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RIFUGIATI, L’UMANITA’ NON SI ARRESTA

Luglio 17th, 2017 Riccardo Fucile

I SEI PAESI PIU’ RICCHI DEL MONDO OSPITANO SOLO IL 9% DEI RIFUGIATI   DEL PIANETA… LA SOLIDARIETA’ VIENE PIU’ DAI PAESI POVERI

“In Libia ho perso tutto, hanno ucciso mia moglie, mi hanno torturato. Non mi importava se fossi morto durante il viaggio in mare, volevo solo andare via da quella terra che per me ha rappresentato l’inferno, dopo l’orrore vissuto nel mio Paese.”
Con queste parole Abdoul, rifugiato dalla Guinea Conakry parla della Libia, del viaggio, della sua condizione di migrante.
L’approccio europeo alle migrazioni che emerge dagli ultimi vertici ufficiali e incontri tra rappresentanti degli Stati Membri sembra essere lontano e completamente staccato dalla vita delle persone che tentano di giungere in Europain fuga da guerre, persecuzioni o situazioni di estrema povertà  e privazione umana e sociale.
Istituzioni nazionali e sovranazionali da settimane sono molto concentrate a delegare e spostare il problema dei migranti altrove, fuori dall’Unione.
I flussi migratori che investono il nostro continente, pur nella loro modesta entità  in termini assoluti (si registra un incremento del 18% degli arrivi rispetto all’anno precedente),evidenziano sempre più l’incapacità  dell’Europa di dare una risposta coerente e coordinata a un fenomeno che non può essere seriamente considerato emergenza, se non per alimentare razzismo e xenofobia nella società  civile.
Contenimento e respingimento sono le parole chiave che i politici si affannano a ripetere in un susseguirsi di incontri e dichiarazioni.
La soluzione a questa emergenza descritta come ingestibile e pericolosa sta sostanzialmente nel fare accordi con una Libia, fortemente instabile, in cui i diritti umani non vengono rispettati e la vita dei migranti ha valore solo in quanto moneta di scambio per un’Europa sempre più impaurita e disgregata.
Ma basta leggere i dati per capire che l’emergenza migranti non è in Europa ma altrove: secondo l’Unhcr il numero di persone costrette ad abbandonare le proprie case a causa di guerre, violenze o persecuzioni è a livelli mai registrati.
Sono ormai ben più di 65 milioni in tutto il mondo e la metà  di loro ha meno di 18 anni.
La guerra in Siria è tra le principali cause di questa situazione, ma ci sono altri conflitti che costringono le persone a fuggire, come in Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Iraq, Nigeria, Sud Sudan e Yemen.
I sei Paesi più ricchi (Usa, Cina, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna), che contribuiscono per metà  all’economia globale, ospitano meno del 9% dei rifugiati e richiedenti asilo al mondo.
La maggior parte dei rifugiati viene accolta nei Paesi immediatamente adiacenti alle aree di crisi, come la Turchia, il Pakistan e il Libano.
L’emergenza vera, per la quale è in atto da mesi una sorta di assuefazione e indifferenza dai parte dei media, della politica e quindi della società  civile, è nel numero impressionante di migranti morti nel Mediterraneo.
In assenza di vie legali di arrivo, le rotte per raggiungere il continente sono sempre più pericolose: solo nel 2016sono stati 5.096 i morti e i dispersi nel Mediterraneo, molti di più rispetto agli anni precedenti, e il 2017 si appresta a stabilire un nuovo tragico record. Ad oggi sono almeno 2.000 le vittime del mare.
Servono politiche nuove, programmi di accoglienza e inclusione che trasformino la cosiddetta emergenza in opportunità .
L’umanità  non si arresta. La storia ce lo mostra da sempre, basta ricordarla, conoscerla e soprattutto non tradirla offendendo la memoria di chi ha costruito per noi un’Italia e un’Europa in cui libertà  e pace fossero beni universali a disposizione dell’umanità  e non privilegi per pochi individui dalla memoria corta.

(da “Huffingtonpost”)

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IL SOGNO IRREALIZZABILE DEL REDDITO DI CITTADINANZA VERSIONE CINQUESTELLE

Luglio 17th, 2017 Riccardo Fucile

INUTILE PROMETTERE, LE COPERTURE NON CI SONO

Il Governo ha recentemente approvato il Reddito di Inclusione (Rei), un sostegno monetario destinato alle famiglie in condizione di povertà .
Una misura che arriva in parziale ritardo, fronteggiando un livello di povertà  tra i più alti d’Europa, come evidenziato nel grafico sottostante.
Il Movimento 5 Stelle ha bollato questo provvedimento come “ipocrita” (Luigi Di Maio) o addirittura “come il pecorino cinese, che si chiama così ma è fatto con il latte di mucca” (Giorgio Sorial).
Secondo i pentastellati, il Rei sarebbe quindi volto a far dimenticare quella che fino ad oggi è la più famosa proposta in ambito economico del Movimento: il “Reddito di Cittadinanza”.
Come abbiamo spiegato in questo articolo per Business Insider, la misura approvata dal governo e la proposta dei Cinque Stelle hanno differenze profonde.
Se la prima verrà  ora messa alla prova dei fatti, con il governo che ha stanziato circa 2 mld di euro l’anno, sulla proposta M5S grava ancora un’incognita: quanto è realizzabile? Mettiamo in fila alcuni dati
I costi e le coperture finanziarie
L’investimento per il Reddito di Cittadinanza sarebbe cospicuo, le stime variano dai 16,9 miliardi dell’ISTAT ai 30 miliardi dell’INPS.
Il Movimento 5 Stelle ha presentato le coperture per la sua proposta:: più di 20 miliardi, raggiunti anche grazie ai fondi per il Rei (1,5 mld) la cui destinazione diverrebbe il Reddito di Cittadinanza. Ad ogni voce abbiamo assegnato un grado di affidabilità  e probabilità  di essere realmente attuata, dal minimo di 1 al massimo di 5.
Le tasse
Tra le maggiori imposte, la parte del leone la fanno i tagli alle detrazioni e deduzioni, previsti per 5,3 miliardi di euro in particolare per i redditi superiori ai 90mila euro, quindi la fascia medio-alta.
Un obiettivo ambizioso, che andrebbe a scalfire le circa 300 misure di tax expenditure, ossia la giungla di esenzioni fiscali che produce ogni anno un mancato gettito per lo Stato attorno a 150 miliardi di euro, e allo stesso tempo aumenterebbe la progressività  dell’Irpef.
Il precedente tentativo del Governo Letta di ridurre questa perdita di gettito, però, portò a un risparmio per le casse pubbliche di poco meno di 2 miliardi in tre anni.
Si tratta infatti di un intervento con alti costi politici: sarebbe sostanzialmente un aumento di tasse che, per quanto possa impattare solo sui redditi più alti, comporterebbe un aumento della pressione fiscale di un terzo di punto percentuale.
Il blog di Grillo ha attaccato il Governo per molto meno.
La seconda voce per importanza aggrega — in modo poco chiaro — il divieto di cumulo pensionistico tra redditi autonomi e redditi da lavoro dipendente, la riduzione dei costi degli organi costituzionali ed il taglio ai dividendi di Banca d’Italia.
La prima misura appare, oltre che di dubbia legittimità  legale, poco applicabile. In Italia — secondo INPS — esistono circa 1,5 pensioni per pensionato, e ciò comporta che il cumulo pensionistico sia decisamente diffuso: impedirlo significherebbe determinare un taglio sostanziale alle pensioni di alcune categorie.
Negli ultimi anni è stato peraltro reso gratuito, e il divieto rappresenterebbe un’inversione di tendenza difficilmente comprensibile. Inoltre colpirebbe maggiormente la fascia più giovane, caratterizzata da una discontinuità  di carriera e da una forte incidenza delle partite IVA.
In realtà , contattati direttamente, i deputati Cinque Stelle spiegano che il divieto di cumulo varrebbe solo per chi riceve una pensione per aver ricoperto una carica elettiva; per tutti gli altri si concretizzerà  nella semplice unificazione dei vari assegni pensionistici percepiti, a parità  di importo, che garantirebbe risparmi di gestione per l’INPS.
Sugli organi costituzionali (che godono dell’autodichia) esistono margini per tagliare gli sprechi, ma difficilmente si arriverebbe a superare il miliardo di euro.
Da Banca d’Italia c’è invece ben poco da tagliare: via Nazionale ha distribuito nel 2016 2,5 miliardi di dividendi, dei quali il 90 per cento destinato al Tesoro. Tagliarli significherebbe provocare un buco di bilancio di pari misura.
A seguire il Movimento prevede di tagliare 2 miliardi e mezzo dalla spesa per l’acquisto di beni e servizi, centralizzando gli acquisti e aumentando l’efficienza. Resta da capire quante sacche di inefficienza rimangano aggredibili, dal momento che i governi Renzi e Gentiloni si sono posti obiettivi altrettanto ambiziosi.
Il commissario alla spending review ha certificato nella sua ultima relazione che grazie al rafforzamento del ruolo di Consip come centrale unica di acquisto ed ai passi in avanti sui costi standard, i risparmi ottenuti nel 2016 ammontano a 3,5 miliardi di euro.
Ad ogni modo, vista la vastità  della spesa in oggetto (139 miliardi), il taglio può essere considerato concretizzabile seppur siano da definire le modalità  e l’impatto sui servizi pubblici.
Altra voce pesante è l’aumento della tassazione sulle banche e le assicurazioni grazie alla riduzione della deducibilità  sugli interessi passivi, per 2 miliardi di euro.
Una misura che tuttavia rischia di arrivare al momento sbagliato: come hanno fatto notare Capone e Stagnaro su Il Foglio, il carico fiscale potrebbe mettere in ancora maggiore difficoltà  — in un periodo già  difficile per il settore — gli enti più piccoli e meno patrimonializzati. Per di più, senza garanzie che l’onere dell’imposta non venga trasferito ai cittadini, che potrebbero essere i veri soggetti incisi.
A scendere, una voce molto popolare tra l’elettorato grillino è l’aumento delle royalties per le attività  di ricerca di gas e petrolio delle multinazionali.
Il gettito stimato da questo intervento arriva 1,5 mld.
Come è facile osservare dal sito del Ministero per lo Sviluppo Economico, l’anno scorso il gettito prodotto dai canoni sugli idrocarburi ammonta a 223 milioni.
La stima del Movimento comporterebbe dunque un aumento spropositato dell’aliquota: +575 per cento. Decisamente troppo.
Il Movimento 5 Stelle precisa tuttavia che il gettito aggiuntivo deriverebbe dalle sanzioni, che verrebbero maggiorate, e dalle imposte per iniziare l’attività  di ricerca; il cui gettito attuale non è pubblicato dal Mise assieme ai canoni per le piattaforme.
Previsto, inoltre, il sempreverde aumento della tassazione sul gioco d’azzardo per un miliardo di euro (appena ritoccata al rialzo con la “manovrina” dal Governo Gentiloni, +202 milioni nel 2017) che risulterebbe un aumento importante rispetto all’attuale gettito generato dalle attività  legate al gioco, circa 13 miliardi, ma comunque sostenibile.
Certo è che si tratterebbe dell’ennesimo aumento in pochi anni di una tra le imposte più regressive, poichè va a tassare in particolare le fasce con redditi più bassi.
I tagli
A seguito di queste coperture importanti, sono previsti tagli per lo più simbolici.
La riduzione per il 50 per cento delle indennità  parlamentari per 60 milioni di euro, stima che appare corretta. Ulteriori 400 milioni dovrebbero provenire dal taglio delle auto blu, in particolare quelle in dotazione alle aziende sanitarie regionali.
Tuttavia, secondo l’ ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, le auto in dotazione alle Asl nel 2013 erano circa 700: troppe poche per arrivare alla cifra stabilita. Trovano posto anche altri tagli, dall’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e all’editoria, alla riduzione delle pensioni d’oro, verosimili ma comunque di scarso importo, dal momento che assieme non raggiungono i 750 milioni di euro
Una visione d’insieme
In conclusione, le coperture del Reddito di Cittadinanza appaiono credibili solo in maniera parziale.
Da un lato, le misure più simboliche sono probabilmente realizzabili, ma rappresentano una parte poco significativa dei 20 miliardi necessari.
Dall’altro le voci più consistenti appaiono spesso sovrastimate, e non tengono conto dell’impatto economico generale che potrebbero determinare.
Bisogna infatti notare che osservando i valori aggregati sarebbero 13 miliardi di maggiore tassazione e 7 miliardi di tagli, per un aumento della pressione fiscale di quasi un punto percentuale tra imposte dirette e indirette, seppur i parlamentari Cinque Stelle assicurino che non si tratterebbe di maggiore tassazione sulle persone fisiche, ma sui settori che non sono coerenti con le politiche del Movimento (un’affermazione irrealistica: le minori deduzioni e detrazioni andranno a colpire persone fisiche tramite l’Irpef).
Non bisogna però pensare che un reddito minimo di portata simile alla proposta Cinque Stelle sia impossibile. 20 miliardi su 850 di spesa pubblica e 400 di spesa sociale possono trovare un finanziamento: negli anni scorsi le misure dei governi Renzi e Gentiloni hanno movimentato una forza finanziaria ben maggiore.
Per di più, destinare ulteriori 18,5 miliardi al contrasto della povertà  e della disoccupazione è meritevole, in particolare in Italia.
Creare una società  più equa è un dovere della politica, ma per riuscirci serve pensare a misure realmente efficaci, concentrate sui bisogni dei cittadini, e non slogan elettorali difficilmente realizzabili.

(da “NextQuotidiano”)

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I GIOVANI PENSANO CHE PER FAR CARRIERA OCCORRA ANDARE ALL’ESTERO

Luglio 17th, 2017 Riccardo Fucile

SONDAGGIO DEMOS TRA 15 E 34 ANNI: IL 73% HA LE IDEE CHIARE, QUESTO NON E’ PIU’ UN PAESE PER GIOVANI

L’Italia non è un Paese per giovani. Lo sappiamo bene, ormai da tempo.
Infatti, ogni 100 ragazzi, sotto i 15 anni, ce sono quasi 160, oltre i 65.
E nei prossimi 10 anni, secondo l’Istat, sono destinati a crescere in misura esponenziale. Fin quasi a 260.
D’altronde, l’età  mediana, nel nostro Paese, sfiora i 50 anni. Sono dati ormai noti, anche ai non addetti ai lavori. Basta guardarsi intorno, per accorgersi che i giovani e i giovanissimi sono una razza in via di estinzione.
Fino a qualche anno fa la nostra demografia era sostenuta dagli immigrati. Ma anch’essi si sono adeguati. Infatti, gli immigrati di seconda generazione hanno, in media, 1,9 figli per coppia.
Un numero ben superiore rispetto agli italiani, ormai scesi a circa 1,3. Ma comunque in calo costante. E ormai al di sotto dell’equilibrio generazionale. Così invecchiamo, sempre di più. E diventiamo sempre più in-felici e scontenti, visto che è difficile essere ottimisti e soddisfatti quando si invecchia. E il futuro scivola dietro alle nostre spalle.
Aggiungiamo che i flussi migratori non ci vedono solo come un Paese di destinazione. Ma soprattutto di passaggio, visto che buona parte degli immigrati che giunge in Italia lo fa per andare altrove.
In Germania e in Gran Bretagna, anzitutto. Peraltro, anche l’Italia è divenuta Paese di “emigrazione”. Nell’ultimo periodo, infatti, sono espatriati, in media, oltre 100 mila italiani l’anno.
Nel 2016: 106 mila. In maggioranza: giovani, fra 18 e 34 anni. Con titolo di studio e livelli professionali elevati. Se ne vanno dall’Italia perchè qui non trovano sbocchi occupazionali adeguati.
Ormai, si tratta di una convinzione diffusa e consolidata: circa 6 persone su 10, infatti, pensano, realisticamente, che i figli – a differenza del passato – non riusciranno a riprodurre o, a maggior ragione, a migliorare la posizione sociale dei genitori.
Mentre 2 italiani su 3 ritengono che, per fare carriera, i giovani se ne debbano andare altrove. E si comportano di conseguenza. Se ne vanno e non ritornano. Per questo, la rappresentazione del mondo delineata dai giovani appare sempre più ripiegata sul passato. Sempre meno aperta. Il linguaggio riflette e ripropone, in modo marcato, questa visione.
Lo conferma il sondaggio dell’Osservatorio di Demos-Coop, dedicato al Dizionario dei nostri tempi, condotto e presentato nei giorni scorsi su Repubblica.
Le parole dei giovani, infatti, si distinguono e si caratterizzano proprio per questo. Perchè richiamano il passato più del futuro. I giovani: guardano indietro.
Ancor più dei loro genitori. La parola “Speranza”, nella popolazione, è proiettata nel “futuro”, da quasi due persone su tre.
Ma fra i giovanissimi (15-24 anni) la proporzione si riduce sensibilmente: 57%. E fra i giovani-adulti (25-34 anni) crolla al 41%. La nostra gioventù: ha poca speranza.
Tanto più nella transizione verso l’età  adulta. Più che in avanti, pare scivolare indietro. Verso il passato prossimo. Per questo i giovani non credono molto nella “ripresa”. I giovani-adulti ancor di meno. Più che a “riprendere” pensano a “resistere”. Perchè sono disillusi. Secondo loro, il “merito” conta poco, nel lavoro. E, in generale, nella vita. Oggi. E tanto più domani. Per questo di fronte all’Italia appaiono disillusi. Anche se non delusi.
Il problema, per loro, non è la “democrazia”. Soprattutto i giovanissimi: ci credono. Magari con un po’ di distacco. Perchè sono cresciuti nell’era dei “Social media”. E per loro l’orizzonte è marcato dalla “democrazia digitale”.
Il problema, invece, è proprio il futuro. Che non riescono a disegnare, ma neppure a immaginare.
La famiglia, l’istituzione che ha sempre fondato e radicato la nostra società , oggi non basta più. Non perchè abbia perduto importanza e significato. Al contrario. È sempre il riferimento obbligato per gli italiani. Un marchio oltre che un centro del nostro sistema. Ma, appunto, non garantisce più sicurezza nel futuro. Fra i giovani: molto meno che per il resto degli italiani.È in grado di offrire protezione, ma non proiezione. Tutela, ma non spinta.
Nel complesso, come abbiamo già  osservato, il maggior senso di disagio pervade i giovani-adulti, fra 25 e 34 anni. Non più giovani. Non ancora adulti.
Questo passaggio fra diverse stagioni della vita ne condiziona il sentimento. Perchè i giovani-adulti non dispongono degli stessi strumenti per comunicare con gli altri. Per informarsi e per informare.
La loro confidenza con i Social media, con il digitale: appare molto più limitata rispetto ai “fratelli minori”. Cresciuti fra smartphone e tablet. Abituati a twittare prima che a parlare. Anzi, prima “di” parlare. Così, i giovani-adulti non riescono a vedere la “democrazia digitale” come metodo di governo di domani. Anzi, anche per questo, non sembrano molto convinti del futuro della democrazia.
L’orizzonte dei giovani e dei giovanissimi, d’altra parte, è oscurato dalla minaccia del terrorismo. Percepita in misura molto maggiore rispetto al resto della popolazione. Così, molto più degli adulti e dagli anziani, i giovani sembrano attratti dalle figure che riflettono e interpretano le paure del nostro tempo. I Nuovi Capi, che evocano Nuovi Muri. Popolari e populisti. Anzi, popolari perchè populisti. Per tutti: Donald Trump.
Il Presidente degli USA, discusso per lo stile e i contenuti del suo messaggio, prima ancora che per le sue scelte politiche. Ebbene, secondo un quarto degli italiani, Trump è destinato ad avere più importanza. Domani. Nel futuro.
Ma fra i giovani e ancor più fra i giovanissimi questa misura cresce ancora. Di più. Fino al 36%. Questi giovani: sembrano in difficoltà  a orientarsi. A spingersi, a proiettarsi e a progettarsi. In avanti. A uno sguardo d’insieme, magari affrettato: evocano l’idea di una generazione che ha perduto la speranza. E non riesce a trovare buone ragioni per credere nel futuro. Questa generazione. Evoca un’ombra che incombe su tutta la nostra società . Perchè i giovani sono il nostro futuro. E se i giovani perdono la speranza come possiamo sperare nel futuro della nostra società ? Come possiamo sperare nel futuro?

(da “La Repubblica”)

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SEI MILIONI NON VANNO IN VACANZA, LA CRISI CANCELLA UN SOGNO ITALIANO

Luglio 17th, 2017 Riccardo Fucile

LA STRETTA ECONOMICA INVESTE ANCHE CHI NON VIVE IN POVERTA’ ASSOLUTA

Non c’è ripresa o ripresina che tenga. Nonostante per il turismo si annunci un’estate da record, rispetto all’anno passato aumenta il numero degli italiani che rinuncia alle vacanze.
Per ragioni economiche, ovviamente.
Stando all’ultima indagine Swg-Confesercenti il 26% degli italiani prevede infatti di non andare in ferie, contro il 25% dell’anno passato.
La variazione è minima, ma si tratta della prima inversione di tendenza dopo tre anni di calo. Ancora più significativo è l’aumento di quanti forniscono motivazioni di tipo prettamente economico per restare a casa: si tratta infatti del 58% delle risposte, contro il 55% del 2016, e corrisponde al dato più alto mai registrato da Swg dal 2009 ad oggi.
Senza contare poi che un altro 8% dice di andare in vacanza «in altri periodi» e molto probabilmente lo fa per tenersi alla larga dai prezzi dell’alta stagione. In totale, stima Confesercenti, saranno circa 6 milioni gli italiani che non andranno in vacanza per motivi economici, una fetta di popolazione consistente e che va ben oltre i 4,7 milioni di poveri appena conteggiati dall’Istat.
Vacanze più brevi
In realtà  secondo un sondaggio svolto a livello internazionale da Ipsos per conto di Europe Assistance quest’anno la propensione alle vacanze in Italia come nel resto d’Europa è più alta rispetto all’anno passato, col 61% degli italiani intenzionati a partire per mari e monti e rispetto al 52% dell’anno passato.
Ma anche per questi “fortunati” la componente economica assume un ruolo evidentemente determinante tant’è che secondo il “Barometro vacanze 2017” quest’anno la durata media delle ferie degli italiani si ridurrà  in maniera sensibile passando da una media di 2,1 settimane dell’anno passato a 1,7.
In pratica, anzichè staccare per 15 giorni, l’italiano medio si accontenta di riposarne 12. Col 13% di vacanzieri che conta di fare solo qualche giorno e il 40% che ha dichiarato di andare in vacanza appena per una settimana. In questo modo il budget previsto scenderà  del 15% rispetto al 2015 attestandosi su una media di 1.737euro a famiglia ben al di sotto della media degli altri paesi europei (1.989 euro).
Budget in calo
L’indagine di Swg offre una fotografia ancor più parsimoniosa delle vacanze degli italiani: dallo studio realizzato per Confesercenti infatti emerge che solo il 38% del campione conta di spendere più di mille euro per persona (viaggio compreso), mentre l’11% resterà  sotto la soglia dei 250 euro, il 24% non supererà  i 500 euro, l’11% resterà  entro i 750 ed un altro 13% entro i mille.
Ed infatti appena un terzo della platea sceglierà  un hotel ed il 28% affitterà  una casa, il 15% si rivolgerà  ad un Bed &Breakfast, il 5% andrà  in campeggio, mentre la fetta più grande (42%) punterà  su «altri tipi di sistemazione», insomma cercherà  di arrangiarsi magari appoggiandosi ad amici e parenti.
Secondo l’ultima indagine realizzata dall’Istituto Piepoli per Confturismo la quota di italiani che non andrà  in vacanza quest’anno dovrebbe essere pari al 16%, mentre un altro 14% dichiara di voler spendere meno dell’anno passato: il 48% del campione taglierà  il suo budget sino ad un massimo del 10%, mentre il restante 52% (con un picco del 59% tra gli under 35) andrà  anche oltre il 10.
Il Sud che rinuncia
Per la stragrande maggioranza dei nuclei che si trovano a rischio povertà , le vacanze rappresentano la prima rinuncia, visto che anche spendere qualche centinaio di euro può rappresentare un problema.
Stando all’ultimo rapporto Istat sulle condizioni di vita degli italiani, diffuso fine 2016 e riferito all’anno prima (dati ancora attuali visto che lo stock di poveri nel frattempo non è diminuito), la quota di famiglie che versa in situazioni di grave deprivazione, e quindi che non possono permettersi una settimana di vacanza lontano da casa nel corso di un anno, è pari al 47,3% e tocca picchi particolarmente elevati tra gli individui che risiedono al Sud (67,3%) e che vivono in nuclei composti da 5 o più persone (59,7%), percentuale che sale al 61,1% nelle famiglie con 3 o più figli.
Pochi irriducibili
A fronte di tanti che rinunciano alle ferie c’è però anche una (piccola) quota di irriducibili. Secondo le stime del sito Facile.it sino a tutto maggio sono stati ben 60mila gli italiani che hanno attivato un prestito personale per andare in vacanza, per un ammontare complessivo di 33 milioni di euro. In media hanno ottenuto circa 5mila euro. Nel 72% si tratta di uomini, età  media 42 anni, nel 76% dei casi occupati presso un’azienda privata con contratto a tempo indeterminato. Segno che anche i più garantiti possono avere grossi problemi a far quadrare i conti.

(da “La Stampa”)

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MANILA E GIORGIO NELLA LEGGENDA: STORICO ORO NEL NUOTO SINCRONIZZATO AI MONDIALI DI BUDAPEST

Luglio 17th, 2017 Riccardo Fucile

CON IL TEMA “SCREAM FROM LAMPEDUSA” I DUE VINCONO IL PRIMO ORO DELLA SPECIALITA’ NELLA STORIA DELL’ITALIA

“L’impensabile è accaduto l’inconcepibile si è avverato“. La Nazionale Italiana di nuoto sincronizzato centra il primo oro della storia in un Mondiale grazie ai fantastici Giorgio Minisini e Manila Flamini, autori di una prova fantastica nella finale del duo misto della routine tecnica.
Un’interpretazione semplicemente memorabile di “A scream of Lampedusa”, con 27.2000 di esecuzione, 27.4000 di impressione e 35.6979 negli elementi, che ha consentito agli Azzurri di scrivere una pagina storica per la disciplina.
90.2979 il totale per un’esercizio da lacrime agli occhi il cui significato è tutto particolare: la rappresentazione di un dramma e della speranza di chi fugge dalla guerra e dalle sofferenze.
Un po’ quello che ha affrontato il nostro Minisini, sempre in lotta per vincere il pregiudizio ed oggi il giorno della festa e del trionfo davanti alla Russia.
Appena 3 centesimi di punto a separare le due coppie, tanto è bastato per regalare ai due ragazzi nostrani ed alla compagine guidata da Patrizia Giallombardo un’emozione indescrivibile.
Bellissimi in acqua, senza nessuna esitazione nella parte tecnica e sincronizzati come non mai negli elementi coreografici.
Un’esibizione da urlo che ha stregato anche i giudici e comportante uno score mai ottenuto dai nostri “Eroi”.
Stavolta Mikhaela Kalancha ed Aleksandr Maltsev si sono dovuti accontentare della piazza d’onore davanti agli Usa e quasi, con stupore, hanno rivolto lo sguardo ai nostri Giorgio e Manila.
Sul tetto del mondo c’è il tricolore!

(da agenzie)

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L’UNICEF: “RINVIO IUS SOLI, TRADIMENTO DELLA POLITICA”

Luglio 16th, 2017 Riccardo Fucile

INTERVISTA AL DIRETTORE PER L’ITALIA: “VIOLATO L’ART 7 DELLA CONVENZIONE ONU SULL’INFANZIA, RATIFICATO DALL’ITALIA, PER SQUALLIDI INTERESSI POLITICI”

“La riforma dello ius soli non può essere tradita. Se un governo rischia di cadere su una legge così importante e di buon senso, significa che la nostra classe politica non è al passo coi tempi”.
Paolo Rozera, direttore da due anni di Unicef Italia, a fine giugno ha firmato un appello a favore della “nuova cittadinanza” assieme a Save the Children e Rete G2.
Oggi segue con preoccupazione le fibrillazioni politiche attorno alla legge, ma non perde la fiducia: “Confido che queste norme finalmente passino, altrimenti si correrebbe il rischio di un distacco tra vita reale e vita politica”.
Di che tipo di distacco parla?
“Il nostro Paese è ancora fermo alla legge del 1992, che rispondeva alle esigenze degli italiani all’estero e dei loro figli. Un testo anacronistico: oggi la realtà  è che abbiamo migliaia di ragazzi figli di immigrati che vivono qui da due generazioni e che si sentono italiani a tutti gli effetti, ma la legge ancora non glielo riconosce”.
Ma c’è chi denuncia i rischi di una cittadinanza troppo “facile”.
“La verità  è che molti la riforma neppure l’hanno letta. Parlare di un’invasione di “nuovi italiani” è un abbaglio”.
Perchè?
“Perchè qui discutiamo di una legge assai moderata, che introduce uno ius soli non puro, ma temperato da varie condizioni, come aver completato un ciclo scolastico di cinque anni o avere genitori lungo soggiornanti in Italia, cioè stabilmente residenti”.
Eppure il governo sullo ius soli rischia di rimanere senza maggioranza.
“È assurdo che si rischi una crisi politica su una legge tanto equilibrata. Il problema è che ormai il tema è entrato nella bagarre elettorale. Si mette tutto assieme, emergenza sbarchi e cittadinanza ai bambini, facendo una grande confusione”.
Facciamo chiarezza, allora.
“Oggi chi arriva via mare o è un adulto o è un minore solo che ha generalmente tra i 15 e i 16 anni. Qui dunque non parliamo di loro, ma delle tante persone che vivono, studiano o lavorano in Italia da due generazioni e che chiedono solo di essere riconosciute per quello che sono. Purtroppo c’è chi ad arte fa di tutta l’erba un fascio, denuncia l’invasione e parla solo alla pancia del Paese”.
Cosa si rischia se la riforma dovesse naufragare?
“La politica volterebbe le spalle al Paese reale e a questi ragazzi che si sentono italiani. Pensiamo che in base alle ultime stime nel 2050 solo il 60% della popolazione sarà  figlia di genitori entrambi italiani. E la contaminazione già  c’è”.
Quale contaminazione?
“Recentemente ho fatto un giro nella mia Brescia, ma basta girare tra le scuole e le fabbriche di mezzo Paese, per avere conferma che la contaminazione tra vecchi e nuovi italiani già  esiste, inutile urlare all’invasione. Ebbene, questa riforma è un modo sensato per gestire la contaminazione in atto. Non solo”.
Cos’altro?
“Con lo ius soli, l’Italia risponde anche alla Convenzione internazionale dell’Onu sui diritti dell’infanzia, ratificata dal nostro Paese nel 1991 e che all’articolo 7 riconosce a ogni bambino proprio il diritto a che gli venga riconosciuta la sua vera cittadinanza”.

(da “Huffingtonpost”)

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GENTILONI RIMANDA LO IUS SOLI A MAI PIU’: ORA L’ITALIA E’ LA VERGOGNA DEL MONDO CIVILE

Luglio 16th, 2017 Riccardo Fucile

INVECE CHE AFFRONTARE IL VOTO IN AULA, IL GOVERNO PREFERISCE NON RISCHIARE E MANTENERE LA POLTRONA… TRADITI I VALORI DELLA COSTITUZIONE PER IL SOLITO RICATTO DEI CENTRISTI

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni rimanda la legge sullo ius soli, dopo che nella maggioranza gli alfaniani avevano cominciato a sfilarsi con il ministro della Famiglia Enrico Costa a minacciare le dimissioni.
La nota di Gentiloni:
“Tenendo conto delle scadenze urgenti non rinviabili in calendario al Senato e delle difficoltà  emerse in alcuni settori della maggioranza non ritengo ci siano le condizioni per approvare il ddl sulla cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia prima della pausa estiva. Si tratta comunque di una legge giusta. L’impegno mio personale e del governo per approvarla in autunno rimane”.
Quasi l’intera squadra di Ap a Palazzo Madama (tranne sei) aveva annunciato che avrebbe votato contro o comunque sarebbe uscita dall’aula.
Stessa linea per gli autonomisti che finora hanno sempre votato con la maggioranza.
I numeri, già  precari in quel ramo del Parlamento, sul diritto di cittadinanza sono spariti. Fabrizio Cicchitto, Ap, che pure sostiene la riforma, aveva invitato nei giorni scorsi sulla Stampa alla «ragionevolezza». Ossia al rinvio.
«È certamente sbagliata la forzatura sui tempi sull’approvazione dello ius soli. A meno che non ci sia il calcolo di provocare difficoltà  al governo, saggezza vuole che il tema venga affrontato prendendosi gli spazi necessari». E infatti si registra subito la soddisfazione di Alfano:
“Su questo provvedimento abbiamo già  detto “Sì” alla Camera e lo stesso faremo al Senato dove una discussione più serena permetterà  di migliorare il testo, senza che il dibattito si mescoli alla faticosa gestione dell’emergenza di questi giorni”.
Ma se si cambia il testo ci sarà  bisogno di una nuova lettura alla Camera, con la legislatura alla conclusione.
Insomma, Gentiloni ufficialmente rimanda. Ufficiosamente dovrebbe dirci perchè aspettare fino all’autunno visto che nulla cambierà .
Hanno vinto Salvini e Meloni e tutti i propalatori di bufale sullo ius soli.
D’altronde se non ci fosse chi crede alle balle non ci sarebbe spazio per chi le racconta.

(da “NextQuotidiano”)

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ATAC: OGNI GIORNO ASSENTI 12 AUTISTI SU 100

Luglio 16th, 2017 Riccardo Fucile

IL TASSO DI ASSENZA DEI DIPENDENTI E’ DEL 12,1%, IN CRESCITA DEL 9,2% RISPETTO AL 2016… IN AUMENTO DEL 20% IL TASSO MEDIO DI ASSENZA PER MALATTIA

Il Corriere della Sera pubblica oggi un’infografica riepilogativa dell’ATAC e dei dipendenti, che sono 11590, di cui 1400 donne e diecimila uomini; il tasso di assenza dei dipendenti dell’ATAC nel primo trimestre 2017 è stato del 12,1%, in crescita del 9,2% rispetto all’anno passato mentre il tasso medio di assenza per malattia è stato del 5,9%, in crescita del 20%. Il costo del personale sostenuto nell’esercizio 2015 ammontava a 536,5 milioni.
Troppe, le assenze, anche rispetto alla media del report interno relativo ai primi tre mesi del 2017, secondo cui il tasso di assenza registrato tra i conducenti di bus e tram a Roma (5.800 unità  su 11.590 dipendenti) è stato dell’11,9%.
Tradotto: circa 700 al giorno, di cui 350 per malattia (il dato è in aumento anche rispetto al 2016:10,5%). I macchinisti della metro assenti sono stati il 12,4%: cioè una sessantina al giorno (su un totale di 500) di cui la metà  per indisposizione.
Un solo autista, invece, è stato finora licenziato dall’Atac per «giusta causa».
L’uomo, nel frattempo, è morto in un incidente motociclistico. Nel dicembre 2008, in viale Isacco Newton, al Portuense, mentre era alla guida di un autobus della linea 31 travolse e uccise un pensionato di 66 anni. L’autista del bus era sotto l’effetto di cocaina.
Il dramma è che l’età  media delle vetture ormai sfiora i 10 anni, l’azienda è in crisi (le perdite strutturali sono di 70-100 milioni l’anno), mancano i pezzi di ricambio e, su 1.200 autobus marcianti, 500 in media rientrano ai box perchè gli autisti segnalano guasti meccanici.
Guasti che, però, stando ai controlli dell’azienda, vengono poi riscontrati poche volte in officina. Il motivo dello stop, in verità ,sarebbe un altro: l’impianto dell’aria condizionata che si rompe spesso e volentieri.
E a bordo, con le temperature di questi giorni, in pochi hanno voglia di fare gli eroi.

(da “NextQuotidiano”)

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INTERVISTA A DAVIGO: “NON SERVONO SENTENZE PER CACCIARE I POLITICI, E’ SUFFICIENTE L’INDECENZA DI CERTE AUTODIFESE”

Luglio 16th, 2017 Riccardo Fucile

“E’ LA POLITICA CHE DEVE DIRE SE CERTE CONDOTTE SONO COMPATIBILI NON L’ONORE RICHIESTO DALLA COSTITUZIONE”

Piercamillo Davigo, l’uscita della sua corrente Autonomia e Indipendenza dalla giunta dell’Associazione magistrati continua a far discutere. Il presidente dell’Anm Eugenio Albamonte della corrente Area e il leader di Unicost Antonio Sangermano la accusano di “populismo giudiziario”
Ridicolo. È la stessa accusa che mi hanno sempre mosso i peggiori politici e giornali. Ora vedo che la usano anche alcuni colleghi. La prendo come una medaglia alla mia indipendenza. Io indico la luna e questi guardano il dito.
Quale sarebbe la luna?
Le nomine lottizzate, poco trasparenti e incomprensibili di magistrati negli incarichi giudiziari direttivi e semidirettivi da parte del Csm, che sconcertano buona parte dei nostri colleghi, oltre ai settori più avveduti dell’opinione pubblica. E la risposta qual è? Che io le denuncio per guadagnare voti con la mia componente associativa. Ma santo cielo, se mi dicono così significa che lo sanno anche loro che molti magistrati la pensano come me. O credono che la loro base sia formata da un branco di idioti?
Qual è oggi il rischio più grave per la magistratura italiana?
Quello del carrierismo e quello del conformismo verso il potere politico, che il Csm dovrebbe arginare, non incentivare. Le nomine dei dirigenti degli uffici requirenti e giudicanti dovrebbero rispondere a criteri più chiari e stringenti e avvenire con procedure più trasparenti e comprensibili. Chi concorre a un incarico deve presentare un’auto-relazione, che poi viene confrontata con quelle degli altri per la scelta finale del Csm. Ecco, queste relazioni devono essere online, a disposizione di tutti. Per un’esigenza profilattica: così uno evita di tessere lodi infondate o esagerate di se stesso; chi vota per lui risponderà  della sua scelta a tutta la magistratura e ai cittadini; e tutti capiranno se il Csm ha scelto il più bravo oppure no. Non c’è privacy che tenga. Oggi purtroppo non è così, il che provoca una crescente disaffezione dei magistrati verso il loro organo di autogoverno: io vengo accusato di colpire il Csm, mentre voglio difenderlo, aiutandolo a evitare errori.
Lei contesta la lottizzazione correntizia delle nomine “a pacchetto”. Perchè?
Se si decide contemporaneamente su un mazzo di incarichi da riempire, senza trasparenza nè criteri stringenti, il rischio è che non si scelga il migliore per ogni posto, ma che si segua la logica dell’“uno a me, uno a te, uno a lui”. Mettano tutto online: a parole sono tutti d’accordo, perchè non lo fanno? Un collega mi ha detto: “Ormai ci stupiamo se ogni tanto il Csm nomina uno bravo”. E purtroppo sono in molti a pensarlo. Ma si può andare avanti così?
Voi avete contestato le nomine dell’ex assessore della giunta siciliana di Lombardo, Giovanni Ilarda, a Pg di Trento, e l’indicazione dell’ex deputato Pd Lanfranco Tenaglia a presidente del Tribunale di Pordenone.
Ci siamo sentiti presi in giro. La giunta unitaria dell’Anm si era data un programma, che comprendeva il monitoraggio delle nomine direttive e semidirettive del Csm, per verificare il rispetto delle regole. Dopo durissime discussioni, abbiamo creato questo gruppo di lavoro. E c’era un’intesa sui “fuori ruolo” che arrivano dai ministeri: almeno un anno di pausa, prima che possano concorrere a incarichi direttivi. Inoltre il Comitato direttivo centrale dell’Anm approvò una richiesta al Parlamento per stabilire che chi rientra da un’esperienza politica non abbia funzioni giurisdizionali. Su questi punti quasi tutte le correnti dell’Anm, a cominciare da Area, avevano posizioni intransigentissime. Ma se poi chiediamo al Csm di attenersi, per coerenza, a questi criteri nelle sue nomine, cominciano i distinguo, le resistenze, e si continua a fare come se niente fosse. Addirittura si fa saltare la fila ai “fuori ruolo” di ritorno, che passano davanti a quelli che hanno sempre tenuto la toga in spalla. Ma con quale credibilità ? Ecco: se non mi fido di chi gioca con me, non gioco più.
Non è strano che il favorito al Csm per fare il capo della Procura di Napoli sia Giovanni Melillo, capo di gabinetto uscente del ministro Orlando?
Non voglio parlare dei casi singoli, ma dei princìpi: se abbiamo ritenuto che i “fuori ruolo” per un anno non possano diventare dirigenti di uffici giudiziari, quella nomina violerebbe questo principio. È una cosa ovvia: persino gli ambasciatori, che non hanno doveri di indipendenza, dopo un certo periodo all’estero devono rientrare in Italia per il cosiddetto “bagno”: altrimenti diventano cittadini stranieri. A maggior ragione questo deve valere per i magistrati che vengono cooptati dai politici per incarichi ministeriali: badi bene, non scelti per concorso, ma per rapporti fiduciari di natura politica. Prima di tornare in incarichi giudiziari delicati, devono respirare di nuovo l’aria della cultura della giurisdizione, per essere e anche per apparire di nuovo “indipendenti da ogni altro potere”: come prescrive la Costituzione. Altrimenti si dà  un segnale devastante ai magistrati.
Quale?
Che vale di più stare fuori ruolo, in posti più prestigiosi e meno stressanti, che non fare i giudici o i pm sotto montagne di fascicoli, spesso sull’orlo del tracollo psicofisico, ed esposti a rischi disciplinari per ritardi fisiologici o errori formali.
Ieri Sangermano, sul Giornale, trova gravissima la frase che le viene attribuita, secondo cui: “Non esistono politici innocenti, ma solo colpevoli su cui non sono state raccolte le prove”.
Sì, è la stessa che mi attribuisce anche Renzi nel suo ultimo libro: sorprendente questa assonanza, non trova? Evidentemente i due hanno le stesse fonti, o leggono la stessa pessima stampa. In realtà  io parlavo di un processo specifico: quello di Mani Pulite sulla linea 3 della metropolitana milanese, dove si dimostrò fino in Cassazione che tutte le imprese consorziate versavano la loro quota di tangenti all’impresa capofila, che poi versava l’intera mazzetta al cassiere unico della politica, che poi la distribuiva pro quota a ogni rappresentante dei partiti, di maggioranza e di opposizione. È colpa mia se poi sono stati tutti condannati? È il solito giochino che una volta facevano solo certi politici e certi giornalacci: prendere una frase e isolarla dal contesto per buttartela addosso. Un giorno il capitano di una nave scoprì che il primo ufficiale di guardia era ubriaco e lo scrisse nel giornale di bordo. Quello, per vendicarsi, scrisse a sua volta: “Oggi il comandante non era ubriaco”. Era la verità , ma quella frase, estrapolata dal contesto, sembrò un atto di accusa, come a dire che tutte le altre volte il comandante era ubriaco. Ecco, questi fanno così. Sono ridicoli.
Renzi scrive anche che lei non sa cos’è il garantismo, non conosce Cesare Beccaria. Le rinfaccia una frase di Giovanni Falcone contro i “khomeinisti” della “cultura del sospetto”. E le rammenta che, per decidere se uno è colpevole o innocente, bisogna attendere la sentenza definitiva.
Deve avere le idee molto confuse. Io, come tutti i magistrati, non mi sognerei mai di condannare qualcuno sapendolo innocente, perchè sono stato educato alla cultura della prova. Noi magistrati esistiamo proprio per distinguere fra colpevoli e innocenti. Ma sappiamo anche che non sono le sentenze che debbono selezionare la classe dirigente e politica: è la politica che deve fare le sue valutazioni autonome sul materiale giudiziario e decidere se certe condotte già  dimostrate in fase di indagine, a prescindere dalla rilevanza penale, sono compatibili o meno con la “disciplina” e “l’onore” richiesti dall’art. 54 della Costituzione a chi ricopre pubbliche funzioni. Per mandare in carcere qualcuno a espiare la pena, ci vuole la condanna definitiva. Ma per mandarlo a casa, a volte non c’è bisogno nemmeno della condanna di primo grado. Anzi, non c’è neppure bisogno dell’accusa: basta la sua difesa.
Addirittura?
Certo. Certi politici si difendono in modo talmente vergognoso che andrebbero mandati a casa solo per quello. Prenda quel dirigente di una Asl lombarda accusato di mafia (e poi condannato) che, quando emersero le sue intercettazioni, si difese dicendo: “Io fin da ragazzo mi diverto a sembrare un mafioso”. C’è bisogno della condanna, per cacciarlo? Ecco: se i politici facessero pulizia al loro interno quando vengono a sapere cose del genere, le nostre indagini e sentenze non creerebbero alcuna tensione fra giustizia e politica, perchè noi processeremmo solo degli “ex”. Invece se li tengono tutti fino alla condanna definitiva, e spesso anche dopo.
Sangermano dice pure che la legge Severino non poteva essere applicata “retroattivamente” a Berlusconi per espellerlo dal Senato.
Sono allibito. Non c’è stata alcuna applicazione retroattiva. La decadenza da parlamentare prevista dalla Severino non è una sanzione penale, ma un requisito di onorabilità : se la legge dice che i condannati a certe pene per certi reati non possono andare o restare in Parlamento, vale per tutti i condannati, per reati commessi sia prima sia dopo la legge.
Renzi però scrive che prima di entrare in politica nè lui nè la sua famiglia avevano mai subito indagini, mentre dopo sì. E che un ex deputato di Forza Italia l’aveva avvertito dopo la sconfitta referendaria: “Ora partirà  l’attacco delle procure ai renziani”. E subito arrivò l’inchiesta Consip.
A parte il fatto che l’inchiesta mi pare sia partita diversi mesi prima, questo lo diceva già  Berlusconi, con la medesima attendibilità . Ma poi bisogna intendersi: è ovvio che, quando assumi una carica pubblica, sei più esposto di un passante al rischio di indagini giudiziarie. Nel senso che diventi pubblico ufficiale, o incaricato di pubblico servizio, funzioni che ti prescrivono una serie di regole in più di quelle previste per un privato, e ti espongono anche al rischio di essere denunciato dai cittadini per i tuoi atti. Se invece Renzi vuol dire che per chiunque vada al governo, o perda le elezioni, scatta il complotto giudiziario, dice cose insensate.
Lei ha mai avuto offerte ministeriali?
Quella che sanno tutti: nel 1994 Ignazio La Russa mi voleva ministro della Giustizia nel primo governo Berlusconi. Risposi “no grazie”. Poi non si azzardò mai più nessuno: o sto antipatico a tutti, oppure tutti mi ritengono politicamente inaffidabile. In ogni caso, me ne vanto.
Ultimamente la volevano i Cinque Stelle.
Nessuna proposta formale. E, a scanso di equivoci, al loro recente convegno alla Camera ho ribadito che i giudici non dovrebbero mai fare politica, anche se sarebbe assurdo vietarlo per legge (nelle democrazie serie lo si proibisce ai pregiudicati, non ai magistrati). Però un protagonista di Tangentopoli, condannato in via definitiva, ha dichiarato che, se vincono i 5Stelle, Mattarella non darà  mai l’incarico a Di Maio, ergo il M5S indicherà  me come premier, e sarà  la fine. A parte il fatto che è fantascienza, mi inorgoglisce che un pregiudicato pensi questo di me…
Perchè i magistrati non devono fare politica?
Perchè non sono capaci, della qual cosa esistono evidenze empiriche. Ha mai visto uno che ha fatto a lungo il magistrato diventare un grande statista? I politici sono, o dovrebbero essere, scelti (cioè eletti) col criterio della rappresentanza. I professionisti, con quello della competenza, tant’è che nessuno si farebbe operare da un chirurgo che passa per bravo solo perchè è stato eletto dal popolo. Noi magistrati siamo un’altra cosa: abbiamo le guarentigie di indipendenza proprio per potercene infischiare delle critiche dell’opinione pubblica: come potremmo gestire il consenso, se non l’abbiamo mai fatto prima in vita nostra?
La prova empirica sarebbe la produzione legislativa delle commissioni Giustizia e del ministero della Giustizia, infarciti di magistrati (oltrechè di avvocati)?
Anche. Roba da mettersi le mani nei capelli. Da anni si dice alle procure che, non potendo smaltire tutti i fascicoli, devono privilegiare quelli per reati più gravi e poi, a scalare, tutti gli altri. Ma ora, nella riforma penale Orlando che entra in vigore il 3 agosto, c’è l’avocazione obbligatoria da parte delle Procure generali per tutti i fascicoli che i pm non hanno chiuso con una richiesta di rinvio a giudizio o di archiviazione entro 3 mesi dalla scadenza dei termini. Solo che le Procure generali hanno organici molto più ridotti di quelli delle Procure…
E allora?
E allora come fanno a smaltire per tempo i fascicoli che non sono riusciti a evadere nemmeno le Procure? I Pg applicheranno nei propri uffici i pm delle Procure per farsi aiutare. Cioè: prima dici ai pm di dare la precedenza a certi fascicoli, poi gli fai levare quelli che non han fatto in tempo a smaltire, e infine li chiami a smaltire quelli che gli hai fatto levare. Ma si può andare avanti così? È l’idea balzana che si risolvano i problemi dando degli ordini, peraltro inapplicabili, come le gride manzoniane del governatore Ferrer. Tipo quando Renzi annunciò una legge per fare durare i processi non più di un anno. E perchè — risposi io — non sei mesi? O due settimane? Poi c’è l’obbrobrio delle pensioni.
Quale?
Il decreto del governo Renzi che ha anticipato il nostro pensionamento dai 75 ai 70 anni e ha lasciato repentinamente scoperti 500 incarichi direttivi, portando i vuoti di organico a quota 1200. Siccome, da quando viene bandito un concorso per nuovi magistrati a quando questi entrano in servizio dopo la nomina e il tirocinio, passano 4 anni, noi dell’Anm abbiamo detto: prima reclutate i giovani, poi mandate a casa i vecchi. Conservo la lettera del ministro Orlando che, a nome del governo, si impegnava con l’Anm a prorogare il pensionamento di tutti i magistrati a 72 anni fino alla completa copertura dell’organico. Impegno poi incredibilmente disatteso. Alla Camera, il ministro ha spiegato che l’impegno l’aveva assunto il governo Renzi e ora il governo era cambiato. Pensi se lo stesso discorso l’avesse fatto sui titoli di Stato il ministro dell’Economia e delle Finanze: gli impegni non valgono più perchè è cambiato il governo. Sarebbe saltata l’economia italiana su tutti i mercati internazionali
Rimpiange i governi Berlusconi?
Diciamo che il centrosinistra non li fa rimpiangere, però ha fatto più danni. Il centrodestra faceva leggi terribili, che fortunatamente perlopiù non funzionavano, o venivano dichiarate incostituzionali dalla Consulta, o sortivano effetti opposti a quelli sperati. Ma allora almeno il centrosinistra votava contro, protestava, chiamava la gente in piazza. Ora che quello che non era riuscito a fare il centrodestra lo fa il centrosinistra, il centrodestra glielo vota e quasi nessuno protesta.
Ora il governo di centrosinistra si dibatte fra gli annunci di linea dura sull’immigrazione e lo Ius soli.
Se avessero disciplinato per tempo l’immigrazione, con la politica dei visti per i Paesi e le posizioni che servivano alla nostra economia (mai sentito proteste per le domestiche filippine), non ci troveremmo a questo punto. Per anni non si sono concessi i visti a nessuno, costringendo i migranti a entrare clandestinamente in Italia. Così poi sono arrivate le sanatorie indiscriminate, che generano aspettative di nuovi colpi di spugna, come i condoni edilizi e fiscali. E ora il fenomeno appare incontrollato, anche perchè le annunciate espulsioni degli irregolari sono solo sulla carta: non si fanno perchè mancano sempre i soldi. Si lasciano incancrenire i problemi e poi li si scaricano sui cittadini. E anche sui magistrati, con reati inutili come quello di clandestinità . Che ancora non è stato abolito, anche non risolve nulla, anzi complica le indagini sugli scafisti: non possiamo più sentire i migranti come testimoni, con l’obbligo di dire la verità , ma dobbiamo ascoltarli come indagati, con la facoltà  di mentire e di non rispondere.
Lei ripete spesso che l’Anac di Raffaele Cantone serve a poco: non crede nella prevenzione anticorruzione?
Non credo che la corruzione si combatta con questo tipo di prevenzione, che previene poco o nulla. I problemi si prevengono conoscendoli, e la corruzione si conosce solo facendo le indagini, gli arresti e i processi, non controllando la regolarità  delle pratiche amministrative e burocratiche. L’esperienza insegna che, quando uno vuole delinquere, sta molto attento a curare la forma per lasciare tutte le carte a posto.
Com’è oggi la magistratura rispetto a 25 anni fa, cioè al tempo di Mani Pulite?
Molto più genuflessa e intimidita di allora. La situazione complessiva creata dalla classe politica ha avuto l’effetto di spaventare e piegare molti magistrati. Tra carichi di lavoro massacranti, sanzioni disciplinari durissime per vizi formali e ritardi naturali, leggi penali e regole processuali cambiate per mandare in fumo i processi ai colletti bianchi, attacchi politici e mediatici, nomine non trasparenti, hanno creato un ordine giudiziario sempre meno forte, sereno e indipendente e sempre più affetto dal carrierismo e dalla tentazione di cercare santi protettori. Cioè sempre più conformista verso chi comanda.
Davvero non si sente un khomeinista?
Si figuri. Ho sempre fatto il magistrato allo stesso modo e sono stato attaccato da tutte le parti. Mi han dato ora del comunista, ora del fascista, del servo della Cia e dei servizi segreti, adesso pure del populista e del grillino. Il che, per me, significa essere imparziale. Lo scrisse Piero Calamandrei a proposito del giudice Aurelio Sansoni, bollato di “pretore rosso” perchè nel 1922 faceva rispettare la legge dalle camicie nere: se non sei disposto a servire una fazione, devi rassegnarti all’accusa di essere al servizio della fazione contraria. E dire che, da giovane, quando abbaiavo ai ladri, mi battevano le mani. Poi, salendo il livello dei ladri, ogni volta che abbaiavo hanno cominciato a prendermi a calci.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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