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IL FATTORE PRODI A SINISTRA DI RENZI: L’AREA DI PISAPIA ATTENDE IL PROF

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

MA C’E ANCHE UNA SINISTRA CHE PENSA IN PROPRIO

Dall’area di Giuliano Pisapia lo cercano per la manifestazione del primo luglio a Roma: organizzata apposta a piazza Santi Apostoli, proprio sotto al palazzo che ospitava gli uffici dell’Unione, quando il leader del centrosinistra era lui, Romano Prodi.
A distanza di venti anni, il minimo comune denominatore di chi cerca un centrosinistra sembra essere ancora lui: il professore bolognese, attivo più che mai, tanto da aver sfornato pure un libro, ‘Il piano inclinato’.
E’ a lui che guarda mezzo mondo di sinistra che vorrebbe un’alleanza col Pd, ma non la vorrebbe con Renzi.
Il prof riesce persino a mettere pace nella variegata galassia che ruota intorno a Pisapia: tra gli ex Pd votati all’anti-renzismo e chi come l’ex sindaco di Milano ha un atteggiamento più laico verso Matteo Renzi.
Queste sono le parole di Pisapia, fresche fresche, di stasera: “Ci vorrebbe qualcuno che ha vinto contro il centrodestra unendo la sinistra, ci vuole una personalità  sopra le parti. Prodi se fosse disponibile a candidarsi a Palazzo Chigi ci metterei la firma, però mi sembra che lui non sia disponibile”.
Solo questa settimana Prodi ha tre appuntamenti pubblici in programma. Domani sarà  a Roma a presentare il suo libro al centro studi americani, intervistato dal radicale Massimo Bordin.
Dopodomani è a un convegno sulla Cina al Senato, con il premier Paolo Gentiloni. Sabato nella sua Bologna alla festa di Repubblica, ‘Repubblica delle idee’, intervistato dal vicedirettore dell’Espresso Marco Damilano.
Dopo un primo turno di amministrative che ha resuscitato la vecchia dinamica tra coalizioni di centrosinistra e di centrodestra ai ballottaggi, in molti si aspettano da Prodi parole di conforto sul maggioritario, sulla necessità  di ricostruire un centrosinistra e non arrendersi all’ineluttabilità  di un’alleanza con Silvio Berlusconi. “E’ questo il suo pensiero — dice Sandra Zampa, deputata del Pd della mozione Orlando, collaboratrice di Prodi premier e prodiana doc — E lui non ha problemi a dirlo, se gli viene chiesto”.
Parole che tra l’altro il prof ha detto in una recente intervista, cascata in piena bufera proporzionalista alla Camera, mal digerita dai renziani che addebitano al prof una parte di responsabilità  nel fallimento dell’intesa con Berlusconi e Grillo sulla legge elettorale.
L’altra parte Renzi la attribuisce a Napolitano, ma questa è storia della scorsa settimana.
E ora? E’ chiaro che Renzi teme l’attivismo del professore. Per lui l’intesa con Pisapia era già  pronta ai tempi del referendum costituzionale. Ma poi la sconfitta del 4 dicembre, la scissione del Pd e l’approdo di Bersani, Speranza, D’Alema più gli ex Sinistra Italiana, insomma Mdp, dalle parti dell’ex sindaco di Milano ha guastato i giochi.
Da un lato, Renzi considera “fuori dalla realtà  un dialogo con D’Alema: quelli che se ne sono andati perchè non volevano dialogare con noi hanno fatto una scelta, nessuno li ha cacciati”, ha detto oggi a Repubblica.it.
Dall’altro, gli ex Dem non vogliono più avere a fare con lui. “Noi con Pisapia stiamo lavorando a un centrosinistra in netta discontinuità  con il Pd degli ultimi anni e non sarà  Renzi a dare le carte in questa nuova stagione, non si affanni, per lui è fatica sprecata”, ha detto Bersani in un’intervista a La Stampa alla fine della scorsa settimana.
E oggi rincara: “Nella sostanza l’ispirazione di Renzi resta quella: pensare che gli ideali della sinistra siano una zavorra” e dunque finire per allearsi con Berlusconi contro il M5s.
Pisapia ha cercato di ricucire come poteva. Oggi dice di aver “parlato con D’Alema, lui ha una visione diversa da me, io credo in un nuovo centrosinistra molto più aperto che sappia esser in discontinuità  e non essere solo un’alleanza elettorale”.
Ma quando ha proposto le primarie di coalizione è stato Renzi a ritirarsi.
“Pisapia è un alleato naturale” ma “le primarie non sono all’ordine del giorno”, dice oggi il capogruppo del Pd Ettore Rosato.
“Pisapia dovrà  decidere se approfondire un dialogo programmatico con il Pd, o fare il candidato di D’Alema e Speranza. Noi vogliamo dialogare con Pisapia, ma costruire un’alleanza con chi è contro Renzi a prescindere mi pare complicato”, dice Matteo Ricci, responsabile Enti locali del Pd. “Non credo che Pisapia abbia una preclusione contro Renzi, il primo luglio ascolteremo le sue parole d’ordine”.
Bene: per il primo luglio, Pisapia spera in una partecipazione di Prodi o almeno un suo messaggio per chi sarà  in piazza Santi Apostoli per chiedere un centrosinistra ispirato all’Ulivo che fu.
“Un centrosinistra rinnovato — ci dice Marco Furfaro, ‘pisapiano’ di Campo Progressista — aperto al civismo, che faccia i conti con 20 anni di politiche sbagliate. Lo abbiamo chiamato ‘Insieme’ per differenziarci dalla stagione degli uomini soli al comando, ma non sarà  una sinistra che si accontenta dell’opposizione, tanto meno quella della compatibilità  al sistema, ma un processo che possa tornare ad appassionare chi non si sente rappresentato”.
Tra Pisapia e il prof i contatti sono continui. E le parole che Prodi potrebbe dire questa settimana saranno indicative del clima estivo intorno alla galassia a sinistra del Pd.
Anche perchè non c’è solo quella di Pisapia. Come sempre il caos a sinistra è infinito, in questa stagione ancor di più, vista l’anarchia di tutta l’area di centrosinistra.
Domenica prossima al Teatro Brancaccio di Roma si riunisce la sinistra che vorrà  rispondere all’appello all’unità  lanciato da Anna Falcone e Tommaso Montanari, rispettivamente vicepresidente del Comitato per il No alla riforma costituzionale e presidente di Libertà  e Giustizia.
“Un percorso unitario aperto a tutti e non controllato da nessuno, che non tradisca lo spirito del 4 dicembre, ma ne sia, anzi, la continuazione”, recita l’invito inviato anche al quartier generale di Pisapia.
Dove però non hanno ancora deciso se aderire e chi mandare: difficile che partecipi l’ex sindaco di Milano, schierato sul sì alla riforma costituzionale di Renzi.
Sarà  invece ben rappresentato il fronte del no. Ci sarà  il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, Francesca Redavid della Fiom, ci sarà  il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni. “Domenica può partire un percorso per una lista unica di sinistra alternativa al Pd, gli elettori chiedono questa chiarezza — ci dice Fratoianni alla Camera – Oggi lo ha detto anche Renzi: ‘No all’alleanza con Fratoianni perchè su Jobs Act e investimenti la pensiamo in modo opposto’. Per una volta sono d’accordo con lui”.
Domenica ci sarà  anche Pippo Civati, che però ci tiene a precisare: “Io andrò anche all’iniziativa di Pisapia il primo luglio: domenica nasce una cosa che deve dialogare con l’altra. Nessuno capirebbe se facessi una lista senza Bersani…”.
Già  ma Renzi? Per ora i giochi sono congelati anche tra lui e Pisapia. Figurarsi con gli altri. “Quando arriverà  il momento del voto, si vedrà  — dicono i fedelissimi di Renzi — orizzonte 2018”.
Tempi lunghi, ognuno trova spago per presentarsi come trazione dell’altro: Renzi verso Pisapia e company, Mdp verso Renzi, Falcone e Montanari provano a trainare al sinistra tutta.
A ben vedere, oltre a Prodi, un altro minimo comune denominatore c’è: sabato prossimo tutti saranno alla manifestazione della Cgil e della Fiom contro la reintroduzione dei voucher (domani il voto di fiducia al Senato, con Mdp che uscirà  dall’aula).
Ci saranno quelli di domenica 18 giugno e quelli del primo luglio. Unità  che dura lo spazio di una manifestazione. Il resto, chissà .

(da “Huffingtonpost”)

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GRILLO PREPARA IL PASSO INDIETRO: A SETTEMBRE L’INCORONAZIONE DI DI MAIO

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

E LA BASE RECLAMA: DIVENTIAMO PARTITO, VIA I VINCOLI SUI DUE MANDATI… SE GRASSO SI CANDIDA IN SICILIA PER IL M5S SONO DOLORI

«Successi, fallimenti e obiettivi» è la sintesi che fa Beppe Grillo per tentare un’analisi difensiva sul crollo del M5S nelle città .
È un bel titolo per raccontare il Movimento che sarà , alla luce delle strategie attuali. I successi sono i sondaggi: Roma può affondare, l’eroina Chiara Appendino inciampare in una maledetta notte di calcio, Grillo sfiduciare la candidata di Genova, eppure il M5S resta lì sempre a galleggiare tra il primo e il secondo partito d’Italia.
I fallimenti sono sotto gli occhi di tutti: l’incapacità  di radicarsi sui territori e di offrire una classe dirigente locale autonoma non preda di guerriglie quotidiane. Roma è ormai vissuta come un peso e c’è chi ai vertici vive con sollievo il fatto di non essersi caricati le amministrazioni di altre grandi città  con tutti i problemi che queste comportano.
Perchè, ecco il terzo punto, l’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al governo del Paese. Tutto il resto passa in secondo piano. Anche il tonfo alle amministrative, da assorbire al più presto.
Ma c’è un’incognita che comunque peserà  e che in qualche modo dovrà  saldarsi ai piani nazionali di chi guiderà  il M5S: le ambizioni di chi resta sul territorio.
Grillo e la leadership  
A settembre è fissata l’incoronazione di Luigi Di Maio candidato premier. In quell’occasione Grillo farà  il suo agognato passo indietro.
A quel punto, è quello che si ripetono il comico e Davide Casaleggio, «ci sarà  un leader riconosciuto», già  legittimato da Grillo poche settimane fa quando ha detto che potrà  scegliersi la squadra di governo.
Il fondatore genovese resterà  a fare il frontman d’assalto, presente quando ci sarà  da chiamare la folla in piazza o da inviare fatwe via web. Ma con un ruolo politico defilato. L’istituzionalizzazione del M5S avrà  la sua fase preparatoria in estate e in autunno la sua consacrazione. E c’è chi non aspetta altro per farsi avanti con un bagaglio di richieste che arrivano dalla base.
Via i due mandati  
A livello locale il malumore per il cattivo risultato diventa l’occasione per dare sfogo a vecchie rivendicazioni. C’è chi chiede più automatismo nelle certificazioni delle liste per sciogliere la bizantina burocrazia grillina. A Chiavari, per esempio, è stato un consigliere regionale ligure, di certo non in odore di eresia, Gabriele Pisani a lamentarsi per l’assenza della lista, causa mancata certificazione della Casaleggio. Lo schema è ribaltato: non sono gli ortodossi a chiedere una svolta, ma chi è più vicino ai governisti di Di Maio.
In Sicilia soprattutto, nell’area che fa riferimento agli amministratori, come Federico Piccitto sindaco di Ragusa o Giancarlo Cancelleri, futuro candidato alla Regione e braccio destro di Di Maio nella cabina di regia sugli enti locali, aspettano con ansia che il deputato si candidi al governo.
Dall’isola, prossimo fondamentale obiettivo di Grillo, c’è chi chiede di strutturare il M5S nei territori per renderlo qualcosa di simile a un partito, con sedi, dirigenti riconoscibili e premiati per la capacità  di portare voti. «Ma come si fa a creare una classe dirigente locale se c’è il vincolo dei due mandati?» si chiedono.
Non deve stupire quindi che ieri sia stato proprio uno come Max Bugani, consigliere bolognese ma soprattutto fidatissimo dell’Associazione Rousseau accanto a Casaleggio, a picconare la regola aurea dei due mandati: «Ha fatto da freno a molti. C’è chi non si è ricandidato, come a Mira con il sindaco uscente».
Il vincolo è la chiave per capire l’affanno locale del M5S, un partito nato sui meet-up e le campagne del territorio: i due mandati scoraggiano chi vuole fare politica, cominciando nella propria città  per poi tentare il salto nazionale.
Vuoi fare il consigliere a Canicattì o magari essere il nuovo-Di Battista? L’appeal (anche economico) del Parlamento è diverso e costringe ad anticipare le tappe
Alleanze e incubo Grasso  
Ma c’è un’altra richiesta che avanza: le alleanze con le liste civiche. Su cui pende un divieto. «Perdiamo perchè corriamo da soli» ripetono i 5 Stelle.
Due anni fa diversi parlamentari posero la questione a Gianroberto Casaleggio che li fulminò con un netto no. Eppure avere liste civiche a supporto può aiutare, soprattutto in vista della sfida in Sicilia.
Una strada che sembrava in discesa, fino a quando dal Pd non è spuntato il nome di Piero Grasso. «Lui – temono Di Maio e la sua cerchia – sarebbe un grosso problema per noi».

(da “La Stampa”)

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BANCHE POPOLARI VENETE, ORA A ZAIA FA COMODO INVOCARE IL SALVATAGGIO DA PARTE DI ROMA LADRONA

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

SI AVVICINA LA “SOLUZIONE DI SISTEMA”… ZAIA VUOLE L’INDIPENDENZA, MA NON SE SI TRATTA DI PAGARE I DEBITI VENETI

Sembra ormai prossima una soluzione di “sistema” in grado di evitare il bail-in delle due banche venete.
Lo ha detto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e lo ha confermato Bruxelles sottolineando che “la Commissione Ue, il Single Supervisory Mechanism e le autorità  italiane lavorano fianco a fianco” e “sono in corso contatti costruttivi per raggiungere una soluzione per le due banche in linea con le regole Ue, senza il bail-in degli obbligazionisti senior. I depositi saranno in ogni caso pienamente garantiti”.
Come verrà  fatto l’intervento, però, è ancora tutto da vedere perchè tolti i due maggiori istituti di credito — Intesa Sanpaolo e Unicredit — quasi tutti gli altri si sono tirati indietro, alcuni dichiarandosi indisponibili a mettere altri soldi nelle due banche venete dopo il flop di Atlante.
Come più volte scritto, l’intervento dei privati si è reso indispensabile per coprire le perdite previste e prevedibili di Veneto Banca e Popolare Vicenza derivanti soprattutto dalla differenza tra il valore cui sono iscritti a bilancio i crediti in sofferenza e il loro effettivo prezzo di vendita.
Secondo le autorità  europee, il gap che i privati devono coprire è di almeno 1,2 miliardi di euro.
Nonostante “l’attenzione, la competenza e il senso di responsabilità  istituzionale” con cui i vertici di Intesa Sanpaolo e quelli di Unicredit seguono il dossier, sembra alquanto improbabile che i due gruppi da soli si facciano carico dell’intero intervento. Sicuramente questa volta Cassa depositi e prestiti non parteciperà  nè direttamente nè indirettamente all’operazione di salvataggio, mentre si intensificano le voci su un possibile impegno di Poste Vita che, attraverso il fondo Atlante, già  aveva gettato nel pozzo senza fondo delle due banche venete 260 milioni dei suoi ignari assicurati.
Ad alimentare queste voci il fatto che solo pochi giorni fa la presidente di Poste Italiane, Maria Bianca Farina, si era detta disponibile a valutare un nuovo “investimento”.
Quaestio sgr, la società  di gestione del fondo Atlante azionista al 99% di Popolare Vicenza e Veneto Banca, aveva scritto a chiare lettere ai consigli d’amministrazione delle due banche che non avrebbe partecipato alla ricapitalizzazione e nel recente passato il numero uno di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha ribadito l’indisponibilità  di Ca’ de Sass a partecipare a un nuovo round di finanziamenti del fondo.
Difficile quindi che Atlante torni a giocare da protagonista in quest’operazione di salvataggio, ma mai dire mai: per perfezionare l’iniezione di 1,25 miliardi di euro di capitali “privati” occorrerà  pure un veicolo e il cosiddetto “braccio volontario” del Fondo interbancario non pare adatto allo scopo se all’operazione di “sistema” dovessero partecipare — oltre a qualche banca — anche altri soggetti quali appunto Poste Vita o altri gruppi finanziari e assicurativi.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL SOVRINTENDENTE E’ REINTEGRATO E IL VINCOLO SULL’IPPODROMO DI TOR DI VALLE SPARISCE

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

MA CHE STRANA COINCIDENZA: PROSPERETTI REINTEGRATO AL COLOSSEO RICAMBIA L’AIUTINO ALLA RAGGI E AI COSTRUTTORI PER LO STADIO DELLA ROMA

“La mia posizione è che quella proposta era impraticabile per una serie di motivi”. Lo dice il soprintendente unico di Roma, Francesco Prosperetti, intervistato dall’agenzia Dire all’uscita della riunione dei soprintendenti statali del Lazio che ha discusso il vincolo sull’ippodromo di Tor di Valle.
Prosperetti si riferisce alla proposta di vincolo precedente, avanzata dalla ex soprintendente Margherita Eichberg.
Dunque, alla domanda se il vincolo sull’Ippodromo rimanga lo stesso, Prosperetti risponde che “non c’è mai stato il vincolo su Tor di Valle, c’è stata una proposta”.
E quella proposta che fine ha fatto? Il vincolo è stato tolto, modificato o confermato? “La decisione non è mia, è collegiale, e la voce finale l’esprime il segretario generale. Dobbiamo sistemare il verbale e poi faremo un comunicato stampa. In ogni caso, il vincolo è stato oggetto di una discussione complicata”.
A porre il vincolo è il Ministero dei Beni Culturali, che a livello amministrativo si esprime definitivamente con determinazioni del segretario generale, su proposta del soprintendente.
Oggi è attesa la proposta del soprintendente.
Intanto Giovanni Zannola del Partito Democratico attacca il soprintendente: «È davvero sospetto il tempismo con il quale il soprintendente Prosperetti, reintegrato al Colosseo dopo il ricorso presentato dal sindaco Raggi contro il Mibact, si attarda solo oggi a spiegare che il vincolo proposto dalla sua collega Eichberg sull’area dove dovrebbe sorgere lo Stadio della Roma, non ha ragione di essere. Un tempismo che svela, forse, una sorta di ‘benevolenza’ verso l’amministrazione M5S della Capitale che era inciampata in un vincolo paesaggistico posto da organi terzi e indipendenti dell’amministrazione centrale dello Stato che dovrebbero evitare di entrare nella diatriba politica a mani basse. Esattamente il contrario di quello che sembra fare il Soprintendente Prosperetti che solamente oggi, dopo la vittoria al Tar dell’amministrazione M5S grazie alla quale e’ stato reintegrato anche alla gestione del Colosseo, afferma che quel vincolo era impraticabile».

(da “NextQuotidiano”)

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FINALMENTE ARRIVANO LE SANZIONI PER UNGHERIA, POLONIA E REPUBBLICA CECA

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

PRENDONO 25 MILIARDI DALLA UE E NON ACCETTANO NEANCHE UN PROFUGO DI QUELLI ARRIVATI IN ITALIA E GRECIA

La Commissione europea ha deciso di lanciare le procedure di infrazione per Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca per i mancati ricollocamenti dei profughi da Italia e Grecia.
Ad annunciare i provvedimenti è il commissario Ue Dimitris Avramopoulos, nel presentare la relazione di giugno sullo stato di attuazione delle ‘relocation’.
“Dispiace constatare che nonostante i ripetuti appelli, Ungheria, Rep. Ceca e Polonia” non abbiano ancora agito. “Spero che” questi tre Paesi “possano riconsiderare la loro posizione e iniziare a “contribuire in un modo giusto”, afferma Avramopoulos, spiegando che la Commissione Ue in quel caso potrebbe anche riconsiderare la propria decisione. “Speriamo che lo spirito europeo prevalga”, auspica.
“Questi tre Paesi non hanno fatto niente per oltre un anno”, avverte Avramopoulos. In particolare “l’Ungheria, non ha mai fatto niente – aggiunge -. La Polonia si è offerta di accogliere nel 2015 e poi non ha fatto altro. La Repubblica Ceca non ha più ricollocato dall’agosto 2016”.
Il commissario ha ricordato i numerosi appelli rivolti ai Paesi affinchè ricollocassero. “Ora è tempo di passare all’azione”, avverte Avramopoulos “anche se non sono l’uomo più contento”. Mercoledì sarà  pubblicato il pacchetto mensile delle infrazioni.
Una prima replica all’Unione europea arriva dal ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto, che in Parlamento ha detto che si tratta di un “puro ricatto e un atto antieuropeo” da parte della Commissione europea voler sanzionare i Paesi che non hanno rispettato gli impegni sulla ricollocazione dei migranti.
Va ricordato che Polonia, Ungheria e Rep. Ceca , nel rapporto tra quello che versano alla Ue e quello che ricevono, sono in attivo di ben 25 miliardi.
Grazie ai contributi europei hanno sistemato le loro finanze alla faccia dei Paesi più grandi e non hanno neanche il pudore di accettare una minima quota nella ricollocazione dei profughi.
In altri tempi li avrebbero cacciati dalla Ue a calci in culo, visto che sono entrati solo per averne vantaggi senza rispettarne i doveri.
Considerato che il piano prevedeva per il 2016 il ricollocamento di 160.000 profughi, se fosse stato rispettato l’impegno almeno 60.000 di quelli sbarcati in Italia oggi   sarebbero altrove.
Inoltre la Commissione europea chiede all’Italia di compiere “maggiori sforzi per assicurare il ricollocamento di tutti i richiedenti asilo candidabili”. Si legge nella tredicesima relazione sulle ‘relocation’ pubblicata da Bruxelles.
“È cruciale che l’Italia acceleri i suoi sforzi per centralizzare le procedure di ricollocamento in pochi centri”, si afferma, spiegando anche che il fatto che “i profughi candidabili vengono distribuiti su tutto il territorio italiano complica il processo”.

(da agenzie)

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FIAMMA NEGRINI, LA PRIMA ELETTA DEI FASCI ITALIANI DEL LAVORO, L’IPOCRISIA DELLA SINISTRA E IL SILENZIO DELLA DESTRA

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

LA LISTA NEOFASCISTA CHE ENTRA NEL CONSIGLIO COMUNALE DI SERMIDE…MINNITI INTERVIENE, A DIFFERENZA DI QUANDO DEVE PERSEGUIRE I RAZZISTI

Con 334 voti Fiamma Negrini candidata sindaco della lista Fasci Italiani del Lavoro è stata eletta al Consiglio comunale di Sermide e Felonica in provincia di Mantova.
La Negrini, vent’anni e diplomata in ragioneria, ha conquistato il 10,41% dei voti.
Nel simbolo del partito fa bella mostra un fascio littorio e il movimento coordinato da Claudio Negrini — padre della neoeletta — si richiama apertamente alla dottrina fascista del   programma di San Sepolcro del 1919 ed al Manifesto di Verona del 1943.
Che il partito dei Fasci Italiani del Lavoro sia di chiara ispirazione neofascista non è un mistero. È scritto nero su bianco sul sito del partito dove gli aderenti al Movimento Fasci italiani del Lavoro negano «l’asserita estraneità  e avversione maggioritaria del popolo italiano verso il regime politico denominato “fascista”».
Insomma, se l’Italia repubblicana rifiuta il fascismo i Fasci Italiani del Lavoro si rifanno a quella repubblichina. I manifesti politici del Fascismo e il testamento di Mussolini fanno bella mostra tra i documenti di riferimento del partito.
Se quelli sono i riferimenti, nulla a che vedere con la sedicente destra borghese e reazionaria attuale italica.
Non è nemmeno la prima volta che i Fasci Italiani del Lavoro si presentano alle amministrative di Sermide. Il partito dei Negrini ha partecipato per la prima volta alle elezioni nel 2002. All’epoca il candidato Sindaco era Claudio Negrini che al Corriere della Sera si diceva «orgoglioso di essere fascista» e   «orgoglioso di non aver mai rinnegato Benito Mussolini».
Nel 1994 Negrini aveva provato a presentare un’altra lista dal nome «Fascismo e Libertà » che però era stata bloccata dalla Commissione elettorale di Mantova.
Dopo le elezioni del 2002 il partito neofascista mantovano si è presentato alle amministrative di Sermide anche nel 2007 e nel 2012. Il tutto senza che nessuno dicesse nulla, perchè i Fasci Italiani del Lavoro non avevano brillato alle elezioni.
Non appena Repubblica ha diffuso la notizia che in un paese di poco meno di ottomila abitanti la candidata di un partito neofascista è stata eletta in Consiglio comunale è scoppiato “lo scandalo”, tutti a stracciarsi le vesti, con Minniti che ha rimosso il funzionario che avrebbe dovuto respingere la lista.
In base alle norme vigenti, è evidente che la presenza di un partito apertamente neofascista ad una consultazione elettorale è in aperto contrasto con le leggi Scelba e Mancino.
Ma ci chiediamo una cosa: perchè vi accanite contro la   ventenna ragioniera Fiamma Negrini che non ha certo istigato nessuno all’odio razziale e non avete dimostrato lo stesso zelo verso quei leader politici che ogni giorno infestano web e media, facendo veicolare parole d’ordine razziste, sanzionabili dalla legge Mancino, e sulle quali chiudete occhi e orecchie?
O è più facile fare un po’ di sceneggiata di sdegno su una piccola lista di provincia che sanzionare certe   associazioni a delinquere che postulano l’affogamento dei disperati   nel Mediterraneo?
Forti coi deboli e deboli coi forti, come sempre.
E omertosi sui reati veri di istigazione all’odio razziale.

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DAVVERO IL M5S E’ IL PRIMO PARTITO IN ITALIA?

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

IN REALTA’ I NUMERI DELLE AMMINISTRATIVE RACCONTANO UNA COSA DIVERSA

L’analisi della sconfitta del M5S alle amministrative 2017 non è facile. Beppe Grillo la nega e dimentica Palermo, Genova e soprattutto Parma.
Luigi Di Maio invece si consola con le importanti vittorie di Serego e Parzanica.
Danilo Toninelli a Matrix e Alfonso Bonafede a Piazza Pulita invece se la prendono con le schede elettorali.
Tutto per dimostrare che se non ci fossero le coalizioni e se il PD non si nascondesse dietro le liste civiche il M5S avrebbe vinto. Ed in ogni caso il MoVimento è ancora il primo partito.
La tesi è che i 5 Stelle la faccia ce la mettono mentre i vecchi partiti hanno preferito mandare avanti le liste civiche.
In questo modo gli elettori non hanno capito chi stavano votando e invece che dare il voto al M5S lo hanno dato al PD o al Centrodestra.
Il che ovviamente è ridicolo perchè gli elettori sanno bene chi stanno votando. E la strategia pentastellata di far passare il sistema delle coalizioni come una specie di truffa, di accozzaglia messa in piedi per far perdere il M5S è poco più di una patetica scusa.
Se davvero basta far “scomparire” i partiti per sconfiggere il M5S significa che il partito di Grillo può giocarsi solo una carta: quella dell’alternativa ai “vecchi partiti”. Annullata quella per gli elettori non ci sarebbe alcun motivo per votare il M5S.
D’altra parte è vero che durante questa tornata elettorale Matteo Renzi ha evitato esporsi in prima persona a fianco dei candidati sindaci.
Probabilmente Renzi ha imparato che personalizzare il voto non è la strategia migliore. Nelle piazze delle città  italiane però si sono visti diversi ministri del governo Gentiloni.
L’offensiva pentastellata contro le schede elettorali però non ha ragion d’essere. Quando gli elettori hanno scelto un sindaco del M5S lo hanno fatto anche se gli altri partiti si erano coalizzati. Il punto è che il sistema elettorale delle amministrative tende a favorire chi si presenta in coalizione. Non è una truffa: è la democrazia
L’analisi del flussi elettorali: il M5S non è il primo partito
Un aspetto che i 5 Stelle invece non affrontano è quello della qualità  della loro proposta. Non basta dire — come fa Toninelli — che loro ci mettono la faccia. Anche perchè dipende da che faccia ci metti e come lo fai.
Prendiamo il caso di Parma dove il M5S aveva vinto nel 2012. Bastano due comizi (di fronte a poco pubblico) per dire che ci hanno messo la faccia? Chiaramente no. Il fatto è che molto spesso i candidati del M5S sono stati impalpabili ed evanescenti.
Metterci la faccia non equivale — come vogliono far credere Toninelli e Bonafede — a mettere il simbolo della lista o del partito. Un simbolo, che è bene ricordarlo, nel caso del MoVimento fa pensare al faccione di Beppe Grillo, Capo Politico del partito.
I numeri poi raccontano tutta un’altra storia.
Il M5S non è il primo partito e in certi casi nemmeno il secondo.
L’analisi condotta da YouTrend sul voto delle Amministrative 2017 mostra ad esempio che al Nord il primo partito rimane il PD con la Lega Nord che ottiene un discreto risultato (ma rispetto a quello del lontano 2012).
La lista del Partito Democratico — considerata da sola — è il primo partito nei 145 comuni superiori al voto domenica.
L’Istituto Cattaneo parla invece di successo del Centrodestra e “tenuta” del Centrosinistra mentre il M5S esce ridimensionato da questa tornata elettorale e torna ai livelli del 2012. Secondo Marco Valbruzzi il M5S — a livello locale — risulta congelato   e incapace di estendersi nei comuni.
L’analisi di Rinaldo Vignati sui flussi elettorali in cinque città  (Alessandria, La Spezia, Padova, Piacenza e Pistoia) l’Istituto Cattaneo ha rilevato che generalmente il bacino elettorale del 5 Stelle si disperde in molte direzioni diverse e prevalentemente verso l’astensione.
Un dato che dovrebbe preoccupare i dirigenti del partito che si vantava di aver riportato gli italiani al voto. *
La fuga verso il non voto è ancora più marcata a Parma dove il 14,5% dell’elettorato passa dal partito di Grillo all’astensione mentre il 4,8% dell’elettorato del M5S ha votato Pizzarotti (Effetto Parma).

(da “NexQuotidiano”)

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IDEA PD: CANDIDARE PIETRO GRASSO A GOVERNATORE DELLA SICILIA

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

MOLLARE CROCETTA E PUNTARE SUL PRESIDENTE DEL SENATO

Mentre le urne in Sicilia sono ancora calde avanza una candidatura prorompente: quella del presidente del Senato Pietro Grasso alla Regione.
Dopo il disastro di Crocetta il Partito Democratico sta spingendo per un cambio di cavallo che avrebbe del clamoroso e che potrebbe arginare la finora irresistibile ascesa (nei sondaggi) di Giancarlo Cancelleri, che ha però subito una battuta d’arresto con l’appoggio a Ugo Forello, che alla fine a Palermo non è riuscito nemmeno a raggiungere il ballottaggio.
Grasso avrebbe il pregio di replicare il “modello Orlando”, riconfermato al primo turno, a Palazzo d’Orleans e potrebbe riuscire a mettere insieme una coalizione da Sinistra Italiana agli alfaniani.
L’operazione è complicata, scrive oggi Mario Ajello sul Messaggero, perchè Grasso si candiderebbe solo se glielo chiedesse Mattarella ma il capo dello Stato, si sa, è molto lontano dalla politica politicante nè ha intenzione di schierarsi.
Repubblica Palermo invece ha informazioni diverse:
«Soltanto con un candidato e un progetto simile possiamo mettere insieme Sinistra italiana, Orlando, i Centristi e gli alfaniani», diceva il responsabile dei dem Fausto Raciti parlottando con alcuni deputati. E il candidato che ha in mente Raciti, e che a Roma sostiene Orfini, è il presidente del Senato Grasso. Un nome che piace a Orlando, che vuole presentare sue liste alle regionali, ai Centristi di D’Alia e che metterebbe tutti d’accordo, anche chi ha aspirazioni di candidatura personale come Giuseppe Lupo.
Da Palazzo Madama trapela la disponibilità  di Grasso quanto meno a discutere l’argomento di una sua candidatura a governatore in Sicilia.
E l’allontanarsi delle elezioni nazionali rende più praticabile questa strada, sia per lo stesso Grasso sia per il Pd: in via del Nazareno però la decisione finale spetterà  al segretario Matteo Renzi, che non è in rapporti idilliaci con il presidente del Senato, anche se ha parlato di un’ipotesi Grasso in Sicilia con il leader di Sinistra italiana Nicola Fratoianni durante i colloqui sulla legge elettorale.
Si prospetta una sfida all’ultimo voto a Palazzo d’Orleans?

(da “NextQuotidiano”)

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FRANCESCO BENIGNO NON SI DA’ PACE PER LE SUE 156 PREFERENZE

Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile

E’ LA STAR DI “MERY PER   SEMPRE” DI MARCO RISI, E’ SCESO IN CAMPO A PALERMO PER IL CANDIDATO DI CENTRODESTRA FERRANDELLI… “MI ASPETTAVO 3.000 VOTI”

A conti fatti, scrive Benigno sulla sua pagina Facebook, visto che in famiglia sono 13 fratelli, tutti sposati e con almeno due figli maggiorenni l’attore è stato votato solo da famigliari e amici.
Inaccettabile visto che la pagina ha 70 mila fan (di cui 30 mila di Palermo) e che lui è un personaggio famoso.
Ma come è stato possibile, a tifare per lui c’erano “i grandi mercati di Palermo” e i “commercianti esperti storici di politica” avevano scommesso che avrebbe preso almeno tremila voti.
Lo strazio di Benigno aumenta quando scopre che “alcuni comuni candidati” hanno preso più voti di lui. Come è possibile che una persona “comune” prenda più voti di un attore famoso? È un scandalo!
La risposta è semplice: Benigno è stato fregato perchè troppo scomodo. Per questo fa sapere che fra due giorni presenterà  ricorso.
Nel frattempo da ogni post di Benigno trasudano rabbia e delusione. Chi l’avrebbe mai detto che la politica avrebbe potuto essere una cosa così difficile.
Eppure ci riescono pure “le persone comuni”.

(da “NextQuotidiano”)

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