Giugno 2nd, 2016 Riccardo Fucile
L’ACCUSA DI IMMA BATTAGLIA DOPO CHE LA GRILLINA NON HA ACCOLTO L’INVITO A PARTECIPARE A UN DIBATTITO: “TEME DI PERDERE I VOTI DI DESTRA”
Oggi al Gay Village Virginia Raggi non ci sarà . 
La manifestazione estiva di cultura, spettacolo ed impegno omosessuale, inaugurata ieri, questa sera ospita i candidati sindaco Stefano Fassina (Si-Sel) e Roberto Giachetti (Pd) che partecipano ad un confronto all’americana, condotto da Vladimir Luxuria ed Imma Battaglia sui diritti civili.
«Non è voluta venire – racconta Luxuria, direttore artistico –. L’avevamo invitata insieme agli altri, ma ha risposto con un laconico “non posso per impegni municipali presi precedentemente”. E pensare che avevamo abbandonato l’idea del confronto a tre anche per metterla a suo agio, sappiamo che non li ama».
Un diniego che la comunità omosessuale prende molto male. «Per noi è un’occasione persa, ma anche la certezza che non la voteremo», annuncia Battaglia, che con la Raggi ha condiviso gli scranni del consiglio comunale e sempre con lei ha firmato la delibera sul Registro delle unioni civili, istituito dalla giunta Marino.
Un rifiuto – quello di partecipare all’incontro – che si incrocia con un articolo pubblicato da Lettera 43 , dal titolo «Raggi cancella i diritti Lgbt dal programma», in cui Cristina Leo, componente dell’Osservatorio parlamentare Lgbt dei Cinque Stelle, spiega che c’erano due schede sul tavolo delle politiche sociali della Capitale per far diventare Roma gay friendly e per avviare una lotta alla transfobia sociale e lavorativa.
Temi di cui, accusa, non c’è alcuna traccia nel programma.
«I diritti ci sono – spiegano dallo staff della Raggi – e riguardano tutte le persone. E poi Raggi ha già celebrato unioni gay, figuriamoci se non vuole tutelare i diritti della comunità omosessuale».
Lei stessa tra l’altro l’ha confermato visitando la Casa delle Donne di Trastevere due giorni fa, quando alla domanda sulla sua disponibilità a celebrare unioni tra persone dello stesso sesso ha risposto: «L’ho già fatto in passato quando istituimmo il Registro delle unioni civili in Campidoglio, non avrei nessun problema a farlo di nuovo, come prevede la legge».
Ma il gran rifiuto all’incontro con la comunità Lgbt brucia.
«Io questa persona non la riconosco più – dice Battaglia –. Quando la vedevo in consiglio comunale la ammiravo. È come una marionetta mossa da altri, ora Fassina e Giachetti sono i nostri unici interlocutori: parleremo con loro di unioni civili, omofobia, della nuova epidemia da Hiv».
Si lamenta anche la senatrice Monica Cirinnà (Pd), promotrice della legge sulle unioni civili. «Raggi non dice una sola parola sui diritti civili. E nel programma sembra essere scomparso qualsiasi riferimento sui diritti della comunità gay e transgender. Il suo è un silenzio imbarazzante».
Per Stefano Fassina «Raggi non si presenta al Gay Village perchè ha paura di perdere i voti della destra, così come non si è presentata, per lo stesso motivo, alla manifestazione dei lavoratori del pubblico impiego».
Maria Rosaria Spadaccino
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 2nd, 2016 Riccardo Fucile
“L’AZIENDA NON MI PAGA E IO SONO COSTRETTA A RESTITUIRE IL BONUS ALLO STATO”… SONO 341.000 GLI ITALIANI IL CUI REDDITO E’ FINITO SOTTO I 7.500 EURO
C’è chi si è visto trattenere la somma “indebitamente percepita” perchè ha un reddito troppo basso a causa della perdita del lavoro.
O addirittura chi l’ha dovuta restituire perchè la sua azienda non l’ha pagato e quindi ha perso il diritto al bonus perchè ha guadagnato troppo poco.
Sono almeno 341mila gli italiani che hanno dovuto restituire il bonus da 80 euro non perchè il loro reddito è cresciuto, ma perchè è crollato.
Come rivelato domenica da ilfattoquotidiano.it, nel 2015 si sono contati 1,4 milioni di contribuenti in questa situazione.
Il beneficio, infatti, è riservato a chi ha avuto un reddito compreso tra gli 8mila e i 26mila euro lordi. Se nel corso dell’anno si va al di sopra o al di sotto di queste soglie, si perde il diritto agli 80 euro.
E bisogna ridarli all’Agenzia delle Entrate, stavolta in un’unica soluzione. Ma secondo il presidente del Consiglio Matteo Renzi, è una falsità dire che il governo ha “dato 80 euro per poi farseli restituire indietro”.
Semplicemente, ha detto, “chi ha guadagnato di più (oltre 26mila euro, ndr) deve restituire gli 80 euro perchè se non sei dentro le soglie previste per legge quei soldi non ti spettano”.
Dimenticandosi, però, che tra gli italiani costretti a ridare il bonus ci sono anche coloro che hanno guadagnato troppo poco.
In particolare, hanno dovuto ridare la somma 341mila persone con un reddito sotto i 7.500 euro.
Ecco le storie di quanti hanno scritto a ilfattoquotidiano.it.
Claudia: “L’azienda non mi pagava gli stipendi. E poi ho anche rimborsato il bonus”
In questo esercito di contribuenti beffati c’è Claudia di Pistoia, beffata prima dalla sua azienda e poi dal modulo 730.
“Nella dichiarazione redditi 2015 mi hanno chiesto indietro ben 640 euro relativi al famoso bonus. Il mio reddito risultava di 5.618 euro perchè la ditta dove lavoravo non mi ha pagato le ultime otto mensilità . Risultato: ho lavorato 12 mesi nel 2014, ne ho riscossi quattro ricavandone oltre al danno anche la beffa. Praticamente delle quattro mensilità ricevute su 12, una è andata a coprire la restituzione del bonus. Lavorare 12 mesi, riscuoterne tre: grazie Stato“.
Alessandro: “Sono disoccupato, cornuto me mazziato”
Paradossale anche la situazione di Alessandro, 60 anni, senza un lavoro. “Non so se ridere o piangere — racconta — Sono andato al Caf per fare la dichiarazione dei redditi e, alla fine, il saldo è stato a mio favore per 221 euro: 355 euro sono stati trattenuti perchè indebitamente percepiti, riferendosi al bonus di 80 euro che non mi spetta perchè ho dichiarato un reddito inferiore agli 8mila euro”.
Conclusione: “Sembra quasi che far parte di quell’11,5 % di disoccupati sia una colpa perchè in giro il lavoro abbonda. Mi sono sentito, come plasticamente dicono a Napoli, cornuto e mazziato“.
Diana: “Mi hanno tagliato due stipendi, non capivo perchè”
Diana, invece, insegna in un istituto di Torino da circa sei mesi. “A gennaio ho ricevuto il mio primo stipendio normale, il mese successivo vedo che lo stipendio si è ridotto drasticamente — racconta la docente — Con ansia attendo lo stipendio successivo ossia quello di marzo e anche quello lo trovo ridotto, insomma in tutto su due mensilità trovo che mancano 400 euro“.
La spiegazione? L’anno scorso ha lavorato come supplente, per periodi intermittenti, e le è stato riconosciuto il bonus anche se ha guadagnato meno di 8mila euro. Ora glielo stanno trattenendo dalla busta paga.
Aldo: “Sono invalido, mia moglie ha restituito 416 euro. E ne guadagna meno di 8mila”
“Ci siamo visti costretti a restituire il bonus ricevuto per un ammontare di 416 euro — spiega invece Aldo, invalido civile, con la moglie che lavora in un’impresa di pulizie e nel 2014 ha portato a casa meno di 8mila euro. — Ma questi ci sono o ci fanno? Però come sono bravi e capaci quando vanno in televisione“.
Antonella: “Mia figlia beffata. E’ immorale umiliare i giovani”
Anche tanti giovani sono stati vittime della beffa. Antonella racconta la storia di sua figlia: “Vedendo il suo 730 precompilato mi sono accorta che ha percepito nel 2015 euro 5.700 con un bonus pari a 652 euro che deve restituire entro il 16 giugno. Trovo immorale aver dato questi soldi a persone che cercano di affacciarsi nel mondo del lavoro, vengono pagati pochissimo, e si trovano di fronte a norme che li umiliano. Sarebbe opportuno modificare questa ingiusta norma o evitare di propagandarla come aiuto ai più deboli“.
Dino: “Mi sento come Fantozzi davanti a Robin Hood”
Dino, infine, ha perso il lavoro e si è trovato in mobilità , arrangiandosi con lavori saltuari. Al momento del 730 si aspetta un rimborso perchè, dice, “devo scalare un bel po’ di spese, diverse centinaia di euro”.
Ma poi scopre di avere un saldo di soli 15 euro.
“Trasecolo — racconta il signore — Come 15 euro? Ho un mutuo e delle spese fisse che ogni anno, quando lavoravo, mi venivano rimborsate in soldoni e ora che sono in mobilità prendo solo 15 euro?”.
Insomma, “mi sembra quella scena di Superfantozzi, dove Paolo Villaggio si dispera perchè è povero. Viene Robin Hood e gli porta un sacchetto di soldi. E Fantozzi: ‘Pina, Pina, siamo ricchi!’. Immediatamente arriva Robin Hood che gli frega di nuovo i soldi: ‘Sono Robin Hood, rubo ai ricchi per dare ai poveri’”.
Stefano: “Ho superato il limite di 1 euro” – Ma a restituire il bonus non è stato solo chi è andato sotto la soglia minima. C’è anche chi ha superato i 26mila euro annui di reddito. Anche di pochissimo, come Stefano, insegnante di Verona. “Ho uno stipendio netto di 1.530 euro al mese — dice il professore — Devo restituire il bonus per avere superato i limiti del governo di un euro“.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 2nd, 2016 Riccardo Fucile
GRANDI INFRASTRUTTURE: IL TUNNEL DEL SAN GOTTARDO, REALIZZATO DAGLI ELVETICI, HA RISPETTATO SIA TEMPI DI COSTRUZIONE CHE COSTI… QUASI COME AVVIENE IN ITALIA
Potrebbe sembrare un non senso e anche una provocazione eppure, in questi tempi di multi-crisi, l’Europa dei 28 farebbe bene ad andare a lezione di Europa dagli altri invece che da se stessa.
Magari dal gigante e dal topolino, da Cina e Svizzera, due partner con cui non intrattiene rapporti idilliaci ma dai quali oggi avrebbe molto da apprendere, anche per ritrovare la spinta integrativa che pare aver perso per strada.
I 57,1 chilometri del tunnel ferroviario del Gottardo, il più lungo del mondo, accelerando collegamenti e trasporto merci tra nord e sud delle Alpi, creeranno nei fatti molto più mercato unico europeo di tante, a volte troppe direttive Ue.
Inaugurandolo ieri alla presenza del cancelliere tedesco Angela Merkel, del presidente francese Franà§ois Hollande, del premier Matteo Renzi ma stranamente non del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, la Svizzera non solo ha battuto tutti sul tempo nel completamento del segmento chiave del corridoio europeo Genova-Rotterdam ma ancora una volta ha dato prova di precisione impeccabile: 17 anni di lavori come previsto, costo 11,1 miliardi di euro, come preventivato, su un totale di 16,3 per l’intera nuova rete ferroviaria transalpina che sarà finita nel 2020.
Operativo dall’11 dicembre prossimo, il tunnel del Gottardo vedrà salire il traffico dei treni-merci dai 180 attuali a 260 al giorno per un trasporto totale di 49 milioni di tonnellate all’anno (+20% entro il 2020). Accanto a 65 treni passeggeri al giorno. Tutto ad alta velocità . Più rotaia, meno gomma, trasporti più rapidi, efficienti e meno inquinamenti.
Parallelamente e molto speditamente sta diventando realtà ormai quasi quotidiana il progetto Eurasia di Pechino, riedizione terrestre dell’antica via della seta per collegare Cina ed Europa, in primis Germania, attraverso ferrovie, progressivamente ad alta velocità , e autostrade.
Investimento 60 miliardi. Obiettivo, dimezzare i tempi del trasporto merci dai 45 giorni via nave a 15-18 in media, con viaggi da 11-13.000 km.
Inaugurata nel 2014, primi punti di arrivo Amburgo e Duisburg, la rotaia cinese si spinge ormai fino a Madrid e a Lione guardando a Venezia. Paradossalmente rischia così di realizzare, dribblando gli eterni temporeggiamenti e ritardi Ue e, soprattutto, gli investimenti con il contagocce, la grande rete di trasporto transeuropea lanciata dal vertice di Essen nel lontano 1994 ma 22 anni dopo ancora non ultimata.
Se messo a confronto con il dinamismo, la visione, il coraggio e la progettualità strategica altrui, balza all’occhio il torpore dell’Unione e spiega la sua crescita stanca, che non ritrova ritmo e men che meno vigore e voglia di investire.
Ne spiega l’erezione di muri, gli istinti protezionistici e falsamente difensivi. Non che la Svizzera, che si è pagata il nuovo traforo sotto le Alpi, sia esente da egoismi anti-migratori, tutt’altro. Però riesce anche a vedere e a perseguire bene i propri interessi economici e commerciali.
Eppure c’è stato un tempo, era sempre il 1994, non un secolo fa, in cui l’Europa in soli 6 anni riuscì a realizzare un progetto ben più avveniristico e tecnologicamente avanzato del Gottardo: il tunnel sotto la Manica, 50,5 km ma 38 sotto il mare. Un pegno rivoluzionario di unità tra un’isola e un continente, troppo spesso in competizione se non in rotta tra loro. Che presto potrebbe sparire nelle urne di Brexit.
La nuova Unione in perdita di smalto e di spirito di corpo è quella che discute della Torino-Lione e tunnel relativo da quello stesso ’94, ha finalmente deciso di costruirlo nel 2001 ma solo di recente ha concretamente avviato gli scavi.
Il traforo sarà operativo intorno al 2025-30, lungo 57 km come il Gottardo, però costerà 24 miliardi salvo imprevisti.
Sono dati che parlano da soli ma raccontano solo una parte di tutta la storia. Negli ultimi 20 anni l’Europa ha sbriciolato molti monopoli nazionali, liberalizzato le telecomunicazioni, le poste, il trasporto aereo. L’apertura del mercato delle ferrovie ha arrancato con estrema fatica lasciando intatte molte barriere: fino a che non cadranno, la rete ferroviaria integrata resterà una finzione transeuropea, anche qualora ne fossero sanati tutti i buchi strutturali.
A fine aprile dopo 7 mesi di trattative, ricorda David Sassoli, negoziatore della riforma per l’europarlamento, finalmente si è raggiunto l’accordo per estendere la liberalizzazione del traffico anche all’alta velocità , come dire che dal 2020 i Frecciarossa potranno fare concorrenza ai Thalys (e viceversa) in casa loro, cioè anche sulle tratte nazionali.
Un passo fondamentale per introdurre la concorrenza sul mercato del futuro. In verità sulle tratte internazionali l’apertura sulla carta c’era già dal 2010 ma i tentativi delle Fs di sfruttarla, per servire per esempio la Parigi-Bruxelles, sono stati regolarmente bloccati aggirando la normativa, con il protezionismo tecnologico, cioè il rifiuto di mettere a disposizione il software necessario a collegare i treni con la rete nazionale francese.
Tra 5, massimo 8 anni la nuova frontiera tecnologica passerà per il treno automatico, senza pilota come l’auto.
Tuttora l’Unione ha ben 26 diversi sistemi di segnalamento: se non saranno standardizzati e al più presto, l’Europa si taglierà fuori dalla prossima rivoluzione dei trasporti e relativi vantaggi competitivi.
Per creare un sistema europeo ci vorrebbero, sembra, 7 miliardi di euro, il grosso dei quali potrebbe arrivare da capitali privati, magari con un contributo del piano Juncker.
La Svizzera si è messa al passo dell’integrazione del mercato europeo.
La Cina appare sempre più vicina e attiva su quello stesso mercato che intende utilizzare al massimo per rafforzare la sua penetrazione commerciale.
Sarebbe ora che anche l’Europa si svegliasse dal suo lungo sonno e decidesse di sfruttare fino in fondo le sue strutture e le sue grandi potenzialità . Evitando di regalarle agli altri.
Adriana Cerretelli
(da “il Sole24Ore”)
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Giugno 2nd, 2016 Riccardo Fucile
A FINE CAMPAGNA ELETTORALE TUTTO E’ SOFT… A ROMA DIFFICILE ORGANIZZARE PERSINO UNA CENA… A MILANO CHIUSURE SOTTOTONO
Alla vigilia del voto amministrativo e in attesa del «ponte» più lungo che ci porterà alle elezioni di domenica, anche Pietro Nenni sarebbe costretto a cambiare il suo slogan. Perchè a Roma, Milano, Napoli, Torino, siamo ben oltre il celebre «piazze piene, urne vuote»: il rischio vero, con l’astensionismo che galoppa, è che ci siano «piazze vuote e urne vuote».
Difficoltà a Roma, a Milano, Napoli e Torino va un po’ meglio
I segnali ci sono tutti, specie sotto il Campidoglio, dove lo tsunami di Mafia Capitale, la traumatica fine dell’esperienza del «marziano» Ignazio Marino, gli scontri nel Pd, la spaccatura nel centrodestra (fino a poche settimane fa erano ancora quattro i candidati in campo) producono due effetti: non solo il possibile «vento» a Cinque Stelle che spingerebbe Virginia Raggi, ma anche la difficoltà enorme – per tutti i partiti, ma soprattutto per i dem – di organizzare un evento, un comizio, persino una cena.
A Milano, Napoli e Torino va un po’ meglio, ma le piazze del 2011, la «rivoluzione arancione» di Giuliano Pisapia e di Luigi de Magistris, i 40 mila di piazza del Duomo o le adunate a piazza del Plebiscito, sono un ricordo.
Tutto è più soft, più circoscritto.
Beppe Grillo diserterà piazza del Popolo dove chiude la Raggi (con Claudio Santamaria sul palco), Renzi si è «rinchiuso» ieri sera con Roberto Giachetti all’Auditorium della Conciliazione, Alfio Marchini si sposta sul litorale di Ostia, Giorgia Meloni e Stefano Fassina addirittura in periferia.
E, in queste settimane, trovare qualcuno disposto a partecipare ad eventi di vario tipo è stata un’impresa, prova ne sia che c’era molta più gente a piazza di Pietra alla presentazione del libro di Goffredo Bettini, vecchio «guru» del centrosinistra romano, che in certi comizi in giro per la citt�
«Non venire, non c’è nessuno»: e Giachetti non andò a Corviale
Dario Franceschini si è imbufalito per un appuntamento sulla cultura, in un cinema vicino al Parlamento, andato deserto.
Lo stesso Giachetti, in un’altra occasione, era già in viaggio per Corviale (periferia estrema) quando lo hanno avvertito: «Non venire, non c’è nessuno».
Il deputato dem Umberto Marroni, su whatsapp, aveva creato un gruppo per pubblicizzare l’incontro dal titolo «Una stagione di riforme», il 31 maggio.
Risposta, una sfilza di «ha abbandonato il gruppo», di proteste («mi avete fatto attaccare i manifesti e non mi avete neppure trovato il posto di lavoro promesso»), di «non partecipo, non mi scrivete più».
E alla cena da Eataly, a «casa» di Oscar Farinetti, organizzata dalla civica di «Bobo», via mail era stato chiesto a tutti i candidati di portare «almeno venti persone»: i candidati, in tutto, sono circa 350, ma alla cena c’erano appena 150 persone.
Marchini, per evitare i flop, seleziona al massimo gli appuntamenti: poche (e mirate) manifestazioni, per il resto molto «porta a porta».
Vale anche per Giorgia Meloni, che dopo il «lancio» della sua campagna elettorale sulla terrazza del Pincio torna domani a Tor Bella Monaca.
Non va molto meglio a Milano con Sala e Parisi che hanno scelto chiusure «minimal»: Parisi sarà a piazza Gae Aulenti, mentre Sala dalla Darsena dovrà spostarsi «causa maltempo» in un luogo chiuso.
Ma anche qui conta il clima generale.
All’Alcatraz, per il concerto della «Sinistra per Milano» con Vecchioni, Morgan e Rocco Tanica c’erano 300 spettatori.
E l’8 maggio, quando Silvio Berlusconi era al Teatro Manzoni, dopo un po’ la gente ha cominciato ad andarsene: «C’è la festa della mamma».
Scena simile è capitata a Maria Elena Boschi, alla Stazione Marittima di Napoli: a causa dei ritardi sul programma, i due pullman organizzati sono andati via proprio quando la ministra stava iniziando il suo discorso, lasciando Boschi con la sala semivuota.
Un po’ meglio va a de Magistris, che tra cantanti (vedi Bennato ed altri), artisti, militanti, le sue uscite da capopolo (vedi quella su Renzi) riesce a «smuovere» un po’ di più le folle, ma anche a Napoli si tratta più di microeventi, qualche salotto buono, sale ristrette. E i Cinque Stelle?
Anche per loro l’aria pare un po’ cambiata rispetto al passato. A Torino, per Luigi Di Maio, complice la pioggia, non c’era il pienone.
Stessa cosa a Roma, quando la Raggi ha presentato i suoi candidati a Cinecittà , nella piazza del funerale di Vittorio Casamonica.
Anche per l’attesa dei risultati la scelta di Virginia è molto «privata»: dentro M5s circola voce che, domenica sera, ci sarà una cena a casa di Di Maio oppure di Di Battista.
E poi tutti al comitato elettorale della favorita alle elezioni romane, in un semplicissimo ufficio in zona Ostiense.
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 2nd, 2016 Riccardo Fucile
E TIRA LA VOLATA A GIACHETTI… LA MINORANZA SI ALLINEA
“Giachetti ha detto: non si può fare un comizio. E allora sono qui da presidente del consiglio, segretario del
Pd e aspirante conduttore televisivo per una chiacchierata a 360 gradi con Giachetti…”.
L’abito scuro della cerimonia per la Festa della Repubblica ai giardini del Quirinale quasi si confonde con il parquet nero del palco.
Matteo Renzi arriva qui all’auditorium dal Conciliazione, di fronte a San Pietro, direttamente dal Colle più alto di Roma. E qui, nell’inedito format dell’intervista di un politico a un altro politico, prova a spingere la candidatura del Dem Giachetti al Campidoglio. A pochi giorni dalle amministrative 2016, Renzi prova a prendersi Roma, la città che ancora non ha conquistato pur stando a Palazzo Chigi da ormai due anni e mezzo.
Il colpo d’occhio c’è. L’auditorium della Conciliazione ha ospitato una delle prime ‘renzate’ nella capitale, quando Renzi era ancora sindaco a Firenze.
Allora però il teatro non era pieno. Stasera sì. Tanto che a un certo punto devono bloccare gli ingressi per ragioni di sicurezza. In tanti restano fuori. E tra loro anche Gianni Cuperlo che non insiste per entrare e invece si intrattiene a parlare con chi ha avuto la sua stessa sorte.
“Sono diventato sindacalista di chi sta fuori – scherza – comunque è positivo: il teatro è pieno”. Il renziano Luciano Nobili arriva poco dopo, lo prende e lo porta dentro: la sua presenza è fondamentale per un’immagine di unità del Pd utile a ‘prendere Roma’.
“Ringrazio Pierluigi e tutti coloro che hanno collaborato per la campagna di Roberto”, dice Renzi. E indovina. La sala infatti scoppia in un caloroso applauso per Bersani. Pochi ministri e sottosegretari in sala (Franceschini e De Vincenti), c’è Nicola Zingaretti in prima fila, ci sono Orfini e Verducci, c’è anche la senatrice ‘anti Camorra’ Maria Rosaria Capacchione. E poi la candidata Paola Concia, Monica Cirinnà e tanti tifosi delle unioni civili.
Renzi e Giachetti, ognuno su un trespolo, soli sul palco, sullo sfondo alcune istantanee: Giachetti in aula alla Camera, una veduta del Gianicolo, Giachetti e i figli, Giachetti, Renzi e Pannella a casa del compianto Marco.
Gli ingredienti sono tanti per creare il mix giusto per conquistare una preda difficile come la capitale. Ma soprattutto Renzi spinge sul canale preferenziale che un Giachetti sindaco avrebbe con il governo nazionale. Si sa: nessuna capitale vive senza stato centrale. “La capitale d’Italia avrà molto bisogno del governo e dello Stato”, sottolinea Renzi. Bobo annuisce.
Basterà per battere la concorrenza a cinquestelle? La “simpatica Raggi” è la più citata. L’avversario si chiama M5s, Giachetti cerca di non guardare più in basso dei pentastellati, i favoriti della corsa di domenica.
Per loro le battute più taglienti, l’orgoglio di voler “fare le olimpiadi a Roma”. Anche se la platea si riscalda quando finalmente i due parlano di “pulizia della città “. E quando poi citano “le buche”, un sedicente comitato Dem armato di bandiere con la scritta “Pd tappami” si agita davvero.
Come si agita un gruppo di insegnanti: “Siamo noi siamo noi…le precarie della scuola siamo noi…”, cantano in coro. Senza acredine però.
Come senza acredine Renzi si lascia andare da una battuta all’altra, vero battitore libero di un cabaret pur politico.
E politica è la battuta che riserva a Ballarà³, in apparenza innocua ma pungente: “Siamo gli unici che epurano senza essere invitati”. Servirà per conquistare Roma, la grande esclusa dal renzismo? Intanto dopo la serata per Giachetti, va a ‘Virus’ a far pace con Nicola Porro.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 2nd, 2016 Riccardo Fucile
“NON POSSIAMO RENDERLE NOTE” LA ESILARANTE RISPOSTA DA VIA BELLERIO… L’IPOTESI CHE TRUMP NON SAPESSE NEPPURE CON CHI HA SCATTATO LA FOTO E CHE LE MAIL CONTENGANO PARTICOLARI IMBARAZZANTI
Sbandierate dalla Lega come prova inconfutabile che la stretta di mano Trump-Salvini c’è stata davvero il 25 aprile, a dispetto della smentita data dal candidato repubblicano in un’intervista a The Hollywood Reporter anticipata da Repubblica, le mail sull’incontro dei due leader in Pennsylvania aprono un nuovo capitolo del giallo politico transatlantico, invece di risolverlo.
In un messaggio datato 8 aprile e inviato al deputato leghista Guglielmo Picchi, oltre che alla segretaria di Donald Trump e a Carey Lewandowsky, manager della campagna presidenziale del tycoon, Dan Scavino scrive: “Ti confermo che l’incontro ha ricevuto il via libera per il prossimo 10 marzo all’Università di Miami” (la data fu poi spostata).
Ma chi è Scavino?
Ex-golfista e per dieci anni dirigente nella holding di Trump, è diventato, quattro giorni dopo quella mail inviata in Italia, direttore per i social media della organizzazione elettorale del suo datore di lavoro. Adesso si occupa soprattutto di Twitter (57mila follower), ma tiene anche i contatti con i sostenitori esteri dell’immobiliarista miliardario.
Dunque era la persona giusta per organizzare quel faccia-a-faccia con Salvini, molto caldeggiato da due parlamentari italo-americani della Pennsylvania, Tom Marino e Lou Barletta.
Il problema? Che di quella prima mail di Scavino, come di una seconda mandata il 23 aprile dalla segreteria di Trump allo staff del Carroccio, in cui il tycoon si diceva “lusingato perchè Mister Salvini aveva chiesto di incontrarlo”, i dirigenti della Lega si limitano a leggere qualche passo, senza renderla pubblica.
“Non possiamo rendere pubblica una corrispondenza privata — spiegano a Repubblica — senza l’autorizzazione dei collaboratori di Trump”.
Ma è una motivazione poco convincente, che fa nascere il dubbio che, in realtà , quelle mail nascondano dei particolari imbarazzanti sul viaggio americano di Matteo Salvini e che quindi la loro diffusione rischi di ingigantire il “mistero buffo” dell’incontro.
Di sicuro la smentita di Trump continua suscitare imbarazzo nei vertici della Lega (e ad alimentare il sarcasmo dei rivali politici), che non riescono a spiegarsi perchè il tycoon abbia voluto negare i fatti.
Il sospetto, ovviamente – avanzato dallo stesso Michael Wolff, biografo di Rupert Murdoch e autore dell’intervista al candidato repubblicano – è che Trump, con il suo carattere eccentrico e imprevedibile, abbia scaricato Salvini senza pensarci troppo: in parte per il suo disinteresse per la politica internazionale (e oggi, in un discorso a San Diego, Hillary Clinton lo attaccherà proprio su questo, definendolo “pericoloso”), in parte per non aver ben capito con chi avesse avuto a che fare.
Intanto il caso Trump-Salvini rimbalza anche in altri Paesi.
La smentita del meeting viene ripresa anche dall’inglese The Independent. L’incontro con tanto di endorsement, ricorda il quotidiano di Londra, era stato prima sbandierato e poi negato: “Non volevo incontrarlo”.
Il giallo è sempre più transatlantico.
Arturo Zampaglione
(da “La Repubblica”)
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Giugno 2nd, 2016 Riccardo Fucile
IL TITOLO DEMENZIALE SOLLEVA PROTESTE E INDIGNAZIONE, MA IL DIRETTORE DI “LIBERO” NON SI SCUSA… L’ORDINE DEI GIORNALISTI HA APERTO UN’ISTRUTTORIA
L’Ordine dei giornalisti interviene sul direttore di ‘Libero’ Vittorio Feltri per il titolo di apertura del
quotidiano in edicola il 31 maggio (“..e per gradire nella capitale arrostiscono una ragazza di 22 anni”).
L’Ordine dei giornalisti della Lombardia, anche su segnalazione del Consiglio nazionale, rende noto di aver formalmente trasmesso la documentazione sul caso in questione al Consiglio di disciplina territoriale che, per competenza, ha aperto un’istruttoria.
Gabriele Dossena, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, in una nota spiega che numerose altre segnalazioni e proteste, tra cui una raccolta di firme promossa da Change.org, sono pervenute all’Ordine, sollecitando la radiazione di Vittorio Feltri dall’Albo.
“Non capisco dove stia il problema, la ragazza è stata bruciata viva, proprio arrostita”.
È questo il commento del direttore Vittorio Feltri sull’apertura di un’istruttoria da parte del Consiglio di disciplina dell’ordine dei giornalisti per il sommario di ‘Libero’ sull’omicidio di Sara Di Pietrantonio.
“Il fatto non mi stupisce, ma il problema – sottolinea il direttore – è che questo signore si è comportato in modo incivile e il termine arrostire rende l’idea dell’intento punitivo. Il dizionario dice che arrostire significa cuocere ed è quello che ha fatto, anzi, ha fatto un flambè di quella ragazza ed è atroce. Mi sembrava che arrostire rendesse l’idea, flambè era adatto, ma magari sembrava ironico”.
A Feltri la richiesta di radiazione sollecitata da una raccolta di firme pare “una cosa assurda” perchè “si tratta di definire una situazione e i termini non sono sproporzionati all’evento”.
In molti hanno letto in quel sommario una mancanza di rispetto per la vittima: “La mancanza di rispetto non è per la ragazza ma per chi ha commesso questo delitto atroce, questo – cerca di arrampocarsi sugli specchi Feltri – era il mio intento, è inutile prendersela con le parole e non con i concetti”.
Che certo giornalismo non abbia rispetto per i morti non ci stupisce.
Ha ampiamente dimostrato di non averlo neppure per i vivi, salvo i propri datori di lavoro.
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2016 Riccardo Fucile
GIOVANI DA TUTTA EUROPA PER SALVARE VITE: “QUI SI SCRIVE LA STORIA DELL’UMANITA'”
“In una settimana qui sono morte 900 persone, a cui avrei potuto tendere la mano, a cui avrei potuto sorridere, a cui avrei potuto dare un avvenire dall’altro lato di questo cimitero solo con la forza dei miei muscoli”.
Non si dà pace Antoine Laurent, 25 anni, nato a Lorient in Bretagna, ufficiale della Marina mercantile che ha preferito l’Aquarius alle navi di ricerca petrolifera su cui lavorava prima.
“Qui si scrive in parte la storia dell’umanità . Verranno ricordate le tragedie, l’indifferenza di massa, ma anche le mani tese. Io ho scelto da che parte stare”.
I soccorritori dell’Aquarius sono come angeli in un inferno d’acqua.
Navigano grazie a un gigantesco crowdfunding. L’operazione costa 11 mila euro al giorno, si prevede che serviranno 3,6 milioni di euro per tutto il 2016, di cui oltre un milione deve essere ancora trovato.
A bordo ci sono tre squadre diverse: Sos Mèditerraneè composta soprattutto da marinai che si fanno carico del salvataggio, Medici senza frontiere che si occupa della cura delle persone a bordo, distribuendo vestiario, coperte, cibo e fornendo assistenza medica, e l’equipaggio della nave che va dal ponte di comando alle cucine.
Vengono da Libano, Canada, California, Francia, Germania, Inghilterra, Ghana, Ucraina, Bielorussia, Italia, Olanda, Polonia, Eritrea.
Eppure agiscono come un unico corpo affiatato. Come gli ingranaggi che girano a ritmo in una macchina di soccorso che si sta rodando con l’esperienza.
A differenza dei corpi specializzati della Guardia Costiera o dei militari, nessuno ha insegnato loro come salvare un gommone di rifugiati in pericolo.
Si sono preparati in via teorica, hanno fatto delle esercitazioni. Passano lunghi e snervanti giorni d’attesa e quando alla fine il comando della Guardia Costiera rilancia un Sos, nessuno sa come andrà a finire.
Con il passare delle ore, i fax dell’Mrcc da Roma si moltiplicano.
Le imbarcazioni in pericolo diventano due, tre, cinque. A questo punto il battello arancione si dirige senza esitazione sulla linea del fronte.
Nelle tre settimane passate a bordo, assistiamo al salvataggio di oltre seicento persone, fra cui 124 minor.
La maggioranza di questi viaggia senza famiglia e la bimba più piccola ha appena due mesi. I soccorritori non sono volontari, vengono retribuiti, ma hanno scelto di propria iniziativa di partecipare alla missione, spesso rinunciando a incarichi pagati molto meglio.
“Abbiamo cinque donne gravide, di cui una all’ottavo mese e anche una minorenne incinta. Poi ci sono diverse ragazze nigeriane, forse vittime di tratta, ma è difficile dirlo qui a bordo”.
Con nonchalance, Angelina Perri, ostetrica piemontese di Medici senza frontiere e unica italiana imbarcata in questo momento sull’Aquarius, fornisce il bollettino dello ‘shelter’, il rifugio coperto in cui vengono sistemate le donne, insieme ai minori e ai feriti. Per lei che ha lavorato in Sudan, a Lampedusa e nei centri di detenzione per migranti in Grecia, la prima esperienza a bordo di una nave di soccorso in mare è comunque “toccante”.
Il suo collega Amanuel Tekle, il mediatore di Msf, è un eritreo, rifugiato prima in Inghilterra e poi a Stoccolma, dove vive con la moglie e i suoi tre bambini.
Ha una motivazione in più per essere nel Mediterraneo.
Nel 2001 ha fatto lo stesso tragitto, approdando su una spiaggia di Noto a bordo di una barca da pesca, in fuga dal regime eritreo.
“Conosco tutte le lotte che queste persone devono fare, sono passato dal Sahara e dal mare e sono felice di aiutare quelli che arrivano ora — dice commosso — Credo che arriveranno molti eritrei, perchè la dittatura ha fatto del nostro paese una grande prigione e la situazione sta peggiorando”.
Il raggio d’azione dell’Aquarius è a circa 20 miglia a nord di Tripoli, da est a ovest. All’inizio la nave si posizionava in direzione di Az Zuwiya, una zona da cui si erano verificate molte partenze.
Ma poi il flusso di profughi ha cambiato direzione e così anche l’Aquarius si è spostata più ad occidente.
Nelle giornate di buona visibilità , dal ponte della nave si vede la costa libica, sembra di distinguere le ombre dei palazzi, le luci sul fare dell’alba. Ma di notte si torna indietro, a 30 miglia, a distanza di sicurezza dalla guardia costiera libica.
E tutte le porte, tranne quella del ponte di comando, vengono chiuse dall’interno per rallentare la penetrazione di un eventuale commando armato che potrebbe salire a bordo. Sono solo precauzioni, nessun segnale concreto di pericolo.
“Non voglio esagerare questo problema”, afferma il capo delle operazioni di soccorso per Sos Med Mathias Menge mentre istruisce tutti su come comportarsi in caso di abbordaggio. Sono però misure prese dopo un episodio preciso.
Ad aprile la nave dell’Ong tedesca Sea Watch è stata abbordata da una motovedetta della sedicente guardia costiera libica, armata fino ai denti, con la minaccia di essere condotta in un porto libico. Praticamente quasi un sequestro. “Siamo intervenuti noi dal comando operativo di Roma e tutto è rientrato”, spiega il capitano Nicola Carlone, a capo del reparto Piani operativi della Guardia Costiera italiana.
Carlone conferma che in seguito la Guardia Costiera libica ha detto di non volere queste navi private nelle acque di ricerca e soccorso di sua competenza.
“Una cosa completamente illegale”, secondo Menge. “Davanti al loro disappunto, abbiamo spiegato che sono imbarcazioni di soccorso coordinate da noi e abbiamo trovato un modus operandi per continuare ad avvalerci di queste navi delle Ong – ribadisce Carlone – perchè ci stanno dando un aiuto incredibile con delle barche capaci di intervenire velocemente per salvare più persone possibile”.
E così l’Aquarius continua a fare la spola, da fin sotto la Libia fino a Trapani, portando a terra anche i migranti soccorsi dalle navi militari.
Come la Spica della marina italiana, da cui vediamo trasferire 114 persone. O le “European warship” come si definisce la nave da guerra tedesca Frankfurt che ce ne consegna altri 115.
A bordo avevamo già 137 persone di un primo gommone salvato e 116 di un secondo. Con 368 passeggeri in più, la nave fa rotta verso l’Italia, mentre cala la sera. I migranti stanno appallottolati nelle coperte fornito da Medici senza frontiere.
Alcuni guardano ancora il mare ed è uno sguardo carico di gratitudine per chi li ha salvati e per la sorte che è stata, una volta tanto, benigna
L’Europa è ancora a quasi due giorni di navigazione.
Si respira un’atmosfera di gioiosa, una stanchezza piena di soddisfazione. È un momento in cui ci si rilassa e si può parlare con i nuovi arrivati che trovano la forza di raccontare l’indicibile vissuto in Libia.
“Ho passato sei mesi in una prigione di Tripoli — racconta un ragazzo del Gambia — ci picchiavano come se fossimo animali, chi ha la pelle nera non può sopravvivere là . Per uscire si devono pagare mille dinar libici ai poliziotti. Poi i trafficanti sulla spiaggia ci hanno rinchiusi in 85 in un buco nella terra, sotto la minaccia delle armi. Per cinque giorni siamo stati lì, prima di partire. Non sapevamo che la barca fosse un gommone malmesso”.
Le donne nigeriane intonano un inno a Gesù. Sono fuggite da Boko Haram e sono passate attraverso stupri e sevizie.
È questa l’umanità che l’Europa vorrebbe chiamare “migranti economici” da selezionare negli Hotspot all’arrivo.
Ma le loro storie sono di migranti forzati, quelli che non hanno avuto scelta.
Raffaella Costantino
(da “La Repubblica“)
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Giugno 2nd, 2016 Riccardo Fucile
SULLA NAVE DELLA ONG “SOS MEDITERRANEE'”, IMPEGNATA NEL SOCCORSO DEI PROFUGHI NEL CANALE DI SICILIA…UN EQUIPAGGIO DI EROI FORMATI DA GIOVANI DI TUTTO IL MONDO CHE HANNO RINUNCIATO A COMODE CARRIERE
Un’enorme distesa di mare con il sole a picco e niente all’orizzonte per giorni. 
C’è qualcosa di irreale in questa vasta linea del fronte a ridosso delle acque territoriali libiche, in cui i sommersi e i salvati si sono giocati la vita alla roulette russa del Mediterraneo.
Sul ponte dell’Aquarius, una nave dell’Ong italo-franco-tedesca Sos Mèditerraneè attrezzata in collaborazione con Medici senza frontiere, si fanno i turni di vedetta. Si monitora il radar. I soccorritori e l’equipaggio, dal capitano in giù, stanno per ore attaccati al binocolo.
L’Aquarius ha due scialuppe di soccorso.
La prima, più grande, può portare una quindicina di persone per volta in una sorta di navetta fino al ponte. Effettua una decina di rotazioni per svuotare il gommone.
La seconda, più piccola, viene inviata con i giubbotti di salvataggio, un soccorritore di Sos Med e un mediatore di Msf con il compito di tenere a bada i migranti, comprensibilmente in preda al panico.
Quandi si avvista un gommone carico di profughi, la visione dalla scialuppa è impressionante, anche per un professionista del mare come Jonathan Gerecht, 32 anni, di Marsiglia, ufficiale della marina mercantile a lungo imbarcato su navi da crociera e commerciali. “Non posso dimenticare il mio primo soccorso, ad aprile — racconta Gerecht — è stato il primo contatto con i rifugiati in vita mia. Me li sono trovati davanti, loro erano più di cento e noi solo due. È stato un incontro difficile e commovente. In quel momento dovevo spiegargli che, dopo molte ore in mare, dovevano essere ancora pazienti e non salire tutti insieme sulla scialuppa, altrimenti ci avrebbero rovesciati in acqua. Dovevo essere fermo, ma gentile, cercare di non urlare per non aumentare il panico. Alla fine tutto è andato bene”.
Seduti su ogni angolo del gommone ci sono uomini, bambini, donne incinta, neonati e feriti. “Ne ho visti ustionati dalla benzina mista all’acqua di mare, in ipotermia, feriti in Libia dalle bastonate o da colpi di arma da fuoco — prosegue Gerecht — a volte sono così deboli che non riescono neanche a salire sulla scialuppa o dalla scialuppa al ponte della nave, per cui bisogna sollevarli in due a braccia”.
Dal mare la prospettiva cambia e si capisce che il naufragio e l’ecatombe non sono l’eccezione. Il miracolo, al contrario, è quando va tutto bene.
“Dobbiamo spiegargli come mettersi il giubbotto di salvataggio, non è facile per chi non l’ha mai fatto”, spiega Mathias Menge, il capo delle operazioni di soccorso.
Nel caso più disperato di un gommone che l’Aquarius ha soccorso il 17 aprile quando era già mezzo affondato, i giubbotti non sono stati neanche distribuiti, non c’era tempo.
“E’ stato drammatico — continua — le persone ci annegavano davanti, non ci è rimasto che afferrarli dall’acqua con le nostre mani e comunque siamo riusciti a salvarne 108 (28 sono stati i morti e i dispersi secondo la polizia italiana, ndr). Fossimo arrivati trenta minuti dopo, sarebbero affogati tutti”.
Dopo due giorni di navigazione da Trapani, con le onde alte più di quattro metri che hanno allungato il viaggio ben oltre le canoniche 30 ore, siamo arrivati in posizione di ricerca e soccorso, a venti miglia da Tripoli. Apparentemente siamo soli.
Le comunicazioni via radio e il radar ci dicono che non è così. A poche miglia di distanza naviga la Dignity I di Medici senza frontiere, che insieme all’altra nave di Msf, la Bourbon Argos, ha salvato 4000 persone in un mese.
Vicina è anche la Sea Watch, allestita da un’Ong tedesca che non può prendere persone a bordo, ma avvicina i barconi per distribuire giubbotti di salvataggio e resta di guardia in attesa dell’arrivo dei soccorsi.
Nei prossimi giorni si aggiungeranno poi anche due imbarcazioni di Moas. Sul monitor non compaiono le navi da guerra, della missione militare europea Eunavformed, dell’italiana Mare Sicuro e di Triton, l’operazione gestita dall’agenzia europea delle frontiere Frontex.
Queste unità non usano l’Ais, il sistema automatico di identificazione. Ma chiamano via radio Alex, il comandante bielorusso dell’Aquarius, e i suoi secondi ucraini, Vitaly e Alex.
Oppure parlano con la Dignity I e con Sea Watch per coordinarsi nei soccorsi.
Ci indicano in che posizione andare a controllare la segnalazione di un gommone alla deriva. Ogni tanto ci vediamo sorvolare da un aereo militare.
Il mare dove si consumano le stragi è una massa d’acqua grande quanto Lazio, Toscana, Umbria, Abruzzo e Marche messe insieme.
I numeri delle vittime sono quelli di una guerra, le forze in campo anche.
Secondo l’Agenzia Onu per i rifugiati (Unchcr), i migranti morti sulla frontiera liquida del Mediterraneo nel 2016 sono stati 2.510 (nello stesso periodo del 2015 erano stati 1.855) a fronte di 204.000 partenze.
Eppure questo non è solo un cimitero.
Per 47.478 profughi salvati solo nel 2016 è stato anche l’inizio di una nuova vita. 327 barconi sono stati soccorsi quest’anno sotto l’ombrello del Centro Nazionale di Coordinamento per il soccorso marittimo (Mrcc) che a Roma riceve gli Sos dai gommoni e dirotta sul posto tutti i mezzi presenti in zona: militari, mercantili, rimorchiatori d’altura e navi umanitarie delle Ong come l’Aquarius.
È un nuovo corso anche per questa imbarcazione di 77 metri, con lo scafo tutto dipinto d’arancione, battente bandiera di Gibilterra, affittata insieme all’equipaggio da Sos Mèditrraneè. L’Aquarius è in mare da quarant’anni, ma è ancora in ottimo stato.
Ha molto spazio sul ponte e può trasportare fino a 400 persone. È molto robusta perchè nelle sue vite precedenti è stata una nave di protezione per la pesca e di ricerca scientifica.
Nei tempi morti scambiamo qualche parola con Menge. “A volte ho l’impressione che questi morti per l’Europa siano solo un deterrente all’ingresso dei migranti sul nostro territorio — dice – il punto è che dobbiamo decidere come trattare le vite umane”.
Senza corridoi umanitari e un modo legale di viaggiare, è come svuotare il mare con un cucchiaio. Questi 26, tra uomini e donne, che si trovano a bordo dell’Aquarius sono venuti nel Canale di Sicilia ad offrire le loro braccia per afferrarne altre, quelle di esseri umani che supplicano di non andare a fondo.
“Giusto in tempo” è la parola d’ordine per Menge.
Trovare un gommone che porta tra le 110 e le 140 persone è sempre un terno al lotto e una corsa contro gli ostacoli. Quando il ‘target’, le cui coordinate sono state segnalate dalla centrale operativa di Roma, finalmente compare all’orizzonte, dal ponte di comando si vede una massa indistinta di esseri umani che agitano le mani per chiedere aiuto.
A quel punto il capitano suda freddo, manovra con grande attenzione e rallenta fino quasi a fermare i motori.
Il primo recupero a cui assistiamo è quello di 119 persone su un gommone di plastica bianca.
Ci spiegano che è diverso da quelli grigi, perchè è meno resistente. Pare li fabbrichino direttamente in Libia.
Bucano la frontiera ma poi cedono, spaccandosi a metà per il sovraccarico dopo poche ore di navigazione. È un soccorso in cui fila tutto liscio. Terminate le operazioni le condizioni meteo peggiorano però rapidamente. “Si è alzato un vento forza sette e poi forza otto — dice Menge — appena un’ora dopo sarebbe stato un disastro”.
I trafficanti li buttano in mare dalle spiagge libiche con il buio, fra la mezzanotte e le due del mattino. I gommoni impiegano circa sette ore a uscire dalle 12 miglia marittime che segnano il confine territoriale delle acque libiche, il limite che non si può superare per andare a recuperare i naufraghi, anche nei casi in cui stiano affondando.
Nei versi dall’esilio, i Tristia, Ovidio sosteneva di non temere la morte, ma il naufragio, perchè non concede una tomba ma solo di essere mangiati dai pesci.
L’Aquarius e le altre imbarcazioni umanitarie cooperano con le navi militari per sottrarre il maggior numero di persone a una fine tanto orrenda. Il destino di queste cinquantamila persone salvate dall’inizio dell’anno sarebbe stato in fondo al mare se non fossero arrivati i soccorsi.
Tra le cinque e le sette del mattino sull’Aquarius arriva la telefonata o il fax del comando della centrale operativa della Guardia Costiera, l’Mrcc di Roma.
A quel punto si fa rotta verso la posizione indicata. Ogni giorno, in questa specifica area di soccorso del Canale di Sicilia, ci sono dalle quattro alle dieci navi che la Guardia Costiera può mobilitare.
Ma quando, come nei giorni scorsi, ci sono oltre una ventina di gommoni e barconi in acqua contemporaneamente, può succedere di non fare in tempo a raggiungerli.
Alla Guardia Costiera italiana la chiamata di soccorso arriva con un Sos lanciato da un telefono satellitare Thuraya che nell’80 per cento dei casi viene dato dai trafficanti alle persone sul gommone, insieme al numero di telefono della centrale operativa di Roma.
La Guardia Costiera innesca l’operazione di soccorso passando l’informazione, di prassi, a tutti i paesi confinanti. Ma nessuno interviene.
La Libia non ha in questo momento un’organizzazione che risponde alle emergenze di soccorso. Il motivo per cui la Guardia Costiera italiana deve operare il soccorso in acque di competenza libica è che, in base alla Convenzione di Amburgo del 1979, la responsabilità è del centro di soccorso che per primo riceve l’Sos.
Queste barche devono essere assolutamente evacuate perchè non hanno la stabilità sufficiente per poter navigare, non hanno una bandiera, non appartengono a nessuno Stato, sono senza equipaggio e prive di attrezzature di salvataggio. Sono sovraccariche, con a bordo donne, bambini e persone che hanno necessità di assistenza medica.
Le Ong devono relazionarsi con gli apparati militari su più fronti.
All’Aquarius viene chiesto diverse volte di procedere alla distruzione dei gommoni, che è uno dei compiti della task force europea Sophia EunavforMed come contrasto al traffico di esseri umani.
Ma che alla fine si risolve in un contributo all’inquinamento del mare, con i gommoni bucati e affondati con tutto il motore, carichi di spazzatura.
Oppure bruciati in acqua con i serbatoi ancora pieni di benzina dalle navi militari dei diversi paesi coinvolti.
Da questi mezzi, italiani ed europei, Sos Mèditerraneè prende spesso a bordo centinaia di migranti soccorsi per trasferirli sulla terra ferma, in Sicilia, Calabria, Puglia o Sardegna.
Non di rado la destinazione, indicata dalla Guardia Costiera insieme al ministero dell’Interno, cambia nel corso del tragitto e l’imprevisto è sempre dietro l’angolo.
Assistiamo così a una staffetta in acqua. Prendiamo a bordo centinaia di persone dalla nave da guerra tedesca Frankfurt e soccorriamo due gommoni. Dirigiamo verso Lampedusa, ma non ci viene concesso l’ingresso in porto.
I 368 migranti, comprese donne, bambini e feriti, devono essere trasferiti a braccia a due motovedette della Guardia Costiera e a una della Guardia di finanza.
Un’operazione difficile, durata alcune ore, prima di riprendere il largo.
Raffaella Cosentino
(da “La Repubblica”)
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