Febbraio 4th, 2017 Riccardo Fucile
BERGOGLIO ESORTA A “COMBATTERE L’IDOLATRIA DEL DENARO, IL CAPITALISMO CONOSCE LA FILATROPIA, NON LA COMUNIONE”
“La ragione delle tasse sta nella solidarietà , che viene negata dall’evasione ed elusione fiscale”. Papa Francesco, nel discorso riovolto alle aziende che nel mondo aderoscono la progetto dell’Economia di comunione lanciato da Chiara Lubich in Brasile 25 anni fa, ha sottolineato come i fenomeni dell’evasione e elusione fiscale “prima di essere atti illegali sono atti che negano la legge basilare della vita: il reciproco soccorso”.
Francesco ha spiegato che oggi “si attuano molteplici iniziative, pubbliche e private, per combattere la povertà ” e che tutto ciò, rappresenta certamente “una crescita in umanità “.
Ma anche questo sembra non essere più sufficiente ed occorre “puntare a cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale”.
“Imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente – ha detto infatti Francesco -: certo, quando l’imprenditore o una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a prendersene cura, e magari, come il buon samaritano, associare anche il mercato (l’albergatore) alla sua azione di fraternità “.
Ma occorre agire “soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime”.
E ha proseguito: “Un imprenditore di comunione è chiamato a fare di tutto perchè anche quelli che sbagliano e lasciano la sua casa, possano sperare in un lavoro e in un reddito dignitoso, e non ritrovarsi a mangiare con i porci. Nessun figlio, nessun uomo, neanche il più ribelle, – ha detto – merita le ghiande”.
Ha, quindi, rivolto l’invito a “non farsi bloccare dalla meritocrazia invocata dal figlio maggiore e da tanti, che in nome del merito negano la misericordia”.
Parola d’ordine: condivisione.
Secondo Bergoglio “il capitalismo conosce la filantropia, non la comunione. È semplice donare una parte dei profitti, senza abbracciare e toccare le persone che ricevono quelle ‘briciole'”.
Ma l’insegnamento del Vangelo, dice il Papa, è un altro: “Anche solo cinque pani e due pesci possono sfamare le folle se sono la condivisione di tutta la nostra vita. Nella logica del Vangelo, se non si dona tutto non si dona mai abbastanza”.
“Queste cose voi le fate già – ha aggiunto -. Ma potete condividere di più i profitti per combattere l’idolatria, cambiare le strutture per prevenire la creazione delle vittime e degli scarti; donare di più il vostro lievito per lievitare il pane di molti. Il ‘no’ ad un’economia che uccide diventi un ‘sì’ ad una economia che fa vivere, perchè condivide, include i poveri, usa i profitti per creare comunione”
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 4th, 2017 Riccardo Fucile
E’ STATO NOMINATO GIUDICE FEDERALE DA BUSH
“Negli Stati Uniti “nessuno è sopra la legge, nemmeno il presidente”. È l’attorney general dello Stato
di Washington, Bob Ferguson, che commenta così la decisione di un giudice federale di Seattle, James L. Robart, di bloccare su base nazionale il decreto del presidente Donald Trump che impone restrizioni all’ingresso negli Stati Uniti di persone provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana.
Decisione che apre un caso destinato secondo diversi esperti ad arrivare fino alla Corte Suprema, ma non prima di una guerra legale già dichiarata dalla Casa Bianca che, determinata a difendere l’ordine esecutivo di Trump, ha annunciato un ricorso di emergenza.
La svolta è giunta a sorpresa nella serata di venerdì, quando Donald Trump era già atterrato in Florida, accolto da Melania, pronto a passare il primo weekend da presidente nel suo lussuoso resort di Mar-a-Lago.
La sfida legale era però già partita nei giorni scorsi, dagli stati di Washington e Minnesota che avevano chiesto per primi il blocco del provvedimento, cui però i legali del governo avevano posto giudizio negativo, che il giudice di Seattle James Robart ha invece respinto affermando che la causa ha fondamento.
Robart ha quindi emesso una ingiunzione restrittiva verso il provvedimento, su richiesta degli stati di Washington e Minnesota, che ha effetto a livello nazionale.
In sostanza dopo la firma dell’ordine esecutivo da parte del presidente Donald Trump, lo Stato di Washington ne aveva denunciato gli effetti discriminatori e il danno significativo che la decisione procurava ai residenti.
Il Minnesota si era poi accodato e i due stati avevano chiesto un’ingiunzione restrittiva temporanea affinchè la loro denuncia potesse essere valutata, incentrata tra l’altro sulla possibilità che sezioni chiave del provvedimento siano incostituzionali.
Sarà questo infatti il punto cruciale della disputa che avrà come scopo ultimo stabilire la costituzionalità dell’ordine esecutivo. dal punto di vista degli effetti immediati, il blocco del bando dovrebbe consentire adesso a coloro che detengono un visto di entrare negli Stati Uniti, non è tuttavia ancora chiaro cosa stia accadendo ai posti di frontiera, quindi agli aeroporti.
La Casa Bianca non ha tardato a rispondere alla ‘sfida’ e, in una note dal tono perentorio, ha fatto sapere che “al più presto possibile” il dipartimento di Giustizia intende presentare un ricorso di emergenza alla decisione del giudice federale nello Stato di Washington, dicendosi quindi determinata alla difesa dell’ordine esecutivo “che siamo convinti essere legale e appropriato”.
Chi è James L. Robart.
Ha difeso e lavorato come volontario per i profughi ed è convinto che la giustizia debba venire in soccorso dei più bisognosi.
James L. Robart, il giudice federale che ha osato sfidare Donald Trump, è nato a Seattle 70 anni fa. E proprio nella sua città ha emesso la sentenza più controversa bloccando temporaneamente su base nazionale il divieto di ingresso imposto dal presidente Usa a tutti i cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana.
Dopo essersi specializzato alla Georgetown Law School, dove era anche direttore del giornale dell’università , Robart ha cominciato a lavorare nello studio legale Lane Powell Moss & Miller, di Seattele, di cui è diventato partner.
La svolta arriva nel 2004 quando l’allora presidente George W. Bush lo nomina giudice federale. Ma oltre alla sua carriera di giudice Robart si è sempre dedicato alla sua grande passione, il volontariato.
E’ stato presidente e finanziatore dell’associazione Seattle Children’s Home, che si prende cura di bambini con disagi mentali e ha lavorato anche con un’altra ong, la Children’s Home Society di Washington, che si occupa di famiglie indigenti.
I colleghi e gli amici lo descrivono come una persona “generosa e con un forte senso della comunità “.
Durante il suo percorso si è inoltre spesso occupato di difendere profughi e rifugiati, soprattutto provenienti dal sud est asiatico perchè, sostiene, il compito della giustizia è “dare una nuova opportunità a chi ha subito un torto”.
“Aiutare persone che hanno bisogni immediati che tu riesci a risolvere è la più grande soddisfazione del mio lavoro nella giustizia”, ha dichiarato nel suo discorso prima che fosse riconfermato
Non è la prima volta che Robart finisce sotto i riflettori. Lo scorso agosto, durante un processo su un caso di eccessiva violenza da parte della polizia di Seattle, il giudice disse la frase ‘Black lives matter’, slogan del movimento per i diritti degli afroamericani.
Il video di Robart in aula che si schiera con gli attivisti neri è diventato virale nelle ultime ore.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 4th, 2017 Riccardo Fucile
LA CASA BIANCA ANNUNCIA RICORSO, PIOVONO AZIONI LEGALI SUL PROVVEDIMENTO DA TUTTI GLI STATI
Un giudice ha bloccato su base nazionale l’applicazione delle restrizioni all’ingresso negli Usa di cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana.
La sfida legale al bando imposto da Donald Trump è partita dallo Stato di Washington, cui si è aggiunto il Minnesota.
I legali del governo si sono opposti sostenendo l’illegittimità dell’istanza con cui si chiede l’annullamento del decreto firmato dal presidente il 27 gennaio scorso.
Ora il giudice di Seattle James Robart ha stabilito che la causa intentata dai due Stati ha fondamento, il che significa che l’efficacia dell’ordine esecutivo di Trump viene sospesa in attesa dell’esito del procedimento, che secondo molti osservatori arriverà fino alla Corte suprema.
La Casa Bianca ha fatto sapere con una nota diffusa sui social network che il dipartimento di Giustizia intende presentare “al più presto possibile” un ricorso urgente contro la decisione del giudice Robart, che inizialmente è stata definita “scandalosa”, aggettivo poi eliminato.
E si è detta determinata alla difesa dell’ordine esecutivo “nella convinzione che sia legale e appropriato”
“È un grande giorno per lo stato di diritto in questo Paese”, ha commentato Noah Purcell, vice procuratore generale dello Stato di Washington che nella causa è sostenuto da Amazon, Expedia e Microsoft.
Soddisfatto anche il suo superiore Bob Ferguson: “Questa decisione annulla da subito il decreto”, ha affermato augurandosi che il governo federale rispetti la sentenza.
E il governatore Jay Inslee ha parlato di una vittoria del suo Stato che dimostra come “nessuno, neppure il presidente, sia al di sopra della legge”.
Quella emessa dal giudice Robart, nominato da George W. Bush, è tecnicamente un’ingiunzione restrittiva valida su tutto il territorio nazionale.
Queste le sue motivazioni: nessun attacco sul suolo statunitense è stato portato da persone provenienti dai sette Paesi citati nel decreto e affinchè l’ordine esecutivo sia costituzionale deve essere “basato sui fatti, intesi come contrari della fiction”.
L’ordine esecutivo firmato da Trump il 27 gennaio scorso ha gettato nel caos gli aereoporti per tutto lo scorso fine settimana e ha scatenato un’ondata di proteste che ancora prosegue in moltissime città Usa.
Contemporaneamente erano partite le azioni legali contro il provvedimento, che in questi giorni è stato impugnato da molti magistrati e associazioni, oltre che da alcuni Stati.
Tra le iniziative delle ultime 24 ore, quella dello Stato delle Hawaii che ha chiesto di bloccarne l’applicazione su tutto il territorio statunitense in quanto incostituzionale.
Il decreto, motivato dall’amministrazione Trump con la necessità di impedire l’ingresso negli Usa di terroristi e di garantire la sicurezza nazionale, sospende per quattro mesi l’ingresso negli Stati Uniti di tutti i rifugiati e vieta a tempo indeterminato quello dei profughi siriani.
Vari mezzi di informazione hanno riferito che in questi giorni sono state respinte 100 mila persone in possesso di visto provenienti da Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Successivamente il dipartimento di Stato ha reso noto che sono stati annullati meno di 60 mila visti.
(da agenzie)
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Febbraio 4th, 2017 Riccardo Fucile
PELLEROSSE E FACCE DA CULO
Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, stiamo parlando dello sciacallo delle nevi Matteo Salvini.
Vi faccio un esempio: per quasi vent’anni Salvini ha seriamente sostenuto (in Italia e in Europa) la tesi dell’indipendenza della Padania ed ha fatto parte di un partito — la Lega Nord — che al primo punto del suo statuto ha tutt’oggi come finalità “il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana” (Articolo 1 dello Statuto vigente del 2015).
Oggi però Salvini è a capo di un movimento che ambisce a prendere voti anche da quegli italiani (“i terroni”) che lui e la sua gente hanno sempre insultato e disprezzato.
Come ci riesce? Facile, dà la colpa ai migranti, usando le stesse argomentazioni che usava in passato contro gli abitanti del Centro e Sud Italia.
Se la prende con i rifugiati politici “dimenticando” che fu con la Lega al Governo che l’Italia ratificò il Regolamento di Dublino.
Salvini poi ama scagliarsi contro i politici incompetenti ma cosa è riuscito a fare lui che ha 43 anni e ne ha passati 24 a fare politica senza riuscire ad ottenere un ruolo di governo che fosse uno (manco quello di assessore comunale)? Nulla.
Si lamenta dei politici che non fanno nulla per aiutare i terremotati, e cosa combina? Non è presente in aula al Parlamento Europeo quando si vota per destinare i fondi europei alle popolazioni colpite dal terremoto.
Salvini inoltre, per essere un politico che ambisce a fare il leader non solo del suo partito ma del Centro Destra ed eventualmente del Paese, è straordinariamente privo della fondamentale capacità di fare da guida.
Ha seguito Umberto Bossi fino a che Bossi era politicamente morto e per un po’ a continuato a seguire Silvio Berlusconi, ha quindi preferito allargare i suoi orizzonti e cercare all’estero un esempio da importare in Italia.
Matteo Salvini ha così trovato l’anima gemella in Marine Le Pen, che dalla sua aveva tutto: il sovranismo, la volontà di uscire dall’euro in modo rocambolesco facendo pagare i conti agli altri (una cifra caratteristica della Lega fin dal tempo delle quote latte e dei finanziamenti pubblici ai campi rom) e qualche problema sull’uso dei fondi pubblici per i partiti.
Ma Salvini è fatto così, finge di non ricordare le cose (come ad esempio quando voto a favore della ratifica del Trattato di Lisbona o quando la Lega si fece salvare la sua banca) oppure ignora completamente la storia.
Ne è un esempio la foto che ieri il Capitano della Lega ha postato sulla sua pagina Facebook davanti ad uno degli storici manifesti elettorali della Lega Nord, quello sugli indiani “finiti nelle riserve” per colpa dell’invasione degli immigrati.
La cosa davvero divertente è che — dal momento che Salvini ha deciso che Donald Trump è il nuovo faro della sua politica — il Segretario del Carroccio indossa orgogliosamente la maglietta che celebra l’Inauguration Day del 20 gennio 2017.
Ovvero che celebra l’insediamento del Presidente di quello stato che ha sterminato gli indiani d’America e li ha costretti a vivere nelle riserve.
Il tutto per tacere del fatto che la madre di Trump era un’immigrata scozzese giunta a New York nel periodo peggiore, ovvero durante la crisi del 1929 (il nonno di Trump invece era tedesco) e che quindi anche l’eroe di Salvini è discentente di immigrati come la maggior parte dei cittadini statunitensi.
Ma cosa ci volete fare, lui ama essere una contraddizione, e così quando un commentatore gli fa notare che anche gli italiani sono stati emigranti lui risponde che i nostri connazionali non hanno occupato intere città (in fondo cosa sono intere città quando gli statunitensi hanno occupato mezzo continente?) e che soprattutto a loro nessuno ha pagato il soggiorno in albergo.
E indovinate chi ha approvato quel regolamento che stabilisce come debbano essere ripartiti i richiedenti asilo in Europa?
Esatto.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 4th, 2017 Riccardo Fucile
E SE L’INCHIESTA NON FOSSE FINITA QUA?… LA STORIA DI ROMEO E GIULIETTA E’ FINITA IN TRAGEDIA, VALE LA PENA RICORDARLO… NON E’ MATERIA DI GUITTI DA AVANSPETTACOLO O DI SENSALI DEL WEB
Beppe Grillo furioso. Non con Virginia Raggi bensì con chi, nel Movimento 5 Stelle, ha attaccato il sindaco di Roma per la polizza vita stipulata per “motivi affettivi”, nel gennaio 2016, in suo favore da Salvatore Romeo, divenuto ad agosto capo della segreteria con uno stipendio triplicato.
Insomma, ancora una volta, il leader pentastellato nel pomeriggio ha mandato un chiaro messaggio ai naviganti, che in sostanza è riassumibile così: “Guai a chi parla, nessuna dichiarazione contro Virginia. Sarà lei e solo lei a parlare”.
Decide così di far andare il sindaco in tv e affida la preparazione della performance a Rocco Casalino, il punto di raccordo tra i vertici del Movimento e Roma. “Nel Movimento alcuni contro di me? Ci sono persone che ti amano e persone che ti amano meno, facciamocene una ragione e andiamo avanti”, dirà ospite di ‘Bersaglio mobile’.
Il primo cittadino della Capitale viene quindi blindato ancora una volta da Grillo e Davide Casaleggio. Raggi va avanti.
“Ho la fiducia del Movimento, ho anche sentito Grillo”. Niente dimissioni, anche se “non posso dire di non averci pensato, in questi mesi”, ammette.
Dopo il diktat del leader, nessuno ha parlato ufficialmente nè tra i pragmatici nè tra gli ortodossi. Questi ultimi che, fino a poche ore prima delle indicazioni arrivate da Grillo, invocavano il giudizio della Rete, adesso sulla storia della polizza, sempre a taccuini chiusi, tendono a sminuire, come chiesto loro espressamente dal leader. Leader che non ha concesso, e per adesso non ha alcuna intenzione di farlo, il voto degli iscritti, anzi ha invitato tutti ad abbassare i toni e ad entrare nel merito della questione il meno possibile.
Alessandro Di Battista, per esempio, nel post scriptum su Facebook annota: “Questa sera Virginia Raggi risponderà a tutte le domande”. Mentre Beppe Grillo condivide sul suo blog la nota in cui il sindaco dice che fino a ieri non era a conoscenza delle polizze assicurative.
Stessa linea difensiva utilizzata in tv. “A Romeo chiederò perchè non mi ha avvertito, non averlo saputo è stata una cosa spiacevole. E quando lo vedrò – dice Raggi – gli chiederò di cambiare il beneficiario della polizza perchè solo l’idea di questa polizza mi mette ansia”.
Poi racconta di aver conosciuto l’ex capo della segreteria nel 2013, “lui ci ha aiutato tantissimo quando eravamo consiglieri di opposizione. Nel tempo si è consolidato il rapporto con tutti e quattro del gruppo, si è consolidata un’amicizia, lui ci ha presentato Raffaele Marra, poi era mortificato per averlo fatto. Per quanto riguarda Marra era una persona molto competente, in qualche modo ci ha fatto capire come funzionava la macchina del Comune”.
Sta di fatto che dopo l’interrogatorio fiume di ieri sul caso Marra e le rivelazioni sulle polizze vita, oggi a Palazzo Senatorio è trascorsa un’altra giornata campale.
Nel bel mezzo arrivano anche le parole di Salvatore Romeo all’agenzia Ansa in cui si difende dicendo che le polizze “non hanno nulla a che vedere con il Movimento, nè tantomeno sono state aperte a favore di suoi esponenti in modo da favorire Virginia Raggi piuttosto che un altro candidato alle primarie per la scelta del Sindaco di Roma. Grave e non vera è la tesi secondo cui le somme con cui sono state aperte tali polizze non sarebbero state in realtà mie ma di terzi, con ciò facendomi passare per un tesoriere occulto o un prestanome”.
Poco dopo Raggi aggiunge: “Credo che Romeo abbia commesso una grande leggerezza, voglio vederci la buona fede”.
Poi chiede: “Basta gossip, sono sindaca di una capitale che deve rinascere”. “Non ho ricevuto un solo euro” dalle polizze, dirà poi, minacciando querele.
E Romeo: “voglio chiarire che non c’è stata e non c’è alcuna relazione fra me e Virginia Raggi”.
La procura fa sapere che le polizze per l’allora aspirante sindaca – una da 30 mila euro del gennaio 2016 e priva di scadenza, l’altra da 3.000 euro con scadenza 2019 – non hanno rilevanza penale “in quanto non emergerebbe un’utilità corruttiva”.
Anche Romeo conferma di averle stipulate senza dirglielo: “Per una grande stima e amicizia nei suoi confronti”. Ma i pm vogliono comunque capire se ci fossero motivazioni diverse da quelle indicate dal titolare delle assicurazioni sulla vita.
Nel M5S i dubbi, seppur messi a tacere, rimangono tra i militanti e i consiglieri comunali che appaiono preoccupati e divisi.
Si aspettano sviluppi giudiziari, qualcuno tra i corridoi di Camera e Senato teme che non sia finita qui.
Intanto però toni bassi fino a nuovo ordine.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 4th, 2017 Riccardo Fucile
“PIU’ POLIZZE E CAMBI DI DESTINATARIO SONO TIPICHE IPOTESI DISSIMULATORIE SECONDO LA BANCA D’ITALIA”
Il professor Ranieri Razzante, presidente dell’Associazione Italiana Responsabili Antiriciclaggio è
intervenuto a Sky Tg 24 sul caso di Salvatore Romeo, delle polizze vita e del rischio riciclaggio per questo tipo di prodotti finanziari: «Il riciclaggio si fa al momento del riscatto: il beneficiario prende dei soldi la cui provvista è stata illegale. Lo schema descritto dai media nel caso Romeo è tipico del riciclaggio, poi se si tratta di riciclaggio o no lo dirà la procura. Il sindaco Raggi avrebbe potuto sapere in fase di liquidazione di essere la beneficiaria. Queste polizze sono state intestate a persone non esistenti, come la figlia: questo è un reato ai sensi dell’articolo 55 della legge antiriciclaggio, la 231/2007. Prevede la reclusione da sei mesi a un anno per chi fornisce informazioni false. La motivazione della causale, poi, va indicata altrimenti l’intermediario deve rifiutare la natura del rapporto. Ora mi chiedo: è stato specificato che erano per la figlia? Se sì, questo configura un falso e un inadempimento della compagnia. Non si può proseguire quando ci sono informazioni che appaiono non veritiere».
Razzante, che che è anche consulente della Commissione parlamentare Antimafia, ha continuato: «La Banca d’Italia nel 2010 dedica degli indicatori di anomalia; tra questi è anomalo che una persona stipuli più polizze con beneficiari diversi e — non dimentichiamo — qui viene cambiato il beneficiario frequentemente. I cambi di beneficiario sono tipiche ipotesi dissimulatorie. E poi: non mi preoccupo tanto delle polizze. Ma come fa una persona con un reddito di 40mila euro a pagare tutte queste polizze? La normativa antiriciclaggio prevede che si facciano approfondimenti anche su questo. Penso che l’IVASS (l’istituto di vigilanza delle assicurazioni, ndr) dovrà verificare molto su questo».
E la Raggi davvero non sapeva nulla? «Io se avessi in regalo delle polizze, come degli appartamenti, lo saprei».
Romeo non ha spiegato perchè abbia indicato una relazione privata come causale della sua scelta di Raggi come beneficiaria nè perchè abbia indicato tra i beneficiari una persona definita come “figlia” nonostante non lo fosse, come ha appurato la procura. Sono infatti sette le polizze (con altri beneficiari) accese presso la San Paolo per un valore complessivo di 92 mila euro. Polizze per oltre 40mila euro sono state stipulate presso altri istituti bancari.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 4th, 2017 Riccardo Fucile
PER MOLTO MENO SONO STATI ESPULSI VALIDI ATTIVISTI DEL M5S… PERCHE’ LUI VIENE PROTETTO DAI VERTICI?
È stato costretto a dimettersi da caposegreteria della sindaca Virginia Raggi a causa dei suoi rapporti con Raffaele Marra.
È stato chiamato a testimoniare come teste a discarico da Salvatore Buzzi nel processo di Mafia Capitale; lì il pubblico ministero Luca Tescaroli gli ha chiesto: «Mi può dire quante volte ha incontrato l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno?». Lui ha risposto di averlo incontrato soltanto una volta, ma « Le verifiche dimostrano che ha mentito. Ci sono diversi incontri», ricorda oggi Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera.
Ha sostenuto che la nomina della Giunta Raggi fosse frutto di un errore perchè «era agosto, faceva caldo…», procurando disdoro a tutto il MoVimento 5 Stelle oltre che alla sindaca, ammantandola di ridicolo.
Ieri, la storia della polizza. A questo punto la domanda sorge spontanea: perchè Salvatore Romeo è ancora iscritto al MoVimento 5 Stelle?
Perchè Francesco Battistini a Genova viene messo sotto procedimento disciplinare con l’accusa di aver salutato con affetto tre fuoriusciti e Romeo è ancora lì?
Il fatto di non essere un eletto del M5S non è parso rilevare in tanti casi tra i grillini: sono stati espulsi decine di attivisti siciliani che erano entrati in contrasto con i vertici dell’isola; sono stati espulsi attivisti che seguivano il M5S da dieci anni e avevano rapporti con Grillo e Casaleggio come Ernesto Leone, animatore del gruppo 878. Sono stati espulsi gli attivisti di Napoli Libera.
Sono stati espulsi alla vigilia delle comunarie romane tanti attivisti della Capitale. Tanti si sono ritrovati con l’accesso al portale disabilitato senza troppe spiegazioni. Salvatore Romeo è ancora un iscritto al M5S.
Alle sei di pomeriggio dell’altro oero Romeo cadeva dalle nuvole: «Quali polizze vita?», rispondeva, tentando di prendere tempo.
Da quel momento il suo telefonino squillerà a vuoto per tutto il resto della lunghissima giornata. D’altronde, ripeteva prima di interrompere le comunicazioni, «nel M5S c’è un codice etico: non parlare coi giornalisti».
Già , perchè lui si sente parte integrante del Movimento al quale si avvicina già nel 2013. Un’appartenenza che gli veniva riconosciuta anche dalla Raggi che, proprio come con Marra, lo ha sempre difeso davanti alle critiche che gli arrivavano da altri pentastellati.
Il giorno che è uscita la notizia della sua convocazione come testimone nel processo Mafia Capitale ha detto di non aver ricevuto nulla, come per tentare di smentire la notizia. Non ha mai spiegato pubblicamente dettagli e contorni del suo rapporto con Marra. Poi c’è la storia di Alemanno.
Perchè Salvatore Romeo è ancora iscritto al M5S?
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 4th, 2017 Riccardo Fucile
SCHIO, 7 LUGLIO 1945, L’ECCIDIO IN CUI MORIRONO 54 PERSONE…. “IL NOSTRO GESTO SIA D’ESEMPIO AI GIOVANI”
La pace è paziente, e per affermarsi può aspettare anche 72 anni. 
Ne è la prova l’atto di riconciliazione che firmeranno stamattina, davanti al vescovo di Vicenza Beniamino Pizziol, il partigiano e la figlia del podestà .
A porre i loro autografi in calce a una dichiarazione di pace saranno l’operaio in pensione Valentino Bortoloso, nome di battaglia “Teppa”, classe ’23, e Anna Vescovi, psicoterapeuta, vent’anni più giovane.
Di comune accordo hanno voluto che sia la Chiesa, intesa come ente morale, a sancire la riconciliazione.
“Teppa”, 94 anni, era fra chi comandava i partigiani che, nella notte fra il 6 e il 7 luglio 1945, due mesi dopo la fine della seconda guerra mondiale, fecero irruzione nel carcere di Schio, nell’Alto Vicentino, per compiere l’eccidio in cui morirono 54 persone, uomini e donne tra i 18 e i 74 anni: fascisti, ma anche detenuti comuni.
Arrestato e processato, con altri 4, per questa strage in tempo di pace, fu condannato a morte, pena poi commutata in ergastolo, ed estinta dopo dieci anni di detenzione.
Anna è figlia di una delle vittime, Giulio Vescovi, allora 35enne podestà di Schio, dopo esser stato pluridecorato capitano della divisione corazzata Ariete.
Hanno scritto, e firmeranno oggi, un messaggio di poche righe, in cui Teppa si presenta come uno degli esecutori materiali di un eccidio «che oggi possiamo considerare inutile e doloroso», mentre spetta ad Anna rivelare che «è il momento di pacificare le tragiche contraddizioni della stessa Storia di 70 anni orsono».
Alla vigilia di questo passo storico, eccoli insieme a casa di Valentino.
Sul tavolo le lettere che hanno iniziato a scambiarsi la scorsa estate. Frutto di un percorso sofferto, sono le tappe di una pace fortemente voluta da entrambi, per porre fine alla guerra iniziata a Schio il giorno dopo il massacro e protrattasi per settant’anni di veleni, ingiurie, illazioni.
Da una parte, chi difende le ragioni dei partigiani. Dall’altra, i parenti delle vittime dell’eccidio e i loro sostenitori.
A poco è servito, finora, il “Patto di Concordia” firmato in Comune nel 2005.
Discordia regnava ancora l’estate scorsa, quando giunse notizia della Medaglia della Liberazione assegnata a Teppa dal ministero della Difesa per i meriti acquisiti durante la Resistenza.
Un riconoscimento caldeggiato dall’Anpi, contestato dal sindaco di centrodestra di Schio, Valter Orsi, e infine revocato dal ministero.
Con un nuovo, fatale innesco di reciproche accuse.
«A quel punto – spiega Anna, che bambina fece in tempo a vedere papà ferito a morte – ho sentito risuonare in me le parole del Salmo: misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Allora ho detto basta, e ho scritto a Teppa».
«Quando ho aperto la busta e ho letto quel “Caro Valentino” – ricorda Teppa – ho sentito sparire il macigno che avevo portato nel cuore per tanto tempo. E ho subito voluto risponderle».
Scrive Anna: «Lei ed io siamo gli ultimi testimoni di quel mare di dolore che si è riversato su di noi nel luglio ’45, e che in altri tempi e luoghi continua a riversarsi. È mia convinzione che il Destino ci abbia legati, io e lei, ineluttabilmente, affinchè cogliamo la possibilità di trasmettere un autentico messaggio di conciliazione ».
Risponde Valentino: «La ringrazio, date le circostanze dolorose che gravano in modo diverso sulle nostre spalle, di avere avuto la forza e il coraggio di rivolgersi a chi, pizzicati entrambi negli ingranaggi mostruosi della guerra, Le ha tolto il padre».
Teppa aggiunge qualcosa a voce: «Vescovi, quella notte, fu l’unico a tentare una mediazione. Ma in quel momento della Storia noi e lui non potevamo comunicare. Erano successe troppe cose, è difficile immaginare quanta rabbia ci spinse in quel carcere…».
«E non c’erano mandanti, c’eravamo solo noi», precisa, smentendo le voci di una vendetta pilotata in quel dopoguerra da resa dei conti.
La rabbia riaffiora dal racconto della “sua” guerra: «Prima la ritirata di Russia, dov’ero andato carabiniere: 800 chilometri nella neve, inciampando sui corpi dei compagni. Poi il ritorno a casa per fare la guerra in montagna. Altro sangue, altri amici morti. Questo ero io, nel luglio ’45».
Nel 2017, è un vecchio comunista che confessa di avere smarrito la fede cristiana dell’infanzia, quando era il primogenito di 11 figli di una famiglia operaia.
Ma s’illumina quando Anna gli assicura che «non so come, ma in questa storia c’è un Altrove che ci guida entrambi».
Mentre i due chiacchierano di ricette a base di verza, come amici di lunga data, risuonano le parole di Danilo Andriollo, presidente dell’Anpi Vicenza, su questa riconciliazione: «Anna e Valentino sono Speranza in carne e ossa grazie a cui, arrivando da un passato così crudele, indicano a tutti un futuro di pace».
(da agenzie)
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Febbraio 4th, 2017 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE LOMBARDO E’ ACCUSATO DI AVER FAVORITO DUE COLLABORATRICI A CUI SAREBBE STATO LEGATO DA “RELAZIONE AFFETTIVA”
«Io non ho mai dato l’autorizzazione definitiva alla trasferta» di Maria Grazia Paturzo a Tokyo nel 2014 «perchè il suo viaggio costava troppo e non era in linea con la sua missione» di temporary manager di Expo per gli «eventi del World Expo Tour e quello non lo era».
Lo ha spiegato il sindaco di Milano Giuseppe Sala, ex commissario unico di Expo 2015 spa, testimoniando nel processo milanese a carico di Roberto Maroni per presunte pressioni per far ottenere un contratto e un viaggio a due ex collaboratrici.
Il sindaco, è stato sentito come testimone, citato dall’accusa.
Il governatore lombardo è accusato di turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente e induzione indebita in relazione alla presunte pressioni per far ottenere un lavoro e un viaggio a Tokyo nell’ambito del `World Expo Tour’ a due sue ex collaboratrici.
Il nome di Sala, all’epoca dei fatti commissario di Expo, compare più volte nelle carte, soprattutto in relazione al viaggio dell’allora collaboratrice di Maroni, Maria Grazia Paturzo (non indagata) alla quale, è la tesi del pm Eugenio Fusco, sarebbe stato legato da una «relazione affettiva».
Alla fine la donna, nonostante le perplessità di alcuni manager della società , venne inserita nella lista dei partenti per decisione di Christian Malangone, uno dei più stretti collaboratori di Sala, che ha già patteggiato per questa vicenda.
«Il capo è allineato», scrisse Malangone, riferendosi a Sala, in una conversazione intercettata. Maroni è imputato assieme ad Andrea Gibelli, segretario generale del Pirellone e presidente di Ferrovie Nord Milano, Mara Carluccio, ex sua collaboratrice al Viminale e il capo della sua segreteria, Giacomo Ciriello.
Sala ha spiegato di aver «subito deciso che non era il caso» che Paturzo (ex collaboratrice al Viminale del Governatore) partecipasse al viaggio a Tokyo del 30 maggio-2 giugno 2014 perchè quello, come altri, era un evento «organizzato dalla Farnesina per promuovere Expo per la festa del 2 giugno».
E non rientrava, dunque, ha chiarito Sala, «nella missione» di Paturzo, temporary manager di Expo per il «progetto del World Expo Tour, un’iniziativa della Regione Lombardia».
«La mia intenzione – ha chiarito Sala – era di far sì che Paturzo non andasse a Tokyo, perchè il suo viaggio costava troppo, settemila euro era la cifra che mi aveva detto Malangone (ex dg di Expo, già condannato a 4 mesi per induzione indebita in abbreviato, ndr) e non era in linea con la sua missione».
Ed ha chiarito di aver scelto per quella situazione la «via di disincentivare la Regione» affinchè Paturzo non partecipasse alla missione a Tokyo, perchè in quello, come in altri casi, «il mio ruolo era anche quello di ricondurre al buon senso per far capire che non era il caso, tiravo la palla in avanti, in pratica».
Poi ha chiarito ancora: «Non ho mai detto un `no’ netto a Malangone, ma gli ho detto di far presente che la cifra per il viaggio di Paturzo mi sembrava troppo alta e di segnalare anche che quell’evento non c’entrava con il World Expo Tour».
Al pm Eugenio Fusco che gli ha chiesto, poi, cosa significasse la email che all’epoca Malangone scrisse a Roberto Arditti, allora capo della comunicazione di Expo, dove il primo diceva, a proposito della trasferta di Paturzo, `ok capo allineato’, Sala ha risposto: «Io credo significasse `capo informato della situazione’, altrimenti avrebbe scritto `capo d’accordo’».
Secondo la Procura, Maroni avrebbe voluto che Paturzo fosse inserita nella delegazione della Regione per il viaggio a Tokyo e che fosse spesata da Expo, perchè il Pirellone non poteva coprire i costi.
Da qui, sempre secondo l’accusa, le presunte «pressioni» di Maroni su Malangone, attraverso il capo della sua segreteria Giacomo Ciriello (anche lui imputato), e l’accusa di induzione indebita. Maroni, poi, non andò a Tokyo (dove la delegazione fu guidata da Mario Mantovani) ma a Berna, sempre per promuovere l’Expo per la festa della Repubblica.
(da “il Corriere della Sera”)
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