Destra di Popolo.net

MAL DI PANCIA NEL M5S PER L’INCONTRO TRA DI MAIO E SALVINI A “GARDA D’AUTORE”

Giugno 29th, 2017 Riccardo Fucile

“PROPRIO ORA CHE ATTACCHIAMO LA LEGA SULLE BANCHE VENETE”

“Proprio ora che stiamo attaccando la Lega sulle Venete…”. Nella chat dei parlamentari M5S, sorge più di qualche dubbio.
E così un deputato chiede se sia opportuna o meno la partecipazione di Luigi Di Maio alla rassegna “Garda d’autore”.
E nel farlo allega la locandina dell’appuntamento di domani sera a Lazise che vede il candidato premier in pectore grillino intervistato dal giornalista Gianluigi Nuzzi ma alla kermesse, seppur in colloqui separati, ci saranno anche il segretario del Carroccio Matteo Salvini (sostituito forse da Giancarlo Giorgetti) e il coordinatore Pd Lorenzo Guerini. Il tutto in territorio Veneto e con il patrocinio della regione guidata da Luca Zaia.
Sono di pochi giorni fa le dichiarazioni dei pentastellati proprio contro i leghisti ed è per questo che secondo alcuni la presenza di Di Maio in un contesto simile sarebbe stata da evitare: “Nel crac delle venete ci sono i soliti ingredienti. La connivenza tra banchieri e certi ‘grandi’ imprenditori, ma pure la complicità  clientelare di tutta la politica locale. Chi ha lungamente governato in quei territori, Lega Nord in testa, ora non può chiamarsi fuori, fare la sceneggiata e reagire scandalizzato. Non è possibile rifarsi una verginità  a mezzo stampa da un giorno all’altro”, scrivevano gli eletti 5 Stelle.
E poi ancora, twittava Federico D’Inca: “Lega ammutolita alla Camera in prima battaglia su pregiudiziali a decreto che regala 5 miliardi a Intesa per #banchevenete. Coda di paglia?”.
Nella stessa chat, in cui alcuni deputati hanno appunto chiesto spiegazioni, c’è chi ha gettato acqua sul fuoco difendendo Di Maio e dicendo in sostanza che questi incontri sono importanti e che in fondo fanno parte del nuovo corso pentastellato.
“Ormai andiamo ovunque”, spiega un deputato interpellato in Transatlantico. E in effetti il tappo, che teneva lontani i grillini dai palchi con partecipanti non amici, è saltato.
Basti pensare al pranzo di un anno fa tra il vicepresidente della Camera e i vertici dell’Ispi, cioè i leader italiani della Trilateral.
È da allora che il vento è cambiato. Quindi pochi scrupoli anche se si tratta di partecipare a un evento insieme a Matteo Salvini, attaccato duramente dai grillini per la vicenda banche ma nello stesso tempo guardato con interesse in vista di quelle che in caso 5 Stelle vengono chiamate “convergenze post elettorali” per avere la fiducia in Parlamento se M5s dovesse risultare primo partito alle prossime elezioni.
In questo contesto di kermesse e tavoli anche con i poteri forti rientra la strategia illustrata ieri da Davide Casaleggio ai deputati.
Ovvero sottoporre alle categorie, ai sindacati e alle aziende il programma di governo pentastellato ed essere aperti anche ad eventuali modifiche.
Dunque ogni tipo di contatto può essere utile per allargare il consenso. E infatti qualcuno in chat ha fatto notare: “Questi incontri ci servono”.
Il problema però, nel caso dei tavoli di concertazione, sarà  lo streaming.
Farlo o non farlo? Cominciano già  a chiedersi negli uffici 5 Stelle.

(da “La Repubblica”)

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GIANLUIGI PARAGONE E IL COMPLOTTO SULLA CHIUSURA DELLA GABBIA: “HA VINTO IL CIAONE”

Giugno 29th, 2017 Riccardo Fucile

IL CONDUTTORE INDICA RENZI COME MANDANTE, MA FAREBBE BENE A DIRE CHE UN 3,5% DI SHARE E’ LA CAUSA PRINCIPALE DELLA DECISIONE DE LA7

Ieri sera Gianluigi «Bombatomica» Paragone ha annunciato urbi et orbi la chiusura de La Gabbia, il programma dal titolo profetico che conduce da qualche anno su La7. Nell’intervento di chiusura della trasmissione, che è diventato già  un cult su Internet, Paragone ha cominciato a ringraziare tutti come di consueto e poi, di colpo, ha annunciato: «Ringrazio anche il nuovo direttore Andrea Salerno anche se La Gabbia non rientra più nei suoi piani editoriali. Va bene così. Quindi ci salutiamo, La Gabbia termina qui, chiude qui i battenti. Ha vinto il Ciaone. E con questo Ciaone ci salutiamo».
Il Giornale fa sapere che giornalisti, autori e operatori hanno appreso la notizia della cancellazione solo nel pomeriggio durante una riunione con Paragone.
La chiusura del programma arriva a poche settimane dalla nomina di Andrea Salerno alla direzione della rete televisiva di Urbano Cairo.
E anche il video di saluto di Gianluigi Bombatomica nelle sue poche parole ha un obiettivo ben preciso: velatamente, Paragone accusa il “Ciaone” e non può venire in mente a questo proposito il famigerato tweet del renziano Ernesto Carbone che si beava del mancato raggiungimento del quorum al referendum trivelle concludendo proprio con un #ciaone la frase.
Un complotto dei renziani per chiudere La Gabbia?
Questo sembra sostenere Paragone, che non è nuovo a uscite originali di questo genere — memorabile l’adesione alla teoria del complotto sulle matite cancellabili durante le elezioni — mentre le migliori menti della nostra generazione (cit.) sono già  partite all’assalto.
Sul suo blog un preoccupatissimo Diego Fusaro parla di “decisioni dall’alto”…
Mentre un redivivo Paolo Barnard, che ha denunciato in più occasioni presunte cacciate da parte dello stesso Paragone, annuncia retroscena inquietanti.
La stessa cosa fa Elio Lannutti dell’Adusbef, che su Twitter parla dell’«informazione libera di Paragone, fastidiosa per Bankitalia, Draghi, Bce».
E mentre TvBlog sostiene che Massimo Giletti potrebbe prendere il posto di Paragone, visto che sembrerebbe aver deciso di lasciare la RAI, su Twitter parte la caccia ad Andrea Salerno, il quale, «allineato» insieme a Urbano Cairo «alla politica delle larghe intese», ha ucciso la creatura di pòro Gianluigi. Anche se non tutti sembrano dispiaciutissimi, anzi.
La solidarietà , soprattutto politica, è però innegabile. Salerno viene persino accusato di essere renziano, anche se soltanto qualche mese fa ha lasciato la Rai Tre renziana guidata da Daria Bignardi.
Su Twitter comincia a farsi strada l’hashtag #BoicottaLa7, che denunzia le orribile cenzure contro Paragone.
Ma è sulla pagina fan di Gianluigi che si vede il vero deesagio: «Anche Cairo si è venduto. Bene!!!! Boicotterà³ pure La7. Infami e traditori. Grande stima a Gianluigi Paragone, un grande giornalista con la schiena dritta», dice Giacomo; «Non è possibile che chiuda questa trasmissione. Non ti sei allineato col regime Gianluigi ecco perchè ti chiudono e ci chiudono questa bella trasmissione, una delle poche che dice le cose come sono», gli fa eco Marco; «Il primo giornalista che ha parlato di signoraggio bancario sul grande schermo. Top Gianluigi», sostiene Gianluca.
Insomma, c’è chiaramente complotto anche se l’arbitro non l’ha fischiato perchè cornuto.
Lo share medio de La Gabbia, tra il 3,1 e il 3,8%, interessa a pochi.
Insomma, La Gabbia chiude. Tutti quei matti ci mancheranno.
Anche se Mentana lancia il cliffhanger. To be continued?
La7 è come una strada di artigiani, in cui ognuno ha la sua bottega, coi suoi talenti e i suoi difetti: insomma con le sane differenze che rendono varia un’offerta. Capita che arrivi qualcuno da fuori ad aprire il suo spazio, ed è sempre ben accetto. Capita che qualcuno scelga di andare altrove, ed è il mercato. Ma dalla strada delle botteghe della 7 non si sfratta nessuno, nè lo si lascia nella bottega chiusa. Magari si cambia un’insegna, si mette in mostra un lavoro nuovo, ma niente epurazioni. Paragone chiaro?

(da “NextQuotidiano”)

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CHE COMICHE LA VIDEO-CONFERENZA TRA BUCCI E TOTI: NON FUNZIONA NULLA, SI ROMPE IL CONDIZIONATORE E SI ALLAGA LA SALA OPERATIVA DELLA PROTEZIONE CIVILE

Giugno 29th, 2017 Riccardo Fucile

LA MANIA DELLO SPOTTONE GIOCA UN BRUTTO SCHERZO AL GABIBBO BIANCO E ALLO ZIO D’AMERICA: ERANO A UN CHILOMETRO DI DISTANZA, FACEVANO PRIMA A VEDERSI… E OGNUNO DA’ UN ALLARME METEO DIVERSO DALL’ALTRO

“Base luna chiama terra”. Nella prima prova a reti unificate della protezione civile, il sindaco Marco Bucci interpreta un astronauta che comanda una navicella malandata.
Nel corso del collegamento in videoconferenza si rompe un condizionatore e la sala operativa si allaga. Un vigile passa con un secchio.
Il presidente della Regione, Giovanni Toti, se ne accorge e lo prende in giro. “Piove dentro alla sede della protezione civile di Genova? C’è una perdita da un tubo? Avete un’emergenza locale?”.
Un brutto segnale, ma Bucci fa finta di niente. “Dove siete per mia curiosità ?”.
Lui è in via Di Francia 1, al Centro operativo comunale, e dalla Foce gli risponde Stefano Vergante, il dirigente della protezione civile regionale. “Siamo nella sala della protezione civile”.
Bucci è disorientato. “Dove?”. “In viale Brigate Partigiane, sindaco”.
Sono distanti un chilometro, ma sembrano anni luce.
È proprio per colmare quel buco nero che divide le due protezioni civili, che viene organizzato con Toti e l’assessore alla protezione civile regionale Giacomo Giampedrone un primo briefing in diretta con i colleghi al Matitone per “fare il punto sulle azioni congiunte e coordinate da mettere in campo in vista delle prossime allerte autunnali”.
Si ricomincia da zero: non devono capitare cortocircuiti come quelli di ieri, quando la Regione alle 12.15 dirama il prolungamento dell’Allerta Gialla fino a mezzanotte e il Comune informa i cittadini con gli sms alle 17.30.
“Buon pomeriggio sindaco, buon pomeriggio a tutti – dice al microfono Toti – come sapete l’allerta è stata prolungata. Pur essendo minore non è da sottovalutare. Sulla protezione civile possiamo innescare meccanismi sinergici, ragionare sul sistema della messaggistica che può essere uniformato
Bucci lo interrompe. “Giovanni non si sente bene!”. Problemi ai microfoni.
“Che tipo di collegamento abbiamo con gli altri comuni della Città  Metropolitana? Sono integrati?”, gli chiede il sindaco. Risponde Vergante. “A livello comunale c’è il sindaco, a livello provinciale, è il prefetto che gestisce l’emergenza”.
Silenzio. “State parlando? Abbiamo problemi di audio, non si capisce bene, è una cosa che dobbiamo assolutamente mettere a posto”
A Bucci risponde Giampedrone. “La nostra sala operativa si occupa di mettere in campo i volontari. Credo che questo sia l’avvio di un percorso che dobbiamo implementare con una capillarità  di informazioni tra regione e comune durante le allerte con lo scopo di intervenire nel minor tempo possibile. La nostra sala è operativa h24, rispetto alle varie emergenze di protezione civile abbiamo una copertura totale”
A Bucci piove in casa e di fronte a tanta macchina organizzativa, è imbarazzato. “Accelereremo l’integrazione con il 112”. Toti lo ringrazia. “Avere il numero della
polizia locale sarebbe perfetto”.
Magari la prossima volta meglio che ne parlino a voce direttamente.

(da “La Repubblica”)

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APPENDINO HA PERSO 20 PUNTI DI GRADIMENTO

Giugno 29th, 2017 Riccardo Fucile

SONDAGGIO PIEPOLI: FIDUCIA PERSONALE SCESA AL 45%, IL GRADIMENTO ALLA SUA GIUNTA PRECIPITATA DAL 56% AL 31%

La Stampa pubblica oggi i risultati di un sondaggio non molto gradevole per Chiara Appendino, nel frattempo ufficialmente indagata per i fatti di piazza San Carlo:
L’Istituto Piepoli lo testimonia: nel giorno in cui taglia il traguardo del suo primo anno di mandato, la fiducia in Appendino è scesa al 45%. Il gradimento verso la sua amministrazione è al 31%; a settembre era al 56.
L’immagine della sindaca vive un momento di appannamento, certificano le statistiche. Però è ancora solida.
«Le persone la considerano onesta, determinata, integrata nel suo ruolo e concentrata nel pensare al futuro della città », spiega il professor Nicola Piepoli.
«Queste qualità  fanno sì che nonostante il bilancio del suo primo anno non soddisfi il 45% dei torinesi, la fiducia resti alta, al livello- ad esempio del presidente del Consiglio Gentiloni. Significa che i torinesi, in virtù delle qualità  che le riconoscono, la considerano in grado di migliorare le cose».
Per i fatti di piazza San Carlo, durante la finale di Champions League, un terzo degli intervistati ritiene che la sindaca avrebbe dovuto dimettersi.
C’è chi le imputa la mancanza di un piano di emergenza, chi la considera responsabile in prima persona.
Per contro il 53% è convinto che debba rimanere al suo posto perchè, assumendosi la responsabilità , ha dimostrato di essere un buon sindaco.
«Il dato rilevato indica una certa incrinatura nella fiducia della città  verso il suo sindaco», ragiona Piepoli.

(da “NextQuotidiano”)

argomento: Politica | Commenta »

PER IL 45% DEI TORINESI LA SINDACA HA RESPONSABILITA’ PER I FATTI DI PIAZZA SAN CARLO

Giugno 29th, 2017 Riccardo Fucile

SONDAGGIO IPR: “EFFETTI NEGATIVI SULL’IMMAGINE DELLA CITTA'”… L’ASSOLVE IL 47% DEI CITTADINI

I torinesi si dividono sulle responsabilità  della sindaca sui fatti di Piazza San Carlo. Lo rivela il sondaggio che Ipr marketing ha realizzato per Repubblica Torino in occasione del primo anno di amministrazione Appendino che coincide con il 30 giugno.
Il 45 per cento dei torinesi considera che il sindaco è responsabile e che l’episodio abbia gravi ripercussioni sull’immagine della città .
Il 47 per cento invece “assolve” la sindaca attribuendo quanto accaduto la sera del 3 giugno in occasione della finale della Champions league tra la Juventus e il Real Madrid a “una tragica fatalità  per la quale il sindaco è responsabile solo in minima parte”.

(da “La Repubblica”)

argomento: Giustizia | Commenta »

APPENDINO INDAGATA PER I FERITI DI PIAZZA SAN CARLO

Giugno 29th, 2017 Riccardo Fucile

IN MOLTE DENUNCE INDICATA COME RESPONSABILE DELLA MANCANZA DI SICUREZZA NELLA GESTIONE DELL’EVENTO

Svolta nell’inchiesta di piazza San Carlo.
Sono infatti saliti a tre gli indagati per quanto accaduto la serata del 3 giugno alla finale di Champions League e tra loro c’è la sindaca Chiara Appendino, indicata in molte denunce dei feriti come responsabile della mancanza di sicurezza nella gestione dell’evento, che si è concluso con un fuggi fuggi che ha provocato la morte di una donna e il ferimento di un numero impressionante di tifosi, 1526, quasi tutti tagliati dai cocci di bottiglia che ricoprivano la piazza torinese a causa della mancanza di una ordinanza anti-vetro.
Iscritti assieme a lei nel registro degli indagati sono Maurizio Montagnese e Danilo Bessone, presidente e dirigente di Turismo Torino, la municipalizzata incaricata da Palazzo civico di organizzare l’evento.
I due manager hanno già  ricevuto l’avviso di garanzia e, mentre il primo è già  stato sentito dai pm Vincenzo Pacileo e Antonio Rinaudo, l’altro sarà  interrogato nei prossimi giorni.
I magistrati e gli investigatori della Digos, che indagano per lesioni e per omicidio colposo, oltre a cercare di individuare che cosa abbia scatenato la psicosi di un attentato durante Juventus-Real Madrid, cercano di ricostruire anche la catena di comando che ha curato l’evento in tutte le sue fasi, dalla decisione di organizzarlo alla gestione della sua sicurezza.
Ma da Palazzo di Città  precisano: “Non abbiamo ricevuto alcun avviso di garanzia, nè convocazioni in procura”.
L’iscrizione di Appendino sarebbe descritto come un atto dovuto dopo la denuncia di uno dei 1526 feriti che la chiamano direttamente in causa per quanto accaduto.
Dunque l’avviso non sarebbe frutto delle indagini investigative – coordinate dal procuratore capo Armando Spataro – e riguarderebbero dunque l’accusa di lesioni. Almeno per ora il nome della sindaca non comparirebbe nel fascicolo sull’omicidio colposo per la morte di Erika Pioletti, rimasta schiacciata nella calca e morta dieci giorni dopo.

(da agenzie)

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PALERMO, LA CITTA’ EUROPEA CHE RELEGA GLI XENOFOBI AL 2%

Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile

UNA CITTA’ LIBERA DALLA PAURA DOVE IL VIVERE INSIEME E’ IL   MIGLIORE ANTIDOTO A OGNI ESTREMISMO

Ballarò, cuore antico di Palermo. Mercato da oltre 1000 anni, ferite di guerra e meraviglie Unesco. Nelle vie dai nomi arabi puoi sentirti a Tunisi o Lagos.
Oppure immaginare i vicoli della Palermo dei beati paoli.
Perchè Ballarò è Palermo e Palermo è tutto questo, ed è qui, tra questi vicoli e queste strade, che bisogna cercare il miracolo e l’anomalia.
Qui dove il migrante non fa paura e dove si misura e si tocca con mano un modello completamente diverso di accoglienza e di integrazione, un modello vincente e in controtendenza con il resto del Paese.
In queste strade si è registrata la disfatta completa della paura che alimenta i consensi elettorali della Lega e dei fautori dello scontro di civiltà .
Negli stessi seggi elettorali ospitati in scuole in cui colori e lingue si mescolano, nelle aule dove il figlio del migrante e quello del professionista siedono nello stesso banco.
Più di ogni altra cosa è qui che bisogna ricercare la differenza tra la vittoria di Leoluca Orlando e quanto avviene nelle altre città  del Paese.
Dove altri sindaci, anche autoproclamatisi progressisti, parlano di sicurezza e telecamere cercando di arginare paure e angosce, e di fatto alimentandole, qui il sindaco va al porto ad accogliere le migliaia di migranti sopravvissuti alla rotta mortale del Mediterraneo.
Dove altri sindaci delegano sicurezza e gestione a questure e prefetture, qui il sindaco imposta nel discorso dell’accoglienza e dell’apertura un pilastro della sua narrazione. E vince proprio nei quartieri in cui questa narrazione si fa concreta pratica grazie ad uno sforzo che vede protagonisti reti sociali, volontariato laico e confessionale.
Nella città  della Carta di Palermo, un documento che parla di diritto alla mobilità  e cittadinanza piena, la scommessa più grande era resistere alle pulsioni securitarie. Declinare l’accoglienza e l’integrazione come elementi centrali per la sicurezza, il vivere insieme come antidoto ad ogni forma di violenza.
Questa è la grande scommessa che a Palermo si sta vincendo, prima nelle vie, nelle scuole, nei luoghi di socialità  e dopo nelle urne.
Un ribaltamento del discorso, oramai imperante, basato su migranti-ordine pubblico-sicurezza.
Sarebbe esperienza da studiare e analizzare, in una città  dove la santa alleanza Meloni-Salvini si ferma al 2% nonostante, o forse grazie, ad una campagna prefabbricata giocata su insulti al sindaco che parla di città  europea, mediorientale, mediterranea e culminata con un crescendo di insulti volgari.
La stessa campagna che in altre città  ha portato frutti e che a Palermo si è trasformata in una Waterloo.
Un rapido sguardo ai dati elettorali è il modo migliore per capire la portata di questo ribaltamento.
A Ballarò e in tutto il centro storico. Dalla via Ponticello con le insegne in tre lingue (italiano, arabo, ebraico) alla piazza che ospita una moschea, dai palazzi ristrutturati dalla buona borghesia cittadina in via Alloro ai vicoli dove ancora visibili sono le ferite delle bombe americane e del — più devastante — sacco edilizio della città . Ovunque la paura non trova spazio nelle urne, ovunque pare passare forte il messaggio di una città  consapevole della strada intrapresa e della propria anomalia.
Una ricetta che Palermo ha nel suo dna antico e che oggi appare quanto di più moderno si possa trovare in Italia. Una risposta che andrebbe conosciuta ben oltre i confini cittadini e che anticipa un possibile modello.
Di questo sarebbe opportuno parlare, ma siamo — forse — troppo distratti dalla beffa dell’ex Iena candidato di Salvini-Meloni e della sua docu-fiction elettorale.
Ottimo argomento per conversazioni da inizio estate e succulento piatto per gossip politico.
Ma se riuscissimo a non fermarci alle risatine e alle ire del duo sovranista scorgeremmo molto altro. Peccato se ne siano accorti per primi i reali d’Olanda, che proprio a Ballarò sono venuti a guardare questo miracolo contemporaneo, rispetto a molte redazioni nazionali.
Perchè in una città  impaurita e divisa il virus della xenofobia trova il suo naturale terreno di coltura alimentando, a sua volta, zone grigie dove la violenza e il fanatismo trovano facilmente seguaci.
Palermo da questa paura sembra essere libera. Sono le comunità  presenti in città  che isolano fanatici e facinorosi. Ed è la comunità  nel suo insieme che, parimenti, isola razzisti e untori condannandoli ad una insignificanza sociale e, quindi, elettorale.
E una città  libera dalla paura è una città  che si apre al mondo, segnando una strada originale per l’Europa.

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LA PROCURA CHIEDE IL FALLIMENTO DELLA PEDEMONTANA: 350 MILIONI DI DEBITI E ATTIVI TAROCCATI

Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile

UN ALTRO “MODELLO LOMBARDIA” LEGHISTA SI RIVELA UN BLUFF… L’AUTOSTRADA TRA VARESE E BERGAMO NON E’ NEANCHE A META’ DELL’OPERA

Dopo le corsie per mesi semivuote della Brebemi, un altro duro colpo si abbatte sulla grandeur autostradale lombarda.
La procura di Milano ha infatti chiesto il fallimento di Pedemontana, società  controllata attraverso Serravalle dalla Regione e partecipata tra gli altri da Intesa e Ubi, che è responsabile della costruzione e della gestione dell’omonima arteria. L’autostrada secondo i progetti originari dovrebbe collegare la provincia di Varese a quella di Bergamo passando a nord di Milano. Ma dopo anni non si è nemmeno a metà  dell’opera. E ora, se il tribunale accoglierà  la richiesta dei magistrati, il rischio è che i lavori non finiscano proprio più.
Non ci sono le condizioni per garantire le continuità  aziendale, hanno infatti messo nero su bianco i pm Roberto Pellicano, Paolo Filippini e Giovanni Polizzi, che sulla società  hanno aperto nei mesi scorsi un’indagine per falso in bilancio.
Tra i problemi ci sono quelli già  evidenziati l’anno scorso da Antonio Di Pietro, l’uomo fortissimamente voluto dal governatore Roberto Maroni per risollevare le sorti della Pedemontana, di cui è stato presidente fino allo scorso aprile.
Stime di traffico completamente sballate, un piano economico finanziario che non sta in piedi e i prestiti delle banche da rinegoziare.
Tanto che l’ex pm di Mani Pulite lo scorso ottobre in audizione al Pirellone era arrivato a dire che “al momento l’autonomia finanziaria è garantita fino a gennaio del 2018”.
La richiesta di fallimento si basa ora su diversi aspetti, tra cui i debiti: i 150 milioni verso la società  controllante Serravalle, più i 200 verso Intesa, Ubi e le altre banche del pool finanziatore.
Ci sono poi alcune poste messe in attivo di bilancio, che i pm contestano perchè sarebbero sovrastimate, e i contenziosi in atto con l’appaltatore austriaco Strabag.
In sostanza, secondo la procura, la società  va fatta fallire perchè più si va avanti più le cose andranno male, con la conseguenza che a metterci una pezza saranno i contribuenti, visto che il tentativo di realizzare l’opera soprattutto grazie ai fondi privati del project financing non è andato a buon fine.
Sulla volontà  di portare a termine l’opera ereditata dal passato non ha mai avuto dubbi Maroni, che tra i motivi per una ricandidatura alla presidenza della Regione mette il desiderio “di vederla finita e inaugurarla”.
Le opposizioni sono invece state sempre critiche, in particolare il M5S che per voce del consigliere regionale Gianmarco Corbetta fa notare come “da tempo immemore chiediamo di studiare una exit strategy a fronte di un project financing sballato che è stato sonoramente bocciato dal mercato. Si prenda finalmente atto che non esistono alternative allo stop di Pedemontana e si punti finalmente sul potenziamento del trasporto pubblico e della rete stradale ordinaria esistente”.
Analoghe le preoccupazioni del Pd: “Pedemontana avrebbe dovuto sostenersi esclusivamente con fondi privati e con la finanza di progetto — dice il capogruppo al Pirellone Enrico Brambilla — ma rischia di essere un’ulteriore idrovora di soldi pubblici”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

argomento: denuncia | Commenta »

LA STORIELLA DELLA LEGA CHE HA VINTO AL CEP DI PRA: HA VOTATO SOLO IL 27,7% E LA LEGA HA PRESO IL 20% QUINDI IL 5,5% REALE DEGLI ABITANTI

Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile

META DEI PELLEGRINAGGI DI SALVINI, IL QUARTIERE DI EDILIZIA POPOLARE DI GENOVA DELUSO DALLA SINISTRA IN REALTA’ SI E’ RIFUGIATO NELL’ASTENSIONE… BUCCI HA VINTO NEI QUARTIERI BENE DEL LEVANTE

Una dele storielle che i Bucciboys leghisti tendono ad accreditare in queste ore è quella di aver vinto nei quartieri popolari di Genova. In questa narrazione fantasiosa l’emblema sarebbe il degradato quartiere della case popolari del Cep di Prà , dove i leghisti avevano portato in processione il re del selfie perchè gli abitanti potessero toccarne le vesti.
Chiariamo subito quello che dicono i dati: il centrodestra ha stravinto nel Levante di Genova e nei quartieri “bene” della città , in centro e in valbisagno.
Nel ponente zone “povere”, ha prevalso il candidato del centrosinistra di stretta misura. Ma per un motivo mlto semplice: ha votato solo il 42% dei genovesi, l’elettore di sinistra, deluso dal partito a livello nazionale e locale, non è andato a votare.
Detto per inciso: quello che, a parti invertite, era successo 5 anni fa, quando prevalse Doria e furono gli elettori di centrodestra a starsene a casa.
E arriviamo al Cep di Prà  dove su oltre 5.000 abitanti hanno votato solo in 1.518 elettori, pari al 27,7%. Qui la Lega ha raggiunto il 20% contro una media comunale del 13%, ma questo 20% è sul 27,7%, quindi di fatto corrisponde a un 5,5% sul numero reale degli abitanti.
Tutto salvo che una “straordinaria vittoria” come vorrebbero far apparire i menestrelli di corte.
Quali i motivi della diaffezione al voto?
Li spiega bene un articolo di “Repubblica”
Non ha votato Roberto, pensionato, che esce di casa solo per andare in farmacia e alla posta. «A che serve?», dice. «Qui siamo dimenticati». E nemmeno Luca, che lavora nel tabacchino in via II dicembre. «Non mi interessa la politica, per quelli come noi non cambia niente».
Non è andata al seggio una signora che aspetta il bus davanti alla Ekom. E nemmeno una ragazza con i capelli sfatti, che cammina accanto a un’aiuola spelacchiata piena di spazzatura. «La nostra vita è questa, uno schifo». Roberto Basile, 39 anni e un tatuaggio sul collo, è arrivato al Cep quando c’erano ancora i ponteggi ai palazzi. «Qui non esistiamo: non riparano gli ascensori quando si rompono, non puliscono le strade. Ci sono carcasse di motorini e materassi abbandonati da mesi. Dovrebbero curare ‘sti posti, non Albaro e Quarto».
Davanti alla sede del comitato di quartiere Ca’ Nova c’è il presidente Nicolò Catania, 84 anni. Vive al Cep dal 1978 : «Le parti collinari sono abbandonate a se stesse. Il voto alla Lega è un segnale: se noi non costruiamo qualcosa, chi ha vinto continuerà  a vincere». Dentro il civico 30 di via II dicembre c’è Giovanni Ragazzo, 74 anni, responsabile dello Spi-Cgil. Di destra vuole parlare poco. «Prendono voti dando la colpa agli stranieri. Ma è il Pd che deve guardare a sinistra e pensare alla povera gente». Nel piazzale si aggira intanto un signore con una canottiera da basket. «Qualcuno vuole un’orata?», chiede. Si chiama Giuseppe Atzeni, ha 53 anni e da quando ha perso il lavoro fa il pescatore. Guarda il civico 30, con nostalgia. «Era davvero una bella sinistra quella del Pci. I giovani partecipavano, la gente era unita». Alla fine, lo dice come una colpa. «Non ho votato. Ma mi sono già  pentito».

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