Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
ALESSANDRO ANTONIO ALFANO, UNA CARRIERA TUTTA IN DISCESA
Una carriera tutta in discesa, quella di Alessandro Antonio Alfano, fratello del ministro dell’Interno Angelino. E’ quanto ricostruisce un articolo de La Stampa.
Secondo il quotidiano torinese infatti, il fratello del ministro è riuscito a diventare docente all’Università Sapienza di Roma ancor prima di laurearsi.
Nel 2008 non si è ancora laureato, il titolo triennale in economia e finanze lo conseguirà solo nel 2009, e già risulta docente del laboratorio di «Principi e strumenti di marketing» presso la Facoltà di comunicazione alla Sapienza di Roma
Non finisce qui:
Dopo poco partecipa al concorso per diventare segretario generale della Camera di commercio di Trapani.
Lo vince, ma nel giro di qualche mese è costretto a lasciare per «cause di forza maggiore».
Gli viene contestata la veridicità di alcuni punti inseriti nel curriculum, interviene la Guardia di finanza che sequestra tutta la documentazione e si scopre che il fratello del ministro ha autocertificato un incarico, quello di direttore regionale di Confcommercio Sicilia, che non ha mai ricoperto.
Era semplicemente distaccato presso la Confcommercio regionale in veste di direttore provinciale di Agrigento.
Alfano jr viene poi nominato in Postecom dove arriva senza concorso, grazie all’intercessione di Raffaele Pizza, l’uomo al centro dell’inchiesta della Procura di Roma su appalti e assunzioni sospette.
“Prende servizio il 2 settembre 2013, qualifica di dirigente e compenso fissato in 170mila euro lordi all’anno che l’ad del Poste, Massimo Sarmi, taglia a 160mila”, riporta la Stampa.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
I NAZIONALISTI DA OSTERIA DELLA “LEGA PATRIOTTICA SUDTIROLESE” CHE VOGLIONO CAMBIARE IL NOME A VIA FIUME A BOLZANO STUDINO LA CARTOGRAFIA
I nazionalisti dell’Heimatbund, la lega patriottica sudtirolese che vorrebbero cambiar nome a «via
Fiume» a Bolzano perchè «indissolubilmente legato al fascismo», non hanno mai sentito nominare l’olandese Joan Blaeu.
Fu uno dei più grandi cartografi di tutti i tempi e nel 1635 pubblicò col fratello Cornelius, nella scia del padre Willem, il Theatrum orbis terrarum, sive, Atlas novus , poi ampliato fino a comprendere 594 carte in 11 volumi che, come spiega libri.it, «riproducevano l’intero mondo conosciuto dagli europei della prima età moderna». Vadano sul web, quegli amici di Eva Klotz, e cerchino dunque la mappa dell’Istria del grandissimo cartografo.
E vedranno che vicino a Fiume vengono citati toponimi slavi come Moskanitz, Cosliac, Dumkovriz.
Ma, piaccia o no ai fanatici e al loro Obmann Roland Lang autore del comunicato in cui si spinge a dire che non c’è una mappa col toponimo Fiume (sic), Joan Blaeu chiama Fiume Fiume. Quasi tre secoli prima della cosiddetta «impresa» di Gabriele D’Annunzio del 1919.
Altro che città croata da chiamare col nome croato o «col nome tedesco St.Veit am Flaum».
E Fiume è chiamata Fiume, anche se l’ignorantello Obmann lo ignora, anche nelle mappe tedesche del settecento e dell’ottocento.
Come quella edita da Carl Flemming di Glogau intitolata Karnthen, Krain, Gorz-Gradisca, Istrien, Triest dove non solo le regioni (Carinzia, Carniola, Gorizia-Gradisca, Istria…) sono in tedesco ma sono in tedesco tutte le indicazioni compreso l’«Adriatische meer» ma non Lussin Piccolo, non l’isola di Pago, non Rovigno, non Parenzo o Cittanova o appunto Fiume.
Perchè, pur essendo dal 1779 sotto l’Impero austro-ungarico, gli austriaci non fanatici e non incolti come oggi quelli di Heimatbund sapevano perfettamente che Fiume era di cultura, tradizioni e lingua a larga maggioranza italiana.
Ed è una mappa del 1855: 8 anni prima che D’Annunzio nascesse, altro che nome «inquinato» da «precursori del fascismo»…
Oltre mezzo secolo dopo quella mappa, del resto, il censimento austriaco (austriaco!) del 1918 avrebbe certificato che «prima» (prima!) della «impresa» dannunziana e della Marcia su Roma, c’erano a Fiume (così chiamata: Fiume) 28.911 italiani, 9.092 croati, 161 serbi, 1616 tedeschi, 4.431 ungheresi, 1.674 sloveni, 379 «altri».
Insomma: quella italiana era oltre il triplo della seconda etnia presente. Questi sono i fatti.
Il resto sono solo ciacole di nazionalisti da osteria. Troppa birra.
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
LA COPPIA IN ITALIA DOPO FUGA DA BOKO HARAM… LA DONNA CHIAMATA “SCIMMIA” IN STRADA… L’ASSASSINO E’ ANCORA A PIEDE LIBERO, COSI’ COME I SUOI MAESTRI CHE STANNO IN PARLAMENTO E ISTIGANO ALL’ODIO SUI SOCIAL… IL VESCOVO ACCUSA. “SONO GLI STESSI DELLE BOMBE DAVANTI ALLE CHIESE”
Un nigeriano di 36 anni, Emmanuel Chidi Namdi, richiedente asilo è morto dopo essere rimasto alcune ore in coma a seguito dell’aggressione subita da un fermano di 35 anni, conosciuto come ultrà della locale squadra di calcio.
L’episodio è avvenuto ieri in via XX Settembre, non lontano dal seminario arcivescovile di Fermo, di cui la vittima era ospite insieme alla compagna Chinyery, 24 anni.
Il fermano ha avvicinato l’uomo e la sua convivente in strada e ha insultato la donna chiamandola “scimmia”. Il nigeriano ha reagito e quanto è seguito è in via di accertamento.
Anche la compagna del nigeriano è stata malmenata, riportando escoriazioni alle braccia e a una gamba guaribili in sette giorni.
L’ultrà 35enne è stato denunciato a piede libero. Era già noto alle forze dell’ordine per altri episodi di violenza che gli sono costati un Daspo di quattro anni.
Presente all’aggressione anche un suo amico, per ora entrato nella vicenda solo come testimone.
Emmanuel Chidi Namdi e la compagna Chinyery erano arrivati al seminario vescovile di Fermo lo scorso settembre, fuggiti dalla Nigeria dopo l’assalto di Boko Haram a una chiesa.
Nell’esplosione erano morti i genitori della coppia e una figlioletta. Prima di sbarcare a Palermo, avevano attraversato la Libia, dove erano stati aggrediti e picchiati da malviventi del posto. Durante la traversata, Chinyery aveva abortito.
E adesso mons. Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, accusa: “E’ stata una provocazione gratuita e a freddo, ritengo che si tratti dello stesso giro delle bombe davanti alle chiese”.
Riferimento ai quattro ordigni piazzati nei mesi scorsi di fronte a edifici di culto di Fermo. Monsignor Albanesi, che è anche presidente della fondazione Caritas in Veritate che assiste migranti e profughi, si costituirà parte civile.
Prima di morire, Emmanuel Chidi Namdi è rimasto per alcune ore in coma irreversibile. Ore durante le quali si era posto anche un ostacolo giuridico all’eventuale donazione dei suoi organi. Ne parla ancora monsignor Albanesi: “La ragazza era sua convivente stabile, ma non si erano ancora sposati. Se la legge lo permetterà , lei potrebbe donare gli organi”.
Proprio Don Vinicio aveva unito secondo un rituale risalente al medioevo Emmanuel e la sua compagna poichè senza documenti non era possibile celebrare il matrimonio.
Nelle stesse ore, quando la sorte del nigeriano era parsa segnata, il sindaco di Fermo, Paolo Calcinaro, in una nota, aveva espresso il suo dolore e condannato non solo il brutale episodio ma anche lo “strisciante razzismo che non può e non deve trovare spazio nel modo più assoluto nella nostra città “.
“La comunità di Fermo – ribadisce Calcinato – è conosciuta come esempio virtuoso di integrazione e accoglienza anche rispetto a chi rifugge da drammi inenarrabili. Non merita di essere bollata per quanto emergerà da questo episodio, ma deve invece rivendicare con forza lo spirito che ha sempre contraddistinto la sua realtà , le etnie straniere, i nuovi cittadini italiani ed i figli di tutti loro, che stanno crescendo insieme, senza discriminazione”.
(da agenzie)
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Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
ADRIANO MELONI, UOMO DELLA MULTINAZIONALE EXPEDIA, AMICO DI DAVIDE, PARTECIPO’ ANCHE AGLI INCONTRI DI “GAIA”… E LA RAGGI DIVENTA PRIGIONIERA DEL DIRETTORIO
Arrivati quasi alla fine di questa battaglia – quasi – la certezza è che pochissimi degli assessori della
giunta Raggi risponderanno direttamente a Virginia, che è stata isolata dal direttorio, e praticamente chiusa in una torre d’avorio dalla quale gli altri vorrebbero non farla contare, e farle venire a mancare persino le informazioni. Ognuno le ha piazzato un suo uomo, Di Maio, Di Battista, la Lombardi, la Taverna e – last but not least – quello che comanderà davvero di più: Davide Casaleggio. Come?
In pole position come assessore economico della giunta del rinnovamento e della ricostruzione di Roma c’è infatti Adriano Meloni; e chi è Adriano Meloni?
Il classico grande manager venuto su in una multinazionale, cosa che già di per sè stride col Movimento, ma sarebbe il meno: di quale multinazionale?
Meloni è stato fino al 2008 amministratore delegato della parte italiana di Expedia, l’azienda leader mondiale nel settore dei viaggi online che – in anni fondativi per la Casaleggio associati – ha prodotto (fino al 2009, quando poi Meloni lascia Expedia) alcune edizioni del rapporto annuale sull’ecommerce e lo stato della rete assieme, guarda caso, alla Casaleggio associati.
Stimato molto da Casaleggio, amico di Davide, Meloni era nei primi anni di quell’evento milanese – vera rete di networking fra aziende internettiane – il secondo a parlare dopo Gianroberto.
Partecipò anche agli incontri di «Gaia», il network (da cui il video millenaristico di Casaleggio) su The Future of Politics.
Insomma, se Meloni dovesse essere l’assessore economico di Virginia, non è impossibile che l’azienda possa conoscere in anticipo cruciali politiche economiche della Capitale.
Una situazione di potenziale conflitto d’interessi.
Parentesi, Expedia era un gigante globale, all’epoca, mentre la Casaleggio una piccola startup che non aveva ancora una sede, al punto che quegli incontri sull’ecommerce – in cui Casaleggio e Meloni primeggeranno – furono ideati, in assenza di una sede, a casa di Luca Eleuteri, il socio storico di Gianroberto.
Chi ha presentato Adriano Meloni alla Raggi?
Di che natura era la partnership Casaleggio-Expedia gestione Meloni?
Virginia, dove ha potuto, ha puntato i piedi e ottenuto per esempio che Daniele Frongia, spostato da capo di gabinetto a vicesindaco, ricevesse anche una delega pesante, le società partecipate.
Da questo punto di vista ha fatto pari e patta, si può dire, ed è stata brava. Ha un senso la sua scelta di affidarsi a due donne che erano state selezionate personalmente da Ignazio Marino, in ruoli chiave: la capo di gabinetto sarà Daniela Morgante, ex assessore al bilancio di Ignazio (i due avevano poi discusso animatamente e lei aveva lasciato, ma non hanno rotto); mentre vicecapo di gabinetto sarà un’altra mariniana, Virginia Proverbio, che guidò per Marino la struttura di coordinamento per il Giubileo.
Ma anche loro non vengono dai cinque stelle, che insomma, si devono affidare sempre e totalmente a uomini e mondi esterni .
Sul resto, i rissosi e ambiziosi leaderini del direttorio avevano come mira principale quella di isolare Virginia per depotenziarla.
A parte i nomi già noti, Laura Baldassarre al sociale (tramite Vincenzo Spadafora, riporterà a Di Maio), Paola Muraro (una pro inceneritore all’ambiente, cosa denunciata da Federico Pizzarotti; e legata a precedenti stagioni e già lungamente collaboratrice di giunte di centrosinistra); a parte i due di sinistra, Paolo Berdini all’Urbanistica e Luca Bergamo alla Cultura; ci potrebbe essere al Bilancio, salvo sorprese, Marcello Minenna, molto stimato da Di Maio, l’uomo anti-Vegas in Consob. Stefà no ai Trasporti non sposta nessun equilibrio, e non dà fastidio a nessuno.
Diventa cruciale, in questo quadro, che Virginia porti a casa Augusto Rubei, le cui azioni hanno ripreso un po’ quota.
Nel senso che la comunicazione centrale M5S è nel panico totale, perchè le è stata tanuta la manovra per far fuori l’attuale, indipendente portavoce.
E il piano di nominare al suo posto un interno della comunicazione centrale non convince; non puoi passare da Bruno Conti a Scarnecchia: per silurare Rubei ci vorrebbe un nome di giornalista autorevole, ma non ce l’hanno, e potrebbero alla fine decidere di non decidere.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
USCENDO DAL SAN RAFFAELE IL CAVALIERE DETTA LA LINEA: POPOLARI CONTRO POPULISTI, DUE VISIONI OPPOSTE… CENTRODESTRA UNITO? MA PER FARE COSA?
Lasciando il San Raffaele, Berlusconi si è espresso da leader del Partito popolare europeo. Ha usato cioè le stesse parole che avrebbe potuto spendere una Merkel, oppure Juncker, a proposito dei rischi che corre l’Europa all’indomani di Brexit.
Con grande delusione per quanto sarebbe potuto essere (e non è stato), ma nella speranza che l’Unione risorga e non precipiti ancora più in basso.
Discorsi che fanno a pugni con quanto va sostenendo Salvini. Il quale due giorni fa ha teorizzato che, se lui arrivasse al governo, uscirebbe nottetempo dalla moneta unica senza nemmeno passare da un referendum come nel Regno Unito.
Populisti contro popolari
Salvini non è affatto isolato in Europa; come lui la pensano Marine Le Pen, l’olandese xenofobo Wilders e il candidato alla presidenza austriaca Hofer, tutti quanti riuniti con la Lega nella formazione politica dell’Enf.
È una prospettiva euroscettica radicalmente diversa da quella del Cav, la cui collocazione europea è popolare ma non populista.
Anzi, i populisti sono i peggiori avversari del popolarismo. In particolare, poi, da una prospettiva alla Brexit un tycoon come Berlusconi avrebbe tutto da perdere, laddove Salvini potrebbe rimetterci al massimo la ruspa.
Come possano convivere due visioni così diverse, nessuno lo sa.
Il sedicente Partito del Nord
Poi, certo, siamo in un fantastico paese in cui niente viene preso sul serio. Per cui quasi nessuno si scandalizza se molti esponenti di berlusconiani (il fantomatico «partito del Nord») per paura di non essere rieletti continuano a ripetere, come in un mantra, che il centrodestra deve marciare unito, Forza Italia e la Lega insieme possono battere Renzi e Grillo.
Insieme, okay: ma per fare cosa? Per uscire dall’euro o per rimanerci? Per avere più Europa o per demolire ciò che ne resta?
Silvio e il Consultellum
Alla luce di queste differenze, si capisce come mai Berlusconi non si scaldi particolarmente alla prospettiva di cambiare la legge elettorale, introducendo nell’Italicum il premio per la coalizione.
Perchè Silvio, reso forse più distaccato dalla malattia, si domanda: coalizione con chi? Con questo Salvini che insulta il Papa, il Presidente della Repubblica, e per giunta ci vuole legare al carro della Le Pen? Meglio soli, piuttosto.
Nella speranza che al referendum costituzionale vincano i «no», e perlomeno al Senato si continui a votare con il proporzionalissimo «Consultellum», dove ognuno corre per sè e si allea con chi gli pare.
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
L’AUTORE DI UN VIDEO COMICO COPERTO DI INSULTI SU FB
No, ai 5 stelle la satira non fa ridere. 
Il video comico su Virginia Raggi e Alessandro Di Battista pubblicato da Claudio Colica sulla sua pagina Facebok e ripreso dall’Espresso, ha scatenanto un’ondata di veri e proprio insulti che sono stati raccolti ironicamente in un post dal titolo ‘Offensiva grillina’.
«Facciamo questo post per ringraziare tutti quelli a cui è piaciuto il video ma soprattutto per un altro motivo: ci ha sorpreso il numero di minacce e insulti che abbiamo ricevuto» scrive Colica.
E cercando di smorzare i toni aggiunge: «Ragazzi, è uno sketch comico, alcuni dei realizzatori del video stesso hanno votato m5s. à‰ satira politica! Molto più leggera, oltretutto, di quella che lo stesso Beppe Grillo faceva un po’ di anni fa e di cui pensiamo che lui stesso andrebbe fiero! È incredibile come certa gente non accetti un qualcosa che vada “contro” (tra tante virgolette) i suoi ideali (…) Evviva la democrazia! Evviva la trasparenza! Evviva la satira!»
(da “L’Espresso”)
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Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
“CI SARA’ UN NUOVO GOVERNO E UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE CONDIVISA”
Il vento politico sta girando, radio, tv e giornali sono tornati a cercarlo e in questo improvviso revival Massimo D’Alema si ancora ad una certa materialità della politica: «Mi chiedo come faranno i cittadini ad orientarsi in vista del referendum sulla Costituzione. Devono votare a favore o contro un libro…».
Un libro? D’Alema – seduto alla scrivania della Fondazione ItalianiEuropei – mostra un opuscolo: «Questo è il volumetto di parecchie pagine, che la Camera dei deputati ha pubblicato con tutte le modifiche alla Costituzione. Un testo farraginoso e confuso, di difficile comprensione persino per i tecnici, figurarsi per un cittadino. Sarebbe stato corretto formulare diversi ddl per i punti della riforma e consentire ai cittadini di rispondere ai quesiti, con un si o con un no, ma evidentemente si è preferito impostare il referendum come un plebiscito».
Quasi inevitabile che Renzi enfatizzi un atteggiamento del tipo: dopo di me il diluvio. Sta nel gioco?
«No. Si vota sulla Costituzione e si dovrebbe farlo con un confronto sereno anzichè in un clima di paura, dominato dal preteso rischio di ingovernabilità e addirittura di recessione di cui Confindustria si sta facendo portavoce. Ma attenzione: in questa fase l’opinione pubblica, se si sente ricattata da una campagna palesemente menzognera, si irrita. Se vincerà il No e Renzi insisterà nel volersi dimettere, dopo di lui non ci sarà il diluvio, semmai il buonsenso».
Ma oggi un governo c’è e invece la vittoria del No cancellerebbe esecutivo e riforma istituzionale. Non è troppo?
«Anzitutto io non chiedo le dimissioni di questo governo. Se cade questa pasticciata e confusa riforma, il Parlamento non soltanto potrà non essere sciolto – e da questo punto di vista confido nella saggezza del Capo dello Stato – ma io credo che ci saranno anche un governo, se necessario, e una nuova legge elettorale»
Chiedere a Renzi di restare dopo tutto quello che ha detto, non somiglia ad una provocazione?
«Le dimissioni sono qualcosa che lui ha gettato nella mischia per ragioni politiche, legittime, ma tutte sue. Per la verità nessuno chiede le dimissioni di Renzi. Se non Renzi. E in ogni caso a quel punto si potrebbe fare una riforma, condivisa, chiara e rapida»
Facile a dirsi…
«Penso a una riforma che preveda tre articoli. Scritti in italiano, non in politichese. Primo: è ridotto il numero complessivo dei parlamentari. Duecento deputati e cento senatori in meno. Avremmo una riduzione di trecento parlamentari, con il vantaggio che non ci sarebbero “dopolavoristi”, destino che invece attende consiglieri regionali e sindaci secondo quanto previsto dalla riforma».
Articolo 2 e articolo 3?
«Articolo secondo: il rapporto fiduciario del governo è solo con la Camera dei deputati. Dunque, fine del bicameralismo perfetto. Articolo terzo: nel caso in cui il Senato o la Camera apportino delle modifiche ad un testo di legge, tali modifiche vengono esaminate entro un tempo limitato da una apposita commissione, costituita dai parlamentari dei due rami. Se l’intesa non c’è, passa il testo prevalente, che viene sottoposto al voto delle due Camere, con sbarramento ad ulteriori emendamenti. Fine della navetta, del bicameralismo perfetto e delle perdite di tempo. Un meccanismo di questo tipo esiste in altri Parlamenti: per esempio in quello americano. Una riforma approvabile dai due terzi dei parlamentari, che si può fare in sei mesi. Nel frattempo si discute una nuova, seria legge elettorale, che non preveda più la nomina dei parlamentari da parte dei capipartito e non abbia una impostazione rischiosamente iper-maggioritaria. Non ho mai condiviso l’Italicum e non penso che sia pienamente rispettosa della sentenza con cui la Consulta ha cancellato il Porcellum».
Ma perchè tutto questo “ambaradan” se una riforma costituzionale già c’è? Nessuno dice che siamo alla Terza Repubblica, ma non è meglio che niente?
«Ho avanzato una proposta alternativa. E chiedo un No al referendum per fare seriamente le riforme e non impedirle. Le riforme serie sono quelle condivise e non imposte a maggioranza. Ricordo un bellissimo intervento dell’onorevole Sergio Mattarella, che contrappose lo spirito della Costituente alla pretesa arrogante, allora di Berlusconi, di riforme a maggioranza. E noi le respingemmo».
Se la riforma interpreta bene l’urgenza di un cambiamento, il bon ton può non essere essenziale. O no?
«Non è solo questione di bon ton. Ridurre la Costituzione a legge ordinaria non va bene per il Paese perchè diventa una riforma di incerta durata. La Costituzione deve essere un testo stabile, di regole scritte da tutti. I grandi Paesi hanno costituzioni che durano molti anni, ma se noi ad ogni mutare di maggioranza politica, cambiamo la Costituzione, il sistema vive nel massimo di incertezza. E comunque, almeno, la maggioranza di Berlusconi era espressione forte di un voto popolare».
Ma nel merito?
«Ci sono disposizioni demagogiche e altre foriere di conflitti istituzionali. Due soli esempi: sindaci e consiglieri regionali possono trascorre cinque giorni a Roma nelle commissioni parlamentari? Pura demagogia. Per potere dire: non gli pagheremo lo stipendio. Poichè non vi è una chiara distinzione delle leggi delle quali si deve occupare il Senato, noi rischiamo di aprire un contenzioso tra le due Camere, di volta in volta risolto dalla Corte costituzionale. Per tutte queste ragioni chiedo di votare no per una vera svolta riformatrice».
A Torino l’importante consuntivo portato dal sindaco è stato una sorta di variabile indipendente rispetto alla generica esigenza di cambiare: si sente almeno un po’ solidale con Renzi, considerato da alcuni già «vecchio»?
«Il Paese vuole novità , sperava che la novità fosse Renzi ed è rimasto deluso e infatti sul voto ha pesato un sentimento anti-Renzi. A Milano abbiamo vinto grazie all’impegno di Pisapia, che ha fatto una campagna all’insegna: qui non si vota su Renzi».
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
“FREQUENTAVA IL CORSO ALLA BRAC UNIVERSITY, DOPO UN ANNO MOLLO’ TUTTO”
Da “uomo senza qualità ” a terrorista. Prima di sposare la causa jihadista e di posare sorridente
avvolto dalla bandiera nera alla vigilia del massacro di Dacca, Rohan Ibne Imtiaz “era uno studente poco brillante”. In una parola, “uno invisibile”.
È questo quanto rimane nella memoria di N. T., professore veneziano di storia, rimasto 13 mesi (tra il 2014 e il 2015) a insegnare a Dacca nell’università privata “Brac”.
Il docente ci ha chiesto di mantenere l’anonimato perchè, “dopo la strage temo per la mia sicurezza”.
Quando ha realizzato che uno degli autori del massacro era stato suo studente?
“Ho visto sui giornali le foto dei terroristi e ho sentito che venivano descritti come intellettuali. Allora mi è sembrato di riconoscere nel volto di Imtiaz (Rohan Ibne Imtiaz, ndr) lo studente di “Business” che avevo conosciuto nella primavera del 2015, quando frequentava il mio corso obbligatorio. Contrariamente a quanto ho letto e sentito, non era affatto una persona colta. Semmai lo definirei uno studente senza qualità “.
In che senso?
“Uno che non partecipava attivamente durante le lezioni: non interveniva, non ascoltava, nonostante si trovasse in una classe di persone molto vivaci. Si era iscritto nell’agosto del 2014, ma a fine 2015 aveva già mollato”.
Rohan Ibne Imtiaz aveva amici?
“Non era uno che spiccava per simpatia, ingegno o socievolezza. È vero che il mio corso era obbligatorio, ma la classe era vivace. Lui, ripensandoci, sembrava vuoto. All’epoca avevo 35 studenti che ho visto per tre mesi, tre ore alla settimana. Non sapevo nemmeno che fosse figlio di uno dei leader del partito Awami”.
Che cos’altro direbbe di lui?
” Tra gli studenti c’è chi è furbo, chi cerca lo scontro, chi è simpatico ma non studia, chi si impegna, chi fa tutto con naturalezza e ha ottimi risultati. Imtiaz non rientrava in alcuna di queste tipologie. Lo ricordo come uno qualunque, nel senso diminutivo del termine, un mediocre che avevo dimenticato”.
Ci può descrivere l’università Brac?
“È un buon ateneo privato, ma non è esclusivo. A Dacca chi ha i soldi manda il proprio figlio all’estero. La Brac costa circa 60 mila taka a semestre, l’equivalente di 690 euro, abbastanza per il Bangladesh, ma non una cifra impossibile, anche perchè se sei bravo hai diritto a una borsa di studio. Dire che è per ricchi è un’esagerazione”.
Pensa che potessero esserci dei reclutatori all’interno?
“Mi sembra impossibile. L’università è uno spazio controllato e sicuro. I ragazzi e le ragazze, così come i colleghi, sono votati a valori assolutamente opposti a quelli della violenza, senza contare che i bengalesi hanno una cultura profonda dell’ospitalità . Io non mi sono mai sentito fuori posto, anzi. Durante la mia permanenza il Bangladesh ha vissuto una stagione fenomenale nel cricket e tutti tifavano per la squadra nazionale. I ragazzi seguivano lo sport, ma anche la musica, il cinema, come i loro coetanei nel resto del mondo”.
Che rapporto c’era tra studenti e religione?
” Se ci fosse stato un clima di intolleranza non sarei mai stato accettato. Faccio un esempio: durante le cerimonie di laurea si leggono testi tratti da Corano, Bhagavad Gita (i canti hindù, ndr ), Bibbia, e testi buddisti. L’università è un luogo di pluralità , anche religiosa. Ci sono professori cristiani, indù, buddisti e musulmani. Tra gli studenti ci sono quelli più o meno devoti, ma non ho mai avuto la sensazione che ci fossero posizioni fondamentaliste”.
Come si spiega il coinvolgimento del suo studente nella strage di Dacca?
“Se uno si poteva annidare in uno spazio così, crollano tutte le mie certezze, ma voglio ricordare quello che mi ha scritto uno studente indù: “Prof, non abbiamo potuto salvare i nostri fratelli e le nostre sorelle. In Bangla diciamo otithi narayan, significa che l’ospite è Dio. Non ce l’abbiamo fatta a salvarli, ma alla fine sono certo che vincerà il dialogo”.
Ha mai percepito tensioni nei confronti degli stranieri?
“No. Gli scontri a cui ho assistito si sono verificati tra gennaio e febbraio 2015, tra sostenitori del governo e opposizione, in quello che è stato chiamato Oborudh, il blocco dei trasporti, ma nulla contro gli stranieri”.
Cosa pensa, dopo quanto è avvenuto?
“La strage ha avuto su di me un effetto di straniamento totale, di dolore per le vite spezzate e di rabbia per questo atto efferato. Sento una grande tristezza per quanto sta accadendo in Bangladesh: quella per me, è una seconda casa dove vorrei tornare”.
Vera Mantengoli
(da “La Repubblica”)
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Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
UNA NUOVA INTERCETTAZIONE COINVOLGE LA FAMIGLIA DEL MINISTRO DEGLI INTERNI
Di nuovo il nome di Alfano nelle intercettazioni dell’inchiesta sulla cricca delle nomine.
Il padre del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, avrebbe mandato 80 curriculum per presunte assunzioni alle Poste.
E’ quanto si evince da una conversazione telefonica intercettata e contenuta nella richiesta di arresto del pm dell’inchiesta ‘Labirinto’ della procura di Roma.
Parlando di Alfano, una delle indagate dice “..la sera prima…mi ha chiamato suo padre…mi ha mandato ottanta curriculum…ottanta…. dicendomi…non ti preoccupare….tu buttali dentro…la situazione la gestiamo noi…e il fratello comunque è un funzionario di Poste….anzi è un amministratore delegato di Poste…”. Un’intercettazione che si aggiunge a quella in cui il faccendiere Raffaele Pizza – al telefono con il collaboratore del ministro, Davide Tedesco – parla di una raccomandazione per il fratello di Angelino Alfano in una società del Gruppo Poste (sostenendo di averne facilitato l’assunzione, grazie ai suoi rapporti con l’ex amministratore Massimo Sarmi).
A colloquio sono Marzia Capaccio, indagata, segretaria del faccendiere Raffaele Pizza e un’altra persona, Elisabetta C.
Capaccio: “io ti ho spiegato cosa ci ha fatto a noi Angelino…
Elisabetta: “e…lo so…lo so…lo so…”
Capaccio: “Cioè noi gli abbiamo sistemato la famiglia…questo doveva fare una cosa….la sera prima…mi ha chiamato suo padre…mi ha mandato ottanta curriculum…ottanta….”.
Elisabetta: “aiuto….aiuto…”.
Capaccio: “ottanta…. e dicendomi…non ti preoccupare….tu buttali dentro…la situazione la gestiamo noi…e il fratello comunque è un funzionario di Poste….anzi è un amministratore delegato di Poste…”.
Elisabetta: “si..si..lo so..lo so…”.
Capaccio: “e questo è un danno che ha fatto il mio capo (ndr. Pizza)…io lo sputerei in faccia solo per questo…”.
Elisabetta: “vabbè…tanto ce ne sono tanti Marzia…è inutile dirsi…questo è il sistema purtroppo…”.
Capaccio: “sì ma io l’avevo già capito che questo guardava solo ai cazzi suoi…glielo avevo già detto…io a differenza tua non mi faccio coinvolgere più di tanto, perchè cerco di razionalizzare un attimo di più e di valutare le persone che ho davanti…cosa che il mio capo…purtroppo in alcune circostanze nonostante la sua esperienza non è in grado di fare…
Insomma, le due donne sembrano lamentarsi per qualcosa che il ministro non avrebbe fatto. Per Alfano, comunque, un nuovo motivo di imbarazzo a poche ora dall’intercettazione sul fratello.
(da “La Repubblica”)
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