Giugno 25th, 2017 Riccardo Fucile
IN PIAZZA SOLO 26.000 PERSONE INVECE DELLE 48.000 OMOLOGATE E DELLE 100.000 DELLE PRECEDENTI OCCASIONI
Chiara Appendino era piuttosto nervosetta perchè qualche giornale ha fatto notare che alla festa di San Giovanni c’era poca gente: 26mila persone invece delle 48mila fissate come limite raggiunto anche negli anni scorsi.
Per questo su Instagram e su Facebook ha chiesto di far parlare le immagini: «In questo momento voglio solo ringraziare tutte e tutti i torinesi per questo splendido San Giovanni e tutte le istituzioni che si sono adoperate per organizzare un evento sicuro e vivibile».
Tra i commenti di Facebook qualcuno ha notato qualcosa che non va: “I dati UFFICIALI del contatore alle zone di accesso volute da LEI hanno contato circa 20000 persone, a fronte delle 48000 massime da LEI previste e consentite e rispetto alle circa 100000 degli anni precedenti. Non lo definirei un successo. Peraltro la diretta mostrava una piazza ben diversa…”, dice Andrea.
Ma la sindaca non sembra molto impressionata e risponde: “Non ne farei una questione di numeri, bensì di organizzazione e sicurezza. In piazza, poi, c’era un bel clima, famiglie sedute in cerchio che guardavano tranquillamente i fuochi”.
Ma il problema è che in molti mettono in dubbio l’autenticità delle foto postate dalla Appendino: “La piazza era vuota e pubblicare immagini tarocche è patetico”, scrive un’utente.
“Molto bella l’unica foto dall’alto che trasforma la Mole in un obelisco. Mi sa che la lezione di Photoshop su “schiacciare ai lati per far sembrare più affollata una piazza” vada ripetuta e seguita con più attenzione”, commenta un’altra.
La Mole di Torino sarebbe più stretta del normale: stretchata, si dice in gergo.
E tra i commentatori c’è chi propone l’apertura di una nuova pagina Facebook (“Appendino modifica foto per far sembrare piene le piazze”). §
Anche altri hanno fatto notare che a mezz’ora dai fuochi d’artificio la piazza pareva deserta. C’è anche chi, come il giornalista della Stampa Giuseppe Bottero, su Twitter fa notare che alle 20,36 le persone in piazza secondo l’app degli addetti del Comune erano 3776 mentre la capienza massima attesa era di 48mila persone, come gli altri anni.
D’altro canto, la piazza ripresa durante i fuochi da un altro punto di vista non sembra pienissima.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 25th, 2017 Riccardo Fucile
“E’ PASSATA CON IL NEMICO” E LUNEDI’ VOGLIONO CACCIARLA DAL GRUPPO: SUCCEDE QUESTO A CHI TENTA DI FAR RISPETTARE IL REGOLAMENTO DEL MOVIMENTO
«Ho provato ad aprire gli occhi ai colleghi in commissione urbanistica. Il risultato,
purtroppo, è stato quello di trovarmi due dita nei miei di occhi» : questo avrebbe detto secondo La Repubblica, che ne parla oggi nella cronaca di Roma, la consigliera comunale Cristina Grancio, sospesa dal MoVimento 5 Stelle per la dissidenza sullo Stadio della Roma a Tor di Valle e pronta a portare Beppe Grillo in tribunale, durante l’assemblea dei tavoli tematici del M5S che si è svolta ieri.
A quanto pare, però, per la Grancio la situazione si complica.
Il gruppo consiliare del M5S sarebbe infatti pronto ad espellerla: ««Lunedì avvierò le procedure per toglierla dal gruppo», avrebbe detto il capogruppo Paolo Ferrara secondo Il Messaggero.
La Grancio si è infatti azzardata, secondo l’interpretazione grillina, a ribellarsi alla procedura di sospensione che ritiene ingiusta e che, come ha raccontato l’avvocato Lorenzo Borrè nell’atto di citazione, è stata sospesa nonostante il voto contrario alle indicazione dei gruppi parlamentari non sia mai stato motivo di provvedimento disciplinare per i parlamentari M5S, «tant’è che come risulta dall’elenco pubblicato da Openpolis — che si allega — i voti contrari contrari alle indicazioni del rispettivo Gruppo ascrivibili a ciascun senatore pentastellato oscillano da un minimo di 43 ad un massimo di 218, con una media di 120 voti contrari a testa, mentre alla Camera i voti contrari oscillano tra un minimo di 13 ad un massimo di 361».
La Grancio quindi si trova nella solita condizione di chi dissente nel MoVimento 5 Stelle: prima viene sanzionata senza un vero motivo, poi viene lapidata perchè si è opposta alla sanzione ingiusta.
Lapidata di solito dagli eletti, mentre, come racconta ancora Lorenzo D’Albergo, durante la diretta Skype del suo intervento ha raccolto invece gli applausi della base.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 25th, 2017 Riccardo Fucile
GHIRARDUZZI HA PRESO SOLO IL 3.18% MA ODIA PIZZAROTTI… IL MEETUP “DUCATO A 5 STELLE” ACCUSA: “HA DISTRUTTO IL MOVIMENTO A PARMA E PARLA ANCORA”
Il LOL sembra essersi ormai impadronito del MoVimento 5 Stelle a Parma. Il MeetUp «Ducato a 5 Stelle» ha chiesto la cacciata dal movimento di Daniele Ghirarduzzi, il candidato sindaco che al primo turno ha ottenuto il 3,18% dei voti e che nei giorni scorsi aveva invitato i suoi elettori a votare al ballottaggio per Paolo Scarpa, candidato della sinistra e avversario del fuoriuscito Pizzarotti.
Da Facebook
“Dal 2012 che Ghirarduzzi ed il suo sparuto gruppo di seguaci lavorano apertamente per la distruzione del MoVimento a Parma, impresa che purtroppo gli è riuscita, grazie anche al fatto che a livello regionale e nazionale le numerose segnalazioni e richieste di intervento inviate, ultima la richiesta di espulsione del Giugno 2016 da parte di tutti i portavoce della Provincia, sono rimaste inascoltate.
Con la mossa odierna Daniele Ghirarduzzi ha gettato la maschera, rivelando la sua vera natura di nemico del M5S e di portaborse del PD.”
Gli iscritti al M5S del MeetUp Parma Ducato 5 Stelle invitano tutti gli iscritti, gli attivisti, e gli elettori che lo hanno votato al primo turno in buona fede, credendo di votare per un autentico rappresentante del M5S, a prendere atto della realtà da noi sempre denunciata, e ad isolare politicamente Daniele Ghirarduzzi, che anche formalmente non ha più alcun titolo per rappresentare il MoVimento 5 Stelle. (…)
“Per questi motivi gli iscritti al M5S del MeetUp Parma Ducato 5 Stelle inviano le presente nota, oltrechè agli organi di informazione, anche a tutti i portavoce M5S nei Consigli Comunali del Parmense, nel Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna ed in Parlamento, affinchè sia avviato formalmente il procedimento per l’espulsione di Daniele Ghirarduzzi dal MoVimento 5 Stelle, a norma dell’art. 4, lettera b) del Regolamento, per aver adottato e pubblicamente manifestato, anche tramite comunicati ed interviste rilasciate alla stampa, comportamenti contrari ai doveri specificati nell’art. 1 lettera e) dello stesso regolamento, che fa obbligo agli iscritti di “astenersi da comportamenti suscettibili di pregiudicare l’immagine o l’azione politica del MoVimento 5 Stelle o di avvantaggiare altri partiti;”.
Un paio di giorni fa Ghirarduzzi, in un post su Facebook diventato presto virale, aveva invitato a votare… Scarpa, il candidato del PD, spiegando il tutto con una logica che renderà orgogliosi i cittadini di Parma, chiunque vinca al ballottaggio, di aver votato… qualcun altro.
“Se vuoi impedire che il PD conquisti il Comune NON votare Pizzarotti. Almeno Scarpa è sostenuto da 3 liste diverse“, aveva scritto infatti l’ex candidato grillino sponsorizzato da Massimo Bugani.
Ovviamente a Ghirarduzzi sfuggiva il piccolo dettaglio che tra le tre liste che sostengono Scarpa c’è il PD, mentre nell’unica lista che sostiene Pizzarotti il PD non c’è.
Ma la notizia è un’altra: ovvero che il M5S odia e teme tanto Pizzarotti da indicare di votare il suo peggior nemico pur di vederlo perdere.
Ma a rischio espulsione c’è invece il Ducato 5 Stelle di Parma. Perchè loro invece hanno invitato a votare Pizzarotti.
E le leggi, si sa, con i nemici si applicano e con gli amici si interpretano.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 25th, 2017 Riccardo Fucile
SALVATAGGIO DELLE BANCHE VENETE, IL COSTO PER I CONTRIBUENTI E’ ALTISSIMO
Il nuovo proprietario della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca è Intesa Sanpaolo: con
un solo euro si porta a casa la parte sana dei due istituti.
Quella malata e soprattutto il conto salatissimo sono a carico dello Stato: ai contribuenti italiani il salvataggio costerà subito 5,2 miliardi, ma lo scudo pubblico potrà arrivare fino a 17 miliardi se alcune situazioni in bilico dovessero precipitare. Dopo settimane di trattative serrate tra il Tesoro, Bruxelles e Intesa, la partita del salvataggio delle banche venete si chiude con un esito imponente sul fronte delle risorse pubbliche che saranno impiegate per impedirne il fallimento.
Un impegno gravoso, che da una parte mette in luce la debolezza del sistema bancario italiano e dall’altra pone lo Stato nella condizione di essere, oggi, l’unico cavaliere bianco in grado di poter risolvere le crisi del settore ma a fronte di esborsi onerosi.
Dopo che il Meccanismo unico di vigilanza europeo ha riconosciuto l’insolvenza di Bpvi e Veneto Banca, aprendo il processo del salvataggio, arriva il secondo step per tenere aperti gli sportelli delle venete, cioè il decreto approvato dal Consiglio dei ministri che disegna la cornice normativa dentro la quale prenderà vita l’unica proposta arrivata sul tavolo del Tesoro per salvare le venete, quella di Intesa.
Le due banche passano a Ca’ de Sass. Le attività degli istituti saranno suddivise in buone e “malate” e andranno a confluire rispettivamente in una good bank e in una bad bank.
Intesa metterà un euro per acquistare la good bank, mentre la spesa maggiore sarà a carico dello Stato: 4,785 miliardi di soldi pubblici andranno subito a Ca’ de Sass per finanziare l’operazione, proteggere i suoi parametri patrimoniali e gestire i circa 4.000 esuberi.
Altri 400 milioni lo Stato li metterà per le garanzie necessarie. Ma la mobilitazione totale delle risorse pubbliche, tuttavia, potrà salire fino a 17 miliardi di euro per fronteggiare eventuali rischi.
I 12 miliardi che lo Stato potrebbe mettere in campo fanno riferimento alla copertura del rischio legato ad alcuni crediti ad alto rischio.
Le risorse pubbliche saranno attinte dai 20 miliardi messi da parte a Natale per far fronte alle ricapitalizzazioni precauzionali delle banche.
L’esborso dello Stato per le venete non avrà quindi un impatto sull’indebitamento, ma allo stesso tempo l’imponente riserva si ridurrà sensibilmente, considerando anche che bisognerà attingere da quelle risorse per mettere in campo la ricapitalizzazione precauzionale, sempre a carico dello Stato, di cui beneficerà Mps.
La strada scelta per i due istituti veneti è quella della liquidazione ordinata, detta anche liquidazione coatta amministrativa.
Il via libera al decreto di liquidazione dispone la cessazione della funzione degli organi amministrativi, di controllo e assembleari.
Seguiranno ora un decreto del Tesoro, con cui il cessionario e via XX settembre prenderanno atto del contenuto negoziale e l’indicazione dei commissari liquidatori da parte della Banca d’Italia.
Sono tutti passaggi fondamentali per far entrare in campo il piano di Intesa, che necessita tuttavia del via libera finale da parte della Commissione europea.
Lo schema prescelto prevede l’attivazione del burden sharing, che prevede la protezione dei correntisti retail e degli obbligazionisti senior: a loro sarà destinato un rimborso del 100 per cento. Le risorse saranno messe a disposizione dallo Stato e da Intesa.
Padoan ha difeso la scelta compiuta dal Governo, definendo il salvataggio “in linea con le regole europee” e l’unica possibilità . “Vorrei che le persone fanno critiche e dicono che ci sono alternative migliori dal punto di vista del sostegno alle famiglie, a costi inferiori, mi dicessero qual era l’alternativa migliore perchè io francamente non le vedo”, ha chiosato il ministro. “L’unica alternativa – ha aggiunto – era la liquidazione disordinata o spezzatino che avrebbe completamente distrutto la capacità operativa delle due banche”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 25th, 2017 Riccardo Fucile
IN 5 MESI 133.000 DOLLARI SOLO PER GLI ARREDI DELLA CASA BIANCA, BEN 21 MILIONI PER I VIAGGI
Nel corso della campagna elettorale aveva spesso attaccato la famiglia Obama per quello che definiva il loro stile di vita lussuoso alla Casa Bianca a spese dei poveri contribuenti, vacanze da vip e partite a golf comprese.
Ma ora si scopre che Donald Trump è probabilmente destinato a superare ampiamente il suo predecessore, sia per quel che riguarda gli acquisti di lusso sia per le ore passate sul green o nei suoi esclusivi resort.
Nei primi cinque mesi a 1600 Pennsylvania Avenue il tycoon avrebbe già dilapidato la bellezza di 133 mila dollari solo per l’arredamento, per rifare il look alle stanze utilizzate da lui e dal suo staff.
Ben oltre il doppio di Barack Obama.
I dati sono riportati da alcuni media venuti in possesso di una parte dei rendiconti ufficiali della Casa Bianca: indicano come nei primi 150 giorni del suo mandato Trump avrebbe fatto sborsare nel dettaglio 133.053,95 dollari per scrivanie, tavolini, sedie, specchi, lumi, poltrone e quant’altro.
Insomma, il tycoon avrebbe trasferito il suo lussuoso e stravagante stile di vita anche nella residenza presidenziale.
Obama nello stesso periodo aveva speso poco più di 51 mila dollari, per rinnovare in particolare lo Studio Ovale e gli ambienti della Casa Bianca usati dal presidente per la rappresentanza.
Solo nel mese di maggio Trump avrebbe fatto spendere per arredi 35 mila dollari.
Tra gli acquisti spicca in particolare un grande tavolo ovale per le riunioni prodotto dal marchio di lusso Kittinger, pagato 13 mila dollari e sistemato nella sala del governo. Uno simile lo aveva comprato Richard Nixon, ma a sue spese.
Sul fronte del tempo libero, poi, nei primi mesi di mandato Trump avrebbe già speso oltre 21 milioni di dollari, in gran parte riferiti agli spostamenti nel fine settimana nelle sue residenze di Mar-a-Lago, la Casa Bianca d’inverno in Florida, e di Bedminster, in New Jersey.
Oltre alle spese per gli spostamenti della first lady Melania, che fino a pochi giorni fa viveva ancora in cima alla Trump Tower sulla Fifth Avenue di Manhattan.
Gli Obama in otto anni per viaggi non legati al lavoro (vedi le vacanze estive sull’isola di Marthà s Vineyard o le settimane bianche ad Aspen) hanno speso 97 milioni di dollari.
E che dire del golf? Trump accusò Obama di passare troppo tempo sul green.
Le statistiche dicono però che Barack nei primi 100 giorni di presidenza giocò solo una volta. Il tycoon 19.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2017 Riccardo Fucile
RAGGIUNTO IL MASSIMO DELLO SQUALLORE, TRA SMS CON SCONTI IN PALESTRA DALLO STESSO NUMERO DI QUELLI PER BUCCI
Avere un santo dalla propria parte, in campagna elettorale, fa la differenza. 
E il centrodestra si è preso, d’ufficio, san Giovanni Bosco. Che però, per voce del direttore dell’Istituto don Bosco, don Maurizio Verlezza, decisamente rifiuta ogni apparentamento.
Anche perchè il volantino, con il segretario provinciale della Lega che, sotto l’effige del Sacro Cuore bordata di verde, si offre di accompagnare a votare i genovesi, ha fatto davvero arrabbiare i vertici dell’Istituto: «Noi, proprio con la Lega, non c’entriamo niente».
Tutto è cominciato con una gragnuola di sms, diramati dallo stesso numero di telefono che diffonde campagne abbonamenti scontati al Palagym Don Bosco, la palestra affiliata al complesso dell’istituto salesiano.
«Due mesi gratuiti al Palagym Assarotti», scriveva il numero 320… quasi un mese fa. Mentre l’altro ieri, a tantissimi genovesi, dallo stesso numero, è arrivato il messaggio elettorale pro candidato di centrodestra: «Genova Superba con Bucci sindaco sarà Meravigliosa!».
Molti si sono stupiti che il Palagym Assarotti, collegato all’istituto don Bosco, facesse questo tipo di promozione elettorale. Dopo alcuni approfondimenti, però, si è accertato che il numero che dirama gli sms è un numero “terzo” cui si è affidato sia il Palagym per promuovere le proprie attività sportive, sia il candidato di centrodestra Marco Bucci, per invitare i genovesi a votarlo.
Qualche contiguità negli elenchi di numeri di telefono deve aver generato il corto circuito.
«Sia il Garante della Privacy, sia una sentenza della Corte di Cassazione indicano però che l’utilizzo per iniziative politiche di banche dati “neutre” sia illecita, soprattutto se i destinatari non hanno concesso l’autorizzazione a ricevere quel tipo di sms – spiega il segretario provinciale del Pd, Alessandro Terrile – anche noi mandiamo sms per invitare a votare il candidato di centrosinistra Gianni Crivello, o in passato i nostri candidati, ma li abbiamo inviati ai numeri dei nostri elettori che alle primarie avevano accettato di ricevere sms dal Pd e soprattutto avevano volontariamente lasciato il proprio numero di telefono».
E nella sentenza della Corte di Cassazione indicata da Terrile, il candidato in questione che aveva utilizzato banche dati di numeri di cellulare non “consenzienti” è stato condannato anche al pagamento di 16.000 euro.
A irritare ancora di più l’istituto don Bosco, poi, è stato il volantino diffuso per tutto il quartiere di Sampierdarena, e non solo, dal segretario provinciale della Lega Nord, Stefano Garassino.
Sotto l’effige di San Giovanni Bosco – e a Sampierdarena ha sede il grande complesso dell’istituto – e il logo di un presunto “Centro studi sociali San Giovanni Bosco Genova”, il volantino profilato di verde promette “Ti accompagniamo a votare! Servizio accompagnamento ai seggi anziani e disabili anche momentaneamente (infortunati)” e viene pubblicato un numero gratuito.
Il volantino è firmato da Stefano Garassino, che viene definito “socio fondatore del centro studi sociali San Giovanni Bosco – Genova” e pure Segretario provinciale della Lega Nord Liguria.
«Quel centro studi non lo abbiamo mai sentito nominare e non ha nulla a che fare con il nostro Istituto»: mette in chiaro, don Maurizio Verlezza, direttore del don Bosco di Sampierdarena, allibito e indispettito della vicenda. «Don Bosco ci ha insegnato ad essere del partito di tutti, quello dei più bisognosi, dei poveri – scandisce don Verlezza – siamo lontani mille anni luce dalla Lega».
Non è inusuale che le forze politiche si offrano di accompagnare i propri elettori, anziani o con difficoltà motorie, ai seggi: è sempre avvenuto. E anche il Pd lo fa. Lo conferma il segretario provinciale Alessandro Terrile, che però spiega: «Sempre a partire dai numeri di telefono che i nostri elettori, alle primarie, ci hanno consegnato, autorizzandoci a contattarli, abbiamo fatto sapere di essere disponibili ad aiutare le persone con difficoltà di movimento ad accompagnarle ai seggi, grazie all’opera di diversi volontari – dice Terrile – ma travestire l’operazione politica della Lega, accaparrandosi l’immagine di don Bosco e giocando sull’ambiguità , mi pare davvero troppo».
Intanto in Comune c’è curiosità intorno al dato sull’impennata di richieste di rinnovi dei certificati elettorali: all’ufficio anagrafe del Comune di Genova ne sono stati richiesti 7255, un numero che i tecnici indicano come davvero importante, soprattutto
in tempi di disaffezione alle urne. I rinnovi sarebbero stati richiesti da chi ha smarrito o ha completato la tessera elettorale e le richieste provengono soprattutto dai quartieri del Ponente e della Val Polcevera e Val Bisagno, anche se si registra un picco di richieste anche a Nervi.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 24th, 2017 Riccardo Fucile
ESPLODE A GENOVA IL CASO DEL NEOPRESIDENTE DEL MUNICIPIO LEVANTE DI FRATELLI D’ITALIA…SULLA SUA BACHECA FB ESALTAZIONE OMOFOBA, FALSE NOTIZIE SU PROFUGHI E ISLAMICI, INSULTI A BOLDRINI, GRASSO E LORENZIN…E MENO MALE CHE E’ UN EX CARABINIERE
A scorrere la sua bacheca su Facebook si rimane di ghiaccio: nemmeno Napalm51, l’odiatore social di Maurizio Crozza, riesce a inanellare una serie di fake news e luoghi comuni xenofobi, omofobi e neofascisti come Francesco Carleo, ex carabiniere ed ex militante di An, ora in Fratelli d’Italia.
Il problema è che da qualche giorno Carleo è un amministratore pubblico, sia pure ancora in pectore (per l’insediamento ufficiale bisogna infatti attendere il voto del consiglio). E’ stato infatti eletto presidente del municipio Levante.
Tra l’altro il presidente del Municipio in pectore, anche dopo l’elezione, continua a raccogliere sul suo profilo tutto il peggio che esce dalle fogne dei social network. Dall’esaltazione omofoba e castratrice di Putin, alle false notizie su migranti, islamici e “zingari”, oltre ai consueti insulti a Boldrini, Lorenzin, Grasso, Kyenge. Emerge poi una vera ossessione per il Duce.
Se quello del saluto fascista al dibattito Bucci-Crivello poteva essere un caso isolato, quello di Carleo potrebbe (o dovrebbe) diventare un caso istituzionale.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 24th, 2017 Riccardo Fucile
LA SOLITA POLEMICA SUL CONTRATTO DI FAZIO CON LA RAI DA’ SPAZIO A CHI VEDE LE CONTRADDIZIONI SOLO A CASA ALTRUI… E NEL CASO DI FAZIO, COME PER ALTRI, CONTA LA PUBBLICITA’ CHE PORTA
L’accordo da 11 milioni in quattro anni tra Fabio Fazio e la Rai riesce in un’impresa non
facile: mettere d’accordo un renziano di ferro come Michele Anzaldi e un esponente di spicco del Movimento 5 Stelle come Roberto Fico
Anzaldi, deputato del Partito democratico e segretario della commissione di Vigilanza Rai, ha inviato una lettera-esposto al presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone, e al Procuratore regionale del Lazio della Corte dei Conti, Andrea Lupi, nella quale pone al’attenzione delle autorità di controllo alcuni punti: mancata applicazione della delibera del Cda sulla riduzione del 10% dei compensi sopra i 240mila euro; assegnazione di un compenso a Fazio attraverso una società che al momento risulta ancora non costituita; assegnazione parziale della produzione di “Che tempo che fa” a una società esterna senza bando di gara; pagamento dei diritti per una trasmissione che va in onda in Rai da 14 anni; anomalia del contratto quadriennale e non triennale, che scavalca anche il prossimo Cda
“Il caso del rinnovo milionario del contratto di Fabio Fazio in Rai, oltre ad alimentare perplessità e indignazione in termini di opportunità morale per un’azienda pagata per due terzi dal canone degli italiani, solleva gravi dubbi in ordine alla legittimità e al possibile danno erariale causato al servizio pubblico”, sostiene il deputato dem.
“Si configura uno scandalo di grandi proporzioni – aggiunge Anzaldi – che colpisce le casse dell’azienda e causa anche un evidente danno reputazionale di fronte al Paese che fa sacrifici e tira la cinghia, mentre una casta di intoccabili aumenta sempre di più i propri super compensi. A fronte di ciò, la Corte dei Conti, che ha un proprio rappresentate nel Cda Rai, e ad Anac, massima autorità di garanzia per i contratti pubblici, dovrebbero valutare se non sia opportuno accendere un faro su quanto sta accadendo nel servizio pubblico radiotelevisivo pagato con quasi due miliardi all’anno di soldi dei cittadini”.
Ancora più duro il commento di Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza Rai, che parla di “uno scandalo, un comportamento vergognoso” in merito al compenso della Rai per Fabio Fazio. “Quando era stato preventivato di toccare lo stipendio a Fazio, classico comunista col cuore a sinistra e portafogli a destra – ha affermato – voleva scappare in un’altra tv”. “Ora che è arrivato il suo compare Orfeo e gli aumentano lo stipendio – ha concluso – non vuole più scappare dalla Rai”.
Il cda della Rai ha approvato ieri la proposta di accordo con Fazio su indicazione del direttore generale Mario Orfeo: quattro anni in esclusiva e il trasloco su Rai1 con Che tempo che fa, per un compenso annuo da 2,2 milioni di euro.
A quanto si apprende, Fazio percepirebbe circa 2,2 milioni di euro all’anno per realizzare il suo programma su Rai1, 32 puntate da tre ore in prime time la domenica e altrettante da un’ora in seconda serata il lunedì.
Un ammontare al quale andrebbero sommati circa 500 mila euro l’anno, legati al format e alla produzione dello show. Nel complesso, la cifra raggiungerebbe circa 11 milioni di euro. Ci potrebbe essere spazio – stando alle indiscrezioni – anche a non meglio precisate ‘incursioni’ al Festival di Sanremo.
Al di là degli aspetti “formali” denunciati a Anzaldi che vanno verificati, è ora di farla finita con certa demagogia a buon mercato. A paprte che le cifre sono lorde e quindi vanno dimezzate, resta un problema di fondo: quanto costa Fazio in rapporto a quanta pubblicità porta? E’ lo stesso ragionamento del festival di Sanremo che da un paio di anni porta diversi milioni di attivo alla Rai.
Se Fazio costa 1 e porta 3, rinunciarvi significa far perdere alla Rai la cifra di 2, con la quale si possono fare altre trasmissioni più di nicchia ma di valore culturale.
Tutto il resto sono chiacchiere da bar.
Fico poi farebbe bene a guardare ai milionari “francescani” in casa propria che invece che con la Rai guadagnano facendo propaganda alle banche sul web.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2017 Riccardo Fucile
LA CONSIGLIERA COMUNALE DI ROMA ERA STATA SOSPESA PER LA VICENDA STADIO, ORA IL RICORSO CON L’AVV BORRE’
La grande lotta tra Beppe Grillo e la legalità torna d’attualità .
Cristina Grancio, consigliera comunale eletta con il MoVimento 5 Stelle e poi sospesa per dissidi con la maggioranza sullo stadio della Roma, porta Beppe Grillo in tribunale per farsi annullare la sospensione.
Ad assisterla è l’avvocato Lorenzo Borrè, che aveva seguito con successo i ricorsi di Roma e Napoli e il caso Cassimatis.
Nell’atto di citazione ex articolo 23 C.C, la Grancio cita l’Associazione MoVimento 5 Stelle nella persona di Beppe Grillo e chiede di sospendere l’efficacia del regolamento che ha portato alla sospensione della consigliera e di sospendere in via cautelare e inaudita altera parte il provvedimento di sospensione.
La parte più interessante dell’atto però sono le motivazioni.
La Grancio infatti in primo luogo chiede la sospensione dell’efficacia del regolamento su cui pende già un giudizio in tribunale proposto da alcuni iscritti assistiti dall’avvocato Borrè con motivazioni similari.
E cioè l’illegittimità del regolamento, la mancanza del quorum da raggiungere per le modifiche, l’esclusione di alcuni associati, le modalità di costituzione del comitato d’appello, la mancata modalità di previsione di nomina del Capo Politico (indovinate chi è?), e così via.
Ma qui il giudice potrebbe, come nel caso che coinvolge i cinque che hanno impugnato statuto e regolamento, riservarsi la decisione (che in effetti è ancora pendente presso il tribunale di Roma. Poi però fa notare anche altro.
Ovvero che la procedura che ha portato alla sospensione della consigliera Grancio prevede che «Nei casi nei quali è applicabile una sanzione disciplinare, il gestore del sito, su segnalazione comunque ricevuta che non risulti manifestamente infondata, ne dà contestazione all’interessato con comunicazione a mezzo e-mail, assegnandogli un termine di dieci giorni per la presentazione di eventuali controdeduzioni, dandone comunicazione al collegio dei probiviri, al quale vengono successivamente trasmesse anche le controdeduzioni eventualmente presentate. Nei casi più gravi, il collegio dei probiviri ha facoltà di disporre la sospensione cautelare dell’iscritto, dandogliene comunicazione a mezzo e-mail».
Nell’occasione però il gestore del sito, sostiene la parte in causa, non ha inviato alcuna comunicazione della contestazione disciplinare: «Si rileva che nel caso specifico il potere sanzionatorio “cautelare” è stato esercitato in difetto delle condizioni indicate nel Regolamento, e cioè la preventiva ricezione della contestazione da parte del Gestore, con conseguente illegittimità del provvedimento di sospensione “cautelare”», si sostiene nell’atto
Un errore nella procedura potrebbe invalidare tutto
Proprio per questo Cristina Grancio contesta una violazione del diritto alla difesa, perchè in quella comunicazione dovevano essere elencati i motivi oggetto del provvedimento disciplinare. Vero è che nella lettera che le hanno inviato i probiviri era presente un generico riferimento a «2. “dichiarazioni pubbliche contrarie alle decisioni assunte dal gruppo a maggioranza, nonchè nella presentazione in consiglio comunale di atti contrari alla posizione della medesima maggioranza e in atteggiamenti volti a favorirne la bocciatura di un progetto”».
Ma, appunto, a parte che la Grancio non ha fatto dichiarazioni pubbliche contrarie alle decisioni del gruppo M5S in Aula Capitolina, manca appunto la comunicazione di partenza del procedimento.
Non solo: fa notare l’avvocato Borrè che il voto contrario alle indicazione dei gruppi parlamentari non è mai stato motivo di provvedimento disciplinare per i parlamentari M5S, «tant’è che come risulta dall’elenco pubblicato da Openpolis -che si allega- i voti contrari contrari alle indicazioni del rispettivo Gruppo ascrivibili a ciascun senatore pentastellato oscillano da un minimo di 43 ad un massimo di 218, con una media di 120 voti contrari a testa, mentre alla Camera i voti contrari oscillano tra un minimo di 13 ad un massimo di 361».
Per questi motivi la Grancio chiede l’annullamento della sospensione. Una prima decisione del giudice potrebbe arrivare già in settimana. E potrebbe fondarsi proprio sulla mancanza di un atto.
D’altro canto, a che serve scrivere un regolamento per poi violarlo?
(da “NextQuotidiano”)
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