Luglio 12th, 2017 Riccardo Fucile
PIU’ DEGLI STRANIERI SBARCATI NELLA PENISOLA.. SE NE SONO ANDATI DIPLOMATI E LAUREATI NEL CUI PERCORSO DI STUDI LO STATO AVEVA INVESTITO 9 MILIARDI, DUE SU TRE NON TORNANO
In Italia si emigra come negli anni del dopoguerra. 
Il Centro studi Idos stima che nel 2016 285mila italiani hanno lasciato il loro Paese di nascita. Nel dopoguerra erano 300mila.
Ad andarsene sono soprattutto laureati e dottorandi in cerca di migliori condizioni lavorative: i “migranti economici” dell’Italia.
Sono più degli stranieri che sbarcano sulle nostre coste: 181mila nel 2016, 200mila quelli attesi quest’anno.
Sono le anticipazioni del Dossier statistico sull’immigrazione 2017, che il centro studi cura insieme alla rivista Confronti.
Da cui si deriva anche che questa fuga di cervelli costa al Paese che non riesce a valorizzarli almeno 8,8 miliardi di euro: tanto lo Stato italiano ha speso per la loro formazione, prendendo la parte più bassa della forchetta.
Idos raggiunge la cifra di 285mila attraverso la comparazione di diverse fonti.
Il primo bacino da cui attinge il centro studi è quello Istat, che registra gli italiani non più residenti. Il dato per il 2016 è di 114mila. Non tutti gli italiani che si trasferiscono all’estero, però, cambiano residenza.
Anzi, nei due Paesi di maggiore emigrazione italiana — Germania e Gran Bretagna — gli uffici statistici registrano da tre anni un numero di nuovi residenti italiani di tre volte superiore rispetto ai dati Istat.
Per questo il dato di Istat è stato moltiplicato da Idos di 2,5 volte. Conferma che il numero di italiani che ha lasciato il proprio Paese è maggiore di quanto intercettato dall’Istat arriva dall’Aire, l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero. In questo caso il dato di nuovi iscritti nel 2016 è di 224mila, di cui il 55% per motivi di lavoro.
Quali sono le nuove Americhe degli italiani degli anni 2000?
Le destinazioni europee più ricorrenti sono la Germania e la Gran Bretagna; a seguire l’Austria, il Belgio, la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Svizzera.
E l’Europa è destinazione per tre quarti dei migranti italiani.
Oltreoceano gli italiani scelgono l’Argentina, il Brasile, il Canada, gli Stati Uniti e il Venezuela. Secondo l’Ocse, l’Italia è ottava nel mondo nella classifica dei Paesi di nuova emigrazione. Partiva da una media di 87mila nel decennio 2005-2014, il numero negli ultimi due anni si è più che raddoppiato.
“Gli studi dell’Ocse dicono che due terzi degli italiani che sono andati a lavorare all’estero poi non ritornano”, spiega Franco Pittau, presidente del Centro studi e ricerche Idos.
Il motivo è che all’estero trovano occupazioni più adatte al titolo di studio e al percorso formativo.
A differenza di quanto succede in Italia: sempre i dati Idos mostrano che due italiani su dieci hanno in Italia un impiego di livello inferiore rispetto a quanto il loro titolo di studio farebbe sperare.
Per gli immigrati in Italia la percentuale è del 40%. Partire, però, è sempre una fonte di nuove opportunità .
Per qualcuno — i 175mila richiedenti asilo e rifugiati accolti nelle strutture italiane — la partenza è motivata da guerre e persecuzioni, dice Pittau.
Negli anni è cresciuta esponenzialmente la percentuale di italiani in partenza con una formazione di alto livello. Se nel 2002 il 51% di chi andava all’estero aveva la licenza media, oggi la percentuale è scesa al 30%, mentre sono aumentati i diplomati (34,8%) e i laureati (30%). E in Italia è il 28% dei giovani ad avere una laurea triennale, mentre la media Ocse è del 36% (meglio con la magistrale: in Italia sono il 20%, in Europa la media è 17%).
Idos stima che in Italia il “costo” sostenuto dallo Stato per il percorso di studi di un proprio cittadino sia di 90mila dollari per un diplomato, da 158mila a 170mila per un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228mila per un dottore di ricerca.
Significa che l’Italia solo in laureati andati oltreconfine ha “bruciato” 5,3 miliardi di dollari e in diplomati almeno 3,5 miliardi.
Un danno, spiega Idos, che grazie ai flussi d’ingresso degli immigrati si riduce visto che contribuiscono a oltre 8 punti percentuali di pil e che sta crescendo il numero degli immigrati laureati che si spostano in Italia, soprattutto dall’Est Europa.
Dal 2001 al 2011 sono aumentati di oltre 244mila, i diplomati di oltre 800mila. Con l’andare degli anni, il fenomeno si è ulteriormente accentuato.
Tra il 2012 e il 2014, si legge nel rapporto, “a fronte di circa 60mila laureati italiani espatriati, vi sono circa 15mila laureati italiani rimpatriati e circa 35mila laureati in più tra i cittadini stranieri residente”. Il saldo, insomma, non è così negativo.
Anche sul piano demografico l’apporto degli immigrati è fondamentale. “All’Italia servono tra i 200 e i 270mila cittadini giovani in più per non invecchiare troppo”, commenta Pittau.
Le proiezioni di Idos dicono che nel 2065 “la popolazione residente straniera salirà da 4,6 milioni nel 2011 a 14,1 milioni nel 2065 (con una forbice compresa tra i 12,6 ed i 15,5 milioni)”.
Senza di loro, nessuno sarebbe in grado di gestire gli anziani: “L’indice di dipendenza degli anziani (cioè il rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e la popolazione in età attiva 15-64 anni)” passerà “dal 30,9% al 59,4% “.
Il welfare del futuro, secondo gli scenari di Idos, passa necessariamente dagli stranieri.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 12th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO LE PROTESTE DELL’AMBASCIATA UCRAINA, L’APPOGGIO DI FDI AI SEPARATISTI AL SERVIZIO DI MOSCA DIVENTA “UNA SCELTA PERSONALE DI ALCUNI DEPUTATI CHE NON COINVOLGE IL PARTITO”
I legami non solo ideologici del partito di Giorgia Meloni con i separatisti del Donbass passano attraverso l’iniziativa del consigliere regionale piemontese e capogruppo di Fratelli d’Italia Maurizio Marrone di aprire a Torino un “Centro di Rappresentanza della Repubblica Popolare di Donetsk in Italia”, ed in febbraio il deputato Achille Totaro ha chiesto in un’interrogazione al ministero degli Esteri di fare pressioni sull’Osce perchè, davanti ai bombardamenti sui civili, l’organizzazione mantenga un ruolo “super partes”, quando la stessa interrogazione citasse fatti solo “di partes”
E’ difficile comprendere cosa vi sia alla base dell’innamoramento platonico e non ricambiato di Fratelli d’Italia per i separatisti del Donbass, fosse anche la pronunciata idolatria per Vladimir Putin, ma vien da chiedersi se che con i tanti temi e problemi interni di cui i cittadini chiedono conto alla classe politica, proprio le pretese del Donbass debbano essere al centro delle preoccupazioni di Fratelli d’Italia
Le proteste di Totaro, Meloni e Marrone sono i civili sotto le bombe?
Sarebbero credibili se i post che si leggono in rete di Fratelli d’Italia e le interrogazioni parlamentari interessassero anche i civili dello Yemen, o della Somalia. Ma lì, si sa, non c’è il dio Putin
Al di là di tali considerazioni, con la forma e l’etichetta di prassi l’ambasciata ucraina ha diffuso oggi una nota in cui viene “espresso il dissenso per l’organizzazione, da parte di associazioni russe in Italia con il sostegno di alcuni membri del partito “Fratelli d’Italia”, di una conferenza stampa nella sala stampa di Montecitorio
Con una nota ufficiale giunta nel pomeriggio Fratelli d’Italia ha comunicato che “L’iniziativa di oggi presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati sulla situazione ucraina non rappresenta la posizione di Fratelli d’Italia. Chi partecipa lo fa a titolo personale e non ha titolo a parlare a nome del partito”
L’unica cosa certa è l’imbarazzo di essersi fatti beccare come sempre al servizio di Putin.
(da “Notizie Geopolitiche”)
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Luglio 12th, 2017 Riccardo Fucile
“UNA PROVOCAZIONE LA CONFERENZA STAMPA SUL DONBAS”
L’Ambasciata Ucraina in Italia esprime “il proprio dissenso per l’organizzazione, da parte di
associazioni russe in Italia con il sostegno di alcuni membri del partito “Fratelli d’Italia”, di una conferenza stampa nella sala stampa di Montecitorio per oggi, 12 luglio 2017, volta a promuovere in Italia l’organizzazione terroristica autoproclamatesi “Repubblica popolare di Donetsk”: un’entità non riconosciuta dalla comunità internazionale e inventata dalla Federazione Russa nel territorio ucraino.
Agli organizzatori di questa provocazione si ricorda come le azioni destabilizzanti delle truppe russe nella regione ucraina del Donbas hanno provocato tredicimila vittime, fra le quali diecimila civili, oltre a due milioni di sfollati.
Ma non solo, a causa dell’aggressione russa l’Ucraina sta subendo la distruzione della propria economia, delle infrastrutture e del benessere di tutti i cittadini, toccati nel profondo da una guerra ingiusta.
Una tale conferenza stampa nel Parlamento italiano risulta ancora più grave in questi giorni in cui si ricorda il terzo tragico anniversario dell’abbattimento, da parte di questi terroristi, il 17 luglio 2014, del volo Malaysian Airline MH17, in cui persero la vita centinaia di innocenti, cittadini olandesi, australiani, malesi e di altri Stati.
Gli investigatori olandesi, a seguito di indagini scientifiche rigorose sono giunti alla conclusione che il volo MH17 fu abbattuto da un missile portato in Ucraina dalla Russia.
I responsabili del disastro aereo MH17 subiranno un processo in Olanda nel prossimo futuro, come è stato ufficialmente dichiarato dalle autorità giudiziarie olandesi.
Un tale “evento” non è certamente di aiuto nella promozione del processo di pace di Minsk, e non è di aiuto agli sforzi della comunità internazionale volti a trovare, nel quadro del diritto internazionale, una soluzione pacifica al conflitto.
Tenendo conto di questa situazione l’Ambasciatore di Ucraina in Italia, Yevhen Perelygin, ha invitato Giorgia Meloni a fare valutazioni obiettive e imparziali sull’aggressione militare russa nella regione ucraina del Donbas.
(da agenzie)
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Luglio 12th, 2017 Riccardo Fucile
A TRIESTE IL TRILATERALE CON MERKEL E GENTILONI… MACRON PASSI DALLE PAROLE AI FATTI: LA FRANCIA SI ERA IMPEGNATA AD ACCOGLIERE 7.115 RICHIEDENTI ASILO DALL’ITALIA, NE HA ACCETTATI SOLO 330
E’ durata poco meno di un’ora l’incontro trilaterale tra Gentiloni, Merkel e Macron convocata dal premier italiano a margine del vertice sui Balcani in corso a Trieste.
Al centro dei colloqui, ancora una volta, il nodo dell’immigrazione.
La trilaterale è stata più che altro una bilaterale, con Gentiloni e Merkel impegnati in mezz’ora di colloqui in attesa dell’arrivo di Macron, che ha partecipato all’incontro per meno di dieci minuti.
Al termine dei colloqui, inaugurando la seconda parte del summit sui Balcani, Gentiloni ha ribadito la necessità di avere «un’Unione europea più coesa e più forte, come garanzia di stabilità e pace: occorre lavorare per una politica migratoria comune. L’Italia – ha aggiunto – continuerà a fare la sua parte su soccorso e accoglienza ma allo stesso tempo si batte perchè la politica migratoria non sia affidata solo ad alcuni Paesi».
Ancora una volta Angela Merkel ha elogiato l’Italia «per aver fatto cose fantastiche con i migranti. Siamo solidali con gli italiani». La cancelliera tedesca punta l’attenzione sulla necessità di stabilizzare la situa in libia «per un trattamento più degno delle persone e contro i trafficanti di esseri umani».
Nel lungo intervento conclusivo Macron ha accennato alla solidarietà all’Italia e ha ammesso che la Francia «non ha sempre fatto la sua parte, ma che sta accelerando i processi per il diritto d’asilo e l’accoglienza».
Come ha anticipato questa mattina il primo ministro Edouard Philippe a Parigi, anche il presidente francese ha ribadito: «Non possiamo accogliere chi vuole venire in Italia per motivi economici, non hanno gli stessi diritti di chi fugge dalla guerra».
Bene, allora guardiamo i dati ufficiali.
In base all’accordo di ripartizione dei richiedenti asilo firmato nel 2015, la Francia avrebbe dovuto accogliere esattamente 7.115 profughi attualmente in Italia.
Sapete quanti ne ha accettati in due anni? Solo 330. ne mancano 6.785.
Quindi Macron la smetta di ripetere la storia dei migranti economici che nessuno gli vuole appioppare e che lui ha diritto di respingere. Qua si parla di “profughi aventi diritto” che la Francia non ha accolto, ben altra cosa.
Meno ipocrisia e più coerenza, caro Macron: di parolai ne abbiamo già troppi in Italia.
(da agenzie)
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Luglio 12th, 2017 Riccardo Fucile
UN SOVRANISTA CELODURISTA RIDOTTO A BECCO E UN ANZIANO ORGIASTICO CON UN FIGLIO CHE BACIA UN ALTRO UOMO… E “LIBERO” CONSOLA SALVINI: “HA SOPPORTATO IL MILAN IN SERIE B, SUPERERA’ ANCHE QUESTA”
Dagospia, imbattibile in ogni declinazione di gossip, ha dettagliato sulla telefonata baritonale
all’ex moglie Veronica di un Silvio furibondo per la sospetta omosessualità dell’ultimogenito.
A prima vista, un incubo.
Il giovane leader della virile risolutezza sovranista, erede del celodurismo leghista, ridotto alla condizione di becco, e l’anziano leader della galanteria orgiastica nordimprenditoriale alle prese con un simile intoppo nella dinastia.
E però no, sono due baci che fanno simpatia.
Perchè un conto sono i castelli inespugnabili che ci si costruisce attorno, altro quello che vi succede dentro, dove i corpi esultano ognuno secondo il proprio fuoco. Non è niente, è solo la vita.
E mentre si sprecano le battute sul leader della Lega che vuole uscire dall’euro ma non riesce nemmeno a tenersi la Isoardi, Libero svolge la funzione dell’amico che dice al malcapitato che alla fine chissenefrega, di donne ce ne sono tante:
“I rivali di Matteo hanno già cominciato a malignare: «Al Bossi dei tempi belli (canottiera, sigaro, sguardo ruvido) non sarebbe mai successo».
Ma si può vedere il bicchiere mezzo pieno.
“Matteo (che a fine mese passerà qualche giorno a Milano Marittima con gli amici) è libero di fare quello che gli garba. È abituato alle sofferenze d’amore, e infatti ha sopportato il suo Milan in serie B. Supererà anche questa”
Salvini non ha problemi a sostituire la Isoardi, fa sapere Libero.
Come l’amico che poi porta a bere il malcapitato cornuto.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 12th, 2017 Riccardo Fucile
DA MARE NOSTRUM “CHE COSTAVA TROPPO” A FRONTEX CHE “CONTROLLA” MA NON HA COMPITI SPECIFICI DI SOCCORSO… L’IPOCRISIA DELL’EUROPA
Nel luglio del 2014 Matteo Renzi dichiarò che Mare Nostrum sarebbe andata avanti, perchè, disse, «noi pensiamo che quando in una nave mettono dei bambini, e la lasciano andare alla deriva, un popolo civile non manda alle deriva quei bambini: salva quei bambini.
Nel 2014, con le nuove strumentazioni a disposizione non si può consentire a quelle navi di andare a fondo perchè non sappiamo di chi è la competenza».
L’Italia aveva appena assunto la Presidenza del semestre europeo.
Ad ottobre però Renzi cambiò idea e decise di “rottamare” la missione di soccorso in mare.
Nove milioni e mezzo di euro al mese erano troppi, spiegò il governo, ed era ora che anche l’Europa si impegnasse concretamente.
Questo maggiore impegno si è tradotto prima con il sostegno di Frontex Plus a Mare Nostrume successivamente nell’avvio della missione congiunta guidata da Frontex e denominata Triton che iniziò ufficialmente il 1 novembre 2014 e che (con alcune modifiche) prosegue fino ad oggi.
Il principale vantaggio per l’Italia era la riduzione dei costi.
Mare Nostrum era finanziata dall’Italia (tramite il bilancio della Marina Militare) e utilizzava gli assetti della Marina e dell’Aeronautica Militare.
Frontex invece poteva mettere in campo gli assetti di diversi paesi europei ad un costo decisamente più contenuto: appena tre milioni di euro al mese.
La principale differenza tra Triton e Mare Nostrum, al di là dei costi e della gestione operativa, sta nel fatto che l’operazione di Frontex è un’operazione di controllo delle frontiere e non di soccorso in mare.
Questo non significa che le imbarcazioni di Triton non siano coinvolte in operazioni di salvataggio in mare ma che non è quello l’obiettivo della missione dell’agenzia di controllo delle frontiere europee.
Se si legge il piano iniziale di Triton si nota però che la maggior parte degli assetti navali è ancora italiano.
Gli altri paesi contribuiscono per lo più con l’invio di “debriefing expert” e di altro personale operativo ma non di mezzi.
Questo perchè, come ha detto la portavoce di Frontex Ewa Moncure «Il piano operativo di Triton dice che l’Italia è il Paese ospitante della missione. Se qualche altro Stato volesse aggiungersi, da un punto di vista teorico la possibilità ci sarebbe. Ma mi pare uno scenario molto complicato, anche perchè le attività sono tutte guidate dalla Guardia Costiera Italiana».
Lo si evince ad esempio dai numeri dei salvataggi in mare operati dalle unità di Frontex rispetto a quelli compiuti dagli altri assetti navali che partecipano alle operazioni di soccorso.
In poche parole le operazioni di salvataggio sono rimaste in carico alle unità navali italiane mentre per la parte restante delle operazioni di search and rescue sono subentrate le navi delle Ong.
Renzi, durante il semestre di presidenza europea, è riuscito sì nell’impresa di ottenere la partecipazione attiva di Frontex al largo delle coste meridionali del nostro Paese. Ma da subito è apparso evidente che l’impegno dei paesi europei non era proporzionato nè allo sforzo economico sostenuto dall’Italia da sola durante l’anno precedente (114 milioni di euro) nè alle necessità operative.
Il flusso dei migranti era in crescita e si mette in campo una missione che costa un terzo di quella precedente? Qualcosa evidentemente non andava.
Tanto più che nell’allegato 3 dell’Operational Plan di Triton è scritto nero su bianco che le unità navali di Frontex sono autorizzate dall’Italia a sbarcare sul suolo italiano tutte le persone “intercettate” sia nelle acque territoriali italiane sia in quelle di tutto il teatro di operazioni di Triton.
Il coordinamento delle operazioni SAR è posto sotto il controllo della Centro Operativo della Guardia Costiera che è responsabile sia per le aree SAR poste a sud delle coste siciliane sia per quella “aggiuntiva” immediatamente a nord delle coste libiche ed egiziane.
I due paesi nordafricani infatti non sono in grado di garantire lo svolgimento delle operazioni di ricerca e soccorso in mare.
Questo è quello che ha detto anche Emma Bonino — che invece è una forte sostenitrice di Mare Nostrum — la settimana scorsa.
Da un lato gli sbarchi devono avvenire in Italia perchè i porti italiani sono i porti più vicini e sicuri (questo in ottemperanza con la Convenzione di Amburgo del 1979), dall’altro le cose vanno così perchè durante la stesura del piano operativo di Triton è stato deciso così.
Le cose avrebbero potuto andare diversamente: ad esempio si sarebbe potuto chiedere (e non ottenere) il trasferimento immediato di una parte delle persone soccorse verso altri paesi europei. Così non è stato
E la redistribuzione dei migranti a livello europeo?
Per affrontare quell’aspetto, si dirà , è stato deciso (successivamente) un regime di quote.
Ogni paese membro della UE deve fare la sua parte e accettare la redistribuzione dei richiedenti asilo. L’unico paese UE che ha chiesto e ottenuto di essere escluso dall’accordo di redistribuzione è stato il Regno Unito, che l’ha fatto minacciando la UE di uscire dall’Unione. E poi uscirà lo stesso dall’Unione.
Non solo nessun paese ha rispettato le quote stabilite dalla UE ma quasi nessun paese europeo ha rispettato l’impegno che si era assunto nell’accettare la redistribuzione dei richiedenti asili sbarcati sul territorio italiano.
Ci sono paesi, come l’Austria, l’Ungheria, la Polonia e la Repubblica Ceca che si rifiutano di accogliere un numero insignificante di richiedenti asilo.
Per l’Austria stiamo parlando di 50 persone.
(da “NextQuotiidiano”)
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Luglio 12th, 2017 Riccardo Fucile
C’E’ SOLO UN PROBLEMA: MA CASA LORO DOV’E’? LA LIBIA CON DUE GOVERNI E 140 TRIBU’? LA NIGERIA CON 36 STATI E ALTRETTANTI SULTANI? L’ERITREA ALLA FAME DOVE NON SI VOTA DA 24 ANNI?
Dal pentolone dei nostri leader politici ecco apparire una nuova pozione magica capace di
mettere d’accordo sia Renzi che Salvini, sia Grillo che la Meloni.
“Aiutiamoli a casa loro” è finalmente qualcosa di semplice e comprensibile a tutti.
Se la Ue stanzia qualche miliardo “per scavare pozzi e costruire scuole” (l’articolato programma di Salvini) basta sbarchi, basta Cie e Cara, l’emergenza si risolve senza troppo disturbo per tutti i 28 Stati membri.
C’è solo un problema. Ma “casa loro” dov’è?
In Libia con due governi appoggiati da potenze straniere in competizione e 140 tribù bene o male armate?
Non va meglio in Nigeria, una federazione di 36 stati alcuni dei quali governati da principi o sultani.
O in Eritrea dove il presidente Isaias Afeweky governa un popolo che ha ridotto alla fame da 24 anni senza che ci siano più state elezioni.
Che si fa in questi casi? Come li aiutiamo “a casa loro”?
Potremmo mandare una squadriglia di elicotteri Augusta-Westland del nostro esercito a spargere un numero cospicuo di schede prepagate da utilizzare presso le cooperative locali? Da lì in poi se la vedano loro.
Vi è nel dibattito politico una disarmante approssimazione che induce a credere che nessuno pensi prima di parlare.
Pensare in questo caso significa avere il senso della complessità del problema. Nessuno può ragionevolmente affermare che tutto è a posto. Ma nessuno, soprattutto se ha responsabilità politiche o di governo, può esimersi dal verificare le basi del proprio ragionamento.
Pensare significa innanzitutto guardare e prevedere gli equilibri e gli squilibri demografici dei prossimi decenni. Quella è la forza più grande cui nessun provvedimento governativo può mettere argine.
Poi vi sono i nuovi equilibri economici.
L’Africa, per la maggior parte, è un continente ancora nelle prime fasi dello sviluppo. L’Europa è un continente nella fase molto avanzata dello sviluppo.
Come dialogano due continenti così diversi ma condannati a confrontarsi?
Si può veramente pensare che riversare un po’ di soldi (anche tanti) su quel continente ristabilisca l’equilibrio?
Poi c’è la politica. Si può pensare che il rapporto con l’Africa non passi dal ruolo che colossi come la Cina e la Russia intendono svolgere in quel continente?
C’è un solo modo serio di affrontare la questione.
Riconoscere che il rapporto tra i due continenti costituirà un nodo fondamentale della storia dei prossimi decenni. Che i due continenti devono rafforzare i loro legami, mettendo in luce i punti di forza e quelli di debolezza di ciascuno dei due. Che un riequilibrio di risorse e di opportunità è inevitabile. Che gli strumenti di governance globale sono gli unici a disposizione. Che bisogna far emergere delle leadership da entrambe le parti, che sappiamo dialogare e ben rappresentare tutti gli interessi in gioco.
(da “Hufingtonpost”)
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Luglio 12th, 2017 Riccardo Fucile
IL CONGELAMENTO DEI SALARI, ORMAI SCOLLEGATI DALLA PRODUTTIVITA’… I POSTI DI LAVORO PERSI NEL MANIFATTURIERO RIMPIAZZATI DA POSTI NEI SERVIZI, PAGATI PEGGIO
Maurizio Ricci su Repubblica di oggi ci racconta il mistero del salario scomparso: la recessione è finita ma i salari continuano a ristagnare. l’economia appare in buona salute di qua e di là dell’Atlantico, la disoccupazione continua a scendere, ma i salari stanno appena a livello dell’inflazione.
Senza la spinta dei salari, l’inflazione non riesce a risalire sopra il 2 per cento e la deflazione resta in agguato.
Ovviamente questo si riflette sulla stagnazione dei consumi (chi non ha soldi non può spenderli, chi non ha abbastanza soldi può spenderne pochi). La ripresa, insomma, non è in grado di sostenersi da sola.
E questo dipende dall’evidente scollamento tra ripresa e salari. L’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi sviluppati, ha provato ad analizzare come queste due tendenze agiscono concretamente nel mercato del lavoro:
Il congelamento dei salari, ormai privi di collegamento con la produttività , è per un terzo il risultato del fatto che i posti di lavoro persi nell’industria manifatturiera vengono rimpiazzati da posti nei servizi, pagati peggio.
Per altri due terzi, dalla decimazione che software e tecnologia hanno portato, in generale, in quelli che una volta erano “i buoni posti delle classi medie”: quelle occupazioni a media qualifica (dal contabile alla hostess) che stanno scomparendo sempre più in fretta.
Negli ultimi vent’anni questi posti di lavoro sono diminuiti del 10 per cento, mentre sono aumentati quelle a bassa qualifica (pagati peggio) e quelli ad alta qualifica (che però sono pochi). In Italia, basse e alte qualifiche sono aumentate del 5 per cento.
L’effetto, sul mercato del lavoro, è la formazione di un “esercito industriale di riserva”, assai più ampio di quanto dicano le statistiche. Lo nota la Bce di Draghi: il tasso di disoccupazione ufficiale, nell’eurozona, è al 9,5 per cento, ma, se aggiungiamo gli scoraggiati, cioè quelli che non pensano di poter trovare un lavoro adeguato, e quelli che hanno accettato un posto part time, ma lavorerebbero volentieri di più, si arriva ad un impressionante 18 per cento. In Italia, ancora peggio, al 25.
I posti ben pagati vengono sostituiti da software, part time o da chi accetta di lavorare con uno stipendio più basso. I pochi lavoratori sono più qualificati e le imprese sono capaci di grande produttività .
Un circolo vizioso che continua ad alimentarsi. E che non ci consente di uscire dalla crisi.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 12th, 2017 Riccardo Fucile
SONO TANTE LE BUONE CAUSE ALLE QUALI SI DEDICANO, A DIFFERENZA DI CHI SA SOLO PENSARE A SE STESSO
Secondo una ricerca Istat (2013) circa 1 italiano su 8 svolge attività a titolo gratuito volte al
beneficio degli altri, della comunità o dell’ambiente.
In Italia il numero di volontari è stimato in quasi 7 milioni di persone, che si impegnano in un gruppo o in un’organizzazione e altri 3 milioni invece lo fanno in maniera non organizzata.
Possiamo quindi affermare che la disponibilità dei nostri concittadini a impegnarsi per una buona causa è un ottimo indice di solidarietà del nostro Paese. Un dato piuttosto confortante.
E se dovessimo stilare una classifica delle “Buone Cause” che spingono gli italiani a offrire il proprio aiuto, vedremmo che la violazione dei diritti, soprattutto i maltrattamenti verso i bambini (60,8%) e le donne (56%), si trova al primo posto. Seguono l’assistenza agli anziani (58%), alle persone con disabilità (56%) e ai malati gravi o terminali (52%).
Il supporto giunge poi alle categorie più disagiate con un’elevata attenzione alla povertà e all’emarginazione (54%), la tutela e il sostegno ai lavoratori e ai disoccupati (50%).
Coinvolgenti sono inoltre le cause per la difesa e la conservazione dell’ambiente sia in Italia (49%) sia nel mondo (44%) (Astra Ricerche, 2015).
Spesso si pensa che fare volontariato sia un lusso per pochi, associando l’impegno gratuito all’elevato status socio-economico.
La ricerca Istat afferma invece che è lo status socio-culturale a incidere maggiormente: il 22,1% di coloro che hanno conseguito una laurea ha avuto esperienze di volontariato contro il 6,1% di quanti hanno la sola licenza elementare.
È dunque una questione di ricchezza culturale e la vera solidarietà di coloro che fanno volontariato sta proprio nel dono che fanno agli altri di sè stessi, del proprio tempo e della propria conoscenza.
Alcuni inoltre credono che diventare volontario sia quasi esclusivamente una missione. Invece vorrei permettermi di dire che questa attività non deve essere pensata come una di quelle cose che si fanno solo per bontà d’animo o per trovare qualcosa che faccia passare il tempo sentendosi utili.
Essere volontario significa sentire propria una causa e offrire il proprio tempo, il proprio bagaglio culturale e il proprio know-how con lo scopo di rispondere concretamente ai problemi a essa legati. Ovviamente auspicando, in un mondo perfetto, di risolvere il problema.
Questo è lo spirito che mi ha mosso da sempre, per esempio quando ancora ventenne, con alcuni amici avevo organizzato un’attività di doposcuola per i ragazzi con difficoltà di apprendimento, nell’oratorio del mio quartiere, a Milano.
E anche Roberta, 33 anni, una nostra volontaria di Palermo ha iniziato con questo proposito:
“Non tollero la disuguaglianza sociale e mi fa rabbia l’idea che l’accesso alla cultura non sia uguale per tutti. Così ho cominciato a collaborare con WeWorld Onlus perchè penso che per cambiare le cose sia necessario agire. Per l’Associazione svolgo attività nel Centro Frequenza200 della mia città , offrendo un supporto nell’organizzazione degli eventi e nella promozione dei progetti. – E a chi desidera diventare volontario dice – Credetemi, riceverete sempre più di quanto date. Il volontariato apre la mente, aiuta a conoscere e ad aprirsi all’altro. Rende migliore il posto in cui vivete, migliorando anche voi.”
A lei si unisce il pensiero di Roberto, pensionato di 68 anni di Milano che ci supporta da diversi anni e riassume così la sua esperienza:
“Per me fare il volontario è un momento di gratificazione. Non importa se quello che fai sono piccole cose come, per esempio, aiutare i visitatori ad Expo o insegnare l’uso di un Pc a un profugo. Sono proprio le piccole cose che aiutano qualcuno e ti fanno provare e sentire la vicinanza a chi aveva un problema.”
E dai piccoli gesti scaturisce quel meccanismo di solidarietà che porta gratificazione e riconoscenza a chi dona e a chi riceve. Come in un progetto di vita ideale: se tutti trasportassimo nelle nostre attività la profonda dedizione e l’impegno sentito di chi svolge volontariato, e innescassimo un meccanismo in cui chi riceve un aiuto debba ricambiare il favore verso un’altra persona che ha bisogno, le prospettive per un futuro migliore aumenterebbero tempestivamente.
(da “Huffingtonpost”)
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