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BANCA CARIGE, PER GLI ANALISTI E’ UNA MINA DA 800 MILIONI

Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile

COME NEI “DIECI PICCOLI INDIANI” DI AGATHA CHRISTIE

Tra le banche italiane, di questi tempi, il libro che va per la maggiore è “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie.
Con la crisi della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca in via di risoluzione (in senso lato, giacchè si è trovata una strada complessa proprio per aggirare la messa in risoluzione dei due istituti con le regole del bail-in), nel mondo del credito ci si interroga già  su chi sarà  la prossima a richiedere un qualche tipo di sostegno, pubblico o “di sistema” che sia.
Interpellato sulla possibilità  che, dopo le venete, altre banche possano avere bisogno di aiuti dello Stato, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha subito gettato acqua sul fuoco: “Non ci aspettiamo — ha detto a Bloomberg tv — che altre banche abbiano bisogno. Stiamo studiando casi in cui questo può succedere, ma in concreto non ci aspettiamo nuovi casi”.
Eppure, molti indizi conducono a Genova, dove ha sede Banca Carige.
L’istituto di credito ligure è alle prese con un nuovo aumento di capitale “sollecitato” dalla Banca centrale europea (Bce), che dovrebbe quindi seguire quello da 850 milioni del 2015 e quello da 800 milioni del 2014.
L’incognita vera è sull’ammontare della ricapitalizzazione: inizialmente Carige aveva preventivato un’operazione da 450 milioni, che tuttavia oggi, stando a indiscrezioni, sarebbe più vicina ai 600, senza contare che ci sono analisti finanziari che sono arrivati a stimare fino a 800 milioni.
“Per quello che so — ha detto Padoan rispondendo specificamente sulla banca ligure — a Carige è stato richiesto un numero di aggiustamenti da parte delle istituzioni europee e sta rispettando queste richieste. Questa è una buona notizia”.
Tra i numerosi nodi ancora da sciogliere a Genova, c’è da capire se all’interno della manovra finanziaria allo studio rientrerà  anche la conversione in azioni di obbligazioni subordinate della banca.
In passato, era finito nel mirino uno strumento finanziario emesso nel 2008 per un valore complessivo di 180 milioni e sottoscritto dalle Assicurazioni Generali, che oggi avrebbero in portafoglio ancora 80 milioni di questa obbligazione.
Inoltre, non è chiaro se i consulenti finanziari Credit Suisse, Deutsche Bank e Goldman Sachs, scelti a maggio per l’assistenza nelle operazioni di aumento di capitale e deconsolidamento delle sofferenze, saranno confermati e, soprattutto, saranno garanti della ricapitalizzazione.
Il fatto è che a maggio, quando sono stati selezionati, Carige era ancora guidata dall’amministratore delegato, Guido Bastianini, nel frattempo messo alla porta dal vicepresidente nonchè primo azionista della banca, Vittorio Malacalza, entrato in dissidio con lui sulla manovra da attuare per reperire le risorse e rafforzare il patrimonio.
L’uscita dell’ad, su cui tra l’altro ha acceso un faro anche la Consob, non è stata presa bene nè da alcuni consiglieri della banca, e in particolare da Claudio Calabi, Alberto Mocchi e Maurizia Squinzi, che si sono dimessi in polemica con la mossa di Malacalza, nè — a quanto sembra — da alcuni azionisti di peso, come il finanziere ligure con passaporto nigeriano Gabriele Volpi, e Aldo Spinelli, a capo dell’omonimo gruppo oltre che ex presidente del Genoa.
Secondo indiscrezioni, oggetto della contesa tra Bastianini e Malacalza sarebbe stata, tra le altre cose, proprio l’ipotesi di inserire nella manovra anche la conversione in azioni di obbligazioni subordinate, che avrebbe automaticamente diluito la quota del primo socio, oggi pari a quasi il 18% del capitale.
Anche per questo, ora che al timone di Carige è arrivato l’ex banchiere di Unicredit, Paolo Fiorentino, ci si interroga su come si muoverà  e, in particolare, ci si chiede se opterà  o meno per la conversione delle obbligazioni subordinate, dal momento che proprio lì è caduto il suo predecessore.
Stando a un’agenzia Ansa di venerdì 23 giugno, Carige starebbe valutando dismissioni di immobili e partecipazioni che potrebbero abbassare l’entità  dell’aumento di capitale.
Al momento, tuttavia, anche alla luce del fatto che il nuovo ad Fiorentino si è appena insediato, non si sa ancora quale strada seguirà  la banca. Anche per questo motivo, nei giorni scorsi l’istituto di credito ligure ha domandato alla Bce, che aveva posto tutta una serie di quesiti stringenti, “un differimento temporale” sulla valutazione del fabbisogno di capitale.
Una decisione a riguardo dovrebbe essere presa nel consiglio di amministrazione del 3 luglio. L’Eurotower aveva anche posto quesiti sulla gestione delle sofferenze e, in generale, dei crediti deteriorati, vera spina nel fianco di Carige.
A riguardo, l’agenzia Ansa ha ipotizzato la creazione di una società  veicolo, un consorzio partecipato al 51% da investitori istituzionali e operatori del settore e al 49% dalla stessa banca genovese, a cui cedere 2,4 miliardi di crediti deteriorati, in modo che l’istituto di credito possa partecipare anche ai benefici derivanti dal recupero di questi prestiti.
Una cosa simile, nei mesi scorsi, è stata fatta da Unicredit.
Indipendentemente dall’ammontare definitivo dell’aumento di capitale, gli interrogativi e dubbi più inquietanti riguardano gli azionisti: in quanti aderiranno all’operazione, dopo le due analoghe da complessivi 1,65 miliardi dei tre anni precedenti?
Anche ipotizzando che la famiglia Malacalza, specialmente dopo avere ottenuto la testa di Bastianini, decida di fare la propria parte, chi metterà  mano al portafogli per la restante parte della ricapitalizzazione?
E, ancora, come si muoveranno quegli azionisti stupiti delle modalità  (a mezzo di una lettera inviata al consiglio di amministrazione) e della velocità  con cui Bastianini è stato messo alla porta, come pare sia il caso di Volpi e Spinelli?
Tutti interrogativi che per il momento restano aperti.
Di certo non aiuta a trovare risposte incoraggianti il precedente del Monte dei Paschi di Siena, che lo scorso autunno è scivolato sul terzo aumento di capitale nel giro di pochi anni.
Di recente per Mps è stata avviata la procedura di ricapitalizzazione preventiva, che implica l’utilizzo di risorse pubbliche per la messa in sicurezza della banca senese.
Si attingerà , per una cifra che finora è stata quantificata intorno ai 6,6 miliardi, ai 20 miliardi stanziati a dicembre per le banche italiane dal governo di Paolo Gentiloni.
Il medesimo budget, da quel che si evince, servirà  per coprire l’impegno fino a 17 miliardi di euro (di cui oltre 5 da sborsare subito) per l’operazione di salvataggio con annessa cessione a Intesa Sanpaolo delle banche venete.
Ed ecco qui che la coperta dei 20 miliardi messi da parte a dicembre è già  diventata corta. Se mai Carige dovesse averne bisogno, rischia di restare scoperta.

(da “Business Insider”)

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LA MANGIATOIA DELLE FERROVIE NORD CON UN PRESIDENTE LEGHISTA INDAGATO CHE GUADAGNA 288.000 EURO NETTI

Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile

UN DECENNIO DI NEPOTISMO DEL CENTRODESTRA E CONSULENZE D’ORO AI DANNI DEI PENDOLARI… MA DI QUESTO SALVINI NON PARLA

La foto a fianco, scattata il 29 aprile 2011, immortala il giorno della nascita di Trenord, il secondo vettore ferroviario italiano, società  di proprietà  di Regione Lombardia e Fs, che ogni giorno trasporta 750 mila pendolari lombardi.
Secondo la narrazione, Trenord oggi offre il miglior servizio di trasporto pubblico locale in Italia e viene sempre citata dal presidente lumbard Bobo Maroni come esempio di società  pubblica virtuosa.
Ma è puro storytelling.
Come ogni pendolare ben sa, la società  non è mai stata in grado di raggiungere le prestazioni minime richieste dal contratto di servizio in fatto di puntualità  (lo standard dovrebbe essere il 95% dei treni, a stento ha raggiunto l’86%) nè, nonostante le promesse dei vertici regionali, ha mai dato tutti i treni nuovi promessi sulle varie tratte.
Mancanza di fondi, è sempre stata la scusa di manager e politici.
In realtà , negli anni, Trenord e in generale la holding regionale che la controlla, Ferrovie Nord Milano, sono state foraggiate dalla politica a piene mani.
Ma le società , al posto di pensare al benessere dei pendolari, sono state utilizzate come parcheggio per politici indagati, condannati o semplicemente trombati (tutti di Forza Italia, Lega e Comunione e Liberazione); o come bancomat per dirigenti che hanno pescato a piene mani dai fondi pubblici; o come pozzo infinito di consulenze per gli “amici”, tra i quali anche l’avvocato impegnato a difendere lo stesso Maroni. Tanto sotto il regno di Roberto Formigoni, quanto sotto quello dei “barbari sognanti” di Maroni, che era stato eletto, ramazza in mano, promettendo di fare piazza pulita del malcostume.
Letta a sette anni di distanza, quella foto mostra un ex presidente regionale, Formigoni,   condannato a sei anni per le presunte tangenti per la fondazione Maugeri e San Raffaele; un ex ad di Trenord nonchè direttore generale di Ferrovie Nord Milano, Giuseppe Biesuz, condannato in primo grado per il fallimento della Urban Screen, una società  che aveva amministrato fino al 2008;   un ex presidente di Fnm, Norberto Achille, sotto processo per aver depredato Fnm per spese personali.
Oggi, Fnm è guidata dal leghista Andrea Gibelli, l’uomo che Maroni, dopo lo scandalo che portò alla defenestrazione di Achille, ha scelto per “rimettere a posto le cose”.
Peccato che lo stesso Gibelli è arrivato in piazzale Cadorna — una poltrona da 288 mila euro netti l’anno — con le vesti dell’indagato nello stesso processo che vede Maroni imputato per turbata libertà  nel procedimento di scelta del contraente e induzione indebita.
La cronaca giudiziaria negli anni ha raccontato di una società  depredata, un inquietante Far West dove girano miliardi, tra contratti di servizio per il trasporto pubblico (440 milioni di euro l’anno) e lavori pubblici affidati a Fnm dalla Regione (oltre un miliardo ogni quinquennio).
Uno tsunami di soldi (nostri) il cui utilizzo dovrebbe essere super controllato. Purtroppo tale controllo, negli uffici di piazzale Cadorna, Milano, non c’è mai stato.   Quelli che leggerete di seguito sono solo alcuni casi che dimostrano come gli organi preposti a far emergere il malaffare non solo non hanno funzionato, ma sono stati spesso piegati, dagli stessi ispettori, per fini personali. Con buona pace di migliaia di pendolari lombardi costretti spesso a viaggiare come bestie su treni vecchi e sporchi.
IL NEPOTISMO
«In questa società  non esistono i ladri e gli onesti, bene che vada esistono una serie di conniventi!» diceva nel 2015 — senza sapere di essere registrato — Carlo Alberto Belloni, per 21 anni presidente del collegio sindacale di Fnm. E non sbagliava certo. Prendiamo la vicenda di Giuseppe Biesuz, uno che aveva raggiunto la poltrona più alta della società , grazie all’appoggio diretto dell’amico Marcello Dell’Utri, nonostante non avesse uno straccio di laurea e che quindi il capo di Trenord non lo potesse fare…
Lauree fasulle a parte, agli atti della società  esiste un report redatto dai controllori interni di Fnm (ma solo dopo l’arresto del non dottor Biesuz nel 2012), secondo il quale l’ex dg avrebbe affidato consulenze da centinaia di migliaia di euro ad amici e big della galassia ciellina senza avere i titoli per farlo. Un’elargizione durata anni, nota a tutti, ma che nessuno aveva mai avuto il coraggio di denunciare
Idem per l’ex presidente Norberto Achille, imputato a Milano per peculato e truffa aggravata, che nel suo ventennale regno aveva messo macchine e telefoni aziendali a disposizione della moglie e dei figli.
Secondo la procura è arrivato a spendere circa 500 mila euro di fondi pubblici, oggi in buona parte restituiti, per pagare le multe prese dal figlio Marco (180 mila euro in 5 anni) con la macchina aziendale, le telefonate dei congiunti (120 mila euro in cinque anni) con le sim aziendali e una serie di altri “benefit”, tra cui film porno, scommesse sportive e serate al Twiga di Briatore. Una linea di credito privata (sui conti della società ) di cui moltissimi, se non tutti, sapevano.
Ma chi pensava che con le “spese pazze” di Achille, Fnm avesse toccato il fondo, non aveva ancora letto l’incredibile storia di Davide Lonardoni, alias “Mr milione di euro”, il dipendente di Nord Ing, società  del gruppo Fnm, arrestato il 4 ottobre del 2016 nell’ambito di un’operazione del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Milano, con l’accusa di aver intascato tangenti per pilotare alcuni appalti pubblici affidati a Fnm.
LE CONSULENZE AL FIGLIO DEL DIRETTORE
Davide Lonardoni non era un dipendente qualsiasi. È il figlio di Dario Lonardoni, ex direttore generale di Ferrovie Nord e attuale assessore ai lavori pubblici di centrodestra del Comune di Saronno.
Secondo un’indagine dell’ufficio Internal Audit di Fnm, che Business Insider ha potuto leggere, tra il 2005 e il 2013 la Sp.In, una società  di cui Lonardoni jr è legale rappresentante, ha ottenuto da Nord Ing 14 commesse, per un valore totale di 987.940 euro. Nello stesso periodo Sp.In ha ricevuto altri 176 mila euro direttamente da Ferrovie Nord, altra società  del gruppo Fnm, quella amministrata direttamente dal papà  Dario.
In totale, cioè, Lonardoni in 7 anni incassa con la sua società  privata 1.164.000 euro da due società  del gruppo Fnm in cui il padre aveva un ruolo di primo piano. Ma non è finita qui: mentre otteneva consulenze su consulenze, Lonardoni Junior percepiva anche uno stipendio fisso da Nord Ing, prima come collaboratore a progetto e poi, a partire dal 1 marzo del 2013, come dipendente part-time a tempo indeterminato.
Anche questi magheggi sono più che noti ai vertici di Fnm, allora guidati da Achille: il report che li denuncia risale a luglio del 2014, ma non ha mai determinato alcun provvedimento. “So, ma faccio finta di non vedere”, un atteggiamento che Fnm adotta spesso quando c’è di mezzo Lonardoni.
Tant’è che un anno dopo quel report, la società  ha ignorato un altro potenziale segnale d’allarme. Il 16 ottobre del 2015 un dipendente di Fnm entrò nella stanza di Andrea Franzoso — il whistleblower che con le sue denunce in procura aveva fatto esplodere lo scandalo delle “spese pazze” di Achille — ammettendo di sapere che “molte ruberie non sono ancora state portate alla luce”, come “le presunte irregolarità  nell’affidamento di un servizio al figlio dell’ex direttore di esercizio, Lonardoni”. Il giorno stesso, Franzoso scrisse al servizio Risorse Umane di Fnm segnalando la confidenza, ma anche in questo caso la sua lettera non portò all’avvio di un’inchiesta interna.
Che Fnm avesse già  pianificato un futuro luminoso per Lonardoni Jr diventa chiaro il 23 maggio del 2016, quando l’ex presidente di Nord.Ing, Roberto Ceresoli — in barba alle consulenze e alle segnalazioni — lo nomina responsabile dei servizi di ingegneria e della direzione lavori sicurezza e ambiente.
Una posizione che nell’organigramma si trova immediatamente al di sotto del direttore generale, la carica ricoperta per tanti anni da papà  Dario. Una carriera splendente interrotta dall’intervento a gamba tesa della Guardia di Finanza di Milano, che ha arrestato Lonardoni jr con l’accusa di aver pilotato gli appalti della linea ferroviaria tra i terminal T1 e T2 di Malpensa. L’arresto ha obbligato l’attuale presidente di Fnm, Andrea Gibelli, a sospendere il contratto e lo stipendio di Lonardoni.
Le vicende di Biesuz, Achille e Lonardoni dimostrano che i controllori interni non si sono mai mossi prima dell’intervento della magistratura, la quale ha aperto numerose inchieste dove Fnm è stata sempre considerata parte lesa.

(da “Business Insider”)

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LA CANDIDATA DEL FRONT NATIONAL A PROCESSO PER AVER AIUTATO UN PROFUGO

Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile

BEATRICE HURET E’ ACCUSATA DI   AVER AIUTATO UN PROFUGO IRANIANO A PASSARE DA CALAIS ALLA GRAN BRETAGNA

Beatrice Huret, candidata del Front National, è da oggi alla sbarra a Boulogne-Sur-Mer, nel nord della Francia, per aver aiutato un migrante iraniano a passare da Calais in Gran Bretagna.
L’accusa è “aiuto in banda organizzata al soggiorno e alla circolazione di un clandestino”.
Mokhtar, 35 anni, era uno dei clandestini della “giungla” di Calais la cui immagine aveva fatto il giro del mondo dopo che, insieme agli altri, si era cucito la bocca con ago e filo per protesta, nel marzo 2016.
Proprio in quell’occasione, la ex militante di estrema destra, rimase colpita dall’uomo e decise di aiutarlo a sopravvivere. Lo ospitò, diede da mangiare e da dormire a lui e ad altri suoi compagni, quindi lo aiutò a trovare un gommone e a partire per la disperata impresa di attraversare la Manica.
Un’impresa riuscita a Mokhtar e agli altri ma che ora costa il processo alla donna.
La Provence, che racconta l’intera storia: la Huret, vedova di un guardiafrontiera, era venuta a contatto con la giungla di Calais nel 2015, riportando un ragazzino nel campo dove viveva.
Nella baraccopoli erano stanziati tra i 6mila e gli 8mila migranti prima dello sgombero del novembre scorso.
Lì la donna ha conosciuto Mokhtar che poi ha ospitato in casa sua dove viveva insieme alla madre e al figlio di 19 anni. I due si sarebbero innamorati.
Mokhtar ha provato a passare la frontiera in camion prima che la donna acquistasse un’imbarcazione sul web per farlo arrivare in Gran Bretagna.
Ora risiede a Sheffield, dove ha ottenuto un permesso di lavoro. Lei dice di aver fatto tutto per amore. L’accusa è invece di aver fatto parte di una rete che ha organizzato questi viaggi per soldi.

(da “NextQuotidiano”)

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CONSIP: INDAGATI WOODCOCK E FEDERICA SCIARELLI PER RIVELAZIONI DI SEGRETO D’UFFICO E CONCORSO NELLO STESSO REATO

Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile

L’ACCUSA E DI AVER PASSATO (E FATTO DA TRAMITE) INFORMAZIONI A UN GIORNALISTA DEL FATTO QUOTIDIANO

Violazione del segreto d’ufficio. Nell’inchiesta Consip rimane coinvolto anche il pubblico ministero napoletano Henry John Woodcock, accusato di aver passato alcuni atti dell’inchiesta al Fatto Quotidiano.
Il tramite sarebbe stata la giornalista Federica Sciarelli, nota conduttrice del programma televisivo “Chi l’ha visto?”, anche lei indagata. Alla cronista è stato anche sequestrato il telefono cellulare.
A dicembre, quando l’indagine sulla centrale unica acquisti della pubblica amministrazione passà³ per competenza da Napoli a Roma, il quotidiano diretto da Marco Travaglio pubblicò alcune carte coperte dal segreto.
Gli atti di indagine di questi mesi rivelerebbero che dietro alla fuga di notizie ci sia il pm partenopeo, titolare del fascicolo fino a quel momento.
Per questo il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Mario Palazzi hanno deciso di iscriverlo per violazione del segreto e hanno dato comunicazione al ministero della Giustizia, al Consiglio Superiore (che già  aveva aperto un fascicolo sul suo operato) e alla procura generale presso la Corte di Cassazione.
Da lungo tempo amica del pm napoletano, nei riguardi di Federica Sciarelli è contestato il reato di concorso in rivelazione di segreto. Secondo l’accusa, Sciarelli sarebbe stata il tramite per il passaggio delle informazioni da Woodcock a un giornalista del Fatto Quotidiano.
“Non posso aver rivelato nulla a nessuno – ha detto Sciarelli – semplicemente perchè Woodcock non mi svela nulla delle sue inchieste, tantomeno ciò che è coperto da segreto”.

(da agenzie)

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IL M5S GOVERNA META’ DEL LAZIO E LA LOMBARDI SI SCALDA PER CORRERE PER LA REGIONE

Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile

GUIDONIA E ARDEA SI AGGIUNGONO A ROMA, NETTUNO, POMEZIA, CIVITAVECCHIA, ANGUILLARA, GENZANO E MARINO: ZINGARETTI E’ AVVERTITO

Dopo Pomezia e Roma c’è Guidonia con Michel Barbet (che comincia “male”, elogiando Pizzarotti). Ma soprattutto c’è un Lazio che vede ormai il 55% della sua popolazione governata da esponenti del MoVimento 5 Stelle.
Un campanello d’allarme che dovrebbe suonare forte e chiaro nelle orecchie di Nicola Zingaretti, a pochi mesi dalle elezioni regionali nelle quali il M5S pensa di schierare, con grande scorno di Virginia Raggi, un peso massimo come Roberta Lombardi.
Anche nelle città  dove ha vinto il 5 Stelle nel Lazio si è ripetuto un copione già  visto e conosciuto a Roma (e a Parma): in quel di Guidonia la precedente giunta di centrodestra è stata travolta da un’inchiesta su un sistema definito dagli inquirenti Mafia Bianca, mentre ad Ardea la giunta di destra di Luca Di Fiori è stata dilaniata da contrasti interni, i cittadini hanno abbracciato i grillini.
Le nuove amministrazioni pentastellate si uniscono a quelle di Roma, Nettuno, Pomezia, Civitavecchia, Anguillara, Genzano e Marino. Estese sul 55% della popolazione del Lazio.
Spiega oggi Lorenzo D’Albergo su Repubblica:
Ciò che i 140 caratteri di Twitter non possono restituire, però, è la generale disaffezione dei cittadini per la politica e per le sezioni arroventate dal caldo di un giugno da bollino rosso: a Guidonia al ballottaggio ha votato il 31,6 per cento degli aventi diritto, ad Ardea il 39,8. La vittoria dell’italo-francese Barbet, poi, regala un’altra costante ai pentastellati: Guidonia, proprio come Roma prima delle ultime amministrative, usciva da un commissariamento.
Segno che il Movimento ha successo lì dove gli altri – in città  il Pd, nel comune a 22 chilometri dalla capitale il centrodestra – hanno lasciato le macerie.
Segno che il Movimento, quando muove i suoi alfieri, può far male alla concorrenza. A Guidonia, prima del ballottaggio, è arrivata la visita del premier in pectore dei grillini Luigi Di Maio, dell’ortodosso Roberto Fico e delle tre elette romane Roberta Lombardi, Carla Ruocco e Paola Taverna. A completare il team, infine, la sindaca Raggi.
Insomma, nonostante gli scarsi risultati e il consenso in calo a Roma dove il disastro amministrativo di Virginia Raggi è sotto gli occhi dei sondaggisti, nel Lazio il M5S va forte.
Soprattutto per i disastri amministrativi dei loro avversari. Evidentemente nel paese dei ciechi l’orbo è re.

(da “NextQuotidiano”)

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LA SCOPPOLA PRESA DAL PD IN LAZIO, DOVE SI VOTERA’ PER LE REGIONALI IL PROSSIMO ANNO

Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile

NEI SETTE COMUNI DOVE SI E’ VOTATO IL PD HA OTTENUTO LA META’ DEI CONSENSI: – 54%

Mentre il MoVimento 5 Stelle governa nove città  e il 55% della popolazione del Lazio, il Partito Democratico crolla nella Regione dove si voterà  nel 2018 e si ricandiderà  Nicola Zingaretti.
I conti del Messaggero sono impietosi: rispetto all’ultima tornata amministrativa, nei sette comuni dove si è votato domenica i dem si ritrovano con i consensi dimezzati (-54%).
In ordine sparso: a Guidonia nel 2014 il Partito Democratico aveva racimolato 11.133 preferenze. Tre anni dopo, pur arrivando al ballottaggio, i voti dei dem crollano a quota 5.367.
Va ancora peggio nell’altra cittadina conquistata dal M5S,Ardea, dove il Pd ha deciso di presentarsi senza simbolo, correndo sotto le insegne di “Ardea democratica” pur di far parte di una grande coalizione guidata dall’ex assessore di centrodestra Alfredo Cugini. Rispetto ai 4.107 voti delle comunali del 2012, i democrat si ritrovano con appena 889 schede. E insomma il PD ha candidato uno di centrodestra ad Ardea e ha perso il 79% dei voti. Che strano, eh?
E ancora: a Fonte Nuova i voti passano da 4.574 (nel 2014)a 1.199; a Frascati da 1.915 (sempre nel 2014) a 1.201.
A Grottaferrata da 2.260 (elezioni 2014) a 1.170. A Ladispoli da 2.538 (nel 2012) a 1.968. A Cerveteri il Pd prende 884 voti, rispetto ai 1.327 del 2012, correndo contro il sindaco rieletto, Alessio Pascucci,appoggiato dal governatore Nicola Zingaretti.
Voi direte: ma almeno la coalizione è andata bene?
Il PD ha perso quattro ballottaggi su cinque (Ladispoli, Frascati, Grottaferrata, Guidonia) mentre Fabio Melilli, segretario del PD laziale, ha perso nella sua Rieti contro il centrodestra.
Nelle città  dove ha vinto il 5 Stelle nel Lazio si è ripetuto un copione già  visto e conosciuto a Roma (e a Parma): in quel di Guidonia la precedente giunta di centrodestra è stata travolta da un’inchiesta su un sistema definito dagli inquirenti Mafia Bianca, mentre ad Ardea la giunta di destra di Luca Di Fiori è stata dilaniata da contrasti interni, i cittadini hanno abbracciato i grillini.
Ma il punto è che il PD ha perso (con il centrodestra) anche nelle altre città .

(da “NextQuotidiano”)

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IL FLOP DEL M5S AL NORD

Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile

LONTANI DAL COMPRENDERE LA QUESTIONE SETTENTRIONALE, ORA PRONTI A UN CAMBIO DI LINEA

Ilario Lombardo sulla Stampa di oggi ci racconta il fallimento del MoVimento 5 Stelle nelle regioni del Nord, dove, al contrario del Sud, i grillini non riescono a sfondare.
Con tutte le implicazioni che questo risultato ha a livello nazionale:
Il voto è stato quello che è stato, un flop che Grillo vuole rivestire di successo, interpretando a suo modo numeri e percentuali: «Il M5S ha vinto otto ballottaggi su dieci. Siamo passati da 37 sindaci a 45, un aumento di oltre il 20%».
Il comico prende a prestito il monologo motivazionale dell’allenatore di football interpretato da Al Pacino in Ogni maledetta domenica per indicare quale sarà  da adesso in poi la meta da tenere in mente: «Le prossime sfide sono la Sicilia e poi la battaglia campale delle politiche. Per vincere dobbiamo essere una squadra che lotta insieme per un obiettivo comune»
Lo schema di gioco è chiaro: il M5S deve capitalizzare il forte consenso al Sud, vincendo la prima regione della sua recente storia.
Nel frattempo deve attrezzarsi per diventare capace di attrarre chi vive al Nord e vota per Matteo Salvini o Berlusconi. L’impresa non è facile e da tempo diversi parlamentari settentrionali lamentano l’inadeguatezza del M5S a piantare radici in regioni come Lombardia e Veneto, partendo innanzitutto dai leader e dai volti più riconoscibili che sono tutti quanti meridionali, a partire da Di Maio, Alessandro Di Battista e Roberto Fico. Casaleggio ci sta lavorando .
Che il nord del paese sia strategico per chi vuole governare l’Italia non bisogna certo spiegarlo al M5S.
Ma è anche impossibile non notare che il M5S ha vinto solo ad Acqui Terme e quella Parzanica per la quale esultò quindici giorni fa Vito Crimi:
Il coinvolgimento del mondo imprenditoriale partito dal convegno di Ivrea va in questa direzione, nel tentativo di svuotare quel bacino che un tempo apparteneva al leader di Forza Italia.
Dopotutto è stato proprio da Ivrea che Massimo Colomban, imprenditore in prestito alla giunta Raggi in virtù dell’amicizia con Casaleggio, aveva profetizzato con La Stampa: «I 5 Stelle realizzeranno quello che voleva fare Berlusconi».
Allo stesso modo la campagna sui campi rom, le Ong e i migranti, assieme alla virata sullo ius soli, puntano a strappare quei voti che possono essere contesi alla Lega.
Non c’è più solo Renzi da sfidare, nell’orizzonte che si staglia di fronte al M5S la vittoria, se ci sarà , passerà  anche da Nord e da destra.
Insomma, bisogna cambiare passo.

(da “NextQuotidiano”)

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FIRME FALSE BOLOGNA, RINVIO A GIUDIZIO PER MARCO PIAZZA E ALTRI TRE GRILLINI

Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile

L’INCHIESTA ERA PARTITA DALL’ESPOSTO DI DUE EX ATTIVISTI

La Procura di Bologna ha chiesto il rinvio a giudizio per i quattro indagati nell’inchiesta sulla raccolta firme a sostegno della lista del Movimento 5 Stelle per le regionali del 2014. La richiesta al Gip, di cui dà  notizia il Corriere di Bologna, trova conferme in ambienti giudiziari e riguarda il vicepresidente del consiglio comunale Marco Piazza, autosospesosi dal Movimento, il dipendente comunale Stefano Negroni e due ex attiviste (Giuseppina Maracino e Tania Fiorini).
Tutto partì da un esposto di due ex militanti 5 Stelle.
L’inchiesta del Pm Michela Guidi e del procuratore Giuseppe Amato contesta a vario titolo una manciata di firme raccolte fuori regione, durante la kermesse al Circo Massimo e alcune sottoscrizioni disconosciute dai firmatari e certificate come autentiche.
Tra le firme imputate a Piazza ce ne sono due che sarebbero state raccolte da un’attivista non abilitata, che le avrebbe recuperate tra le colleghe in città  metropolitana, durante una pausa dal lavoro. La difesa sostiene l’assenza del dolo.
La vicenda per la verità  era venuta già  alla luce nell’ottobre di due anni fa — poco prima delle elezioni regionali — quando due attivisti di Monzuno, Stefano Adani e Paolo Pasquino depositarono un esposto per denunciare quelle che a loro dire erano le irregolarità  compiute dal M5S nella raccolta delle firme per la presentazione delle liste elettorali.
Un dossier piuttosto corposo, fatto di racconti, testimonianze dirette e prove circostanziate che secondo i due attivisti del Cinque Stelle dimostrava gli illeciti compiuti durante le fasi di presentazione delle liste.
Il più eclatante è quello della raccolta firme effettuata durante Italia a 5 Stelle al Circo Massimo a Roma che si svolse il 10 11 e 12 ottobre 2014.
In quell’occasione in alcuni banchetti allestiti dagli attivisti dell’Emilia Romagna vennero raccolte le firme per le candidature; firme irregolari dal momento che sono state raccolte al di fuori del territorio di riferimento.
Altri tre episodi invece sono locali e riguardano l’assenza del pubblico ufficiale che ha il compito di certificare la veridicità  e l’autenticità  delle sottoscrizioni: due episodi riportati sono accaduti a Bologna (nel circolo Mazzini, uno dei luoghi deputati alle riunioni degli attivisti, e durante il “Firma Day”) mentre l’ultimo si è verificato durante una campagna di raccolta firme a Vergato, sull’appennino tosco-emiliano.
Come per Palermo, insomma, le firme false del MoVimento 5 Stelle stanno per scoppiare in mano al partito di Grillo anche a Bologna.
Qui a rischiare è Massimo Bugani, che ha per giorni negato qualsiasi coinvolgimento del M5S nel caso e ha accusato gli ex attivisti di aver complottato per una vendetta: particolare smentito dai protagonisti come Andrea Defranceschi ma anche, tutto sommato, irrilevante: quello che conta è l’azione della magistratura, non da cosa sia scaturita.
Soprattutto: rispetto a Palermo, dove i fatti risalgono al 2012 e il reato si prescrive nel 2017, qui siamo perfettamente in tempo per arrivare al processo.
Tra i circa 150 firmatari sentiti dai carabinieri di Vergato, tanti si sono detti «assolutamente sicuri» che quella fosse la loro firma, ma poi hanno riempito i verbali di «non ricordo» quanto è stato chiesto loro dove avessero firmato e se nelle foto mostrate riconoscessero i certificatori.
A quanto pare le poche firme considerate false, perchè disconosciute da presunti sottoscrittori, sono state poi autenticate da Negroni.
A Piazza viene invece contestato di aver certificato firme apposte in sua assenza. Racconta il Corriere di Bologna che Piazza davanti ai pubblici ministeri si è difeso parlando di un possibile complotto degli ex:
Dice Piazza ai pm: «Nel novembre 2014 venni a sapere dai giornali di un esposto e chiesi conto a Serena Saetti (storica esponente del Movimento bolognese, ndr) la quale mi confermava che effettivamente c ‘era stata una raccolta a Roma per le Regionali ma che non essendo regolari erano state fermate e i moduli cestinati». Ma ai pm Piazza, che non era a Roma, offre ancora un’altra lettura: «Sull’elenco presente a Roma non posso escludere che via sia stata una macchinazione da parte di alcuni ex attivisti e che me l’abbiano sottoposto per la sottoscrizione senza che me ne rendessi conto».
La difesa di Piazza non scarta infine la possibilità  che alcune delle sottoscrizioni siano poi state nuovamente raccolte al rientro da Roma, al punto di ritrovo del pullman, e nemmeno che le firme siano erroneamente finite tra i moduli regolari senza che ne sapesse nulla.

(da “NextQuotidiano”)

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AL NUOVO SINDACO M5S DI GUIDONIA PIACE PIZZAROTTI

Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile

BARBET RILASCIA LA SUA PRIMA INTERVISTA E NON HA PELI SULLA LINGUA

Il neosindaco di Guidonia Michel Barbet, che ha vinto con il MoVimento 5 Stelle nella terza città  del Lazio per abitanti, ha rilasciato oggi un’intervista a La Stampa da vero neofita della politica.
Francese, 59 anni, impiegato all’ANCE, Barbet con Ilario Lombardo ha infatti detto che apprezza molto Federico Pizzarotti, sindaco confermato di Parma alla faccia di Beppe Grillo:
Lei è uno dei pochi 5 Stelle ad aver vinto in queste elezioni amministrative. Perchè il M5S non sfonda a livello locale?
«C’è un momento di flessione, è vero, ma lo considererei un avanzare meno rapido. Stiamo comunque crescendo. Anche dove il M5S non è andato a governare sono entrati uno o due consiglieri».
Avete perso pure Pizzarotti, che ha rivinto senza il M5S.
«Pizzarotti è ancora un pochettino nostro, sono contento che abbia vinto nuovamente».
Barbet al Messaggero ha anche detto di aver votato Mèlènchon alle ultime elezioni presidenziali (ha la doppia cittadinanza):
Le piace Pizzarotti?
«Molto. È un ottimo amministratore, tanto è vero che è stato rieletto. Non so cosa sia successo con Grillo e perchè lo hanno lasciato andare via. Sono dinamiche interne al M5S che non conosco».
Non ha paura che anche lei possa fare la stessa fine? O che la sua autonomia possa essere commissariata da Grillo o da Davide Casaleggio, come è successo a Raggi?«Non ho nessuna di queste paure, perchè mi sento del tutto autonomo. Ho scelto i miei tre assessori e insieme al gruppo di Guidonia nomineremo il vicesindaco. Non c’è stata nessuna interferenza del M5S nazionale. Anzi, molti di loro, come anche molti nostri sindaci, si sono messi a disposizione per qualsiasi consiglio. Noi facciamo davvero rete nel territorio, ognuno mantenendo la propria indipendenza».

(da agezie)

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