Marzo 7th, 2018 Riccardo Fucile
“IL GIORNO CHE IL M5S DOVESSE ALLEARSI CON I PARTITI CHE HANNO DISTRUTTO L’ITALIA IO LASCEREI”
Era il 17 novembre 2017 e Alessandro Di Battista in un video di Repubblica era
chiarissimo: “Ho risposto a questa domanda un milione di volte: il giorno che il MoVimento 5 Stelle dovesse allearsi con i partiti che hanno distrutto l’Italia, io lascerei il MoVimento 5 Stelle. Bisogna vincere le elezioni e avere l’incarico di governo, poi ci si presenta alle Camere e si dice: ‘Chi vuole dare la fiducia a un governo che vuole l’abolizione della legge Fornero, il reddito di cittadinanza’” etc etc etc.
Oggi Luigi Di Maio ha scritto una lettera al giornale-partito della sinistra italiana, Repubblica, per proporre, senza dirlo esplicitamente, un’alleanza con quel che resta del Partito Democratico, ovvero con “uno dei partiti che hanno distrutto l’Italia” come direbbe Di Battista.
Se questo non andasse in porto, l’unica altra strada è l’alleanza con Salvini, ovvero con la Lega, ovvero con “uno dei partiti che hanno distrutto l’Italia”.
O tempora, o mores!
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 7th, 2018 Riccardo Fucile
“IL LEADER E’ GENTILONI, MA SE CERCANO UN ANTI-RENZI NON SONO IO”
Deve ancora materialmente iscriversi al partito, ma già detta le condizioni.
Carlo Calenda non vuole sentir parlare di un’alleanza di Governo fra il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico. Lo dice, come ormai da tradizione, rispondendo agli utenti di Twitter.
“Se il PD si allea con il M5S il mio sarà il tesseramento più breve della storia dei partiti politici” scrive il ministro per lo Sviluppo economico, Carlo Calenda, che ieri aveva annunciato l’adesione al Pd, dicendo che non c’è bisogno di altri partiti, bisogna “risollevare quello che c’è”. Iscrizione che è stata salutata con giubilo da molti big del partito, primo fra tutti Paolo Gentiloni. E a Gentiloni, Calenda riconosce la leadership. “Si può ripartire solo se lo si fa insieme. Ultima cosa di cui abbiamo bisogno è arrocco da un lato e desiderio di resa dei conti dall’altro. Ridefinire il nostro messaggio al paese, riaprire iscrizioni e tenersi lontano da M5S. Leader c’è e fa il PDC” (il presidente del Consiglio, ndr).
Altro chiarimento, Calenda si mostra leale con Matteo Renzi e assicura: “Se cercano l’anti-Renzi non sono io”
“Presa di coscienza sul futuro del PD non resa dei conti su passato. Ho sempre parlato chiaro con Renzi ma mi rifiuto di partecipare ora alla rimozione collettiva di un percorso che ha avuto anche tantissimi elementi positivi. Se cercano anti-Renzi non sono io”
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 7th, 2018 Riccardo Fucile
LE COSE DA SAPERE PER FARSI UN’IDEA
“Il reddito di cittadinanza non darà soldi a chi vuol stare seduto sul divano: dovrà , per il
breve periodo in cui avrà il contributo, formarsi e dare 8 ore di lavoro gratuito allo Stato. Dal secondo anno il reddito di cittadinanza inizia a scalare, perchè la persona viene reinserita nel mondo del lavoro”, queste erano state le parole usate dal leader M5S Luigi Di Maio durante la campagna elettorale per descrivere una delle misure più interessanti e discusse del programma pentastellato.
Insomma, una misura tanto attesa quanto controversa per cui, in attesa che si possa passare dal programma elettorale ai fatti, è utile approfondire cosa sia nel dettaglio e come funzioni, quali siano i requisiti e le modalità per ottenerlo, quando e quanto spetti ad ogni famiglia/cittadino richiedente.
Cos’è il reddito di cittadinanza?
Si tratta dell’aiuto economico che il M5S intenderebbe destinare a 9 milioni di italiani che si trovano privi di reddito o che hanno redditi troppo bassi, in modo da combattere povertà , disuguaglianza ed esclusione sociale. Si tratterebbe altresì di una misura mirata alla promozione del diritto al lavoro e della formazione professionale.
Come funziona il reddito di cittadinanza?
Secondo l’ISTAT, qualunque cittadino viva da solo con meno di 780 euro al mese si trova sotto la soglia di povertà . Tale soglia varia a seconda del numero dei componenti del nucleo famigliare.
Il reddito di cittadinanza prevederebbe un’integrazione/erogazione economica mirata a far in modo che chiunque possa raggiungere la soglia dei 780 euro mensili (per esempio: se abbiamo un nucleo famigliare formato da due persone con una pensione da 400 euro ciascuno, il reddito di cittadinanza interverrà affinchè vengano raggiunti i 780 euro mensili con un’integrazione pari a 370 euro).
Stando alle promesse dei pentastellati, anche i lavoratori full-time sottopagati avranno diritto ad un’integrazione: è stata progettata l’introduzione del salario minimo contrattuale con pagamento base di 9 euro l’ora. In caso di lavoro part time, invece, è prevista l’integrazione salariale per giungere ai 780 euro mensili.
Quali sono i requisiti per ottenere il reddito di cittadinanza?
Per ottenere il reddito di cittadinanza occorrerà essere in possesso di determinati requisiti e per non perdere il sussidio bisognerà attenersi a determinate regole.
Tra i requisiti:
– Avere più di 18 anni
– Essere disoccupati o inoccupati;
– Possedere un reddito lavorativo inferiore alla soglia di povertà italiana stabilita dall’ISTAT;
– Percepire una pensione inferiore alla soglia di povertà .ì
Quali sono le regole da rispettare per continuare a beneficiare della misura
– Iscriversi al Centro per l’Impiego e rendersi immediatamente disponibile al lavoro;
– Intraprendere un percorso di ricerca lavorativa che impegni almeno 2 ore giornaliere;
– Offrire la disponibilità per progetti utili alla collettività per 8 ore settimanali;
– Frequentare corsi di qualifica/riqualifica professionale;
– Comunicare tempestivamente qualsiasi variazione del reddito;
– Accettare obbligatoriamente uno dei primi tre lavori che vengono offerti.
A proposito del reinserimento lavorativo e della riqualificazione professionale, saranno previste agevolazioni per chi assume i beneficiari del reddito di cittadinanza, per chi organizza laboratori per la creazione di nuove imprese. Inoltre, nel programma del M5S ci sarebbero anche concessioni di beni demaniali per le start-up innovative e per il recupero agricolo.
Non varrà per immigrati anche se regolari
Costo intorno ai 30 miliardi di euro l’anno.
(da agenzie)
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Marzo 7th, 2018 Riccardo Fucile
MAPPA DEL SENTIMENT CHE HA PORTATO AL VOTO
Se la politica (ma ogni cosa, oramai) è dominata dalle emozioni, dai sentimenti e dall’immediatezza delle reazioni, con quali strumenti possiamo capire cosa passa per la mente delle persone?
Forse la politica non è mai stata “razionale” nel senso che si da spesso a questa parola: cioè persone che in astratto valutano e soppesano programmi, storie, progetti e poi decidono il voto; se mai lo è stata, adesso non lo è più.
Forse la politica “razionale” è stata solo una fantasia dei “razionalizzatori”, quelli che pensano che la gente pensi come loro, che siano un loro puro rispecchiamento.
Adesso il pensiero, nel bene e nel male, si auto-costituisce e si auto-legittima, è sufficiente a se stesso. Ma torniamo alle emozioni e ai sentimenti.
Come si fa a capire cosa passa nella testa della gente? Immaginate di poter ascoltare cosa si dice in tutti i bar della nazione; in tutti gli uffici della nazione; in tutte le metropolitane e anche lì, dal dentista, mentre si aspetta il proprio turno.
Sono le conversazioni popolari, quei milioni di momenti in cui qualcuno dice qualcosa e qualcun altro reagisce. Se si riuscisse a capire quello, si capirebbe il pensiero diffuso, molecolare, popolare di un paese.
Oggi un’approssimazione di quei milioni (miliardi) di momenti in cui qualcuno si esprime, anche solo con una battuta, un commento, sono i social media.
Lì ogni pensiero, anche i peggiori, si possono esprimere, senza vincolo e (talvolta) senza remore.
Ogni trasmissione televisiva produce commenti; ogni articolo di giornale che susciti emozioni produce una reazione o una condivisione (e se non le produce, vuol dire che non ha avuto effetti); soprattutto gli eventi, quello che accade, e in primis la cronaca, producono commenti e “prese di posizione”. Siamo in un mondo di editorialisti di massa. (Detto senza ironia).
Il tema oggi, per chi vuole capire i comportamenti sociali, è quello di sapere come si forma l’opinione collettiva, in quale modo, con quali mezzi, persino con quali parole. È quello che ha fatto Sociometrica, con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale di Expert System.
Negli ultimi due mesi sono stati raccolti, ordinati e interpretati oltre 150mila record, cioè post, messaggi, testi di ogni genere che hanno avuto per oggetto la politica.
Di ciascuno è stato estratto il sentiment, esplicito o implicito. Così, utilizzando 80 tipi di emozione (ansia, gioia, felicità , rabbia, coraggio, odio, orgoglio, ecc.) si è potuto formare una mappa del sentiment degli italiani verso la politica.
I due sentimenti che prevalgono sono l’ansia e la paura.
Seguono tristezza, vergogna, odio e solo due sentimenti positivi riescono a entrate nei primi dieci: la domanda di modernità e di crescita economica (“successo”).
Nel report si potranno vedere tutti dettagli.
Per esempio, cosa ha alimentato l’ansia? I fatti di Macerata (al centro anche della paura) perchè ha fatto vedere un mondo inedito percepito come minaccioso su tanti fronti e sotto tanti aspetti.
L’ansia che il modo tradizionale di vivere degli italiani possa essere minacciato.
Ansia anche per i posti di lavoro e le crisi aziendali. Ansia per la violenza politica che si è manifestata in qualche episodio durante la campagna elettorale.
Ansia persino per le dichiarazioni di Juncker, presidente della Commissione Europea, sulla capacità dell’Italia di uscire bene dalle elezioni.
C’è anche la mappa territoriale da considerare: quali sono i luoghi dove maggiormente si sono sviluppate le conversazioni politiche? Roma, Milano, Napoli-Salerno e Firenze. Poco nel resto del Sud e poco anche nel Veneto.
In qualche modo la mappa indica le faglie dove lo scontro politico si è condensato e avviluppato/sviluppato.
La politica oggi segue gli eventi, non le ideologie, anzi più esattamente, le ideologie (a cominciare dai luoghi comuni e pregiudizi che sono la loro liofilizzazione) danno significato e rilevanza politica agli eventi. Ma senza di questi, la prima non avrebbe linfa e nutrimento.
I social non sono solo conversazioni tra pari, perchè c’è un ruolo formidabile per l’informazione, che oggi ha ripreso grande rilevanza nella formazione dell’opinione pubblica, passando dai grandi quotidiani ai grandi player nativi digitali (o media tradizionali che si sono reinventati sul digitale).
In queste settimane i media che hanno avuto più impatto sui social sono stati Le Iene e Fan Page, protagonisti delle due inchieste che hanno creato maggiore attenzione nella campagna elettorale.
C’è poi il ruolo dei blogger che da soli, almeno alcuni, riescono a raggiungere una audience inimmaginabile (fino a pochi anni fa) per una singola persona.
Ovviamente vince chi è capace di giocare sui vari media (tradizionali e digitali) intrecciandoli al meglio.
E i leader politici? Il compact Cinquestelle, Salvini e Renzi dominano il mondo digitale, al cui interno il peso di facebook è incomparabilmente maggiore rispetto a Twitter e Instagram.
È Facebook che interpreta al meglio la nuova realtà della comunicazione tra pari (peer-to-peer), in cui il più credibile non è quello che sta più in alto, ma quello che sta più vicino.
Twitter è ancora una voce che parla dall’alto. Cresce molto l’intimacy (il paradosso delle parole) di Instagram che insieme promette di essere sociale e intimo/personale, ma non ha ancora i numeri di facebook.
Siamo perciò alla convergenza di tre fenomeni che cambiano completamente lo scenario politico (e, in generale, dell’opinione pubblica). Il primo è la dittatura delle emozioni, ognuno è un fascio di nervi, emozioni e pensieri che guida i comportamenti.
È insieme domanda e offerta di emozioni. Il secondo è l’ubiquità dei social media che appaiono il mezzo più efficace per creare e distribuire emozioni. Ovviamente c’è ancora la tv, ma questa viene “reinterpretata” dai social, perchè ciascuno tende a creare il significato di quello che vede, lo pubblica, e chiede condivisione.
Il terzo è la reversibilità dei fatti. Ogni fatto deve entrare in una storia. Il fatto non è la storia. Un tempo si sarebbe detto che è la morale della storia che conta. Chi determina la morale, determina la storia. Chi produce senso, produce seguito
La vita è un’altra storia.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 7th, 2018 Riccardo Fucile
COSI’ IL MONDO M5S HA COSTRUITO LE PREMESSE PER CHIEDERE OGGI UN’INTESA AL PD
Alla fine di due anni nei quali una delle ragioni costitutive del Movimento cinque stelle –
l’esperimento politico di Roberto Casaleggio – è sempre più manifestamente stata abbattere il Pd, il candidato premier Luigi Di Maio, in una polemica con Matteo Renzi, arrivò a dire: «Renzi ci dice che noi abbiamo candidato nelle nostre liste un amico degli Spada. Rispondo io: ma lo dici proprio tu che hai preso i soldi da Buzzi e da Mafia capitale per le elezioni?».
La frase è testuale. Renzi rispose che l’avrebbe querelato, e non sappiamo se ciò sia avvenuto.
Forse la frase «prendi i soldi da Mafia capitale» non era esattamente la frase di due potenziali alleati. Magari era una dichiarazione d’amore non capita.
Ora che il Movimento cinque stelle cerca i voti (anche, se non soprattutto) del Pd e del centrosinistra, e Renzi è rimasto uno di quelli (pochi?) avversi a questa bizzarra offerta, è forse utile passare in rassegna alcune delle cose che la propaganda M5S ha detto del Pd in questi anni.
Alessandro Di Battista si fece fotografare davanti a un grafico a forma di piovra (simbolo neanche tanto velato della Piovra, la mafia) nel quale venivano elencati tutti i democratici che – a detta del Movimento – avevano problemi di vario genere con la giustizia.
Sorvoliamo sul fatto che quel grafico contenesse anche degli errori nelle attribuzioni di presunti reati, fatto sta che i tre hashtag erano #mafiacapitale, #gomorraPd e #trivellopoli. Non esattamente un viatico all’amicizia, o alla non belligeranza post voto.
Il Pd «è morto», disse Di Maio quando cancellò all’improvviso un confronto con Renzi; ora il Movimento cerca i voti dei morti. E sarebbe il meno.
Persino le scelte lessicali dell’aspirante premier cinque stelle non sono apparse precisamente predisposte al dialogo, in questi mesi.
«Noi – disse sempre Di Maio – abbiamo restituito oltre 23 milioni di euro, quelli del Pd hanno intascato oltre 40 milioni di finanziamenti pubblici in questa legislatura, hanno ricevuto 9 milioni di euro non si sa da chi e si sono tenuti pure i soldi sporchi di Buzzi. Il mariuolo Mario Chiesa in confronto era un dilettante. A questa gente, che in queste ore starnazza, dico semplicemente: non c’è nulla di cui possiate vantarvi, dovete solo vergognarvi e tacere».
Dovete «vergognarvi», «starnazzate», «tacete», siete «peggio dei mariuoli». Grandi complimenti politici, sicuro segno della volontà di avviare un confronto programmatico dopo le elezioni.
E questo è Di Maio in persona, l’uomo più moderato del Movimento.
Perchè se poi foste andati per sbaglio nei luoghi più potenti della propaganda non ufficiale pro M5S – ma col nome del candidato premier – per esempio il “Club Luigi Di Maio”, su Facebook, avreste trovato cose come la foto di un maiale accostato al deputato democratico Emanuele Fiano, di religione ebraica.
Sul Fatto quotidiano apparve – tra le varie – una vignetta contro la Boschi intitolata «lo stato delle cosce»: parve un disegno di chiara natura civil-progressista, ispirato alla volontà di confronto aperto, e al rispetto delle corpo delle donne: insomma, le sicure premesse per alleanze col centrosinistra.
La Boschi stessa (tuttora eletta col Pd) fu definita «incostituzionale», ma ora il problema parrebbe di minore gravità , per il Movimento, che ci si alleerebbe senza particolari tormenti.
Durante le dichiarazioni di voto sulla riforma costituzionale al Senato, l’allora capogruppo del Movimento 5 stelle disse, rivolgendosi sempre a «Maria Etruria»: «Avete demolito la carta costituzionale con la vostra superficialità e con una prepotenza autoritaria sulla base di indicibili accordi massonici» (e Boschi, di cui qualcuno azzardò la lettura del labiale, avrebbe risposto sussurrando: «massone lo dici a tua sorella»). In definitiva un grande leit motiv della propaganda grillina sui social è stato appunto «Pd massoni», «deviati», complici dei crac bancari.
Ora nel Movimento si vogliono alleare con i massoni, forse per via delle candidature di massoni scoperte, a sorpresa, nel M5S, e non nel Pd.
I democratici, in questi anni, non sono stati democratici, per i cinque stelle, ma «Pdioti», «ebeti», o – nei casi di maggior gentilezza – «ladri».
Appare dunque un po’ curioso che «la meglio gioventù grillina» ora sia così disposta a intrupparsi con siffatta gentaglia.
Forse è solo opportunismo, normalissimo da che mondo è mondo; come le sparate euroscettiche, il referendum per uscire dall’euro, i flirt anti-immigrati contro le ong definite «taxi del Mediterraneo».
Forse, anche qui, volevano dire che sono per l’Europa, e a favore di una società aperta agli immigrati. Insomma, che «i loro temi in fondo sono più vicini al centrosinistra».
(da “La Stampa”)
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Marzo 7th, 2018 Riccardo Fucile
“FORSE SONO CIECO IO O FORSE NON GLIL’HANNO DETTO ANCORA CHE E’ NERO”… IN TUTTI I REGIMI HANNO SEMPRE USATO UN DISERTORE PER ACCREDITARSI PER QUELLO CHE NON SONO… HITLER AVEVA CONSIGLIERI EBREI PER I CAMPI DI STERMINIO
Balotelli ci mette tre punti esclamativi, per dire che è proprio ma proprio così: «Forse sono cieco io o forse non gliel’hanno detto ancora che è nero. Ma vergogna!!!”.
Lo ha scritto sul suo profilo Instagram dicendo cosa ne pensa, lui che negli stadi il razzismo lo ha conosciuto con i “buuu” e le banane che gli piovevano addosso dai cretini appollaiati sugli spalti, dell’elezione in Parlamento del primo senatore nero d’Italia: Toni Iwobi, 62 anni, responsabile Immigrazione della Lega Nord.
Che il primo a portare un cittadino nero a palazzo Madama sia Matteo Salvini è un bel primato, con un sistema elettorale in cui i candidati li sceglievano le direzioni dei partiti e non gli elettori.
Ma quella foto con Iwobi sul palco accanto a Salvini, alte le mani al cielo in segno di vittoria, mani nelle mani in segno di unità d’intenti, decisamente non è andata giù al campione che stregò gli stadi italiani prima di finire al bando per le infinite intemperanze caratteriali.
Così ieri sera, poco dopo l’annuncio dell’elezione di Iwobi, Balotelli ha pubblicato nelle “story” di Instagram, quelle che scadono inserabilmente dopo 24 ore se non le catturi in tempo con uno screenshot, la foto di quella strana coppia.
Osservate le magliette che indossano: quelle due magliette candide identiche con scritta rossa: “STOP invasione”.
Beh, il campione nato in Italia da genitori ghanesi e allevato sui campi di calcio fino a vestire la maglia della Nazionale ci aveva pure provato, a tollerare il razzismo che ai margini degli stadi cresce ovunque come gramigna.
Nel 2009, quando già indossava l’azzurro della Under 21 oltre alla maglia dell’Inter, insieme ai compagni della Nazionale incocciò un gruppo di imbecilli a Ponte Milvio, dove si trovava per partecipare a uno di quegli eventi in cui si invitano i campioni che fanno inorgogliere l’Italia, ricevendone in omaggio coretti d’insulto e un lancio di banane. Ma lui mica reagì: “Cose da nulla”, disse.
Ma di banana in banana la sopportazione ha un limite, e tre anni dopo, quando giocava per i colori del Manchester City e per quelli della Nazionale maggiore, avvertì i tifosi che si preparavano a invadere gli spalti di Euro 2012 organizzati in Polonia e Ucraina di essere pronto a uccidere chiunque gliene avesse tirata una, in strada o dagli spalti.
Vedere che ora il primo senatore nero italiano – l’imprenditore Iwobi nato a Gasau, nel nord della Nigeria – accetti di rappresentare i nuovi italiani accanto a chi promette di rispedire in Africa chi si candida a diventarlo non gli è proprio andata giù.
Perchè certo, non è detto che gli italiani di seconda generazione e gli stranieri in regola con i documenti debbano essere di sinistra; ma quello “Stop invasione” sulla maglia di Iwobi accanto al prototipo nazionale della xenofobia politica dev’essere dura digerire, quando sei abituato a schivare banane e insulti per la melanina della tua pelle.
(da “agenzie”)
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Marzo 7th, 2018 Riccardo Fucile
SEQUESTRATA ANCHE LA CONTABILITA’ DELLA BANDA, BEN INSERITA NELL’AMBIENTE DELLA ROMA CHE CONTA
Droga nei locali di via Veneto e nei salotti della ‘Roma bene’. Ventuno arresti, armi e droga
sequestrata.
E’ questo il bilancio di una complessa attività investigativa, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Roma e condotta dai Carabinieri della Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura di Roma.“
Cinque degli arrestati, sono stati colti in flagranza di reato e 16 colpiti da ordinanza di custodia cautelare.
I reati sono quelli di “associazione per delinquere finalizzata all’illecita commercializzazione di sostanza stupefacente del tipo cocaina, detenzione, spaccio, estorsione, minacce, porto clandestino e ricettazione di armi da sparo”.
L’indagine ha riguardato il quartiere Parioli ed il mondo notturno della ‘Roma bene’, con particolare riferimento a due locali notturni nei pressi di via Veneto, all’interno dei quali, uno degli indagati, vendeva cocaina.
Il prosieguo dell’attività investigativa ha consentito di scoprire una filiera di spacciatori di ‘coca’ che dai locali nei pressi di via Veneto, passando per San Giovanni, Anagnina e La Rustica, giungeva in zona Casilina, dove è stata individuata un’organizzazione criminale che operava a Roma e Provincia da diversi anni.
La spiccata caratura criminale dei singoli indagati, è emersa immediatamente per diverse ragioni: i metodi intimidatori utilizzati dagli stessi per ottenere il pagamento dello stupefacente illecitamente commercializzato, senza esitare a minacciare di morte i debitori o i loro stessi collaboratori pur di ottenere il pagamento della droga.
La purezza della cocaina spacciata, come accertato in seguito all’arresto di uno degli indagati, è stata riscontrata pari al 97%.
Una purezza altissima, senza precedenti in Italia, che denota come lo stupefacente derivasse direttamente dall’estero, senza aver subito “rimaneggiamenti” palesando, secondo le indagini, “contatti diretti dell’organizzazione smantellata con soggetti operanti nell’ambito del commercio internazionale di stupefacenti”.
La gestione altamente organizzata dell’attività di smercio della cocaina è stata confermata da un arresto operato a carico del “ragioniere” dell’organizzazione, al quale è stata sequestrata non solo cocaina, denaro e materiale da confezionamento ma anche la contabilità relativa alle molteplici illecite transazioni concluse con gli acquirenti/consumatori.
Ad ulteriore conferma della pericolosità sociale degli indagati, uno di essi è stato arrestato in flagranza di reato mentre di notte, si aggirava per le vie della Capitale con indosso una pistola Beretta calibro 7,65 con matricola abrasa, caricatore inserito e 5 cartucce.
(da agenzie)
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Marzo 7th, 2018 Riccardo Fucile
ENTRA IN BUONA COMPAGNIA: CON LUI FURGIELE, UN DASPO E GENERO DI UN IMPRENDITORE IN GALERA PERCHE’ VICINO ALLA ‘NDRANGHETA
Matteo Salvini entrerà in Parlamento con i voti dei “terroni”.
Per un soffio, il suo seggio non è scattato in Sicilia e ha dovuto ripiegare sulla Calabria dove era capolista con i i voti garantiti dall’ex governatore Giuseppe Scopelliti nel collegio uninominale al Senato di Reggio.
In riva allo Stretto il Carroccio ha toccato il 7,26%. Ma i quasi 16mila voti, raccolti tra i reduci dei “boia chi molla” ancora fedelissimi all’ex presidente della Regione, dovevano servire a Tilde Minasi, l’ex assessore componente di quella giunta comunale di Reggio che nel 2012 è stata sciolta per infiltrazioni mafiose.
“In attesa dei risultati definitivi, ho l’impressione che stasera Tilde Minasi sarà senatore della Repubblica in rappresentanza della destra reggina”.
Dai social network, i “Peppe boys” erano già convinti di aver gabbato Salvini in versione conquistatore del Sud. A festeggiamenti iniziati, però, poco prima di staccare il biglietto per Palazzo Madama, arriva la doccia fredda: il segretario della Lega non rinuncia al seggio calabrese.
Tutti a casa. Tilde Minasi e “la destra reggina” disdicono interviste con testate locali e nazionali e si trincerano nel silenzio.
“Dobbiamo attenerci alla legge elettorale che purtroppo non ci favorisce” è il commento della Minasi, sicuramente più formale di quello dei nostalgici destrorsi che l’hanno sostenuta e che, quando capiscono di aver portato acqua al mulino di chi per anni ha disprezzato il Mezzogiorno, dopo aver inciuciato con la Lega si sfogano su Facebook: “La maledizione dei nemici di Reggio continua”.
Un calabrese a Roma la Lega lo porta comunque.
Si tratta del segretario regionale della Lega Domenico Furgiuele che, alla Camera, ha rastrellato oltre 52mila voti. È un giovane di Lamezia Terme che nel 2007 aveva ricevuto un daspo.
Ma i “precedenti da stadio” non sono gli unici problemi del neo deputato capolista in entrambi i listini.
Furgiuele, infatti, è il genero dell’imprenditore Salvatore Mazzei, in carcere perchè considerato imprenditore vicino alla ‘ndrangheta. Nei giorni scorsi, i carabinieri del Noe hanno bussato alla porta di Furgiele per notificare alla moglie la confisca di due società e un palazzo rientranti nell’impero di 200milioni di euro del padre imprenditore.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
LO SDOGANAMENTO DI BOCCIA E MARCHIONNE… “IL PAESE HA BISOGNO DI STABILITA’ E DI RIFORME, DI MAIO HA DATO GARANZIE DI MODERAZIONE, SALVINI CAVALVA TEMI CHE NON CI PIACCIONO COME I DAZI E L’ANTIEUROPEISMO. SERVE UN’EUROPA FORTE CONTRO I DAZI DI TRUMP, NON SLOGAN”
Fino a qualche mese fa i 5 stelle erano considerati dalle èlite economiche italiane il rischio
maggiore, in quanto velleitari, naif e incompetenti.
L’ex presidente di Confindustria, Luca Montezemolo, nello scorso dicembre diceva chiaro e tondo in un’intervista a Qn che i grillini “sono un pericolo per l’Italia, non hanno esperienza e non hanno competenza”.
Inoltre era palese il tifo che gli industriali prima delle elezioni facevano per un governo di larghe intese, che continuasse il lavoro fatto dagli esecutivi Renzi prima e Gentiloni poi.
Oggi invece da Milano il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, fa una importante apertura di credito al Movimento, definito per la prima volta come “un partito democratico” con cui confrontarsi e di cui “non avere paura”.
Più o meno le stesse parole che usa a Ginevra il numero uno di Fca, Sergio Marchionne: “Gli M5s non mi spaventano, ne abbiamo viste di peggio”.
Che cosa è cambiato? Da dove nasce questa svolta? E dove può portare?
HuffPost ha consultato diverse fonti interne a Viale dell’Astronomia che spiegano il ragionamento che fanno in queste ore ai piani alti di Confindustria.
Innanzitutto, bisogna partire dalle tre parole chiave che vengono ripetute come un mantra: “realismo”, “stabilità ” e “governabilità “.
Cosa significano? Presto detto: il paese non può tornare nelle secche, bisogna continuare sulla strade delle riforme e della crescita, quindi lo scenario da evitare più di tutti è quello di uno stallo politico che porti a nuove elezioni fra qualche mese.
Per evitare un nuovo ricorso alle urne, però, bisogna in qualche modo far nascere un esecutivo, pur sapendo che nei fatti non sarà facile.
Prima delle elezioni il piano A per gli industriali era quello che vedeva un sostegno deciso a un eventuale governo di larghe intese, che continuasse il lavoro svolto da Gentiloni e Renzi.
È infatti un dato di fatto che la Confindustria di Boccia sia stata finora di osservanza strettamente renziana — basta ricordare come si schierò a favore del Sì al referendum — anche perchè il segretario dimissionario del Pd ha portato in dote provvedimenti fondamentali come il Jobs Act e Industria 4.0.
“Tramontata però l’ipotesi delle larghe intese — ci spiegano fonti vicine a Boccia — bisogna essere realisti, laici, e cioè fare i conti con quello che concretamente può succedere. La campagna elettorale con la sua propaganda e i suoi annunci roboanti è una cosa, la quotidianità del governo è un’altra”.
E qui viene il bello.
Perchè fra le due opzioni a oggi sul campo e cioè Salvini o Di Maio, gli industriali preferirebbero il secondo, magari alleato a un Pd che in qualche modo fosse capace di influenzarne le scelte di politica economica.
“Il problema di Salvini — ci dice una fonte di Assolombarda — sta nel fatto che cavalca due temi che non ci piacciono per niente, come i dazi e l’antieuropeismo”.
Non è un caso che sempre oggi il presidente Boccia abbia dichiarato su questi due temi usando parole che al leader leghista certamente non possono far piacere.
Da una parte infatti sostiene che “l’antieuropeismo dei partiti che hanno vinto le elezioni si deve trasformare in riformismo europeista” e dall’altra sottolinea come “serva un’Europa forte contro i dazi annunciati da Trump”.
Su questi temi invece i 5 stelle sembrano più malleabili di Salvini, hanno aperto da tempo un canale di comunicazione con la business community e negli ultimi mesi hanno cambiato le posizioni più estreme, soprattutto sull’appartenenza alla moneta unica e all’Unione europea.
“Andate a rileggere l’intervista fatta non a caso dal Sole24Ore ad Andrea Roventini, il candidato potenziale al Tesoro dei 5 stelle — ci consiglia la stessa fonte -. Non ci sono proposte eccentriche e anzi l’uscita dall’euro è categoricamente esclusa”.
E per quanto riguarda invece altre proposte su cui Confindustria non è molto d’accordo, come il reddito da cittadinanza o l’abolizione del Jobs Act e della Fornero? Anche in questo caso gli industriali battono su di un punto: bisogna vedere quanto queste promesse siano legate alla campagna elettorale e quanto possano essere concrete. “L’atteggiamento è quello di una curiosa sospensione di giudizio — ci dice un’altra fonte confindustriale -. Osserviamo i loro comportamenti, ma senza pregiudizio”.
Anche perchè la speranza confindustriale è che un ipotetico sostegno, esplicito o esterno, del Pd possa essere una buona garanzia a che le riforme dell’era Renzi-Gentiloni non vengano smontate totalmente.
Insomma, i 5 stelle e Di Maio in particolare, iniziano a essere visti come una reale opzione di governo.
Del resto fra ieri e oggi due economisti francesi di peso usi a frequentare le èlite italiane e internazionali hanno tenuto a far sapere pubblicamente come M5s sia ormai molto diverso dai partiti sovranisti, come Lega o Front National.
Ha iniziato ieri Jean Paul Fitoussi, professore emerito all’Institut d’Etudes Politiques di Parigi e alla Luiss di Roma, dicendo che “la Lega è populista, M5S no”.
E gli ha fatto eco oggi alla Stampa Pascal Lamy, ex commissario europeo, per due mandati direttore dell’Organizzazione mondiale per il commercio, ora presidente emerito dell’Istituto Jacques Delors guidato da Enrico Letta: “Non sono come il Front National”.
Insomma, lo sdoganamento di Di Maio e soci è ufficialmente iniziato.
(da “Huffingtonpost”)
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