Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
TROVATI SOLO 5 ASSESSORI SU 10: IL SINDACO RACCOGLIE PIU’ NO CHE SI’
Chi pensava che, per il Movimento Cinque Stelle, il difficile sarebbe stato vincere le elezioni,
probabilmente si dovrà ricredere.
Per Virginia Raggi è stato meno complicato battere il Pd che far «partire» la macchina amministrativa, componendo la giunta
Alla Raggi, che da due mesi conduce riservatissimi «colloqui», mancano ancora diverse caselle.
E, al momento, sono più i «no» incassati che i sì. Tanto che, negli ambienti dei Cinque Stelle, circola pure un’idea: rinviare la prima seduta dell’Assemblea Capitolina. Dal 7 luglio, come annunciato, al 13 luglio.
Raggi, dalla proclamazione del 23 giugno ha dieci giorni per convocare il primo consiglio comunale e altri dieci giorni per riunirlo.
Al momento – mentre Filippo Nogarin a Livorno annuncia due nuovi assessori – Raggi ha quattro nomi certi (Paolo Berdini, Luca Bergamo, Andrea Lo Cicero e Paola Muraro) e una possibile (Flavia Marzano).
Ma su un paio di figure individuate (Antonio Blandini e Donatella Visconti) ci sarebbe una frenata. Fa cinque su dieci.
Due i «buchi» che pesano: il Bilancio (dopo il no di Marcello Minenna si è rifatto il nome di Daniela Morgante, già assessora con Marino) e i Trasporti, dove ha già rifiutato Marco Ponti del Politecnico di Milano (il nome che circola viene da Torino: Cristina Pronello).
Raggi non ha neppure fatto le prime nomine. Per Daniele Frongia, il braccio destro che dovrebbe fare il capo di gabinetto, c’è un problema con la Severino: essendo stato consigliere comunale, almeno per un anno non potrebbe ricoprire ruoli dirigenziali. Intanto la prima riunione con assessori, parlamentari e consiglieri viene fatta all’ex comitato elettorale, non in Comune.
Convocato anche l’ad di Ama (rifiuti), Daniele Fortini. Respinte le sue dimissioni, verrà prorogato nell’incarico: «I dirigenti prima si devono assumere le loro responsabilità e fornirmi report periodici», dice Raggi.
Poi annuncia: «Coinvolgeremo i cittadini nelle scelte. E riapriremo il Campidoglio alle visite».
Ernesto Menicucci
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
CESSANO LE FORNITURE DELLA BIANCHERIA PER GLI ACCESSI IN CODICE BIANCO E VERDE
Il pronto soccorso dell’ospedale Sant’Eugenio di Roma nella notte tra il 22 e il 23 maggio è rimasto sprovvisto di biancheria.
Un disagio per diversi pazienti, costretti su lettini senza lenzuolo e coperta.
“Chiedete ai reparti” si sono sentiti rispondere dagli uffici gli infermieri di turno alla disperata ricerca di una soluzione.
Ma anche i reparti quella notte avevano esaurito le scorte. Perfino il magazzino era vuoto.
A lanciare l’allarme sulla carenza di biancheria è stato il sindacato degli infermieri Nursind di Roma, che ha inviato una lettera ai vertici dell’Asl Roma 2 (nata all’inizio del 2016 dalla fusione delle ex Asl Roma B e Roma C) chiedendo spiegazioni. “Si sceglie di cambiare il paziente che sta peggio. Ma ditemi voi se è sufficiente un solo cambio al giorno per pazienti allettati, sudati, portatori di catetere” racconta un infermiere.
Non si è trattato di un disguido casuale nelle forniture. Ma di un taglio ufficiale della biancheria contenuto nella rinegoziazione del contratto con la ditta di noleggio lavanolo.
Tra le rimodulazioni previste si legge infatti “la cessazione delle forniture della biancheria piana per gli accessi in codice bianco e codice verde presso le unità di pronto soccorso dei pp. oo.”. Cioè per tutti i soggetti non urgenti (codice bianco) e quelli poco critici (codice verde), che però hanno subìto traumi o fratture e hanno bisogno di una barella o di un letto.
Considerato che i codici verdi in un pronto soccorso rappresentano circa l’80 per cento degli accessi di una giornata, una misura del genere ha un impatto fortissimo.
Tanto che la direzione dell’Asl Roma 2 è corsa in qualche modo ai ripari. Il primo marzo il commissario straordinario Floride Grassi con una delibera ha approvato l’integrazione delle forniture di biancheria, ma solo per gli accessi con permanenza superiore alle 24 ore, in quanto paragonabile a giornate di degenza.
E per tutti gli altri? Niente.
“Nessuno ci ha avvisato — sbotta un altro infermiere -. E poi come facciamo a sapere in anticipo per quanto tempo rimarrà il paziente in pronto soccorso? Non è sempre prevedibile! La maggior parte dei pazienti sono anziani, che di solito hanno più freddo, anche chi ha solo un mal di gola durante l’attesa ci chiede una coperta. Secondo loro dovremmo lasciarlo soffrire. Ma siamo matti? La sanità è un servizio che dobbiamo garantire a tutti i cittadini”.
È per questo che nella quotidianità della medicina d’urgenza il personale cerca di soddisfare le esigenze di ognuno, fin dove è possibile, senza fare distinzione tra casi gravi e meno gravi.
Tutta colpa della spending review.
Per la prima volta l’anno scorso il servizio di lavanolo è stato affidato tramite gara regionale e per contenere la spesa è stata richiesta una riduzione dei prezzi pari al 5 per cento sui servizi erogati.
Una stretta che ha obbligato la ditta appaltatrice a diminuire le forniture di biancheria al pronto soccorso. Ma l’emergenza non è stata tamponata neppure con l’aggiunta di biancheria a carico della Asl.
“Ogni volta quando sta per finire il turno di notte i lenzuoli sono già finiti” ci dicono gli infermieri del pronto soccorso. I cambi letto sono contati anche nei reparti.
“È allucinante — commentano dalla chirurgia vascolare — Sono le cinque del pomeriggio, rimangono 12 lenzuoli puliti e stiamo per fare quattro nuovi ricoveri, quindi altri otto lenzuoli che se ne vanno. Gli altri quattro devono bastare fino a domattina per 14 posti letto”.
Chiara Daina
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
LA SQUADRA ISLANDESE CHE HA UMILIATO L’INGHILTERRA NON E’ UNA FAVOLA MA UN PROGETTO
Dove eravate quando i vichinghi hanno battuto l’Inghilterra? 
La storia dell’Islanda riparte dall’Europeo, da un quarto di finale conquistato con un gruppo di semi-professionisti, un branco di eroi molto alternativi.
Ma non dite che è una favola perchè questo successo è stato costruito: un sogno alla volta.
Si sono qualificati per il torneo contro ogni pronostico, hanno eliminato l’Olanda, hanno passato la fase a gironi senza neppure rendersene conto, hanno battuto l’Inghilterra agli ottavi con una partita già leggendaria e ora sfidano i padroni di casa. E si sentono invincibili.
Fino al 1950 in Islanda non c’erano nemmeno i campi da pallone , fino al 1990 il calcio era uno sport da amatori e nel 2009 una federazione emergente ha deciso di andare a imparare come si tira un calcio di punizione. In Inghilterra.
Giovani allenatori e dirigenti in viaggio per le città della Premier, in stage dai club più attrezzati: hanno studiato, imitato, importato, costruito impianti e campi sintetici, ma non pensavano certo di travolgere (e umiliare) i maestri.
Ci sono 21500 professionisti in Islanda e su una popolazione di 330 mila persone non sono neanche male.
Quattro anni fa hanno assunto Lars Lagerback, ex ct della Svezia e della Nigeria, arrivato sulla panchina dell’Islanda in coabitazione con Heimir Hallgrimsson, dentista part time sull’isola di Vestmannaeyjar.
Tutt’ora con il doppio lavoro, diventerà allenatore a tempo piano solo dopo l’Euro quando il suo tutore svedese lascerà l’incarico e forse la prossima volta non annuncerà le convocazioni in un bar. Ma non è detto.
Quindi si parte da un apprendista tecnico che dibatte di tattica davanti al bancone e si passa a un portiere cineasta. Hannes Halldorssonm, 32 anni, ha girato il video che ha accompagnato l’Islanda all’Eurovision del 2012, l’Europa è un concetto che lo ispira e di questi tempi l’Ue dovrebbe assumerlo per girare uno spot. sarebbe convincente.
È in aspettativa dalla Saga film che credeva in realtà di vederlo rientrare dopo tre partite. Dovrà allungargli il permesso.
Il 10 per cento della popolazione islandese è in Francia a seguire le partite e quando non trovano i biglietti telefonano ai calciatori perchè tutti conoscono tutti.
Il difensore Kari Arnason ha detto di aver individuato il 90 per cento delle facce che si è visto davanti quando la squadra è andata a festeggiare sotto la curva, in pratica dentro un villaggio.
Prima di lasciare Nizza, città del trionfo, Aron Gunnarsson, il capitano, ha trascinato tutti nell’angolo blu dello stadio per cantare “Hu”, un inno alla gioia vichingo: lento e deciso, come un liquore forte di cui prima avverti il retrogusto e poi l’effetto. Scalda. Birkir Bjarnasson si fa chiamare Thor, non a casa, dove i suoi capelli lunghi e il profilo da attore di Games of Thrones sono un’abitudine ma in questo Euro delle sorprese.
Ha esordito proprio grazie a Hodgson, l’allenatore che ha contribuito a licenziare. Prima esperienza, a 17 anni, nel Viking Stavander, club norvegese allenato guarda caso da Hodgson nel 2007.
Qui ha segnato, ha provocato un rigore, ha tirato una volèe davanti a Ronaldo che aveva battezzato l’Europeo dell’Islanda con l’acido commento: «Non sanno pensare in grande, festeggiano un pareggio come la vittoria finale». Deve sperare di non ritrovarseli di fronte.
Il padrino del gruppo è Eidur Gudjohnsen, lui sì giocatore vero, ha vinto una Champions nel 2009 con il Barcellona solo che adesso ha 37 anni e può giusto fare il motivatore.
Ruolo che alla fine si è preso Gudmundur Benediktsson. Non gioca, sarebbe il telecronista anche se lo hanno licenziato, meglio rimosso dalla diretta tv, a causa di un’esultanza in falsetto un po’ troppo simile a un lungo orgasmo, già clonato da ogni islandese.
La tv per cui lavora pensava di lasciargli finire la trasferta con l’ultima diretta.
Solo che l’Islanda va avanti e lui ha aggiunto altra estasi senza freni: «L’Inghilterra può andare fuori dall’Europa, può andare dove diavolo le pare, l’Islanda è qui».
E non per caso.
Giulia Zonca
(da “la Stampa”)
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
APPROVATA MOZIONE: “ATTIVAZIONE IMMEDIATA DI USCITA, BASTA PRIVILEGI A INGLESI”… SCOZIA E IRLANDA: “NOI RESTIAMO”
La Gran Bretagna ha chiesto il divorzio, ora che se ne vada in fretta e senza pretendere privilegi.
Il messaggio arriva dalla plenaria del Parlamento Ue che, convocata in seduta straordinaria dopo la Brexit, ha approvato una risoluzione bipartisan per chiedere che la procedura d’uscita dell’Uk sia attivata in fretta.
“Nessun trattamento speciale per gli inglesi”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel.
“Inammissibili i tentativi di negoziati segreti”, ha detto il commissario europeo Jean-Claude Juncker. “L’agenda la dettiamo noi”.
Mentre Londra temporeggia, Bruxelles cerca di dare il colpo finale per voltare pagina ed evitare l’incertezza.
Il documento approvato è il primo segnale: si chiede di attivare il prima possibile l’articolo 50 e di annullare la presidenza britannica dell’Unione Europea, prevista per il secondo semestre del 2017.
Il premier britannico David Cameron sembra voler contenere i danni di un risultato che non voleva: “Voglio che sia un processo il più costruttivo possibile, con un risultato il più costruttivo possibile, perchè lasciamo la Ue ma non voltiamo le spalle alla Ue, con questi Paesi siamo partner, amici, alleati, vogliamo il rapporto più stretto possibile in termini di commercio, cooperazione e sicurezza”.
Il clima è quello dell’amarezza nel giorno della resa dei conti di persona tra parlamentari e leader europei. Juncker, da più parti messo in discussione ha detto di non essere “stanco” e ha poi attaccato il leader degli euroscettici inglesi Nigel Farage: “Sono sorpreso di vederla qui, è l’ultima volta che applaude in quest’Aula”. L’eurodeputato ha ribattuto: “Per ora non mi dimetto. E spero che i prossimi a dare l’addio siano i Paesi Bassi“.
Poi durante il suo discorso è stato accolto dai fischi.
Ad aprire i lavori è stato Martin Schulz che ha salutato e ringraziato il commissario britannico dimissionario: “Deploriamo la decisione della Gran Bretagna”, ha esordito. “Ma siamo legati umanamente a chi ha lavorato con noi”.
Le parole sono state accolte da una standing ovation dei colleghi.
Se l’Europa cerca di ingoiare il boccone amaro, non manca la preoccupazione sul fronte Uk.
Nel corso della seduta non sono mancati gli appelli dei parlamentari scozzesi e irlandesi che chiedono di poter restare nell’Unione.
La Regina Elisabetta, intercettata dal Daily Mail, ha commentato con una battuta il momento complesso che il Paese si trova a dover affrontare: “Come sto? Sono ancora viva”.
Schulz: “Deploriamo la decisione della Gran Bretagna, ma siamo vicini a chi ha lavorato con noi”
Il presidente Martin Schulz ha aperto i lavori con un applauso per il commissario britannico dimissionario che invece ha sempre fatto la campagna per il Remain: “Restiamo legati a voi umanamente”, ha detto.
Tutto il collegio dei commissari era presente alla riunione plenaria straordinaria del Parlamento europeo, compreso Lord Jonathan Hill, il britannico dimissionario. Il presidente Martin Schulz ha aperto i lavori dicendosi “favorevole” alla sessione convocata con procedura senza precedenti nella storia dell’Unione europea e del suo Parlamento.
“Deploriamo la decisione” della Gran Bretagna “ma a tutti coloro che hanno lavorato con noi vogliamo dire che siamo legati umanamente e profondamente” ha detto Schulz ringraziando Hill per aver fatto campagna per il Remain e per aver “fatto un lavoro eccellente”. Il Commissario britannico è stato salutato con una lunga standing ovation. Le dimissioni dimostrano, ha aggiunto Schulz, che “la procedura de facto è già cominciata”.
Merkel: “No ai trattamenti speciali, l’Uk non si può aspettare gli stessi privilegi”
In queste ore le potenze europee stanno cercando di affrontare lo choc dell’esito del referendum inglese per evitare troppi contraccolpi e “voltare pagina”. Se Londra temporeggia, Francia, Germania e Italia chiedono che “non si perda tempo” perchè l’incertezza rischia di danneggiare l’Ue. A questo proposito la cancelliera tedesca Angela Merkel, scrive il giornale tedesco Bild, ha fatto sapere di non volere che Londra abbia la presidenza di turno dell’Unione europea nella seconda metà del 2017. Lo sforzo sarà quello di convincere la Gran Bretagna a rinunciare alla presidenza del semestre europeo, “o in caso di necessità , a togliergliela”. In Aula la Merkel ha poi detto che la Gran Bretagna “non può aspettarsi gli stessi privilegi che aveva prima, senza dover rispettare anche gli obblighi. Chi vuole l’accesso al libero mercato dell’Unione europea deve rispettare i valori fondamentali dell’Ue”. Quindi la Merkel ha ripetuto che “l’Ue non può iniziare i colloqui formali o informali sulla Brexit fino a che il Regno Unito non attiva l’articolo 50″ del trattato di Lisbona.
Appelli degli europarlamentari scozzesi e irlandesi: “Aiutateci”
Durante il dibattito della plenaria, ci sono stati numerosi appelli di europarlamentari scozzesi e nordirlandesi che si rifiutano di abbandonare l’Unione europea.
“La Scozia e l’Irlanda del nord chiedono che sia rispettata la loro scelta di non abbandonare la Ue”, ha detto la nordirlandese Martina Anderson, del Sinn Fein, sottolineando che la Ue “ci ha aiutati nel processo di pace” e gridando poi: “L’ultima cosa di cui ha bisogno l’Irlanda del Nord è una frontiera con gli altri 27 Stati membri”. A sua volta il verde Alyn Smith ha lanciato l’appello a nome della Scozia: “Aiutateci, non ci dimenticate”
(da agenzie)
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
HA VOTATO PER USCIRE DALL’EUROPA SOLO IL 36% DELLA POPOLAZIONE, NON E’ QUESTA LA DEMOCRAZIA
La reale follia del voto del Regno Unito a favore dell’uscita dall’Unione europea non è stata quella
della leadership britannica che ha osato chiedere alla popolazione di soppesare i vantaggi della permanenza nell’Ue rispetto alle pressioni immigratorie che essa esercita.
La vera follia è stata quella di aver fissato una soglia assurdamente bassa per uscire dall’Ue, che ha richiesto soltanto la maggioranza semplice.
Se si tiene conto dell’affluenza del 70% al referendum, ciò significa che la campagna per il “leave” ha vinto con un sostegno effettivo pari soltanto al 36% degli aventi diritto al voto.
Questa non è democrazia: è la roulette russa delle repubbliche.
Si è presa una decisione dalle conseguenze immense — molto più importanti rispetto all’emendamento della Costituzione del Paese — senza predisporre alcun adeguato sistema di controllo reciproco
Il voto andrà ripetuto dopo un anno, per sicurezza? No.
La maggioranza parlamentare deve esprimersi in senso favorevole alla Brexit? A quanto sembra no.
La popolazione del Regno Unito sapeva per davvero per che cosa si stesse esprimendo? No, nella maniera più assoluta.
Nessuno ha la più pallida idea delle conseguenze dell’esito referendario, sia per ciò che concerne il Regno Unito nel sistema commerciale globale, sia per le ripercussioni sulla sua stabilità politica interna. Temo che non sia un bel quadro d’insieme.
In Occidente si è fortunati a vivere in un’epoca di pace. Al variare delle circostanze e delle priorità è possibile reagire in maniera adeguata con metodi democratici, senza scatenare conflitti.
Ma che cosa si intende, di preciso, quando si parla di iter democratico allorchè si devono prendere decisioni irreversibili che hanno importanza determinante per la vita della nazione?
È sufficiente l’approvazione di un risicato 52% per una rottura di questa portata?
La maggior parte delle società prevede per il divorzio di una coppia più passaggi e ostacoli da superare di quanti ne abbia previsti il governo di David Cameron per uscire dall’Ue.
Questo gioco non l’hanno inventato i Brexiteer: abbondano i precedenti, compresi i casi della Scozia nel 2014 e del Quèbec nel 1995.
Finora, però, il tamburo della pistola non si era mai fermato in corrispondenza della pallottola in canna: adesso che l’ha fatto, è giunto il momento di riconsiderare le regole del gioco
È un’aberrazione pensare che una decisione qualsiasi raggiunta in un momento qualsiasi seguendo la regola della maggioranza semplice sia necessariamente “democratica”.
Le democrazie moderne hanno messo a punto sistemi di controllo e bilanciamento reciproco per tutelare gli interessi delle minoranze ed evitare di prendere decisioni disinformate con conseguenze catastrofiche.
Quanto più una decisione è importante e ha effetti duraturi, tanto più in alto deve essere collocata l’asticella.
È per questo motivo, per esempio, il varo di un emendamento alla Costituzione richiede più passaggi rispetto all’approvazione di una legge di spesa.
Eppure oggi lo standard internazionale previsto per spaccare un Paese è meno rigido rispetto all’iter di approvazione dell’abbassamento dell’età minima per il consumo di alcolici.
Adesso che l’Europa deve affrontare il rischio di una marea di altri referendum per uscire dall’Ue, la domanda che si pone pressante è se esista un modo migliore per prendere queste decisioni.
Ho rivolto la domanda a molti politologi di spicco per capire se esista un consenso accademico in materia e, purtroppo la risposta è no.
Tanto per cominciare, la decisione della Brexit può essere sembrata semplice sulla scheda referendaria, ma in verità nessuno sa che cosa accadrà di preciso dopo aver scelto “leave”.
Ciò che sappiamo per certo è che per consuetudine la maggior parte dei Paesi esige, nel caso di decisioni di importanza determinante per la vita della nazione, una “super-maggioranza” e non un semplice 51 per cento.
Non esiste una percentuale universale, ma in linea di principio la maggioranza dovrebbe essere quanto meno stabile in maniera dimostrabile.
Un Paese non dovrebbe effettuare cambiamenti radicali e irreversibili sulla base di un’esile minoranza che potrebbe prevalere soltanto in un breve arco di tempo e sulla scia dell’emotività .
Anche se l’economia del Regno Unito non dovesse cadere in recessione (il calo della sterlina potrebbe attutire la mazzata iniziale), ci sono numerose possibilità che i disordini che ne deriveranno a livello politico ed economico infondano in chi ha votato “leave” il classico “rimorso dell’acquirente”.
Fin dai tempi più antichi i filosofi hanno cercato di escogitare sistemi atti a bilanciare i punti di forza della regola della maggioranza e la necessità di garantire che le parti informate avessero più voce in capitolo nelle decisioni di importanza cruciale, sempre che le voci delle minoranze fossero ascoltate.
Nell’antica Grecia, nelle assemblee di Sparta si votava per acclamazione: la gente poteva modulare la propria voce per riflettere l’intensità delle sue preferenze, e il funzionario addetto che le presiedeva ascoltava con attenzione prima di annunciare il risultato.
Era un sistema imperfetto, ma pur sempre migliore, forse, di quello appena utilizzato nel Regno Unito
A quel che si dice, Atene, città -stato sorella di Sparta, metteva in pratica il più puro esempio storico di democrazia: i voti dei vari ceti sociali avevano il medesimo peso (anche se a votare erano soltanto gli uomini).
Alla fine, però, dopo alcune decisioni belliche catastrofiche, gli ateniesi ritennero opportuno conferire maggiore potere decisionale a enti indipendenti.
Che cosa avrebbe dovuto fare il Regno Unito, qualora fosse stato proprio indispensabile (e non lo era affatto) formulare la domanda sull’appartenenza all’Ue? Di sicuro, la soglia avrebbe dovuto essere fissata molto più in alto: diciamo, per esempio, che la Brexit avrebbe dovuto richiedere due consultazioni popolari nell’arco di almeno due anni, seguite dall’approvazione di almeno il 60% dei deputati della Camera dei Comuni.
Se a quel punto la Brexit avesse ancora prevalso, se non altro avremmo saputo che non si trattava della scelta estemporanea di un’esigua minoranza della popolazione.
Il referendum nel Regno Unito ha scaraventato l’Europa nel caos. Adesso molto dipenderà dalle reazioni internazionali e molto altro da come il governo del Regno Unito riuscirà a ricostituirsi. È importante valutare attentamente non soltanto il risultato, ma anche l’iter che ha portato a questa situazione.
Qualsiasi azione volta a ridefinire accordi invalsi da tempo e concernenti i confini di un Paese dovrebbe richiedere ben più della maggioranza semplice e un’unica consultazione popolare.
Come abbiamo appena visto, l’attuale sistema internazionale della regola della maggioranza semplice è la ricetta per il caos.
Kenneth Rogoff
professore di Economics and Public Policy all’Università di Harvard
(da “il Sole24ore”)
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
“IN CENTINAIA NON HANNO RICEVUTO LE SCHEDE ELETTORALI”…LA PROTESTA DEI RESIDENTI ALL’ESTERO DA OLTRE 15 ANNI
Circa 2,2 milioni di britannici residenti all’estero non hanno potuto esprimere il proprio voto in occasione del referendum sulla Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea perchè in base alla legislazione inglese non ne avevano diritto. Mentre sono “centinaia”, secondo le testimonianze raccolte da The Independent, gli aventi diritto che non hanno ricevuto in tempo le schede elettorali nei loro Paesi di residenza.
Nei giorni successivi al voto, crescono le proteste degli expat britannici non ammessi alle urne.
Secondo i quali il risultato del 23 giugno è illegittimo perchè quei numeri, se spostati dalla parte del Remain, avrebbero potuto ribaltare l’esito del referendum.
“La legge parla chiaro ed è stata applicata alla lettera — spiega Justin Orlando Frosini, docente di Diritto costituzionale all’Università Bocconi di Milano e alla Johns Hopkins university — Milioni di persone, però, non hanno potuto decidere sul loro status di cittadini europei”.
Il ricorso a Strasburgo del 94enne inglese residente in Italia dal 1982
Le proteste sull’impossibilità per oltre due milioni di expat britannici di esprimersi sull’uscita della Gran Bretagna dalla Ue sono state sollevate nei mesi scorsi dal veterano di guerra Harry Shindler, 94enne britannico residente in Italia dal 1982, e Jacquelyn MacLennan, avvocato inglese di 54 anni che risiede in Belgio dal 1987. Sotto la lente è finita una disposizione contenuta nello European Union Referendum Act: “Nel testo — continua il docente — si legge che i cittadini britannici residenti all’estero e assenti dal registro dei votanti da più di 15 anni non hanno diritto di voto su certe tematiche. Un principio che riprende quello contenuto in una legge del 1985 in materia di elezioni politiche”.
Per questo motivo, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deciso di respingere il ricorso di Shindler, precisando che, sulle questioni legate al voto, la decisione spetta ai Paesi membri del Consiglio d’Europa.
“E’ stato impedito loro di esprimersi su un aspetto importante del loro futuro”
“Se sull’applicazione della legge da parte delle varie corti non sembra esserci niente da obiettare — continua Frosini -, si può discutere entrando nel merito del principio stesso. A mio parere, elezioni politiche e referendum come quello sulla Brexit devono essere distinti. Per quanto riguarda le prime, mi sento di dire che si dovrebbe applicare senza limiti di tempo il principio del “no representation without taxation”.
Chi vive fuori dal Paese e non contribuisce con le proprie tasse non dovrebbe votare i nuovi governi.
Diversa è la questione del referendum: in questo caso si decideva anche riguardo alla cittadinanza europea di molti expat britannici. In questo caso è stato loro impedito di esprimersi su un aspetto importante del loro futuro”
Ma il voto non è contestabile
Ciò che lascia perplesso il docente della Bocconi sono poi le eccezioni previste dallo European Union Act rispetto al diritto di voto per i cittadini residenti all’estero.
“L’Act — specifica — prevede il diritto di voto anche per alcune categorie che, invece, non possono recarsi alle urne per le elezioni politiche, come i membri della House of Lords o i cittadini di Gibilterra. Se si è deciso di fare delle eccezioni di questo tipo, perchè non si è pensato di includere anche i residenti all’estero da più di 15 anni? Il voto decideva anche del loro futuro come cittadini europei. Voto da invalidare? No, la legge, contestabile o meno, è stata applicata”.
The Independent: “Centinaia di aventi diritto non hanno ricevuto le schede elettorali”
Altra ombra sulla validità del voto britannico viene gettata da The Independent.
Il quotidiano londinese, nei giorni scorsi, ha raccolto “centinaia” di testimonianze di aventi diritto residenti all’estero che non hanno potuto votare per problemi legati alla spedizione delle schede elettorali.
Da chi non ha mai ricevuto il materiale necessario, nonostante il sito del governo specificasse che la loro richiesta di voto era stata accettata, a chi, invece, si è visto recapitare il pacco postale troppo in ritardo per poter materialmente esprimere la propria preferenza.
Così molti britannici sparsi per il mondo non hanno potuto dare il proprio appoggio al Leave o al Remain. “Questa vicenda è più complicata rispetto alla petizione che chiede un secondo referendum perchè, se confermate le indiscrezioni diffuse dal giornale, saremmo di fronte a delle irregolarità — continua il professore — Sarà la commissione elettorale, però, a dover stabilire la validità o meno del voto sulla Brexit”.
Ultima spiaggia, il referendum sui futuri accordi tra Londra e l’Unione
Alle polemiche sugli aventi diritto e sui disagi riguardanti la spedizione delle schede elettorali all’estero si potrebbe tentare di “rimediare” con un nuovo referendum da svolgersi però molto più avanti, dopo che il governo del Regno Unito avrà notificato a Bruxelles il ricorso all’articolo 50 dei trattati e dopo la negoziazione sui nuovi accordi che regoleranno i rapporti tra Londra e l’Unione.
“A mio parere non ci sono gli elementi per invalidare il voto britannico — conclude Frosini — Semmai, potrebbe essere indetto un nuovo referendum per chiedere ai cittadini britannici, dopo aver modificato i principi che stabiliscono gli aventi diritto al voto, di esprimersi sull’accordo tra Regno Unito e Unione Europea relativo all’uscita del Paese dall’Ue”.
Gianni Rosini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
IL PARTITO-AZIENDA: IL FIGLIO DEL GURU E I FEDELISSIMI MAX BUGANI E DAVID BORRELLI NELL’ASSOCIAZIONE ROUSSEAU, POI UN GRUPPO RISTRETTO DI PARLAMENTARI
Venerdì 17 giugno , due giorni prima delle vittorie di Virginia Raggi e Chiara Appendino a Roma e
Torino, il contatore delle donazioni ricevute dall’Associazione Rousseau segnava quota 270.493 euro. Tre giorni dopo il voto, era salito a 278.659 euro.
L’euforia dei fan del Movimento 5 Stelle per i risultati ottenuti si è fatta subito sentire, facendo crescere ancora un po’ i fondi che Davide Casaleggio ha iniziato a raccogliere dal 25 aprile scorso.
Il figlio di Gianroberto, il fondatore del Movimento scomparso a inizio aprile, ha infatti deciso che continuerà ad essere lui l’architetto della piattaforma on line che servirà per gestire le decisioni dei Cinque Stelle, affidata proprio alla neonata Associazione Rousseau.
Lo aveva fatto capire sui blog, lo ha ripetuto nella sua prima intervista politica, rilasciata al “Corriere della Sera” martedì 21.
«Non intendo candidarmi», ha detto Davide. Tuttavia, coloro che pensavano considerasse l’avventura del Movimento con più distacco manageriale rispetto al padre, hanno dovuto mettere in dubbio questa impressione.
Perchè il ruolo che si è dato è centrale: «Intendo occuparmi dello sviluppo delle applicazioni di democrazia diretta del Movimento in rete, affinchè tutti i cittadini possano fare politica», ha affermato, sostenendo che la piattaforma informatica Rousseau, elaborata dalla Casaleggio Associati e ora donata all’Associazione omonima, «è la prima applicazione al mondo nel suo genere. Siamo all’avanguardia e continuiamo a lavorare».
Conquistate Roma e Torino, il Movimento prepara la strategia per prendere Palazzo Chigi. Ma il premier deve guardarsi pure dalle manovre di chi nel Pd e nella maggioranza vuole modificare l’Italicum. Anche a costo di cambiare governo
Per capire quanto Davide – 41 anni, nato a Milano, laurea in Bocconi – sia al centro del progetto dei Cinque Stelle occorre partire di nuovo da lì, dal sito che raccoglie i fondi.
La mascherina è semplice. Riporta il valore complessivo delle donazioni ricevute, i 278 mila euro e rotti citati all’inizio, il numero di chi ha contribuito, 8.522 persone. Il conto è intestato, appunto, all’Associazione Rousseau. Stop.
Non un indirizzo, non una partita Iva, non un nome del responsabile legale dell’organizzazione a cui vanno i soldi.
È facile scoprire che il conto è presso la filiale di Milano di Banca Etica.
Il direttore, Ermenegildo Russo, con grande cortesia spiega però di non poter fornire ulteriori indicazioni su chi siano i rappresentanti dell’Associazione, per non violare le norme sulla privacy. Si torna dunque al web.
E lì, in fondo all’informativa sull’utilizzo dei cookies dei blog di Beppe Grillo e dei Cinque Stelle si trova finalmente una traccia: l’Associazione Rousseau ha sede a Milano, al numero 6 di via Gerolamo Morone. Lo stesso indirizzo della Casaleggio Associati.
«Un’ombra». Chi ha incontrato Davide quando era con Gianroberto nelle occasioni più politiche lo descrive così, «ben attento a non interferire».
Anche chi lo ha conosciuto in famiglia ne parla come di una persona riservata, capace di ritagliarsi il proprio spazio nel portare avanti le attività dell’azienda, soprattutto la consulenza per il commercio on line, uno dei suoi cavalli di battaglia.
Della vita privata si sa poco. I giornali hanno ricamato su alcune passioni, gli sport estremi e gli scacchi, esagerando un po’.
Negli archivi di “Escape from Alcatraz”, celebre gara di triathlon nella Baia di San Francisco, non risulta ad esempio alcuna partecipazione dove sia arrivato sesto assoluto, risultato spesso citato dai media: nel 2010 il suo pur onorevole tempo di 3 ore e 27 minuti gli era valso la posizione 995 su 1.225.
Anche i titoli di “Gran Maestro” di scacchi e di scacchista “tra i cinque migliori under 16 italiani già all’età di 12 anni”, ripetuti da diversi giornali, sono entrambi definiti «un falso» dal portavoce della Federazione scacchistica italiana, Adolivio Capece, secondo il quale non si trova nei registri nessun punteggio di Casaleggio classificato con il metodo internazionale “Elo”.
Gli anni passati non c’entrano: le carriere scacchistiche di altre persone famose che giocavano da ragazzi o che hanno smesso da tempo, come il cantante Andrea Bocelli o il musicista Ennio Morricone, sono infatti ricostruibili. «Peccato, sarebbe stato bellissimo averlo come testimonial», si è rammaricato Capece su “Tra poco in edicola”, in onda su Radio 1 Rai.
Fuori dalla sfera del privato, negli ultimi tempi Casaleggio Jr ha invece fornito diversi segnali sulla linea che vuole dare al rapporto con il Movimento.
Sull’Associazione Rousseau, ad esempio, ha pubblicato sul “Blog delle stelle” un’unica notizia ufficiale, che rivela molte cose. Dice che oltre a Casaleggio, nell’organizzazione che svilupperà e supervisionerà la piattaforma dove si scriveranno le proposte di legge e si decideranno i candidati, sono entrati due fedelissimi della prima ora.
Il primo è Max Bugani, famoso per aver sempre attaccato chiunque in Emilia Romagna contestasse la linea Grillo-Casaleggio, reduce dalla seconda sconfitta nelle elezioni per fare il sindaco di Bologna: una candidatura ottenuta senza primarie, con tanto di proteste da parte di attivisti e parlamentari.
Il secondo è l’europarlamentare David Borrelli, spesso in prima fila nelle proteste contro i dissidenti.
Due nomi ai quali ne va aggiunto un terzo: Pietro Dettori, fino a maggio “social media manager” della Casaleggio, ora “responsabile editoriale” dell’Associazione: lo ha annunciato lui stesso su Linkedin, rafforzando la schiera dei collaboratori della ditta entrati nelle strutture decisionali del Movimento.
«La mia attività per Rousseau è completamente gratuita», ha detto Davide. Ma quanti e chi sono gli altri membri dell’Associazione? Vengono pagati? E Dettori, è ancora retribuito dalla Casaleggio?
Lunedì 20 giugno “l’Espresso” ha mandato queste e altre domande a Casaleggio via mail, su invito della segretaria, senza ricevere le risposte nei tempi utili per la pubblicazione.
Se arriveranno, ne daremo conto in un nuovo articolo. Eppure i soldi per la piattaforma vengono versati dai donatori sul conto di un’associazione che ha la sede sempre presso la Casaleggio. Altro dettaglio importante: l’estate scorsa sul blog era stato pubblicato l’organigramma dei responsabili delle varie funzioni tecniche della piattaforma.
E qui si diceva che due delle più importanti, il “fund raising” e le votazioni, erano saldamente nelle mani dello «staff», ovvero della Casaleggio.
La quale, dunque, si è garantita il controllo di due leve fondamentali per governare il partito: i soldi e il consenso.
È difficile prevedere come evolverà il Movimento dopo i successi di Roma e Torino. Nella capitale piemontese, ad esempio, la neo-sindaca Chiara Appendino non ha firmato il contestato codice etico sottoscritto invece da Virginia Raggi, che prevede – tra l’altro – una sanzione di 150 mila euro per chi riceverà «una contestazione a cura dello staff coordinato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio», come si legge nel documento.
Appendino ha sempre voluto sottolineare la propria autonomia. Chi la conosce sostiene che ha avuto con Davide un unico incontro, a campagna già lanciata. Lei stessa è stata candidata per alzata di mano dagli attivisti, non on line, e dice di aver scelto gli assessori da sola.
L’occasione di governare città importanti è probabilmente troppo ghiotta perchè i Cinque Stelle si facciano subito cogliere in castagna su un tema come l’indipendenza degli eletti, sentito anche all’interno.
Con il tempo, però, Grillo e Davide dovranno gestire l’apparente contraddizione fra un partito che ha l’ambizione di favorire la «democrazia diretta» ma dove ormai si moltiplicano gli organismi direttivi: il direttorio, scelto interamente dall’alto, il comitato di appello sulle espulsioni, lo staff dei garanti per Roma, l’Associazione Rousseau e i responsabili delle funzioni della piattaforma omonima.
Organismi dove numerosi nomi compaiono più volte, da Alessandro Di Battista a Roberto Fico, da Bugani a Borrelli. Altre domande inviate da “l’Espresso” a Davide, rimaste senza risposta.
La prima: il Movimento si è sempre opposto all’accumulo di poltrone; tuttavia nell’organigramma molti nomi compaiono più volte; non trova sia una contraddizione?
E ancora: alcuni dei presenti negli organigrammi, selezionati dalla Casaleggio, hanno avuto ruoli di primo piano nelle procedure di espulsione di attivisti o eletti; come giudica questo fatto?
Infine c’è una delle questioni più annose, quella dei soldi.
L’ha sollevata qualche settimana fa in un’intervista a “La Stampa” anche Marco Canestrari, uno dei collaboratori storici di Gianroberto, ormai uscito dalla Casaleggio.
Del direttorio e della leadership di Luigi Di Maio ha detto: «Davvero qualcuno pensa che l’onorevole Di Maio smetterà di far politica a 37 anni, dopo due mandati? Hanno già creato un patto e una casta di intoccabili: tutto quello contro cui Gianroberto ci spingeva a lottare».
Di Davide: «Non ha nessuna passione politica, a differenza del padre. (…) Vuole solo raggiungere gli obiettivi che si dà . Mancato Gianroberto, il Movimento rimane solo un asset dell’azienda: chi lavora sui portali, sul blog e su Rousseau è assunto dalla Casaleggio, ad essa risponde e lavora anche su altri progetti, estranei alla politica».
Chi frequentava Casaleggio padre, racconta che lui ripeteva spesso di averci perso, con la politica, non guadagnato. Una qualche conferma si ha dal bilancio 2014, l’ultimo disponibile, che dopo il boom del 2013 mostra ricavi in calo da 2 a 1,5 milioni, nonchè perdite per 151 mila euro. Eppure i siti collegati alla Casaleggio e al Movimento, sono numerosi e frequentati, anche grazie al forte uso di una strategia chiamata “clickbait”, “esca da click” in inglese.
Funziona così: sui social network vengono condivisi link con una titolazione dai toni allarmisti, in modo da spingere il lettore a cliccare.
Così tre casi di intossicazione da tonno diventano “Allarme: non mangiatelo assolutamente potrebbe uccidervi”, oppure il ricovero di Vittorio Sgarbi per una colica si trasforma in “Sgarbi, tragica notizia pochi minuti fa”.
Una tecnica che porta risultati concreti: TzeTze e LaFucina, i siti della Casaleggio che più di tutti ne fanno uso, ricavano oltre i tre quarti dei loro accessi proprio dalle condivisioni sulle bacheche degli utenti.
A rendere virali queste notizie ci pensano le pagine Facebook, compresa quella di Beppe Grillo, gestite dai social media manager della società .
Ecco perchè le altre domande de “l’Espresso” a Davide: i ricavi generati dalla pubblicità sui siti legati al Movimento 5 Stelle, e in particolare di “Beppegrillo.it”, producono in qualche modo dei ricavi anche per la Casaleggio Associati? Se sì, quale quota?
E ancora: quali sono i ricavi della Casaleggio generati dai siti “tzetze.it”, “lafucina.it”, “la-cosa.it”?
In mancanza di risposte, almeno al momento, non resta che affidarsi a qualche ipotesi, partendo dai dati di Google Adsense, la piattaforma che cura la pubblicità sui siti del sistema.
Su TzeTze e LaFucina ogni settimana vengono visualizzate 3-4 milioni di “impression” (pubblicità ), mentre il blog di Grillo da solo arriva a 5-10 milioni di spot a settimana.
Passare da questi numeri ai dati dei ricavi, non è facile: una stima prudente per siti generalisti e di news permette di indicare tra i 50 centesimi e 1,5 euro di incassi ogni mille visualizzazioni, a cui vanno tolte le commissioni.
Questi calcoli porterebbero a collocare tra i 300 e i 700 mila euro annui i ricavi del blog di Grillo e tra i 100 e 300 mila per TzeTze e poco meno per LaFucina.
Se le stime fossero corrette, e se i soldi della pubblicità non finiscono altrove, come ipotizza qualcuno, ne verrebbe però una conseguenza.
È cioè che la Casaleggio, pur senza arricchirsi, è sempre più un’azienda-partito.
Perchè tolti i soldi che arrivano dai siti grillini, di altro business ne resterebbe poco. Un bel guaio, per l’autonomia del Movimento. E forse anche per Davide.
Mauro Munafò e Luca Piana
(da “L’Espresso“)
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
SULLA SPINTA DEI 4 MILIONI DI FIRMATARI DELLA PETIZIONE PER RIMANERE IN EUROPA E NEL TIMORE DELLE CONSEGUENZE, ORA IL GOVERNO VORREBBE TRATTARE
Mentre l’Europa si interroga sulle conseguenze di Brexit, la Gran Bretagna comincia a fare marcia indietro.
Jeremy Hunt, ministro della Sanità britannico, uno dei fedelissimi di David Cameron, dichiara in un’intervista al Daily Telegraph: “Se l’Unione Europa ci facesse concessioni per mettere freni all’immigrazione, potremmo fare un secondo referendum per ribaltare il risultato di quello della settimana scorsa”.
E’ soltanto un’ipotesi, ma rappresenta un’ammissione straordinaria a neanche una settimana da un voto che ha mandato in tilt i mercati, fatto crollare la sterlina e costretto Cameron a dimettersi.
Per coincidenza, è la stessa ipotesi formulata da Gideon Rachman, columnist del Financial Times, in un articolo che sarà in pagina domani sul quotidiano finanziario. “Non credo che Brexit avverrà “, afferma il commentatore, e poi spiega perchè.
Boris Johnson, in procinto di diventare premier al posto di Cameron, non è mai stato un ardente anti-europeo, tanto da essere rimasto incerto fino all’ultimo su da che parte schierarsi nel referendum.
Il suo unico intento era diventare capo del governo e sta per riuscirci. E Rachman ricorda una frase pronunciata a febbraio da Johnson: “C’è una sola parola che Bruxelles ascolta per fare concessioni ed è la parola no”.
Come dire: finchè si chiede e si negozia, la Ue concede poco e niente, come in effetti è accaduto nella trattativa con Cameron prima del referendum.
Quando si minaccia sul serio di sbattere la porta e andarsene, la Ue concede qualcosa (come in effetti è successo con la Grecia).
Il columnist del Ft immagina che fra qualche mese l’Unione potrebbe accettare di dare a Londra quello che aveva finora rifiutato: un qualche tipo di freno all’immigrazione, se l’immigrazione supera certi limiti.
Una concessione che andrebbe contro il principio della libertà di movimento. Ma la politica è l’arte del compromesso. E se per la Gran Bretagna è gravissimo uscire dalla Ue, anche per la Ue perdere la Gran Bretagna sarebbe molto grave.
Può sembrare fantapolitica, per ora. Ma le firme per organizzare un secondo referendum hanno raggiunto ormai 4 milioni.
E di un secondo referendum si parla apertamente al parlamento di Westminster. “Non piacerebbe agli estremisti, in Inghilterra e a Bruxelles”, scrive Rachman, “ma perchè i moderati di entrambe le parti dovrebbero farsi imporre un disastro dagli estremisti?” L’ipotesi ventilata dal ministro Hunt nell’intervista al Telegraph è tutta da verificare, insomma, ma non impossibile da realizzare.
Tanta gente è contraria a Brexit. Non è detto che il divorzio tra la Gran Bretagna e l’Europa si consumerà davvero.
(da “La Repubblica“)
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
CONFARTIGIANATO: L’EXPORT VERSO IL REGNO UNITO CONCENTRATO NEL NORD-EST, REGIONI PIU’ ESPOSTE VENETO E FRIULI
A pagare sarà soprattutto il Nordest: è lì che si concentrano le esportazioni dall’Italia verso il Regno
Unito ed è lì che la svalutazione della sterlina sull’euro potrebbe colpire di più.
Se poi si ragiona sulle piccole imprese e sull’incidenza rispetto alla produzione di valore aggiunto, le regioni che più si devono preoccupare dell’uscita di Londra dall’Europa sono il Friuli Venezia Giulia e il Veneto, seguite da Toscana ed Emilia Romagna.
Secondo uno studio della Confartigianato negli ultimi dodici mesi, da aprile 2015 a marzo 2016, l’Italia ha esportato oltre Manica beni e servizi per 22.570 milioni di euro.
Per la manifattura delle piccole imprese si parla di 7.538 milioni di euro, il 33,4 per cento dell’export complessivo, lo 0,52 per cento dell’intero valore aggiunto italiano. Brexit, secondo l’associazione, comporterà un taglio delle vendite delle pmi verso il Regno Unito per 727 milioni di euro.
La classifica.
E’ vero che per valutare a pieno titolo gli effetti dell’uscita bisognerà attendere i prossimi due anni, la rinegoziazione di 54 accordi commerciali e le possibili introduzione di dazi doganali, ma guardando alla vocazione produttiva è già chiaro che a pagare di più saranno soprattutto le regioni del Nordest; per quell’area il valore medio di incidenza dell’export britannico sul valore aggiunto prodotto è pari allo 0,95 per cento (ma il Friuli tocca l’1,22 e in Veneto l’1,12 ) contro lo 0,44 del Nordovest, lo 0,42 del Centro e lo 0,28 del Mezzogiorno.
Guardando alle province le più esposte sono Belluno, Pordenone, Gorizia e Reggio Emilia.
I settori.
Fra le piccole imprese il settore con maggiori vendite nel Regno Unito è l’alimentare, con 1.972 milioni di euro, seguito da abbigliamento (1.381milioni), pelle (1.051) , mobili (939 milioni), prodotti di metallo (894), tessile (424) e legno (106 milioni).
(da “La Repubblica“)
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