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SANTANCHE’, LA PITONESSA STRITOLA I SUOI GIORNALISTI: CASSA INTEGRAZIONE A NOVELLA2000 E VISTO

Luglio 14th, 2016 Riccardo Fucile

SEI MESI FA HA RILEVATO LE DUE TESTATE A 1 EURO… PER RIPIANARE UN BUCO DI 1,5 MILIONI CHIEDE AI DIPENDENTI UNA CASSA INTEGRAZIONE AL 70%, PENA IL LICENZIAMENTO

“Sono una che lavora, lavora e lavora”. “Pure quando sono a Roma lavoro dal mattino alla sera per contribuire ai conti economici dei miei giornali”, dice.
E infatti: da quando s’è improvvisata editore, l’onorevole Daniela Santanchè frequenta sempre meno il Parlamento. Nonostante le cure che dedica ai propri affari privati, però, i conti della sua “Visibilia” non vanno benissimo: sei mesi dopo aver rilevato Novella2000 e Visto ha deciso di mettere i suoi giornalisti in cassa integrazione, pena i licenziamenti.
Al telefono ancora si stupisce di quanto costino i giornalisti, nonostante la storica relazione con Alessandro Sallusti cui ha preferito — in ultimo — il bel principe Dimitri d’Asburgo.
Ora però gli stipendi sono diventati improvvisamente un problema. Chi non perde mai il gusto del gossip l’ha subito ribattezzato “l’effetto Dimitri”
Aveva comprato le due testate al prezzo simbolico di 1 euro da Prs (che le aveva rilevate a sua volta dal gruppo Rcs) accollandosi però 700 mila euro di debiti pregressi.
I dipendenti, una quindicina, sono così transitati da una scatola all’altra. Imbottire le pubblicazioni della pubblicità  che Daniela vende a se stessa non è bastato a far quadrare i conti, e qualcosa bisogna pur fare.
Ai 15 dipendenti la Santanchè propone la cassa integrazione al 70%, prendere o lasciare. Loro non ci stanno, salgono sulle barricate.
Si arriva al muro contro muro e lei non molla un centimetro. “Non ho licenziato nessuno e non vorrei farlo adesso”, minaccia.
L’acquisizione è stata fatta con un patto di stabilità  che la impegnava a non fare cambiamenti. “E’ scaduto il 30 giugno, dal primo luglio posso agire per mettere in equilibrio le testate e salvare i posti di giornalisti e grafici. Se collaborano e accettano la cassa integrazione. Meglio del licenziamento, no?”.
Il problema? “I miei dipendenti sono purtroppo troppi. Ma non è un problema solo mio, guardi quanti licenziamenti hanno fatto i grandi gruppi, da Rcs, Espresso. Io finora non ho licenziato nessuno ma non mi posso permettere di mantenere giornalisti con stipendi da 130-140mila euro l’anno, quando alcuni loro colleghi si accontentano di tre euro a pezzo, perchè queste sono le tariffe del web che ha rivoluzionato tutto. Non dico di arrivare a tanto, ma ai giornalisti chiedo di riconoscere che le cose sono cambiate, che il loro mondo non c’è più e per sopravvivere bisogna fare delle rinunce. Per avere uno sbocco, per salvare dei posti. Siccome vedono che fuori da Visibilia non c’è l’America e si parla di tagli, esuberi e licenziamenti ovunque chiedo loro di essere ragionevoli. Tra un anno, poco più, saremo tutti contenti”.
Dall’altra parte la rappresentanza sindacale chiede chiarezza sui conti e insiste: il problema non può essere il costo del lavoro, visto che le buste paga al momento dell’acquisizione erano lì da vedere, se solo l’imprenditrice Santanchè avesse voluto. Lamenta poi una serie di investimenti mancati: il piano per rilanciare Novella2000, l’idea di organizzare una mostra itinerante per l’Italia perchè “è il costume di questo Paese”.
Nessuno li ha visti, così come il progetto di uscita in formato ridotto a carta patinata. Roba che costa mentre qui si risparmia, puntando sul web dove non ci sono costi di stampa e di carta. “E’ lì che stiamo concentrando gli sforzi”, spiega l’imprenditrice parlamentare.
“Su Novella il Corriere non aveva mai fatto il web e lei sa quanto tira il gossip in rete, abbiamo debuttato il 9 febbraio su Internet e oggi abbiamo circa 3 milioni di pagine viste e un milione di utenti in esclusiva. Abbiamo fatto “Ciack Generation” per intercettare gli appassionati di serie. Insomma stiamo cercando di intercettare la domanda del mercato alle condizioni del mercato. Sono una che lavora, lavora e lavora. Lo riconoscono tutti, tolto quando sono a Roma e pure quando sono lì lavoro dal mattino alla sera per contribuire ai conti economici dei miei giornali”.
Lo si vede dall’indice Openpolis sull’attività  parlamentare: le sue presenze non vanno oltre il 27% e per produttività  è in fondo alla classifica: 622esima su 630 deputati.
In tre anni di legislatura,   per dire, la Santanchè ha collezionato un solo disegno di legge, un’interrogazione, due emendamenti.
Effetto Dimitri, a carico dei contribuenti.

Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)

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ISTAT, IN POVERTA’ ASSOLUTA 4,6 MILIONI DI ITALIANI

Luglio 14th, 2016 Riccardo Fucile

RECORD DAL 2005… LE PIU’ COLPITE LE FAMIGLIE NUMEROSE… GIOVANI IN DIFFICOLTA’ IL DOPPIO DEGLI ANZIANI

Nel 2015 vivevano in povertà  assoluta in Italia 1 milione e 582 mila famiglie, pari a 4 milioni e 598 mila, il numero più alto dal 2005.
Lo comunica l’Istat, sottolineando che l’incidenza della povertà  assoluta si mantiene sostanzialmente stabile sui livelli stimati negli ultimi tre anni per le famiglie, con variazioni annuali statisticamente non significative (6,1% delle famiglie residenti nel 2015, 5,7% nel 2014, 6,3% nel 2013); cresce invece se misurata in termini di persone (7,6% della popolazione residente nel 2015, 6,8% nel 2014 e 7,3% nel 2013).
Questo andamento nel corso dell’ultimo anno, spiega ancora l’Istituto di statistica, si deve principalmente all’aumento della condizione di povertà  assoluta tra le famiglie con 4 componenti (da 6,7 del 2014 a 9,5%), soprattutto coppie con 2 figli (da 5,9 a 8,6%) e tra le famiglie di soli stranieri (da 23,4 a 28,3%), in media più numerose.
In aumento al Nord, in particolare per gli stranieri, la povertà  colpisce le famiglie numerose, chi vive in città , e molti più giovani accanto agli anziani.
Parliamo di persone e nuclei familiari che, secondo la definizione stessa dell’Istat, hanno difficoltà  a “conseguire uno standard di vita minimamente accettabile”, “non accedono a beni e servizi che, nel contesto italiano, vengono considerati essenziali”.
Tra le persone coinvolte 2 milioni 277 mila sono donne (7,3% l’incidenza), 1 milione 131 mila sono minori (10,9%), 1 milione 13 mila hanno un’età  compresa tra 18 e 34 anni (9,9%) e 538 mila sono anziani (4,1%).
Un minore su dieci, quindi, nel 2015 si trova in povertà  assoluta (3,9% nel 2005). Negli ultimi dieci anni l’incidenza del fenomeno è rimasta stabile tra gli anziani (4,5% nel 2005) mentre ha continuato a crescere nella popolazione tra i 18 e i 34 anni di età  (9,9%, più che triplicata rispetto al 3,1% del 2005) e in quella tra i 35 e i 64 anni (7,2% dal 2,7% nel 2005).
L’incidenza della povertà  assoluta aumenta al Nord sia in termini di famiglie (da 4,2 del 2014 a 5,0%) sia di persone (da 5,7 a 6,7%) soprattutto per l’ampliarsi del fenomeno tra le famiglie di soli stranieri (da 24,0 a 32,1%).
Segnali di peggioramento si registrano anche tra le famiglie che risiedono in area metropolitana (l’incidenza aumenta da 5,3 del 2014 a 7,2%) e tra quelle con persona di riferimento tra i 45 e i 54 anni di età  (da 6,0 a 7,5%).
L’incidenza di povertà  assoluta diminuisce all’aumentare dell’età  della persona di riferimento (il valore minimo, 4,0%, tra le famiglie con persona di riferimento ultrasessantaquattrenne) e del suo titolo di studio (se è almeno diplomata l’incidenza è poco più di un terzo di quella rilevata per chi ha al massimo la licenza elementare).
Si amplia l’incidenza della povertà  assoluta tra le famiglie con persona di riferimento occupata (da 5,2 del 2014 a 6,1%), in particolare se operaio (da 9,7 a 11,7%).
Rimane contenuta tra le famiglie con persona di riferimento dirigente, quadro e impiegato (1,9%) e ritirata dal lavoro (3,8%).
Anche la povertà  relativa risulta stabile nel 2015 in termini di famiglie (2 milioni 678 mila, pari al 10,4% delle famiglie residenti dal 10,3% del 2014) mentre aumenta in termini di persone (8 milioni 307 mila, pari al 13,7% delle persone residenti dal 12,9% del 2014).
Analogamente a quanto accaduto per la povertà  assoluta, nel 2015 la povertà  relativa è più diffusa tra le famiglie numerose, in particolare tra quelle con 4 componenti (da 14,9 del 2014 a 16,6%,) o 5 e più (da 28,0 a 31,1%).

(da “La Repubblica”)

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“HO DATO IL VIA MA QUEL TRENO NON DOVEVA POTER PARTIRE”: IL DRAMMA DEL CAPOSTAZIONE

Luglio 14th, 2016 Riccardo Fucile

PARLA IL FERROVIERE DI ANDRIA: “ANCH’IO VITTIMA DI QUESTO DRAMMA, ADESSO TUTTI CI ODIERANNO”… MA I COLLEGHI LO DIFENDONO

“In questa storia anche noi siamo delle vittime. Siamo disperati ma un solo errore non può aver causato tutto questo”.
Al primo piano di una palazzina nella zona dello stadio di Corato, il capo stazione di Andria Vito Piccarreta e sua moglie sono barricati nel dolore. Lia è appena tornata da Medjugorje dove era andata con don Vito, il prete della parrocchia del Sacro Cuore che la famiglia frequenta da sempre. Sua figlia non è andata al lavoro, un negozio di telefonini in centro che gestisce nel centro della città .
“È gente per bene, saranno distrutti”, dicono al panificio di fronte. E hanno ragione. Sono distrutti: “Stiamo soffrendo, quelle immagini sono inaccettabili, tutto quel dolore, quello che è accaduto è incredibile. Ma non è pensabile dare la colpa di quello che è successo soltanto a un errore umano. Non è così”, dice la signora.
E probabilmente ha ragione: non può essere soltanto un errore umano.
Lo ha detto chiaramente il procuratore aggiunto Francesco Giannella: “Non ci fermeremo assolutamente alle prime responsabilità . L’errore umano è soltanto il punto di partenza di questa storia”.
Spiega un investigatore: “Il problema non è il binario unico perchè in Italia la maggior parte dei treni viaggiano sul binario unico. Il problema è il sistema di controllo che ovunque è automatizzato tranne che qui”.
Qui fanno tutto i capistazione e i macchinisti. E se sbagliano tocca soltanto a loro rimediare. Gli intoppi sono sempre accaduti. Ma prima era molto più facile rimediare perchè su questa linea viaggiavano pochi treni.
Da qualche anno, da quando le Ferrovie del Nord Barese sono state rilanciate, e ancora di più negli ultimi mesi con l’introduzione del metro per l’aeroporto di Bari, le corse sono aumentate.
E c’è stata grandissima attenzione ai ritardi: treni supplementari, corse eccetera. Questo ha portato un carico di lavoro maggiore pur lasciando inalterate però le obsolete tecnologie di sicurezza. Risultato: lo scontro.
Piccarreta d’altronde non fa un mistero di quello che ha accaduto: “È vero quel treno non doveva partire. E quella paletta l’ho alzata io: non sapevo che da Corato stesse arrivando un altro treno per questo ho dato il via libera”, spiega oggi, così come ha confermato ai funzionari che stanno conducendo l’inchiesta interna.
A loro ha provato a spiegare che quella era stata una giornata complicata, i treni che portavano ritardo, c’era stata l’aggiunta di un treno supplementare e dunque in quel lasso di orario era previsto l’arrivo di tre treni e non dei soliti due, i macchinisti che assemblavano nuove vetture per sopperire il ritardo.
“È stata una giornata molto particolare”, dice. “Ma quello che è successo è troppo”. Troppo. “So che ora se la prenderanno tutti quanti con noi”, dice la signora Lia, a casa. “Mio marito è il capro espiatorio perfetto. Ma non è giusto: perchè è un lavoratore serio, in questi anni ha fatto sempre e soltanto il suo dovere. Questa è una tragedia troppo grande per noi. È un lutto, abbiate rispetto del nostro dolore”.
Ecco perchè questo capostazione di Andria non è Schettino. Non c’era alcuna ragazza che ballava nella sua stanzetta dello scalo di Andria. Non ha abbandonato nessuna nave. Ha commesso un errore, un gravissimo errore ma ha perso un amico. Un caro amico: Pasquale Abbasciano, uno dei macchinisti morti nello scontro era come uno di famiglia. Stessa città , stesso lavoro, tutti i giorni l’incrocio su quel binario.
Uno a bordo del treno, l’altro alla guida delle vetture. “Era uno di noi”, racconta fuori dalla chiesa Cataldo Angione, uno dei colleghi.
“Vito è persona seria e scrupolosa. Grandissima esperienza. Ma sotto pressione, come sono i nostri colleghi negli ultimi tempi, è più facile sbagliare”.
Dicono gli amici e colleghi alla stazione di Andria, dove l’azienda ha dato loro la consegna del silenzio: “Non dovete chiedere a Vito perchè ha alzato quella paletta ma a qualcun altro perchè non è in grado di controllare il nostro lavoro. Noi guidiamo treni. Non siamo piloti di aereo”.
Nel pomeriggio le finestre di casa Piccarreta sono chiuse. In serata un lungo fiume di persone è per strada. Sono qualche centinaio, portano candele in mano e hanno la faccia rigata dal pianto.
Corato è una città  segnata dal dolore, molte delle vittime, a partire proprio dai colleghi di Vito, vivevano in questo paese. La città  è a lutto, le saracinesche sono abbassate, questa marea di ragazzi è partita da piazza Cesare Battisti e si dirige in silenzio verso la stazione. In testa c’è un prete e un fascio di fiori bianchi. Lia dice: “Ci odieranno” e invece qui in mezzo in molti conoscono Vito, ne parlano con calore misto anche ad affetto.
“Uno come lui, seppur con la sua fede, non potrà  reggere un dolore così grande” dice Luca Fiore, un ragazzo che frequentava la stessa parrocchia.
Il corteo si spinge fino alla stazione, le candele si poggiano per terra. Qualcuno abbozza un applauso, si piange, i ferrovieri si abbracciano.
Da poche ore è arrivata la notizia che Vito è stato sospeso.
Una ragazza inserisce i soldi in una biglietteria automatica. In lontananza, nessun rumore di rotaie.

(da “La Repubblica”)

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