Destra di Popolo.net

CHI C’E’ DIETRO IL “GOLPE FASULLO” IN TURCHIA: INTERVISTA ALL’EDITORIALISTA FERRARI DEL “CORRIERE DELLA SERA”

Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile

UN GOLPE DURATO APPENA 4 ORE: IL RUOLO DEI VERTICI MILITARI, QUELLO DEL CAPO DEL GOVERNO E QUELLO DI GULEN

Che cosa è avvenuto realmente in Turchia? Un golpe?
«Beh, golpe è una parola grossa. Al massimo potremmo definirlo un minigolpe improprio, a scoppio anticipato».
Perchè non credi al golpe?
«Primo: perchè nella mia vita professionale ho visto tutto e il contrario di tutto, ma un golpe di sole quattro ore non avrei mai potuto immaginarlo, neppure nello stato libero di Bananas. Secondo, ci sono retroscena quasi inquietanti, quantomeno improbabili».
Puoi raccontarli e spiegarli?
«Parto dalle notizie accertate. Ho conosciuto la Turchia trentasei anni fa, e vi sono tornato regolarmente. Ho intervistato tutti i leader politici, compreso il carismatico Recep Tayyip Erdogan, con il quale una volta ho litigato.Tanta frequentazione mi ha consentito di tessere importanti rapporti personali. Insomma, ho fonti credibili e preziosissime. Anche venerdì sera, per telefono, mi hanno messo in guardia».
In che senso?
«Mi hanno fatto capire: attenzione, può essere una sceneggiata. Domani Erdogan sarà  più forte di oggi».
Ma ci sono stati circa 200 morti…
«Sì, ma – scusate il cinismo – il bilancio delle vittime è simile a quello dei morti di Ankara durante la manifestazione pacifista. Credete che importi a Erdogan?».
Insomma, cos’è accaduto?
«Noi giornalisti, spesso per vanità  o per attrazione fatale della prima Repubblica, tendiamo a preferire l’articolessa e i banali ghirigori old style, sottostimando i fatti. Ma sono i fatti, la sana cronaca, occhi attenti, umiltà  e una mente attrezzata a ragionare a fare la differenza. Non mi sono sfuggite e non ne ho ridotto la portata, notizie e informazioni degli ultimi mesi dalla Turchia. La nomina di un nuovo capo del governo, Binali Yildirim, fedelissimo di Erdogan. Personalità  grigia ma capace. Improvvisamente il presidente ha aumentato la pressione militare sui curdi in armi del Pkk, intensificando la repressione più violenta. E Yildirim ha annunciato, a tappe ravvicinate: primo, la pace con Israele dopo la rottura seguita all’assalto contro il convoglio navale pacifista turco, al largo di Gaza, costato 9 morti; secondo, una lettera di scuse di Erdogan a Putin, e la pace fatta con la Russia dopo l’abbattimento del cacciabombardiere di Mosca nei cieli della Siria; terzo, la mano tesa al regime siriano, cioè mano tesa a Bashar al Assad, che fino al giorno prima il presidente turco avrebbe fatto ammazzare: al punto che il sultano faceva affari con i tagliagole dell’Isis (petrolio di contrabbando),e portava armi agli estremisti islamici siriani, a partire dal sedicente Stato islamico; quarto, rilancio del ruolo della Turchia nella Nato e amicizia perenne con gli Usa».
D’accordo, ma il golpe o minigolpe che c’entra?
«A questo punto abbandoniamo il binario dei fatti comprovati ed entriamo in quello delle ipotesi, supportate però da forti indizi. Le Forze armate turche erano in agitazione, in opposizione a Erdogan, accusato di molte nefandezze: repressione della libertà  di stampa, bugie sui profughi, rifiuto di partecipare attivamente alla coalizione internazionale contro il terrorismo. Ma la bassa forza, molti colonnelli e graduati minori non avevano realizzato che gli alti comandi si erano avvicinati al sultano»
Questa «bassa forza» era pronta ad agire in proprio?
«No, ma era influenzata da Fetullah Gulen, il predicatore sunnita che vive in esilio negli Usa. Un islamico visionario e moderato, amico anzi quasi fratello di Erdogan – o almeno del primo Erdogan. Fu Gulen a spalancare al futuro sultano le porte delle fondazioni più influenti. Gulen è miliardario, controlla scuole, università , ha radici nella magistratura, nei servizi segreti, nella polizia, ed è molto popolare tra i soldati.   Forse, i tempi del minigolpe sono stati quelli di una prova di forza».
Innescata da chi?
«Non mi stupirei che la miccia sia stata accesa dallo stesso Erdogan o dai suoi fedelissimi»
Vuoi dire che potrebbe essere un «golpe fasullo»?
«Esattamente. Le mie fonti turche hanno sostenuto questa possibilità ».
E il viaggio aereo di Erdogan nei cieli d’Europa?
«Temo che qualcuno, compreso qualche collega, abbia confuso Erdogan con Ocalan. Il leader del Pkk Abdullah Ocalan, che ho intervistato nella valle della Bekaa, fu cacciato dalla Siria e vagò nei cieli in cerca di asilo politico, prima d’essere catturato dai turchi e condannato all’ergastolo.Pensate possibile che Erdogan lanci un appello al popolo invitandolo a scendere nelle strade e di proteggere il Paese, mentre vola su Francoforte, pronto a scendere a Berlino per inginocchiarsi davanti a Merkel supplicando asilo politico? E magari, dopo il no di Merkel, pronto a virare su Londra per comprendere le intenzioni della neopremier May? Ma per favore, solo a pensarci mi vien da ridere. Amici e colleghi, questo è il risultato di non conoscere ciò di cui si parla, magari sbraitando scemenze in un salotto televisivo».
Quindi, secondo te, dov’era il presidente?
«In vacanza, a Marmara. È salito sull’aereo diretto ad Ankara, poi ha preferito dirigersi a Istanbul, avendo saputo che c’erano migliaia di persone ad attenderlo, assonnate ma festanti. Fine del golpe, quattro ore dopo. Ma per cortesia, siamo seri finalmente».
Per te, insomma, è quasi una farsa?
«Se non ci fossero i morti, direi di sì».
Ma a chi ha giovato questo minigolpe, come lo hai chiamato?
«A Erdogan. È molto più forte. Magari spera di avere i voti per cambiare la Costituzione, e trasformare la Turchia in una Repubblica presidenziale».
La tua opinione?
«Spero di no, soprattutto per i miei amici turchi. E per i miei colleghi che in quel Paese rischiano ogni giorno la prigione. Se non peggio».

Antonio Ferrari
(da “Il Corriere della Sera”)

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PROFUGHI, IL PIANO DEL GOVERNO: TRE OGNI MILLE ABITANTI, 50 CENT PER OSPITE AI COMUNI

Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile

LO STUDIO SULLA RIDISTRIBUZIONE DELL’ACCOGLIENZA PER INCENTIVARE I COMUNI

Una distribuzione più equilibrata dei richiedenti asilo, con una media di due o tre per ogni mille abitanti, via libera a nuove assunzioni comunali, più soldi nelle casse degli Enti locali e meno nelle tasche degli extracomunitari.
Eccolo il piano del ministro dell’Interno Angelino Alfano, d’intesa con i Comuni, per affrontare l’emergenza immigrazione.
Un progetto ancora in via di definizione per quanto riguarda i dettagli, ma già  strutturato per risolvere questioni importanti che hanno finora scatenato malumori e polemiche tra sindaci e governatori di qualsiasi colore politico.
Nonostante la percentuale di stranieri in Italia sia inferiore a quella nel resto d’Europa: 8,3% contro il 9,3% della Germania o il 9,6% della Spagna.
I punti chiave del piano Alfano hanno l’obiettivo di migliorare la gestione e l’integrazione di profughi e migranti – che al momento sono quasi 136 mila – ma anche quello di sostenere i Comuni che li accolgono.
Anche attraverso un allentamento del Patto di Stabilità . Lo scopo è quello di favorire una maggiore adesione alla programmazione dello Sprar, il «Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati» in vigore esclusivamente su base volontaria.
Ripartizione sul territorio
Più di un sindaco ha sollevato la questione: alcune città  sono più caricate di altre per l’elevato numero di immigrati da ospitare.
Tanto da spingere il presidente Anci ed ex primo cittadino di Torino Piero Fassino a ribadire che «finora l’immigrazione è stata governata bene, ma i numeri stanno superando la soglia governabile. Se non lo vediamo per tempo questo problema rischia di travolgerci».
Ma il nuovo piano fissa dei paletti insormontabili: non più di due o tre persone ogni mille residenti. Alfano, in collaborazione con l’Anci, cercherà  dei correttivi per le grandi città . In modo da attenuare i numeri delle metropoli e puntare sui piccoli centri più desertificati. Su quei piccoli centri che tra l’altro avrebbero maggiori opportunità  nell’indotto occupazionale e sarebbero comunque tutelati dai vincoli della media numerica di presenze di profughi da rispettare.
Nuove assunzioni
I Comuni che aderiranno allo Sprar (attualmente sono 800) saranno premiati con la deroga al divieto di assunzioni.
Potranno cioè procedere a reclutare nuovo personale (cittadini italiani) da impiegare nei progetti di assistenza e integrazione dei migranti e richiedenti asilo. In questo modo si potrà  attribuire maggiore consistenza al sistema pubblico.
L’incentivo prevede una revisione della Legge di Stabilità  e costituisce uno degli aspetti più determinanti, seppur spinosi, del prospetto al vaglio del ministro Alfano e dell’Anci.
50 centesimi a migrante
Tra gli altri incentivi di carattere economico per le casse comunali c’è la possibilità  di foraggiare con 50 centesimi a migrante a titolo di spese generali.
La quota verrà  detratta dai 2,50 euro attualmente previsti quotidianamente per le spese spicciole – il cosiddetto pocket money o argent de poche – dei profughi.
Finora ai Comuni che partecipano allo Sprar non vengono elargite somme per spese generali a fondo perduto, ma solo quelle relative alle spese sostenute per il progetto di accoglienza di strutture ad hoc o appartamenti.
E che devono essere rendicontate e documentate minuziosamente proprio a garanzia del rispetto della legge (giusto per evitare casi di malaffare come Mafia Capitale).
Stop all’emergenza
La fotografia del fenomeno accoglienza fissa solo al 15% la quota di migranti gestiti dallo Sprar.
Il resto è di competenza dei prefetti che intervengono in emergenza e senza chiedere permesso inviando i profughi ai Comuni i quali provvedono – quando è possibile – a sistemarli in pensioni e hotel. Per ogni migrante all’hotel spettano 35 euro da cui vanno decurtati i 2,50 euro del pocket money.
Ma con il piano che Alfano sta mettendo a punto con l’Anci, le città  che sposeranno il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati verranno esonerate dall’obbligo di ubbidire alle gare d’emergenza dei prefetti.

Grazia Longo
(da “La Stampa”)

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PROFUGHI, NESSUNA INVASIONE: AL 15 LUGLIO 2016 79.533 ARRIVI CONTRO I 79.618 DELLO STESSO PERIODO DELL’ANNO SCORSO

Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile

IL NUMERO TOTALE DEI RIFUGIATI ASSISTITI E’ DI 135.785 PERSONE, DUE OGNI MILLE RESIDENTI, MENO DELLA MEDIA EUROPEA, SEI VOLTE MENO DI AUSTRIA E SVEZIA… OCCORRE POTENZIARE LO SPRAR E UNA MAGGIORE ORGANIZZAZIONE

La situazione, a leggere le prese di posizione di molti politici locali, sembra fuori controllo.
Per ora però – nonostante sia stata chiusa la via di accesso attraverso la Turchia e i Balcani – dal punto di vista numerico gli sbarchi non sono aumentati.
Numeri sostenibili
Insomma, il modello italiano di accoglienza diffusa è davvero condannato a franare sotto il peso della «pressione insostenibile» delle nuove ondate di migranti?
Può darsi, dicono gli esperti: ma perchè è un sistema che non funziona, e non per un afflusso esagerato di profughi e rifugiati.
L’Italia ha meno stranieri rispetto ad altri paesi (l’8,3% dei residenti, contro il 9,3 della Germania e il 9,6% della Spagna); gli sbarchi sono assestati più o meno ai livelli del 2015 (erano stati 79.618 al 15 luglio 2015, ora siamo a 79.533).
Il numero dei rifugiati gestiti dal sistema di accoglienza, pur se aumentati rispetto al 2015, è decisamente modesto per un Paese di 60 milioni di abitanti: in tutto sono 135.785 persone, poco più di due ogni mille residenti.
Meno della media europea, cinque o sei volte meno di Paesi come Austria o Svezia, dove ci sono 11 o 15 rifugiati ogni 1000 abitanti.
Non siamo nemmeno particolarmente generosi con la concessione dello status di rifugiato: nel 2015 ci sono state 83.200 richieste, ne sono state accolte 29.630.
Sprar ed emergenza
Un sistema di accoglienza che nel nostro Paese è spaccato a metà : da una parte il nuovo «Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati», lo Sprar, nato con la riforma del 2015. Dall’altra il sistema di emergenza gestito dai prefetti: strutture «temporanee» ma eterne, e centri di prima accoglienza.
Nel primo caso i Comuni – sono 800 ad aver aderito volontariamente – sanno sempre chi arriva e dove viene collocato, e forniscono servizi per l’integrazione di discreta qualità  che aiutano l’inserimento dei rifugiati.
Nel secondo caso la procedura è straordinaria: i prefetti, se necessario, possono liberamente inviare rifugiati in una città  senza chiedere il permesso, la qualità  del servizio è scarsa, le strutture sono gestite da privati o coop che si limitano spesso a fornire solo alloggio e vitto. E arricchendosi, come abbiamo visto con la vicenda di «Mafia Capitale».
Come spiega Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di Solidarietà  di Trieste e uno degli «inventori» dello Sprar, il modello italiano di integrazione «in realtà  non esiste».
«Non c’è programmazione nè coordinamento – afferma – e così si arriva a una distribuzione delle persone in accoglienza del tutto ineguale: da una parte ce ne sono troppi rispetto alle possibilità , in altri posti praticamente non ce ne sono. Il risultato è il caos».
Basti pensare che il sistema Sprar oggi ospita solo 20.347 rifugiati; le strutture «temporanee» e di «prima accoglienza» (considerati a volte dei lager, o nella migliore delle ipotesi fucine di noia e rabbia) ben 113.622.
E anche lo Sprar, peraltro, sta entrando in sofferenza: l’ultimo bando ha visto adesioni insufficienti da parte dei Comuni.
E, unici in Europa, restiamo senza misure per l’inclusione sociale delle persone a cui è riconosciuto il diritto di asilo.
Appena arriva lo status cessa l’accoglienza, spiegano gli operatori sociali; e puoi finire subito in mezzo alla strada.
Serve programmazione
Come uscirne, come ripartire sul territorio i rifugiati nel modo più razionale?
Per Schiavone la strada da percorrere è l’estensione del sistema Sprar, cui tutti i Comuni devono obbligatoriamente aderire ricevendo in cambio risorse e incentivi, «per poter gestire le presenze sul territorio in modo intelligente ed equo.
Questo – spiega – è il metodo per fare vera inclusione sociale, smontare le paure dei cittadini e gestire bene il problema, con cui dovremo confrontarci a lungo in futuro».
Dello stesso avviso è Giulia Capitani, policy advisor di Oxfam Italia per immigrazione e asilo: «Va esteso Sprar – afferma – e ridotto il sistema “straordinario”. E da subito occorre un monitoraggio serio e indipendente del funzionamento dei centri d’accoglienza che ricevono soldi pubblici, a volte come sappiamo fornendo servizi pessimi».

Roberto Giovannini
(da “La Stampa”)

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RIVOLTA NEL M5S A NAPOLI E ROMA, GLI ESPULSI REINTEGRATI: “ORA CHIEDIAMO L’ASSEMBLEA NAZIONALE”

Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile

PIZZAROTTI SI SFOGA: “INUTILE RESTARE DOVE TI CACCIANO”

Ora gli espulsi del Movimento reintegrati a Napoli e guidati da Luca Capriello chiedono un’assemblea di tutti gli iscritti d’Italia.
Lo annunceranno giovedì in conferenza stampa. «Vogliamo un’assemblea nazionale di tutti gli iscritti da tenersi a Roma dopo l’estate», spiega Roberto Motta, storico militante romano, ex braccio destro di Roberta Lombardi, l’uomo che ha collaborato a lungo alla stesura dei suoi testi di legge.
Motta era uno di quelli che avevano preso alla lettera la storia del Movimento «assembleare e partecipativo», e per farla breve, dopo una serie infinita di scontri su tante vicende romane è stato infine espulso assieme a un’altra trentina di attivisti romani, prima delle ultime elezioni comunali (era uno che poteva entrare nella cinquina degli aspiranti sindaci).
Altri due avevano fatto con lui il primo ricorso a Roma, ottenendo il reintegro sul portale.
I romani sono difesi da Lorenzo Borrè, lo stesso avvocato dei napoletani: a Napoli il meet up era stato azzerato da Fico e Di Maio due giorni prima delle votazioni – trentasei espulsi, 23 dei quali hanno fatto ricorso.
Ora tutti sono stati reintegrati dall’ordinanza del Tribunale. Insomma, a Roma e a Napoli i dissidenti si sono collegati.
Hanno adesso vari strumenti per creare problemi giuridici, economici, politici al M5S centrale, la Casaleggio e il direttorio.
La risposta che preparano il direttorio (e Davide Casaleggio) è opposta: cogliere la palla per azzerare apertamente il Non-Statuto, dotandosi di uno statuto da “partito”, non da “movimento”, e sancendo anche de iure la metamorfosi (o tradimento di Gianroberto, dipende dai punti di vista) che raccontiamo da due anni.
Gli espulsi però attaccano.
Motta sostiene: «Fico e la Lombardi non possono dire “valuteremo quali modifiche fare”, “risolveremo il problema senza aspettare i giudici”, perchè il problema stabilito dal tribunale è proprio quel “noi”: chi è che risolverà , la Casaleggio? Il direttorio? Ma nessuno di questi soggetti, hanno detto i giudici, è titolato a prendere decisioni sulle espulsioni. Solo l’assemblea può decidere modifiche statutarie. E perciò noi ora vogliamo un’assemblea».
I ricorsi cominciano a moltiplicarsi: sono tutte micce che accenderanno precedenti giuridici, dopo quello di Napoli.
C’è un ricorso a Bruxelles, due a Messina, cinque in Abruzzo, mentre da Parma Marco Bosi, capogruppo di Pizzarotti nel Consiglio comunale, è in contatto con l’avvocato di questa rivolta romano-napoletana.
Pizzarotti è sul depresso, ai suoi ha detto «inutile restare in un Movimento che ti caccia», ma sa anche che le sentenze cominciano a favorirlo.
A Quarto una celebre espulsa, la sindaca ex M5S Rosa Capuozzo, si toglie vari sassolini dalla scarpa.
Il Movimento la cacciò dopo averla messa alla gogna a corrente alternata e tardivamente, ma lei non è neanche indagata nella vicenda del presunto voto di scambio che ha lambito un consigliere grillino, e ora ci dice: «Il direttorio dovrebbe andare a casa, dopo questa sentenza. È un organismo che non è mai stato eletto e dovrebbe, invece, essere scelto dalla base, dagli associati».
In realtà , spiega meglio l’avvocato Borrè, secondo il non-Statuto dell’associazione originaria (quella del 2009), all’articolo 4 si dice chiaramente che la democrazia «diretta e partecipativa» del Movimento non prevede «corpi intermedi», quale appunto il direttorio sarebbe.
Di qui la possibilità  che qualcuno ricorra anche contro Fico-Di Maio-Di Battista-Ruocco-Sibilia, mettendo tecnicamente fuorilegge la costola centrale del M5S. Capuozzo dice: «Non chiederò di rientrare in questo momento, perchè il Movimento come è gestito ora è senza una democrazia veramente partecipata».
Quella, di certo, non possono assicurarla ordinanze e sentenze. Ma altri – magari qualcuno dei parlamentari espulsi – potrebbero farlo.
Un’assemblea – che naturalmente mai si farà  – sarebbe epocale.
Sugli iscritti al Movimento non si hanno cifre certe; nel settembre del 2013 il blog parlò di 80mila iscritti certificati, e 400mila in tutto «in via di certificazione». Gianroberto Casaleggio confermò queste cifre a Imola nel 2015.
Negli anni fondativi, quando in pochi vedevano ciò che stava nascendo, Casaleggio ripeteva come un mantra «il Movimento è le sue regole»: ma senza, cos’è?

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)

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“NULLE LE ESPULSIONI CINQUESTELLE”, IN TRIBUNALE TERREMOTO SUL MOVIMENTO

Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile

“REGOLAMENTO ILLEGITTIMO”, UN GUAIO GROSSO PER GRILLO E CASALEGGIO… ANCHE SE CI SONO VOLUTI ANNI PER CERTIFICARE QUELLO CHE ERA EVIDENTE A TUTTI

Il Tribunale di Napoli ha sospeso le espulsioni comminate dal M5S a danno di 23 attivisti napoletani del Movimento, ma quel che conta in questa storia è la motivazione dell’ordinanza, che potenzialmente azzera tutte le espulsioni: i giudici di Napoli rilevano che i provvedimenti di esclusione si fondano su un regolamento da considerarsi nullo in quanto non adottato con le modalità  prescritte dal codice civile. Traduciamo: il regolamento adottato dal M5S centrale (la Casaleggio associati e Grillo) il 23 dicembre 2014 è da ritenersi nullo, giuridicamente inesistente.
La vicenda crea un precedente forte dal punto di vista della giurisprudenza, che i tanti espulsi del Movimento potranno ora impugnare.
Qualcosa di simile era accaduto anche a Roma, con il ricorso di alcuni espulsi, capitanati da Roberto Motta e difesi, anche in quel caso, dall’avvocato Lorenzo Borrè. E il punto, a Roma come a Napoli, è il medesimo: l’associazione giuridica che sta procedendo alle purghe nel Movimento non è la stessa a cui sono iscritti gli espulsi, e agisce in violazione del codice civile. Il Movimento – ricordiamolo ancora – nasce come “MoVimento cinque stelle” (l’associazione originaria, creata il 4 ottobre 2009, trentamila iscritti, è scritta con la V maiuscola), mentre l’entità  che espelle da fine 2014 in poi è “Movimento cinque stelle” con la v minuscola, un’associazione nata il 14 dicembre 2012, con solo quattro iscritti fino al 2015: Beppe Grillo, Enrico Grillo, Enrico Maria Nadasi e Casaleggio. Grillo disse che quella modifica e quel regolamento si rendevano necessari per non correre il rischio di non potersi presentare alle elezioni.
Ma sono stati lo strumento-mannaia per cacciar fuori ogni dissenso, e uccidere ogni dinamica assembleare e partecipativa
Ora il Tribunale sancisce che il regolamento varato il 23 dicembre 2014 è da considerarsi nullo perchè si configura come una modifica del non-statuto dell’associazione originaria; ma una modifica, in assenza di altre prescrizioni, richiede – secondo il codice civile – un voto dell’assemblea.
Voto che non c’è mai stato, e l’assemblea mai s’è riunita.
Morale: una parte significativa del meet up di Napoli, capitanata da Luca Capriello, che era stata spianata da Roberto Fico e Luigi Di Maio (su questo, singolarmente alleati), può essere reintegrata. Fico prova a mostrare un volto conciliante, sostiene che «la sentenza (in realtà  un’ordinanza, nda.) fa riferimento esclusivamente alla procedura e non al merito, di fatto il processo sul merito inizierà  a settembre.
Per ora coloro che hanno fatto ricorso – dice – sono stati riscritti sul portale del movimento.
Va da sè che non possono usare il simbolo del M5S perchè questo spetta soltanto ai portavoce».
Ma il tribunale in realtà  si esprime anche sul merito, quando dice: «Nonostante il Movimento 5 stelle nel suo statuto («Non Statuto») non si definisca “partito politico”, e anzi escluda di esserlo, di fatto ogni associazione con articolazioni sul territorio che abbia come fine quello di concorrere alla determinazione della politica nazionale si può definire “partito” ai sensi dell’articolo 49 della Costituzione». E deve dunque garantire il dissenso interno.
Sono, come si capisce, due passaggi cruciali.
Da oggi qualunque espulso cinque stelle – o sospeso: secondo il regolamento, oggi dichiarato nullo, il procedimento di espulsione prevede due mail, la prima di sospensione, la seconda di espulsione – potrà  fare ricorso, allegando l’atto del tribunale di Napoli. Roberto Motta, uno dei reintegrati romani, la settimana prossima chiederà  un’assemblea generale costituente di tutti gli iscritti.
Il nome illustre che è in contatto con Motta, Borrè e i napoletani è dirompente: Federico Pizzarotti il leader degli emarginati (anche se per ora è solo sospeso, tecnicamente); è lui che potrebbe far saltare il banco, vicinissimo ormai a un ricorso molto pericoloso, a questo punto, per il direttorio e il tandem Davide Casaleggio-Di Maio.

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)

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FONDI UNICEF RICICLATI DAL COGNATO DI RENZI: “ERANO IN SOCIETA’ DI FAMIGLIA DEL PREMIER”

Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile

I PM CHE INDAGANO SUL PRESUNTO RICICLAGGIO DI CONTICINI IPOTIZZANO CHE PARTE DEL DENARO SIA ANDATO ALLA EVENTI SRL

La Procura di Firenze sospetta che i soldi dell’Unicef e di Operation Usa destinati alle campagne per i bambini affamati in Africa siano stati usati nel 2011 dal cognato di Matteo Renzi — Andrea Conticini — per iniettare capitali in tre società .
La prima è quella dei Renzi, Eventi 6, che allora si chiamava ancora Chil Promozioni e le altre due società  sono dei coniugi Patrizio Donnini e Lilian Mammoliti, renziani della prima ora.
I Conticini giurano che i soldi sono stati usati per far sorridere i bambini africani con la Play Therapy e l’avvocato Federico Bagattini ha fatto ricorso al Tribunale del riesame.
Però l’accusa, con tutti i se del garantismo, resta enorme.
I pm Luca Turco e Giuseppina Mione nel decreto di perquisizione non hanno inserito il nome delle società . Basta una visura per scoprire l’approdo del flusso finanziario da Londra a Firenze, segnalato dalla Banca d’Italia perchè sospetto e al centro dell’inchiesta svelata da La Nazione venerdì.
Cosa dice lo stringato decreto che pubblichiamo ?
Alessandro Conticini (40 anni ex dirigente dell’Unicef poi socio e direttore della londinese Play Therapy Africa Ltd con la moglie francese Valerie Quere, 42 anni) è accusato insieme a Luca Conticini (35 anni, gemello del terzo fratello Andrea, cognato di Renzi) di appropriazione indebita in concorso con il padre Alfonso, poi deceduto, “dal 2011 e fino al gennaio 2015 in Castenaso (Bologna) in relazione a somme di denaro corrisposte da Operation Usa e Unicef a Play Therapy Africa Limited (Pta Ltd) e da questa stornate, in assenza di idonea causale, in favore di Conticini Alessandro”.
La difesa dei Conticini è che la Play Therapy Africa era una società  privata dei due coniugi.
In realtà  fino al 7 marzo 2013, pochi mesi prima della sua chiusura, apparteneva solo per due terzi ai coniugi Conticini ma per il terzo restante era della Play Therapy International, che ha sciolto l’affiliazione con la Pta Ltd.
La rappresentante di Pti nella Pta Ltd, Monika Jephcott, si è dimessa da ‘secretary’ di Pta sempre il 7 marzo 2013.
Secondo i pm di Firenze Alessandro Conticini avrebbe preso per sè i soldi destinati alle terapie per i bambini africani da Unicef e Operation Usa.
Mentre il fratello, cognato di Renzi, è accusato di reimpiego dei capitali (art. 648 ter, che prevede nei primi due commi il riciclaggio) “commesso in Firenze nel corso del 2011 in relazione a somme di denaro provento del reato sopra indicato impiegate per l’acquisto di partecipazioni societarie in nome e per conto di Alessandro Conticini”. Il punto è che Andrea Conticini ha comprato in nome e per conto del fratello Alessandro quote solo di tre società  in Firenze. La più famosa è la Chil promozioni Srl (poi denominata Eventi 6) dei Renzi.
Il 21 febbraio del 2011 davanti al notaio Claudio Barnini di Firenze ci sono le due sorelle e la mamma del premier più il cognato.
Benedetta e Matilde Renzi con Laura Bovoli sono già  azioniste mentre Andrea Conticini, in nome e per conto di Alessandro, partecipa all’aumento di capitale da 10 mila a 12 mila e 500, con sovraprezzo di 47 mila e 500. In pratica Alessandro Conticini prende una quota del 20 per cento (che poi cederà  nel 2013) e mette 50 mila euro nel capitale della Eventi 6.
Matteo Renzi è stato socio e collaboratore di Chil Srl fino al 2003 e poi dirigente in aspettativa di Eventi 6 fino al 2014.
Undici giorni prima, il 10 febbraio del 2011, Andrea (in nome e per conto di Alessandro) Conticini compra anche le quote di altre due società  del giro renziano: il 20 per cento di Dot Media da Patrizio Donnini (uomo comunicazione di Matteo Renzi e di altri esponenti Pd) per 2 mila euro e il 30 per cento della Quality Press (in liquidazione dal 2013) dalla moglie di Donnini, Lilian Mammoliti, per 30 mila euro. La storia più imbarazzante però resta quella della Eventi 6.
La società  destinataria dei 50 mila euro dei Conticini non è una srl qualsiasi. Renzi, come raccontato dal Fatto, è stato assunto poco prima di essere candidato nel 2003 alla Provincia e da allora, grazie a questo trucchetto, i suoi lauti contributi pensionistici sono stati versati dalla Provincia e poi dal Comune di Firenze per 10 anni.
Il premier si è licenziato dopo i nostri articoli percependo un Tfr che dovrebbe essere pari a circa 48 mila euro.
Se l’ipotesi della Procura è giusta, da un lato la società  delle sorelle e della mamma incassava dal cognato nel 2011 il capitale di Alessandro Conticini, frutto di appropriazione indebita, e dall’altro lato poi pagava nel 2014 il Tfr per il premier-dirigente in aspettativa.
Davvero una brutta storia.

Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano”)

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ITALIA DA FOGNA: AGGUATO A GIOVANE LAVAPIATTI SENEGALESE, PRESO A PIETRATE E PICCHIATO

Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile

” SEI UN NEGRO, VATTENE VIA” LA FRASE PRONUNCIATA DAGLI ESCREMENTI UMANI CHE L’HANNO AGGREDITO SENZA MOTIVO

Un’aggressione dai connotati razzisti a poca distanza dallo scalo portuale di Porto Maurizio: l’episodio, con sei persone che hanno infierito su un diciannovenne senegalese con pietrate, calci e pugni, è avvenuto in piena notte su lungomare Vespucci, nelle vicinanze del passaggio a livelli.
La vittima, Mohamed D., è dovuto ricorrere alle cure dell’ospedale imperiese per le ferite, causate da “percosse, calcio e pugbni al volto e al torace”. Inoltre una pietra lo ha colpito alla testa.
Il ragazzo lavora come lavapiatti in un ristorante del capoluogo ed è ospitato da una cooperativa sociale, la Jobel, in attesa che venga riconosciuto lo status di rifugiato politico.
Stava rientrando dal lavoro, intorno alla mezzanotte, quando è stato apostrofato da un gruppo di aggressori che gli urlava: «Sei un negro, vattene via dall’Italia».
Il pestaggio avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi se un automobilista non avesse visto la scena e si fosse fermato.
Quando è uscito dalla vettura, i sei della “spedizione punitiva” sono scappati.
Mohamed, che è arrivato in Italia un anni fa su un barcone e ora risiede nella comunità  a Vasia, ha sporto denuncia ai carabinieri.
Dicono Alessandro Giulla, presidente di Jobel, e Claudia Regina, coordinatore educativo: «Non faceva male a nessun, voleva solo andare a casa dopo il lavoro. Non ha provocato nessuno. È un ragazzo esil,e tranquillo. Un ragazzo che è stato pestato in una notte d’estate, solo per il colore della pelle».
L’episodio fa scalpore in una città  che non si era mai contraddistinta per particolari atti di razzismo e intolleranza.

(da “La Stampa“)

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L’ITALIA DA FOGNA: BOTTE AL DISABILE, POI IN RETE CHI COMMENTA “HAI FATTO BENE”

Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile

LE SCUSE FARSA DELL’AGGRESSORE ANCORA A PIEDE LIBERO

Si scusa ma «se uno picchia qualcun altro, un motivo ci sarà . Quella aggressione non è stata immotivata».
Bachisio Angius affida il suo mea culpa a Facebook, a quella stessa piazza virtuale in cui da giorni circolano le terribili sequenze del pestaggio ai danni di un disabile di 37 anni di Olbia.
Quello che sferra pugni e ginocchiate e che minaccia di uccidere è proprio lui: sassarese di 27 anni, disoccupato, figlio di un ex carabiniere.
Il suo volto si riconosce benissimo e la sua voce si sente chiaramente nel video del pestaggio avvenuto nel piazzale di una discoteca di San Teodoro.
Le immagini hanno indignato l’Italia e ieri i carabinieri hanno fatto scattare una denuncia nei confronti del ventisettenne.
Lui, di buon mattino scrive quattro righe e non commenta più: parole di giustificazione, più che scuse sentite. «Come pubblicamente è stato il male, sarà  anche il bene, perciò chiedo umilmente scusa al ragazzo a cui ho fatto del male. Ma, sottolineo, quello che è stato picchiato non è un invalido».
Luca, invece, fa i conti con una serie di disturbi cognitivi da quando è nato, ma questo fa poca differenza. Perchè la gravità  dell’episodio è contenuta nella violenza con la quale è stato colpito e lasciato a terra privo di sensi e nella complicità  dei giovani che hanno assistito alla scena, e ripreso tutto col telefonino, senza muovere un dito.
«Quel video è sconvolgente. Vogliamo chiarezza e giustizia subito», ha detto la ministra Maria Elena Boschi.
E l’indagine, infatti, è partita a tempo di record. Il lavoro degli investigatori, comunque, non è completato. «Perchè l’obiettivo dei carabinieri — spiega il comandante del Reparto territoriale di Olbia, Alberto Cicognani — è quello di dare un nome a tutti quei ragazzi (e almeno una ragazza) che erano presenti. A chi ha visto, a chi ha incitato e a chi ha filmato senza preoccuparsi di aiutare la vittima delle botte». E anche perchè la Procura di Nuoro ha già  chiesto al Gip una misura cautelare. Angius, dunque, rischia di essere arrestato.
Nel quartiere di Monte Rosello, una delle zone più difficili della città , tutti conoscono Bachisio Angius e raccontano della sua vita spericolata e con qualche precedente.
In tanti avevano visto le immagini registrate dalla discoteca di San Teodoro già  qualche giorno prima che arrivassero ai carabinieri.
«Girava su WhatsApp da un telefonino all’altro», racconta Gianni, un trentenne che passeggia col cane in via Carso. In tanti ci hanno riso e ora continuano a essere dalla parte dell’aggressore. La prova sono i commenti sul profilo Facebook di Angius: «Bravo, ti sei fatto rispettare».
«Io — scrive un altro — appena ho visto il video ho pensato che una ragione ci doveva pur essere». «Grande Bachisio, a quello hai ricordato che in giro il più forte non esiste più».
E infatti ora che è arrivata la denuncia anche il più prepotente è costretto a cospargersi il capo di cenere pubblicamente.
Ma con la barriera protettiva della tastiera.

Nicola Pinna
(da “La Stampa”)

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INTERVISTA ALL’IMAN DI NIZZA: “L’AUTORE DELLA STRAGE PEGGIO DI UN ANIMALE, ANCHE I MUSULMANI SONO MINACCIATI”

Luglio 15th, 2016 Riccardo Fucile

“CHI UCCIDE NEL NOME DELL’ISLAM E’ UN IGNORANTE, NON C’E’ NESSUNA RELAZIONE TRA RELIGIONE E TERRORISMO”

«Io non c’ero sulla Promenade des Anglais ieri sera, ero in moschea. Ma c’erano dei fedeli». Mahmoud Benzamia è l’imam della moschea En Nour di Nizza, appena aperta dopo roventi polemiche con l’ex sindaco della città  Christian Estrosi (oggi presidente della Regione), fortemente contrario.
«Una persona che prende un camion e uccide così le persone è un animale selvaggio, nemmeno un animale, perchè spesso gli animali hanno misericordia verso i più deboli. I musulmani ne hanno abbastanza di dover dire ogni volta “non abbiamo nulla a che fare”: siamo tutti minacciati, i miei figli ieri sera erano là , volevano uscire, grazie a Dio sono rimasti a casa».
Il nome diffuso dai media è di un 31enne franco-tunisino, Mohamed Lahouaiej Bouhlel: l’ha mai sentito?  
«Non lo conosco. Secondo le informazioni è una persona conosciuta per episodi di delinquenza, nemmeno era radicalizzato, non era conosciuto dai servizi».
Un problema di radicalizzazione in Francia però in altri casi c’è stato.  
«Io non cesso di distinguere e precisare che questi atti di terrorismo e radicalizzazione non hanno niente a che vedere con l’islam, che è una religione di pace, tolleranza e misericordia. Noi nel nostro istituto lavoriamo in collaborazione con la prefettura per combattere la radicalizzazione. Sappiamo bene che ci sono persone che ci cascano: la nostra priorità  è sulla deradicalizzazione».
Cosa dirà  lei nella sua prossima predica?  
«Io oggi parlo della posizione dell’islam in rapporto alla radicalizzazione e al terrorismo: è evidente che l’islam è contrario, non ha alcuna relazione con alcun atto di terrorismo».
La farà  in arabo o in francese?
«Per il 90 per cento in francese».
Perchè ci sono persone che pensano di uccidere in nome dell’islam?  
«Sono persone ignoranti che non conoscono l’islam, che non sono nutrite spiritualmente. Ma sono una minoranza: non bisogna generalizzare a tutti i musulmani, questo lo devono capire anche i media. Non siamo qui ogni volta per giustificarci, per dire che non abbiamo niente a che fare».
Se incontrasse qualcuno che si sta radicalizzando lo denuncerebbe?
«E’ nostra responsabilità  davanti a Dio e alla nostra religione correggere e andare ai servizi di sicurezza per denunciare una persona così, perchè è una minaccia contro la società , contro noi tutti. E’ responsabilità  dei musulmani fermare qualcuno che abbia intenzione di fare qualcosa del genere».
Le è mai capitato di incontrare qualcuno che si stava radicalizzando?
«Ci sono casi. Non di persone pronte all’atto, ma nelle discussioni: qualcuno che vuole fare una cosa simile non lo viene a dire. Nel nostro luogo di culto non ci sono casi diretti, perchè sanno di trovare un imam che va a rettificare il loro cammino».
Come fa un 31enne cresciuto presumibilmente in Francia a odiare così il suo Paese?  
«Non si può descrivere tutto questo in termini esterni. Io credo ci siano molti fattori: come ha vissuto, come è stato nel proprio ambiente… Io come imam posso dire che un musulmano non può fare un atto simile, non c’è ragione per avere questo odio perchè l’Islam combatte l’odio interiore. E tutti dobbiamo lavorare per combatterlo: non è un problema dei musulmani o un problema dello stato o delle autorità , ma di tutti. Perchè siamo tutti minacciati».

Francesca Schianchi
(da “La Stampa”)

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