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VINCERA’ BUCCI E GENOVA SARA’ TUTTA UN RED CARPET, CREERA’ 30.000 POSTI DI LAVORO NELLA MANUTENZIONE DEL TAPPETO ROSSO

Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile

MA INTANTO DOVRA’ SISTEMARE QUALCHE CENTINAIA DI QUESTUANTI CHE ASPETTANO DA VENTI ANNI DI SOSTITUIRE I RACCOMANDATI DAL PD… NON SI DIMENTICHI DI PULIRE LA STRADA PER LE VILLE DI   SANT’ILARIO, DOVE STA IL SUO BENEFATTORE

Come abbiamo anticipato in tempi non sospetti, ben prima che i media nazionali rivelassero le “grandi intese” tra partiti reazionari (Lega, Fdi e M5S) che è più fine definire populisti (quelli per intenderci che stanno prendendo sberloni in tutta Europa) per una volta il “garante” aziendale del M5S riuscirà  a vincere una battaglia: quella di consegnare la città  dove vive al sedicente centrodestra.
Sulla base delle regionali di due anni fa al ballottaggio a Genova avrebbero dovuto andarci il candidato del sedicente centrodestra (che partiva col 34%) e quello dei Cinquestelle (al 29%), il che avrebbe voluto dire vittoria finale del grillino.
Il candidato del Pd Crivello partiva dal 26% e andare oltre il 30%, stante le divisioni nella sinistra, sarebbe stato un miracolo.
Ma Grillo non ha alcun interesse a governare le grandi città , stante il personale politico di cui dispone, Raggi insegna.
Chi punta a Palazzo Chigi può solo perdere consensi dal dover amministrare (male) città  difficili e piene di problemi.
Siamo sinceri: quale persona sana di mente e senza secondi fini, se non un idealista alla Doria, potrebbe mai ambire a fare il sindaco di una grande città ?
Coi fondi tagliati è già  tanto se riesci a pagare gli stipendi ai dipendenti e tappare un 10% delle buche nelle strade.
In più ti ritrovi tutti a criticarti qualsiasi cosa fai: e se fai l’opposto te ne ritrovi altrettanti.
Ne deriva che il santone di Sant’Ilario, azionista di maggioranza della Cinquestelle Spa, abbia preferito creare un casino interno tale che gli garantisse la sconfitta, facendo fuori i grillini della prima ora come Putti e persino chi aveva vinto le Comunarie come Cassimatis.
Obiettivo raggiunto e il povero Piropollo è tornato a suonare la viola nel tempo libero. Si diletterà , insieme agli altri quattro “guerrieri” eletti in Comune, a fare un po’ di finta opposizione a Bucci nella Sala rossa, duettando in acuti con chi ha la classe della “pescivendola”.
Per uno che vende polli sarà  un bel confronto.
Grillo ha steso un tappeto rosso per l’affermazione del candidato sindaco leghista, noto uomo del popolino ed estraneo a multinazionali e poteri forti.
Non a caso Toti, da buon venditore di fuffa, ha iniziato a stendere red carpet in giro, contraccambiando il suo benefattore.
Il prossimo tappeto rosso lo stenderà  fino alle ville di Sant’Ilario, dove vive in modo francescano il garante dell’inciucio.
Il tutto a spese di Liguria digitale, ovvio, che da azienda tecnologica informatica è stata trasformata in fornitrice di tappeti per il “futuro premier Gabibbo bianco”, come crede di essere il committente.
Nel frattempo Bucci potrà  mantenere la promessa di creare 30.000 posti di lavoro in città . E pensare che tutti stavano a contestargli questa affermazione “ardita” in una città  che sta perdendo centinaia di posti di lavoro ogni mese, con aziende in crisi e multinazionali che scappano.
Ora si capisce come pensa di mantenere la promessa: stendendo centinaia di chilometri di tappeti rossi, da Voltri a Nervi, da monte a mare, da Erzelli al porto, nessuna strada resterà  esclusa.
Per la manutenzione dei tappeti potranno essere impiegate migliaia di persone, non ci saranno più disoccupati in città , pagheranno Liguria Digitale e chissà  quanti altri sponsor “disinteressati” che Bucci avrà  premura di presentarci come “mecenati”.
Nei primi cento giorni dovrà  però risolvere il problema più grosso: trovare un posto, un incarico, una consulenza, alle fameliche truppe del centrodestra locale, in   crisi di astinenza da decenni.
Manuale Cencelli esaurito sia alla libreria Mondadori che da Feltrinelli: se prima i posti andavano a quelli del Pd perchè “raccomandati”, ora spettano ai questuanti di segno opposto, basta spacciarla per “meritocrazia”.
Il prodotto non cambia, il cinema in fondo è fatto anche di comparse, un metro di red carpet in saldo non si nega a nessuno.

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QUANDO LA TRAGEDIA DI RIGOPIANO DIVENTA “UNA VALANGA DI OPPORTUNITA'”

Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile

ANNULLATO IN EXTREMIS IL CONVEGNO DAL TITOLO “DALLA GRANDE CALAMITA’ UNA VALANGA DI OPPORTUNITA'” INDETTO DALL’UNIVERSITA’ DI TERAMO

L’Università  di Teramo ha annullato il convegno dal titolo “Dalla grande calamità  una valanga di opportunità ” che si sarebbe dovuto tenere domani 22 giugno.
Il convegno non era organizzato dall’Università  ma si sarebbe svolto all’interno della Facoltà  di Scienze Politiche e Scienze della comunicazione dell’Università  degli Studi di Teramo.
Oltre all’Università  l’evento aveva il patrocino di Regione Abruzzo, Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise “G.Caporale” di Teramo, Fondazione Gran Sasso e dell’Accademia italiana di scienze forestali.
Nel comunicato del Rettore dell’Università  di Teramo Luciano D’Amico conferma l’assoluta certezza che gli organizzatori del convegno “mai avrebbero voluto mancare di doveroso rispetto alle vittime dei recenti eventi calamitosi”.
Ma consapevole che il titolo assegnato all’iniziativa “lascia spazio a equivoci irriguardosi” ha disposto l’annullamento della giornata di studi. Una giornata che nelle intenzioni avrebbe dovuto servire a presentare una ricerca sul fenomeno valanghe nell’intera area del Gran Sasso.
A dare notizia del convegno con l’infelice titolazione (come la definisce il Rettore) è stato il sito IDuePunti in un articolo di di Giancarlo Falconi.
Impossibile non pensare, guardando alla locandina, alla valanga che ha travolto l’hotel Rigopiano questo inverno.
Una tragedia nella quale hanno perso la vita 29 persone. E quella “valanga di opportunità ” ha riaperto le ferite ancora fresche dei parenti delle vittime di Rigopiano. Il portavoce del Comitato vittime di Rigopiano, Gianluca Tanda ha diffuso un comunicato dove stigmatizza la volontà  di cercare opportunità  da un disastro costruito.
Quale valanga di opportunità  possono nascere da un disastro costruito (non una semplice calamità ) come quello di Rigopiano?
Forse le opportunità  che lo Stato avrebbe dovuto offrire ai figli che sono rimasti orfani dei genitori e ai genitori che sono rimasti orfani dei figli?
Perchè solo adesso tutto questo interesse a parlare di valanghe, perchè solo adesso che ci troviamo qui a piangere 29 persone tutti parlano di un problema che in Abruzzo è sempre esistito ma nessuno si è mai preoccupato di affrontare?
Possibile che nessuno dei relatori si sia accorto del titolo fino a che Falconi non ha fatto notare la cosa ad appena un giorno dal convegno?
A più di qualcuno, soprattutto agli abitanti delle zone colpite dai terremoti dello scorso anno, è venuto in mente l’intercettazione di quelli che ridevano al telefono dopo il sisma dell’Aquila del 2006.
Il territorio abruzzese mostra ancora tutti i segni dei terremoti con le macerie ancora per strada e solo l’8% delle “casette” richieste consegnate.
Sul disastro di Rigopiano è stata aperta un’inchiesta per appurare eventuali responsabilità  sia nei ritardi dei soccorsi che per la sottovalutazione del rischio cui era esposta la struttura alberghiera.
Gli insulti sono comprensibili. Inspiegabile invece è, come fa notare qualcuno, che ad UniTe sia attivo anche un corso di scienze della comunicazione.
L’Università  era solo ospite e non era direttamente coinvolta, ma nessuno ha avuto nulla da ridire sulla “infelice” scelta comunicativa?
Molti quelli che hanno pensato fosse una parodia di Lercio e si sono dovuti ricredere. Purtroppo. Perchè sarebbe stato meglio se fosse stata una trovata satirica.
E metterci una pezza all’ultimo minuto non salva organizzatori e patrocinanti dalla figuraccia.

(da “NextQuotidiano”)

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IL MINISTERO DELLA (IN)GIUSTIZIA NON PAGA 1300 TIROCINANTI

Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile

DOVE LAVORARE GRATIS SEMBRA COSA BUONA E GIUSTA

Milletrecento giovani laureati in giurisprudenza hanno sgobbato dentro e fuori da tribunali, procure e corti d’appello.
Hanno affiancato giudici e pubblici ministeri nelle attività  di tutti i giorni, colmando le carenze d’organico che da anni affliggono il sistema.
Tanto da risultare, secondo lo stesso ministro della Giustizia, Andrea Orlando, fondamentali per gli uffici giudiziari.
Eppure non vedranno un soldo.
Questa mattina sulle scrivanie del Guardasigilli, del ministro Padoan, dei sottosegretari alla Giustizia Cosimo Ferri e Gennaro Migliore e su quella del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ci sarà  la lettera di 1300 tirocinanti provenienti da tutta Italia.
Loro, dalla graduatoria che garantisce le borse di studio per l’anno 2016 (400 euro al mese), sono rimasti fuori.
La critica che muovono al governo si fonda su due punti.
Il primo: il tirocinio è sì formativo (tanto che garantisce punteggi nelle graduatorie pubbliche e dà  la possibilità  di accedere al concorso in magistratura) ma è soprattutto paragonabile a un lavoro.
Lo dimostra il decreto legge 69/2013 con cui è stato creato.
Si tratta del cosiddetto “Decreto del fare”, con cui il governo intendeva fornire “Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia”. “Nel titolo III — si legge nella lettera inviata dai giovani laureati al governo — è contenuto l’articolo 73 che istituisce il nostro tirocinio al fine di migliorare l’efficienza del sistema giudiziario. È chiara l’intenzione di dotarsi nella maniera più veloce di uno strumento che aiuti a ‘smaltire’ il carico di lavoro degli uffici giudiziari”.
Il secondo punto riguarda le modalità  con cui vennero erogate le borse di studio lo scorso anno.
Tutti i tirocinanti, infatti, ricevettero il compenso. Il ministero della Giustizia, in accordo coi colleghi del Tesoro, aveva stanziato 8 milioni di euro.
Con l’inizio degli stage nel 2016, però, le cose sono cambiate e i tirocinanti sono aumentati sensibilmente. Perchè, allora, il fondo destinato alle borse di studio è rimasto uguale?
“Deve essere chiaro che noi lavoriamo” puntualizza Marta Moroni, una delle escluse. Marta sta svolgendo lo stage alla Procura della Repubblica di Monza. Ha iniziato l’anno scorso e finirà  a ottobre.
Due volte alla settimana parte da Peschiera Borromeo e si fa 3 ore di mezzi pubblici. “Prima andavo in Tribunale quattro volte alla settimana. Poi al tirocinio in Procura, che reputo un’esperienza molto positiva, ho affiancato quello nello studio legale dell’Inps”.
In generale, i tirocinanti spendono dalle 20 alle 40 ore settimanali in ufficio.
In casi d’emergenza escono dai tribunali alle 20. E molti di loro si portano il lavoro a casa, da completare la sera o nei weekend. Per la gioia di giudici e pubblici ministeri, che possono tirare il fiato.
Marta si è laureata alla Statale di Milano col 110 e lode. L’accesso ai tirocini è consentito — e questo è un altro aspetto paradossale della vicenda — soltanto alle eccellenze tra i laureati italiani.
E cioè a chi è uscito dall’università  con un voto pari o superiore al 105 e con la media del 27 in diritto costituzionale, diritto privato, diritto penale, diritto commerciale, diritto del lavoro, diritto amministrativo, diritto processuale penale e diritto processuale civile.
“Lo Stato non tutela i suoi studenti migliori — continua Marta — perchè è vero che 2.412 laureati riceveranno la borsa di studio, ma altri 1.300 sono rimasti fuori dalla graduatoria. Ho vissuto l’esclusione con un forte senso d’ingiustizia. Quei soldi mi servivano per frequentare la scuola che prepara i laureati al concorso in magistratura, per affrontare l’esame d’avvocatura e per comprare libri e codici”.
La soluzione prospettata nella lettera è, sostanzialmente, una: trovare i fondi perchè le borse di studio siano garantite a tutti i tirocinanti, indipendentemente dal reddito (quest’anno ne hanno beneficiato quelli con ISEEU inferiore a 42mila euro).
A cui si aggiunge un ulteriore suggerimento: modificare l’articolo che istituisce il tirocinio con l’inserimento di un compenso fisso, come succede per le attività  extracurriculari.
“Ci sentiamo maltrattati dallo stesso Stato presso cui prestiamo servizio con impegno” conclude Marta.
Lavorare gratis è, di per sè, un’ingiustizia. Ma allora farlo per il Ministero della Giustizia, che cos’è?

(da BusinessInside”)

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CARABINIERE E STUPRATORE DI NOTTE: SALGONO A 16 LE VITTIME, TUTTE STUDENTESSE E TURISTE STRANIERE

Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile

CHIUSA L’INCHIESTA-BIS SUL VIOLENTATORE SERIALE DEL PADOVANO… I SOVRANISTI SU QUESTO CASO NON FANNO POST ?

Quando nell’aprile 2014 la squadra Mobile aveva bussato alla porta del suo appartamento all’Arcella, si pensava fosse un caso isolato.
Nessuno poteva pensare che Dino Maglio, 38 anni ora, all’epoca carabiniere a Teolo, facesse rima con l’accusa di essere un violentatore seriale, nonostante la denuncia di una diciassettenne australiana che prima di tornare dall’altra parte del mondo aveva raccontato in questura di essere stata drogata e stuprata dall’uomo che ospitava lei e la madre a Padova.
Da quel giorno, il diluvio.
La denuncia della diciassettenne australiana che diventa una condanna a sei anni e mezzo e altre quattordici ragazze, tutte ospitate dal carabiniere che prendono coraggio e raccontano di essere state abusate da lui.
Un’inchiesta arrivata al capolinea, con il pm Giorgio Falcone che nei giorni scorsi ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio per Maglio, oggi ai domiciliari a Tricase, Lecce.
Violenza sessuale aggravata, stato di incapacità  procurato mediante violenza e concussione le accuse che potrebbero portare di nuovo a processo il militare dell’Arma, contro cui anche i vertici dei carabinieri hanno fatto causa per danno d’immagine davanti alla Corte dei Conti.
Fatti, quelli racchiusi nella nuova richiesta di rinvio a giudizio, che vanno da marzo 2013 a marzo 2014, ben prima che il velo sulla doppia vita di Dino Maglio venisse squarciato dalla denuncia della diciassettenne australiana, il 17 marzo 2014.
La nuova inchiesta racconta che nella rete del carabiniere – oltre alla studentessa australiana e a una ragazza americana che aveva denunciato le violenze alla polizia londinese di Scotland Yard – erano cadute giovani polacche, canadesi, portoghesi, ceche, tedesche, statunitensi e di Hong Kong che su Couchsourfing.com, la piattaforma web di affitto-camere, si erano fidate di «quel» Leonardo che offriva il suo appartamento all’Arcella a quante cercassero una stanza dove dormire durante il soggiorno a Padova e in Veneto.
L’impressione all’inizio era buona e veniva rafforzata dal tesserino da carabiniere che Maglio mostrava alle sue ospiti per rassicurarle.
Un clichè comune ad ogni denuncia, come comune era l’epilogo del loro soggiorno.
Il carabiniere che preparava la cena e offriva alle ragazze il suo vino speciale (un mix di alcol e Tavor) per stordirle e abusare di loro.
Accuse diventate il cardine dell’inchiesta bis e dei diciassette capi d’imputazione da cui il militare dovrà  difendersi di fronte al giudice.
Quattro gli stupri accertati dal racconto delle vittime mentre dieci ragazze non hanno saputo dire nulla di quanto successo dopo aver bevuto il vino offerto dal padrone di casa: una dimenticanza che comunque non ha giocato da salvacondotto per Maglio che per questi episodi è accusato di riduzione in stato di capacità  delle dieci giovani.
Su di lui anche l’accusa di concussione.
In tre occasioni «in qualità  di appartenente all’Arma dei carabinieri», scrive il pm Falcone nella richiesta di rinvio a giudizio, Maglio aveva ordinato alle sue ospiti di cancellare i commenti negativi su di lui postati su Couchsurfing.
Se non lo avessero fatto lui, da carabiniere, le aveva minacciate che«avrebbe potuto raccogliere informazioni tramite i dati del passaporto e del cellulare, denunciando e creando problemi in tutta Europa, in caso di controlli di polizia».
Accuse da cui Maglio si è sempre difeso raccontando agli agenti della Mobile e al magistrato che le ragazze erano sempre state consenzienti e lui non aveva mai violentato nessuna delle sue ospiti.
A smentirlo però le indagini della procura, della polizia, il racconto di una giovane australiana e, prima di lei, quello di una studentessa americana.
Dopo di loro, altre quattordici ragazze.

(da “Il Corriere della Sera“)

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ISTAT: IL BONUS DA 80 EURO LA QUATTORDICESIMA HANNO FAVORITO SOLO I REDDITI MEDIOALTI

Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile

GIOVANI SINGLE, FAMIGLIE MONOPARENTALI E REDDITI BASSI I MENO TUTELATI DAL WELFARE

L’Italia non è un Paese per giovani. Il sospetto era forte, basti pensare che la disoccupazione giovanile è tra le più alte in Europa, con una media oltre il 34%, ma ora a scriverlo nero su bianco è l’Istat.
«L’intervento pubblico» sui redditi attraverso tasse e benefici «abbatte drasticamente il rischio di povertà  delle famiglie anziane», allo stesso tempo le più esposte e le più tutelate, cioè quelle per cui la redistribuzione consegue il maggior effetto, rileva l’Istituto di statistica nel Rapporto sui redditi.
Al contrario, «le coppie giovani e quelle adulte con minori, dopo l’intervento pubblico risultano più esposte al rischio di povertà , che aumenta in misura contenuta». E ancora: i giovani single e le famiglie monoparentali sono i meno tutelati dal sistema di welfare.
«Le principali politiche redistributive del periodo 2014-2016 (bonus di 80 euro, aumento della quattordicesima per i pensionati e sostegno di inclusione attiva), hanno aumentato l’equità  della distribuzione dei redditi disponibili nel 2016, spiega l’Istat nel Rapporto sui redditi.
E lo prova con due numeri: l’indice di Gini, che misura le disuguaglianze, è passato dal 30,4 al 30,1, mentre il rischio di povertà  è sceso dal 19,2 al 18,4%.
In particolare, spiega l’Istat, il bonus di 80 euro e l’aumento della quattordicesima mostrano un profilo progressivo, poichè in tutt’e due i casi il beneficio diminuisce al crescere del reddito disponibile ed è quindi massima nel 20% più povero e minima in quello più ricco della popolazione.
Il paradosso? Sebbene il bonus di 80 euro non sia disegnato come una misura anti-povertà , gli effetti maggiori in valore assoluto e come quota di beneficiari si registrano per le famiglie con redditi medio alti, «per effetto dell’incapienza e della presenza di più lavoratori dipendenti nelle famiglie a reddito medio-alto.
L’aumento della quattordicesima, invece, ha un maggiore impatto sulle famiglie a reddito medio-basso del secondo quinto, si tratta di circa 940 mila famiglie beneficiarie, per un importo medio di 310 euro l’anno.
Delle misure adottate nel triennio 2014-2016, il SIA (Sostegno di inclusione attiva) è quella più concentrata sul quinto più povero: secondo le stime del modello, nel 2016 il Sostegno di Inclusione Attiva ha raggiunto circa 210 mila famiglie, per un importo medio di 875 euro e una spesa complessiva non superiore ai 200 milioni di euro.
Si tratta, peraltro, di effetti decisamente inferiori rispetto alle intenzioni del legislatore, poichè nel 2016 non si è potuto spendere l’intero stanziamento disponibile, pari a 750 milioni.

(da “il Corriere della Sera”)

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PAPA FRANCESCO A SOSTEGNO DELLA CAMPAGNA “ERO STRANIERO” DI CARITAS E RADICALI

Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile

ALLEATI PER SCONGIURARE IL FRONTE DEI MURI: CANALI REGOLARI DI INGRESSO PER I LAVORATORI STRANIERI, PERMESSI DI SOGGIORNO PER “COMPROVATA INTEGRAZIONE”, DIRITTO DI VOTO, ABOLIZIONE DEL REATO DI IMMIGRAZIONE CLANDESTINA

Radicali e cattolici sposano la stessa battaglia in difesa dei migranti.
Nell’udienza generale di martedì Papa Francesco ha espresso “sincero apprezzamento” per la campagna promossa da Radicali Italiani e Caritas: “Ero straniero-L’umanità  che fa bene”, a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare per superare la legge Bossi-Fini.
Bergoglio ha parlato in occasione della Giornata internazionale del Rifugiato, celebrata ieri in tutto il mondo. “Ringraziamo Papa Francesco per il forte segnale di attenzione che oggi ha voluto rivolgere alla campagna”, ha detto Riccardo Magi, segretario dei Radicali, ricordando il coinvolgimento di associazioni laiche e cattoliche per “investire su accoglienza e l’inclusione”.
La proposta di legge, sostenuta fra gli altri dalla Comunità  di Sant’Egidio, dalle Acli e dalla Fondazione Migrantes, vuole introdurre canali regolari di ingresso per i lavoratori stranieri, un permesso di soggiorno “per comprovata integrazione” e il diritto di voto per chi ha un permesso di soggiorno di lungo periodo.
Inoltre chiede l’abolizione del reato di clandestinità  previsto ancora dalla Bossi-Fini, che Magi definisce “una manna dal cielo dei movimenti populisti che gongolano nella lotta tra poveri“.
Anche alcune decine di sindaci hanno aderito alla campagna.
Magi, nell’esprimere gratitudine per il sostegno del Pontefice, ha ricordato la convergenza del mondo cattolico e degli “anticlericali Radicali” su alcune battaglie fondamentali, come nel ’79 contro la fame nel mondo e più recentemente la giustizia nelle carceri.
“Oggi accade con l’immigrazione — prosegue Magi — di fronte a una politica che insegue disperatamente i sondaggi e gli algoritmi dei social network”.
Nonostante le posizioni opposte in materia di libertà  personali e fine vita “con Papa Francesco condividiamo l’obiettivo di scongiurare il rischio che nel nostro Paese prevalga il fronte dei muri, che alimenta un racconto fatto di paure e menzogne, aiutato da una legge che ha prodotto solo illegalità , clandestinità  e sfruttamento”.

(da agenzie)

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IUS SOLI, QUANDO GLI IMMIGRATI ERAVAMO NOI

Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile

LA MIA BISNONNA E IL BASTIMENTO CON LA TERZA CLASSE NEL VENTRE DELLO SCAFO

I miei bisnonni non avevano mai visto il mare. Dalle campagne del Monferrato anche se ti metti sul “bricco” più alto non ci riesci.
Lo hanno conosciuto arrivando faticosamente a Genova, prendendone confidenza dal ventre dello scafo in cui i “bastimenti” inghiottivano i passeggeri di terza classe, quelli che avevano addirittura una biglietteria separata da quella di chi non viaggiava per necessità .
Settimane e settimane di traversata in condizioni inumane, poi la quarantena ad Ellis Island, infine un ingresso nel “Nuovomondo” che solo una disperata speranza poteva far sembrare salvifico
Il racconto della mia bisnonna Maria, Elvira sul suo ingiallito passaporto, mi ha segnato profondamente. “Nuova York” era il capolinea dei sogni. Per i più fortunati il punto di partenza di aspirazioni, desideri, ambizioni.
Suo figlio Bartolomeo Delprino, lo zio Romeo, quando nel 1920 tornarono negli Stati Uniti dopo una breve permanenza in Italia, nei registri dell’Immigration Service vedeva il suo nome preceduto da un timbro. “US Citizen” si legge ancor oggi sulla lista di chi era sbarcato dalla nave “America”.
Romeo era nato negli Stati Uniti che lo avevano riconosciuto figlio di quella terra.
Chissà  quanti — tra coloro che stanno leggendo queste mie poche righe — potrebbero narrare analoghe epopee familiari, ricordare storie dolorose e inaspettati “lieto fine”, farsi venire le lacrime agli occhi al pensiero di tanti sacrifici e difficoltà , avere impresso la strenua forza di sentirsi uguali agli altri che ha animato qualunque nostro trisavolo involontariamente catapultato lontano da casa.
A distanza di un secolo dalle nostre parti si discute dello “ius soli” e in troppi si sono dimenticati la nostra storia.
Con toni più o meno beceri parecchi politici (o soggetti che si dichiarano tali) hanno vomitato i loro sproloqui nella ferrea convinzione di cavalcare l’onda emotiva dello tsunami sociale in corso.
La nostra Italia non versa nelle attuali drammatiche condizioni per colpa degli immigrati, ma grazie a quei nostri connazionali che l’hanno portata alla catastrofe magari “mangiando” sull’arrivo e sulla permanenza di questi “indesiderati”.
Lo Stato latita, affida in concessione attività  indelegabili e apre redditizi varchi agli “scafisti anidri” ovvero a quegli sciacalli che non devono nemmeno bagnarsi i piedi per speculare sulla disperazione.
C’è bisogno di ordine, certo. Ma non è negando la cittadinanza a chi nasce dalle nostre parti che si rimedia a uno sfascio senza fine.
Chi ha urlato contro lo “ius soli” dovrebbe vergognarsi: gli immigrati in regola pagano tasse e contributi, e lo fanno in silenzio pur sapendo che quelle somme non daranno loro nulla. I loro figli, come la buonanima di Bartolomeo Delprino, sono figli di questa terra.
Non smetto di domandarmi perchè chi non vuole “intrusi” non si faccia promotore di una bella proposta di legge per togliere ogni diritto civile a chi evade il fisco, a chi viola la legge e a chi non la fa rispettare, a chi con la corruzione ha minato le fondamenta della Pubblica Amministrazione, e così a seguire.
Ma — Papa Francesco a parte — nessuno sembra preoccuparsi delle cose serie e indifferibili.

Umberto Rapetto
(da “il Fatto Quotidiano”)

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I REPUBBLICANI VINCONO IN GEORGIA MA PERDONO MOLTI VOTI: PER TRUMP SCATTA L’ALLARME MIDTERM 2018

Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile

UN COLLEGIO DOVE VINCEVANO CON 23 PUNTI DI VANTAGGIO E’ DIVENTATO A RISCHIO… IL GRADIMENTO DI TRUMP NEL PAESE E’ PRECIPITATO AL 36%

Non è davvero stata quello che ci si aspettava: una noiosa battaglia politica locale per un posto alla Camera.
Le elezioni speciali in Georgia si sono trasformate in uno scontro politico nazionale, in un primo referendum sulla presidenza di Donald Trump.
Alla fine l’hanno spuntata i repubblicani. Karen Handel, una funzionaria locale ed ex segretario di stato in Georgia, ha battuto Jon Ossof, trentenne ex assistente parlamentare.
A scrutinio quasi terminato, Handel ha il 51,9 per cento dei voti, contro il 48,1 del suo avversario. Il risultato, i soldi spesi nella campagna, gli argomenti utilizzati sono comunque interessanti in vista delle elezioni di midterm 2018.
Il sesto distretto, che copre un’area ricca, borghese, conservatrice di Atlanta, non è mai stato un problema per i repubblicani.
Da quarant’anni sono i candidati del G.O.P. a conquistarlo con facilità . Questo è il seggio occupato da Newt Gingrich dal 1979 al 1999; e Tom Price, l’attuale segretario alla sanità , l’ha vinto con ben 23 punti di vantaggio nel 2016.
Proprio per sostituire Price, entrato nell’amministrazione Trump, era stata convocata l’elezione. E anche questa volta, come nel passato, ci si aspettava una vittoria facile del candidato conservatore.
Non è andata così. Al primo turno, il 18 aprile, Ossof ha conquistato il 48% dei consensi, sfiorando la maggioranza assoluta che avrebbe evitato il secondo turno.
Di Ossof sono piaciuti la passione, la concretezza della proposta, la capacità  di parlare a un elettorato conservatore senza perdere di vista i valori tradizionali del partito.
In campagna elettorale, il candidato democratico ha difeso il diritto all’aborto, promettendo però di non alzare le tasse per i più ricchi.
Il suo centrismo, più che alla sinistra democratica, è parso guardare alla tradizione politica sudista del senatore Sam Nunn.
Più incolore, invece, il campo repubblicano, diviso tra diversi candidati con Handel, al primo turno, capace di arrivare seconda racimolando soltanto il 20% dei voti.
E’ a questo punto che è scattato l’allarme (repubblicano) e la speranza (democratica).
I progressisti hanno visto la possibilità  di strappare un seggio storico, trasformando la vittoria in un giudizio su Trump; i repubblicani hanno temuto una sconfitta umiliante e le ripercussioni sulle elezioni di midterm.
Ad Atlanta sono scesi i big nazionali e soprattutto si sono riversati milioni di dollari (queste sono state le elezioni locali più costose della storia americana).
Ossof, che aveva raccolto otto milioni di dollari per il primo turno, ne ha spesi altri quindici per il secondo.
I sostenitori di Karen Handel hanno contribuito con altrettanta generosità ; dodici milioni di dollari sono stati spesi in attacchi televisivi contro Ossof.
Per aiutare la candidata in difficoltà  sono poi arrivati ad Atlanta il vice presidente Mike Pence e lo speaker della Camera Paul Ryan.
Alla fine la reazione repubblicana ha avuto l’effetto sperato. Handel ha recuperato e vinto. Hanno contato diversi fattori.
Sicuramente ha contato il tentato omicidio di Steve Scalise, il capogruppo repubblicano alla Camera, da parte di un simpatizzante democratico.
E ha giocato un ruolo importante anche il tipo di campagna lanciata contro Ossof, dipinto come un allievo di Nancy Pelosi e identificato con il radicalismo progressista di San Francisco e della West Coast, lontano dai valori e dalle abitudini di vita di questo spicchio di Sud. Meno capace di raccogliere consensi è stata la campagna di Ossof, che ha puntato molto sullo scarso acume politico e poca personalità  della sua avversaria.
Alla fine gli elettori non l’hanno ascoltato. Hanno preferito un conservatorismo tradizionale, sia pure non particolarmente affascinante, al giovane progressista.
A questo punto tutti devono fare i conti con il risultato. I democratici escono dalle elezioni del sesto distretto molto delusi.
Un voto per Ossof non era soltanto un modo per sconfessare le politiche di Trump su sanità , ambiente, immigrazione. Era anche l’occasione per valutare la realtà  delle proprie ambizioni nelle elezioni di midterm 2018; per sollecitare l’entusiasmo progressista e raccogliere finanziamenti; per costringere i repubblicani in una serie di collegi contesi a non presentarsi nel 2018.
La strategia subisce una battuta d’arresto. Le elezioni di midterm saranno difficili, combattute, incerte.
Buona parte dell’elettorato repubblicano può guardare con un certo scetticismo alcune mosse di Trump. Ma il cuore di questo elettorato, soprattutto nelle aree più conservatrici, continua ad appoggiare il presidente e non molla i suoi candidati.
Le elezioni di Atlanta rappresentano però un campanello d’allarme per gli stessi repubblicani.
La presidenza Trump ha eroso il loro consenso. Un collegio che fino al 2016 si vinceva facilmente, con 23 punti di vantaggio, oggi diventa competitivo.
La cosa non vale per la sola Atlanta. I candidati repubblicani hanno vinto, ma con difficoltà , in recenti elezioni in Kansas e in Montana. E nelle stesse ore in cui si votava in Georgia si votava anche per un’elezione speciale in South Carolina, dove gli afro-americani sono andati massicciamente alle urne e hanno messo in pericolo l’elezione del repubblicano Ralph Norman (in un collegio elettorale, se possibile, ancora più conservatore di quello di Atlanta).
Questo significa che le politiche di Trump hanno ulteriormente polarizzato l’elettorato e seminato confusione e dubbi nelle aree di certa (almeno un tempo) fede conservatrice.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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FUMOGENI: LA STRANA “DENUNCIA CIVILE” DI CASALEGGIO A MARIO CALABRESI

Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile

SENZA UNA QUERELA PENALE IL DIRETTORE DI “REPUBBLICA” NON AVRA’ L’OBBLIGO DI RIVELARE LE FONTI DEL PRESUNTO INCONTRO TRA CASALEGGIO E SALVINI, E QUELLA NON LA PUO’ PRESENTARE DI MAIO CHE NON NE HA TITOLO

Oggi Davide Casaleggio torna in un post sul blog di Grillo sulla storia di Repubblica e del presunto incontro con Matteo Salvini raccontato dal quotidiano in un articolo a firma di Matteo Pucciarelli.
Il post però presenta una serie di argomenti curiosi e strani che potrebbero, al contrario di quello che ha detto di volere Casaleggio, non accertare la veridicità  dei fatti.
Scrive infatti Casaleggio:
Non è accettabile questo modo di fare informazione. Fonti inesistenti o inconsistenti non possono essere usate come clave mediatiche per indirizzare il pensiero degli italiani. L’operazione politica è bieca quanto evidente: far credere alle persone che esista un’alleanza del MoVimento 5 Stelle con la Lega Nord. Questo è falso.
Casaleggio sostiene che l’articolo di Repubblica volesse far credere a un’alleanza tra Lega Nord e M5S, eppure il pezzo non diceva assolutamente questo ma parlava soltanto di un primo incontro esplorativo tra i due. Ma soprattutto nel finale del post Casaleggio scrive:
“La querela l’ha già  fatta Di Maio, io procederò a fare un esposto all’ordine dei giornalisti e a una denuncia civile”
Ora, in primo luogo non esistono le “denunce civili”.
Nella giustizia civile un privato chiama in giudizio un altro privato (lo “cita”) con lo scopo di ottenere dal giudice una pronuncia che gli dia ragione.
Casaleggio può fare poi un esposto all’Ordine dei Giornalisti, tenendo presente che quello di Roberta Lombardi nei confronti di Jacopo Iacoboni è andato come è andato (spoiler: male per la Lombardi).
Prima di citare in giudizio civile Calabresi (non solo, visto che i responsabili sono l’autore dell’articolo, l’editore e il direttore) dovrà  probabilmente andare davanti al mediatore (dipende dalla richiesta di risarcimento) e soltanto poi potrà  citare i tre presunti responsabile.
Ma soprattutto, ed è questa la parte più importante del ragionamento, Calabresi aveva invitato a querelare (ovvero ad andare al tribunale penale) perchè in quella sede — e soltanto in quella sede — il giudice può obbligare a rivelare la fonte delle informazioni alla base dell’articolo.
Se Casaleggio decide di seguire la strada del tribunale civile, potrebbe magari ottenere un risarcimento dal punto di vista economico ma non avrebbe certo soddisfatto la sua curiosità  di scoprire la fonte delle informazioni, nè Repubblica sarebbe in alcun modo costretta a dargliele.
Infine, Casaleggio dice che “la querela l’ha già  fatta Di Maio”, confermando così che Di Maio querela non per la risposta (inesistente, visto che non era rivolta a lui) che gli ha dato Calabresi su Twitter, ma per il punto della questione: il “vertice segreto Casaleggio-Salvini” raccontato in prima pagina da Repubblica.
Ma Di Maio oggi non è formalmente rappresentante del M5S nè detentore del simbolo (è Beppe Grillo) e quindi la sua querela potrebbe avere un difetto di legittimazione e finire archiviata.
Insomma: Davide Casaleggio ha scelto di utilizzare uno strumento (la causa civile) che non porterà  Repubblica all’obbligo di rivelazione delle sue fonti lasciando così ancora tutti nel dubbio.

(da “NextQuotidiano”)

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