Novembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
IL COMPLOTTO “DEMOPLUTOGIUDAICOMASSONICO” PREFERITO: PAPERONI CHE SI RIUNISCONO IN HOTEL E IL RICCO EBREO CHE HA FINANZIATO LA CLINTON: IL PIATTO E’ SERVITO
È fatta, l’apocalisse annunciata dall’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump sta iniziando
ad avverarsi: ora che finalmente un ricco speculatore, ebreo addirittura, è sceso in campo “contro” il Presidente eletto la guerra di Trump ai massoni lobbisti può finalmente esplodere di prepotenza.
Gli elementi per condire la cospirazione demo-pluto-giudaico-massonica ci sono tutti: c’è appunto George Soros (il ricco ebreo di cui sopra nonchè finanziatore della campagna della Clinton), c’è l’albergo dove si tiene il meeting segreto il lussuoso Hotel Mandarin Oriental di New York e ci sono i politici liberali di spicco, su tutti la ex speaker della camera Nancy Pelosi e la senatrice Elizabeth Warren.
Non è per la verità la prima volta che Soros (che ha versato dieci milioni di dollari nelle casse del comitato elettorale della Clinton) viene tirato in ballo in merito a qualche complotto, e non è nemmeno la prima volta che viene accusato di voler fare di tutto per ostacolare il mandato presidenziale di Trump.
Ad esempio una decina di giorni prima delle elezioni era stata messa in circolazione la voce che alcune delle macchine che sarebbero state utilizzate per le procedure di voto elettronico erano di proprietà di Soros che è stato quindi accusato di voler truccare i risultati elettorali in ben 16 stati.
La notizia non solo era falsa, ma era pure vecchia visto che risaliva al 2012, ma ciononostante il network conservatore Fox News l’aveva utilizzata per spaventare gli elettori repubblicani e avvertirli circa il rischio di sovvertimento dell’ordine democratico.
Ora invece quella vecchia volpe di Soros sta organizzando un meeting con i maggiori esponenti del partito Democratico USA per stabilire quale strategia seguire in futuro. Significa che farà la guerra a Trump, come ha scritto perfino l’ANSA?
Probabilmente no, ed è abbastanza pacifico che i Dem USA non abbiano preso benissimo la sconfitta e stiano già pensando a come riconquistare la Casa Bianca fra quattro anni, magari passando per le elezioni di medio termine del 2018 in modo da riprendere almeno il controllo del Congresso.
Quattro anni sono davvero brevi e alle midterm elections mancano appena due anni, non si possono certo improvvisare da un giorno all’altro.
Ma non appena qualcuno legge il nome di Soros pensa subito che l’ottantaseienne magnate ungherese stia già organizzando una delle tante rivoluzioni colorate che lo hanno reso famoso in Europa orientale.
Ci sono addirittura quelli che ci spiegano che dietro (parola molto importante e pregna di significati) le manifestazioni di questi giorni ci siano sempre lui Soros, l’ebreo coi soldi che si diverte ad esportare democrazia a destra e a manca.
Incredibilmente uno dei siti italiani “fonte” di questa incredibile analisi a fine ottobre cosa pubblicava? La fregnaccia su Soros e sulle macchine per il voto elettronico truccate, ovviamente.
Ora lo stesso sito (con la complicità de Linkiesta e del Manifesto) è qui per spiegarci che il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America è in pericolo.
Forse è per questo che Trump sta pensando di affidare la poltrona di Segretario al Tesoro proprio ad Steven Mnuchin, un ex dirigente di Goldman Sachs che in passato ha lavorato proprio per conto di Soros?
Oppure è stato Soros che ha pagato Trump affinchè considerasse un suo ex dipendente in un ruolo così importante?
Diavolo di un Soros, ne sa sempre una più del diavolo.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
ANASTASIA DEEVA SOTTO ATTACCO (PILOTATO DA CHI?) PER ALCUNE FOTO SEXY DI ALCUNI ANNI FA, SPACCIATE PER PORNOGRAFICHE
Anastasia Deeva è la giovane (24 anni) ministra ucraina che ha la delega all’Integrazione Europea.
Fin dal giorno della sua nomina la Deeva è stata oggetto di numerose critiche, riguardanti soprattutto il fatto di essere troppo inesperta per un compito così delicato come quello dei rapporti del paese con l’Unione Europea.
Ma la Deeva non ha propriamente un ministero tutto suo, il suo ruolo è quello di vice-ministro dell’Interno (il cui titolare è Arsen Avakov) con l’incarico di lavorare alle difficili manovre di avvicinamento dell’Ucraina al sistema europeo.
Ed è proprio il Ministro Avakov ad intervenire per difenderla ora che su Internet sono spuntate alcune foto che la ritraggono in pose definite “pornografiche”, definendo “asessuati” coloro che in queste ore la stanno attaccando.
Si tratta di foto private scattate prima che venisse nominata vice-ministro dell’interno, a quanto pare quando ancora studiava a Londra.
Le foto poi di per sè non sono assolutamente pornografiche, certo in alcuni scatti è ritratta seminuda, ma davvero c’è ben poco di scandaloso nel servizio fotografico (o meglio nella serie di scatti) che qualcuno ha fatto riemergere.
L’unico errore della Deeva — ma si tratta più di un errore tattico che altro — è stato quello di non aver provveduto a “bonificare” il suo profilo da quelle foto, perchè era abbastanza prevedibile che sarebbero ricomparse e che avrebbero potuto essere utilizzate per attaccarla e metterla in imbarazzo.
Qualcuno vicino al governo ucraino ha definito le foto “artistiche” e ha bollato tutta la vicenda come un pretesto per continuare a prenderla di mira.
La macchian del fango ha fatto sì che alcuni l’accusassero di avere una eccessiva predilezione per la moda occidentale, altri hanno fatto circolare voci di una sua possibile relazione (la Deeva è sposata) con il Ministro Avakov per spiegare il motivo per cui sarebbe stata chiamata a far parte del Governo, altri ancora che la sua nomina sia avvenuta in modo irrituale e che il suo curriculum non abbia le caratteristiche necessarie per farla diventare vice-ministro con una delega così importante.
Nel frattempo il marito della Deeva, George Deev ha annunciato di voler sporgere querela nei confronti di tutti i giornali che pubblicheranno le foto “proibite” della moglie.
A margine della questione noi italiani, che abbiamo eletto Cicciolina in Parlamento, avuto come ministra Mara Carfagna e che ad ogni estate sui giornali scandalistici vediamo pubblicate le foto di ministre e parlamentari in topless, possiamo dire agli ucraini che non è poi un così grande problema se una ministra ha fatto delle foto (semi)nuda.
Se uno non commette reati, quello che fa nella sua vita privata sono affari suoi, l’importante è che sia in grado di gestire gli affari dello Stato in modo competente.
(da “Nextquotidiano”)
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Novembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
LA CORTE DEI CONTI: “NON INCIDE NELLA LOTTA AL CRIMINE”… L’IPOCRISIA DELLA DESTRA PATACCA CHE INVOCA SICUREZZA: NEL 2008 RIMISE IN STRADA 1.568 AGENTI MA CONTEMPORANEAMENTE, CON IL BLOCCO DEL TURN OVER, HA RIDOTTO LE FORZE DELL’ORDINE DI 8.722 UNITA’
Che efficienti nessuno lo mette in dubbio. Ma sono anche efficaci? Perchè quando si cerca di
misurare i risultati ottenuti con lo schieramento dei soldati nelle città , ci si trova di fronte a tanti pareri e pochi punti fermi.
Una certezza in realtà c’è: fanti, alpini e parà possono influire pochissimo sulla sicurezza globale, visto che la loro attività ha una rilevanza statistica minima.
Oggi gli uomini e le donne dell’Esercito in servizio nelle strade sono 7000 – il record numerico assoluto – contro gli oltre 250 mila tra carabinieri, poliziotti e finanzieri a cui vanno sommati i corpi di polizia locale, i vigili urbani di una volta, e una moltitudine di guardie private.
Insomma, i soldati sono troppo pochi per pesare nella battaglia contro il crimine. Tanto che la Corte dei Conti non ha potuto verificare le prestazioni dei militari perchè la “percentuale di risultati è estremamente ridotta rispetto a quelli delle forze dell’ordine”.
Certo, invocare l’Esercito è uno slogan ad alto impatto e basso costo.
Con un’importante valenza politica, esplicitata lunedì scorso dal primo cittadino milanese Giuseppe Sala: “Non voglio lasciare il tema della sicurezza in appalto alla destra”.
E’ una questione che da oltre un decennio tormenta i sindaci di sinistra, spesso costretti a improvvisarsi “sceriffi democratici” senza mai riuscire a elaborare una ricetta vincente per il controllo delle città .
Così adesso si finisce per santificare la misura voluta nel 2008 da Ignazio La Russa e accolta da contestazioni feroci.
“Si tratta di un provvedimento tipico delle situazioni di grave emergenza”, chiosa Fabrizio Battistelli, docente di sociologia alla Sapienza che da anni studia questa materia: “Invece in questa fase storica si stanno dissolvendo i confini tra sicurezza interna ed esterna con la scomparsa delle distinzione dei compiti di polizia e soldati: una separazione che aveva sempre caratterizzato le democrazie europee “.
All’inizio si disse che l’azione dell’Esercito sarebbe durata “al massimo un anno”.
Con una missione principale: “liberare” gli agenti che presidiavano obiettivi fissi e centri immigrati. Infatti due terzi dei militari furono mandati a piantonare tribunali, ambasciate e cpt.
Da questo punto di vista, l’intervento ha funzionato: tra il 2008 e il 2012 con duemila soldati è stato possibile recuperare 1.568 agenti delle forze dell’ordine.
Ma il beneficio dell’operazione – sottolinea la Corte dei Conti – è svanito perchè nello stesso periodo il blocco del turn over ha privato i ranghi delle polizie di ben 8.722 unità .
Insomma, lo spot del governo Berlusconi è servito solo a mimetizzare la falla negli organici.
L’aspetto critico è proprio l’impegno nelle strade.
I militari infatti non vanno quasi mai in giro da soli, ma li accompagna un appartenente alle forze dell’ordine, a cui spetta contestare i reati.
Questa convivenza obbligata però ha depotenziato gli effetti sul campo: nel 2012 per garantire circa 300 pattuglie al giorno, servivano altrettanti agenti con il risultato di sottrarne – scrive la Corte dei Conti – almeno 220 dai servizi di controllo del territorio. Per questo la magistratura contabile ha consigliato di ripensare l’operazione e rinunciare a tutte le ronde.
Ma dopo gli attacchi dell’Isis bersaglieri e granatieri nelle piazze sono diventati un’arma psicologica, a cui nessun sindaco sembra volere rinunciare.
Nella Capitale ci sono 1800 soldati “extra” per il Giubileo che difficilmente torneranno in caserma. Cinquecento si stanno spostando nelle zone terremotate.
E ieri Roberta Pinotti ha detto che la Difesa è “disponibile a rispondere positivamente alla richiesta del sindaco Sala”, usando parte di questo contingente.
La ministra ha dichiarato che “Strade sicure” ha prodotto “riscontri estremamente positivi “, tra i quali la “riduzione del 30 per cento dei reati a Roma “.
Pinotti ha citato dati del Viminale sui quali è difficile trovare riscontri.
Se guardiamo alle rilevazioni dell’Istat, i cittadini italiani dal 2010 in poi si sono sentiti sempre meno sicuri, con una percezione del rischio che ha cominciato a migliorare solo nel 2014.
Nel nostro paese però le statistiche sulla prevenzione sono all’anno zero. “Non siamo in grado di valutare pienamente la performance dei militari perchè non misuriamo fattori come la deterrenza”, spiega il professore Battistelli: “Quanti reati non sono avvenuti perchè la presenza dei soldati ha tenuto lontani i criminali? Non abbiamo nemmeno una stima del gradimento dei cittadini: si sentono più sicuri o più spaventati?”.
Una sicurezza costruita al buio, senza fare luce sui problemi e sulle possibili soluzioni.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
“A SALVINI PREFERISCO LA MELONI”… “PARISI MI SEMBRA UNA BRAVA PERSONA, MA ANCHE LUI E’ LITIGIOSO, DEVE SAPER UNIRE”
«Per il poco che l’ho conosciuto, a me Parisi è sembrata una brava persona. Certo… essere una brava persona non significa affatto essere un grande politico. O capirci di politica».
Umberto Bossi è appena uscito dai funerali di Alice Brianza, la mamma del governatore lombardo Roberto Maroni.
È in auto verso Malpensa, non vuole mancare al voto di fiducia sul decreto fiscale.
Berlusconi ieri ha tirato una frenata brusca alla corsa di Stefano Parisi per la guida del centrodestra.
«Non è che se uno ha l’ambizione di guidare un’alleanza possa mettercisi così, d’improvviso. Non è che può dirlo: gli altri devono essere d’accordo».
Neanche con il sostegno di Silvio Berlusconi?
«Ma no. Berlusconi ha sempre avuto sostegno, ma è per lui. È roba sua e soltanto sua: neanche Berlusconi può trasmetterla come un regalo».
Secondo lei, Parisi ha commesso degli errori?
«Beh, la prima caratteristica di un premier è quella di unire. Mettere insieme tante persone intorno a qualcosa».
E lui invece non lo stava facendo?
«Non lo so, mi dicono che abbia litigato con tanti. Non credo che il litigare sia qualcosa che unisce. Questo dimostra ancora una volta che se alle persone dai un po’ di potere, poi si dimenticano da dove vengono…».
Lui però potrebbe anche aver ricevuto il mandato di rottamare una parte di Forza Italia. E comunque lo dice: una parte del partito dovrebbe fare un passo indietro.
«Ma passare per degli accordi è sempre importante. E non bisogna avere troppa fretta. Sono tanti ad averne…».
Di chi parla?
«Di Matteo Salvini. Ha una gran fretta di fare il capo. Però, anche lui deve trovare degli accordi».
Alla manifestazione di Firenze con lui c’erano anche altri leader come Giorgia Meloni. Lì sembra funzionare.
«Io non sono andato a Firenze. Giorgia Meloni mi piace, mi pare che dica delle cose sensate e non si faccia prendere da ansie. Salvini è troppo dominato dalla fretta, e dunque fa casino».
Forse il successo dei partiti populisti ha spinto Salvini a ritenere che il suo momento sia vicino. E la vittoria di Donald Trump glielo ha confermato.
«Trump non è un populista, è uno che ha basi solide. Certo, ha puntato sulla popolazione, è del tutto normale quando gli altri parlano d’altro. Però lui ci capisce. Ci capisce di tante cose».
Ma lei dove vede la «troppa fretta» di Salvini?
«Non si deve parlare di leader o di cose del genere. Si deve parlare dei programmi, mai delle cariche: “Siamo qui perchè vogliamo fare questo”. Le cariche arrivano dopo, se arrivano. E Salvini questo ragionamento lo deve fare».
Lei è convinto anche oggi che Berlusconi sia l’unico che può riunire il centrodestra?
«Sì. Per il semplice fatto che gli altri litigano. Vince chi riesce a non litigare e soprattutto a fare in modo che gli altri non litighino».
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
RIDIMENSIONA SALVINI: “SERVE CONSENSO DI TUTTI, IL POPULISMO LASCIAMOLO AI CINQUESTELLE”… “SPERO CHE PARISI RESTI CON NOI”…SUL DOPO REFERENDUM “FORZA ITALIA SARA’ RESPONSABILE”… “IO DIVERSO DA TRUMP”
Di eredi in giro non ne vede. E questo lo si era capito. Ma di leader sì, uno solo: Matteo Renzi. 
E’ l’endorsement che non ti aspetti e arriva da Silvio Berlusconi, schierato per il No al referendum salvo riconoscere però al presidente del Consiglio l’onore delle armi.
“Io spero che ci sia il mio erede. Avevo puntato molto su qualcuno che è passato dall’altra parte. Si sono succeduti dei personaggi o che hanno deluso o che non sono stati ben visti dali altri. Nella politica di leader vero c’è solo Matteo Renzi”, dice in un intervento a Rtl 102.5, nuova tappa della sua campagna (esclusivamente mediatica) per radio e, dalla settimana prossima, in tv.
E parlando di Parisi, appena defenestrato, lancia un avvertimento indiretto a Salvini: “Per fare il leader serve il consenso di tutti. Il manager? Spero continui a collaborare con noi”.
Per la prima volta il Cavaliere affronta in pubblico l’ingresso alla Casa Bianca di Donald Trump, che tanti osservatori anche negli Stati Uniti hanno paragonato a lui, ma prendendone in parte le distanze.
“Ha detto di avere studiato il modello che avevo messo in campo io – spiega in radio l’ex premier – Ma con lui ho pochi punti in comune. Entrambi abbiamo deciso di metterci al servizio del nostro paese, ma la sua storia è molto diversa dalla mia. Lui è stato capace di ascoltare la gente che non si riconosce nei partiti, parla il linguaggio della gente comune, non dei politici. Apprezzo la sua politica sul calo delle tasse, trovo giusto il rafforzamento dei confini ma non condivido la sua politca isolazionista”.
Parla della lunga convalescenza dopo l’intervento al cuore. “Grazie a Dio sto bene. Ho passato la prova più difficile della mia vita ma poi ho recuperato e mi sono rimesso anche nei muscoli”, racconta di fare un’ora di ginnastica e di nuoto tutte le mattine.
Poi la politica, nella quale è tornato in prima fila col piglio di chi non intende delegare ad alcuno.
Ridimensiona il ruolo di Parisi, pur aprendo a una sua collaborazione, se vorrà . Quanto a Salvini, che si è già lanciato nella corsa alla leadership, il messaggio è chiaro: “In una coalizione i toni accesi non servono e i personalismi sono deleteri. Nessuno, neanche Stefano Parisi, può pensare di avere una guida se gli altri membri non lo accettano. Ha sempre detto di non considerarsi di Forza Italia, ma mi auguro che vada avanti in questo suo lavoro. Può darci una mano in questa ricerca di persone nuove. Dobbiamo rinnovarci senza rottamarci”.
Nega di aver avuto un ruolo nella partita della sfiducia al sindaco leghista di Padova e chiede al Carroccio di restare in coalizione con Forza Italia, ma niente populismi, quelli lasciateli ai Cinque stelle.
Eredi intorno a sè Berlusconi non ne vede, ammette di averli cercati e per qualche momento trovati, ma sono andati via, con chiaro riferimento ad Angelino Alfano. Oggi “l’unico leader” che vede in circolazione è Matteo Renzi, che aveva tutto il diritto – ammette – di spedire la lettera agli italiani all’estero.
La sua riforma costituzionale però non la voterà , anzi, “è pericolosa per la democrazia e apre a derive autoritarie”, attacca.
E dopo? “Non sarà il caos, come sostiene il premier: vedremo se Renzi darà le dimissioni, comunque tutto sarà nelle mani del capo dello Stato. Con senso di responsabilità noi decideremo di consequenza”.
Senso di responsabilità dunque, continua a ripetere Berlusconi. “Se vince il no si potrà avere un governo che faccia la legge elettorale e ci porti al voto. Oppure un esecutivo che faccia una riforma costituzionale con quelle cose che in questa non ci sono”.
Una chiara presa di distanza da Salvini e Meloni che invocano scioglimento immediato delle Camere e urne.
Forza Italia non farà le barricate, insomma, perchè la legislatura si chiuda prima della scadenza naturale del 2018.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Novembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
LE LEGGI VIGENTI NON RICHIEDONO QUESTO REQUISITO, LA MULTA DI 450 EURO DATELA A CHI IMBRATTA LE STRADE
Per vendere un panino, l’acqua minerale o una busta di patatine, il commerciante e l’ambulante straniero devono parlare l’italiano, con tanto di attestato a comprovarlo.
Succede a Mondovì (in provincia di Cuneo), dove il Regolamento di Polizia urbana fissa questa condizione per l’esercizio delle attività commerciali.
Ma ora l’Antitrus boccia giustamente la norma, che bolla come anti-concorrenziale.
Sotto accusa è l’articolo 66 ter del Regolamento che chiede allo straniero di avere in mano un titolo di studio preso in Italia oppure un’altra certificazione rilasciata “da enti che il ministero riconosce”.
Validi anche gli attestati dei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Ctp). A parlare italiano – dice ancora il Regolamento – deve essere il titolare dell’attività commerciale oppure un suo socio, oppure ancora un dipendente.
Chi ignora questa disposizione va incontro ad una multa, da un minimo di 75 a un massimo di 450 euro.
Il Garante della Concorrenza, l’Antitrust, passa in rassegna le leggi nazionali in materia, in particolare il decreto legislativo 59 del 2010. Questo decreto richiede al commerciante oppure all’ambulante almeno uno di questi requisiti:
– la frequenza di un corso professionale per il commercio riconosciuto dalle Regioni
– due anni di esperienza nel commercio;
– un diploma, anche di scuola professionale, una laurea anche triennale con materie di studio che attengono al commercio e all’alimentazione.
L’italiano parlato non c’è.
Sempre il Garante della Concorrenza cita una sentenza della Corte Costituzionale (la 98 del 2013) che ha approvato una legge regionale della Lombardia (la numero 3 del 2012).
Anche questa legge regionale impone allo straniero l’italian speaking. Ma la Corte precisa che questa conoscenza non può essere un “imprescindibile requisito per avviare l’attività commerciale”.
Alla fine della sua analisi, dunque, il Garante contesta la norma di Mondovì perchè presenta “profili di criticità concorrenziale”. Introduce “ingiustificati ostacoli al libero esercizio dell’attività commerciale, non proporzionati alla tutela degli interessi generali”.
Per questo ora la Polizia urbana della cittadina piemontese avrà tempo 45 giorni per correggere questa regola.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI CENTRODESTRA VUOLE SCAVARE CON I SOLDI PUBBLICI ALLA RICERCA DI UN TESORO INESISTENTE MENTRE IL CENTRO STORICO NECESSITA DI INTERVENTI
Niente caccia al tesoro finanziata con soldi pubblici. Il ministero dei Beni culturali è stato chiaro. 
Il tesoro di Alarico è una leggenda e la soprintendenza di Cosenza non deve spendere uomini e mezzi per dare la caccia ai fantasmi.
Una delusione per il sindaco Mario Occhiuto, che al fantomatico bottino di ori e argenti sepolto forse insieme al re dei Goti nel 408-410 a.c, nei pressi dei fiumi Crati e Busento, ha sempre creduto.
Ma soprattutto ha sempre sperato di riuscire a trovarlo, per trasformarlo in un brand che desse lustro alla città .
Un sogno, divenuto progetto amministrativo, che lo tiene impegnato da tempo e in cui ha coinvolto anche il soprintendente dei beni culturali di Cosenza, Mario Pagano, che – entusiasta – qualche mese fa ha firmato una convenzione che coinvolge il suo ente in una nuova campagna di scavi.
Peccato che per storici e storiografi il tesoro sia poco più di una leggenda e non esista traccia attendibile della sepoltura del re dei Goti in Calabria.
L’unico a parlarne – ricordano – è Jordanes, che a 150 anni dalla morte di Alarico riprende quanto scritto al riguardo da Cassiodoro.
Un po’ poco – sostiene la comunità scientifica – per dare il via a una fantasiosa campagna di scavi, mentre il centro storico langue in attesa di interventi.
Dello stesso parere sembra essere il direttore generale del ministero dei Beni culturali, Caterina Bon Valsassina.
Con una lettera durissima, la dg ha intimato l’immediato stop a qualsiasi forma di collaborazione, invitando il soprintendente Pagano a dedicarsi a ben altre attività , come una relazione sulla “situazione dei beni architettonici, storico- artistici e paesaggistici del territorio di competenza”.
Una bocciatura senza appello, che al sindaco non è andata giù. Lui al tesoro crede davvero e lo vuole trovare.
Al progetto, lavora quanto meno dal 2012, quando in accordo con il consorzio Cultura e innovazione, presieduto dall’ex ministro dei trasporti Alessandro Bianchi, ipotizzava di allestire sezioni dedicate ad Alarico e al suo tesoro all’interno del Museo dei Bretti. Senza reperti però, perchè mai ne sono stati trovati.
Negli anni a seguire, per volontà del sindaco sono arrivate iniziative, dibattiti, monete di cioccolata sul fantomatico tesoro, un’imbarazzante brochure dell’amministrazione che ricorda la passione che per Alarico aveva il capo e ideologo delle SS Heinrich Himmler, il progetto di un museo da 7 milioni di euro e infine una prima campagna di scavi: iniziata e finita nel giro di due giorni perchè le ricerche sono partite senza nessuna autorizzazione.
Semplici intoppi per Occhiuto, che ha dovuto aspettare un anno ancora.
Al sovrintendente Pagano invece l’idea della caccia al tesoro è piaciuta, tanto da firmare una convenzione che non solo autorizza scavi e ricerche, ma assicura persino uomini, mezzi e collaborazione.
O almeno si riprometteva di farlo prima che dal ministero arrivasse questo secco stop. Ma neanche questo ha fatto rassegnare il sindaco. Per lui è tutto un complotto. Per questo si è rivolto a Franceschini.
È convinto – si legge in una nota ufficiale – che “si stia tentando di inquinare in modo surrettizio una progettualità tanto ambiziosa, sulla base di interesse politico di infimo livello, nonchè sulla base di ottusità divulgate da una minoritaria parte di un mondo accademico”.
Dal ministro, Occhiuto vuole un via libera alla sua “caccia al tesoro”, del resto – ricorda – già sdoganata dal sottosegretario ai Beni culturali Dorina Bianchi.
Contagiata dalla passione per Alarico, Bianchi ha pubblicamente auspicato che “la ricerca della tomba del re dei Goti di Alarico diventi un progetto sperimentale e innovativo per l’analisi capillare del territorio “.
La medesima ricerca che negli stessi giorni il suo ministero bocciava.
A Franceschini l’ardua sentenza.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
“SCIMMIA CON I TACCHI” NON PIACE NEANCHE AI SUOI ELETTORI PUR ESSENDO REPUBBLICANI: “POST ORRIBILE, L’INTOLLERANZA RAZZIALE NON FA PARTE DI QUESTA COMUNITA'”
Si è dimessa la sindaca della cittadina di Clay in West Virginia, Beverly Whaling, dopo la bufera scatenata da un post su Facebook offensivo nei confronti di Michelle Obama.
“Una scimmia con i tacchi”, aveva scritto la direttrice di una non profit locale che si occupa di assistenza agli anziani, assecondata poi dalla sindaca della cittadina dove non esistono residenti afro-americani e dove la maggior parte degli elettori ha votato per Donald Trump.
Il commento era riferito al prossimo passaggio di consegne tra Michelle Obama e Melania Trump come first lady.
“Ci sarà una ventata di aria fresca – aveva scritto Pamela Ramsey Taylor – ora che una first lady di classe, bella e dignitosa tornerà alla Casa Bianca. Sono stanca di vedere una scimmia con i tacchi”.
“Hai reso grande la mia giornata”, aveva replicato al post la sindaca Whaling, che adesso verrà sostituita.
Un componente del consiglio comunale, Jason Hubbard, ha diffuso un breve commento di condanna definendo il post “orribile” e sottolineando che “l’intolleranza razziale non fa parte di questa comunita’”; si è scusato a nome della città con chiunque si fosse sentito offeso, compresa naturalmente Michelle Obema.
(da agenzie)
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