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“TI STRAPPO IL CUORE”: IL SINDACO CINQUESTELLE INSULTA E MINACCIA IN AULA UN CITTADINO DI BAGHERIA

Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile

DOPO LA CASA ABUSIVA UN’ALTRA TEGOLA PER IL PRIMO CITTADINO CHE SI BECCA UNA DENUNCIA

Il sindaco di Bagheria aggiunge un’altra grana a quella della casa abusiva di cui attende ancora la sanatoria che lo aveva visto finire nell’occhio del ciclone nelle scorse settimane.
Nello scorso novembre un ex dipendente interinale del Coinres, Carmelo Di Salvo, ha protestato in modo plateale nell’aula del Consiglio comunale, esponendo striscioni di protesta nei confronti di Cinque che recitavano frasi come “Sindaco Cinque mi hai tolto 55 anni di dignità ” e “Patrizio Cinque il sindaco del clientelismo”.
Il sindaco però non l’ha presa bene, e si è rivolto a Di Salvo apostrofandolo pesantemente, urlandogli contro frasi minacciose come “Ti strappo il cuore”.
Di Salvo, che aveva perso il lavoro e cercava di mettersi in contatto da giorni con Cinque per chiedergli un sostegno, ha deciso di denunciarlo: secondo quanto riportato nell’esposto alla polizia, il sindaco avrebbe aggiunto altre frasi ingiuriose come “Figlio di p… ti levo i cogl… e te li metto in bocca”.
Nei giorni scorsi Cinque era stato protagonista di una riunione della commissione Ambiente all’Ars finita anch’essa tra urla e insulti.
Non il miglior modo di rapportarsi con i cittadini.

(da agenzie)

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“IL PAPA NON SI IMMISCHIA NELLA POLITICA ITALIANA”: POI MOLLA DUE SBERLE ALLA MACCHIETTA RAZZISTA TRUMP

Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile

“CHI PENSA A ERIGERE MURI NON E’ CRISTIANO”

“Unioni civili? Non mi immischio. Il Papa è per tutti. Il dialogo con la politica tocca alla Cei“.
Bergoglio non si è sottratto a nessuna delle domande dei 76 giornalisti accreditati sul volo che lo ha riportato dal Messico a Roma.
Un’ora di conferenza stampa partendo dal dibattito che da settimane anima il Parlamento italiano. Ma durante il colloquio coi cronisti il Papa non si è limitato al dibattito interno al Parlamento italiano.
Ha parlato anche delle primarie Usa, bocciando esplicitamente Donald Trump.
Poi si è detto contrario all’aborto, ma non alla contraccezione per evitare i danni del virus Zika.
Infine è tornato sul tema degli abusi sessuali, dicendo che “i vescovi” che coprono “i preti pedofili è meglio che si dimettano” e ha espresso il desiderio di una visita pastorale in Cina.
Unioni civili
Francesco ha subito precisato che tocca alla Cei il confronto sul ddl Cirinnà  che vuole regolarizzare le unioni civili e anche l’istituto delle adozioni all’interno della coppia. “Io non so — ha affermato Bergoglio — come stanno le cose nel Parlamento italiano. Il Papa non si immischia nella politica italiana. Nella prima riunione che ho avuto con i vescovi italiani, nel maggio del 2013, una delle tre cose che ho detto è stata: ‘Con il governo italiano arrangiatevi voi’ perchè il Papa è per tutti e non può mettersi in politica concreta, interna di un Paese. Questo non è il ruolo del Papa e quello che penso io è quello che pensa la Chiesa perchè questo non è il primo Paese che fa questa esperienza, ce ne sono tanti”.
Bergoglio ha anche chiarito che “un parlamentare cattolico deve votare secondo la propria coscienza ben formata. Ricordo quando è stato votato il matrimonio delle persone dello stesso sesso a Buenos Aires c’era una lite e, poichè avevano pareggiato i voti, alla fine uno ha consigliato all’altro: ‘Ma tu vedi chiaro? Neppure io, ma se ce ne andiamo non diamo il quorum’. E l’altro ha detto: ‘Se abbiamo il quorum, diamo il voto a Kirchner’. E l’altro: ‘Preferisco darlo a Kirchner e non a Bergoglio’.
Questa — ha sottolineato Francesco — non   è coscienza ben formata”.
Trump
Risposta diretta anche alle critiche che gli ha riservato Donald Trump accusandolo di “fare politica”. “Grazie a Dio — ha affermato Bergoglio — ha detto che sono politico perchè Aristotele definisce la persona umana come animale politicus, almeno sono persona umana. E che sono una pedina? Forse, non so, lo lascio al giudizio della gente. E poi una persona che pensa soltanto a fare muri, sia dove sia, e non fare ponti, non è cristiano. Questo non è dal Vangelo. Poi votare o non votare, non mi immischio, soltanto dico questo uomo non è cristiano”.
Aborto e contraccezione
Francesco, che durante il Giubileo della misericordia ha dato a tutti i preti la facoltà  di assolvere il peccato di procurato aborto, ha fatto una condanna durissima: “L’aborto non è un male minore, è un crimine, è fare fuori. È quello che fa la mafia, è un crimine, è un male assoluto. Sul male minore, cioè evitare la gravidanza, parliamo in termini di conflitti tra il quinto e il sesto comandamento. Il grande Paolo VI, in una situazione difficile in Africa, ha permesso alle suore di usare gli anticoncezionali per i casi di violenza. Non si deve confondere il male di evitare la gravidanza con l’aborto”. Per Bergoglio “l’aborto non è un problema teologico, ma un problema umano. È un problema medico: si uccide una persona per salvarne un’altra nel migliore dei casi. È contro il giuramento ippocratico che tutti i medici devono fare. È un male in se stesso, ma non è un male religioso, no è umano. Invece evitare la gravidanza non è un male assoluto in certi casi”.
Quindi, ha detto, “evitare la gravidanza non è un male assoluto — ha aggiunto -. In certi casi, come questo del virus Zika, o come quello che ho nominato, il beato Paolo VI, era chiaro”. Il Papa ha anche esortato “i medici a fare tutto per trovare i vaccini contro queste due zanzare che portano questo male. A questo si deve lavorare”
Divorziati risposati
Il Papa ha annunciato che prima di Pasqua uscirà  il documento con le sue decisioni dopo i due Sinodi dei vescovi sulla famiglia che si sono tenuti in Vaticano nel 2014 e nel 2015. Bergoglio ha sottolineato che i cosiddetti “matrimoni riparatori tante volte sono nulli”.
A Buenos Aires “come vescovo ho proibito ai sacerdoti di fare questo. Che nasca il bambino e che rimangano fidanzati. Quando si sentono di sposarsi per tutta la vita che vadano avanti”.
E sull’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati, incontrati dal Papa anche in Messico, Francesco ha precisato che “integrare nella Chiesa queste famiglie non significa fare la comunione perchè ciò sarebbe una ferita anche per i matrimoni”.
Pedofilia
Francesco è tornato anche sul tema degli abusi sessuali del clero sottolineando che “i vescovi che spostano i preti pedofili è meglio che si dimettano”.
E sul caso del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollando, colpevole di numerosi abusi sessuali, Bergoglio ha voluto rendere omaggio al “coraggio del cardinale Ratzinger“, suscitando l’applauso dei giornalisti, che ha lottato tanto contro la pedofilia.
“Se vi ricordate, — ha affermato Francesco — dieci giorni prima della morte di san Giovanni Paolo II, nella via crucis del Venerdì Santo, Ratzinger ha detto a tutta la Chiesa che doveva pulire la sua sporcizia. E nella messa di inizio del conclave, anche se sapeva che era un candidato perchè non è stupido, non gli importava di recuperare posizioni e ha detto la stessa cosa. In altre parole è stato il coraggioso che ha aiutato tanti per aprire questa porta”.
Ucraina
Francesco ha ancora nel cuore lo storico abbraccio con il Patriarca di Mosca Kirill avvenuto a Cuba prima dell’inizio del suo viaggio in Messico. “Mi piacerebbe andare al Concilio panortodosso a Creta per un saluto. Sono fratelli, ma devo rispettare. So che loro vogliono invitare osservatori cattolici e questo è un bel ponte, ma dietro gli osservatori cattolici ci sarò io pregando e con i migliori auguri che gli ortodossi vadano avanti perchè sono fratelli e i loro vescovi sono vescovi come noi”.
E sulle critiche dei cattolici ucraini che accusano il Papa di appoggiare l’aggressore russo, Bergoglio ribatte: “Per capire una notizia, una dichiarazione, bisogna cercare l’ermeneutica di tutto. Nella dichiarazione congiunta firmata con Kirill si dice che si deve fermare la guerra, che si devono fare accordi. Anche io personalmente ho detto che gli accordi di Minsk vadano avanti e non si cancellino. La Chiesa di Roma e il Papa hanno sempre detto cercate la pace ricevendo entrambi i presidenti”.
Infine, Bergoglio ha guardato a Pechino : “mi piacerebbe tanto andare in Cina“, ha detto — e ha espresso il desiderio di aprire il dialogo con i musulmani. “Mi piacerebbe incontrare l’imam del Cairo. Stiamo cercando il modo”.
Sul mancato incontro in Messico con i familiari dei 43 desaparecidos il Papa ha risposto che “è stato praticamente impossibile”.
Poi ha confidato di aver fatto un’eccezione accettando il “Premio Carlo Magno” per “offrirlo per l’Europa che non sia nonna, ma mamma. Oggi dove c’è uno Schumann, un Adenauer, uno di questi grandi padri che nel dopoguerra hanno fondato l’Unione Europea? Mi piace questa idea della rifondazione dell’Unione Europea, magari si potesse fare”.
E poi una confessione: “Alla Madonna di Guadalupe ho chiesto che i preti siano veri preti, le suore vere suore, e i vescovi veri vescovi”.

(da agenzie)

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INTERVISTA A FLAVIA PERINA: “SALVINI E MELONI SENZA CORAGGIO, NE ESCONO RIDIMENSIONATI”

Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile

“SONO SEMPRE IN TV A DIRE COSA FARE, MA NEL MOMENTO DI METTERCI LA FACCIA SI SONO TIRATI INDIETRO, A MILANO COME A ROMA”… “POTRANNO DIRE CHE HA PERSO BERLUSCONI, NON NOI”

Perina, ex direttrice del Secolo e fine conoscitrice dell’universo destrorso, boccia il processo che ha portato il centrodestra alla candidatura di Guido Bertolaso a sindaco di Roma.
«Si è scelto – spiega – un profilo neutro, per niente diverso da Marchini o Giachetti». Così, sottolinea, che non c’è da stupirsi per l’endorsement di Gianfranco Fini a Storace: «Francesco è l’unico candidato realmente identitario per l’elettorato di destra».
Perina, come giudica la candidatura di Bertolaso?
«Nel momento in cui nè Salvini nè la Meloni, che si erano intestati la partita, sono riusciti a tirare fuori un nome condiviso, Berlusconi si è trovato di fronte a una scelta obbligata».
Delusa dai leader di Lega e FdI?
«Le loro ambizioni di leadership ne escono fortemente ridimensionate. Sono sempre in tv a proporre soluzioni nette per ogni tipo di problema. Ma nel momento in cui dovevano mostrare coraggio con una scelta concreta si sono tirati indietro».
Cosa avrebbero dovuto fare?
«Candidarsi, a Milano e Roma. E non regge l’alibi del “non posso, sono un leader nazionale”. Lo era anche Fini nel ’93».
I leader hanno rifiutato Marchini perchè temevano una sua scalata nazionale?
«Mi rifiuto di crederlo. Non siamo più a vent’anni fa, quando davvero c’erano solo macerie. Oggi in quell’area ci sono partiti strutturati, se non sono in grando di tenere testa a un costruttore romano col pallino della politica c’è da preoccuparsi».
Partiti strutturati, ma costretti a schierare «civici».
«È vero, hanno statuti e congressi ma non sono in grado di proporre alcuna linea che non sia la salvaguardia della propria classe dirigente. A Roma, come a Milano e Napoli, mirano a conquistare 3 o 4 consiglieri senza aspirare a rappresentare un’alternativa di governo nè una forte opposizione. Quel ruolo lo lasciano ai Cinquestelle».
Bertolaso non ha speranze?
«Lo dicono i fatti. A partire dalle ingenuità  di questi giorni. Dichiararsi ex democristiano non è utile a conquistare i voti del bacino a cui dovrebbe guardare. Per fare valutazioni, però, bisogna aspettare il candidato del M5S. Se mettono in campo un Di Battista, è inutile sognare il ballottaggio, si prenderebbe i voti di destra già  al primo turno».
A proposito di destra, l’ha sorpresa l’endorsement di Gianfranco Fini per Storace?
«No, perchè in un contesto così nebuloso quella di Storace è certamente la candidatura più identitaria. Una destra che non sa più dove sbattere la testa finirà  per votare per Francesco».
Il 1993 è lontano?
«Oggi è l’esatto contrario, la nemesi. I leader sono scappati dalla prima linea. Ha prevalsto l'”istinto Titanic”. Così dopo le elezioni potranno dire: “Ha perso Berlusconi, non noi”».
Cosa farà  l’elettorato moderato?
«A Roma l’elettorato di centrodestra non è propriamente moderato, ma è difficile capire cosa accadrà , perchè sono mancate le scelte dei leader, nessuno ha indicato un modello. Si sono preferiti candidati intercambiabili. Che differenza c’è tra Marchini e Bertolaso? O anche Giachetti? Tutti si autodefiniscono uomini del fare e scelgono le stesse priorità : strade pulite, traffico, cose che i romani sentono dire da trent’anni…».

Carlantonio Solimene
(da “il Tempo”)

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ROMA, NON BASTA LA PROTEZIONE CIVILE, PER IL CENTRODESTRA CI VUOLE UNO PSICHIATRA: SALVINI FRENA SU BERTOLASO, IRA DELLA MELONI CHE NON VA AL VERTICE

Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile

SE BERTOLASO NON USA LA RUSPA SALVINI VA IN CRISI DI ASTINENZA… LA MELONI AVEVA APPENA FATTO UN SELFIE CON LUI, GLIELO HA ROVINATO

E’ guerra tra alleati a Roma sul nome di Guido Bertolaso annunciato nei giorni scorsi. Matteo Salvini frena, la Meloni non ci sta e fa saltare l’annunciato vertice a Palazzo Grazioli con Silvio Berlusconi e con il leader del Carroccio.
La destra si spacca, con Storace che attacca Bertolaso.
Guido Bertolaso è un candidato “proposto dagli alleati” e con le sue dichiarazioni sui rom (“categoria vessata”, ascolta l’audio), su Francesco Rutelli e sul Pd, la “sua partenza non è stata il massimo per la Lega”, ha spiegato il segretario Matteo Salvini che, rispondendo a chi gli chiede se il Carroccio è pronto a sfilarsi, risponde: “A pacchetto chiuso non compro nulla. Quello che dirà  la gente di Roma” in questi giorni “inciderà  sulla mia decisione finale”.
La partita è aperta, quindi? “Tutte le partite sono sempre aperte”, ha sottolineato manifestando poi altre perplessità  sul nome dell’ex capo della Protezione civile: “Su Roma, una città  bella e complicata, Bertolaso può essere la persona più capace ed efficiente del mondo e lo ha dimostrato andando in campagna elettorale con i processi in corso, con una certa magistratura non mi sembra la cosa più brillante e facile”.
“Il centrodestra è coeso, con Salvini piena condivisione”, è stato il lapidario commento di Bertolaso.
L’ira di Meloni.
Giorgia Meloni si è detta “arrabbiatissima” e “allibita” di fronte alle parole con cui Matteo Salvini ha messo in discussione la candidatura di Bertolaso, colpendo l’unità  del centrodestra.
Unità  che sembrava essere stata ritrovata dopo settimane di continue tensioni. Per questo, spiegano fonti del suo partito, ha annunciato di disertare il pranzo a Palazzo Grazioli con Silvio Berlusconi e Salvini e poi rinviato dallo stesso ex premier, riservandosi di non prendere più parte a riunioni tra alleati finchè il Carroccio non chiarirà  la sua posizione.
Storace: “La candidatura Bertolaso non arriva a marzo”.
“Oggi è il 18 febbraio, che è il mese più corto. Forse Bertolaso arriva fino a marzo. Io comincio infatti ad avere la sensazione che prima o poi se ne libereranno, chiameranno la Protezione Civile e lo porteranno via”.
Così Francesco Storace, leader de “la Destra” e candidato a sindaco di Roma, ha commentato le dichiarazioni di Salvini. Nei giorni scorsi, inoltre, Storace aveva rivelato di aver ricevuto pressioni da Bertolaso per non candidarsi.
E ha concluso: “Vorrei che si smettesse di parlare di giustizia e che Meloni dicesse a Berlusconi che con Bertolaso ha fatto un guaio”.
Alta tensione a destra.
Oltre alla grana leghista, Giorgia Meloni deve anche affrontare una fronda interna: 21 esponenti di Fratelli d’Italia hanno annunciato il loro sostegno a Storace, rifiutandosi di appoggiare la candidatura di Bertolaso.

(da agenzie)

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TANGENTI LOMBARDIA, PARLA LA DONNA CHE HA SVELATO LE MAZZETTE: “DENUNCIARE E’ UN DOVERE, I CITTADINI PAGANO”

Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile

LA COMMERCIALISTA CHE HA SEGNALATO IL SISTEMA DEGLI APPALTI TAROCCATI ERA REVISORE DEI CONTI: “IO VADO A FONDO NEI CONTROLLI E NON GUARDO IN FACCIA NESSUNO”

“Ho fatto quel che ho fatto perchè non ho una famiglia o figli su cui si potessero rivalere”.
E’ molto complicata la vita del controllore nel pubblico, se fa il suo mestiere. “Se parli vai a casa e se vai a casa non mangi. Io, per fortuna, non ho questo problema: in caso, preferisco andare a casa e non mangiare. Ma io guardo”.
Insomma, doveva pensarci proprio lei a scoperchiare il sistema di corruzione e collusioni che in Lombardia consentiva all’imprenditrice Paola Canegrati di fare man bassa di gare per servizi odontoiatrici ospedalieri, mettendo a libro paga politici e manager sanitari. Giovanna Ceribelli è una commercialista di 68 anni che si dà  da sola della “rompiscatole”.
I politici mangiavano sugli appalti veicolati agli amici. I dirigenti ospedalieri si piegavano alle richieste, apparecchiando le gare e adoperandosi per nascondere le irregolarità . I revisori chiudevano gli occhi.
Ceribelli no, è un cancello che non fa passare nulla.
Nell’ordinanza che ha portato a 21 arresti — tra i quali spicca il vicesegretario della Lega Fabio Rizzi, braccio destro di Roberto Maroni — di lei i magistrati scrivono: “Era l’unica a preoccupare la signora Canegrati”, l’imprenditrice al centro del sistema. Il suo è un piccolo studio a Caprino Bergamasco — il paese prima di Pontida, capitale morale del leghismo — ha il pallino dei conti in ordine, soprattutto se riguardano i soldi dei contribuenti. Pile di carte, faldoni ovunque.
Nel 2012 entra nel collegio sindacale dell’azienda ospedaliera di Vimercate, nel Monzese. Passa in rassegna tutte le gare e incappa nel contratto stipulato nel 2009 che sarà  la chiave di volta dell’inchiesta, che si è poi estesa a decine di affidamenti sospetti in tutta la Lombardia. E poi su tutti gli altri.
“Nulla di speciale”, si schermisce. La denuncia viene però firmata solo da due dei cinque revisori del collegio, una è lei. Gli altri, non osano. “Io ero forte delle mie ragioni e ho fatto di testa mia. Mi sono specializzata in appalti e non mi basta fare controlli a campione o formali, come spesso accade. Vado a fondo, ci lavoro mesi, anche da casa. E se vedo qualcosa che non torna non mi interessa che uno sia verde, rosso o giallo. O di andarci da sola. Io vado in Procura”
Era già  successo quando era nel collegio del “Bolognini” di Seriate. Anche allora, tirandosi dietro le maledizioni del direttore Amedeo Amadeo, in sella per 15 anni, fino alle sua dimissioni causate (non casualmente) da indagini penali per rimborsi gonfiati e concorsi truccati.
Quel ruolo di “rompiscatole” dei conti l’aveva già  trasformata nel nemico numero uno dell’ex direttore che, a ogni grana sul suo ospedale, coi giornalisti sbottava: “E sarà  stata la Ceribelli, a passarvi qualcosa”.
Qualcuno dice che ce l’abbia con i leghisti, che sia “di sinistra”.
Lei non nega, ma distingue: “Quando vado alle urne sono un’elettrice, per il resto faccio solo il mio mestiere e forse per far bene il sindaco, il controllore di una società  pubblica, bisogna rompere le scatole per professione. Noi sindaci revisori siamo tutti nominati per via politica, io stessa lo sono stata. Però ho guardato. E se qualcuno mi chiedesse di chiudere un occhio, ne aprirei quattro”.
Protesi e materiali scadenti, corone che gli stessi dirigenti sanitari che le compravano, nelle intercettazioni, definivano: “fatte con il culo”.
Ceribelli ha le idee molto chiare. “Il sistema sanitario sta spingendo verso il privato ma qui c’era qualcosa in più. Nella collaborazione pubblico-privato il privato non contribusce a migliorare il sistema, fa solo il suo interesse. Nel caso specifico, la società  che vendeva materiale scandente controllava al 100% quella che poi lo metteva in bocca ai pazienti. Le due prestazioni si mettono insieme e alla fine, avendo dietro lo stesso titolare, nessuno segnala le anomalie. Questa cosa deve essere impedita. In alcuni centri queste società  avevano in mano addirittura la cassa e non va assolutamente bene perchè controllo io, soggetto pubblico, cosa viene fatto. Non le aziende che erogano le prestazioni per me. E’ un impegno civico, oltre che un dovere professionale. Sono soldi pubblici e quando si crea un indebito arricchimento nelle strutture sono buchi che poi pagano i cittadini in servizi scadenti, carenza di fondi per il personale etc. Ai colleghi dico allora: non abbiate paura, controllate e denunciate”.
La politica, Pontida è a due passi da qui. Dal palco sul pratone si agitavano le scope del cambiamento di Maroni e Salvini. C’era anche Rizzi…
“Questo mi stupisce, se proprio me lo chiede”. “Mai avrei pensato che venisse arrestato anche Fabio Rizzi, qualcuno così vicino al presidente Maroni. Sembra che dalla gestione Formigoni in favore di Cl, che tanti segni ha lasciato, non si sia cambiato passo. Spero che ora ci sia un lavoro importante sul fronte dei controlli”.
La preoccupa la riforma della sanità  scritta da quel Rizzi arrestato per corruzione? Cosa possono aspettarsi i lombardi?
“Alcune cose mi impensieriscono. All’interno di queste normative in Regione Lombardia hanno attuato ad esempio una riduzione del 10% degli emolumenti per i collegi sindacali giustificandola come riduzione di spesa. Così facendo però indeboliscono gli organi di controllo dalla cui attività  dipende la fortuna degli spregiudicati e la salute dei bilanci pubblici che devono essere protetti dai costi della corruzione. Così si risparmia e si argina il male del nostro Paese. Ma si deve ribaltare tutto”.
Si aspetta un “grazie” da parte dei vertici della Regione?
“Non mi aspetto nulla, non cerco la riconoscenza o promozioni. Quel “grazie” lo sto ricevendo dai cittadini con le telefonate che mi fanno. Mi auguro solo che questa vicenda dia coraggio e contribuisca a cambiare il sistema”.

Franz Baraggino e Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)

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RIXI E’ DAVVERO IL “FRATELLO” DI SALVINI: UNO SISTEMA LE MOGLI, LUI ASSUME IL COGNATO

Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile

9.000 EURO DI CONSULENZA IN REGIONE LIGURIA PER MEZZA GIORNATA DI LAVORO… HA SICURAMENTE COMPETENZE ALLO SVILUPPO ECONOMICO: HA FATTO IL BARISTA E VENDE ORO

L’ assessore allo Sviluppo economico, Edoardo Rixi, assume suo cognato come collaboratore.
Andrea Carratù, infatti, dall’8 gennaio ha un contratto di collaborazione Cococo, con l’incarico di collaboratore politico dell’assessore, con incarico di segretario.
L’incarico preciso recita: “Attività  di supporto e raccordo alla segreteria politica dell’assessore a Sviluppo economico, industria, commercio, artigianato, ricerca e innovazione tecnologica, energia, porti e logistica, per gli aspetti connessi all’incarico di Addetto alla segreteria”: ovvero un collaboratore politico di Edoardo Rixi.
Il compenso mensile è fissato in 750 euro per mezza giornata.
E la scadenza del contratto coincide con la fine della legislatura della giunta Toti.
Il curriculum del collaboratore dell’assessore allo Sviluppo economico della Regione riporta esperienze lavorative che hanno ben poco a che fare con l’assessorato competente : titolare di pubblici esercizi e bar, gestione di un punto vendita di oreficeria, attualmente è dipendente della Gold International Company.
«È mio cognato, è vero – dice l’assessore Rixi, vicesegretario nazionale della Lega Nord – ma lo conoscevo già  da prima, cosa ci posso fare se poi è diventato mio cognato?   E poi non l’ho assunto adesso: questo dell’8 gennaio è un rinnovo di un contratto che già  gli avevo sottoscritto, dall’inizio del mio mandato, per i sei mesi scorsi “.
Il segretario Salvini nel giorni scorsi aveva definito Rixi “un fratello”, ora abbiamo capito il motivo: mentre il leader della Lega ha sistemato le due ex mogli in Comune   e Regione, “suo fratello” (sotto processo per peculato) ha pensato al cognato.
La “grande famiglia” padana cresce.

(da agenzie)

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UNIONI CIVILI, OCCORRE METTERCI LA FACCIA

Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile

IN EUROPA DIRITTI RICONOSCIUTI DA 17 ANNI, IN ITALIA SI DISCUTE ANCORA TRA FALSIFICAZIONI NEL MERITO E PENOSI TATTICISMI DEI PARTITI

Era la fine dell’estate del 2011 quando a Rossana Podestà , compagna di vita da oltre trent’anni di Walter Bonatti, venne impedito di entrare nel reparto di rianimazione dell’ospedale romano dove il grande alpinista stava morendo. Il motivo? Non erano sposati.
Ieri mattina il Senato era chiamato ad approvare una legge che dovrebbe finalmente mettere l’amore di una coppia al riparo dalla cecità  delle burocrazie e dalle discriminazioni.
Una legge che ne contiene due: una riguarda le coppie eterosessuali e recupera le occasioni mancate dei Pacs (approvati in Francia quasi 17 anni fa) e dei Dico, opportunità  sprecate per cecità  e arretratezza.
E dire che fin dal 2000 la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea riconosce come diritti distinti il diritto al matrimonio e il diritto a costituire una famiglia.
A questo secondo diritto, non tutelato dalle leggi italiane, aspirerebbero oltre 900mila coppie italiane che hanno messo su casa senza essersi sposate.
L’altra parte della legge si propone di estendere la possibilità  di unione civile alle coppie omosessuali, come previsto dalla Corte costituzionale con una sentenza del 2010 in cui si afferma che a due cittadini dello stesso sesso va riconosciuto il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia ottenendone il riconoscimento giuridico.
Quella al voto ieri era la pallida copia di una legge che esiste da tempo nel resto dell’Occidente, niente di rivoluzionario.
Una legge che dovrebbe servire a sanare due ritardi storici e a rispondere a cambiamenti profondi delle nostre società . Pare abusato ripetere che il Paese e l’opinione pubblica hanno metabolizzato da tempo le coppie non sposate, che non desta scandalo l’amore tra due uomini o tra due donne e che il diritto di stare accanto al proprio compagno in ospedale o a non perdere la casa se uno dei due muore sono il minimo per una comunità  civile.
Sembrava la volta buona, eppure abbiamo dovuto assistere ancora allo spettacolo sconfortante e penoso di un Parlamento che naviga a vista, senza orizzonte, senza coraggio. Ora siamo davanti a un percorso accidentato, pieno di incognite, che potrebbe concludersi con un naufragio.
Una situazione di caos che sta scatenando i peggiori istinti parlamentari, quelli del dileggio, della rissa e degli espedienti tattici che servono solo a lucrare un minuto di celebrità . Giochini fatti sulla pelle di chi aspettava la legge ma anche sulla pelle di un Parlamento che non si rende conto di quanto sia già  screditato.
Chi sono i responsabili di questa situazione grottesca e grave?
Non è difficile rispondere: il Pd, Renzi e il Movimento 5 stelle. Questi ultimi hanno dimostrato ancora una volta di non essere interessati a fare politica, nel senso nobile del termine: mettersi in gioco, fare la differenza nella vita delle persone, caricarsi scelte complesse e difficili con senso di responsabilità . La cosa che hanno imparato meglio in questi pochi anni di presenza in Parlamento è il vizio di fare giochini tattici, sono diventati professionisti di quei voltafaccia che si pensava appartenessero a stagioni passate.
Il Pd aveva un problema interno ma non è stato capace di affrontarlo per tempo e con chiarezza e alla fine, molto ingenuamente, si è fidato dei grillini nella speranza che fossero loro a sciogliere i nodi e ad evitare il confronto tra le anime del partito.
Il presidente del Consiglio ha creduto che si potesse approvare una legge di questo tipo senza metterci fino in fondo la faccia e senza un vero confronto con gli alleati di governo, nella convinzione che bastasse avere il merito di appoggiare il testo Cirinnà  qualunque fosse la sorte finale.
Non si può pensare che vittoria, sconfitta e pareggio siano cose ugualmente tollerabili, ci vuole il coraggio di definirsi, di scendere in battaglia, anche a costo di polemiche e rotture.
Il tutto è stato peggiorato e reso indigesto da un dibattito pubblico pessimo, fazioso, inquinato dagli estremismi e dalle falsificazioni.
Un dibattito in cui è mancata la serenità  da ogni parte e in cui i termini del confronto sono stati resi irriconoscibili. In nessuna parte della legge si prevede che una coppia omosessuale possa chiedere di adottare un bambino (si prevede invece che il coniuge abbia il diritto di adottare il figlio naturale del compagno) ma il messaggio è passato così in tanta parte dell’opinione pubblica.
Così come non si parla mai di utero in affitto, una pratica vietata in Italia che ci rimanda allo sfruttamento di donne povere e deboli, una pratica che sembra apparsa sulla scena solo oggi per le coppie gay quando è invece utilizzata da tempo da coppie eterosessuali che non riescono ad avere figli.
Ora non resta che fare con serietà  e chiarezza ciò che andava fatto molto tempo fa: un confronto serrato all’interno del Pd e della maggioranza per decidere una linea (se necessario attraverso una mediazione che oggi appare certo irritante ma che dovrebbe essere naturale in una coalizione come in una forza politica) e per portarla avanti e fino in fondo con coraggio.
Mettendoci la faccia.

Mario Calabresi
(da “La Repubblica”)

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CLAN BLOCCANO LA FIACCOLATA DELLA LEGALITA’ A BARI: “QUI A SAN PIO NON ENTRA NESSUNO”

Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile

IL COMITATO PER L’ORDINE E LA SICUREZZA RINVIA L’INIZIATIVA DEL COMUNE: MA QUALCUNO CHE ORDINI DI ENTRARE A MITRA SPIANATI NON ESISTE MAI?

Dopo il rumore degli spari, a San Pio fa più paura il silenzio.
Quello che svuota i centri di aggregazione, nel quartiere periferico barese, quello imposto dai mafiosi che non gradiscono la presenza delle istituzioni.
Dalle donne dei clan, che hanno avvicinato i rappresentanti della legalità , consigliando: “Lasciate perdere le iniziative, le manifestazioni, qui non deve venire nessuno”.
È accaduto nei giorni scorsi, dopo l’omicidio di Gianluca Corallo e prima dell’altra sparatoria nella quale, domenica, è stato ferito Giuseppe Drago.
Un diktat che ha bloccato l’organizzazione per venerdì 12 febbraio di un laboratorio aperto per la legalità , organizzato (e poi revocato) dall’assessorato comunale al Welfare, dal centro aperto polivalente per minori e dal centro d’ascolto per la famiglia “Orizzonti”.
Un’occasione di aggregazione (ci sarebbe stata anche una fiaccolata) e di reazione alla criminalità , con appuntamento in piazzetta Eleonora, intitolata alla bambina morta di stenti dieci anni fa in un monolocale del quartiere.
L’iniziativa, ideata proprio a seguito dell’omicidio Corallo, è stata rinviata ma il caso è stato portato sul tavolo del comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico, tenutosi in prefettura e al quale ha partecipato anche il sindaco di Bari, Antonio Decaro.
Una sfida alle istituzioni, alle quali le istituzioni hanno risposto: da una parte lo Stato, con l’aumento delle pattuglie delle forze dell’ordine nella zona, dall’altra lo stesso primo cittadino che ha trascorso tutta la giornata di mercoledì a San Pio.
Ha visitato i centri di aggregazione, la parrocchia, l’accademia del cinema: “I bambini nei giorni scorsi erano terrorizzati per quello che è successo – spiega Decaro – non stavano frequentando nessun centro, non uscivano di casa. Ma ora la situazione sta tornando alla normalità , i bambini e i ragazzi stanno tornando per le strade, le mamme li stanno nuovamente accompagnando all’accademia del cinema e al centro famiglie. Abbiamo fatto sentire la presenza di Stato e Comune lì dove ne avevano messo in discussione la presenza”.
Per ora, però, il laboratorio di legalità , al quale avrebbe partecipato anche l’associazione ‘Falcone e Borsellino’ e il quinto Municipio, non si terrà  perchè non è ritenuto prudente dai componenti del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal prefetto Carmela Pagano.
Domenica prossima, come programmato da tempo, si terrà  invece nel palazzetto dello sport di San Pio un altro evento, al quale sono invitate scuole di danza e organizzato dal Comune di Bari per sostenere la “Banca dei capelli”, che dona parrucche ai malati oncologici.
Proseguono intanto le indagini di carabinieri e polizia che cercano di ricostruire le dinamiche nelle quali sono maturate le due sparatorie, nell’arco di una settimana, a San Pio: l’omicidio di Gianluca Corallo e il tentativo, successivo, di uccidere Giuseppe Drago per gli inquirenti rappresentano un botta e risposta tra due frange dello stesso clan Strisciuglio che si contendono il controllo dello spaccio nel quartiere.
Un contrasto che aveva già  fatto registrare qualche segnale due settimane prima, quando gli agenti della Squadra Mobile avevano intercettato due uomini con il volto coperto dal passamontagna e i guanti, fermi in una stradina.
Alla vista dei poliziotti, uno dei due era riuscito a scappare mentre l’altro era stato arrestato: Biagio Carbonara, prima delle manette, aveva tirato fuori dalla cintola dei pantaloni e tentato di nascondere sotto un’auto parcheggiata la sua pistola calibro 9, completa di caricatore e cartucce.

(da “La Repubblica“)

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NAPOLI NELLE MANI DELLA CAMORRA: 6 FAIDE, 25 GRUPPI E UN ESERCITO DI KILLER

Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile

PROCURARSI UN’ARMA E’ UN GIOCO DA RAGAZZI… 32 VITTIME IN 13 MESI, MA C’E’ UNA NAPOLI CIVILE CHE REAGISCE

Dal ventre di Napoli si estende lungo le disastrate periferie partenopee e attecchisce nei comuni dell’hinterland della città .
Le lingue di fuoco delle bande di camorra combattono una guerra. Sono conflitti latenti che al primo sgarro o sconfinamento esplodono.
Sono almeno sei le faide in corso, sottotraccia scorrono altrettanti micro conflitti. Ci sono 25 gruppi e un esercito di killer, che si contendono vicolo dopo vicolo la conquista delle attività  illegali: dalla più redditizia gestione delle piazze di spaccio al mercato delle estorsioni fino all’industria della contraffazione.
A loro occorre affiancare i clan storici e le loro articolazioni. Gruppi familiari con un certo pedigree camorristico, che attendono acque meno agitate. Con oculata strategia non gettano per ora altra benzina sul fuoco. Si limitano a giocare di rimessa prestando uomini, mezzi e logistica agli emergenti.
Appoggi esterni per incoraggiare leadership e protagonismi criminali con il fine di costruire future alleanze, garantendosi così il controllo ‘federato’ del territorio. Alleanze e accordi sottoscritti e violati.
Babygang improvvisate ed “effetti collaterali”
Improvvisate babygang con aspirazioni da clan come la ribattezzata ‘paranza dei bimbi’ di Forcella che tentano il grande salto.
Elemento comune è il trasgredire le ‘regole’, impera l’anarchia criminale, c’è la pericolosa babele del tutti contro tutti.
E’ un cocktail esplosivo — in pieno stile gomorra — che ha fatto ripiombare Napoli ed i comuni limitrofi nell’inferno dei morti ammazzati, delle esecuzioni esemplari, dei ferimenti e delle plateali azioni dimostrative.
Un conflitto che coinvolge molti quartieri e rioni caldi della città . Un’escalation che desta allarme sociale minacciando da vicino la stessa coesione e convivenza civile.
È questa “imprevedibilità ”, più d’ogni cosa, a richiedere uno sforzo di intelligence supplementare per decifrare dinamiche che sfuggono ai canoni tradizionali dell’investigazione.
Basta considerare un dato orribile che fa accapponare la pelle e aggrava le statistiche: in meno di cinque anni ci sono stati otto morti per sbaglio. Sangue innocente di nuovi martiri. Un elenco che ogni anno tragicamente si allunga. Bersagli incolpevoli di un errore di persona, commesso da killer che solitamente vanno in giro ad ammazzare i rivali, su ordine dei clan, con armi in pugno e tanta cocaina in corpo.
L’ultimo è stato Maikol Giuseppe Russo, 27 anni, colpito alla testa poco prima delle ore 20 del 31 dicembre scorso a piazza Calenda al rione Forcella mentre aspettata il fratello che finisse di lavorare.
Il 6 settembre in piazza Sanità  è toccato a Genny Cesarano, appena 17 anni. I sicari in sella a moto di grossa cilindrata spararono all’impazzata. E’ lo lasciarono steso. Cercavano un esponente del gruppo dei Sequino.
La sparatoria è stata originata — dicono gli investigatori — da una lite, anche con accoltellamento, sugli spalti dello stadio San Paolo.
Il 31 luglio viene prima minacciato e poi ammazzato nell’officina di meccanico dove lavorava Luigi Galletta, 21 anni, ‘colpevole’ di non aver voluto spifferare il nome del proprietario di uno scooter usato per una ‘missione’ di morte.
Prima di loro, in Campania, altre 180 persone — tra loro bambini e neonati — morti in maniera analoga: freddati per sbaglio, o caduti nel fuoco incrociato di bande che sul territorio agiscono indisturbate.
Molti non se ne rendono conto, ma da queste parti, anche se in teoria siamo in tempo di pace, si vive in trincea. Se prima i ‘morti’ si facevano nei quartieri dormitorio a Nord di Napoli ora le fiammate di violenza divampano nel cuore della città .
E il turista che passeggia neppure percepisce il pericolo, lo scombussolamento, i venti di guerra. Lo sguardo è altrove e il naso all’insù a mirare le bellezze randagie e mozzafiato del Centro storico partenoepo.
La cultura del sogno camorrista
La città  regge all’urto dirompente della camorra autodistruttiva, grazie al robusto argine della cultura, al ritrovato interesse e passione dei cittadini, all’attivismo di una forte rete civica e al grande lavoro investigativo e inquirente.
Lo Stato ha inferto duri colpi, azzerato clan, disarticolato organizzazioni criminali, acciuffato importanti latitanti, ridotto all’osso le linee di comando.
Un vuoto di potere provocato da inchieste, arresti e condanne e colmato da figli e nipoti di vecchi boss e da ex gregari senza qualità  ‘promossi a generali’. Ecco che avanzano allora inedite alleanze tra bande e pezzi di clan traballanti.
Poi ci sono loro: le nuove leve, i minorenni cresciuti con il sogno camorrista, le vittime del disagio sociale, parassiti spregiudicati, balordi riuniti in gang violente che vogliono tutto e subito.
Non temono nulla, neppure di restare uccisi con un colpo in testa.
La Direzione investigativa antimafia nella sua ultima relazione al Parlamento denuncia: “I clan continuano nell’opera di condizionamento culturale delle fasce più emarginate della popolazione, ambendo a porsi quale punto di riferimento alternativo allo Stato soprattutto nelle aree economicamente più deboli e offrendo possibilità  di guadagni illeciti ai più poveri”.
Un “reclutamento dei bisognosi” contro il quale non basteranno certo agenti, esercito e telecamere.
Ci sono interi condomini che hanno come unico reddito i proventi della vendita della droga. C’è un welfare criminale che comprende la mesata, lo stipendio, il pagamento dei legali in caso di arresto, a volte perfino le cure mediche.
Come dimenticare le immagini viste a Secondigliano al “Terzo mondo”, il 21 gennaio 2005, quando finisce in manette Cosimo Di Lauro, 32 anni, considerato il vero artefice della faida di Scampia, l’uomo che ordinò lo sterminio dei suoi avversari, gli scissionisti e dei loro parenti.
Mentre i carabinieri del Comando provinciale lo arrestano, scoppia in strada una rivolta contro le forze dell’ordine. Anziani, giovani, donne persino in stato interessante, bambini tentano di impedire l’arresto del rampollo di Ciruzzo ‘o milionario.
Addirittura ribalteranno una gazzella. Camorra dilaniata, frammentata, polverizzata che continua però ad essere interlocutore sociale.
Armi per tutti, di tutti i tipi
Ciò che impressiona, se ancora ci si può impressionare, è la disponibilità  e la facilità  con cui si trovano e acquistano armi.
I numeri sono allarmanti: tra il primo luglio 2014 e il 30 giugno 2015, i carabinieri del Comando provinciale di Napoli hanno sequestrato 1265 fra armi da fuoco e armi bianche, più di 23mila munizioni e quasi 10mila chilogrammi di esplosivo.
Un arsenale da guerra, cui vanno sommati i sequestri delle altre forze di polizia. Armi micidiali, compresi mitra kalashnikov e mitragliette Uzi, che viaggiano a bordo di tir o auto veloci dai paesi dell’Est europeo come la Repubblica Ceca e la Russia.
Proprio a fine gennaio i carabinieri hanno rinvenuto una santabarbara: armi destinate agli uomini dei clan, i Lo Russo di Miano che si contrappongono ai Licciardi della Masseria Cardone ed i gruppi di Fuorigrotta capitanati dal boss emergente Alessandro Giannelli, 38 anni, acciuffato dai carabinieri martedì scorso 9 febbraio. Kalashnikov, fucile a pompa, tre fucili a canne mozze perfettamente efficienti ma anche giubbotti antiproiettile, caschi integrali neri, 600 colpi di vario calibro e passamontagna.
Un sequestro non isolato. Dieci giorni fa sempre i militari dell’Arma al Rione Sanità , nel corso di un controllo su di un terrazzo di un’abitazione di un affiliato al clan Esposito, trovano nascosti in uno sgabuzzino un fucile mitragliatore di produzione cinese tipo “kalashnikov” — carico e pronto all’uso — 27 munizioni da guerra, 8 cartucce winchester e 2 giubbotti antiproiettile: praticamente un arsenale per agguati in piena regola.
E a pochi giorni dalla festività  di Natale in un foro del muro perimetrale della Chiesa Santa Maria di Gerusalemme, ai Decumani, non sono passati inosservati due involucri voluminosi. La polizia vi ha trovato una Beretta calibro 7,65 e un revolver completo di caricatore e quattro cartucce.
Nell’ordinanza che porterà  — il 9 giugno 2015 — dietro le sbarre oltre 60 affiliati alla “paranza dei bimbi” di Forcella emerge dalle intercettazioni ambientale nell’abitazione della famiglia-clan Giuliano una ‘strana’ colonna sonora: È il rumore delle armi.
Le cimici captano il sordo suono: lo scarrellamento di una pistola pronta all’uso.
“Ma pensa che è nuova, nuova e imballata”, dice compiaciuto uno dei rampolli della famiglia Giuliano, Guglielmo, durante un colloquio intercettato alla fine di gennaio del 2014.
Uno degli affiliati chiede se quella pistola è “la special 92”.
E un altro giovane Giuliano, Toni, risponde da esperto del settore: “No, no, 92 F S, è la nuova. Fuori serie calibro 9 per 19. Le botte dentro vanno, la teniamo solo noi”.
Per un bel pezzo il gruppo discute solo di pistole. Parlano di quella “con tredici botte”, scherzano sulla “357 cromata con il manico di gomma, quello là  è secco e lungo… quello di Al Capone”.
Di fronte a questo quadro nero, tetro, fosco irrompe la provocazione del parroco di Forcella Don Angelo Berselli che ai funerali di Maikol Giuseppe Russo sbottò così: “Non sono un prete anticamorra. Vi sbagliate, io sono per la camorra. Da queste parti è la sola cosa che funziona”.

Arnaldo Capezzuto
(da “il Fatto Quotidiano“)

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