Luglio 28th, 2016 Riccardo Fucile
AVEVA FATTO UN APPELLO: I DIRITTI NON POSSONO ASPETTARE
Il funzionario dell’Anagrafe è arrivato verso le 16. E mentre uno dei volontari suonava la marcia
nuziale, loro hanno detto sì.
Scambiandosi gli anelli con gli amici e i parenti che, con in mano le bomboniere di tulle bianco, applaudivano commossi.
Si è realizzato il sogno di Margherita, la maestra malata terminale che dall’hospice Casa Vidas aveva espresso la volontà di unirsi civilmente con la sua compagna. “Voglio che lei senza di me sia al sicuro”, aveva spiegato, raccontando del suo desiderio, anche per lasciarle reversibilità e liquidazione.
Si è avverato in quella stanza al primo piano dell’hospice nella quale è ricoverata da inizio luglio.
E dove lei e la sua compagna hanno condiviso il loro “matrimonio sgarrupato”, davanti alla famiglia allargata di amici e nipoti, fratelli e operatori della struttura.
L’atto fa delle due donne la prima coppia di Milano unita civilmente.
La prima e, per ora, l’unica: il Comune, infatti, ha deciso di agire vista l’urgenza della situazione.
Si tratta, però, di una scelta fatta in via eccezionale: le celebrazioni ufficiali partiranno il 9 o 10 agosto, quando sarà pronto il registro previsto dalla Cirinnà per trascrivere le unioni. Registro nel quale la prima trascrizione, in questo caso retroattiva, sarà appunto quella dell’unione tra Margherita e la sua compagna.
La storia di questa maestra di 53 anni e della donna con la quale ha vissuto da quando ne aveva 28, “ininterrottamente”, era stata raccontata da Repubblica nei giorni scorsi. “Il tempo è poco, e ora voglio questo riconoscimento ufficiale”, aveva detto Margherita. Le cui condizioni sono peggiorate nei giorni scorsi: è questo che ha spinto Palazzo Marino ad accelerare i tempi.
E, dopo aver chiesto pareri sia all’Avvocatura sia ai tecnici del governo, a procedere.
Il dirigente dell’Anagrafe ha verbalizzato l’unione adattando la formula prevista dall’articolo 101 del Codice civile. Ovvero, quella del “matrimonio in imminente pericolo di vita”, che permette di celebrare le nozze tra due persone senza aspettare i tempi delle pubblicazioni. In questo modo, quando il registro sarà operativo, anche i diritti collegati all’unione civile avranno valore retroattivo.
La vicenda di Margherita è simile a quella di Dario Guarise, il 73enne anche lui malato che nei giorni scorsi, sempre dalle pagine di Repubblica, si è rivolto al premier Renzi per chiedere di velocizzare l’iter di applicazione della legge Cirinnà , in modo da siglare prima di morire un’unione civile con il suo compagno da 38 anni.
“È stato un profondo momento di vita – spiega Ferruccio De Bortoli, presidente di Vidas, che da 30 anni accompagna i malati terminali dandogli supporto e assistenza fino alla fine – Questo risultato è stato possibile grazie alla grande sensibilità dimostrata dalle istituzioni e dal Comune”.
Che ha cercato un modo per procedere pur in mancanza del decreto attuativo della legge Cirinnà . La norma è in vigore dal 5 giugno, ma sarà operativa solo quando il decreto (firmato dal premier Matteo Renzi sabato) sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale e decorreranno i tempi previsti.
“Siamo intervenuti, nei limiti delle nostre possibilità , perchè una situazione tanto delicata non ci permetteva di attendere – spiega l’assessore al Welfare Pierfrancesco Majorino – Questa vicenda umana rende evidente l’urgenza della Cirinnà , una legge che elimina barriere troppo a lungo tollerate in Italia”.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 28th, 2016 Riccardo Fucile
AVREBBE CONSEGNATO ATTI DI INDAGINE SUI RAPPORTI TRA CESARO E LA CAMORRA
Un maresciallo dei carabinieri è stato messo ai domiciliari per rivelazione di segreto di ufficio per avere consegnato atti di indagine riservati all’ex parlamentare del Pdl Nicola Cosentino, indagato in stato di libertà per ricettazione, nell’ambito della stessa inchiesta.
A quanto si è appreso l’indagine, coordinata dalla Dda di Napoli, si riferisce, in particolare, alla consegna di atti riguardanti presunti rapporti con la camorra da parte dell’ex presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro.
L’accusa di ricettazione contestata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli all’ex parlamentare del Pdl Nicola Cosentino, “riguarderebbe delle informazioni riservate rivelate dal maresciallo dell’Arma attraverso una pen drive il cui utilizzo è emerso dall’analisi del computer del politico”.
È quanto rende noto l’avvocato Agostino De Caro, legale dell’ex sottosegretario, interpellato dall’agenzia Ansa
“Il computer – dice De Caro – fu oggetto di accertamento in seguito all’arresto di Cosentino avvenuto il 3 aprile del 2014”
In quella circostanza Cosentino finì in cella nell’ambito di un’indagine della Dda di Napoli sugli affari della società di famiglia, l’Aversana Petroli; nel corso dell’operazione furono arrestati anche due fratelli dell’ex coordinatore campano del Pdl. I carabinieri inoltre perquisirono l’abitazione di Cosentino in via Giannone a Caserta analizzando attentamente il computer.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2016 Riccardo Fucile
IL TYCOON E’ DIPENDENTE DAL FLUSSO DI DENARO DALLA RUSSIA… I FINANZIAMENTI DA MOSCA PER IL PROGETTO TRUMP SOHO A MANAHATTAN
“Russia, se mi stai ascoltando, spero tu sia in grado di trovare le 33mila email mancanti”. Donald
Trump, come sua abitudine, non usa mezzi termini.
Il designato ufficiale dei repubblicani alla Casa Bianca chiede che il governo russo entri nel server usato da Hillary Clinton quand’era segretario di Stato, e ritrovi quelle mail che sarebbero state cancellate per nascondere verità imbarazzanti.
La reazione dei democratici è ovviamente sdegnata. “Clinton non la considera una questione semplicemente politica; la considera una questione di sicurezza nazionale”, spiega Jake Sullivan, consigliere di politica estera della sfidante democratica. Prendono le distanze anche i repubblicani, con accenti altrettanto duri: “Putin è un delinquente che dovrebbe stare fuori delle nostre elezioni”, ha detto lo speaker della Camera, Paul Ryan.
Il nuovo caso è un segnale che questa campagna elettorale sarà cattiva e piena di colpi di scena.
Ma è anche, secondo alcuni, una conferma dei legami che esisterebbero tra il magnate repubblicano e Vladimir Putin.
Un candidato alla Casa Bianca che chiede a un governo non proprio amico di “smascherare” la sua rivale politica è in effetti un fatto abbastanza insolito; anche per chi ha abituato media e opinione pubblica a prese di posizioni clamorose.
Il tema non riguarda ovviamente semplici, e spesso improvvisate, prese di posizioni politiche.
Il tema è quello dell’esistenza di eventuali connessioni, e legami di interesse, tra Trump e il governo russo. Sul tema si sono impegnati molti commentatori, che hanno disegnato un tessuto di rapporti interessanti.
Partiamo dagli aspetti finanziari.
Sotto il peso di un debito sempre più largo, Donald Trump negli ultimi anni ha trovato molte difficoltà a trovare aperture di credito presso le banche americane.
Secondo alcuni — per esempio un giornalista investigativo, Josh Marshall, che sul tema ha lavorato molto — Trump sarebbe diventato “con gli anni, sempre più dipendente dal flusso di denaro dalla Russia”.
Il Washington Post ha scritto che “a partire dagli anni Ottanta, Trump e la sua famiglia hanno compiuto numerosi viaggi di lavoro a Mosca alla ricerca di opportunità di business”.
Un sito web, eTurboNews, cita uno dei figli di Trump, Donald Jr., che avrebbe detto: “Abbiamo visto un sacco di denaro arrivare dagli Stati Uniti”.
Sotto la lente di molti osservatori, è finito soprattutto il progetto Trump Soho a Manhattan.
Una serie di cause — che alcuni investitori hanno aperto contro Trump per false asserzioni sulla salute finanziaria dell’impresa — hanno rivelato consistenti flussi di denaro in arrivo da Russia e Kazakistan.
In particolare, Sal Lauria, un immobiliarista vicino a Trump, avrebbe raccolto almeno 50 milioni di dollari per Trump Soho e altri tre progetti in cui è coinvolto il magnate repubblicano e Bayrock (un’altra società di sviluppo immobiliare).
Il denaro sarebbe arrivato da un gruppo con sede in Islanda, FL Group, in cui hanno depositato i loro capitali gli oligarchi russi.
Oltre gli aspetti finanziari, ci sono poi quelli più prettamente politici.
Critiche, polemiche, preoccupazione hanno travolto la politica e gli apparati militari americani quando di recente, in un’intervista al New York Times, Trump ha affermato che potrebbe non onorare l’articolo 5 della Nato (quello sulla mutua assistenza militare) e quindi non andare in aiuto di uno degli Stati baltici, dovessero questi subire un attacco da parte della Russia.
C’è poi la questione di Paul Manafort, il chairman della campagna di Trump, l’uomo che ne ha in mano la direzione organizzativa e politica e che per per anni ha lavorato come consigliere politico nell’Europa orientale.
In particolare, è stato un collaboratore del presidente ucraino Viktor Yanukovych, cacciato dal potere nel 2014 e vicino al presidente russo Vladimir Putin.
Legami nell’area anche per Carter Page, consulente per la politica internazionale di Trump, che ha lavorato in Russia per Merrill Lynch ed è stato uno dei più importanti consulenti internazionali della compagnia energetica Gazprom.
Roberto Festa
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 28th, 2016 Riccardo Fucile
TONI DURI SU TRUMP E OTTIMISMO PER IL FUTURO… IL MILIARDARIO ACCOMUNATO A DITTATORI E JIHADISTI: “CHI SCOMMETTE CONTRO L’AMERICA NON HA MAI VINTO”… BLOOMBERG : “TRUMP E’ UN TRUFFATORE”
È la serata che dà un senso alla convention democratica, una strategia alla sinistra, una linea per fermare Donald Trump.
“Sono pronto a tornare ad essere un privato cittadino – conclude Barack Obama – oggi vi ringrazio per questa incredibile avventura. E vi chiedo di fare per Hillary quello che otto anni fa avete fatto per me”.
Obama alterna i toni di grave allarme per la minaccia che rappresenta Donald Trump; e l’ottimismo sul futuro dell’America che contrasta con la narrazione apocalittica dell’avversario.
Usa toni durissimi, mai sentiti prima dalla sua bocca: “Il mondo è spaventato e non capisce cosa sta succedendo in questa campagna elettorale. Ma chiunque vuole distruggere i nostri valori – fascisti o comunisti, jihadisti o demagoghi nostrani – alla fine perderà sempre”.
Trump messo insieme ai dittatori e agli islamisti. Proprio così: “Questa non è un’elezione qualsiasi”, avverte il presidente.
Obama vuole che sia chiaro il pericolo. Ma è sicuro che anche stavolta l’America ce la farà , anche se è sull’orlo di un baratro e i fondamenti della sua convivenza civile sarebbero in pericolo se vincesse Trump.
È sicuro che “non vince chi scommette contro l’America, no, non ha mai vinto”. È sicuro che “questo non è un paese per autocrati, non ha mai creduto che la soluzione sarebbe venuta da una persona sola”.
Obama fa tre operazioni importanti.
Primo: riconosce le ombre sul suo bilancio, che in qualche modo creano spazi per Trump. “Dobbiamo fare molto di più per tutti coloro che non sentono gli effetti della crescita economica degli ultimi sette anni”.
È una missione che lascia in eredità a Hillary, il lavoro incompiuto dei suoi due mandati: una crescita migliore, più giusta, dai benefici meglio distribuiti.
Secondo: offre un importante riconoscimento a Bernie Sanders. Non solo per i temi sollevati dal senatore socialista, ma anche per l’approccio partecipativo alla politica, la mobilitazione dal basso.
“Se siete convinti che ci siano troppe diseguaglianze fra noi, e che il denaro influenza troppo la politica, dovete essere altrettanto combattivi e tenaci di Bernie”.
Terzo, affronta l’impopolarità di Hillary con il candore e la schiettezza che la sera prima hanno fatto difetto a Bill. “L’ho guardata lavorare al mio fianco per quattro anni – dice di lei il suo presidente – e al termine di 40 anni di impegno civile anche lei ha fatto degli errori. Come me. Come tutti. Solo chi sta a guardare e giudica da spettatore, non ne fa mai. Scendete nell’arena anche voi, sporcatevi le mani”.
C’è un messaggio agli alleati, europei in testa, e al resto del mondo.
La Nato non può essere trasformata in una sorta di racket mafioso, in cui “la protezione degli amici ha l’etichetta del prezzo”.
Non è questa la storia dell’America. “Hillary è una che combatterà l’Is fino in fondo, ma senza legalizzare la tortura nè mettere fuorilegge un’intera religione” (due proposte di Trump).
Prima di Obama, la serata ha già avuto due momenti alti.
Il suo vice Joe Biden ha preceduto il presidente nell’impugnare l’orgoglio nazionale che un tempo era una prerogativa dei repubblicani: “Non scommettete mai contro l’America. Alla fine, noi ce la facciamo sempre. La linea di traguardo è nostra”.
L’ex sindaco (tre volte) di New York Michael Bloomberg, ex repubblicano e ora indipendente, imprenditore di (vero) successo, ha avuto parole sprezzanti per Trump: “Dice che gestirà l’America come ha gestito i suoi affari. Dio ne guardi. Io sono un newyorchese, so riconoscere un truffatore quando lo vedo”.
Obama porta l’affondo finale in uno dei discorsi migliori della sua carriera.
Rovescia lo slogan di Trump. Il candidato repubblicano dice “Make America Great Again”, rifacciamo l’America grande come una volta.
“L’America – ribatte Obama – è già grande. Reagan la chiamava una casa scintillante sulla collina, invece Trump la descrive come la scena di un delitto. Nessun Muro può delimitare il Sogno Americano. Qui a Philadelphia i Padri fondatori di questa Repubblica cominciarono la nostra dichiarazione d’indipendenza con le parole: Noi il Popolo. L’America si declina con il noi, è la forza della diversità “.
Il palazzo dello sport esplode quando arriva l’invocazione finale.
La stessa di otto anni fa: “Yes We Can…Sì, possiamo portare Hillary alla vittoria”.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 27th, 2016 Riccardo Fucile
“ECCO PERCHE’ HA UCCISO SOLO MIGRANTI, SI DEFINIVA UN ARIANO”… RIBALTATA LA VERSIONE INIZIALE CHE LO VOLEVA VICINO ALL’ISIS
Per Ali Sonboly era motivo di grande orgoglio essere nato il 20 aprile, lo stesso giorno di Hitler. E
proprio le sue radici iraniane stavano alla base del suo disprezzo nei confronti degli arabi e dei turchi: “Iran” e “ariano” hanno la medesima radice, e per questo secondo gli inquirenti quel giorno a Monaco ha mirato quasi esclusivamente agli stranieri.
Non un caso: tutte e nove le giovani vittime avevano un passato di immigrazione.
Le rivelazioni del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, che cita fonti di polizia, ribaltano completamente la percezione iniziale che la strage al centro commerciale di Monaco fosse dettata dall’appartenenza all’Islam o comunque dalla fascinazione nei confronti dell’Isis.
Già nelle prime ore gli investigatori avevano escluso che il ragazzo fosse un ammiratore del Califfato islamico, anzi, i materiali trovati nella sua stanza puntavano piuttosto alla volontà di imitare Anders Breivik, il neonazista norvegese che ha compiuto il massacro di Utoya il 22 luglio del 2011: cinque anni dopo, nello stesso giorno, è entrato in azione il tedesco-iraniano Ali Sonboly.
Nei giorni dopo l’attentato a Monaco, gli inquirenti hanno dato credito anche al fatto che il giovane fosse affetto da turbe psichiche e che avesse accumulato una forte frustrazione perchè vittima di bullismo.
Ma secondo le fonti citate dal Faz, la malattia mentale non spiega completamente il gesto di Sonboly.
Persone che lo conoscevano, scrive il quotidiano tedesco, assicurano che nutriva una forte ammirazione per Adolf Hitler e che era contento di condividere il giorno di nascita con il dittatore nazista.
Inoltre coltivava una “superiorità ” nei confronti dei migranti non iraniani, specialmente contro le persone di origine araba o turca che a differenza degli iraniani e degli europei non hanno origine indoeuropea.
Invece di sentirsi accomunato dalla religione musulmana, Sonboly si sentiva appartenente a “una razza superiore”, quella ariana.
Un estremista di destra che forse non aveva contatti con gruppi xenofobi, ma che ha agito per uccidere i migranti che disprezzava.
Per i servizi di sicurezza, dunque, il disagio mentale del ragazzo era soltanto un elemento secondario.
(da agenzie)
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Luglio 27th, 2016 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA SOCIETA’ ITALIANA DI PSICHIATRIA: “EPISODI DI SUICIDIO ALLARGATO A CUI LA SPETTACOLARIZZAZIONE ASSICURA AUDIENCE”
Non pubblicare più i nomi e le foto degli attentatori.
Il motivo? Evitare possibili casi di emulazione, da parte di persone con disturbi psichici, che porterebbero implicitamente all’aumento esponenziale degli attentati, compiuti però da persone che non hanno quasi nessun collegamento con cellule terroristiche.
A chiederlo è Claudio Mencacci, presidente della Società italiana di psichiatria.
“A fronte dell’incapacità di prevenire tali atti di violenza — ha spiegato Mencacci — è evidente che si tratta di episodi di suicido allargato a cui la spettacolarizzazione garantita dalla stampa e dal web assicura audience. Ecco dunque che è molto alto il rischio di contagio fra adolescenti ad alto rischio emulativo“.
Per lo psichiatra, quindi, “il pericolo reale in questi giorni è quello di un effetto contagio. Ecco perchè andrebbe evitata l’eccessiva descrizione, ma anche l’involontaria trasformazione in atto eroico con una connotazione politica o religiosa forte, di azioni compiute da una persona con un disagio mentale. E’ fondamentale informare il pubblico circa minacce o azioni terroristiche, ma lo è anche contrastare in ogni modo il pericolo di emulatori”.
Diventa quindi argomento di dibattito il tema sollevato proprio oggi dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha chiesto ai mezzi d’informazione di “ricercare il punto di equilibrio con l’esigenza di evitare che la ripetitività fuor di misura di immagini di violenza possa provocare comportamenti emulativi“.
Il capo dello Stato ha dedicato al tema una parte del suo discorso alla cerimonia del Ventaglio. “Talvolta — ha detto — i media cedono alla tentazione di voler spiegare in tempo reale gli avvenimenti, in luogo di narrarli, cercando nello smarrimento della gente, nei frammenti di immagine, in testimonianze, rese talvolta sotto choc, conclusioni destinate sovente a rivelarsi fallaci alla luce dei fatti”.
Per Mattarella, però, “non può valere in questo caso il detto the show must go on, perchè non si tratta di spettacolo bensì della vita e del futuro delle persone. Forse sarebbe opportuno, peraltro, ricercare il punto di equilibrio con l’esigenza di evitare che la ripetitività fuor di misura di immagini di violenza possa provocare comportamenti emulativi. Quegli stessi comportamenti che il web, pur tra tanti benefici, talvolta sembra suggerire, offrendo una platea sterminata ai predicatori di odio“.
Parole, quelle del presidente, che in qualche modo sono in linea con le dichiarazioni rilasciate aualche giorno fa dal sociologo Michel Wieviorka.
“La violenza estrema — ha detto al quotidiano La Stampa — è nello spirito dei tempi, regna nell’informazione e nei social network. Triste dirlo, ma è così: è onnipresente. E fornisce perfino riferimenti, idee a chi ha una psicologia fragile. La violenza dà un senso all’infelicità di certe persone”.
Proprio oggi, invece, il quotidiano francese Le Monde ha annunciato non solo non pubblicherà più le immagini di propaganda dello Stato Islamico, ma anche le foto degli attentatori per evitare effetti di “glorificazione postuma“. Più o meno come era avvenuto nel febbraio del 2015, subito dopo la diffusione dei primi video di propaganda dello Stato Islamico: immagini raccapriccianti che raffiguravano le decapitazioni e le esecuzioni messi in atto da parte dei guerriglieri dell’Isis.
La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era rappresentata probabilmente dal video che raffigurava l’uccisione Moaz al-Kasasbeh, il pilota giordano bruciato vivo. In quei giorni testate autorevoli come il Guardian sottolineavano come la decisione di pubblicare i video dell’Isis non fossero in alcun modo legati al diritto di cronaca, ma servissero spesso solo ad aumentare il traffico dei siti web: è per questo motivo che ad un certo punto i filmati di propaganda del Califfato erano scomparsi dai principali giornali del mondo. In quel caso occorreva evitare di amplificare la propaganda dell’Isis.
Adesso, invece, il rischio è fornire esempi a soggetti instabili, che vedono negli attentati una fonte d’emulazione.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 27th, 2016 Riccardo Fucile
“RESISTERE ALLA STRATEGIA DEL’ODIO, I GIORNALI DEVONO RIFLETTERE”
Il quotidiano francese Le Monde non solo non pubblicherà più le immagini di propaganda dello
Stato Islamico, ma anche le foto degli attentatori per evitare effetti di “glorificazione postuma“.
Ad annunciarlo con un editoriale pubblicato online è stato il direttore Jèrome Fenoglio dal titolo “Resistere alla strategia dell’odio”.
Il giornalista ha infatti spiegato che il modo di trattare l’argomento Isis è più volte cambiato nel corso dei mesi: in un primo momento il quotidiano ha deciso di non diffondere più quello che riguarda direttamente la propaganda dello Stato Islamico, ora dopo gli attentati di Nizza e Rouen, anche di evitare la pubblicità dei volti di chi ha commesso le stragi.
Sul tema in queste ore si è espresso il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella: “Non può valere in questo caso il detto the show must go on, perchè non si tratta di spettacolo bensì della vita e del futuro delle persone”.
“La battaglia contro l’odio”, si legge nell’editoriale di Le Monde, “non può essere considerata solo come una questione delle forze armate, dei servizi segreti o della politica. Questa riguarda tutte le componenti della società e in primo luogo chi costituisce il nostro panorama mediatico modificato dalla rivoluzione digitale. Senza una presa di coscienza delle industrie che controllano i social network, nuovi media di massa, sarà sempre di più difficile resistere agli effetti della strategia dell’odio. I suoi migliori alleati, voci e complottismo, sono messi oggi sullo stesso piano delle informazioni affidabili e verificate”.
Secondo Fenoglio, a essere chiamati in causa nella lotta al terrorismo, sono direttamente anche i siti e i giornali che “producono le informazioni”: “Questi non possono più esonerarsi da fare delle riflessioni. Dall’inizio del terrorismo dello Stato Islamico, Le Monde ha più volte modificato i suoi approcci all’argomento. Altri dibatti sulle nostre pratiche sono ancora in corso”.
E ha poi concluso dicendo che il cambio di approccio lo si deve innanzitutto alle vittime delle stragi che stanno travolgendo l’Europa : “La scelta di adattarsi alle pratiche di un nemico che ritorce contro di noi tutti gli strumenti della nostra modernità , è indispensabile se vogliamo rompere la strategia dell’odio, se vogliamo vincere senza rinnegarci. Lo dobbiamo a tutte le vittime dell’organizzazione criminale detta Stato Islamico. Da martedì 26 luglio lo dobbiamo alla memoria di padre Jacques Hamel, ucciso nella sua chiesa”.
Fenoglio nella sua analisi ha parlato anche di un “limite all’esercizio della critica” in una situazione generale che definisce di guerra.
“La valutazione costante e critica delle politiche di sicurezza è un imperativo democratico. L’esecutivo e le istituzioni devono poter riconoscere che, in questa lotta contro il terrorismo, degli errori possono essere commessi, dei dispositivi devono essere migliorati”.
Il riferimento è alle tante polemiche sul sistema di sicurezza nel territorio dopo gli ultimi attacchi.
E a questo proposito il direttore ha scritto: “Ci devono essere dei limiti all’esercizio della critica condotta dai partiti d’opposizione. Questi non possono far intendere che prendendo una misura miracolosa un’altra maggioranza politica potrebbe fermare la guerra contro i jihadisti”.
Per questo, ha chiuso Fenoglio, i politici hanno la responsabilità di evitare di sfruttare elettoralmente la situazione d’emergenza.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 27th, 2016 Riccardo Fucile
DEFINITI I RUOLI DEL TRIUMVIRATO DOPO L’INCONTRO CON GRILLO
I ruoli sono stati assegnati. Luigi Di Maio corre verso la candidatura a premier. Roberto Fico sarà il nuovo garante del decalogo pentastellato e del simbolo, e Alessandro Di Battista farà quello che gli riesce meglio: l’uomo-immagine, il megafono, il trascinatore di folle.
I tre amici del direttorio sono i volti più noti e spendibili del quintetto che guida il M5S. Ognuno secondo la propria indole.
«Dibba» andrà dove sono le telecamere. Il sempre più istituzionale Di Maio continuerà nella sua personale costruzione di un leader. Mentre Fico, il più «purista» nella cerchia al vertice, è il prescelto per il ruolo più delicato.
Dovrebbe essere lui, se tutto sarà confermato, l’uomo che scioglierà le controversie, che decreterà le espulsioni, che assegnerà il simbolo.
Una parte contesa da Roberta Lombardi, altro nome sul tavolo, che così tornerebbe protagonista dopo l’uscita dal mini-direttorio romano per le liti con Virginia Raggi. Ma è Fico ad avere più chance. Ha il placet di Beppe Grillo e Di Maio ha fatto sapere di non essere interessato, le sue ambizioni sono altre, come dimostra il percorso di accreditamento a più livelli che sta affrontando.
Dopo il viaggio in Israele, l’incontro riservato con le lobby, ieri ha avuto il primo confronto con un alto prelato, e non uno qualsiasi: don Antonio Spadaro, gesuita vicinissimo al Papa.
Dunque è su Fico che si concentrano le speranze dei molti 5 Stelle in Parlamento che lo considerano meno avvezzo alla ribalta mediatica e portatore del verbo originario, poco contaminato da tre anni di vita nei Palazzi.
Prenderebbe il posto di Grillo che via via si sfilerà dalla gestione diretta del M5S. Ancora non si sa se lo farà subito o a poco a poco.
Quel che è certo, e che il viaggio a Genova la scorsa settimana ha sancito, è che i giovani leader entreranno nell’Associazione M5S nata nel 2013 e avranno potere sul simbolo.
Che nelle dinamiche del Movimento vuol dire tanto. Perchè attraverso la revoca del simbolo si può decidere di non candidare qualcuno. Una leva che di solito si usa di fronte alle ingestibili divisioni tra meet-up.
E Fico, nel direttorio, è quello che più ha il polso del territorio, essendo proprio lui il responsabile dei meet-up.
Non solo. Le vesti da garante, dicono ancora, gli calzerebbero alla perfezione anche perchè è lui che Gianroberto Casaleggio considerava il più fedele alla visione politica della democrazia orizzontale, con buona pace degli attivisti reintegrati dal Tribunale di Napoli che in Fico vedono il responsabile delle loro espulsioni.
Nelle nuove vesti il deputato partenopeo avrebbe questa e altre grane da affrontare.
Il caso di Federico Pizzarotti, prossimo all’addio, e ora anche il possibile guaio di Pisticci, il Comune della Basilicata dove la neo-sindaca grillina Viviana Verri ha nominato assessore al bilancio Rocco Giuseppe Lettini, ex Forza Italia già incaricato con lo stesso ruolo nella giunta di centrodestra dal 1998 al 2001.
Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)
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Luglio 27th, 2016 Riccardo Fucile
“E’ UNA GUERRA PER INTERESSI, SOLDI, NON CERTO DI RELIGIONE: TUTTE LE RELIGIONI VOGLIONO LA PACE”
“Abbiamo bisogno di dire questa verità : il mondo è in guerra perchè ha perso la pace”. Così Papa
Francesco sul volo di andata da Roma a Cracovia commenta gli ultimi fatti di terrorismo, precisando il suo pensiero: “Quando parlo di guerra parlo guerra sul serio, non di guerra di religione. C’è guerra per interessi, soldi, risorse della natura, per il dominio sui popoli. Questi sono i motivi. Qualcuno parla di guerra di religione, ma tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri, capito?”.
“Da tempo il mondo è in guerra a pezzi – aggiunge Bergoglio – Non è tanto organica forse (organizzata sì), ma è guerra. Questo santo sacerdote ieri è morto per la preghiera che offriva alla chiesa. È uno, ma pensiamo a quanti innocenti, a quanti bambini muoiono. Pensiamo alla Nigeria ad esempio ‘Ah quella è l’Africa’, dicono, sì è l’Africa, ma è in guerra”.
Bergoglio ha ringraziato Francois Hollande per la telefonata di condoglianze per l’uccisione di padre Jacques Hamel.
“Lo ringrazio come un fratello” ha detto. Papa Francesco è diretto a Cracovia per la Giornata mondiale della Gioventù: “La gioventù è sempre speranza, speriamo che i giovani ce ne diano in questo momento”.
(da agenzie)
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