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UN MOVENTE ECONOMICO DIETRO LE CANDIDATURE FANTASMA DI “NAPOLI VALE”?

Febbraio 20th, 2017 Riccardo Fucile

NOVE CITTADINI SI SONO RITROVATI NELLA LISTA DI APPOGGIO DELLA CANDIDATA PD VALENTE A LORO INSAPUTA… LA PISTA DEI 26.000 EURO DI RIMBORSI ALLA LISTA

Qualcuno ha già  soprannominato “listopoli” l’inchiesta sulle liste del Partito Democratico a sostegno della candidatura a sindaco di Napoli della deputata Dem Valeria Valente candidata renziana fortemente voluta dall’allora segretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti.
La vicenda è quella delle persone inserite a loro insaputa nelle liste collegate alla Valente.
Tra di loro risulta esserci anche Federica D.S., 23 anni, affetta da sindrome di down che fu collocata in lista al sedicesimo posto nella civica Napoli Vale. Ed è proprio la lista civica ad essere finita nel mirino dei magistrati della Procura di Napoli che hanno individuato la presenza di altri otto candidati messi in lista senza saperlo.
Gli inquirenti, coordinati dal pubblico ministero Stefania Buda, hanno individuato nove nominativi, tra questi, oltre a Federica, anche l’avvocatessa Donatella Biondi che ha scoperto di essere stata candidata per la Valente quando la Corte d’Appello — come è prassi per i candidati — le ha chiesto di presentare il rendiconto delle spese sostenute durante la campagna elettorale per le amministrative del maggio 2016.
La Biondi ha raccontato che, dopo aver contattato la segreteria del Partito Democratico per chiedere spiegazioni su come il suo nome fosse finito nella lista dei candidati, ha avuto un incontro con una persona (che pare fosse Gennaro Mola, compagno della Valente) che le ha chiesto di firmare un modulo nel quale dichiarava di non aver sostenuto spese durante la campagna elettorale.
Si trattava presumibilmente dell’autocertificazione che i candidati sono tenuti a presentare dopo la conclusione del procedimento elettorale ma che l’avvocatessa ha rifiutato di firmare.
Tutte le vittime del raggiro hanno affermato di non aver mai avuto l’intenzione di candidarsi a sostegno della Valente e di non aver mai sottoscritto alcuna candidatura, pertanto le firme dei candidati e quelle nove candidature raccolte dai collaboratori della Valente sarebbero false.
La Valente — che non è indagata — non è stata fino ad ora in grado di spiegare come mai i nomi di quelle persone siano finite all’interno di una lista che sosteneva la sua candidatura a sindaca di Napoli e non ha escluso nemmeno l’ipotesi di un complotto ai suoi danni: «Non essendo in grado di ricostruire come sono andate le cose, non posso escludere assolutamente niente, non mi piace pensare ai complotti e mi viene difficile, ma nelle condizioni in cui sono non escludo niente. Sarebbe l’ipotesi più triste, che mi amareggerebbe ancora di più   ma non posso escludere niente, alcuna ipotesi, un complotto, un pasticcio dell’ultim’ora o disattenzione».
Per la verità  le ipotesi di un pasticcio o di una disattenzione sembrano poco probabili perchè ai nove nomi corrispondeva anche la corretta data di nascita, se di disattenzione si fosse trattato quantomeno non ci dovrebbe essere corrispondenza tra da nome e data di nascita, cosa che invece c’è. Riguardo al complotto per danneggiare la Valente — che non ha vinto le elezioni — non se ne capisce il motivo.
Sembra invece che la presenza di quelle nove candidature “fantasma” fosse strumentale a colmare i vuoti nella lista Napoli Vale e a rendere possibile la presentazione della lista che altrimenti avrebbe avuto il problema di non avere abbastanza candidature e Mola avrebbe ammesso che «Dopo il numero venti i nomi erano riempitivi» come spesso accade nelle liste elettorali dove è necessario raggiungere un numero minimo di candidati per la presentazione, peccato però che Federica D. S. era candidata al sedicesimo posto nella lista.
Circostanza che sembra essere confermata da un articolo del Mattino di Napoli di dieci giorni dove veniva rivelato che i candidati “sicuri” della lista Napoli Vale erano “al massimo 14” (ben al di sotto della soglia minima per la presentazione) mentre “i restanti aspiranti consiglieri non si sa chi li abbia proposti, indicati ed infine inseriti tra i 40 candidati ufficiali“.
Che il comitato elettorale della Valente abbia commesso qualche errore sembra essere fuori discussione anche perchè la validazione dei nominativi sarebbe avvenuta in un’unica giornata, il 6 maggio 2016, alla vigilia della scadenza del termine per la presentazione delle liste.
Da quale banca dati i collaboratori della Valente hanno attinto i dati necessari a falsificare quelle nove candidature, e soprattutto perchè?
Il dubbio — visto e considerato che fin’ora le persone ascoltate dai magistrati non sono riuscite a chiarire la natura dell’errore — è che dietro la lista gonfiata si celi un movente di tipo economico.
Il Mattino di Napoli, che a gennaio aveva dato la notizia della candidatura a sua insaputa di Federica fa rende noto che stando ai conti presentati dallo staff della Valente la lista Napoli Vale ha sostenuto spese elettorali pari a circa 26mila euro.
Il conto avrebbe dovuto essere pagato dal Partito Democratico che forse quindi potrebbe risultare parte lesa di quella che sembra essere una truffa ai danni del partito nella quale le nove persone candidate a loro insaputa sono le vittime.
E proprio a riguardo dei costi e delle spese sostenute domani la Procura di Napoli ascolterà  la testimonianza di Gennaro Mola.
La Procura — che sembra puntare proprio in direzione del movente di tipo economico — ha anche convocato Mario Casillo (capogruppo Pd in Regione) e due parlamentari del PD campano: Marco Di Lello — che aveva fornito sei nominativi da inserire in lista le cui firme furono autenticate regolarmente — e Leonardo Impegno al quale era stato chiesto di indicare altri nomi da candidare.
Per il momento l’unica persona iscritta nel registro degli indagati per violazione della legge elettorale è il consigliere comunale Pd Salvatore Madonna che secondo gli inquirenti avrebbe indicato i nove nominativi “fantasma” da inserire nella lista Napoli Vale.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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PIGNORATI 10 MILIONI DI EURO A ROMA METROPOLITANE, AZIENDA SULL’ORLO DEL BARATRO

Febbraio 20th, 2017 Riccardo Fucile

A RISCHIO METRO C E CONTI DEL COMUNE… LA SALINI-IMPREGILO HA OTTENUTO DAL GIUDICE IL BLOCCO DEI CONTI… L’AMMMINISTRATORE NOMINATO DALLA RAGGI ATTACCA LA GIUNTA GRILLINA

Un pignoramento da 10 milioni di euro rischia di far fallire la società  del Comune di Roma che realizza le opere di trasporto pubblico (metro, tram, filobus, funivie, ecc). Conti correnti bloccati, azienda sull’orlo del baratro e l’amministratore unico — nominato appena 2 mesi fa da Virginia Raggi — che attacca la giunta grillina e minaccia le dimissioni.
Roma Metropolitane è una polveriera e, se non accadrà  qualcosa nei prossimi giorni, rischierà  seriamente di essere al centro del prossimo ciclone di questa tempesta infinita che sta mettendo a dura prova l’amministrazione pentastellata.
Anche perchè in gioco c’e’, ancora una volta, la grande opera per eccellenza della Capitale: la metro C.
I CONTI IN ROSSO
Partiamo dalla fine. Giovedì scorso la Salini-Impregilo, nota società  di costruttori romani, ha ottenuto dal giudice il pignoramento dei conti della municipalizzata, in virtù di un credito vantato di “appena” 10 milioni di euro, relativo alla costruzione (ultimata nel 2015) della linea B1 del metrò.
Nonostante Roma Metropolitane abbia contenziosi aperti per quasi 1 miliardo di euro con varie aziende del settore, la visita pomeridiana dell’ufficiale giudiziario è bastata a bloccare definitivamente i flussi di cassa, già  da tempo sono pressochè nulli.
Da dove nascono le difficoltà ?
L’azienda, da tempo in perdita costante, non ha mai approvato il bilancio 2015 e, seguendo l’indirizzo di una mozione presentata dalla maggioranza M5S e approvata a novembre in Assemblea Capitolina, non ha proceduto alla ricapitalizzazione da 11 milioni di euro fondamentale per mantenerla in vita.
Tuttavia, a causa delle forti diversità  di vedute fra l’assessore ai Trasporti, Linda Meleo, e quello alle Partecipate, Massimo Colomban, la sindaca Raggi ha comunque deciso di nominare un nuovo amministratore unico, Pasquale Cialdini, in attesa di varare un piano complessivo di riordino delle società  capitoline, che però tarda ad arrivare.
TENSIONE AI VERTICI —
La tensione si taglia a fette. E’ probabile che questo mese i circa 200 dipendenti fra ingegneri e impiegati non prenderanno lo stipendio, motivo per il quale da giorni sono in assemblea permanente.
Durante un incontro con i sindacati, l’amministratore Cialdini — già  dirigente del Mit — ha avuto parole durissime nei confronti della giunta, minacciando di dare dimissioni e di portare i libri contabili in tribunale se entro la fine di febbraio non arriveranno direttive sul futuro della società .
I lavoratori venerdì pomeriggio hanno occupato simbolicamente il cantiere della metro C a San Giovanni, ma finora nessuno della maggioranza M5S si è espresso sul tema.
RISCHIO EFFETTO DOMINO
Ma cosa accadrebbe con il (possibile) fallimento di Roma Metropolitane? Il rischio è una specie di effetto domino che andrebbe a pesare direttamente sulle casse del Campidoglio, con ripercussioni economiche ben superiori all’effettivo valore della municipalizzata stessa.
Come detto, Roma Metropolitane funziona da “stazione appaltante” per le grandi opere; questo significa che la società  si accolla per conto del Comune tutti i rapporti finanziari con le aziende private che svolgono materialmente i lavori legati ai trasporti della Capitale.
Solo con il consorzio di imprese che sta costruendo la metro C — Vianini Caltagirone, Ansaldo Sts, Astaldi, Ccc e Cmb — la municipalizzata oggi diretta da Cialdini ha un debito certificato di quasi 200 milioni e un contenzioso aperto in tribunale civile per almeno altri 300 milioni.
L’ex amministratore unico, Paolo Omodeo Salè, stimava in 1 miliardo di euro l’importo totale di questi contenziosi, che in caso di fallimento andrebbero a pesare tutti sul Campidoglio, mandandone in tilt i flussi di cassa.
GLI EFFETTI SULLA LINEA C
Come noto, la metro C di Roma ad oggi è in funzione in un tratto ancora piuttosto decentrato, ovvero dall’estrema periferia est di Pantano fino a piazza Lodi (appena dentro le mura Aureliane).
Dopo molti tentennamenti, pare che Virginia Raggi e i suoi si siano convinti di portare avanti l’opera lungo il tracciato previsto, nonostante gli sprechi (extracosti per quasi 1 miliardo), i ritardi (ben 6 anni sulla tabella di marcia) e le inchieste aperte da Procura di Roma e Corte dei Conti.
In questo momento, il Campidoglio punta tutto sull’apertura della stazione di San Giovanni, ipotizzata per fine 2017, che permetterebbe alla linea C di incrociare la linea A. Un risultato che potrebbe essere messo in dubbio proprio dall’eventuale fallimento di Roma Metropolitane, punto di riferimento per il contraente generale e parafulmine economico per il Comune.

Vincenzo Bisbiglia
(da “il Fatto Quotidiano“)

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STADIO ROMA, SCENDE IN CAMPO GRILLO PER IL CALCIO D’INIZIO, CASALEGGIO TIRA LE FILE DALLA TRIBUNA

Febbraio 20th, 2017 Riccardo Fucile

OBIETTIVO “RICOMPATTARE” LA SQUADRA… FRANCESCHINI IRRITATO CON LA SOPRINTENDENZA … E SI ACCENDE IL DERBY: “IL FRATELLO DELLA EICHBERG E’ UN DIRIGENTE DELLA LAZIO”

Beppe Grillo oggi è a Roma per l’incontro con la sindaca che potrebbe tenersi in Campidoglio nel tardo pomeriggio o al massimo nella mattinata di domani.
Il garante del Movimento arriva nella capitale e apre l’ennesima settimana di passione per la giunta pentastellata alle prese con il nodo dello stadio della Roma
L’avvio dell’iter per il vincolo sull’Ippodromo di Tor di Valle voluto dalla Soprintendenza all’Archeologia cambia la cornice della vicenda e, forse, anche la posizione di Grillo, convinto nelle scorse settimane del via libera a un progetto che, così com’è, continua a dividere la base del M5S.
Grillo è arrivato ieri sera nella Capitale. Assieme al leader M5S, a Roma anche Davide Casaleggio, che in mattinata arriverà  in Senato per concludere gli incontri tematici che sta portando avanti con gli eletti 5 Stelle sul programma elettorale. Grillo, salvo cambi di programma, stamani dovrebbe invece restare al lavoro all’hotel Forum, l’albergo a due passi dai Fori Imperiali dove è solito soggiornare.
Domani, i rappresentanti del tavolo urbanistica romano (che raggruppa numerosi attivisti pentastellati) porteranno alla sindaca una bozza di delibera per annullare quella precedentemente approvata dalla maggioranza di Ignazio Marino nel 2014.
Un modo per stoppare definitivamente qualsiasi possibilità  di costruzione dell’arena a Tor di Valle.
Nel frattempo, però, il probabile faccia a faccia di oggi tra Raggi e Grillo dovrebbe definire meglio la posizione della giunta capitolina sul progetto. “Sul vincolo il Comune non ha voce in capitolo”, sottolinea una fonte in Campidoglio.
Certo è che l’atto della Soprintendenza (che ha indispettito anche il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini) è stato accolto positivamente dalla maggioranza a 5 Stelle che sul via libera rischiava di spaccarsi.
“La questione del vincolo dipende dal ministero – spiega il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio – io la penso come il sindaco: tutto si deve fare nel rispetto della legalità “. E che la palla sia in mano al Mibact lo conferma anche un decreto ministeriale di Franceschini in via di pubblicazione che prevede l’unificazione della soprintendenza a direzione di Margherita Eichberg (quella all’Archeologia che ha avviato l’iter di vincolo) con quella per l’area centrale di Roma attualmente guidata da Francesco Prosperetti che, a questo punto, potrebbe ritrovarsi a ereditare il procedimento avviato per vincolare l’Ippodromo di Tor di Valle.
Nel frattempo, oggi dovrebbe partire anche il ricorso al Tar della Roma contro il vincolo. Ieri la società  ha parlato attraverso il suo dg, Mauro Baldissoni: “È difficile restare in silenzio perchè sono state dette una quantità  industriale di sciocchezze da persone che non hanno mai visto il progetto. Continueremo, comunque a portarlo avanti: sono già  stati investiti più di 60 milioni di euro”.
Intanto sul web si è scatenata una polemica tra tifosi contro il fratello della soprintendente. Federico Eichberg è infatti vicepresidente della Società  Sportiva Lazio. Al di là  delle beghe “da derby”, però, resta la confusione su un progetto che il 3 marzo torna in Conferenza dei servizi.
Per quella data, la giunta di Roma dovrebbe avere anche un nuovo assessore all’urbanistica: dopo le dimissioni di Paolo Berdini, la sindaca è ancora alle prese con la selezione dei curricula.
L’annuncio, fanno sapere dal Comune, è atteso nei prossimi giorni.

(da “La Repubblica”)

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“AL CARA DI MINEO SOVRAFFOLLAMENTO, CAPORALATO E NIENTE POCKET MONEY”

Febbraio 20th, 2017 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DELLE ASSOCIAZIONI: “RICHIEDENTI ASILO SEQUESTRATI DA DUE ANNI ALL’INTERNO DEL CARA”

“Migranti richiedenti asilo politico sequestrati per anni all’interno del Cara di Mineo”. La denuncia è di Alfonso Di Stefano, responsabile della Rete Antirazzista che dal 2011 si occupa dei migranti ospitati nella struttura al centro dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Catania che nei giorni scorsi ha chiesto il rinvio a giudizio, tra gli altri, del sottosegretario Giuseppe Castiglione e del sindaco di Mineo Anna Aloisi.
“Conosciamo migranti che sono da oltre due anni qui dentro — aggiunge Di Stefano -. Dentro le villette del Cara c’è sovraffollamento con situazioni disumane: 4 o 5 migranti per camera con un unico bagno. Ci sono 3600 migranti, quasi il doppio del 2013. Siamo molto allarmati della notizia che vorrebbero costruire un hotspot. Al posto del pocket money gli danno le sigarette”.
La Rete Antirazzista segnala da tempo, inoltre, il fenomeno del caporalato che vede i migranti lavorare nei campi attorno a Mineo per 10-15 euro al giorno: “I caporali vengono qui a prenderseli”.
La Procura, intanto, ha fatto luce sulle irregolarità  dell’appalto per la gestione del Cara.
“Sin dall’inizio — ricorda Di Stefano — abbiamo detto che questa situazione si sarebbe trasformata in un laboratorio di nuove politiche segregazioniste anche per i richiedenti asilo. Il sindaco è stata eletta grazie al consenso elettorale che si è procurata in seguito al proliferare dei circoli del Nuovo Centrodestra. Lo stesso partito del sottosegretario Castiglione”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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MONZA, FALSE ASSUNZIONI PER OTTENERE PERMESSI DI SOGGIORNO: COME I PADANI SPECULAVANO SUGLI IMMIGRATI

Febbraio 20th, 2017 Riccardo Fucile

COMMERCIALISTI E SOCIETA’ FITTIZIE, 11 ARRESTI, 171 INDAGATI

Sono 171 le persone indagate e undici i destinatari di misure cautelari nell’ambito di un’inchiesta della procura di Monza su una associazione che, secondo le accuse, avrebbe favorito l’immigrazione clandestina e la permanenza illegale in Italia attraverso la creazione di documentazione falsa da presentare per la richiesta del permesso di soggiorno.
Nella rete degli investigatori del commissariato di Monza sono finiti un commercialista brianzolo, titolari di ditte fittizie nelle quali assumere i cittadini stranieri e i procacciatori di clienti.
Le indagini hanno portato a scoprire la documentazione di oltre 30 ditte false che hanno assunto più di 1.500 dipendenti.
Dal 2012 a oggi il volume d’affari dell’associazione per delinquere è oscillato tra i 2 e i 3 milioni di euro.

(da agenzie)

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LUCARELLI, LA FAKE STORY DEL “COMUNISTA” CHE VOLEVA FARE L’IMPRENDITORE

Febbraio 19th, 2017 Riccardo Fucile

ORA SI ERGE A DIFENSORE DEGLI STIPENDI DEI CALCIATORI DEL MESSINA, MA A LIVORNO LICENZIO’ I GIORNALISTI, FREGANDOSENE DI PAGARE LORO GLI ARRETRATI

Quando Cristiano Lucarelli decise di chiudere il giornale dove lavoravo, il Corriere di Livorno, non sprecò il suo tempo per presentarsi in redazione a dircelo.
Mandò una specie di commercialista che gli faceva da specie di braccio destro e credeva di essere un manager ma era solo una specie di galoppino.
Molti di noi dovevano avere stipendi arretrati, in qualche caso fino a 6 o 7. Insieme agli arretrati, sparì anche Lucarelli, come Houdini, anzi era già  sparito da un pezzo. Non si presentò a un solo incontro di quelli richiesti dai sindacati e dalla politica della mia città , sia pure riluttante perchè sempre così attenta a non rovinare troppo i legami vecchi e nuovi.
Così Lucarelli se ne fregò degli arretrati che ora invece pretende per i calciatori che allena a Messina, con poco successo come sempre gli è accaduto finora.
Perchè vi racconto questa storia? Perchè ve la racconto in prima persona, poi, con uno strappo alla regola di buona creanza che prova a rispettare chi fa il cronista?
Perchè quella di Lucarelli è la perfetta fake news e io mi ci sono ritrovato dentro. Anzi, è una perfetta fake news seriale, perchè i giornali continuano a raccontarla sempre allo stesso modo, nonostante sia il modo sbagliato. Cioè dimenticando, rimuovendo pezzi. Per indolenza o per non rovinare la storia “perfetta”.
A volte forse lo ha fatto anche questo giornale e forse l’ho fatto io stesso.
Su Lucarelli, invece, l’ha fatto Repubblica, riproponendo la retorica ormai logora del calciatore “comunista mai pentito”, “pecora nera del calcio”, “senza peli sulla lingua”, “mai banale”, “mai cambiato” che manifesta a Messina per i suoi calciatori che non riscuotono.
Una storia costruita con il libro che celebrò il suo rifiuto al Torino per restare a Livorno, rinunciando a un miliardo di lire. Tenetevi il miliardo, si intitolò il libro.
Storia bellissima, se fosse credibile: il “comunista mai pentito” l’ha già  vissuta quella storia di Messina, ma a parti invertite.
Lui era il padrone del giornale che quando la casa ha cominciato a bruciare si è messo al riparo.
Padrone, sì, anche se — come ricorda sempre — a un certo punto ha smesso di avere cariche. Ha continuato a tenere lì chi gestiva (male) l’azienda, ha nominato tre direttori, ha più volte minacciato di “tirare giù la saracinesca”, com’era solito dire mimandola con lo stesso pugno chiuso che gli ha dato la celebrità .
E infine è lui che ha deciso la chiusura del giornale. Il pronome “lui” va inteso per estensione, nel senso che lì dentro sono compresi i suoi reggicoda, quelli a cui ha delegato i vari rami delle sue aziende.
Fu a suo nome che in redazione si presentò lo spicciafaccende usato anche per i suoi affari in porto che — intorno alle 20, mentre stavamo per chiudere l’edizione del giorno dopo — ci comunicava la messa in stato di liquidazione (nel senso che l’avevano già  decisa) pur non ricoprendo alcun incarico nell’azienda.
Lucarelli chissà  quante volte ce lo aveva detto: “La situazione è questa. Chi non ci vuole stare è libero di andarsene”, concedendoci la possibilità  di licenziarci da un posto in cui non ci pagavano. “Se non vi va bene, veniteci voi”, sbottò una volta. “Dimezziamo gli stipendi”, improvvisò un’altra volta.
“Ho chiesto se potevamo mettervi in cassa integrazione, ma mi hanno detto che non si può”, si lamentò in un’altra occasione. E poi ci riprovò dicendo che ci avrebbe “autorizzato” ad usare la testata di cui era proprietario, invece di provare a venderla a chi l’editore gli riusciva farlo.
I sindacati gli spedirono una raccomandata con ricevuta di ritorno in cui lo lo invitavano a un tavolo per un confronto sugli stipendi arretrati e sull’eventuale futuro della testata. L’invito non ha mai avuto una risposta.
Un paio di volte (o tre, o cinque, o dieci volte, fa differenza?) c’ha provato: il giornale è di una cooperativa, diceva, gestitevelo da soli. Ma appariva strano sentirselo dire dopo. Dopo: quando i bilanci piangevano rosso, le copie scemavano, l’incompetenza di chi aveva deciso di fare impresa aveva lasciato già  il suo solco indelebile.
Tra i soci della cooperativa (finti) c’ero anch’io e non partecipai a nessuna riunione per decidere la chiusura del giornale, mentre negli anni precedenti diversi bilanci furono approvati con la mia firma senza che fossi presente a riunioni che si sono rivelate fantasma.
Per questo motivo uno dei collaboratori di Lucarelli, presidente della cooperativa, ha patteggiato 6 mesi per falso in scrittura privata in tribunale.
Lucarelli fu così indignato da questo comportamento che, dopo che il giornale è chiuso, gli ha trovato un posto di lavoro nell’impresa portuale che ora è male in arnese e con i lavoratori in cassa integrazione.
Nei giorni in cui si celebra Roberto Baggio, è giusto rimettere i personaggi nelle loro categorie, nel calcio e nella vita.
Non è vero che si è tutti uguali. Ci sono i fuoriclasse che restano tali fuori dal campo e poi ci sono quelli che danno le pedate al pallone ma sarebbe bene finirla lì.
Probabilmente il mio vecchio datore di lavoro che mostrò la maglietta del Che darà  ancora la colpa al giorno in cui gli scioperai contro.
Era il dicembre del 2008 e il giornale aveva poco più di un anno: aveva licenziato il primo direttore e l’assemblea di redazione votò all’unanimità  l’agitazione. Lucarelli l’imprenditore fece richiamare una serie di colleghi per far uscire il Corriere. “Scioperate contro i vostri posti di lavoro” ci fu detto. Può darsi.
Ma quel direttore licenziato si chiamava Emiliano Liuzzi e aveva tanti, tantissimi difetti, tanto che avevo spesso la tentazione di “odiarlo”, come mi ritrovai a dire quando ci lasciò per sempre in quel suo modo casinista.
In quei giorni e poi ancora in quelli a venire, tuttavia, non ho mai avuto dubbi su quale parte fosse quella delle persone perbene.

Diego Pretini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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A UN EMILIANO DAL TRAGUARDO

Febbraio 19th, 2017 Riccardo Fucile

RENZI TIRA UN RESPIRO DI SOLLIEVO: MINORANZA SPACCATA, SCISSIONE ARGINATA, PRIMARIE POSSIBILI IL 14 MAGGIO

Un primo momento clou della giornata arriva quando su Raitre Pierluigi Bersani dice di voler attendere la “replica di Renzi” prima di decidere sulla scissione.
In quel momento Matteo Renzi condivide con i suoi la certezza che non avrebbe replicato. “La linea non cambia, quel che avevo da dire l’ho detto in apertura”. Dimissioni da segretario e congresso subito.
Ma tutta l’assemblea del Pd ruota intorno a Michele Emiliano, il governatore pugliese che ieri si è fatto fotografare con gli altri due candidati alla segreteria, gli scissionisti Roberto Speranza ed Enrico Rossi, e oggi invece: “Che fa? Si scinde? Va o resta?”, si chiedono tutti al Parco dei Principi, hotel a due passi dallo zoo di Villa Borghese a Roma.
Per Emiliano le primarie potrebbero slittare di una settimana: dal termine ultimo del 7 maggio al 14 maggio. Non di più, ma abbastanza per tenerlo dentro, confidano i renziani.
Renzi gongola per il risultato raggiunto. Per lo meno, il fronte scissionista si è spaccato.
Anche se a sera Emiliano firma una nuova nota minacciosa con Rossi e Speranza. Al quartier generale renziano la considerano un altro segnale di sbandamento.
Quella di oggi doveva essere l’assemblea della scissione. E’ stata invece l’assemblea che l’ha rimandata, ridimensionata o definitivamente archiviata.
L’ultima parola la dirà  la direzione di dopodomani. E’ il termine ultimo per gli scissionisti: dentro o fuori, giacchè la direzione, convocata al Nazareno alle 15, dovrà  comporre la commissione congressuale che deciderà  le regole con la partecipazione di tutte le aree del Pd. Dentro o fuori.
Eppure al mattino i presagi erano terribili. “Attenzione, sono arrivati per rompere oggi stesso…”.
Dario Franceschini, gran mediatore anti-scissione in questi giorni, arriva con questo avvertimento per il segretario. Davanti all’Hotel Parco dei Principi di Roma si affollano gli oltre 700 delegati, mai così tanti, ressa agli ingressi tra piddini e giornalisti, cameramen e fotografi, Enrico Lucci delle ‘Iene’ vestito da Stalin, divisa sovietica e baffetti: un vero Carnevale della politica.
L’aspettativa era da fine del ‘mondo Pd’. Il partito si presenta all’appuntamento del 19 febbraio così acciaccato che quando il presidente Orfini in apertura di seduta conferma le “dimissioni del segretario” e invita a raccogliere “117 firme se qualcuno vuole candidarsi a segretario”, tutti scoppiano a ridere.
Quasi a volersi liberare dei fantasmi. Il premier Paolo Gentiloni è muto accanto a Renzi, apre bocca solo per cantare l’inno nazionale. Sulle scale tra la sala dell’assemblea e la sala stampa, il vicesegretario Lorenzo Guerini chiede lumi a Rossi: “Parlate?”. “No, siamo qui per ascoltare…”, è la risposta.
Nessuno ci capisce più niente. Però la scaletta è organizzata in maniera tale da scongiurare la rottura.
“La scissione conosce ragioni che il cuore non conosce”. All’inizio sembra che Renzi scarti baci Perugina e ne legga le massime. Un minuto di applausi per lui in aperture. “Fermiamoci!”, chiede, fermo sul suo punto irrinunciabile: il congresso da svolgersi prima che entri nel vivo la campagna per le amministrative di giugno.
E’ furioso con la minoranza, con Bersani, presente in sala: “Peggio della parola ‘scissione’ c’è la parola ‘ricatto’, non è accettabile che si blocchi il partito sulla base di un ricatto della minoranza”. Gli ultrà  renziani scoppiano in applausi. Franceschini resta a mani incrociate, sguardo teso.
“Io non accetto che qualcuno pensi di avere il copyright della parola sinistra — continua Renzi — anche se non canto ‘Bandiera rossa’, penso che il Pd abbia un futuro che non è quello che altri immaginano…”.
Ce l’ha anche con D’Alema, il vero motore della scissione, assente al Parco dei Principi: “La sinistra non è come dire capo-tavola è dove mi siedo io…”. E per Emiliano: “Si può dire io non sono d’accordo ma poi ci si misura al congresso…”. Una spolverata di contenuti, tra recupero di Keynes e ambiente, e poi il Lingotto, “ripartire da lì a marzo: grazie Walter per essere venuto qui”.
Ancora con la minoranza: “Avete il diritto di sconfiggerci non di eliminarci”. Chiusura su Joseph Conrad di ‘Linea d’ombra’: “Accogliendo il bene e il male, le rose e le spine, si va avanti. Scusatemi se in questi due mesi abbiamo zigzagato un po’ troppo”. I pasdaran del renzismo si scatenano.
L’assemblea prosegue in accorati appelli all’unità . Si scomoda anche Veltroni che di solito non partecipa: “Era e sarà  giusto così”, precisa.
“Ma oggi è mio dovere dire quanto mi sembri sbagliato e ingiusto ciò che sta accadendo: mi appello a tutti coloro con cui abbiamo condiviso la strada affinchè la loro strada non si separi dalla nostra…”.
E via con la cronistoria delle scissioni: “Se il primo governo Prodi avesse proseguito, la storia italiana avrebbe avuto un altro corso…”. Applausi. “La sinistra quando si è divisa ha fatto male a se stessa e al paese…”.
A quel punto il grosso è fatto. Franceschini, ancora convinto sostenitore del premio di coalizione, avverte che il Pd non dialogherà  automaticamente con tutti alle politiche, scissionista avvisato… Orlando chiede la conferenza programmatica.
Cui si aggrappa anche Emiliano, “disperato”, come si definisce lui stesso in mattinata. Su di lui si consuma la grande attesa della giornata. Soprattutto dopo che Rossi e Speranza scelgono di non intervenire, affidando il loro messaggio a Epifani, che prende tempo sulla scissione.
Emiliano invece interviene. Ed è già  uno strappo.
Gli altri due si arrabbiano, ma il governatore dà  sfogo al suo dolore: “Si soffre da matti…”. E via con una serie di giri che in sostanza chiedono a Renzi un appiglio per poter restare nel Pd e accettare la sfida congressuale: “Ci mancherebbe che qualcuno ti dica di non candidarti al congresso…”. Brusio in sala. “Le agenzie di ieri le abbiamo smentite…”. Ancora brusio.
“La saggezza di chi fa politica non sta solo nel tenere il punto, ma qualche volta sta nel fare un piccolo passo indietro per farlo fare in avanti alla comunità . Io sto provando a farlo, ditemi voi quale per la comunità , senza mortificare nessuno”.
Emiliano chiede un po’ di tempo in più affinchè anche gli altri candidati possano “presentarsi al partito…”.
Potrebbe essergli concessa una settimana in più: primarie il 14 maggio. Ma intanto i renziani si sono scatenati in tweet, senza pietà  e con l’euforia incredula di chi ancora oggi si sente di poter dire: l’abbiamo quasi sfangata.

(da “Huffingtonpost“)

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NEANCHE OGGI L’ANNUNCIO, LA SCISSIONE NON VA ANCORA IN SCENA

Febbraio 19th, 2017 Riccardo Fucile

GIORNATA TRA INCERTEZZA E COLPI DI SCENA… MICHELE-ZELIG PRESSATO DAI SUOI PER ARRIVARE A MARTEDI’

La parola scissione, innominata fino ad allora, compare in una nota congiunta dei “tre tenori”, alle sette di sera, anche se scaricata su Renzi: “È ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi una responsabilità  gravissima”. Speranza, Rossi ed Emiliano sottolineano lo sforzo per un “generoso tentativo unitario” di fronte al quale Renzi ha scelto di “non replicare”.
La prossima mossa è che martedì non parteciperanno alla direzione del Pd e dunque nemmeno al congresso. O meglio, questo riguarda di certo Rossi e Speranza.
La posizione di Emiliano (come vedremo) è più articolata.
19 febbraio 2017. Tre anni dopo circa che Renzi salì al Colle con la lista dei ministri del suo governo, col sostegno di tutti.
Era il 21 febbraio del 2014. La scissione è un lungo addio tormentato, rito che si consuma di ora in ora. Presentata come subita per responsabilità  di un segretario che non vuole discutere, non come un “ce ne andiamo portando con noi l’onore delle vostre bandiere” (citazione di quella del 1921, al teatro Goldoni di Livorno).
Una scelta tattica, per tenere tutti assieme: i più determinati ma anche i più tormentati e oscillanti.
Due ore prima ecco infatti Michele Emiliano che prende la parola, con voce rotta e tono antitetico rispetto al giorno prima, sul palco di Testaccio.
“Chi ha detto — dice – che Renzi non si deve ricandidare alla segreteria?”. Matteo Renzi, dal banco della presidenza, sorride, lo indica: “L’ha detto lui” sussurra. Intervento atteso, che alimenta la suspense in sala stampa.
Perchè per tutto il giorno si rincorrono le voci su un suo smarcamento dalla Ditta e su un suo autentico tormento. Ci parla Lorenzo Guerini, lo coccola Franceschini. “Michele, resta dentro, non puoi andare con D’Alema”, “Michele c’è spazio, candidati da dentro”.
Lui, Michele, dal palco è l’opposto del giorno prima: “Qui si soffre da matti”, “ho fiducia nel segretario”, “la soluzione è un passo”. Gli sfugge anche un “mi auguro che vinca” (riferito a Renzi), si dice disponibile a un “passo indietro” ditemi voi quale. Poi l’ultimo — così spiegano – appello: “Consegno al segretario la possibilità  vera e reale di togliere anche a me ogni alibi al processo di scissione: siete in grado di dare una mano a Renzi a condividere una strada che metta insieme un punto di vista dei tre candidati”.
All’uscita Roberto Speranza stoppa la ridda di voci, ipotesi e dietrologie, spiegando che “Emiliano ha parlato a nome di tutti”.
E dunque non di smarcamento si è trattato ma di tattica, per togliere alibi a Renzi, e fargli interpretare il ruolo del cattivo. Chissà .
A microfoni spenti però serpeggiano malumori su Emiliano vissuto come un novello Zelig, che la settimana prima incontra Berlusconi a pranzo, come ha raccontato il Corriere, poi va a una manifestazione con Bandiera Rossa e in ultimo dice, il giorno della rottura annunciata che l’accordo con Renzi è a un passo, posizione che conferma la narrazione del segretario secondo cui la rottura storica del Pd è questione di cavilli e di date.
Insomma, “c’è modo e modo anche di fare tattica”, “ci vuole anche un po’ di dignità ”.
All’uscita dal Parco dei Principi, Roberto Speranza, nel ruolo di regista, è costretto agli straordinari. Parla prima con Rossi, poi con Emiliano a lungo.
I due si vedono, perchè l’intervento di “Michele” è stato devastante. Un incontro franco e schietto, come si dice in questi casi, per riacciuffare politicamente e mediaticamente la situazione. E impedire che l’addio diventi un groviglio tattico smarrendo una linearità  già  condivisa.
Riavvolgendo la pellicola a qualche ora prima: di buon’ora giro di telefonate tra i “tre tenori”, Speranza-Emiliano-Rossi, per mettere punto l’ultima mossa prima di uscire: “Se Renzi non fa aperture, parla Epifani a nome di tutti per dire che ognuno a quel punto farà  le sue scelte”.
Così accade con l’ex segretario del Pd e della Cgil che, nel suo intervento, sobrio ma tosto, illustra i punti su cui non sono arrivate risposte: durata del governo, inversione di rotta nelle sue politiche su lavoro e scuola, congresso a scadenza ordinaria.
A rafforzare il concetto, Pier Luigi Bersani, ospite di In Mezz’ora, dice: “Renzi ha alzato un muro. Anche se ho sempre detto che da casa mia non mi butta fuori nessuno, ma se questo è il partito di uno solo non è più casa mia”.
Ecco, l’ex premier non replica. Anche Emiliano pare, ormai, su un punto di non ritorno. Con un maggiore tormento.
I suoi lo spingono ancora a partecipare alla direzione di martedì. Il tormento che si chiama D’Alema, legato all’antica rivalità , o meglio alla guerra che i due hanno combattuto. Più dell’affetto o dell’odio però, spiegano i parlamentari pugliesi, conta la situazione oggettiva.
E cioè che Renzi ha tirato dritto e “Michele non può tornare indietro”. In settimana i gruppi parlamentari. per ora il pallottoliere dice: 40 alla Camera (compresi gli ex Sel), tra i 10 e i 15 al Senato.
Proprio alla presenza di Emiliano sono legate eventuali sorprese numeriche.

(da “Huffingtonpost”)

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TRUMP E L’ATTENTATO INESISTENTE: “GUARDATE COSA E’ SUCCESSO IN SVEZIA VENERDI’…”

Febbraio 19th, 2017 Riccardo Fucile

IN FLORIDA CITA UN ATTACCO TERRORISTICO MAI AVVENUTO NEL PAESE SCANDINAVO… IL MINISTRO DEGLI ESTERI SVEDESE CHIEDE SPIEGAZIONI, IRONIA SUI SOCIAL

Un attentato in Svezia, a insaputa della Svezia.
Ma pure del resto del mondo, perchè l’attacco terroristico di cui Donald Trump ha parlato, e che avrebbe colpito il paese scandinavo, in realtà  non c’è mai stato.
La nuova intimidazione creativa del presidente americano s’è consumata a Melbourne in Florida dove ha comiziato di fronte a migliaia di sostenitori e, per rincarare la dose sulla necessità  del “ban” anti immigrati, ha parlato di un presunto attentato che avrebbe avuto luogo in Svezia venerdì scorso.
Peccato che neanche la Svezia ne fosse al corrente per il semplice motivo che non vi è stato alcun attentato. Fra le spiegazioni più accreditate, quella del Guardian secondo il quale Trump avrebbe confuso la parola “Sweden”, Svezia in inglese, con Sehwan, città  del Pakistan in cui, proprio venerdì, un attacco kamikaze ha fatto più di ottanta morti.
Uno svarione che ha avuto quanto meno il merito di aver rivelato al mondo l’ironia degli scandinavi, non così scontata, celebrata su Twitter con hashtag tipo #JeSuisIkea o #PrayForABBA.
La citazione del fantomatico attentato in Svezia arriva, peraltro, a poco più di due settimane di distanza da un altro attacco fantasma, anzi addirittura una strage, il “massacro di Bowling Green” al quale aveva accennato in un’intervista a Cosmopolitan (poi l’aveva ribadito in un intervento a MSNBC) la stratega politica del Partito repubblicano, Kellyanne Conway, la più stretta consigliera del presidente.
Non si sa bene chi avrebbe compiuto un attacco, con un bilancio elevato di vittime, a Bowling Green, cittadina del Kentucky popolata da poco più di 50 mila abitanti, nota per ospitare uno stabilimento della General Motors che produce Chevrolet Corvette e Cadillac XLR.
Massacro mai avvenuto, ma d’altra parte a parlarne è stata la sostenitrice dei “fatti alternativi”, espressione che la stessa Conway coniò quando le fecero notare che le informazioni in suo possesso sulle cifre (secondo lei astronomiche) dei partecipanti all’Inauguration Day non trovavano riscontro nelle foto aeree della (scarsa) folla presente a celebrare l’insediamento di Trump.
Bruxelles, Nizza, Parigi le città  europee citate dal presidente in Florida per parlare dei danni provocati da immigrati, rifugiati e analoghe calamità . “E la Svezia”. In che senso la Svezia? “Guardate che cosa sta accadendo in Germania, o quello che è successo l’altra notte in Svezia: hanno accolto in gran numero i rifugiati e adesso stanno avendo problemi che nona vrebbero mai immaginato di avere”.
Grande perplessità  a Stoccolma. E rischio incidente diplomatico.
Il ministero degli Esteri svedese ha infatti chiesto spiegazioni al Dipartimento di Stato Usa per cercare di capire a quale attacco terroristico si riferisse Trump, spiega il sito del quotidiano svedese Aftonbladet.
Ma mentre le diplomazie si muovono, l’unica vera esplosione è quella social.
“Svezia? Attentato? Ma cosa ha fumato?” ha twittato l’ex premier svedese Carl Bildt, che poi ha ritwittato il post di un utente che scriveva “Breaking news, la polizia svedese ha diffuso la foto dell’uomo ricercato per l’attentato” corredando il post con una foto dei Muppets.
Chelsea Clinton non si è lasciata sfuggire l’occasione e ha scritto “Cosa è accaduto in Svezia venerdì sera? Hanno preso gli autori del massacro di Bowling Green?” mentre Twitter si popolava con #LastNightInSweden, #JeSuisIkea e #PrayForABBA
I poveri ABBA sono stati fra le immagini più twittate come “ricercati per l’attentato di venerdì”, niente male la foto di un cliente Ikea che cerca di montare un mobile e la didascalia “scene di paurosa disperazione, la scorsa notte in Svezia”.

(da “La Repubblica”)

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