Febbraio 19th, 2016 Riccardo Fucile
IL JOBS ACT HA CONTRIBUITO A CREARE SOLO L’1% DEI NUOVI POSTI DI LAVORO, IN PRATICA IL NULLA
Le riforme del mercato del lavoro attuate dal governo hanno contribuito a far crescere il numero di assunzioni a tempo indeterminato, ma gli effetti positivi sono principalmente legati agli incentivi fiscali piuttosto che al “Jobs Act”.
A sostenerlo è la versione preliminare di un lavoro di due ricercatori della Banca d’Italia, visionata da Repubblica.
Lo studio è destinato a riaprire il dibattito su una delle riforme più controverse del governo di Matteo Renzi, che in settimana ha rivendicato l’impatto positivo del “Jobs Act” sul mercato del lavoro. “Amici gufi, siete ancora sicuri che non funzioni?” ha scritto il premier su Twitter.
Se il “contratto a tutele crescenti”, uno dei cardini del “Jobs Act”, resterà infatti in vigore nei prossimi anni, gli incentivi fiscali alle assunzioni sono stati notevolmente ridotti, anche per permettere al governo di passare altre misure fiscali come il taglio delle imposte sulla prima casa.
Il lavoro di Paolo Sestito, capo del servizio Struttura Economica di Bankitalia, e Eliana Viviano utilizza dati provenienti dal Veneto e relativi ai mesi tra gennaio 2013 e giugno 2015. I due ricercatori scrivono che circa il 45% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato avvenute in quel periodo sono attribuibili ad almeno una delle due misure.
“Le due politiche hanno avuto successo sia nel ridurre il dualismo del mercato sia nello stimolare la domanda di lavoro, anche durante una recessione caratterizzata da un’altissima incertezza macroeconomica”, scrivono gli autori.
Questo effetto positivo è però quasi interamente spiegato dall’introduzione degli incentivi fiscali, mentre la combinazione del contratto a tutele crescenti e degli incentivi spiega solo il 5% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato.
Poichè questo tipo di contratti sono un quinto delle nuove assunzioni nel campione, i ricercatori trovano che il Jobs Act ha contribuito a creare appena l’1% dei nuovi posti.
Introdotto nel marzo 2015, il nuovo “contratto a tutele crescenti” limita di molto la possibilità di reintegro dei lavoratori licenziati nelle aziende con più di 15 dipendenti, sostituendolo nella maggior parte dei casi con un indennizzo, che aumenta con la durata di servizio.
A questa riforma strutturale il governo ha affiancato un piano di incentivi fiscali validi per tutto il 2015, che permette al datore di lavoro di non pagare, fino a una certa soglia, i contributi dei neoassunti per tre anni.
L’incentivo è stato notevolmente ridotto per quest’anno, portandolo dal 100% al 40%, e tagliandone la durata a due anni invece di tre.
Lo studio, che non riflette necessariamente le opinioni di Bankitalia e che è già circolato tra studiosi interni e esterni all’istituto, è il primo lavoro che cerca di isolare l’effetto causale delle riforme del governo sulle assunzioni a tempo indeterminato.
Un altro paper di un gruppo di ricercatori guidato da Marta Fana dell’Istituto di Studi Politici di Parigi, basato però soltanto su statistiche descrittive e non su più sofisticate indagini econometriche, aveva concluso che il Jobs Act non ha raggiunto gli obbiettivi di far crescere l’occupazione e incentivare i contratti a tempo indeterminato.
Gli studiosi di Bankitalia trovano che, estrapolando il dato veneto a tutto il territorio nazionale, il pacchetto di misure formato da Jobs Act e incentivi ha contribuito a creare circa 45.000 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato nei primi sei mesi del 2015.
Lo studio ha delle limitazioni: gli autori dicono di non poter fornire una valutazione complessiva delle nuove regole sui licenziamenti, nè di riuscire a stimare quale potrebbe essere l’impatto di un’eventuale rimozione degli incentivi statali.
Essi sottolineano inoltre che l’aumento delle assunzioni nei primi mesi del 2015 potrebbe essere stato determinato dall’attesa per le nuove misure già a partire dal 2014.
In settimana nuovi dati dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale hanno riscontrato circa 600.000 assunzioni a tempo indeterminato in più nel 2015 rispetto al 2014. L’Inps ha poi rilevato un ulteriore aumento delle trasformazioni da contratto a tempo determinato a tempo
indeterminato pari a circa 160.000.
Ferdinando Giugliano
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 19th, 2016 Riccardo Fucile
100.000 GLI EMIGRATI ALL’ESTERO, NON SI ARRESTA L’INVECCHIAMENTO DELLA POPOLAZIONE
Minimo storico di nascite dall’Unità d’Italia a oggi. Lo certifica l’Istat nel Report sugli indicatori
demografici.
Nel 2015 sono venuti al mondo 488mila bambini e bambine (8 per mille residenti), 15mila in meno rispetto al 2014, che già aveva registrato il record storico negativo di 503mila. Il saldo naturale (differenza tra nascite e decessi) scende ulteriormente a -165 mila.
Il 2015 è il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità , giunta a 1,35 figli per donna. L’età media delle madri al parto sale nel frattempo a 31,6 anni.
Nel 2015 la popolazione residente in Italia si riduce di 139mila unità (-2,3 per mille).
Al primo gennaio 2016, la popolazione totale è di 60 milioni 656mila residenti.
Alla stessa data gli stranieri residenti sono 5 milioni 54mila (8,3% della popolazione totale). Rispetto a un anno prima si riscontra un incremento di 39mila unità . La popolazione di cittadinanza italiana scende a 55,6 milioni, con una perdita di 179 mila residenti.
Al calo demografico hanno contribuito i centomila cittadini italiani che si sono cancellati dall’anagrafe per trasferirsi all’estero. Un dato in aumento (+12,4%) rispetto al 2014.
Il saldo migratorio netto con l’estero è di 128 mila unità , corrispondenti a un tasso del 2,1 per mille.
Il risultato, frutto di 273mila iscrizioni e 145mila cancellazioni, rappresenta un quarto di quello conseguito nel 2007 nel momento di massimo storico per i flussi migratori internazionali.
Le iscrizioni dall’estero di stranieri sono state 245mila e 28mila i rientri in patria degli italiani. Le cancellazioni per l’estero riguardano 45mila stranieri e i già citati 100mila italiani.
L’età media della popolazione, rileva ancora l’Istat, aumenta di ulteriori due decimi, arrivando a 44,6 anni.
Non si arresta dunque il processo di invecchiamento, assoluto e relativo, della popolazione italiana.
Gli ultrasessantacinquenni sono 13,4 milioni, il 22% del totale. In diminuzione risultano sia la popolazione in età attiva (15-64 anni) sia quella fino a 14 anni di età .
La prima scende a 39 milioni, il 64,3% del totale, la seconda comprende 8,3 milioni di ragazzi e rappresenta il 13,7%.
Nel 2015 diminuisce inoltre la speranza di vita alla nascita. Per gli uomini si attesta a 80,1 anni (da 80,3 del 2014), per le donne a 84,7 anni (da 85).
Il dato è determinato da un picco di mortalità registrato nel corso dell’anno: i decessi sono stati 653mila, 54mila in più dell’anno precedente (+9,1%).
Il tasso di mortalità , pari al 10,7 per mille, è il più alto tra quelli misurati dal secondo dopoguerra in poi.
L’aumento di mortalità risulta concentrato nelle classi di età molto anziane (75-95 anni). Dal punto di vista demografico, il picco di mortalità del 2015 è in parte dovuto a effetti strutturali connessi all’invecchiamento e in parte al posticipo delle morti non avvenute nel biennio 2013-2014, più favorevole per la sopravvivenza.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2016 Riccardo Fucile
PAGA SOLO UNO SU TRE PER LE VISITE… 38 MANAGER NEL MIRINO DELLA PROCURA… E’ IL MODELLO LOMBARDO?
La Guardia di Finanza di Varese ha rilevato un buco di 2,5 milioni di euro nei pagamenti dei
ticket “codice bianco” nei pronto soccorso degli ospedali di Varese ed ha segnalato alla Procura Regionale presso la Corte dei Conti di Milano, 38 dirigenti ospedalieri.
L’attività di indagine è stata svolta su prestazioni erogate dal 2003 al 2014 e ha riguardato circa 200mila accessi in pronto soccorso con “codice bianco” (per cui è previsto il pagamento di un ticket di 25 euro).
Secondo quanto rilevato dalle fiamme gialle, solo un cittadino su tre avrebbe effettivamente provveduto a versare il ticket nelle 9 strutture, e l’amministrazione pubblica sarebbe troppo lenta nella riscossione di questi crediti.
Dai controlli è infatti emerso il mancato rispetto, da parte delle strutture ospedaliere varesine, delle disposizioni previste, che prevedono la consegna del referto della prestazione erogata al pronto soccorso solo previo riscontro dell’avvenuto pagamento del ticket.
Le indagini delle Fiamme Gialle hanno accertato che i pazienti, per l’effettuazione di esami strumentali, non solo si sarebbero impropriamente avvalsi dei servizi sanitari di pronto soccorso in ambulatori medici (per i quali è previsto il pagamento anticipato di un ticket maggiormente oneroso), ma non avrebbero neppure saldato il previsto ticket ospedaliero di 25 euro.
In seguito alle indagini della Finanza, la Procura Regionale della Corte dei Conti di Milano ha aperto una vertenza.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2016 Riccardo Fucile
IL JOBS ACT NON CONVINCE GLI ITALIANI… PD 33,9%, M5S 24,4%, LEGA 13,8%, FORZA ITALIA 11,8%
Sale di un punto la fiducia in Matteo Renzi (32%) e di due quella nel governo (30%). Questi i risultati dell’ultimo sondaggio dell’Istituto Ixè per Agorà .
Nella classifica dei politici più amati, in testa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il capo dello Stato è al comando della classifica con il 60%. Seguono Matteo Renzi con il 32% e Luigi Di Maio 28%
Più in alto di tutti come al solito Papa Francesco, con l’88% di fiducia.
Per quanto riguarda l’occupazione, non sembra riscuotere particolare gradimento il Jobs act.
Commentando gli ultimi dati dell’Inps sull’occupazione, Matteo Renzi aveva difeso i risultati della riforma.
Ma a leggere i risultati della rilevazione di Ixè, non la pensa così il 55% degli italiani, per i quali la riforma del lavoro approvata dal governo avrà effetti positivi solo di breve durata. Il 39%, invece, si schiera con il premier.
Nelle rilevazioni delle intenzioni di voto sale dello 0,6% il Pd.
In una settimana il partito del premier Renzi è passato dal 33,3% al 33,9%, mentre scende il Movimento 5 Stelle, che si assesta al 24,4% (-0,5%).
Scende ancora la Lega Nord, per la prima volta sotto il livello del 14%, passando dal 14% al 13,8%.
In lieve salita Forza Italia (11,8% rispetto all’11,7% di una settimana fa).
Se si votasse oggi, l’affluenza sarebbe al 63,6%.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2016 Riccardo Fucile
“E’ IMPAZZITA LA MAIONESE, I TRE CUOCHI NON RIESCONO A PORTARE IN TAVOLA UN PIATTO DECENTE”
“Giorgia Meloni? Non è la prima volta che una ragazzina si monta la testa. Anzi, sarà
l’ennesima volta“.
Così, ai microfoni di “Ho scelto Cusano” (Radio Cusano Campus), l’ex leader della destra italiana Gianfranco Fini commenta le recenti dichiarazioni al fiele della presidente di Fratelli d’Italia al suo indirizzo.
Il casus belli è lo schieramento di 21 esponenti di Fdi con Francesco Storace, candidato de La Destra al Campidoglio, rinunciando così a sostenere Guido Bertolaso. “Le dichiarazioni della Meloni” — continua Fini -“non meritano nemmeno di essere commentate. Basterebbe che la signorina si ricordasse in ragione di quali scelte è arrivata a fare prima il deputato e poi il ministro. Al di là della ingratitudine, qui mi sembra che ci sia scarsa intelligenza politica. La Meloni aveva un’autostrada davanti: allargare i confini della destra. E invece coltiva l’orticello di Fdi”.
E aggiunge: “La Meloni prima ha litigato con Alemanno, adesso detesta Storace. Se poi ha bisogno dello spauracchio del ‘grande vecchio’, faccia pure. Ma francamente fa ridere“.
Fini poi analizza la situazione nel centrodestra dopo l’annuncio della candidatura di Bertolaso: “E’ impazzita la maionese. I tre cuochi, cioè Salvini, Berlusconi e Meloni, non riescono più a portare in tavola un piatto decente. Fin quando il centrodestra aveva il vento in poppa era facile riunirsi attorno a un tavolo e scegliere tra una gamma vasta di candidati credibili. Oggi non è più così, ci sono tanti elettori che non votano più centrodestra”.
E sottolinea: “Salvini, Berlusconi e Meloni però continuano a fare i loro vertici ad Arcore, come se nulla fosse accaduto, senza capire che i tempi sono cambiati. Sempre di più si ricorre a conigli tirati fuori dal cilindro e questo è l’aspetto che mi dà più fastidio”.
L’ex presidente della Camera spiega: “Bertolaso può raccogliere consensi in maniera trasversale, perchè come Marchini è un candidato civico. Entrambi potrebbero essere candidati anche per il centrosinistra, addirittura Bertolaso con grande ingenuità politica ha detto di aver votato Rutelli. Per quanto mi riguarda, se Storace va fino in fondo, cosa che personalmente mi auguro, sono convinto che raccoglierà numerosi consensi nel tradizionale elettorato della destra romana“.
E chiosa: “E’ probabile che ci sia stato un dietrofront di Salvini perchè non tutte le caselle sono andate nel posto giusto nella spartizione tra i 3 partiti. E’ deprimente che non salvano nemmeno più la forma. La sinistra almeno in apparenza, con le primarie, cerca di salvare la forma. Le primarie non sono certamente salvifiche, ma in una fase di crisi nel centrodestra potevano riattivare un circuito di partecipazione. Certamente male non facevano”
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 19th, 2016 Riccardo Fucile
SI LASCIA DETERIORARE LA QUALITA’, SI INCREMENTANO I TEMPI DI ATTESA E I TICKET DELLA SANITA’ PUBBLICA IN MODO DA RENDERLI MENO COMPETITIVI RISPETTO AL MONOPOLISTA PRIVATO
Quelle emerse grazie agli scandali degli ultimi mesi e anni nella sanità lombarda sono soltanto declinazioni individuali, molto parziali e settoriali, di un modello di sanità “corrotto” fino alla radice.
Quella che emerge dalle cronache è infatti una pratica sistematica, consolidata nel tempo e sotto certi profili “spudorata”, di molteplici abusi di potere a fini privati — basti pensare all’intestazione di quote di società destinatarie di appalti milionari alle compagne dei decisori pubblici coinvolti, ovvero alle prestazioni “regalate” a politici da professionisti beneficiari di generosi contratti di consulenza.
Condizioni di corruzione sostanziale, che si traducono in un saccheggio congiunto di risorse pubbliche, maturate non soltanto nei meandri di centri irresponsabili di potere pubblico, ma anche come frutto naturale dell’attuazione di un programma politico improntato a una privatizzazione, sia di fatto che di diritto, dell’erogazione di una quota cospicua e via via crescente dei servizi di assistenza sanitaria.
Si tratta dell’applicazione di un modello di governo che nel discorso pubblico legittima le pratiche più criminogene rivestendole di una luccicante patina di retorica neoliberista: quale miglior argine contro sprechi e ruberie di un alleggerimento del peso della mano pubblica, sostituita dall’efficiente, trasparente, qualificata gestione degli operatori privati?
Purtroppo i soggetti privati — pur sempre selezionati, foraggiati e mal controllati dalla mano pubblica, anche grazie all’intercessione di una pletora di faccendieri ed ex funzionari, meglio se in odore di mafia — si vanno rivelando non meno voraci dei buoni, vecchi politici corrotti di una volta.
Sia chiaro: quello che si delinea è pur sempre un neoliberismo all’italiana, nel quale a incarnare le virtù soverchianti del mercato accorrono sgomitando figure che somigliano a una parodia di imprenditore.
Si pensi alla manager tentacolare dell’ultimo scandalo, che in un’intervista dai toni surreali ricostruiva il suo ingresso trionfale quale monopolista di fatto nel settore dei servizi odontoiatrici regionali erogati da privati dentro le strutture pubbliche — può vantare un giro d’affari di quattrocento milioni di euro nell’ultimo decennio — come esito casuale di un misterioso “colpo di fortuna”, e poi si sa: “Da cosa è nata cosa”.
Non pare contraddistinguerla un particolare talento innovativo, quanto piuttosto la capacità di leggere la complicata bussola dei giochi di potere che indirizzano le scelte pubbliche condizionandone gli esiti, così da ritagliarsi appalti su misura, anticipando le necessità (elettorali o finanziarie) dei propri interlocutori.
Come rivela in un’intercettazione: “Quando le cose non vanno bene metto di mezzo la politica”.
Prima ancora degli scandali, si sono moltiplicati nel corso del tempo i segnali delle profonde distorsioni prodotte dalla simbiosi tra una classe imprenditoriale parassitaria a caccia di protezioni politico-burocratiche, una casta di alti dirigenti inamovibili e autoreferenziali, un ceto politico abile soprattutto — come osserva il pubblico ministero nel caso Rizzi — “a intimidire facendo valere la loro posizione, chi appare recalcitrante alle loro pretese”.
Si sono spalancate voragini nelle casse pubbliche — prima di essere arrestato, lo stesso Rizzi denunciava che “i favori agli amici degli amici” dell’ex governatore Formigoni hanno prodotto sprechi per 1,5-2 miliardi di euro, e 2-300 milioni di buco nascosto nelle pieghe dei bilanci regionali.
Si moltiplica anche negli ospedali pubblici la presenza di imprenditori e operatori privati che colonizzano spazi e aree d’attività , mortificando e sottraendo competenze e capacità a quelli pubblici.
Viene intenzionalmente lasciata deteriorare la qualità e sono incrementati tempi d’attesa e ticket necessari per gli equivalenti servizi di assistenza pubblica, così da renderli meno competitivi rispetto al monopolista privato che presidia le stesse strutture ospedaliere.
Si moltiplicano commistioni e intrecci proprietari tra impresari privati che si spartiscono il lucroso mercato pubblico della salute e i prestanome degli amministratori pubblici.
Le stesse prestazioni odontoiatriche dei fornitori privati vedono scadere progressivamente la loro qualità , visto che i controllori sono a libro paga e agli utenti mancano alternative praticabili, tanto che dovranno accontentarsi di quelle che un dirigente descrive come “corone fatte con il culo”.
Ma la quadratura del cerchio si realizza quando uno dei protagonisti dell’ultima vicenda di corruzione si rivela essere promotore e “regista” della nuova legge di riforma del sistema sanitario lombardo, che ne ridisegna meccanismi di funzionamento, organizzazione dei servizi ed erogazione delle risorse.
“Legalizzare la mafia sarà la regola del duemila”, profetizzava Francesco De Gregori qualche anno addietro.
Anche legalizzare la corruzione, si potrebbe aggiungere col senno di poi.
Alberto Vannucci
Professore di Scienza Politica
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile
LA SOLITA SCENEGGIATA: UN GIORNO CON BERTOLASO, IL GIORNO DOPO CONTRO… GIOCA ALLO SFASCIO PER FAR DIMENTICARE CHE I SUOI UOMINI SONO TRAVOLTI DAGLI SCANDALI
Ecco la scena madre. 
Silvio Berlusconi, infastidito, arrabbiato è a telefono con Salvini: “Matteo, adesso basta, anche tu avevi dato il via libera a Guido Bertolaso, non possiamo rimettere tutto in discussione. Io ho già scritto un comunicato per dire che il nostro candidato è e resta Bertolaso”.
Salvini è su di giri dalla mattina presto. Il leader della Lega ha appena provato a riaprire la partita sulla Capitale, con l’obiettivo di far saltare Bertolaso e tornare all’ipotesi Marchini. Riavvolgendo la pellicola del film, che a palazzo Grazioli pare Salvini contro tutti, si vede il leader della Lega che, in conferenza stampa al Senato, scandisce: “Non è chiusa. Ascolteremo i cittadini e in base a quello decideremo. A pacchetto chiuso non compro nulla. Bertolaso è il candidato che gli alleati hanno proposto e a cui abbiamo detto sì, ma ascolteremo i cittadini prima di confermare il nostro candidato”.
Pochi minuti dopo, il centralino di Grazioli diventa rovente, con Giorgia Meloni che si dice “allibita”. Il vertice, previsto per pranzo, salta, perchè anche il Cavaliere si dice “allibito”: “Ogni volta che ci vediamo si decide una cosa, poi quello esce e dice l’opposto”.
È il secondo vertice di fila che salta dopo un’intemerata di Salvini, segno che la strategia è consapevole: far saltare Bertolaso. Tra l’endorsement all’ex capo della protezione civile che lo stesso leader della Lega ha messo nero su bianco qualche giorno fa in una lettera firmata assieme a Berlusconi e Meloni e la giravolta a U, c’è di mezzo la puntata di Di Martedì, dove Bertolaso, intervistato da Giovanni Floris, ha parlato di rom come di una categoria vessata e non ha nascosto la sua stima verso Giachetti.
È il casus, che Salvini cercava per rimettere in discussione una candidatura che non gli ha mai scaldato il cuore: “Ora basta — sbotta Gasparri mentre solca i corridoi di palazzo Madama – A fare le piazzate so’ boni tutti, ma qua ci vuole freddezza. I consigli ai candidati si danno in privato, con freddezza, non è che uno apre la bocca e dà fiato. Ma che maturità è questa, questi so’ ragazzi. Da oggi la smettiamo pure coi vertici, Berlusconi è troppo generoso, facciamo dei tavoli con noi, non con Silvio”. Anche Giorgia Meloni in questi giorni ha sentito Bertolaso, per qualche consiglio”.
Per spiegare la mossa di oggi, quelli attorno a Salvini raccontano di aver ricevuto una valanga di mail di insulti dopo l’uscita di Bertolaso sui rom.
Rivolta della base, perchè il leader della Lega aveva promesso novità dirompenti su Roma, quando flirtava e andava in piazza con Casa Pound e poi ha dato il via libera all’ex sottosegretario Berlusconi con pesanti processi a carico
La verità è che Salvini è nervoso, complice lo scandalo Lombardo, lui che scalò la Lega, con Maroni al fianco, e le “scope” in mano per ripulirla dell’opacità bossiana.
Sente il tintinnio di manette, sotto processo per peculato il suo vicesegretario Rixi, la giunta Lombarda che trema, la questione morale che tavolge la “sua” Lega.
Qualche giorno fa il leader della Lega ha attaccato la magistratura (“è una schifezza”), oggi, di buon ora si è scagliato su facebook contro la trasmissione di Rai 3 Linea Notte, dove erano presenti tre giornalisti a parlare dei fatti del giorno.
Poi un’altra trovata, annunciata nel corso della conferenza stampa in Senato: “Il 25 aprile faremo in piazza una manifestazione per la liberazione da Renzi”. Nel centrodestra non si può dire che si sia levato un coro di adesioni.
Di qui al 25 aprile c’è Roma, perchè a questo punto il gioco si è incartato: “Avanti su Bertolaso — sussurra un big leghista — è difficile andare. Indietro è difficile tornare”. L’idea di andare da soli è stata anche presa in considerazione, ma anche per ora abbandonata, perchè farebbe vedere la cosa che più innervosisce Salvini. E cioè che a Roma, sta almeno dieci punti sotto il partito della Meloni.
E per interpretare la trama del Salvini contro tutti bisogna sempre tenere presenti due elementi, che ai suoi ha confidato più volte.
Primo che di Roma non gli importa nulla. Secondo che, in chiave nazionale, il problema è rosicchiare consenso per la Lega a scapito degli alleati.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile
LE ASSOCIAZIONI: “GIUDA, TRADITORI, VI SCORDATE IL NOSTRO VOTO”.. E RENZI PASSA ALL’INCASSO
Il giorno dopo è quello del rimorso.
Dopo il no al canguro, l’emendamento Marcucci che avrebbe portato la legge sulle unioni civili lontano dalle sabbie mobili di voti segreti ed emendamenti trappola, nel M5S si respira amarezza.
Facce tirate, sorrisi a mezza bocca, sussurri impercettibili per ammettere che «loro», quelli delle associazioni Lgbt, questa non gliela perdoneranno mai.
E «loro» si sono materializzati di buon mattino nella sala Italia del Senato. Quando Alberto Airola e Paola Taverna sono usciti dalla buvette gli si sono fatti incontro per chiedere spiegazioni.
Ne è nato un duro confronto, con i membri delle associazioni gay che accusavano i Cinquestelle di aver «svenduto i diritti per un cavillo», e i due senatori lì a difendere la decisione presa.
Con uno di loro, di nome Valerio, Airola si sarebbe anche scusato.
«Capisco che dicendo no al canguro vi sentiate traditi e me ne scuso», avrebbe detto al culmine di una giornata da parafulmine.
D’altra parte, ragionano ai piani alti del Movimento, era stato lui a esporsi troppo, a promettere un appoggio quasi incondizionato che il M5S non è e non è mai stato in grado di offrire.
Ma gli attacchi più feroci sono arrivati dalla base.
Ieri su Twitter i follower del senatore torinese hanno preso d’assalto il suo profilo. «Giocate sulla pelle delle persone. A voi la coerenza e a noi lo status di cittadini di serie B», dice il messaggio più gentile.
«Del Pd non mi frega nulla, io mi fidavo di te, giuda», gli rinfaccia qualcuno, mentre qualcun altro gli fa notare che «chi vi contesta qui con rabbia non lo fa perchè votava Pd. Non avete perso il voto Pd ma quello Lgbt per sempre».
Ma ieri era il giorno del rimorso, si diceva. Soprattutto per i parlamentari. Il fronte del sì alle unioni civili comprensive di stepchild adoption nel M5S resta coeso e si misura col paradosso di aver detto no all’emendamento che avrebbe permesso di cogliere l’obiettivo.
Sul fuoco che arde silenzioso in quel fronte ha provato a soffiare Federico Pizzarotti.
Il sindaco di Parma, da sempre anima eretica nel Movimento, ieri ha attaccato la decisione dei suoi: «Ddl Cirinnà , un’occasione persa. “A che serve avere le mani pulite se poi si tengono in tasca”. Don Milani, frase che si adatta spesso bene».
Una considerazione che, al netto della risposta immediata dei fedelissimi alla linea oltranzista, ha provocato più di una crepa nel convincimento dei Cinquestelle di stanza a palazzo Madama tanto che una senatrice M5S a fine giornata ammette: «Forse ha ragione Pizzarotti: abbiamo fatto un casino».
Francesco Maesano
(da “La Stampa”)
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Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile
KO TECNICO DELLA CIRINNA’ SUL VICECAPOGRUPPO M5S MARTELLI A OMNIBUS SU LA7
Gazzarra infuocata tra la senatrice Pd Monica Cirinnà e il vicecapogruppo del M5S al Senato,
Carlo Martelli, durante Omnibus, su La7.
Il tema del dibattito è la legge sulle unioni civili: a riguardo, la senatrice dem ribadisce la sua delusione per il M5S e gli accordi con alcuni esponenti del movimento, come Airola: “Ho ancora sms sul mio cellulare, mail e accordi limpidi fatti in Commissione, dove noi abbiamo votato con Sel e M5S quel testo. Siamo andati avanti per due anni su quell’accordo, che è saltato all’ultimo minuto su uno strumento regolamentare come il canguro. Quest’ultimo poteva essere accantonato in questo caso, perchè portava con sè un dato valoriale importante: salvare la legge dal Vietnam degli emendamenti pessimi, minatori e sovversivi dei colleghi che non vogliono la legge stessa”.
Martelli esprime critiche severe sugli accordi tra la senatrice Cirinnà e i suoi colleghi del M5S: “Se è vero, è gravissimo che qualcuno nel nostro gruppo abbia promesso, garantito o preso accordi, perchè è il gruppo che decide. E’ stato Airola? Io della stampa mi fido poco”.
La discussione si inasprisce sul rinvio del ddl Cirinnà ed esplode quando si discute sulle contestazioni di alcuni attivisti Lgbt a Taverna e Airola nel Transatlantico.
“C’erano bandiere dei giovani democratici” — osserva Martelli — “Mi chiedo quanto fosse vera questa contestazione”.
“Veramente le bandiere in Transatlantico non sono ammesse”, ribatte Cirinnà .
Il parlamentare M5S obietta: “In ogni caso, quei contestatori non sono un campione rappresentativo degli italiani. Ogni cittadino non può pensare che un portavoce, come me, debba fare quello che vuole lui. Il portavoce è quello che raccoglie la volontà di tutti. E noi abbiamo raccolto la volontà di tutti con una votazione online, che però io, essendo matematico, contesto. Ma è stata fatta”. E ammonisce Cirinnà : “Dite che sono mancati i nostri voti, ma voi avete contato male”.
“Abbiamo contato i voti della Commissione” — replica la senatrice Pd — “e voi avete votato in Commissione con Buccarella, Giarrusso, Cappelletti”.
“Tre persone in commissione non rappresentano il M5S” — cambia versione Martelli — “Se hanno fatto questo hanno sbagliato, perchè sono comunque dei portavoce che hanno agito in totale buona fede, ma dovevano confrontarsi col gruppo e coi cittadini. La semantica è importante”.
“Martelli, lascia perdere la semantica e i numeri” — insorge Cirinnà — “il Parlamento è il Parlamento. Se un gruppo vota in Commissione, poi secondo te non vota in Aula? Buccarella è stato il vostro capogruppo e ha votato il testo in Commissione”.
“Ora il capogruppo si chiama Nunzia Catalfo”, risponde Martelli, guadagnando una risata sconsolata della senatrice dem.
Lo scontro continua ancora per vari minuti sul voto segreto e Cirinnà sbotta: “Martelli, studiati il regolamento e leggiti gli emendamenti, ti prego. Tu sei fuori. Io del M5S non mi fido assolutamente più”
(da “il Fatto Quotidiano“)
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