Luglio 10th, 2017 Riccardo Fucile
ETA’ MEDIA E’ 60 ANNI, IL 63,8% VIVE AL CENTRO-SUD… UNA SU DIECI IN POVERTA’ ASSOLUTA
Nel 2016 l’Italia conta 7 milioni 338 mila donne che si dichiarano casalinghe, 518 mila in meno
rispetto a 10 anni fa. La loro età media è 60 anni.
Lo comunica l’Istat nel report “Le casalinghe in Italia”.
Le ultra 65enni superano i 3 milioni e rappresentano il 40,9% del totale, quelle più giovani (fino a 34 anni) sono meno di una su dieci, l’8,5%. Le casalinghe vivono prevalentemente nel Centro-Sud (63,8%).
Le casalinghe in Italia lavorano duramente: quasi 49 ore a settimana, in media 2.539 ore l’anno, senza considerare ferie, più di molti lavoratori occupati al di fuori delle mura domestiche.
L’Istat calcola che le donne effettuano complessivamente 50 miliardi e 694 milioni delle ore di produzione familiare l’anno (il 71% del totale) e che le casalinghe, con 20 miliardi e 349 milioni di ore, sono i soggetti che contribuiscono maggiormente a questa forma di produzione.
La loro condizione economica non è buona: nel 2015 sono più di 700 mila le casalinghe in povertà assoluta, il 9,3% del totale.
Quasi una su dieci, in sostanza, non possiede un reddito sufficiente a garantirsi l’acquisto di un paniere di beni e servizi essenziali per una vita dignitosa.
Quasi la metà (47,4%) afferma che le risorse economiche della famiglia sono scarse o insufficienti, tra le occupate la quota scende al 30,8%, pur essendo rilevante. Le casalinghe con i livelli più alti di povertà assoluta sono le più giovani. Le anziane presentano i valori più bassi (4,8%).
Solo il 37,7% delle casalinghe possiede il bancomat e/o la carta di credito. La situazione migliora per le casalinghe laureate (75%), per quelle che risiedono al nord (52,3%) e per le fascia di età da 45 a 54 anni (46,5%).
Focalizzando l’attenzione sulle casalinghe che vivono in coppia emerge che soltanto il 38,9% possiede il bancomat e/o la carta di credito.
Quasi un terzo non ne dispone pur possedendolo il partner. Il 27,5% ne è sprovvisto come il partner.
La situazione migliora per le casalinghe con partner dirigente, imprenditore o libero professionista, queste dispongono di un proprio bancomat e/o la carta di credito nel 71% del totale e anche nel caso in cui il partner è quadro o impiegato la percentuale tocca il 55,9%.
Il 74,5% delle casalinghe possiede al massimo la licenza di scuola media inferiore. Nel 2012 solo l’8,8% ha frequentato corsi di formazione, quota che sale di poco tra le giovani di 18-34 anni (12,9%).
Poco più della metà non ha mai svolto attività lavorativa retribuita nel corso della vita. Il motivo principale per cui le casalinghe di 15-34 anni non cercano un lavoro retribuito è familiare nel 73% dei casi. Sono 600 mila le casalinghe scoraggiate che pensano di non poter trovare un lavoro.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 10th, 2017 Riccardo Fucile
IL PERICOLO ALLA SICUREZZA DELLO STATO OGGI STA NEL RAZZISMO, DIFFUSO A DESTRA E SINISTRA… PER FARE APOLOGIA DI FASCISMO BISOGNEREBBE ALMENO CONOSCERLO CONCETTUALMENTE E DISTINGUERE LE VARIE FASI, CI SONO TROPPI COGLIONI IN GIRO… SE SI ESTRAPOLANO FATTI E PERIODI NON SI SALVA NE’ IL COMUNISMO NE’ IL CAPITALISMO
Nel Paese dove ogni giorno andrebbero perseguite migliaia di persone, politici compresi, per istigazione all’odio razziale, quel buontempone di Fiano ha pensato bene di presentare una proposta di legge per inasprire le pene sull’apologia di fascismo.
Che sia uno spot lo dimostra il fatto che le pene previste sono ridicole, ben al di sotto della “condizionale”, in pratica in galera non ci finirebbe nessuno, come per chi istiga all’odio razziale. Fiano poi vorrebbe perseguire quella fauna eterogea che, senza aver mai letto un libro o approfondito un tema storico o filosofico, riducono una periodo storico a forme di esibizionismo da giardinetti. Discorso che vale per fa il pugno chiuso o il saluto romano solo per moda o imitazione estemporanea, senza aver capito una mazza del fascismo o del marxismo.
Pratica in uso tra gli ultras del calcio, tanto per fare un esempio, o tra i complessati del web per sentirsi meno sfigati.
Da tempo suggeriamo per certi casi senza speranza, più che la repressione legislativa, una adeguata cura sanitaria obbligatoria.
Se volessimo seguire Fiano nel suo ragionamento, ovvero quello di evidenziare gli aspetti negativi di un regime, ci dovremmo chiedere per quale ragione dovrebbe essere consentita l’apologia di Stalin, di Lenin, di Mao, di tanti regimi militari “comunisti” che quanto ad assassini di massa non sono stati secondi a nessuno.
Senza dimenticare, a tanti amici del “capitalismo”, i genocidi, lo sfruttamento e le morti sul lavoro, i crimini coloniali, le “bombe intelligenti”, l’appoggio ai regimi militari assassini di cui è stato mandante ed esecutore il liberismo a stelle e strisce o certe “democrazie” europeo a cavallo del ‘900.
Insomma, se vogliamo andare a fondo, ce ne sarebbe per tutti e non si salverebbe nessuno.
I problemi oggi sono altri.
Il primo, diciamo più a uso interno, è che per fare apologia di fascismo bisognerebbe conoscere a fondo l’oggetto della apologia.
Il fascismo delle origini, degli anni del consenso, delle grandi riforme sociali, rivalutato da storici anche antifascisti, non può essere archiviato come spazzatura o utiizzato da analfabeti politici per farsi un saluto romano fine a se stesso.
Ci sono fascisti “concettuali” che sanno distinguere pregi e difetti, collegandolo a una fase storica dell ‘Europa, e fasci da avanspettacolo che sembrano al servizio della propaganda avversa, riproducendolo come macchiettistico, violento e razzista, estrapolando proprio quelle forme con cui altri hanno interesse a dipingerlo.
Poichè nel 2017 la scelta del confronto democratico appare condiviso da tutti e non circolano certo golpisti, ci si dovrebbe chiedere dove sta il pericolo reale alla sicurezza dello Stato, quello per cui anche una democrazia deve porre paletti rigidi al proliferare di teorie destabilizzanti.
La risposta è chiara: nel dilagare del razzismo, dell’istigazione all’odio razziale camuffata da slogan del tipo “prima gli italiani”.
Una minoranza che, facendo leva sulla paura, sta minando le fondamenta della comunità nazionale, grazie anche all’impunità di cui gode su web e alla latitanza degli organi giudiziari statuali.
Occorre inasprire la legge Mancino limitatamente ai reati a sfondo razzista, equiparandoli a reati contro la sicurezza dello Stato, prevendendo pene minime a tre anni di carcere (dove la condizionale non scatta) e alla perdita dela patria potestà per i casi più gravi e a sanzioni pecuniarie di almeno 50.000 euro per quelli meno gravi.
La democrazia non è certo minata dalle ideologie del passato (che vanno tutte analizzate storicamente), ma da chi distingue e discrimina le persone in base alla provenienza, al colore della pelle e al credo religioso.
Su questo terreno i partiti non prendono posizione per meri interessi di bottega, contano i voti, non gli esseri umani e l’etica politica.
Ben vengano se, per ottenerli, bisogna fomentare l’odio e contrapporre le fazioni.
Ma una democrazia fondata sull’odio non è certo meglio dei regimi autoritari che a parole dice di voler combattere.
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Luglio 10th, 2017 Riccardo Fucile
DOV’ERA SALVINI NEL 2003 QUANDO LA LEGA NON DICEVA UNA PAROLA SUL REGOLAMENTO DI DUBLINO?
Periodicamente in Italia i politici amano dare le colpe della cattiva gestione dei fenomeni migratori
al regolamento di Dublino.
Lo hanno fatto tutti: dal MoVimento 5 Stelle alla Lega Nord passando per il Partito Democratico.
Tutti chiedono una “revisione del regolamento di Dublino” o un “superamento di Dublino III”. Nei fatti questi appelli si traducono in una sola proposta: modificare il passaggio dove il regolamento prevede che la richiesta d’asilo debba essere inoltrata nel paese di arrivo del migrante.
Chi ha ratificato il regolamento di Dublino?
L’attuale versione del regolamento di Dublino (Dublino III) è stata sottoscritta dal governo italiano nel 2013, quando il Presidente del Consiglio era Enrico Letta.
Ma è l’accordo di Dublino II (ratificato dal nostro Paese nel 2003) che ha reso operativo il regolamento sulla gestione dei meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo.
Il regolamento di Dublino II trasformò e rese operativa la Convenzione di Dublino (detta appunto Dublino I) che risale al 1990 e che fu ratificata nel 1997.
Non risulta che nel 2003 la Lega abbia chiesto di modificare quella parte del trattato che regolava la gestione delle richieste d’asilo.
Se ne deduce che alla Lega Nord le cose andassero bene così.
Nella versione attualmente in vigore, quella del 2013, quella parte (l’articolo 13 nella fattispecie) non è stata modificata.
La Convenzione di Dublino è stata sottoscritta dall’Italia durante uno dei tanti governi Andreotti, ma la prima versione del regolamento, quella che è stata approvata dal governo Berlusconi dove c’era anche la Lega è quella che ha reso operativi gli accordi.
C’è inoltre da rilevare che nel 2011, l’anno della guerra il Libia che ha spostato gli “equilibri” dei flussi migratori l’allora ministro degli Interni Roberto Maroni affermava in Parlamento che avrebbe chiesto alle Regioni, alle province e ai comuni di farsi carico dell’accoglienza dei rifugiati
Disse Maroni alla Camera il 30 marzo 2011: «Ho proposto loro un piano per la distribuzione equa, in tutte le regioni, con la sola esclusione dell’Abruzzo per i soliti motivi, dei rifugiati, con un criterio molto semplice, ossia in base al numero degli abitanti, alla popolazione».
Questo sistema di distribuzione equa è sostanzialmente lo stesso che oggi tanti sindaci leghisti contestano.
Vale la pena di far notare che è impossibile che Maroni non fosse a conoscenza di quello che succedeva in Libia prima della guerra. I libici si erano infatti impegnati a trattenere quanti più migranti possibili. Il trattenimento, per così dire, avveniva in veri e propri campi di concentramento dove i migranti erano costretti a vivere in condizioni disumane.
È più di un decennio che l’Italia è a conoscenza del fatto che a sud delle proprie coste c’è “un problema”. Ma i governi — soprattutto quelli di centrodestra — hanno deciso di affrontarlo con provvedimenti come il reato di clandestinità (che è ancora in vigore) oppure emanando dei decreti sui flussi migratori che di fatto rendevano impossibile l’ingresso di migranti cosiddetti economici. Già , proprio loro.
Perchè il regolamento di Dublino riguarda solo i richiedenti asilo e non tutti gli altri immigrati.
Il problema è — come ha spiegato Emma Bonino qualche giorno fa — che se a causa della Bossi-Fini non è possibile entrare in Italia legalmente l’unico modo per farlo è clandestinamente. Oppure facendo richiesta d’asilo.
Ed è questo uno dei motivi per cui i centri di identificazione solo al collasso: cercare di ottenere lo status di rifugiato è l’unico modo per poter entrare in Italia e quindi in Europa.
Non che il PD sia esente da colpe: quando nel 2013 l’UE mise in atto una revisione del regolamento era evidente che lo scenario migratorio, dopo il collasso della Libia e l’esplosione della guerra civile in Siria, era mutato.
Ma nulla è stato fatto per cambiare quell’articolo sulla competenza per l’esame della domanda di protezione internazionale.
Fermo restando che non è solo il regolamento di Dublino a tutelare i richiedenti asilo. Ma perchè ora l’Italia non chiede e ottiene di cambiare il regolamento?
C’è una questione del quale la Lega e il MoVimento 5 Stelle sono particolarmente restii a parlare. Riguarda la tanto agognata e sbandierata sovranità .
Ci sono materie nell’Unione Europea che i governi hanno scelto di “tenere per sè”. Due di queste sono la gestione dei confini esterni (non quelli intraeuropei) e dei flussi migratori.
La conseguenza di questa scelta è che le decisioni su questi argomenti in Europa vanno prese a maggioranza.
E indovinate cosa succede se un paese chiede una cosa ma tutti gli altri e ventisei sono contrari? Esatto. Chi chiede che l’Europa faccia la sua parte ha ragione, perchè in fondo i confini Italiani sono anche i confini europei. Ma deve fare attenzione a cosa desidera: perchè “più europa” significa anche “meno sovranità ”.
Ed è qui l’inghippo dove cadono le argomentazioni di Movimento 5 Stelle e Lega Nord, che vorrebbero più Europa senza rinunciare alla sovranità nazionale.
Ed è per questo che su queste basi “superare Dublino” è molto difficile.
Ai politici italiani è mancata la lungimiranza di capire come si sarebbe potuto evolvere il problema. Al governo abbiamo avuto gente che evidentemente credeva che Gheddafi sarebbe durato per sempre.
Ma varie volte Gheddafi per ottenere finanziamenti minacciò di “aprire le porte”, chissà cosa voleva dire vero?
A questo bisogna aggiungere che per la Lega Nord lasciare così com’è il problema dell’immigrazione è sempre stato conveniente. Altrimenti non avrebbe potuto continuare a fare propaganda elettorale sugli immigrati, come fa da vent’anni a questa parte.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 10th, 2017 Riccardo Fucile
USATA ANCHE DAI NORMODOTATI CHE LA ROMPONO, ALLA FINE VIENE CHIUSA… UNA MADRE DENUNCIA LA SITUAZIONE E IL SINDACO NON TROVA DI MEGLIO CHE PRENDERSELA CON LEI
A novembre 2016 nel Parco Urbano San Leonardo di Imperia è stata inaugurata una speciale altalena. Si tratta di un’altalena fatta per consentire anche ai ragazzi e ai bambini disabili di divertirsi al parco come tutti gli altri.
A promuovere la raccolta fondi che ha consentito l’installazione dell’altalena è stata Michela Aloigi.
La signora Aloigi è la mamma di Matteo ragazzo disabile di 24 anni, ed è la presidente dell’associazione La Giraffa a Rotelle. Ma la vita dell’altalena è durata pochi mesi.
Qualche giorno fa su Facebook la Aloigi ha denunciato come, in seguito alle proteste di alcuni genitori qualcuno abbia messo il lucchetto all’altalena.
A quanto pare i genitori dei bambini “normodotati” hanno chiesto e ottenuto la chiusura dell’altalena. Troppo pericolosa, dicono, per i bambini “normali” che sono soliti salirci sopra e giocarci.
“Qualcuno potrebbe farsi male” dicono i genitori dimenticando che quel gioco è riservato esclusivamente ai portatori di handicap.
In parole povere i “normali” non potrebbero salirci. Eppure lo fanno lo stesso perchè nessuno li sorveglia.
E a farlo dovrebbero essere proprio quei genitori che hanno protestato in questi mesi per la pericolosità dell’altalena. Ma si sa come vanno le cose: al parco i genitori spesso e volentieri non sorvegliano attentamente i figli, e così il Comune ha messo le catene all’altalena comprata dalla Giraffa a Rotelle.
Il Comune risponde che l’altalena non è stata chiusa “per le proteste dei genitori” ma perchè gli elastici di sicurezza devono essere sostituiti.
Il motivo di nuovo è l’irresponsabilità dei “normali”. Al sito La Riviera l’assessora al verde pubblico Maria Teresa Parodi spiega che «i normodotati non rispettano le indicazioni di utilizzo e continuano a rompere gli elastici di sicurezza».
E non è la prima volta che accade: l’altalena era già stata chiusa ad aprile a causa della mancanza di pavimentazione.
Anche il sindaco Carlo Capacci conferma che la causa della chiusura è da ricondurre all’utilizzo dell’altalena da parte dei normodotati che rompono gli elastici di sicurezza.
Il sindaco invita anche a “non far girare per tutta Italia e oltre” la foto di una persona disabile che non è in grado di autorizzarne l’uso. Ma in realtà la foto di Matteo è stata caricata su Facebook dalla madre, che immaginiamo abbia tutte le autorizzazioni del caso.
Alle polemiche di questi giorni ha risposto ieri La Giraffa a Rotelle che in un lungo post riassume quello che è il punto centrale della vicenda.
La foto — spiega la signora Aloigi — è quella di “un qualsiasi ragazzo, privato dell’unico gioco a cui era possibile accedere”.
Non c’è del resto nessuna “strumentalizzazione” nell’utilizzo di quella foto. L’altalena è per i disabili e la chiusura danneggia loro e non i “normodotati”. Quindi nella foto doveva esserci un ragazzo disabile non un “ventiquattrenne alto, abbronzato e muscoloso e senza sedia a rotelle“.
Se il sindaco di Imperia non vuole che Matteo posti la sua foto per denunciare il mancato rispetto dei suoi diritti allora il sindaco può fare una cosa molto semplice: garantire il rispetto e il godimento di quei diritti, conclude la Giraffa a Rotelle. L’altalena poi, non è più nè meno pericolosa di un’altalena normale.
Quindi le preoccupazioni dei genitori normodotati sono infondate. Meglio farebbero invece a sorvegliare i giochi dei loro pargoli per evitare che — danneggiando l’altalena — finiscano per impedire ad altri di potersi divertire al parco.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 10th, 2017 Riccardo Fucile
STUDIO OCSE: CALO DEL COMPENSO IN TERMINI REALI SUPERIORE A QUASI TUTTI I PAESI EUROPEI
La Repubblica pubblica oggi una infografica sugli stipendi degli insegnanti tratta da uno studio
dell’OCSE, e dal quale si evince che il calo del compenso in termini reali è stato superiore a quasi tutti i paesi presi in considerazione dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che tre giorni fa ha dedicato ai salari di maestre e professori il suo ultimo focus.
Peggio dell’Italia fa soltanto la Grecia:
Fatto cento lo stipendio del 2005 – anno assunto dall’Ocse come punto di partenza – nel 2014, in Italia, il potere d’acquisto delle maestre è calato a 93: si è ridotto del 7 per cento. Un taglio reale che ha riguardato nella stessa misura tutti altri docenti italiani. Ma non tutti quelli europei. Restando nel Vecchio continente, la tabella fornita dall’Organizzazione riserva diverse sorprese. In Germania, locomotiva d’Europa, nello stesso periodo il mensile alla scuola elementare si è incrementato del 10 per cento e in Irlanda addirittura del 13 per cento.
Anche i governi dei paesi scandinavi hanno combattuto la crisi sostenendo gli stipendi degli insegnanti. In Norvegia lo scatto in avanti è stato del 9 per cento e in Finlandia di 6 punti. Anche Belgio e Danimarca fanno segnare un segno positivo.
A soffrire come gli insegnanti italiani (ma un po’ meno) i colleghi francesi che dal 2005 al 2014 hanno dovuto sopportare un taglio reale del 5 per cento e solo la Grecia fa peggio dell’Italia: con un sonoro 30 per cento in meno in busta paga.
(da agenzie)
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Luglio 10th, 2017 Riccardo Fucile
SONDAGGIO DEMOS: PAPA FRANCESCO L’UNICO CHE SUSCITA SPERANZA, AMBIENTE E LAVORO LE PRIORITA’
Le parole sono importanti. Servono a rappresentare la realtà . Ma anche a costruirla. Perchè la realtà sociale non esisterebbe senza le nostre parole. Senza le nostre rappresentazioni. (L’eco del famoso saggio di Berger e Luckmann non è casuale). Per questo ci pare utile ri-proporre la “Mappa delle parole”, come avviene ormai da 7 anni.
Perchè attraverso le parole è possibile ricostruire i significati, ma anche la prospettiva e la valutazione, del mondo intorno a noi.
Così, anche quest’anno, abbiamo condotto un sondaggio (Demos-Coop) su un campione rappresentativo, particolarmente ampio.
Alle persone intervistate sono state proposte una quarantina di parole, che evocano diversi soggetti, eventi, valori; diverse persone e istituzioni del nostro tempo.
Ci siamo concentrati, in particolare, sul contesto politico-sociale e mediale. In senso lato.
La mappa che tratteggiamo in queste pagine “proietta” le parole esaminate in base a due diversi “assi” di giudizio. Anzitutto, il gradimento espresso dagli italiani (intervistati), in misura crescente, da sinistra verso destra, cioè, lungo l’ascissa. Mentre dal basso verso l’alto (seguendo l’ordinata): le parole riflettono la tensione fra passato e futuro
In questo modo abbiamo cercato di combinare il tempo e il sentimento. Ne emerge una mappa suggestiva. In qualche misura, complessa. Ma chiara, nelle indicazioni di fondo.
Appare de-finita in tre aree, tre regioni di significato, dai confini – e soprattutto dai contenuti — piuttosto precisi. Agli estremi si oppongono due contesti alternativi.
In alto a destra, c’è il ponte verso il futuro condiviso. Dove insistono obiettivi attraenti e, appunto, condivisi. La promozione dell’ambiente e delle energie rinnovabili. Quindi: il lavoro. Perchè è necessità “materiale”, ma anche un “valore”.
Accanto al lavoro: la ripresa, da un lato, e la meritocrazia, dall’altro.
Nel duplice auspicio: che il lavoro riprenda, insieme allo sviluppo; e che sia orientato dal — e al — “merito”. Criterio universalista, oltre ogni raccomandazione e privilegio. Più in basso, tre parole “pubbliche”, ben incastrate fra loro. Popolo, democrazia. E l’Italia. Dunque: il governo del “demos”.
Il popolo sovrano e responsabile. Dotato di diritti e doveri. Limiti e poteri. Fonte di “democrazia”, oltre ogni “populismo”. In mezzo: l’Italia. Popolare e democratica.
Più in alto, a dare senso a questa regione di significato: la speranza e il cuore. Sentimento e passione che guardano lontano. Trainati dal volontariato. Più sopra, Papa Francesco. Nonostante tutto: l’unica figura, l’unica persona capace di suscitare passione. E speranza.
Nello spazio opposto, si incontrano politica, politici e partiti. Senza distinzione.
Lo sguardo degli italiani, in questa direzione, è pervaso da sfiducia, verso un passato che non passa. E non cambia. Leader, partiti e anti-partiti. Sono tutti là in fondo. Salvini e la Lega, poco sopra il Pd. Vicino al M5s c’è Fi. In fondo a tutti, come sempre, Silvio Berlusconi. L’Uomo Nuovo degli anni Novanta. Il Capo. Oggi sfiora i confini dello spazio politico percepito dagli italiani. Quasi in-visibile. Non lontano, incombe Beppe Grillo. Ieri, il Nuovo contro tutti.
Oggi, a sua volta, ai margini. Non per insofferenza ma, piuttosto, per indifferenza. Accanto ai politici e ai partiti, che non piacciono agli italiani, c’è Donald Trump. Spinto alla presidenza degli Usa dal sostegno delle “aree periferiche”. Dall’inquietudine dei “ceti in declino”. Per gli italiani: un politico come gli altri.
Ma la novità più sorprendente, in mezzo a questo non-luogo semantico, è la presenza di Matteo Renzi. Solo due anni fa: campeggiava nello “spazio futuro”.
Alternativo a Berlusconi. Mentre oggi sta proprio accanto a Berlusconi. La speranza di ieri si è consumata in fretta. Come le sorti del suo Pd. Il Pdr. Confuso in mezzo agli altri partiti. “Legato” a Fi. E, quindi, risucchiato nell’indifferenza, che è molto peggio dell’anti-politica.
Nella “terra di mezzo”, tra il “futuro condiviso” e la “marcia verso il passato”, si addensa una pluralità di parole che evocano contrasti e divisioni. Quasi un “Campo di battaglia”. L’euro e la Ue. Accanto alle “unioni gay”.
E al mito dell’Uomo Forte, che negli ultimi anni sembrava il marchio della “nuova” politica. Mentre oggi sta a metà fra passato e futuro. Incapace di “emozionare”. Non per caso sia Renzi che Grillo, oggi, nella mappa, stanno “sotto” i loro partiti: Pd e M5s. All’opposto di qualche anno fa. A significare che oggi la personalizzazione non è più, necessariamente, una virtù.
Nel “Campo di battaglia” incontriamo l’immigrazione. Sul crinale fra accoglienza e integrazione. Fra “Ius soli” e respingimento. Le stesse ong si sono istituzionalizzate. E oggi appaiono distanti dal volontariato.
Fra le parole che stanno “in mezzo”, non per caso, ritroviamo i “media”. Vecchi. Tv e giornali. Mentre la radio resiste, ai confini della “terra promessa”. Sull’asse del futuro, i social media li sovrastano. Tuttavia, per costruire il consenso, i media, “tradizionali” restano centrali. La tv, per prima. Da ciò la questione evocata dalle parole del nostro tempo. Il futuro della democrazia.
Perchè i soggetti tradizionali della “democrazia rappresentativa” partiti e politici – appaiono delegittimati. Isolati nella regione del “passato”.
Mentre la Democrazia digitale, “immediata” più che “diretta”: è il futuro. Nella Mappa tracciata dagli italiani, si posiziona in alto. Eppure è spostata, anche se di poco, verso il quadrante della sfiducia. Meglio, della “prudenza”. Come i social media. Tra diffidenza e delusione.
Gli italiani, per definire il futuro della democrazia, non usano parole rassicuranti.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 10th, 2017 Riccardo Fucile
“LO PERMETTE UNA DIRETTIVA DI 16 ANNI FA, L’ITALIA LA APPLICHI”
«Sui migranti per ora non abbiamo ottenuto molto dall’Europa. Ma non per questo dobbiamo
desistere», dice l’ex ministro degli Esteri Emma Bonino.
Lei propone una nuova strada, «in salita ma legale e percorribile»: l’applicazione di una direttiva di 16 anni fa che permetterebbe di distribuire i migranti fra Paesi europei. «Fenomeni epocali come questo si possono affrontare solo se gli stati europei fanno fronte comune».
Partiamo con ordine: come giudica l’impegno europeo?
«Il governo fa benissimo a premere sui partner europei in tutte le occasioni, ma non si può dare a Bruxelles la colpa di quello che non fanno i singoli Stati. E perchè l’Europa sia capace di dare risposte va ancora costruita: ma è difficile farlo picconandola ogni giorno. Come Radicali, cercheremo di farlo chiamando a raccolta in autunno tutti coloro che vogliono difendere il progetto europeo».
Come si possono coinvolgere di più e meglio i partner europei?
«Non credo alla politica dei “pugni sul tavolo”, che non so bene neppure cosa voglia dire, o di altre dichiarazioni eclatanti che servono forse a fare titoli in Italia, ma non a fare passi avanti con gli altri Stati europei. Servono durata e rigore su due piani: uno interno e uno di pressione sugli stati membri».
In che modo?
«Sul fronte interno, abbiamo lanciato come Radicali italiani, con un centinaio di sindaci e molte organizzazioni laiche e cattoliche, la campagna “Ero straniero”: una proposta di legge per superare la Bossi-Fini, estendere l’accoglienza diffusa nei comuni rafforzando l’inclusione attraverso formazione e inserimento lavorativo, e prevedere canali d’ingresso in Italia per lavoro, con un permesso di soggiorno temporaneo di un anno per la ricerca di un’occupazione. Sul fronte esterno, vale la pena studiare la proposta avanzata dal segretario dei Radicali italiani, Riccardo Magi, e dalla comunità di Sant’Egidio, sulla richiesta di attivazione della direttiva 55 del 2001».
Di che si tratta?
«In caso di afflusso massiccio di sfollati, prevede uno smistamento nei vari Paesi attraverso una protezione temporanea di un anno prorogabile fino a un altro anno. Verrebbe rilasciata a tutti i profughi che vengono dalla Libia, viste le condizioni disumane che soffrono».
Come si può muovere l’Italia per ottenerne l’applicazione?
«L’Italia chiede formalmente di portare in Consiglio europeo la richiesta di attivazione della direttiva, e tratta coi Paesi membri affinchè la proposta passi».
E se in Consiglio fosse bocciata?
«L’Italia può pensare a un provvedimento nazionale che richiami quella direttiva: sarebbe un segnale forte nei confronti degli altri Stati in risposta all’atteggiamento tenuto finora. Uno strumento di pressione efficace su cui ragionare».
Cioè l’Italia potrebbe rilasciare visti temporanei che permettano ai migranti di muoversi in Europa?
«Sì, nel rispetto delle regole di Schengen che in ogni caso prevedono deroghe per motivi umanitari».
Perchè nessuno nel governo ha mai parlato di questa direttiva?
«Mi auguro che la stiano studiando, anche a partire dai precedenti: in particolare quello relativo al grande afflusso dalla Tunisia dopo la caduta di Ben Ali, nel 2011. La Francia si oppose, poi un vertice bilaterale stabilì una “tregua” e passarono i tunisini con permesso di soggiorno umanitario e titolo di viaggio valido».
Quali problemi potrebbe comportare la sua applicazione?
«Problemi diplomatici o politici con i partner europei. Ma la questione s’imporrebbe con forza, con il vantaggio di operare all’interno del diritto europeo, senza azioni rischiose per i più deboli, i migranti».
Potrebbe essere una soluzione per gli sfollati, ma per i migranti economici?
«Questa direttiva non risolve tutto il problema, ovviamente. Ma in realtà varrebbe per tutti quelli che sbarcano, perchè si riferisce a persone a rischio di violazioni sistematiche o generalizzate dei diritti umani o che ne siano state vittime: e tutti quelli che hanno passato mesi nei campi libici ci rientrano, come ben sappiamo».
C’è stato un botta e risposta a distanza tra lei e Renzi sugli sbarchi: non è colpa di Dublino ma di Triton se sono tutti in Italia?
«Non parlerei di colpe, sono due cose diverse. Dublino è un regolamento degli Anni 90 molto penalizzante per l’Italia, che va rivisto. Riguardo al protocollo operativo di Triton, e Sophia, prevede gli sbarchi in Italia, non c’è nulla di segreto, come dice Laura Ravetto, presidente del Comitato Schengen: fare confusione significa pescare nel torbido per cercare solo consenso elettorale».
Nessun «accordo indicibile», come lo definisce Beppe Grillo?
«Io non ho mai detto una cosa simile».
(da “La Stampa“)
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Luglio 10th, 2017 Riccardo Fucile
LA SUA RICETTA PER USCIRE DALLA CRISI
Se dovesse scegliere lui, proporrebbe il “Renzusconi”. Flavio Briatore, in un’intervista al Fatto Quotidiano, racconta la sua visione di Italia futura e di governo in cui racconta di sognare un Belpaese con Berlusconi presidente e Renzi al suo fianco.
Il presidente è un grande, e Matteo ha un piglio che pochi possono vantare. Vedo bene una loro società .
Una Srl, una SpA?
Italia SpA. Presidente Berlusconi, Amministratore delegato Renzi. Non ce n’è per nessuno
Un manager operativo e un presidente di fortissimo carisma.
Silvio ritorna sempre. È intramontabile.
Briatore consulente.
La burocrazia massacra. Vai al governo e ti perdi nei commi e nei codicilli. Non si può continuare così. L’Italia sta arretrando, sta divenendo un paese di serie B, nessuno ci fila più
Briatore consulente del governo Renzusconi
Tre cose fondamentali. Abbassare il costo del lavoro, azzopparlo, spianarlo.
Governo di rottura.
Un dipendente che guadagna 2.500 euro mi deve costare al massimo 3.000 euro. Prima riforma da fare immediatamente.
Seconda riforma.
Flat tax. Stessa tassa uguale per tutti.
Salvini la pensa così. Sei ricco o povero, è uguale.
Il 28 per cento pago io e il 28 per cento paghi tu
Al Fatto, parlando del suo futuro e quello del governo, Briatore chiosa sostenendo che il Renzusconi è “L’unica possibilità , l’ultima per l’Italia. Mi piace l’uno e mi piace l’altro. Il vecchio e il giovane. Due vincenti”
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 10th, 2017 Riccardo Fucile
E’ L’UOMO FIDATO DI GRILLO E CASALEGGIO IN SICILIA, MA DOVRA’ VEDERSELA CON LE CORRENTI INTERNE
Sarà Giancarlo Cancelleri il candidato del MoVimento 5 Stelle siciliano alle prossime elezioni
regionali. Lo scrive il blog di Beppe Grillo, che comunica che Cancelleri ha raccolto il 51,1% dei consensi, pari a 2224 voti su un totale di 4350.
Cancelleri era favoritissimo nella corsa. Un video lo ha immortalato mentre andava a prendere Davide Casaleggio all’aeroporto di Palermo (d’altro canto Giampiero Trizzino, suo sfidante e palermitano, aveva accompagnato in mattinata Beppe Grillo in un giro della città ).
Soprattutto: è l’uomo di fiducia del M5S in Sicilia e anche membro del comitato d’appello sulle sanzioni insieme a Roberta Lombardi e Vito Crimi.
Il MoVimento 5 Stelle siciliano è stato ricco di faide interne con tanto di espulsioni silenziose negli anni scorsi. Tutte faccende che chiamavano in causa sempre lui, Cancelleri, che ha saputo governare i bollenti spiriti del M5S siciliano in più occasioni.
La più difficile è stata quella delle firme false di Palermo.
Nell’occasione il nome di Cancelleri come quello di un grande manovratore di un complotto fantascientifico sulla vicenda è stato fatto dai deputati attualmente sospesi del MoVimento 5 Stelle e da altri iscritti in un esposto che metteva sotto accusa soprattutto Salvatore Ugo Forello e che è stato archiviato perchè considerato non credibile. L’accusa costò ai siciliani il posto nel gruppo del M5S in Parlamento, oltre ad altri sei mesi di sospensione in attesa del giudizio di Palermo.
Cancelleri correva con altri 8 candidati, tra i quali cinque deputati uscenti dell’ARS e Ali Listi Maman, l’avvocato nigerino che si era ritirato dalle Comunali in aperta polemica con il M5S.
C’erano in corsa inoltre Giuseppe Scarcella e Josè Marano. “E’ la dimostrazione che le nostre candidature sono aperte, che non epuriamo i detrattori”, spiegano dal M5S osservando come, tra i candidati ci siano anche esponenti vicini al deputato Riccardo Nuti, sospeso dopo il caso delle firme false a Palermo.
Qualche veleno proveniente dalla stagione delle firme false è arrivato nella campagna elettorale, dove molti si sono lamentati della mancata comunicazione delle preferenze al primo turno e di vari malfunzionamenti informatici della piattaforma per il voto. Qualcuno si è anche lamentato nei gruppi privati dei gruppi o delle cordate di voti di persone che si mettevano d’accordo. Un po’ come succede ovunque in manifestazioni di questo tipo.
(da agenzie)
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