscito a dare all’Italia ciò di cui aveva bisogno? 
Provano a chiederselo alcuni giornali stranieri, come Guardian, Figaro, Irish Times e altri nel tracciare un bilancio sul mandato del premier fiorentino.
Quasi tutte le testate straniere che hanno deciso di commentare il percorso del nostro governo concordano nella riuscita di Renzi su alcuni passaggi principali – in primis le riforme – ma la paura è che la stella di Matteo, piena di ambizioni, stia con il passare dei giorni a Palazzo Chigi lentamente “sbiadendo”.
Per Figaro “Il ‘super-riformista’ Renzi scuote l’Italia”. Il giornale francese dice che il premier italiano “ha fatto percorrere più strada all’Italia negli ultimi due anni che nei trent’anni precedenti”. Anche però si chiede se durerà a lungo. “E se la stella di Matteo Renzi stesse impallidendo?”, scrive il giornale, aggiungendo che oggi il governo si trova a dover “fronteggiare una crescita ancora debole”.
L’Irish time concorda con la spinta propulsiva di Renzi soprattutto sulle riforme ma teme che, in una marea di “promesse”, il successo del premier rimanga pallido rispetto alle ambizioni italiane di crescita e sviluppo
Analisi più approfondita sul Guardian che per decretare o meno la riuscita dei due anni renziani ha spacchettato gli obiettivi del governo italiano fra quelli “raggiunti” e “non raggiunti”: più o meno un pareggio.
Per il quotidiano britannico Renzi è riuscito a rafforzare l’economia del paese (“in crescita anche se a un ritmo lento”) grazie anche all’aiuto a distanza di un altro italiano, il presidente della Bce Mario Draghi.
Positivo anche il giudizio sulle riforme e i segnali di progresso in tal senso. Anche la credibilità dell’Italia all’estero, nel dopo Berlusconi, per il Guardian è “cresciuta grazie a Renzi” (vedi Expo).
Altri due punti a favore del presidente del consiglio sono le “politiche sulla diversità di genere” (l’impegno per le il ruolo delle donne in particolare) e la voce forte di Renzi nei confronti dell’Ue nelle politiche anti austerity.
Proprio dall’Ue però inizia, per il Guardian, una serie di negatività da accostare al successo renziano.
Fra questi ad esempio l’incapacità di Matteo di contenere o esaminare le polemiche anti austerity e il crescente “populismo anti-Ue”.
Secondo punto, in fase di discussione in Aula in questi giorni, è quello sulle unioni civili. “L’Italia è l’unico grande paese nella parte occidentale d’Europa che non risconosce unioni civili o matrimoni gay”.
Il ddl Cirinnà sarà dunque, per il Guardian, ago della bilancia per capire se in tema di diritti “Renzi riuscirò a modernizzare l’Italia”.
Infine, altri tre passaggi dolenti sottolineati dagli inglesi: la crisi dei migranti, la situazione delle banche e il Sud Italia.
Questi tre macro temi sono, a detta del quotidiano britannico, i tre talloni d’Achille del premier.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
IL GOVERNO NON SMENTISCE
Il governo italiano il mese scorso ha dato il via libera alla partenza di droni armati statunitensi dalla base siciliana di Sigonella per operazioni militari contro lo Stato islamico in Libia e in Nord Africa.
Lo riferiscono fonti ufficiali Usa citate dal Wall Street Journal, secondo cui si tratta di una svolta dopo oltre un anno di negoziati.
La luce verde di Roma, riferisce il quotidiano, è arrivata a una condizione: possono essere usati “solo a scopo di difesa, per proteggere le operazioni delle forze speciali Usa in Libia”:
Dal 2011 gli Stati Uniti stanno cercando di convincere il governo italiano a dare all’esercito Usa la possibilità di far decollare droni dalla base di Sigonella anche per azioni di attacco, come quella condotta venerdì scorso contro un campo di addestramento del gruppo dello stato islamico in Libia.
Ma come ricorda il Wall Street Journal, il governo italiano continua a essere scettico su questa possibilità temendo una forte opposizione anti-guerra interna al paese. Soprattutto perchè ci potrebbero essere errori che magari coinvolgono civili.
Per ora gli uomini vicino a Matteo Renzi non hanno commentato.
Fino al mese scorso – e dal 2011 – i droni in partenza da Sigonella venivano usati solo per compiti di sorveglianza.
Il Wall Street Journal sottolinea però che la concessione italiana arriva proprio in un momento fondamentale della guerra contro il gruppo dello stato islamico. L’amministrazione Obama infatti sta prendendo in considerazione una strategia più globale nei confronti dei miliziani dell’Isis in Libia, che peraltro negli ultimi mesi sono raddoppiati arrivando a quota 6.500.
Secondo gli stessi funzionari americani, questa volontà potrebbe portare ad una campagna in cui una piccola coalizione conduce attacchi aerei sostenuti sul campo dal lavoro congiunto delle forze specializzate e di quelle libiche.
Di sicuro nè gli Stati Uniti, nè gli alleati (Italia, Francia, Regno unito) vogliono iniziare una guerra sul campo contro l’Isis.
E per questo gli sforzi si stanno concentrando (con l’aiuto delle Nazioni Unite) sulla formazione di un governo di unità nazionale che renda il paese più stabile, sulla formazione dell’esercito del paese e infine su raid aerei contro i centri di potere dei terroristi in nordafrica.
Sia il Regno Unito che la Francia hanno detto pubblicamente che contribuiranno alla missione in Libia solo quando ci sarà un governo di unità , mentre l’Italia ha fatto capire che potrebbe mandare 5.000 militari solo allo scopo di stabilizzare il paese.
Ma finora il governo libico – nonostante gli sforzi internazionali – non è ancora nato.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
“PRECARIATO AI MASSIMI STORICI E RIPRESA MODESTRA: SU 764.000 CONTRATTI IN PIU’ 578.000 SONO TRASFORMAZIONI, NEL 2012 ERANO DI PIU'”…”IL VERO DRAMMA SONO 3 MILIONI DI ITALIANI CHE LAVORANO SENZA CONTRATTO E ALTRI 3 MILIONI CHE HANNO SMESSO DI CERCARE UN POSTO”
Il precariato è al massimo storico, la ripresa occupazionale è modesta, la narrazione del governo è “al servizio della conservazione del potere”.
E’ questo il bilancio che Luca Ricolfi, sociologo e docente di analisi dei dati all’Università di Torino, traccia del Jobs act un anno dopo l’entrata in vigore dei primi decreti della riforma.
Il capo del governo “sembra non comprendere il significato delle statistiche di cui parla”, attacca il professore mentre Matteo Renzi si appresta proprio lunedì, a 24 mesi dal suo insediamento, ad andare in visita alla Walter Tosto, azienda che produce macchinari per il settore petrolifero e “ha assunto con il Jobs Act”.
Una settimana fa il premier aveva esultato per i 764mila contratti stabili in più certificati dall’Inps, ma l’interpretazione di quei dati fornita da Ricolfi è decisamente diversa.
Il governo sta celebrando i suoi due anni di mandato. Anche il ministero del Lavoro ha pubblicato una presentazione dove rivendica le “buone cose per il nostro Paese”, dal Jobs act a Garanzia giovani. Che idea si è fatto della narrazione che l’esecutivo sta facendo sui numeri del lavoro?
Questo è un governo come gli altri. Narrava Berlusconi, narrava Prodi, narrava Monti, narrava Letta. E le loro narrazioni erano implacabilmente al servizio della conservazione del potere, non certo della verità . Perchè dovrebbe essere diverso sotto Renzi?
Lo slogan utilizzato dal governo per il Jobs act è: “Meno precarietà , più lavoro stabile”. Il Jobs act è stato in grado di ridurre l’occupazione precaria?
No, durante il 2015 il tasso di occupazione precaria, ossia la quota dei lavoratori dipendenti con contratti temporanei, ha raggiunto il massimo storico da quando esiste questa statistica (dal 2004), superando il 14%. Bisogna dire, tuttavia, che da settembre dell’anno scorso il tasso di occupazione precaria ha cominciato a ridursi, sia pure di pochi decimali.
Dopo gli ultimi dati Inps sui contratti, Renzi ha commentato: “+764mila contratti stabili nel primo anno di #jobsact. Amici gufi, siete ancora sicuri che non funzioni?”. L’aumento del tempo indeterminato è merito del Jobs act o degli sgravi?
Renzi sembra non comprendere il significato delle statistiche di cui parla. I 764mila posti stabili in più sono la somma fra il numero delle trasformazioni (578mila) e il saldo fra assunzioni e cessazioni (186mila). Per quanto riguarda le trasformazioni, è vero che quelle del 2015 sono state molte di più di quelle del 2013 e del 2014, ma se risaliamo anche solo al 2012 (l’anno di Monti) le trasformazioni erano state oltre 600mila, ossia un po’ di più di quelle vantate dal governo per il miracoloso 2015. E questo nonostante quello di Monti sia stato un anno di recessione. Resterebbe il saldo di 186mila contratti stabili in più. Duecentomila occupati stabili in più non sono tantissimi, ma comunque sono un progresso rispetto alle dinamiche degli anni scorsi.
A che cosa sono dovuti?
Per ora posso solo esprimere un’opinione: il contratto a tutele crescenti è molto meno importante della decontribuzione, e la modesta ripresa occupazionale in atto si deve innanzitutto al fatto che il Pil è tornato a crescere, più che a specifiche norme volte a favorire l’occupazione. Ma forse la misura più incisiva varata negli ultimi due anni è quella di cui nessuno parla.
Quale misura?
Il decreto Poletti del marzo 2014, che liberalizzava le assunzioni a termine, permettendo molteplici rinnovi. Questa misura va in direzione opposta a quella del Jobs Act, perchè incentiva le assunzioni a tempo determinato. Quando si fa un bilancio del 2015 bisognerebbe considerare anche il saldo dei contratti precari (420mila), non solo di quelli stabili (186mila). L’aumento del tasso di occupazione precaria registrato dall’Istat si spiega con l’esplosione delle assunzioni a tempo determinato, che a sua volta potrebbe essere stato favorito dal decreto Poletti. Che poi una parte dei contratti a termine siano stati trasformati in contratti stabili non basta a modificare la dinamica profonda del mercato del lavoro. Alla formazione di posti di lavoro stabili si è affiancata una formazione di posti di lavoro precari, di cui si ha meno voglia di parlare.
Finora è valsa la pena di spendere gli 1,8 miliardi di euro della decontribuzione per raggiungere questi risultati?
No, non ne è valsa la pena, anche perchè i miliardi sono almeno 12: il costo della decontribuzione è stato valutato in 5 + 5 miliardi nel biennio 2016-2017.
C’è il rischio che il mercato del lavoro sia stato drogato dagli incentivi? E che l’occupazione si sgonfi quando verranno meno?
E’ quello che temiamo tutti. Il test decisivo sarà il primo trimestre del 2016, i cui dati saranno disponibili a maggio. A quel punto si scoprirà se la modesta crescita di occupazione registrata nel corso del 2015 proseguirà , magari rafforzandosi, o si sgonfierà , perchè era artificialmente sostenuta dagli incentivi. L’unica cosa che mi sento di dire, per ora, è che l’ultimo mese del 2015 ha pienamente confermato la profezia che fece Tito Boeri, e cioè che le assunzioni si sarebbero concentrate all’inizio e alla fine del 2015. Insomma, quella del 2015 potrebbe rivelarsi una piccola “bolla occupazionale”. Ma speriamo di no…
Quanto hanno influito i fattori macroeconomici (basso prezzo del petrolio, cambio euro/dollaro favorevole, quantitative easing) sul mercato del lavoro italiano?
Secondo la maggior parte degli studiosi i tre “propulsori” esogeni della nostra economia dovevano portare almeno 1 punto di crescita del Pil in più. Dato che, invece, siamo cresciuti solo dello 0,7%, vuol dire che senza quella spinta il nostro Pil avrebbe continuato a scendere anche nel 2015. Ma noi preferiamo raccontarci che “l’Italia ha svoltato”.
Quali misure servono per una ripresa strutturale del mercato del lavoro?
Una misura, il Job Italia, l’avevo proposta un paio di anni fa, come Fondazione David Hume e come La Stampa, ai tempi in cui scrivevo sul quotidiano torinese. L’idea è piuttosto semplice. Se prevediamo una decontribuzione ancora più forte di quella introdotta nel 2015, ma diamo il beneficio solo alle imprese che aumentano l’occupazione, creiamo abbastanza posti di lavoro aggiuntivi da rendere autofinanziante il provvedimento: più posti di lavoro, infatti, significano più reddito, e più reddito significa più gettito fiscale. Però l’idea del Job Italia non era “combattere il dramma dell’occupazione precaria”. Il “dramma dei precari” è una costruzione mediatico-politica, molto di moda da una decina d’anni, che è stata usata per nascondere il vero dramma di questo paese.
Quale dramma?
Il dramma dell’Italia non è che meno di 3 milioni di persone lavorino con contratti a tempo determinato, ma è che una cifra analoga se non superiore di lavoratori, spesso immigrati, lavorino completamente senza contratto, che altri 3 milioni di persone cerchino un lavoro senza trovarlo, e altri 3 milioni ancora un lavoro manco lo cerchino, perchè hanno perso la speranza di trovarlo. Ho chiamato Terza società questo esercito di 10 milioni di persone di cui nessuno si occupa, e che fanno la vera differenza fra l’Italia e la maggior parte dei Paesi avanzati.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
DURA CRITICA ALLA VITA PRIVATA E ALLA CONDOTTA POLITICA DI BERLUSCONI: “CI SENTIAMO TRADITI”… SE NE SONO ACCORTI SOLO ORA?
I giovani di Forza Italia dicono addio a Silvio Berlusconi. 
Il Movimento giovanile “Azzurra Libertà “, formato da circa 3 mila ragazzi tra i 18 e i 28 anni, ha annunciato in un comunicato la separazione dalle linee di Forza Italia.
“Alla base della decisione – spiega il presidente Andrea Zappacosta – l’influenza negativa della vita privata del Presidente Berlusconi sull’attività politica del partito, l’assenza di una reale volontà di costruire un progetto al fianco dei giovani, nonostante i ripetuti tentativi fatti dal Movimento per ricercare una collaborazione fattiva con la vecchia classe dirigente e, infine, l’impossibilità di condividere ulteriormente la linea politica assunta da Forza Italia, in particolare il mancato sostegno alle riforme proposte dal Governo Renzi, a loro tempo sottoscritte dal partito di Berlusconi”.
Il presidente di Azzurra Libertà sottolinea che i giovani si sentono “traditi da una Forza Italia e da un Presidente Berlusconi che in privato sono l’esatto opposto di ciò che vogliono apparire in pubblico. Un partito che, a nostre spese, abbiamo scoperto essere interamente dominato dagli interessi e dalla trambusta vita privata di un leader, cosa che impedisce un morale e sano sviluppo dell’attività politica dei giovani”.
Per Azzurra Libertà non è tuttavia il capolinea.
“Rimarremo impegnati in politica continuando a promuovere i valori di tutti i giovani che, come noi, intendono avvicinarsi alla politica attiva. Nei prossimi giorni decideremo insieme a tutti gli aderenti in quali forme continuare il nostro impegno e se esistono compagni di strada affidabili per condividere i principi in cui ci riconosciamo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
LE COMICHE DEL VOLTAGABBANA: ORA BERTOLASO NON VA PIU’ BENE CON LA SCUSA DELLA RUSPA
La candidatura a sindaco di Roma di Guido Bertolaso, appoggiata da Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, deve superare più di un’ostilità interna al centrodestra: dalle perplessità di Matteo Salvini alla concorrenza di Francesco Storace e Alfio Marchini, che aspirano entrambi al Campidoglio. E allora qual è il piano dell’ex capo della Protezione civile?
Guido Bertolaso, ospite del videoforum di Repubblica Tv, risponde alle doamnde della giornalista
I romani devono esprimersi nei gazebi di Salvini.
Vedremo quanti andranno e cosa diranno. Temo che andranno quelli vicini ad altri candidati. Ma è ammissibile, siamo in democrazia.
Passo indietro: come si è arrivati alla sua candidatura?
Ero stato in Sierra Leone, medici cattolici me lo avevano chiesto. C’ero già stato per l’ebola. Quest’anno dovevo governare un reparto di pediatria con 130 bambini. Rientrato poco dopo le feste, sono stato prelevato direttamente in aeroporto e accompagnato da Berlusconi. Sequestrato. Ho visto Silvio, mi ha chiesto la disponibilità . Io ho posto come condizione che vi fosse ampio consenso nel centrodestra. Mi sembrava una buona idea.
Lei ci riflette, poi ha un problema familiare e sembra propendere per il “no”. Poi il problema si allevia e torna sulla sua decisione. Intanto arriva anche il “sì” della Meloni, non quello di Salvini. Ma con Salvini si era sentito?
Ero a Londra, contento della fase positiva della vicenda familiare. Non pensavo più alla candidatura, ma tutti e tre, Berlusconi, Meloni e Salvini, me lo hanno chiesto, insieme. E ho parlato con Meloni ma anche con Salvini. “Caro Matteo, mi lusinga che tu mi abbia indicato. Ci sono problemi da risolvere”. E lui: “Sì, punto su di te per vincere”. Allora ho chiamato Silvio e ho detto: “ok”.
Ma poi lei rilascia un’intervista a Radio Capital: e sui rom, dal punto di vista di Salvini, è troppo morbido.
Ero sempre a Londra, arriva la telefonata di Capital. Sui rom io ho detto solo che sono una società vessata. Ma non mi riferivo all’oggi, mi riferivo alla storia. Nel passato ha subito persecuzioni. Ma non ho detto che i rom sono una priorità . E insieme alle ruspe ci sono altri sistemi. Ad esempio, inserirli nella società . Il problema è che i campi rom vengono abbandonati a se stessi. E per mangiare fanno operazioni illegali. Banbini usati per rubare.
Cosa penserebbe di fare?
Ieri ho letto che il Comune di Roma ha emesso un bando per dare la possibilità ai campi rom di fare commercio e attività produttive. Praticamente dei mercatini, in cui potrebbero vendere la merce rubata. C’è qualcosa da rivedere. Ma Salvini non ha protestato contro questo bando. Il problema va affrontato nel suo complesso e sto studiando le soluzioni. E credo che la mia storia mi permetta di immaginare soluzioni.
Della sua storia parleremo, ma rimaniamo su Salvini: oggi sul Corriere afferma che “il progetto di Bertolaso non è nè chiaro nè condiviso.
Roma è una città bombardata. Non si offendano i “concittadini” de L’Aquila, ma Roma è terremotata. Chi la ricostruisce? Salvini e i suoi partner? O chi si è gettato nella mischia anche in passato, pagando anche personalmente? Io lavoro per ricostruire la città più bella del mondo e dove la gente è disperata. Tutti a fare promesse, nessuno ha mantenuto gli impegni. Io ho una grande colpa: quando prendo un’impegno lo porto fino in fondo, anche a costo di pagarne le conseguenze.
Lei è accusato omicidio colposo, falso e truffa.
Mi ritengo totralmente estraneo a queste accuse. Entrambi i processi verranno prescritti, uno a maggio, uno a ottobre. E ho detto anche che rinuncio alla prescrizione, che voglio una sentenza. Voglio che qualcuno dica se sono innocente o colpevole.
Ps Peccato non dica cosa farebbe se fosse ritenuto colpevole…
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
SONDAGGIO LORIEN: PERCENTUALI IN COSTANTE AUMENTO PER IL RICONOSCIMENTO DELLE UNIONI CIVILI
Stando alle ultime rilevazioni sugli orientamenti di voto condotte da Lorien, si nota,
innanzitutto, la capillarità raggiunta dalla discussione in merito al disegno di legge sulle unioni gay: ne ha sentito parlare il 90% degli italiani.
Contestualmente, risulta un aumento dei consensi sia a proposito dell’approvazione di una legge per le “coppie di fatto” eterosessuali, sia una forte crescita del fronti di coloro che sono favorevoli a un provvedimento che istituisca le unioni civili per le coppie omosessuali.
Rimane il nodo della stepchild adoption: la percentuale di chi voterebbe la legge Cirinnà con l’adozione del figliastro è arrivata al 60%, senza la norma contestata al 66%.
Il 74% ritiene giusto dare libertà di coscienza sul tema ai parlamentari.
Per quanto riguarda il trend dei partiti, il Pd vede un lieve aumento dei propri consensi passando in circa un mese dal 32% al 33,8%.
Evidente, invece, il calo del M5S che dal 19 gennaio al 17 febbraio ha perso poco meno di 3 punti di percentuale.
In calo, di quasi un punto, la Lega Nord; se ne avvantaggia Forza Italia che passa dal 9,5% al 10,9%.
Per quanto riguarda l’attualità , stando alle interviste realizzate dalla società di market research, questa settimana gli argomenti che hanno maggiormente catturato l’attenzione degli italiani sono stati lo sbarco dei profughi (34%) e l’incontro a Cuba tra Papa Francesco e Kirill, il patriarca ortodosso di Mosca (26%).
I negoziati di pace per la Siria occupano la terza posizione tra le notizie che più hanno colpito gli italiani (25%), seguiti a stretto giro dagli attentati legati allo Stato Islamico (24%). Il dibattito sulla Legge Cirinnà si ferma al 20%.
(da “Termometro politico”)
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Febbraio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
RICERCA UNIVERSITA’ DI TORINO: “NON E’ LA NORMATIVA A FAVORIRE LA CORRUZIONE, MA LE COMPLICITA’ NELLE STAZIONI APPALTANTI”
In Europa le costruzioni e la sanità sono i settori più esposti alla corruzione e al crimine organizzato.
Nell’ambito della salute pubblica in particolare, i Paesi più a rischio sono l’Italia e il Polonia.
A dimostrarlo, a pochi giorni dal nuovo scandalo tangenti nella sanità lombarda, una ricerca dell’Università di Torino sulla vulnerabillità degli appalti pubblici di 25 Paesi membri dell’Ue (sono esclusi Belgio, Cipro e Grecia), intitolata “Warning on Crime” e realizzato dalle ricercatrici Valeria Ferraris, Caterina Mazza and Laura Scomparin. Secondo lo studio, presentato lunedì 22 febbraio nell’ateneo piemontese, tutti gli appalti pubblici europei sono permeabili alla criminalità , ma la disomogeneità delle norme tra gli Stati e la scarsa attenzione dei decisori pubblici può addirittura peggiorare la situazione attuale, creando in Europa nuove opportunità per gli affari criminali.
Gli appalti pubblici rappresentano una gigantesca attrazione per gli appetiti delle organizzazioni criminali e dei colletti bianchi.
La spesa per beni, opere e servizi ammonta da sola, ogni anno, a un quinto del Pil dell’Unione. Non tutti i settori sono però uguali.
Costruzione e salute sono quelli che impiegano la quota maggiore dei finanziamenti e anche per questo rappresentano il tallone d’Achille d’Europa.
Nel caso della sanità il rischio è rappresentato soprattutto dalle alleanze opache che si instaurano tra soggetto pubblico e interessi privati.
“Gli appalti per le forniture mediche sono destinati a una ristretta cerchia di operatori del settore” si legge nella ricerca.
“E’ molto interessante rilevare che quasi mai questi appalti vengono assegnati a fornitori stranieri”.
I contratti transfrontalieri rappresentano solo il 2,48% del valore complessivo dei contratti per la fornitura di attrezzature mediche, prodotti farmaceutici e prodotti per la cura delle persone. Sintomo di assenza di una vera concorrenza e dell’importanza delle intese personali tra acquirenti e fornitori. Non a caso nel settore “collusioni, cartelli d’impresa e frodi sono pratiche comuni”.
Diversi i problemi nel settore delle costruzioni, dove il livello di specializzazione richiesto è molto basso e quindi più ampia la platea di potenziali partecipanti alle gare. I maggiori problemi sorgono nella fase dei subappalti.
Non a caso anche i Paesi che normalmente mantengono bassi livelli di regolamentazione, come la Finlandia, si preoccupano di filtrare l’accesso a questo mercato.
Dal punto di vista della vulnerabilità , le costruzioni coincidono al settore di massimo rischio per Italia, Austria, Francia, Finlandia, Portogallo, Spagna e Svezia. Mentre la sanità è considerata un settore particolarmente sensibile soprattutto in Italia e Polonia.
Nella sanità quasi mai le forniture sono vinte da aziende straniere. E’ sintomo di frodi e collusioni
Non sono esenti da forti rischi anche il settore dei trasporti, dell’energia e dello smaltimento rifiuti, seppure in modo differenziato nei vari paesi.
Pur non entrando in dettagli, la ricerca tiene conto anche di altri ambiti particolarmente opachi.
“Gli appalti pubblici connessi con alla difesa, la pubblica sicurezza e l’esercito sono considerati molto vulnerabili soprattutto per una diffusa mancanza di trasparenza”.
A questi si uniscono i contratti assegnati a livello locale, dove “legami familiari, relazioni sociali, amicizie e conoscenze, la necessità di fornire opportunità di lavoro per le comunità locali, soprattutto in un momento di crisi, e la mancanza di conoscenza e professionalità nelle piccole amministrazioni” costituiscono altrettanti fattori di rischio.
Ultimo, ma non per importanza, l’ambito dei servizi sociali ed educativi, dove le emergenze (vere o presunte) generano spesso un abuso di procedure speciali che eliminano qualsiasi forma di concorrenza e rendono impossibili i controlli.
Nei 25 Paesi analizzati la differente vulnerabilità degli appalti pubblici dipende soprattutto dal generale livello di corruzione e illegalità dei governi locali e nazionali. La ricerca distingue le nazioni sulla basi di tre livelli di rischio (alto, medio e basso) a partire dallo studio delle normative, dei precedenti giudiziari e di rapporti e studi precedenti.
“Una valutazione di alto rischio non significa che gli appalti pubblici in quel paese sono influenzati da infiltrazioni criminali, corruzione e comportamenti non etici — avvertono però le ricercatrici —. Vuol dire piuttosto che gli appalti pubblici sono giudicati vulnerabili secondo gli standard di quel paese specifico”.
Contrariamente a quel che si crede, i problemi non nascono sempre dall’assenza di regole o di strumenti di deterrenza.
Rispetto agli altri Stati l’Italia è un unicum nella sua dotazione di strumenti normativi, ma ciò non la mette a riparo dai rischi: fatta la legge, trovato l’inganno.
Lo dimostra la lunga serie di tecniche utilizzate per inquinare le procedure d’appalto. Dai bandi scritti ad hoc “per rispondere a bisogni non esistenti e appositamente fabbricati”, alla “diffusione di informazioni riservate relative al bando di gara allo scopo di favorire alcuni partecipanti”.
Tutti problemi difficilmente risolvibili per la metà dei paesi analizzati (tra cui l’Italia). Ma è soprattutto l’assenza di reali controlli in fase di esecuzione dei lavori a generare gli effetti più perversi.
“La stazione appaltante sembra dimenticare il contratto una volta che è stato assegnato e nella maggior parte dei paesi non sono previste autorità incaricate di monitorare l’esecuzione del contratto” sostiene la ricerca.
Bandi su misura o passati sottobanco, assenza di controlli sui lavori svolti. Così in Italia si froda sugli appalti
I guai cominciano dopo l’assegnazione dell’appalto. Con la bassa qualità dei materiali utilizzati, l’aumento fittizio dei costi e i ritardi nelle esecuzioni.
Su questi aspetti l’Italia mostra una debolezza seconda solo a quella dell’Austria, nonostante sia l’unico Paese a vantare sistemi di controllo focalizzati sull’esecuzione degli appalti, con l’impiego di unità speciali incaricate di svolgere controlli e indagini sulle grandi opere.
Che cos’è che non funziona? “Siamo arrivati alla conclusione che la sovrapposizione di competenze rischia di aumentare la vulnerabilità . O di richiedere meccanismi di coordinamento non sempre facili da realizzare”.
Le ricette in ogni caso non sono semplici. Ridurre la burocratizzazione dei controlli e potenziarli, uniformare le norme, aumentare la richiesta di accountability da parte dei cittadini su come sono spesi i fondi pubblici, valutare i risultati delle misure adottate, sono alcuni degli aspetti che la ricerca individua come essenziali.
Elena Ciccarello
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
E GLI SCHELETRI ABBANDONATI AUMENTANO ANNO DOPO ANNO
Le opere incompiute in Italia, nel 2014, sono 868: 176 in più rispetto al 2013 con uno spreco
complessivo per le casse dello Stato di 4 miliardi, 166 euro per ogni famiglia italiana.
Peggio: per completarle servirebbero 1,4 miliardi di euro. E’ quanto calcola il Codacons sulla base dell’ultimo dato disponibile dell’Anagrafe delle opere.
Il record negativo – spiega il Codacons – spetta alla Sicilia, regione che vede sul proprio territorio ben 215 opere rimaste incompiute (il valore assoluto massimo anche se la crescita dipende dal fatto che nell’anno precedente la regione non aveva comunicato il numero di incompiute).
In Abruzzo le infrastrutture non portate a compimento sono passate dalle 33 del 2013 alle 40 del 2014; peggiore la situazione della Calabria: 64 incompiute del 2013, 93 nel 2014, mentre in Lombardia in un anno le opere non terminate sono passate da 19 a 35. Male anche la Puglia: 59 nel 2013, 81 nel 2014.
“Queste infrastrutture sono già costate in media 166 euro a famiglia, e per portarle a compimento servirebbero altri 1,4 miliardi di euro – afferma il presidente Carlo Rienzi -. Risorse sottratte alla collettività costretta a finanziare dighe progettate negli anni ’60 e poi lasciate in stato di abbandono, porti inaugurati e mai utilizzati, strade che non portano in nessun posto perche’ lasciate a metà , strutture inutilizzate a causa degli elevati costi di gestione”.
Il “record assoluto dello spreco” spetta senza dubbio – secondo l’associazione – alla Città dello sport di Tor Vergata a Roma, costata finora ai cittadini oltre 607 milioni di euro.
Ciò che resta del progetto è lo scheletro della Vela di Calatrava, un vero e proprio mostro urbano che danneggia la città e i residenti della zona, e che andrebbe immediatamente abbattuto.
Il fenomeno delle opere incompiute, tuttavia, è assolutamente trasversale: attraversa l’Italia dal nord al sud, e accomuna regioni moderne e all’avanguardia come la Lombardia e il Veneto alle aree meno sviluppate del Mezzogiorno, a dimostrazione che gli sprechi non hanno colore politico o differenze territoriali.
(da agenzie)
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