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LA STAGIONE DEL RISENTIMENTO CHE LA POLITICA CERCA DI INTERCETTARE

Giugno 22nd, 2016 Riccardo Fucile

L’INSEGUIMENTO DEL SUCCESSO PRODUCE FORME OSSESSIVE DI RIPIEGAMENTO SU DI SE’

Un fantasma s’aggira per l’Italia: il risentimento.
Livore, astio, ostilità , acredine, malevolenza, vendetta, sono i differenti nomi di questo fantasma.
Non abita solo le periferie sconquassate delle città , ma anche i palazzi del centro, i luoghi di lavoro come le scuole, gli autobus, i taxi e le panchine dei parchi.
Sembra l’unica risposta possibile ai torti, alle offese, agli smacchi che molti sentono di aver subìto.
Un profondo senso di frustrazione unisce le madri ai figli e alle figlie disoccupate, i sessantenni ai trentenni, gli operai ai piccoli imprenditori, i professori ai loro allievi. Nessuno si salva, nessuno ne sembra esente.
C’è anche il rancore, che s’accompagna al risentimento, suo fratello gemello; parola d’origine latina, rancor, ha la medesima radice di rancidus, “astioso” e anche “stantio”.
La convinzione che i più coltivano, a torto o a ragione non importa, è quella di aver subito un sopruso, un’ingiustizia.
Ne consegue dolore, afflizione, ma anche ansia e depressione, che sono due stati d’animo assai diffusi, opposti e simmetrici alla rabbia che il risentimento produce.
I luoghi dove manifestarlo sono molti e diversi, tra questi anche la lotta politica, trasformata da competizione tra partiti e programmi diversi in resa dei conti, luogo in cui ribaltare i torti o compiere agognate vendette.
Luis Kancyper, uno psicoanalista sudamericano, che si occupa da anni del rancore, sottolinea come si tratti di una attività  ripetitiva: rancore come “ruminare”. In origine il termine indicava l’atto di dondolarsi, il pensare e ripensare al medesimo evento in modo costrittivo.
Allo stesso modo, scrive Kancyper, il risentimento è un “sentire ancora, di nuovo”, un ritornare incessantemente sul proprio stato emotivo, senza possibilità  alcuna di allontanarsi definitivamente dall’offesa o dal torto subito, sovente immaginario.
Il risentimento deve avere senza dubbio una qualche parentela con la paranoia, l’unica malattia mentale contagiosa, come ha ricordato Luigi Zoja nel suo studio Paranoia. Gli psicoanalisti sono convinti che la radice profonda del risentimento risieda nell’invidia, sentimento negativo, ma che ha un’enorme importanza nelle relazioni tra i singoli e tra i gruppi sociali.
Il filosofo sloveno Slavoj Zizek ha raccontato in vari libri un’emblematica storiella al riguardo.
Una strega dice a un contadino: «Ti farò quello che vorrai, ma ricorda, farò due volte la stessa cosa al tuo vicino». E il contadino con un sorriso furbo: «Prendimi un occhio!»
Quale è la radice sociale del risentimento che colpisce da almeno un paio di decenni l’Italia e che ha avuto il suo culmine nei fenomeni xenofobi, nelle manifestazioni leghiste e che fluttuando si manifesta a intervalli più o meno regolari qui e là , determinando anche i flussi elettorali e le manifestazioni collettive?
La frustrazione, si potrebbe rispondere. Ma per cosa?
La condizione contemporanea sarebbe secondo gli psicologi un impasto inedito d’invidia e risentimento.
L’inseguimento del successo, proposto sempre più come una meta individuale e collettiva, produce forme ossessive di ripiegamento su di sè, da cui nasce il risentimento.
Molte persone soffrono la vergogna di non aver raggiunto quei riconoscimenti economici e sociali promessi a tutti da una società  solo in apparenza democratica ed egualitaria.
La competizione, che pare diventata uno straordinario carburante di miglioramento, reca tuttavia con sè, quali frutti avvelenati, frustrazione e risentimento.
Andy Warhol, geniale artista della contemporaneità , l’ha condensato nella frase che gli si attribuisce: nel futuro ciascuno sarà  famoso per 15 minuti.
E se i quindici minuti non arrivano mai? A tutto questo va aggiunta la forbice che si è aperta in Occidente, e quindi anche in Italia, tra ricchi e poveri, coinvolgendo le classi medie che si ritenevano al riparo da indigenza e povertà .
Nessuno è più sicuro di non diventare un “sommerso”.
La parola “risentimento” è entrata nel vocabolario moderno attraverso un libello del 1593, Dialogue du Franà§ais et Savoisien, opera di Renè de Lucinge, in cui l’aristocrazia manifesta la sua acredine nei confronti della borghesia, dei nuovi arricchiti, che si comprano i titoli nobiliari.
Il risentimento è in definitiva il sentimento che prova chi per lungo tempo ha desiderato qualcosa, scrive un sociologo, senza raggiungerlo, e che ora capisce che non l’avrà  mai. Kancyper lo definisce “un pensare calamitoso”, un tormento da cui la collera resta la via d’uscita più semplice.
Il risentimento c’è sempre stato, ma, come ha scritto il filosofo Peter Sloterdijk, un tempo esistevano le “banche del risentimento”, quelle istituzioni e organismi che ne detenevano il controllo, e ne amministravano il flusso.
La Chiesa, ad esempio, ma anche e soprattutto i partiti socialisti e comunisti, che raccoglievano il rancore e la rabbia della gente come le banche il denaro, dilazionando nel tempo le reazioni individuali e collettive. I progetti della società  futura – regno della giustizia e paradiso in terra – tenevano sotto controllo le frustrazioni, davano loro un senso in attesa dei futuri “giorni dell’ira”: la rivoluzione, le rese dei conti, la vittoria degli oppressi e degli umiliati
Oggi non ci sono più, o almeno non funzionano più così.
Ora ogni richiesta è immediata, niente può più essere posposto. Nessuno attende più, neppure Godot.
Abbiamo imparato grazie alle nuove tecnologie, all’informatica e al computer che tutto avviene “in tempo reale”: tutto è rapido e istantaneo.
Nessun fallimento, nessun dolore, nessuna frustrazione o patimento subito, può attendere quel giorno futuro. La politica tradizionale probabilmente non ha ancora imparato a tener conto di questo cambio di paradigma temporale.
Ma ci dovrà  fare i conti. Intanto c’è già  chi ha trovato il modo di rispondere alla domanda di risentimento e rancore che sale dal Paese.
Non sarà  facile per nessuno. Il livore e l’astio non fanno mai sconti.

Marco Belpoliti
(da “La Repubblica”)

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MASTELLA SHOW: “DE MAGISTRIS? CAFONE ISTITUZIONALE, VITALIZIO? MI SERVE, HO SEI NIPOTI”

Giugno 22nd, 2016 Riccardo Fucile

E GIU’ PERNACCHIE A SALVINI: “IO HO VINTO A BENEVENTO, LUI HA PERSO A VARESE, HA VINTO SOLO A CASCINA”

“Ho preso a Benevento il 63% e c’è chi mi voleva morto. A proposito,   fatemi toccare”. Comincia così la lunga intervista che il neo-sindaco di Benevento, Clemente Mastella, rilascia a La Zanzara, su Radio24.
“Il mago Otelma” — rivela — ” mi aveva detto che avrei avuto un’avventura buona quest’anno. Mia moglie? Più che contenta, poveretta, ha vissuto questa vittoria, dopo tutto quello che abbiamo passato, come liberazione da un magone. Lei assessore nella mia giunta? No, Sandra fa la nonna”.
E attacca duramente il sindaco di Napoli: “De Magistris ha detto che non vuole avere nulla a che fare con me? Lui è un cafone istituzionale e non se ne rende conto. Neanche io ho la minima voglia di incontrarlo, mica è Brigitte Bardot. De Magistris tifoso del Napoli? Che io sappia tifa Inter, ma lui imbroglia su tante cose“.
E’ poi il turno di Salvini, a cui dedica più pernacchie: “E’ un mezzo leader, mica come Bossi, che intelligentemente capiva di essere parte della coalizione. Salvini invece vuole essere il leader del centrodestra. Ma ve lo immaginate? Lui non è neppure del centrodestra, è un lepenista senza una grande intelligenza politica“.
Poi rincara: “Io sono una persona mite. Ho però replicato alle insulsaggini che Salvini diceva in qualsiasi trasmissione tv. Intanto, io vinco a Benevento, lui perde a Varese e si mette a fare lezioni a me? Quella perdita è l’inizio della sua fine, ha vinto solo a Cascina. Anzi, chieda un miracolo a Santa Rita da Cascina. E Salvini al Sud non mette becco, perchè la gente lo tiene sulle palle. Farò un cartello: Comune desalvinizzato“.
Mastella poi risponde alle domande incalzanti di Cruciani sul suo vitalizio: “Intanto, ho rinunciato alla mia indennità  da sindaco, a differenza di De Magistris. Come vitalizio non prendo 10mila euro, ma circa 6.600 euro al mese. E comunque mi servono quei soldi: ho 6 nipoti e tre figli, di cui una ragazza adottiva. Che volete fare, mi volete togliere pure quello? Non mi piglio lo stipendio da sindaco, uso la mia macchina che ho comprato usata, non utilizzo un cacchio. Volete che chieda l’elemosina alla Caritas?“.
Infine, ribadisce di sentirsi il “Bill Clinton di Benevento” e su un eventuale Gay Pride nella sua città  insorge: “Ma perchè farlo proprio da me, lo facciano in altre città . Rispetto i gay, ma queste cose pacchiane non mi piacciono“

(da “il Fatto Quotidiano”)

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MAFIA CAPITALE, SUPERTESTE RITRATTA IN AULA: SENZA PROTEZIONE IL CLAN DI CARMINATI MI UCCIDE

Giugno 22nd, 2016 Riccardo Fucile

“SE DOVESSI TESTIMONIARE DURERO’ DUE SETTIMANE”

Teme di essere ucciso per le accuse che ha rivolto a Massimo Carminati perchè nessuno lo protegge. E per questo vuole fare marcia indietro. Ritrattare tutto davanti ai giudici del tribunale che sta processando i componenti del clan del Cecato nell’aula bunker di Rebibbia.
Lui è Roberto Grilli, un super testimone, lo skipper romano che ha contribuito a scoperchiare i retroscena di «mafia Capitale», arrestato sulla sua barca con 500 chili di cocaina a bordo, parla delle azioni criminali del Cecato che insieme al suo braccio destro, Riccardo Brugia, anche lui sotto processo, hanno sempre avuto «a portata di mano» pistole, mitragliatori e fucili.
I carabinieri del Ros chiedono a Grilli se ha ricevuto minacce direttamente o indirettamente da Carminati e lui risponde: «No. Ma non serve. Io so di chi stiamo parlando. Il mio profilo basso fino adesso mi ha garantito di stare in vita a Roma. Adesso, dopo questa cosa (la scelta di farlo testimoniare in aula ndr), non so’ più garantito con nulla. Se dovessi testimoniare durerò due settimane…».
Grilli, lei sente che c’è questo rischio per la sua vita?
«Stiamo a parlà  de Carminati, e questo rischio lo sento da un anno e mezzo. Non prendetemi in giro».
Roberto Grilli ha detto agli investigatori durante le indagini di essere stato contattato da un personaggio di estrema destra, che gli avrebbe chiesto una somma di denaro per andare a Napoli a procurarsi «una mitraglietta e due automatiche», come richiesto da Brugia.
Perchè il clan del Cecato ha tante armi ancora a disposizione. Grilli ha raccontato tanti risvolti dal chiaro sapore mafioso attribuito a Carminati.
Ma il super testimone denuncia di non essere mai stato protetto, di non essere stato mai sottoposto al programma di protezione, quello che le procure richiedono e assegnano ai pentiti di mafia, ai testimoni di giustizia a chiunque collabori con gli investigatori e sono ritenuti attendibili e in pericolo di vita.
La svolta è arrivata oggi. Con la scoperta di quanto è avvenuto. E di come il clan di Carminati, Cecato compreso, fa ancora paura a Roma.
Grilli è stato chiamato a deporre in aula. L’ex skipper è arrivato, è salito sul pretorio e ha preso posto a viso aperto sulla sedia riservata ai testi. E qui ha iniziato a fare retromarcia.
Ha sostenuto di aver amplificato le accuse nei confronti di Carminati perchè indotto dal precedente difensore che gli sarebbe stato imposto da altri.
Ha dunque inizialmente ritrattato i contenuti di un importante verbale di interrogatorio del 17 dicembre 2014 in cui accusa espressamente il Cecato di aver avuto un ruolo anche in traffici di droga.
Alla fine della prima parte dell’esame arriva il colpo di scena della procura.
I pm Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini hanno chiesto e ottenuto, dopo un vivace scontro con la difesa Carminati, l’acquisizione di una annotazione di polizia giudiziaria che spiega l’atteggiamento di Grilli.
I carabinieri del Ros di Roma hanno registrato una conversazione avuta nelle scorse settimane con il testimone, nel momento in cui gli hanno notificato la citazione a comparire davanti al tribunale, e qui hanno ricevuto le confidenze del trafficante, in cui spiega la paura a deporre e il timore di ritorsioni.
«Sono stato trattato in maniera vergognosa» dice Grilli ai carabinieri del Ros, «dopo mafia capitale ho perso il lavoro, la salute. Avevo chiesto protezione per non correre rischi».
E invece Grilli dice di essere stato lasciato solo. «Adesso devo confermare le mie dichiarazioni pe’ famme sparà , se non confermo le mie dichiarazioni posso avere falsa testimonianza, mi faccio quattro anni…».
Spiega agli investigatori il timore di essere ucciso dopo aver confermato in aula le accuse a Carminati: «Dopo questa botta data da me che magari è l’ultimo chiodo pe’ attaccà  Carminati perchè fino adesso… robetta, io che faccio, poi torno sulle strade di Roma e gironzolo, in questo modo “duro ‘na settimana…”».
Il verbale prodotto dai pm ha acceso la discussione fra alcuni difensori, in particolare dell’avvocato Bruno Naso, legale di Massimo Carminati.
Il penalista ha contestato l’annotazione dei carabinieri, che è stata invece difesa dall’avvocato di parte civile Giulio Vasaturo.
Per questo motivo Naso, davanti ai giudici, ha sbottato urlando contro il collega: «Stai zitto perchè ti prendo a schiaffi».

Lirio Abbate
(da “L’Espresso”)

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INCARICHI DELLA RAGGI ALLA ASL CIVITAVECCHIA: APERTO FASCICOLO

Giugno 22nd, 2016 Riccardo Fucile

“POTREBBE IPOTIZZARSI IL REATO DI FALSO IDEOLOGICO”

È stato aperto il fascicolo in procura sul neo sindaco Virginia Raggi in merito agli incarichi ricevuti dell’Asl di Civitavecchia. Si tratta di un modello 45, quindi senza ipotesi di reato.
Il procuratore aggiunto Paolo Ielo ha assegnato a un pm di piazzale Clodio l’inchiesta. Spetterà  ora agli inquirenti fare luce sulla vicenda.
Tutto è nato da un esposto presentato dall’associazione Anlep (Libertà  e Progresso). “Potrebbe ipotizzarsi il reato di falso ideologico in atto pubblico o altra violazione alla normativa sulla trasparenza per coloro che ricoprono incarichi politici” è il senso dell’esposto presentato da Anlep sul caso della consulenza di Virginia Raggi alla Asl di Civitavecchia.
Anche le dichiarazioni dell’ex assessore Alfonso Sabella – che qualche giorno fa aveva detto che   un avviso di garanzia a Virginia Raggi sarebbe un “atto dovuto” – diventano ora oggetto di un fascicolo che pende presso la Prima Commissione del Csm, e che era stato già  aperto ad aprile, per le considerazioni espresse da Sabella all’Arena di Giletti sul possibile esito di un procedimento penale su Affittopoli.
Proprio ieri il presidente dell’Anac Raffaele Cantone aveva dichiarato che in merito non c’era nessuna istruttoria della la commissione nazionale anticorruzione   sugli incarichi legali affidati Raggi, nel 2012 e nel 2014, il secondo dei quali mentre la pentastellata era già  consigliera comunale al Campidoglio.
Le critiche, durante gli ultimi giorni di campagna elettorale, riguardavano soprattutto la mancata segnalazione – nonostante le sue smentite – sia degli incarichi che dei compensi che ancora deve ricevere, pari in totale a 13 mila euro.
“Ad oggi non è stato fatto nulla, sono rientrato stamattina e ho visto gli articoli di giornale” ha detto Cantone a margine di un’audizione a Montecitorio, in cui presentata il nuovo codice degli appalti.
Che però ha aggiunto: “Faremo una valutazione per capire se c’è un nostro spazio di intervento”.

(da “La Repubblica“)

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ADOZIONE DEL FIGLIO DEL PARTNER: LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE CHE NESSUN TRIBUNALE POTRA’ PIU’ IGNORARE

Giugno 22nd, 2016 Riccardo Fucile

L’ASSENZA DI UNA LEGGE AD HOC COLMATA DALLA DECISIONE DEI GIUDICI… RISTABILITO IL BUON SENSO: QUELLO CHE CONTA E’ IL BENESSERE DEL MINORE

Una sentenza che farà  giurisprudenza e che d’ora in poi nessun Tribunale per i minorenni potrà  ignorare.
Una sentenza scritta dalla giudice Melita Cavallo, che oggi la dedica “a tutti quei bambini nati nelle coppie omosessuali a cui finora era stato negato il diritto ad avere due genitori”.
Con il sì pronunciato oggi dalla Corte di Cassazione, che ha confermato il diritto della mamma non biologica ad adottare la figlia della sua compagna, la stepchild adoption (adozione del figlio del partner), stralciata dalla legge sulle unioni civili, diventa di fatto legale anche in Italia.
È successo cioè quanto era stato annunciato dai giudici minorili durante la durissima battaglia parlamentare sulla “Cirinnà “: i bambini lasciati privi di diritti dalle nuove norme sulle unioni omosessuali sarebbero stati “protetti” utilizzando l’attuale legge sulle adozioni.
In particolare, così come ha fatto la giudice Melita Cavallo, ex presidente del tribunale per i Minori di Roma, utilizzando l’articolo 44 della legge 184, là  dove si prevede “l’adozione in casi particolari”.
Ossia quando l’interesse del minore è prevalente, non si ritengono più vincolanti i criteri utilizzati solitamente per le adozioni “normali”, ma i bambini possono essere affidati a chi davvero, in quel caso specifico, ne tutela davvero la crescita e la serenità . Che si tratti si single, di coppie di fatto, o come in questo caso,   di una coppia omosessuale.
Il tutto naturalmente dopo una lunga e accurata indagine (così come sempre accade nei percorsi adottivi) che accerti se quella coppia, etero o omo che sia, sia davvero adatta a crescere quella bambina o quel bambino.
Del resto proprio nei giorni più difficili della battaglia in Senato, quando diventava ogni giorno più chiaro che pur di far approvare le unioni civili la stepchild adoption sarebbe stata sacrificata, oltre 700 giuristi avevano firmato un appello “in nome dei bambini”.
Annunciando che seppure bocciata dal Parlamento l’adozione del figlio del partner nelle coppie omosessuali, sarebbe stata garantita dai tribunali.
E così sta avvenendo: soltanto a Roma ci sono stati già  15 casi di sentenze favorevoli a famiglie omogenitoriali, alcune già  passate in giudicato, altre impugnate, altre ancora già  davanti alla Corte di Cassazione.
Nei fatti, comunque, una rivoluzione.
In questo caso l’assenza di una legge ad hoc viene colmata utilizzando quanto già  previsto nei casi particolari di adozione.
Aggiunge Melita Cavallo: “Questi bambini ci sono, esistono, già  vivono con due mamme o due papà . Se quella famiglia è salda e sana, se in quella famiglia il minore cresce sereno, perchè dovremmo spezzare questi legami? Quello che conta è il benessere dei bambini, e tutelarlo è il compito primario di noi giudici”.

(da “la Repubblica“)

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I LIBRI ITALIANI ALLA CONQUISTA DEL MONDO, BOOM EXPORT: + 12% IN UN ANNO

Giugno 22nd, 2016 Riccardo Fucile

IL CASO FERRANTE E ALTRE STORIE DI SUCCESSO

Forse bastava solo provarci, corteggiarli un po’. Da qualche tempo sembra che gli stranieri stiano riscoprendo i libri italiani.
Non che ci abbiano mai snobbato, ma a volte sono stati tiepidi.
Amano Umberto Eco, Andrea Camilleri e Alessandro Baricco. Hanno adorato Italo Calvino e ora sono tutti impazziti per Elena Ferrante.
Non è però solo un fatto di nomi, di titoli forti che si fanno strada in terra straniera. Sono i numeri a dirci che il mercato editoriale del Bel Paese va acquistando credibilità .
L’Associazione italiana editori ha da poco realizzato per conto dell’Ice un ebook, “Mercanti di storie. Rapporto sull’import/export di diritti 2016”, che mette in fila una serie di dati incoraggianti.
Ma andiamo per ordine. Lo scorso anno le case editrici italiane hanno venduto all’estero complessivamente 5.914 diritti di edizione ai loro colleghi stranieri.
Sono naturalmente sempre meno dei libri comprati (10.685 titoli).
Ma in termini percentuali le vendite sono cresciute dell’11,7%, gli acquisti del 2%.
Perchè? Cosa è intervenuto?
Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi statistici dell’Aie, che insieme all’Ice-Agenzia per la promozione all’estero ha seguito rilevazioni e indagini, ha idee chiare in proposito.
È sicuramente cambiata la strategia editoriale: “Le case editrici italiane mostrano più competenze nell’affrontare i mercati stranieri. Ormai hanno tutte un proprio ufficio diritti e curano in modo professionale i rapporti con i possibili acquirenti”.
“La crisi ci ha fatto scoprire i nostri talenti, per questo esportiamo più libri”
Se guardiamo al lungo periodo e consideriamo l’andamento del mercato negli ultimi quindici anni la curva è ancora più favorevole: le vendite dei diritti nel 2001 riguardavano 1.800 titoli.
Per arrivare agli oltre 5.900 di oggi si calcola un incremento del 228,6% (un +16,3% di crescita media annua).
All’inizio del millennio era solo il 3,2% dei titoli pubblicati ad aver incontrato il favore delle case editrici straniere, mentre lo scorso anno quel valore è salito al 9,5%. Forse però non sono solo le strategie di marketing ad essere cambiate.
“Molti scrittori italiani hanno iniziato a lavorare meglio sui generi. Alcuni hanno imparato a modellare la scrittura sui gusti del mercato anglosassone”, dice Peresson.
È evidente che Michael Connelly, Ken Follett, Joe R. Lansdale o maestri del thriller come Stephen King fanno scuola, creano proseliti: “Si prendano i gialli di Donato Carrisi, sono congegnati con un ritmo, una struttura e una scrittura consapevolmente molto ‘americani'”..
Èd’accordo con Peresson uno dei più importanti agenti letterari italiani, Marco Vigevani: “Il noir italiano è molto ricercato, soprattutto in Francia e in Germania. Fatica di più la letteratura non di genere e che non è di intrattenimento. Il romanzo letterario puro è più difficile che venga tradotto”.
Quali sono dunque i libri che vendiamo di più?
Soprattutto i romanzi, la narrativa fa ancora la parte del leone: rappresenta oltre un terzo della vendita di diritti alle case editrici straniere (il 36,2%), con un incremento del 251,9% (nel 2007 era il 17,2%).
Un altro terzo è in mano alla letteratura per l’infanzia (36,1%), mentre la saggistica negli ultimi anni ha perso terreno: da quasi il 28% del 2007 a poco più del 16% attuale.
Trend negativo anche per gli illustrati (-32,6%).
Ma chi vendiamo i nostri libri? La maggior parte agli europei.
Gli spagnoli ad esempio hanno comprato l’anno scorso 879 titoli italiani. E i francesi si mostrano caldi verso la nostra narrativa, come spiega Marina Valensise, alla guida dell’Istituto italiano di cultura di Parigi: “Qui sono molto apprezzati i romanzi che raccontano l’Italia profonda, nella sue essenza: classicità , bellezza, spontaneità  della vita, sono gli aspetti che colpiscono di più della nostra produzione. E’ questa una delle ragioni per cui Andrea Camilleri è un autore molto amato”.
A Parigi sarà  ospitato Marco Missiroli, il cui romanzo Atti osceni in luogo privato è fresco di traduzione per le edizioni Rivages: “Missiroli è stato scelto da Emmanuel Carrere come ospite delle nostre ‘residenze d’artista’, un progetto lanciato dall’Istituto per far conoscere le Promesse dell’arte italiana”, dice Valensise.
In Inghilterra si parla addirittura di boom della letteratura italiana.
All’ultima London Book Fair si sono aperte trattative per La scuola cattolica di Edoardo Albinati, tra i favoriti a conquistare quest’anno il podio del Premio Strega, e per Marcello Fois, autore molto amato.
Ed è appena stato tradotto My italians di Roberto Saviano: sottotitolo “True stories of crime and courage, edizioni Penguin. Marco Delogu, fotografo e direttore dell’Istituto italiano di cultura di Londra, però non crede si tratti di predilezioni legate all’argomento o al genere: “A pagare — spiega Delogu — è sempre la qualità . Con l’Istituto cerchiamo di promuovere le traduzioni dando cinque contributi ogni anno, dai 1500 ai 5mila euro. Quest’anno abbiamo scelto, tra gli altri, La strada che va in città  di Natalia Ginzburg, che uscirà  con Twins Editions”.
La vecchia Europa ha acquistato più della metà  (il 50,8%) dei nostri diritti di edizione. Meno di qualche anno fa, ma comunque tantissimi.
La novità  non è questa ma è semmai il fatto che si stanno aprendo nuovi mercati: l’area asiatica fino a qualche anno fa era off limits per noi, oggi finalmente esiste, assorbendo il 14,3% del mercato: dal 2007 al 2015 l’export verso est è cresciuto di oltre il 111%, soprattutto grazie alla Cina. Quello verso il Medio Oriente addirittura del 321,2% (oggi è un mercato valutato intorno al 3,7%) e gli editori turchi sono sempre più attratti dai nostri scrittori.
“Camilleri, Carofiglio e Carlotto: ai tedeschi piacciono i gialli italiani”
Che siano le fiere internazionali ad aver reso permeabili i confini? L’ultima parte del rapporto Aie è dedicata proprio a questo: le fiere all’estero, dalla Beijng Book Fair a quelle di Budapest e Bucarest, da quella di Istanbul alla Book Expo America, fanno vendere il 192% in più di diritti d’autore sui libri.
L’altra notizia positiva è che stiamo erodendo la diffidenza del mercato nord americano verso gli scrittori italiani. Per anni il nostro amore per la letteratura americana non sembrava ricambiato con altrettanto trasporto.
La verità  è che gli statunitensi in genere leggono poca letteratura tradotta. Le vendite nel Nord America sono cresciute del 145,5% tra il 2007 e il 2015 e nell’ultimo anno del 14,3%, attestandosi al 6,4%
Giorgio Van Straten, direttore dell’Istituto italiano di cultura di New York, racconta della grande attenzione ricevuta dalla recente edizione integrale dell’opera di Primo Levi e dell’impegno dell’Istituto a pubblicare un volume con le conferenze e le interviste di Giorgio Bassani.
L’ultimo fenomeno si chiama Elena Ferrante, la scrittrice misteriosa che sta conquistando gente comune e addetti ai lavori, pubblicata da Europa Editions, versione americana della casa editrice E/O.
Sandro Ferri, che ne è alla guida insieme alla moglie Sandra Ozzola, ha voluto rischiare ed è stato ripagato. Dice Van Straten: “L’ambientazione napoletana ha certamente pesato molto sul successo della Ferrante. Alte volte si preferisce lo stereotipo dell’Italia, più che la sua modernità  e contemporaneità ”.
Forse oltre al ruolo delle fiere bisognerebbe calcolare anche il peso dei bestseller sul mercato straniero.
Qualche anno fa era Il nome della rosa, ora è l’Amica geniale.

(da “La Repubblica”)

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D’ALEMA ATTACCA RENZI: “LASCI LA SEGRETERIA, NO AL REFERENDUM, LE RIFORME DI BERLUSCONI ERANO MIGLIORI”

Giugno 22nd, 2016 Riccardo Fucile

“MI ACCUSANO DI VOLER RIMPADRONIRMI DEL PARTITO, BISOGNEREBBE ESSERE MATTI PER COME L’HANNO RIDOTTO”… ” SE PER ATTRARNE 5 NE   PERDI 10, ALLA FINE IL BILANCIO E’ DISASTROSO”

Massimo D’Alema torna ad attaccare Matteo Renzi. Stavolta lo fa in chiaro, in un’intervista al Corriere della Sera, dopo le polemiche sorte attorno a un retroscena di Repubblica smentito dall’ex premier.
D’Alema conferma però molti concetti emersi in quel retroscena: la contrarietà  per la gestione del Pd da parte di Renzi, la critica verso i vertici del partito che non ascoltano e non dialogano, il No al referendum sulle riforme che si terrà  a ottobre. Il tutto all’indomani delle elezioni amministrative molto negative per il Pd in molte città , in alcune delle quali la “sconfitta assume dimensioni di disastro”, come a Roma.
“Serve una figura che si occupi del Pd a tempo pieno. E serve una direzione collegiale. Il partito è stato volutamente lasciato senza guida. Lo si ritiene non importante oppure si scarica su di esso la colpa quando le elezioni vanno male. È tutto puntato sul leader e il suo entourage, neanche collaboratori. Renzi non convoca la segreteria, che pure è un organo totalmente omogeneo. Si riunisce solo con un gruppo di suoi amici” […] “Ha mai seguito una direzione del Pd? Sono momenti di propaganda. Il capo fa lunghi discorsi, cui seguono brevi dichiarazioni di dissenso; poi parlano una cinquantina di persone che insultano quelli che hanno dissentito. Non c’è ascolto, non c’è confronto. Non esiste la possibilità  di trovare convergenze o accordi”.
Secondo D’Alema, Renzi ha perso la sintonia “con la base e con il Paese”.
“Una parte molto grande dell’elettorato di sinistra non si riconosce nel Pd, non lo sente come proprio, non si mobilita. Ho fatto campagna elettorale, là  dove mi hanno chiamato. Ho trovato anche qualcuno che diceva: non dovete disturbare Renzi, ma anche tanti con un sentimento di avversione. Lui non si è limitato a rottamare un gruppo dirigente; sta rottamando alcuni milioni di elettori”. […] “Nei ballottaggi si è votato in 126 comuni su 8 mila. I nostri candidati – non dico il partito; i candidati, comprese le liste civiche – rispetto alle precedenti comunali hanno perso un milione di voti”.
D’Alema esamina la vittoria a Milano di Beppe Sala e riconosce grande merito a Giuliano Pisapia che “si è battuto come un leone per coprirlo a sinistra”. Si dice molto dispiaciuto per Piero Fassino, sconfitto a Torino, “non meritava questa sconfitta. E non meritava di sentirsi dire, dopo aver sostenuto Renzi in tutti i modi – anche troppo, come presidente dell’Anci – che abbiamo perso perchè avevamo volti vecchi”.
Cosa fare, ora
“Renzi dovrebbe cambiare. Questo risultato mette in discussione sia il rapporto tra il Pd, il suo elettorato e la società  italiana, sia la politica del governo. E mette in discussione il modo in cui Renzi esercita tutti e due i ruoli. Meriterebbe da parte sua riflessioni molto diverse da quelle, sconcertanti, che ha affidato al Corriere la notte del voto” […] “Renzi, com’è noto, è convinto di essere il Blair italiano. Ma Blair si circondò del meglio del suo partito, non di un gruppetto di fedelissimi. Blair prese il principale avversario, Gordon Brown, e lo fece cancelliere dello scacchiere. Volle ministri Robin Cook e Jack Straw, figure storiche del laburismo. Ma Blair era intelligente: capiva che doveva mettere insieme forze tradizionali con forze nuove in grado di attrarre. Se per attrarre 5 ne cacci 10, come si sta facendo, il bilancio è meno 5”. […] “La speranza è l’ultima a morire, ma non mi pare una persona orientata a tenere conto degli altri e neanche della realtà ; neanche di quelle più prossime, visto che abbiamo perso a Sesto Fiorentino. Eppure sarebbe necessario un cambio di indirizzo nell’azione di governo, e anche un cambio di stile. Compreso il rispetto che dovrebbe essere dovuto a una classe dirigente che ha vinto le elezioni e ha fatto cose importanti per il Paese: l’euro, le grandi privatizzazioni, la legge elettorale maggioritaria uninominale; non quella robaccia che ci viene proposta adesso”.
D’Alema voterà  contro le riforme costituzionali.
“Voterò no” […] “Non sono molto diverse da quelle per cui votai no, nel 2006, alla riforma di Berlusconi. Che per certi aspetti era fatta meglio. Anche quella prevedeva il superamento del bicameralismo perfetto e la riduzione dei parlamentari. Ma riduceva anche i deputati. E stabiliva l’elezione diretta dei senatori; non faceva del Senato un dopolavoro. Sarebbe stato meglio abolirlo”.
No anche nei confronti dell’Italicum.
“Secondo me è incostituzionale. Non sono un giudice costituzionale, ma la sentenza della Corte sollevava due questioni: il diritto del cittadino di scegliere il proprio rappresentante; e il carattere distorsivo del premio di maggioranza, quando è troppo grande. La risposta dell’Italicum è molto parziale e deludente. I sistemi ultramaggioritari funzionano quando i poli sono due. Ma quando sono tre, o quattro, perchè nessuno può escludere che nasca un polo alla sinistra di Renzi, il ballottaggio diventa una roulette in cui una forza che al primo turno ha preso il 25% si ritrova con la maggioranza assoluta dei parlamentari; per giunta scelti dal capo. Occorre un ripensamento profondo di questo sistema”
Secondo D’Alema se vincesse il No non ci sarebbe una crisi di sistema.
“Non ho mai sostenuto che Renzi debba dimettersi. Certo, se lui insistesse, si dovrebbe costituire un nuovo governo, dato che servirebbe una nuova legge elettorale: votare per la Camera con un sistema ultramaggioritario e per il Senato con il proporzionale puro sarebbe una follia” […] “È stato un gravissimo errore personalizzare in chiave plebiscitaria il referendum, che dovrebbe essere un pronunciamento dei cittadini libero da qualsiasi ricatto. Costruire una campagna sulla paura può generare un effetto controproducente, inasprire l’irritazione già  evidente degli elettori. Inviterei Renzi a dire che resta comunque; proprio come dopo la sconfitta alle amministrative”.
Ci sarà  una scissione nel Pd?
“È un problema da porre ad altri. Non ho l’età  per fondare nuovi partiti, ma mi resta l’energia per fare lotta politica. E questo non mi può essere impedito da nessuno”.
Infine, D’Alema torna sulle polemiche nei suoi confronti, scatenate anche da uno dei suoi ex fedelissimi, Matteo Orfini.
“Sono pronto all’autocritica: diciamo che l’ho allevato male… Da anni il Pd non mi chiede nulla, e all’improvviso apprendo dai giornali che dovrei fare un appello alla vigilia del voto per una causa palesemente disperata. E addirittura si riscopre che sono un ‘fondatore del Pd” […] “A parte gli agguati giornalistici concertati tra alcuni dirigenti del mio partito e la stampa amica, non c’era mai stata una pressione sui mezzi di informazione così fastidiosa come quella che esercita questo governo. Neppure ai tempi di Berlusconi. Ora alimentano sulla rete una campagna sui vecchi che vogliono reimpadronirsi del partito…. Non voglio impadronirmi di nulla: bisogna essere matti ad andare a gestire il Pd per come l’hanno ridotto”.

(da “Huffingtonpost”)

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PRODI A RENZI: “CAMBIARE POLITICHE, NON SOLO POLITICI, OPPURE IL NUOVO PARTITO INVECCHIA PRESTO”

Giugno 22nd, 2016 Riccardo Fucile

“LA CLASSE MEDIA SI E’ IMPOVERITA, L’ASCENSORE SOCIALE SI E’ FERMATO A META’ E DENTRO SI SOFFOCA”

“Cambiare politiche, non solo politici”. È questo il consiglio che Romano Prodi consegna a Matteo Renzi dopo la sconfitta del Pd alle elezioni amministrative.
In un’intervista alla Repubblica, l’ex premier afferma che “se non cambiano le politiche, il politico cambiato si logora anche in due anni”.
Secondo il Professore il voto esprime la reazione della classe media che si impoverisce, “l’ascensore sociale si è bloccato a metà  piano e dentro si soffoca” e la rabbia premia i populismi, in tutta Europa, in tutto il mondo.
La strada, spiega Prodi, passa da “progetto e radicamento popolare. Il cambiamento possibile, fatto entrare nel cuore della gente. Il solo ad averlo capito è papa Francesco”.
“Non basta guardare il voto di questa o di quella città . C’è un’ondata mondiale, partita in Francia, ora in America. Lo chiamano populismo perchè, pur nell’indecifrabilità  delle soluzioni, interpreta un problema centrale della gente nel mondo contemporaneo: l’insicurezza economica, la paura sociale e identitaria” […] “La paura di non farcela è tremenda ma non immaginaria. La chiami iniqua distribuzione del reddito, ma per capirci è ingiustizia crescente. Quando chiedo ai direttori di banca: quanti dipendenti avrete fra dieci anni?, mi rispondono: meno della metà . L’iniquità  post-Thatcher e post-Reagan si è sommata alla dissoluzione della classe media, terribile tendenza di tutte le economie sviluppate e di mercato, e sotto tutti i regimi”.
Nel voto ai 5 Stelle c’è anche una rivolta morale, ma soprattutto una rivolta contro le diseguaglianze.
“La disonestà  pubblica peggiora le cose, ma la radice è la diseguaglianza. Ci siamo illusi che la gente si rassegnasse a un welfare smontato a piccole dosi, un ticket in più, un asilo in meno, una coda più lunga… Ma alla fine la mancanza di tutela nel bisogno scatena un fortissimo senso di ingiustizia e paura che porta verso forze capaci di predicare un generico cambiamento radicale”.
Chi ha rottamato, rischia di essere rottamato a sua volta. In brevissimo tempo. Personalizzare la politica è una soluzione che non risolve.
“Se non cambi le politiche, il politico cambiato invecchia anche in un paio d’anni… C’è sempre un’usura, e corre veloce. La mancanza di risposte efficaci logora. E al momento si sente la mancanza di risposte che affrontino il problema delle paure e delle cause reali delle paure”. […] “Quando governi, devi dare operativamente il messaggio che sai affrontare i problemi, e questo non lo puoi fare senza il coinvolgimento di una forte base popolare nel cambiamento delle politiche. Devi dimostrare di capire e di andare incontro ai problemi. Il rinnovamento per il rinnovamento non è una risposta sufficiente”. […] “Di fronte alla crisi la prima risposta è sempre quella della forte personalizzazione, sia da parte dei governi che dei populismi. Ma dura poco, perchè la realtà  la mette alla prova dei fatti. La gente vota i politici perchè spera che cambino le cose, la personalizzazione è un riflesso. Infatti in queste elezioni hanno vinto dei volti sconosciuti. La personalizzazione non regge se non cambia le cose, o non dà  almeno la speranza concreta di poterle cambiare”.

(da “Huffingtonpost“)

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SPECULANO SULLA PELLE DEI PROFUGHI: 6 INDAGATI PER TRUFFA AL CARA DI MINEO

Giugno 22nd, 2016 Riccardo Fucile

COME GLI SCAFISTI: IN ITALIA QUALCUNO GONFIA IL NUMERO DEI PROFUGHI NEL CENTRO DI ACCOGLIENZA PER OTTENERE PIU’ RIMBORSI

Al Cara di Mineo, uno dei più grandi centri europei per rifugiati in provincia di Catania per anni ci sarebbe stato un numero ‘gonfiato’ di presenze di migranti per far lievitare i compensi alle ditte impegnate nei servizi del centro di accoglienza.
L’ente gestore del cara di Mineo avrebbe così corrisposto per quattro anni,   dal 2012 al 2015, importi superiori a quelli dovuti per oltre un milione di euro.
E’ quanto emerge dall’indagine avviata dalla procura di Caltagirone, nata da una costola dell’inchiesta Mafia capitale.
Sei informazioni di garanzia sono state notificate a funzionari e impiegati del Cara, indagati a vario titolo per i reati di falsità  ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ai danni dello Stato e dell’Unione Europea nell’ambito di un’indagine partita qualche mese fa sulla “truffa del badge”.
L’analisi della contabilità  relativa alle presenze giornaliere dei migranti ospiti del Cara, finalizzata alla liquidazione delle somme spettanti all’“ente gestore”, secondo quanto si apprende in ambienti giudiziari, ha evidenziato che sono stati rendicontati e corrisposti importi superiori a quelli dovuti. Agenti della Squadra mobile di Catania e del commissariato di Caltagirone, guidati dal questore Marcello Cardona, stanno eseguendo un decreto di perquisizione e di sequestro.
Il provvedimento della procura calatina scaturisce dagli esiti delle investigazioni della polizia allo scopo di accertare presunti illeciti nella gara d’appalto, indetta il 24 aprile del 2014 per un importo stratosferico di quasi 97 milioni di euro per la gestione triennale dei servizi del Cara.
Gara che fu ritenuta illegittima dall’Autorità  Nazionale Anticorruzione guidata da Raffaele Cantone il 15 febbraio del 2015.
Sono tutt’ora in corso perquisizioni presso società  che hanno sede in tutto il territorio nazionale.

Natale Bruno
(da “La Repubbica”)

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