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HO PROVATO IL FRECCIAROSSA GENOVA-VENEZIA E ORA SPERO CHE I CINESI COMPRINO LE FERROVIE ITALIANE

Marzo 24th, 2018 Riccardo Fucile

IL TRENO INAUGURATO IN POMPA MAGNA DA TOTI ACCUMULA 30 MINUTI DI RITARDO… E DALL’INTERCITY CHE CI SUPERA QUALCUNO CI FA PURE IL GESTO DELL’OMBRELLO

Ci sarà  un motivo per cui gli italiani stanno al quarantottesimo posto nella classifica della felicità ? Un’idea io ce l’ho e anche per verificarla ho voluto provare il nuovo Frecciarossa Genova-Venezia: una delle ragioni, dicono, per essere ottimisti sul futuro.
Genova, si sa, è lontana da tutto, specie da Milano: ci vogliono quasi due ore ad andare e altrettante a tornare, con l’Intercity.
Così, per tacitare i pendolari, da sempre sul piede di guerra, il centrodestra ligure ha ottenuto da Trenitalia la Freccia 9796, che poi prosegue sino a Venezia, per una botta di vita.
Io lavoro ancora più in là , a Trieste, e già  arrivare a Venezia senza cambio a Milano è un bel colpo; per rendere la Freccia concorrenziale con l’Intercity, inoltre, per me il prezzo è minore, sinchè dura.
Insomma: alla 6 e 58 del 20 marzo mi sono presentato al binario, carico di bagagli e speranze.
La mia carrozza, la nove, era deserta: come sempre. Ma non perchè i pendolari sono refrattari alle novità  bensì perchè la Freccia arriva a Milano solo nove minuti prima dell’Intercity e costa di più.
Inoltre, metà  dei cessi erano rotti, come al solito. I
n più i miei unici compagni di viaggio — due tipici manager genovesi diretti nel capoluogo meneghino — si scambiavano le solite frescacce, come: per lucidare i cerchioni della BMW bisogna procurarsi un marocchino; mai sposare donne straniere, chiedono il pacchetto completo, suocera compresa; il problema della Sardegna sono i sardi.
Su quest’ultima vorrei anzi aggiungere — per amicizia con i sardi — che, primo, anche la Liguria sarebbe bellissima se non ci fossero i liguri, secondo, nel caso dei sardi il problema è l’inverso.
È la Sardegna il problema dei sardi: ormai ci si arriva solo in aereo da Roma e neppure con Alitalia ma con la compagnia rumena Blue Air.
Nel frattempo, ogni tanto la Freccia si fermava in aperta campagna, e pure lì i manager scherzavano: andavamo così veloci, per loro, che ci sembrava d’essere fermi. Macchè, eravamo proprio fermi.
L’altoparlante, a intervalli regolari, scandiva che un (misterioso) «guasto tecnico all’infrastruttura» ci aveva fatto accumulare prima cinque, poi 14, infine 22 minuti di ritardo.
A un certo punto siamo stati sorpassati dall’Intercity, e qualcuno, là  sopra, deve averci anche fatto il gesto dell’ombrello.
Che poi per me il ritardo è stato salutare, altrimenti a Mestre, la mia stazione di cambio, avrei dovuto aspettare due ore il treno per Trieste: dalle 10 e 58 alle 12 e 53, per la precisione.
Invece ho aspettato solo un’ora e mezza, ma che sarà  mai, sono andato a mangiare alle Botti, pure quelle comprate dai cinesi.
Alla fine ho persino chiesto alla padrona: ehi, v’interesserebbe comprare anche le Ferrovie dello Stato?

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CIAO CARA ITALIA, VADO A LONDRA DOVE C’E’ IL LAVORO A TEMPO INDETERMINATO

Marzo 24th, 2018 Riccardo Fucile

DOPO DIECI ANNI ALL’ESTERO, AVEVO SCELTO DI TORNARE, MA L’ITALIA NON OFFRE NULLA A CHI HA TALENTO… A LONDRA SE SEI BRAVO TI FANNO CRESCERE, PROMUOVONO I GIOVANI, FINANZIANO PROGETTI, NON TI CHIEDONO SE HAI INTENZIONE DI FARE UN FIGLIO

Oggi è una giornata di grigio e di pioggia a Milano, e io mi sveglio presto anche di sabato mattina perchè devo organizzare le mie cose di una vita in due valigie e poi partire. In questo momento storico nel nostro Paese, non potevo che usare la mia storia per raccontare cosa vuole dire davvero essere un giovane in Italia.
Io sono nata fortunata, ho viaggiato fin da bambina e con vari scambi all’estero ho imparato bene anche l’inglese.
Sono sempre stata curiosa e ho scelto dopo la laurea in Bocconi di partire definitivamente dall’Italia più per provare un’esperienza nuova che per necessità .
Ho cominciato a mantenermi da sola lavorando in diverse città  europee, poi in America e dopo ancora nel Sud-Est Asiatico, sempre inseguendo nuove opportunità  per crescere la mia carriera.
Dopo dieci anni da «cervello in fuga» ho scelto di tornare in Italia, grazie a una piccola start-up della Silicon Valley che mi aveva assunta per lanciare la loro app.
Sono stata in Italia cinque anni, e ho capito tantissime cose.
Prima di tutto, che il nostro è il Paese più bello al mondo.
Secondo, che non solo noi italiani ma anche tantissimi stranieri sognerebbero di vivere in Italia.
Terzo, che siamo un Paese pieno di talento e questo talento è distribuito davvero in ogni angolo. Infine, abbiamo una attitudine che ci distingue, ed è quella che in ogni situazione riusciamo a cavarcela, quello che in americano chiamano «street smart».
Ho anche capito che però tutto questo non basta, e con grande tristezza scelgo oggi di rimettermi in viaggio.
Penso che la politica abbia sbagliato dal principio a chiamarci «cervelli in fuga», perchè io come tanti altri non vogliamo fuggire, ma siamo costretti a scegliere una vita più dura in qualche città  straniera, pur di portare avanti le nostre ambizioni.
Oggi torno a vivere nella quinta «città  italiana», proprio Londra dove ci sono quasi 300 mila connazionali che l’hanno scelta come me.
Londra è una città  cara, faticosa, si viaggia spesso oltre i 45 minuti, schiacciati in una metropolitana pienissima, per raggiungere l’ufficio, e si mangia malissimo.
Si vive in case con muri di cartapesta, spesso con parecchi «roommates» per abbattere i costi. Ma le opportunità  sono tantissime.
Qui a Londra si incoraggia l’imprenditoria, si promuovono i giovani. Ci sono centinaia di migliaia di opportunità  di lavoro, e il contratto non esiste determinato.
Se sei bravo le società  ti fanno crescere, se no ti lasciano andare.
Qui noi veniamo per lavorare, non tanto per vivere e purtroppo questa è la scelta che dobbiamo fare. Mettiamo via ogni mese un po’ del nostro stipendio e saltiamo su un aereo per casa appena possiamo, con la gioia di rivedere un tramonto sul nostro meraviglioso mare.
Con tre soci italiani ho scelto di aprire un’azienda innovativa, che potesse rivoluzionare il mercato finanziario. Siamo arrivati a sedici impiegati oggi nei nostri uffici di Torino, alcuni di loro anche cervelli rientrati.
Il talento lo abbiamo trovato ma se vogliamo crescere e diventare una di quelle start-up che davvero scala, raccoglie importanti capitali e si espande in Europa, dobbiamo avere una sede centrale, che sia davvero centrale in Europa.
Non siamo i primi che prendono questa decisione, di start-up fondate da Italiani a Londra ce ne sono tante, e non saremo gli ultimi.
Qui si assume in poche settimane, e il costo aziendale di un impiegato nuovo è esattamente quel costo lordo che hai scelto di offrire.
Qui i capitali si trovano scrivendo ai fondi di venture capital una email, e le tasse dell’azienda si pagano online.
Qui a una donna non chiedono mai se ha intenzione di fare un figlio prima di decidere se finanziarle la sua start-up.
E così, le aziende anche piccole come la mia sono forzate ad andare via, e il lavoro lo creano altrove. E quello che rimane è un Paese che si accontenta di politiche assistenzialistiche perchè sono la unica opzione per raccogliere voti.
Io, nella quinta città  d’Italia trovo l’ambizione, la vedo negli occhi degli italiani che faticano in questa città  ma non mollano perchè vogliono di più.
Queste sono le persone che a me tutti i giorni ispirano e che mi rendono la permanenza lontana da casa più serena.
Solo qui trovo la passione, la voglia di condividere i sogni, la determinazione, quelle qualità  di noi Italiani che piano piano nella penisola stanno svanendo.
Non le voglio fare sparire del tutto quindi continuerò a lavorare per scovare i nostri talenti in ogni regione d’Italia

(da “La Stampa”)

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A FICO SONO MANCATI 70 VOTI DELLA MAGGIORANZA CHE LO SOSTENEVA

Marzo 24th, 2018 Riccardo Fucile

LEGA SODDISFATTA PER L’ELEZIONE DI MISTER COERENZA CHE A GENNAIO AVEVA DETTO: “MAI CON LA LEGA, SIAMO GENETICAMENTE DIVERSI”… IN FORZA ITALIA MOLTE DEFEZIONI

Il neo presidente della Camera Roberto Fico incontra Giancarlo Giorgetti poco dopo le 11, in un corridoio vicino l’aula di Montecitorio. “Ho sentito tanto parlare di lei”, dice il braccio destro di Matteo Salvini all’uomo indicato dai 5 Stelle.
Lui, Fico, lo scorso gennaio aveva garantito che il Movimento “mai sarebbe stato alleato con la Lega anche dopo il voto: siamo geneticamente diversi”.
Ma per il Carroccio è acqua passata: tra il centrodestra e Luigi Di Maio c’era un patto
Nel giorno in cui si sblocca l’impasse sulle presidenze, i leghisti si sentono i vincitori del braccio di ferro consumatosi all’interno del centrodestra. E la mossa compiuta nel pomeriggio di venerdì dal loro leader, che ha ordinato al suo gruppo di votare Anna Maria Bernini al Senato senza consultare Berlusconi, è stata un’appropriata reazione. “Se uno prende un cazzotto in faccia, in qualche modo lo restituisce. È legittima difesa”, commenta sorridente al bar il deputato del Carroccio Gianni Tonelli.
Il riferimento è probabilmente alle grandi manovre messe in atto negli ultimi giorni dall’ex premier, con l’obiettivo di allontanare il capo leghista dal leader pentastellato.
Sparigliare le carte è servito a superare il blocco creato dal nome di Paolo Romani, giudicato invotabile dai grillini. E per avvicinarsi un altro po’ a Palazzo Chigi: “Se la Lega fa un passo indietro, è per farne altri dieci in avanti”, dice un altro onorevole.
I 124 deputati del Carroccio, che a Montecitorio può contare su un gruppo parlamentare secondo soltanto a quello dei 5 Stelle, hanno giocato la loro partita a carte coperte. Venerdì, mentre il loro capo si preparava a far saltare il banco a Palazzo Madama, tenevano le bocche cucite. Poi, dopo l’ufficializzazione dello strappo, quasi tutti ammettevano di conoscere le intenzioni del leader.
Questa mattina, hanno invece sostenuto Fico in modo compatto. “Lo votiamo fin da subito”, ha annunciato il capogruppo Giorgetti ai cronisti, uscendo dalla Camera mentre era in corso la prima chiama.
La serenità  dei leghisti si scontrava con la tensione all’interno del gruppo di Forza Italia. Gli azzurri, a voto già  iniziato, non avevano ancora chiara quale fosse la linea da tenere. Si accalcavano attorno a Brunetta per chiedere indicazioni.
Dopo essersi riuniti in una sala attigua all’aula, i deputati di Fi hanno atteso la seconda chiama prima di scegliere (di malavoglia) Fico: “Io non lo voto”, si sentiva, passando accanto ai capannelli formati dagli onorevoli.
Anche Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni ha garantito il sostegno al presidente eletto. Ma se Fico ha ottenuto circa 70 voti in meno rispetto a quelli che avrebbero dovuto garantirgli i gruppi parlamentari che lo appoggiavano, significa che nel centrodestra non tutti hanno rispettato le consegne.
I leghisti hanno votato Fico senza patemi. Ma in aula, quando è stato superato il quorum di 311 voti, sono rimasti seduti, impassibili. Immobili sono rimasti anche i colleghi di Forza Italia, che sono però scattati in piedi alla notizia dell’elezione alla presidenza del Senato di Maria Elisabetta Casellati. Di fianco a loro, i 5 Stelle si spellavano le mani a forza di applaudire. I grillini, con in testa Di Maio, sono stati gli unici ad alzarsi in piedi.
Alla fine della seduta, mentre i colleghi si mettono in coda al guardaroba per recuperare le valige e tornare a casa, capannelli di 5 Stelle e leghisti si formano fuori dall’aula. In ottica alleanza di governo, la quadra trovata sui presidenti d’assemblea “può essere un primo passo”, dice il deputato del Carroccio Invernizzi.
Non si sbilancia neppure Giorgetti: “Noi al governo? Boh, che ne so… Una cosa alla volta, vediamo”.

(da “Huffingtonpost”)

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BOSSI SPARA A ZERO CONTRO SALVINI: “HA RISCHIATO DI ESSERE IMPICCATO IN PIAZZA COME IL SUO AMICO MUSSOLINI”

Marzo 24th, 2018 Riccardo Fucile

“STAVA FACENDO SALTARE LE AUTONOMIE DI LOMBARDIA E VENETO”… “NO A UN GOVERNO CON IL M5S, HANNO UN PROGRAMMA DA VECCHIA DC”

Umberto Bossi, senatore Lega Nord, scaglia parole dure contro l’attuale leader del Carroccio Matteo Salvini dopo il mancato appoggio al nome di Romani per la presidenza del Senato.
“Salvini ha parlato prima di pensare, se per colpa sua saltavano autonomie di Lombardia e Veneto lo appendevano in piazza come il suo amico Mussolini”, ha detto Bossi.
Poi   sull’ipotesi governo Lega-M5S afferma: “No ad un governo con loro, quelli del M5S hanno un programma vecchio dei tempi della Democrazia Cristiana, vogliono fare la cassa del Mezzogiorno per l’assistenzialismo che è già  fallito una volta”.
Le visioni restano ben distinte e distanti.

(da agenzie)

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LE DODICI ORE CHE CAMBIARONO TUTTO: COME SI E’ ARRIVATI ALLA MEDIAZIONE SU CASELLATI E FICO ATTRAVERSO LA BRUCIATURA CONCORDATA DI FRACCARO

Marzo 24th, 2018 Riccardo Fucile

BERLUSCONI ALLA FINE NE ESCE CON UNA FEDELISSIMA DI GHEDINI AL SENATO MA INCAPACE DI UN COLPO DI RENI CHE CHIUDA UNA FASE E NE APRA UNA NUOVA… E ALLA FINE I CANDIDATI DI GARANZIA GARANTISCONO SOLO I VINCITORI

Ore nove del mattino di sabato 24 marzo, palazzo Grazioli. Silvio Berlusconi ha sul tavolo un comunicato, pronto per essere diffuso. Nero su bianco vi ha fatto scrivere il nome del candidato del centrodestra per la presidenza del Senato. È quello di Anna Maria Bernini. Un’accoppiata che, stando alle comunicazioni ufficiali, dovrebbe comprendere Riccardo Fraccaro alla Camera. La partita è chiusa.
Di lì a qualche minuto la storia cambia il suo corso. E prende tutt’altra direzione.
Riavvolgiamo il nastro, perchè per raccontare le dodici ore che hanno messo in fibrillazione i partiti fino alla soglia del sostenibile, che hanno portato a una soluzione stravolta nel giro di qualche decina di minuti occorre partire dall’inizio.
Da quando, venerdì sera, Matteo Salvini spacca la coalizione, e vota la forzista Bernini a Palazzo Madama bruciando di fatto il candidato ufficiale degli azzurri, Paolo Romani.
La riunione del vertice di Forza Italia e il comunicato glaciale in cui si denuncia una “rottura a freddo” dei patti è storia.
Ma è proprio subito dopo, nel cuore della notte, che la diplomazia del Carroccio si rimette in moto. Salvini chiama a Grazioli, inizia a tessere la tela per riannodare i fili del dialogo.
Spiega che non avrebbe mai mandato uno dei suoi a votazioni al buio a Montecitorio (Giorgetti, nella fattispecie, chiesto a gran voce da Gianni Letta e dal vertice azzurro) che la presidenza ai 5 stelle è un modo per tenere aperte tutte le strade in vista di un futuro esecutivo.
E che la sua forzatura sul Senato aveva come unico fine quello di superare il nome di Romani, su cui i grillini si erano impuntati, e non di cambiare schema e giocare di sponda con loro per eleggere un nome del Carroccio.
Berlusconi è furioso, ma ancora più furiosi sono i suoi. Ma con il passare dei minuti capisce che l’alleato fa sul serio: se non cede, apre definitivamente la porta all’asse gialloverde, con il risultato di vedersi tagliato fuori dai giochi. Con tutte le ricadute del caso sul partito e sulle aziende.
È a quel punto che chiama Salvini. Gli chiede un segnale: “I 5 stelle non possono imporci un candidato mentre noi accettiamo passivamente il loro – è il ragionamento – Se vogliono l’accordo deve essere alla pari, anche noi dobbiamo poter dire la nostra sui nomi”.
Appena il segretario della Lega attacca il telefono, apre la lista delle ultime chiamate. In cima c’è il numero di Di Maio, perchè “non si contano più le volte che si sono sentiti, è un filo diretto praticamente”, spiegano dalla Lega. Lo pigia.
“Dovete dare un nome da sacrificare come gesto per convincere Berlusconi”, spiega. Deve insistere, la diffidenza della war room stellata è tanta. L’offerta è di quelle difficili da accettare: ufficializzare una candidatura per farsela bocciare. Senza garanzie su nulla.
Sono momenti di tensione, alla fine arriva un sofferto ok.
Di Maio spiega che per il Movimento Fraccaro e Fico sono sullo stesso piano, hanno lo stesso valore. Salvini non pone veti su nessuno dei due nomi, ma esprime una preferenza per il secondo.
Soprattutto perchè il primo ha origini del Nordest. La terra verde più lontana dal milanese Matteo, sulla quale è meno facile mantenere il controllo. Mette in conto anche il voto in Friuli, ed ecco che è meglio non dare adito a sponde per criticare la leadership su quel versante. “Anche perchè Fico ha tenuto un profilo più istituzionale – spiegano dalla Lega – Fraccaro ci ha insultato per anni”.
Di Maio chiede al suo uomo fidatissimo la disponibilità , lui gliela concede senza esitare. Così matura un comunicato stampa del tutto irrituale, trasmesso intorno alla mezzanotte alle agenzie di stampa.
Irrituale perchè offerto in pasto alle lunghe trattative della notte, e di fatto bruciando l’assemblea delle 9 del mattino degli eletti 5 stelle. Il messaggio arriva a Grazioli. Dove la situazione, invece di sbloccarsi, si incarta nuovamente.
Berlusconi ha avuto il riconoscimento politico che cercava. E spariglia: “Ora si può tornare su Anna Maria”.
Convoca un vertice da tenersi in contemporanea con l’assemblea 5 stelle, e nella notte fa preparare il comunicato. C’è la bocciatura di Fraccaro, con i termini morbidi della “figura non pienamente idonea”. E c’è il nome della Bernini, la candidata ritenuta più idonea per ricoprire l’incarico.
Quando la notizia arriva a Romani e Renato Brunetta, scoppia la bufera.
Alle nove, puntualissimi i due capigruppo si infilano a Grazioli con l’umore nero. “Non ci possiamo far imporre il nome da Salvini, non esiste”.
La discussione è accesa a tal punto che a un certo punto minacciano le dimissioni, escono dalla stanza del vertice, e si chiudono in una attigua. Sono i primi a sfilarsi e ad abbandonare il vertice.
Niccolò Ghedini tiene il punto insieme a loro. Anche Letta e Giorgia Meloni, al lavoro tutta la notte perlimare le distanze.
Alla fine Berlusconi cede. Si va sul terzo nome. È quello di Elisabetta Alberti Casellati. Un rapporto stretto con lo storico avvocato e consigliere del leader azzurro. Dal 2008 al 2011 sottosegretaria di Angelino Alfano al ministero della Giustizia, i tempi di Ruby rubacuori “nipote di Mubarak” e della guerra santa alle procure, memorabili i suoi duelli televisivi con Marco Travaglio.
Gianni Letta è l’ultimo a insistere sulla necessità  di non cedere sulla Camera ai 5 stelle. Bloccato da Salvini: “Su quello non si discute”.
A qualche centinaio di metri lo stato maggiore stellato è con il fiato sospeso fin dalle prime luci dell’alba. Dopo le crepe degli ultimi giorni, la fiducia nel Carroccio non è completa. Da Grazioli parte una telefonata: “È fatta”. Sono circa le 10.20 quando il centrodestra fa partire il comunicato: Casellati al Senato, no a Fraccaro. Nemmeno il tempo di domandare la reazione alla bocciatura del candidato annunciato dalla notte, che tre minuti dopo Di Maio scioglie le riserve. Scende in assemblea insieme al compagno di tante battaglie, lo abbraccia, lo indica come candidato del Movimento a Montecitorio.
I volti si distendono, la maggioranza è schiacciante, al netto dei franchi tiratori la partita è chiusa nelle votazioni del mattino.
È a quel punto che da uno dei massimi vertici della diplomazia leghista parte un messaggio al proprio omologo: “Ti fidi ora?”. La risposta arriva a stretto giro. Solo un’emoticon: è quella di un bacio.
Ed è così che si ritorna alla casella di partenza. A ieri mattina, quando un ignaro passante ha scoperto un murales, giusto a metà  strada tra Montecitorio e Palazzo Madama. E ha visto su un muro, il bacio che trentasei ore dopo si sarebbe trasferito sullo schermo di uno smartphone.

(da “Huffingtonpost”)

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QUANDO LA CASELLATI LITIGAVA CON TRAVAGLIO SU BERLUSCONI

Marzo 24th, 2018 Riccardo Fucile

ORA DIVENTA PER IL M5S UN ESEMPIO DEL RINNOVAMENTO DEL PARLAMENTO

Sarà  Maria Elisabetta Alberti Casellati la candidata del centrodestra alla presidenza del Senato della Repubblica e verrà  votata anche dal MoVimento 5 Stelle nell’ottica di uno scambio che vedrà  i deputati di Salvini, Berlusconi e Meloni convergere sul nome di Roberto Fico alla Camera.
Laureata in giurisprudenza, la Casellati esercita la professione di avvocato a Padova ed ha aderito a Forza Italia sin dalla sua fondazione.
È stata eletta nel 2014 al Consiglio Superiore della Magistratura in quota Forza Italia ed è stata sottosegretaria alla Salute in due governi guidati da Silvio Berlusconi.
In un video che risale al 2013 tratto da Otto e 1/2 la vediamo mentre litiga furiosamente con Marco Travaglio su Silvio Berlusconi e sulle condanne ricevute dal leader di Forza Italia.
Durante la trasmissione Travaglio, interrotto in più occasioni dalla Casellati, ha apostrofato come “puttanate” le tesi in difesa di Berlusconi da parte dell’attuale candidata alla presidenza del Senato.
In un altro video che risale sempre al 2013 la vediamo lasciare lo studio della Gabbia durante un dibattito su Silvio Berlusconi e sul voto in commissione sulla legge Severino.
La Casellati si arrabbia quando Gianluigi Paragone dice che Berlusconi “non ha avuto le palle di far cadere il governo”.
In un video che risale al 2011 c’è un altro scontro tra Casellati e Travaglio sempre sullo stesso argomento: Silvio Berlusconi.
Secondo Danilo Toninelli, capogruppo in pectore del M5S, la decisione sulle presidenze delle Camere “rappresenta la giusta conseguenza del voto popolare che è stato un voto di cambiamento”. “Aspettiamo a festeggiare” ma il parlamento ora si trasforma ” da luogo della casta a luogo principe della democrazia”, da cui far partire “i tagli ai privilegi e agli sprechi”.

(da “NextQuotidiano”)

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IL MASTER IN “KNOWLEDGE MANAGEMENT” DI ROBERTO FICO NON ESISTE

Marzo 24th, 2018 Riccardo Fucile

INIZIAMO BENE: IL FUTURO PRESIDENTE DELLA CAMERA HA MENTITO NEL SUO CURRICULUM

Roberto Fico, il deputato a   5 Stelle che qualche tempo fa ci raccontava la fatica di vivere con tremila euro al mese (e tutte le spese pagate), sta per diventare il prossimo presidente della Camera.
Dal momento che per cinque anni ci siamo dovuti sorbire ogni sorta di illazione sulla preparazione e la competenza di Laura Boldrini (che ha un curriculum di tutto rispetto) andiamo a vedere chi è il pentastellato che diventerà  la terza carica dello Stato.
Laureato in Scienze della Comunicazione all’Università  di Trieste con una tesi dal titolo Identità  sociale e linguistica della musica neomelodica napoletana Fico racconta di aver conseguito successivamente un Master in “Knowledge management” organizzato “dai politecnici di Palermo, Napoli e Milano”.
Durante questo “master” Fico scrive di aver avuto la possibilità  “di approfondire gli studi sulla gestione e sulla distribuzione del capitale umano e della conoscenza all’interno delle aziende private, delle organizzazioni no-profit e del settore pubblico”. Questo dato è riportato sia nella biografia del sito ufficiale di Fico che sul suo curriculum pubblicato su Rousseau, il cosiddetto sistema operativo del M5S.
La cosa interessante è che non esistono nè un Politecnico di Napoli nè un Politecnico di Palermo.
A notare l’incongruenza è stato su Twitter Alfonso Fuggetta, che è docente proprio al PoliMi.
L’ufficio stampa del Politecnico di Milano ha confermato a neXt Quotidiano che il Politecnico di Milano non ha mai erogato un master in “Knowledge Management”.
Per motivi di privacy però il Politecnico non ha potuto confermare o smentire l’ipotesi, avanzata da Fuggetta su Twitter e sostenuta anche dal Direttore Laboratorio Nazionale per l’Informatica e la Telematica Multimediali (nonchè docente alla Federico II di Napoli) Giorgio Ventre che il “master” a cui fa riferimento Fico nel suo curriculum sia in realtà  un progetto promosso da Poliedra — Politecnico di Milano in collaborazione con l’Università  degli Studi di Napoli Federico II, l’Università  degli studi di Palermo e Academy 365 che si chiama “Multimedia Skill“.
Il progetto finanziato dal Ministero del Lavoro prevedeva interventi formativi per 150 giovani disoccupati laureati in discipline umanistiche e comprendeva cinque percorsi formativi tra cui appunto “knowledge management”.
Ma non si trattava di un master.
Il progetto è stato attivato una volta sola nel 2002. Roberto Fico si è laureato a Trieste nel 2001.

(da “NextQuotidiano”)

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E’ MORTO IL POLIZIOTTO EROE DELL’ATTACCO DI TREBES CHE SI E’ OFFERTO AL POSTO DI UNA DONNA

Marzo 24th, 2018 Riccardo Fucile

IL TENENTE COLONNELLO DEI GENDARMI ARNAUD BELTRAME NON CE L’HA FATTA

Il tenente colonnello dei gendarmi Arnaud Beltrame è morto in seguito alle ferite riportate ieri nell’attacco terroristico di Trebes, in Francia.
L’annuncio arriva su Twitter dal ministro dell’Interno francese, Gerard Collomb. Beltrame, 45 anni, si era offerto al terrorista al posto di una donna ostaggio.
“Il tenente colonnello Arnaud Beltrame ci ha lasciato. È morto per la patria. La Francia non dimenticherà  mai il suo eroismo, la sua bravura, il suo sacrificio. Con il cuore addolorato, invio la vicinanza di tutto il Paese alla sua famiglia, i suoi parenti e i suoi colleghi della Gendarmeria dell’Aude”, scrive il ministro su Twitter pubblicando una foto del tenente colonnello con la bandiera tricolore francese.
Con la morte di Beltrame, il bilancio dell’attacco terroristico di ieri sale a quattro vittime e 15 feriti.
Anche il presidente francese ha reso omaggio al gendarme: “È caduto da eroe”, ha scritto Emmanuel Macron in un comunicato, e merita il “rispetto e l’ammirazione dell’intera nazione”. Lo riporta l’emittente radio francese Europe 1.
Occhi chiari, fronte alta, un cognome che più italiano non si può, il tenente colonnello dei gendarmi Arnaud Beltrame è oggi l’uomo più amato dai francesi.
Come un eroe d’altri tempi, si è offerto al terrorista Redouane Lakdim al posto di una donna ostaggio, poi ha avuto la prontezza di spirito di lasciare il suo cellulare acceso, in contatto con i colleghi.
Quindi è rimasto gravemente ferito, alla gola, nell’assalto finale. “Ha fatto onore all’arma e alla sua patria, tutti rivolgiamo oggi un pensiero a quest’uomo che lotta fra la vita e la morte”, ha detto con voce commossa Emmanuel Macron, rendendogli un omaggio solenne.
Sui social, la sua fotografia, le parole commosse che la accompagnano, hanno inondato la rete.
Quarantacinque anni, numero 3 della gendarmeria della regione dell’Aude, è cresciuto nel vivaio degli ufficiali francesi, il prestigioso liceo di Saint-Cyr-Coetquidan, che gli è valso poi un primo passaggio – giovanissimo – nel 1/o reggimento della Guardia repubblicana.
Originario del Morbihan, nel nord, è voluto tornare nella sua terra, andando a guidare la compagnia di gendarmeria di Avranches, sulla Manica, già  nell’agosto 2010.
Fu poi nominato consigliere al ministero dell’Ecologia, dove aveva come missione il coordinamento fra il gabinetto ministeriale e la gendarmeria.
Un periodo di distacco durato qualche anno, al termine del quale era voluto tornare alla Scuola di guerra. Quindi la decisione – per la carriera – di lasciare il nord, dopo aver ricevuto per il suo valore la Legion d’onore nel 2012. Dal nord, al sud: dopo aver comandato la compagnia della Manica, ha deciso di andare a guidare i gendarmi nell’Aude, sud-ovest, ai piedi dei Pirenei.
Qui, dove è sempre stato stimatissimo dai suoi uomini, aveva avuto una sorta di premonizione soltanto qualche mese fa: nel dicembre 2017, il tenente colonnello Beltrame aveva organizzato, insieme con la Prefettura e i pompieri locali, un’esercitazione.
Una simulazione di un attentato a Carcassonne. Lo scenario immaginato da Arnaud Beltrame per quell’esercizio era una strage terroristica in un supermercato.
Proprio quella che egli stesso, con il suo comportamento eroico, ha evitato oggi, salvando la vita a una donna, ultimo ostaggio rimasto in mano al terrorista Redouane Lakdim.
Poi, il sangue freddo di lasciare il telefono connesso con i colleghi, che hanno lanciato il blitz quando hanno udito i colpi del terrorista contro l’unico ostaggio rimasto nelle sue mani, il tenente colonnello Beltrame.

(da agenzie)

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DIETRO IL CAMBIO FRACCARO-FICO IL GIOCO DELLE PARTI ORCHESTRATO DA DI MAIO E SALVINI

Marzo 24th, 2018 Riccardo Fucile

IL NOME DI FRACCARO E’ STATO MANDATO A INFRANGERSI CONTRO IL VETO PREVISTO DEL CENTRODESTRA PER POI FAR PASSARE IL NOME VERO DI FICO

Roberto Fico prende la parola, nel mezzo dell’assemblea di deputati e senatori, e ringrazia.
Il patto tra pragmatici e ortodossi nel Movimento ha tenuto: è lui il candidato del Movimento 5 stelle per la presidenza della Camera.
Il nome di Riccardo Fraccaro, uscito da un vertice nella notte, è stato mandato a infrangersi contro i veti del centrodestra. Un gioco delle parti sapientemente orchestrato da Di Maio e Salvini.
Il capo politico M5S esce dalla riunione degli eletti e dice a Repubblica: “L’intesa è questa. Noi votiamo Casellati, loro votano Fico”. “Quindi è fatta?”, chiediamo. “Vediamo, non dire gatto finchè non ce l’hai nel sacco”, ribatte senza perdere il sorriso.
Roberto Fico lo segue poco dietro, circondato dalle pacche sulle spalle degli ortodossi. In primis Carlo Sibilia, che ieri sera, con un tweet sibillino, aveva fatto capire che le cose potevano essere diverse da come apparivano.

(da agenzie)
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