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MARCELLO PERA TORNA A SOSTEGNO DEL SI’, “MA NON PER RENZI”

Luglio 12th, 2016 Riccardo Fucile

PRIMA L’ADDIO ALLA POLITICA, POI IL DIETROFRONT

Per fortuna sul palmo della mano di Marcello Pera la linea della vita è lunga, e pure un po’ tortuosa. E dopo si spiegherà  il perchè.
Però sarebbe ingeneroso individuare l’inclinazione alla gimcana dell’ex presidente del Senato nel recente approccio al lavoro di Matteo Renzi.
La decisione di istituire un Comitato per il Sì alle riforme costituzionali del filosofo ex berlusconiano, ora vicino agli ex montiani di Scelta civica, ha il tracciato di un arabesco per responsabilità  anche di altri, bisogna ammetterlo.
E le ipotesi del quotidiano romano Il Tempo a proposito di un astuto arruolamento di Pera fra gli amici del governo e delle riforme trascura forse un dettaglio: il professore non è un buon politico nè un bravo rastrellatore di voti perchè non sarà  mai dedito al rasoterra.
Oltretutto, raggiunto al telefono nella sua Lucca, Pera aveva ieri il tono malinconico e scocciato di chi ha combattuto già  troppe battaglie, e sopravvive di poche certezze e molte disillusioni.
«Forse c’è qualcuno che vuole usare il mio nome», ci ha detto prima di confermare che il Comitato lo si sta allestendo ma di interviste non se ne parla.
E qui il solco è dritto, nemmeno una curva: Pera è per il superamento del bicameralismo da decenni, ha sostenuto le riforme di Silvio Berlusconi nel 2006, ha promosso un’Assemblea costituente che riscrivesse l’intera Carta da sottoporre poi a giudizio referendario, e quando ha riconosciuto il «talento politico» di Maria Elena Boschi doveva essere in conseguenza della delusione per la morte della «rivoluzione liberale» troppe volte proclamata da Forza Italia e dal suo leader.
Niente interviste, dunque, ma un chiarimento: «Se promuovo il Sì sono con Renzi e se promuovo il No sono con D’Alema. Che devo fare?».
Restare sul vecchio sentiero riformista, dice: nessuna alternativa. Ed è notevole in un animo in fermento come quello di Pera, che di alternative ne ha spesso avute.
Nel 2007 era alla testa del Family Day contro Romano Prodi e i suoi Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi) che estendevano le unioni civili alle coppie omosessuali.
Ora osserva con distacco quasi nichilista l’approvazione della legge: «La Chiesa italiana ha subito il divorzio e l’aborto. Si rassegnerà  anche alle unioni civili».
Quanto a monsignor Nunzio Galantino, assume scialbi toni da «teologia della liberazione».
Analisi comprensibile in un vecchio ratzingeriano per il quale «solo Benedetto XVI può unificare l’Europa: è diventato il vero punto di riferimento dei popoli e l’autentico artefice dell’identità  europea» (2008).
Purtroppo anche Benedetto fallì, ma Pera ne ha conservato l’amicizia e con rigore accademico continua a denunciare il rischio islamista, decisamente più elevato dei tafferugli leghisti.
Da lì l’antico passaggio dal no a Dio nella costituzione europea al sì a Dio nella costituzione europea. Si noterà  che qualche gimcana c’è, ma non oltre il tollerabile. Infatti per sostenere la teoria delle oscillazioni periane tocca ritirare fuori gli editoriali di sostegno a Mani pulite scritti nel ’92 e nel ’93 («Il garantismo, come ogni ideologia preconcetta, è pernicioso») e quelli neogarantisti scritti più avanti, specie sulla «vocazione al golpe» della procura di Milano.
Coerentemente, Berlusconi «ha fatto i soldi con il regime… Si candida perchè è in serie difficoltà  economiche», anzi no, Berlusconi «ha salvato la libertà  degli italiani».
Non è un buon esercizio quello di impiccare la gente ai cambi di opinione.
Almeno, non è questo il nostro obiettivo. E se ricordiamo l’addio alla politica del 2013 («Ritengo che il mio contributo si sia esaurito») e il ritorno alla politica di queste settimane è perchè un altro professore di Forza Italia, Antonio Martino, un giorno disse: «Pera era stato uno straordinario presidente del Senato. Come abbiamo potuto mettere al suo posto Renato Schifani?».
A dar retta ai pettegolezzi, se lo è chiesto anche Renzi.

Mattia Feltri
(da “La Stampa“)

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CENTO ANNI FA MORIVA CESARE BATTISTI, ULTIMO APOSTOLO DEL RISORGIMENTO

Luglio 12th, 2016 Riccardo Fucile

GEOGRAFO, GIORNALISTA, UOMO POLITICO E UFFICIALE DEGLI ALPINI… FI IMPICCATO NELLA SUA TRENTO A 41 ANNI GRIDANDO “VIVA L’ITALIA”

Gli venne negata sia la fucilazione che la divisa militare. Gli procurarono un ridicolo vestito a quadri, troppo largo per lui, alto e allampanato com’era.
Giunto al patibolo gridò. “Evviva l’Italia! Evviva Trento italiana!”. Lo sollevarono da terra fino a che il boia di Vienna, Josef Lang, un omaccio dalla faccia di birraio, salendo su una scala, arrivò a gettargli il cappio al collo.
Tolto lo sgabello, lui tenne gli occhi aperti per qualche istante, poi li chiuse, respirò ancora a lungo mentre Lang, con una mano, gli storceva lentamente la testa.
Alla fine, tutti in posa per un’ultima, agghiacciante foto rimasta famosa.
Cento anni fa, il 12 luglio 1916, concludeva così la sua ardente parabola terrena, presso il Castello del Buonconsiglio, a Trento, l’ultimo apostolo del Risorgimento, Cesare Battisti.
Geografo, giornalista, uomo politico e ufficiale alpino era nato, 41 anni prima, in quella stessa città , quando ancora era parte dell’Impero austro-ungarico.
Il nome di Battisti ricorre ovunque, su strade, piazze e monumenti, ma in pochi ricordano, oggi, chi fu realmente quest’uomo che si battè, insieme agli altri irredentisti, perchè il Trentino diventasse italiano e si concludesse, in tal modo l’Unificazione.
Era un socialista, un uomo di sinistra, fu amico del giovane Mussolini che scriveva per “Il Popolo”, il suo giornale.
Il Fascismo esaltò in senso nazionalista la sua figura perchè l’Italia repubblicana potesse, poi, riappropriarsene con equilibrio.
Di nascita mezzo nobile e mezzo borghese, prese a cuore le condizioni delle classi più deboli, nella sua regione, che era, all’epoca, una delle più povere dell’Impero asburgico.
Nel ’14 comprese che l’unica via era quella di staccare il Trentino dall’Austria manu militari; passò il confine, divenne un acceso interventista, tenendo ben 85 discorsi in tutta Italia.
Alle parole fece seguire i fatti: si arruolò volontario come soldato degli Alpini, chiedendo di combattere in prima linea. Per il suo valore fu promosso ufficiale.
Il 10 luglio del ’16 fu catturato in azione dai Landesschà¼tzen di Cecco Beppe. L’attacco italiano era mirato a conquistare il Monte Corno, sul Pasubio, una vera spina nel fianco per il Regio esercito, poichè da lì gli austriaci potevano orientare il fuoco su ogni obiettivo nella vallata.
L’attacco fu respinto e la ritirata italiana impedita da uno sbarramento d’artiglieria.
Il tenente Battisti fu catturato insieme al suo sottotenente Fabio Filzi, altro eroe dell’irredentismo. Declinò subito le sue generalità , senza batter ciglio, e fu immediatamente riconosciuto come il “traditore” dell’Austria.
Ancor oggi qualche nostalgico asburgico cancella la parola “martire” dalla lapide commemorativa che ricorda la sua cattura sul Monte Corno.
Solitamente, traditore è uno che cambia casacca, all’improvviso, ma Battisti erano almeno 15 anni che conduceva la propria guerra politica contro l’Austria Ungheria, a viso aperto, addirittura nella funzione pubblica di deputato alla Camera di Vienna e alla Dieta del Tirolo.
Al processo dichiarò fieramente: « Ammetto di aver svolto, sia anteriormente che posteriormente allo scoppio della guerra con l’Italia, in tutti i modi – a voce, in iscritto, con stampati – la più intensa propaganda per la causa d’Italia e per l’annessione a quest’ultima dei territori italiani dell’Austria […] Rilievo che ho agito perseguendo il mio ideale politico che consisteva nell’indipendenza delle province italiane dell’Austria e nella loro unione al Regno d’Italia».

Andrea Cionci
(da “La Stampa”)

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WOODY ALLEN: “IL RAZZISMO USA NON MI STUPISCE, E’ UN PAESE CHE HA LE FONDAMENTA SULLA SCHIAVITU'”

Luglio 12th, 2016 Riccardo Fucile

“SIAMO UN PAESE CHE E’ VISSUTO DI PREGIUDIZI RAZZIALI PER INTERE GENERAZIONI”…”LA CLINTON VINCERA’, TRUMP E’ DIVISIVO”

“I terribili incidenti razziali che l’America sta vivendo in quest’ultima settimana non dovrebbero purtroppo sorprenderci”. dice Woody Allen a Repubblica.
Lo hanno incontrata New York per parlare del film Cafè Society, in uscita negli Stati Uniti dopo la sua premiere a Cannes.
«Il problema degli Stati Uniti, adesso e nel passato, è che questo è il prezzo che il paese paga per aver messo le sue fondamenta sulla schiavitù, per la complicità  nel rapire la gente dall’Africa, portarla qui, renderla schiava, senza nessun programma per il loro benessere. Siamo un paese che è vissuto di pregiudizi razziali per intere generazioni. Cosa ci si aspetta da un paese nato così male? Quando succedono queste brutte cose, questi incidenti razziali, da bianchi nei confronti dei neri, e da parte dei neri che ora rispondono in modo violento, cosa ti aspetti da un paese che ritualmente è stato insensibile per centinaia di anni? È il prezzo che gli Stati Uniti dovranno pagare fino a quando quell’antipatia così profondamente radicata tra una razza e l’altra sarà  finalmente smussata e la gente non la sentirà  più».
E anche Obama, secondo il regista, ha fatto poco:
Si sperava che la presenza di un presidente afroamericano come Obama alla Casa Bianca potesse cambiare qualcosa.
«Una singola persona non può cambiare questa situazione, è un problema che richiede un’enorme mole di lavoro per tanta gente, è così intrinseco al tessuto di questo paese, da centinaia di anni, che è molto difficile da risolvere. Ci vuole uno sforzo comune e concentrato da parte di tutti, un singolo presidente non ce la puo’ fare.
Sta seguendo queste elezioni, vede speranze?
«Non sui problemi razziali che stiamo attraversando. Ciò detto non ho mai fatto misteri del fatto che io sia un grande sostenitore di Hillary Clinton, sono democratico geneticamente, lo sono sempre stato, ho contribuito alla campagna democratica».
Pensa che vincerà ?
«Ne sono sicuro. Ho conosciuto Donald Trump, era nel mio film Celebrity, ed era stato anche bravo! Ogni tanto lo incrocio in qualche ristorante o evento ed è sempre cordiale e piacevole, ma non penso abbia nessuna chance di diventare presidente. Non si preoccupi, non c’è bisogno che nessuno si trasferisca in Nuova Zelanda o in Canada! Hillary vincerà , credo sia qualificata e brava, mi piace molto anche se non l’ho mai incontrata. Me lo dicono gli istinti e il senso comune. In America la gente sa che Donald Trump, con tutte le sue teatralità  e il suo essere cosi’ flamboyant, non potrebbe mai essere un buon presidente. E sento che la gente istintivamente lo sa e voterà  di conseguenza. Certo è una strana campagna elettorale, il partito repubblicano è da anni in uno stato pietoso, ma anche questo strano anno elettorale passerà  e ne avremo solo un vago ricordo. E Donald Trump continuerà  ad essere soggetto di barzellette e scenette in televisione.

(da “Huffingtnopost“)

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“I POLITICI PASSANO, I DIRIGENTI NO”: LA METASTASI DELLA REGIONE CALABRIA

Luglio 12th, 2016 Riccardo Fucile

IN REGIONE ILLEGALITA’ E SPESE SENZA CONTROLLI NONOSTANTE DENUNCE E INCHIESTE

«I presidenti parlano e passano, i dirigenti restano», dicono i dipendenti della Regione Calabria
Lo ripetono come un mantra per tenere ben a mente le gerarchie e orientarsi in quella torre di babele che è la Cittadella regionale.
La politica è confinata al dodicesimo piano, tutto il resto è area riservata ai colletti bianchi.
Per il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri sono loro il nuovo centro di potere: «Prima ancora della politica e della ‘ndrangheta, il problema della Calabria sono i quadri della pubblica amministrazione».
Nella regione dove su cento lavoratori 65 hanno un impiego pubblico e circa la metà  delle imprese ha come primo cliente la pubblica amministrazione, un imprenditore deve attendere 5 mesi per ottenere il pagamento di una fattura, il doppio della media italiana. È qui che per usare le parole di Gratteri «si gestisce la cosa pubblica con metodo mafioso».
Crollo per lentezza
Questa estate i turisti in vacanza a Fuscaldo, località  di mare in provincia di Cosenza, non potranno concedersi una passeggiata sul lungomare, semplicemente perchè non c’è più.
L’ultima mareggiata lo ha sbriciolato. Un evento decisamente prevedibile. Tanto è vero che tre anni fa era stato presentato alla Regione un progetto per la sua messa in sicurezza.
Sono partite consulenze ed è stato subito realizzato un bel masterplan con un progetto definitivo, ma i lavori non sono mai partiti. Tutto bloccato, manca il visto sulla valutazione di impatto ambientale.
Mentre a Fuscaldo il mare ormai bussa alle case, in Regione la discrezionalità  sembra essere la regola. Per metterci un freno l’anticorruzione ha dovuto inviare una circolare per precisare una cosa ovvia: i pagamenti devono seguire un ordine cronologico, prima le pratiche più datate poi quelle recenti.
Nonostante l’appello i dirigenti continuano a decidere chi e quando pagare.
Benvenuti nella giungla
«L’apparato amministrativo della giunta regionale è una giungla, anzi un muro di gomma». L’affondo del capo della Protezione civile calabrese Carlo Tansi è durissimo. Geologo del Cnr, da meno di un anno è stato nominato dal presidente Mario Oliverio: «Ho trovato una illegalità  diffusa, c’è una commistione tra alcuni dirigenti e ben individuabili imprenditori». Insomma la torta andrebbe a finire sempre nelle stesse mani o almeno «così è stato fino adesso».
Tansi scende nello specifico: «Succede per esempio che il bando per acquistare mezzi fondamentali per la pulizia dei letti dei fiumi sta fermo per mesi e invece la gara per le divise degli operai si affida subito e va immediatamente in pagamento».
Tutto quello che ha scoperto Tansi l’ha portato all’attenzione della guardia di finanza. Nell’elenco c’è di tutto, oltre 28 milioni di euro per le alluvioni nel Vibonese spesi senza uno straccio di rendicontazione, antenne radar pagate fior di milioni e abbandonate in un magazzino, e poi ci sono le jeep.
Poche settimane fa, infatti, una pratica monstre è stata stoppata appena un attimo prima della firma del governatore.
Il direttore generale al ramo aveva approvato l’acquisto di 220 pick up che la Regione avrebbe dovuto pagare ben 85 mila euro cadauno.
Imprenditori vittime
Ancora più deciso l’ex presidente della Confindustria, Pippo Callipo: «Taglieggiano gli imprenditori molte volte costringendoli a chiudere».
Parla per esperienza personale, del suo personale calvario se ne sta occupando il tribunale di Catanzaro: «Quando ho iniziato a denunciare questo stato di cose sono stato vittima di una serie di controlli e ispezioni. Mi volevano far tacere, ma non ce l’hanno fatta, io sono un uomo libero».
La proposta di Callipo adesso è «di istituire un numero verde della Procura per favorire le denunce di cittadini e imprenditori vessati».
In attesa del fil rouge con il procuratore Nicola Gratteri qualcuno ha pensato di risolvere il problema in modo più originale: un imprenditore agricolo esasperato dai ritardi ha atteso il dirigente del dipartimento nel parcheggio e gli ha rovesciato addosso un secchio di letame.
Un altro con interessi nel fotovoltaico invece si è affidato alla politica. Dal dirigente «lumaca» ha mandato l’allora assessore Domenico Tallini che ha pensato di convincere il funzionario non solo con le parole: ora deve rispondere di violenza privata.
Potere permanente
Ma nonostante critiche, denunce e botte la gran parte dei dirigenti resta sulla sua poltrona, e non solo.
È il caso di Domenico Pallaria, sindaco di Curinga, entrato come consulente in Regione negli Anni Novanta, ha superato spoils system e mutamenti politici, ora è direttore generale per Ambiente, Lavori Pubblici, Urbanistica e Trasporti.
Ma il super dg è anche responsabile del procedimento per alcuni dei più importanti appalti calabresi: la metro di Cosenza, i quattro nuovi ospedali (Sibari, Palmi, Catanzaro e Vibo) e il nuovo sistema depurativo.
Un record che il Movimento 5 stelle ha segnalato all’autorità  anti corruzione. Non è il solo a cumulare più cariche.
Carmelo Barbaro è dg dell’Audit, l’organo che controlla la spesa dei fondi comunitari. Ma da alcuni mesi è anche commissario della fondazione Calabria etica che lavora proprio con i finanziamenti europei. Insomma, controlla se stesso.
Comunque promossi
Eppure a guardare il decreto 5416 del 12 maggio scorso i dirigenti calabresi sono fra i più efficienti d’Italia: hanno tutti ottenuto l’indennità  di risultato.
Un bonus da un milione e mezzo di euro. Tutti promossi a pieni voti anche quelli che in Regione non ci potrebbero proprio stare.
Il consiglio di Stato con la sentenza 4139 del 21 aprile 2015 ha annullato la promozione a funzionari di 985 dipendenti regionali.
Uno tsunami che sembrava dovesse travolgere la struttura burocratica. A distanza di nove mesi nulla è cambiato.
Nessuno stupore «tutto passa, i dirigenti restano».

Gaetano Mazzuca
(da “La Stampa”)

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