Aprile 22nd, 2018 Riccardo Fucile
COSA E’ SUCCESSO NEGLI STATI CHE L’HANNO UTILIZZATA E CHE FINE HANNO FATTO I SERVIZI FINANZIATI CON LE TASSE
Mentre Matteo Salvini non ha ancora deciso se accordarsi o meno con Luigi Di Maio, il quale dice che con il leader della Lega “si potrebbero fare grandi cose”, Report dedica una puntata a una di quelle cose grandi che la Lega ha promesso insieme al resto del centrodestra nella sua campagna elettorale: la flat tax.
La puntata di lunedì della trasmissione d’inchiesta condotta da Sigfrido Ranucci si dedica alla “tassa piatta”, come la chiama Giorgia Meloni in omaggio al passionale idioma italico e contro gli inglesismi del popolo dei cinque pasti, dovrebbe sostituire i cinque scaglioni di IRPEF oggi in vigore: da un minimo del 23% a un massimo del 43%.
La proposta della Lega, invece, farebbe un favore ai ricchi: ogni anno, le famiglie con più di 70 mila euro di reddito guadagnerebbero 12 mila euro; solo 24 euro il vantaggio per chi ne guadagna meno di 10 mila.
Gli estimatori della flat tax, tra cui c’è l’Istituto Bruno Leoni, sostengono però che i vantaggi di sistema derivati dall’abbassamento delle tasse superano di gran lunga gli svantaggi: maggiori consumi e investimenti e quindi maggiore crescita.
Roberto Rotunno sul Fatto Quotidiano racconta in anteprima i risultati dell’inchiesta di Report sugli effetti:
Emblematica è l’esperienza dell’Illinois, dove le persone pagano il 4,95% del reddito e le imprese il 7%.
Le cose —ha notato l’inviato di Report volato nello Stato Usa —, non vanno bene: il debito raggiunge i 148 miliardi di dollari e il pubblico non riesce neanche a sistemare le buche per strada.
Nella città più grande, Chicago, servirebbero decine di miliardi per migliorare il sistema dei trasporti e riparare le tubature dell’acqua, ma “il gettito fiscale — ha spiegato a Report il presidente del Metropolitan Planning Council di Chicago — sono insufficienti”
Per finanziare la scuola, si usano i proventi delle imposte sulle case: quindi nelle comunità più povere, dove le abitazioni costano poco, i fondi sono scarsi, questo ha portato a un aumento delle rette universitarie e tanti giovani studenti sono andati a studiare in altri Stati.
E gli effetti positivi sull’economia?
Come i pangloss nostrani (non) dicono, in realtà nulla obbliga persone e imprenditori a rimettere in circolo i soldi risparmiati grazie a sconti fiscali.
Ma c’è di più, spiega ancora il Fatto: semmai accade il contrario, come dice l’Ocse: dal 2000 è cresciuta la quota di soldi rimasti nelle casse delle aziende americane (dal 5 all’8,5% del Pil),ma gli investimenti netti sono scesi di un terzo.
Le imprese si sono tenute ciò che lo Stato non ha chiesto loro sotto forma di tributi, insomma.
In Europa dell’Est c’è chi ha provato ad “appiattire” il fisco per scucire imprese alle nazioni concorrenti.
La Slovacchia, per esempio, ci è riuscita con l’Embraco: l’azienda, che produce compressori per Whirlpool, sta per lasciare il Piemonte e trasferirsi in Slovacchia. L’esempio però non deve far pensare che sia tutto oro
Bratislava riserva alle imprese un trattamento fiscale di favore (e i salari sono molto bassi), ma l’esperimento della flat tax non è stato positivo: è stata introdotta nel 2004 al 19% per tutti, ma nove anni dopo si è dovuto fare marcia indietro e rimettere le aliquote.
Nel frattempo, non sono mancati enormi scandali di evasione.
Chi ci guadagna con la flat tax
Con l’ipotesi di tassa fissa al 23%, ovvero la stima “prudenziale” fornita da Forza Italia che secondo Silvio Berlusconi dovrebbe essere l’ipotesi di partenza su cui operare tagli — secondo Salvini deve essere più bassa — i risparmi rilevanti partono dai redditi da 25mila euro annui in su e i benefici più tangibili sono per gli stipendi più alti.
Spiega oggi Andrea Bassi sul Messaggero che con l’aliquota unica al 23% sparirebbero tutte quelle superiori: il 27%, il 38%, il 41% e il 43%.
La «no tax area», il livello di reddito al di sotto del quale non si pagano tasse, salirebbe dai circa 8.150 euro attuali (circa 8 mila per i pensionati), a 12mila euro.
Su questo primo scaglione di reddito non pagherebbero tasse tutti coloro che guadagnano fino a 28 mila euro.
Dai 28mila euro questo vantaggio andrebbe calando e si azzererebbe a 55 mila euro. Le detrazioni per i figli a carico, invece, aumenterebbero leggermente: da 950 a mille euro. Quella per i figli al di sotto dei tre anni, salirebbe invece in maniera consistente, da 1.220 euro a 2mila euro.
Verrebbero invece eliminate le detrazioni sul lavoro dipendente, su quello autonomo e sulle pensioni. Via anche il bonus da 80 euro del governo Renzi.
Per i redditi dai 12 ai 13mila euro il risparmio annuo netto sarebbe di 123 euro, mentre per quello dai 18mila ai 19mila si arriverebbe a 534 euro; 1284 euro di tasse si risparmierebbero dai 24 ai 25mila euro e così via.
Chi guadagna tra i 90 e i 100mila euro risparmierebbe ben 12mila euro di tasse. Infine, spiega il quotidiano, in una famiglia in cui lavorano sia la moglie che il marito, con un reddito di 70 mila euro lordi e due figli a carico, uno dei quali minore di tre anni, il risparmio sarebbe di quasi 4mila euro l’anno (3.918 per l’esattezza).
L’incognita più grande dell’aliquota unica sono i costi.
Ammonterebbe a 65 miliardi per le casse dello Stato il minor gettito derivante dalla flat tax.
(da “NextQuiotidiano”)
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Aprile 22nd, 2018 Riccardo Fucile
GLI ITALIANI IN ATTESA CHE QUALCUNO MANTENGA LE PROMESSE
Dal 4 marzo sono trascorsi quasi 50 giorni e le forze politiche continuano invano a cercare un
accordo per il nuovo esecutivo.
Gentiloni si è dimesso il 24 marzo, da allora i ministri sono in carica per “gli affari correnti”.
Nel frattempo gli italiani aspettano le riforme e i provvedimenti economici promessi
L’IMPRENDITORE BRIANZOLO “Aspettiamo che taglino le tasse e che riattivino i voucher ”
Suo nonno faceva il vino nel 1855. Suo padre faceva il vino. Francesco Cassetti, 79 anni ben portati, in attesa di passare il testimone a figli e nipoti, fa il vino. A Odolo in Valsabbia, in provincia di Brescia. Alla Cantina Ferliga una volta si producevano 1 milione di bottiglie l’anno. Oggi meno, ma il fatturato sfiora sempre i 2 milioni. «Quando vedo i politici in televisione sono solo amareggiato. Sono quasi due mesi che noi imprenditori stiamo aspettando un governo che si dia da fare. Abbiamo bisogno che vengano ridotte le tasse, si faciliti la burocrazia e si faccia ripartire l’economia».
Dal 1994 Francesco Cassetti ha sempre votato Forza Italia, anzi Silvio Berlusconi. «Prima votavo Giuseppe Saragat. Poi Bettino Craxi che ha pagato per tutti. Ma Silvio è il migliore. È uno che sa fare le cose. È un imprenditore. Lo conosco da bambino. Era mio compagno di scuola dai Salesiani all’Opera Don Bosco».
Ammirare il generoso compagno di classe, poi l’imprenditore e il politico, per questo vignaiolo che ancora oggi va in cantina tutti i giorni è stato inevitabile. Fare, fare e ancora fare, il suo unico credo. «Per questo non mi piacciono i 5 Stelle. Troppe parole. Troppe promesse. Il reddito di cittadinanza mi fa inorridire. Molto meglio se Silvio si mette d’accordo con il Pd. E Matteo Salvini se ne faccia una ragione: con i 5 Stelle non si va da nessuna parte. A me poi Matteo Renzi piaceva. In politica non ha sbagliato niente. Aveva le idee giuste per far ripartire il Paese. Anche al referendum ho votato sì. Ma poi si è fregato con le sue mani facendo il bulletto. Se avesse vinto il sì non avremmo più il Senato e sarebbe un bel risparmio. E sarebbe più facile fare il governo».
Per questo vignaiolo della Valsabbia abituato a temere solo la grandine e a seguire l’inesorabile passaggio delle stagioni, certi arzigogoli della politica sembrano incomprensibili. Che il futuro sia dei giovani, anche in politica, lo convince poco. «Per fortuna siamo nelle mani di Sergio Mattarella.
Alla fine sarà lui a decidere e si farà il governo del Presidente. Si faccia un governo per mettere in cantiere le cose più urgenti come abbassare le tasse. La mia azienda paga quasi il 70%. Poi ci vuole una legge elettorale che funzioni per tornare a votare».
Da anni il Parlamento si tormenta sulla legge elettorale. Francesco Cassetti imprenditore della Valsabbia ce l’ha bella e pronta. «Facciamo alla francese. Al primo turno Macron aveva il 24 e la Le Pen il 21. Al ballottaggio ha vinto Macron e governa».
Fatto il governo non resta che governare. «Così magari rimettono i voucher che in agricoltura servono tanto. Ho otto dipendenti e durante la vendemmia prendo 30 stagionali all’ufficio di collocamento. Negli ultimi anni mi mandano solo immigrati che non hanno mai visto una vite».
IL DISOCCUPATO CAMPANO “Di Maio si metta all’opera per il reddito di cittadinanza”
Odore di pasta e fagioli. I fagioli li coltiva il papà che a novant’anni ancora prende la zappa ogni giorno e sale fino ai campi. La pasta la cucina la mamma.
A mangiarla a pranzo saranno tutti insieme – madre, padre e figlio – nonostante il figlio abbia 43 anni e dovrebbe da tempo vivere altrove. Raffaele Scotti sorride: «E come potrei? Non lavoro da un anno e a questo punto non so quando ricomincerò».
Raffaele di mestiere farebbe l’informatico, ha lavorato per il Ministero della Giustizia e per la Treccani.
Ha vissuto a Roma finchè ha avuto uno stipendio poi à dovuto rientrare a casa dei genitori, a Somma Vesuviana, comune di oltre 35mila abitanti a nord di Napoli, dove un abitante su 4 è disoccupato e più della metà degli elettori hanno votato Movimento Cinque Stelle alle ultime politiche.
Raffaele è uno di loro. «Sì, l’ho votato. Avevo dato una possibilità anche a Berlusconi quando si presentò la prima volta nel ’94 e sembrava capace di cambiare la politica italiana. Poi mi ha deluso, infatti per molti anni ho annullato il voto scrivendo sulla scheda frasi delle band rock che ascolto, per dare un segno di presenza ma anche di protesta. Alle ultime elezioni i Cinque Stelle mi sono sembrati l’unica speranza di un’Italia diversa». Di speranze sono piene le urne ma nel frattempo si sta per toccare quota cinquanta giorni senza un governo, tra liti, intese, accordi segreti, veti che si trasformano in aperture verso appoggi esterni, seguendo un copione che sembra uscito dalle cronache della Prima Repubblica.
E intanto di reddito di cittadinanza nemmeno a parlarne. «E’ un provvedimento che mi farebbe piacere ma non ero fra quelli in fila subito dopo le elezioni per chiedere informazioni su come ottenerlo. Vorrei soprattutto che Di Maio e i suoi si dessero una mossa, che capissero che stanno andando troppo per le lunghe, che non si può aspettare ancora. Per gli osservatori esterni come me, la sensazione è che si stia solo perdendo tempo. Di Maio dovrebbe essere più deciso, rilascia troppe dichiarazioni generiche. Mi sembra più netto Salvini. È giusto chiudere la porta a Berlusconi ma allora bisogna farlo anche con Renzi».
Che cosa chiede Raffaele a Di Maio? Una legge elettorale e un governo in tempi rapidi. «Vorrei svegliarmi e sentire che si sono messi d’accordo. Questi scontri sul premier, sui ministri appaiono incomprensibili per quelli come me che sono in attesa di qualcuno che faccia ripartire l’economia. Se si va avanti così ancora a lungo, alle prossime elezioni di sicuro non li voterò più». L’alternativa? «Tornare a scrivere frasi di protesta sulla scheda e annullare il voto».
LO STARTUPPER TORINESE “Il centrosinistra entri in gioco questo orgoglio è dannoso”
Startupper, torinese ed elettore del Partito democratico. Stefano Pistillo è un giovane imprenditore che alle ultime elezioni ha deciso di barrare sulla scheda il simbolo del partito guidato da Matteo Renzi: «L’ho votato perchè gli altri non mi convincevano – spiega – ma detto questo penso che nella situazione attuale, con nessuna maggioranza certa uscita dalle urne, la cosa più importante a cui devono pensare i politici è quella di mettersi d’accordo per formare un governo che guidi il Paese».
Per Stefano, quindi, il Pd dovrebbe mettere da parte l’orgoglio e tentare di intavolare un confronto con il Movimento 5 Stelle: «La priorità è evitare uno stallo e impedire che la futura riforma dell’Unione europea che si intravede all’orizzonte sia portata avanti soltanto da Francia e Germania – racconta lo startupper – L’importante è mettere paletti chiari intorno a un possibile governo allargato e prefiggersi degli scopi che vadano bene a entrambi e che guidino il mandato. Indipendentemente dalla sua durata».
Stefano ha fondato una start up particolarmente innovativa che si occupa di elaborare dati diffusi dalle pubbliche amministrazioni. Un settore, quello che gira intorno ai big data, che ha conosciuto una diffusione recente. «E c’è ancora molto da fare per aiutarci – racconta l’imprenditore – Da un lato ci scontriamo con i problemi di tutte le imprese, anche quelle tradizionali, dall’altro riscontriamo disagi tipici per le attività innovative. Nel primo caso lo scoglio più pericoloso è quello rappresentato dall’incertezza relativa ai tempi di pagamento dei clienti: rischiamo di essere pagati anche dopo tanti giorni ma siamo costretti a versare l’iva su fatture su cui non abbiamo ancora guadagnato nulla».
Ci sono poi i mille trabocchetti della burocrazia, che rendono più difficile e dispendioso assumere lavoratori, ma anche una notevole difficoltà nel relazionarsi con la pubblica amministrazione. «Parliamo lingue diverse – racconta – Spesso dobbiamo relazionarci con persone che non hanno la minima idea di quello che facciamo. Lo scorso mese l’Agenzia delle entrate, per fare un esempio, ci ha mandato delle domande per verificare se esistessimo realmente e ci ha chiesto la nostra “licenza di internet”.
Non abbiamo idea di cosa volessero dire perchè non esiste nulla del genere». Occuparsi di dati, poi, vuole dire attingere agli schedari che la pubblica amministrazione deve rendere pubblici: «Ma spesso non sanno come si fa e caricano sul web documenti in formati inutilizzabili».
(da agenzie)
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Aprile 22nd, 2018 Riccardo Fucile
DOPO LA SENTENZA SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA: “MI HA FATTO MALE IL SILENZIO DI ANM E CSM”
“I carabinieri non hanno agito da soli. Non abbiamo avuto prove concrete per agire nei confronti dei livelli più alti. Noi riteniamo che i carabinieri siano stati incoraggiati a fare una trattativa. Ho sempre sperato che quei carabinieri avrebbero dato un contributo ulteriore di conoscenza. Il fatto che siano stati condannati solo i carabinieri non significa che il livello politica non fosse a conoscenza o fosse il mandante. Ci vorrebbe un pentito di Stato, qualcuno che appartiene alle istituzioni che faccia chiarezza”.
Lo dice Nino Di Matteo, pm della direzione nazionale antimafia, intervistato a ‘1/2h in più’ su Rai3 sulla trattativa Stato-mafia.
“Ho sempre creduto nella fondatezza della nostra tesi accusatoria. Avevamo la consapevolezza di aver fatto il nostro dovere e di aver fatto emergere fatti mai emersi. La sentenza non ci coglie di sorpresa. È stata emessa da una corte particolarmente qualificata, attendiamo le motivazioni, ma un punto fermo è importante: nel momento in cui la mafia faceva 7 stragi e ne falliva altre, c’era qualcuno nelle istituzioni che trattava con i vetrici e trasmetteva le richieste per far cessare la strategia stragista”, continua Di Matteo. “E’ un punto importante – ha spiegato – che può costituire un input per la riapertura anche delle indagini sulle stragi che probabilmente non furono opera solo di uomini di ‘Cosa nostra’”.
“La sentenza è precisa e ritiene che Dell’Utri abbia fatto da cinghia di trasmissione nella minaccia mafiosa al governo anche nel periodo successivo all’avvento alla Presidenza del Consiglio di Berlusconi. In questo c’è un elemento di novità . C’era una sentenza definitiva che condannava Dell’Utri per il suo ruolo di tramite tra la mafia e Berlusconi fino al ’92. Ora questo verdetto sposta in avanti il ruolo di tramite esercitato da Dell’Utri tra ‘Cosa nostra’ e Berlusconi”, ha detto Di Matteo.
“Dal processo viene fuori un quadro, c’era una parte dello Stato che ha preferito trattare con la mafia. Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra politica e mafia. Dovrebbe essere spunto di riflessione per ulteriori approfondimenti perchè dopo il fallimento dell’attentato allo stadio Olimpico la mafia si fermò con le stragi, adottando una strategia di sommersione”, ha aggiunto Di Matteo.
“Quello che mi ha fatto più male è che rispetto alle accuse di usare strumentalmente il lavoro abbiamo avvertito un silenzio assordante e chi speravamo ci dovesse difendere è stato zitto. A partire dall’Anm e il Csm”, ha detto il pm della Dna intervenendo alla trasmissione “1/2 ora in più”.
“Il reato contestato è minaccia a corpo politico dello Stato, i mafioso hanno minacciato a suon di bombe e richieste. Uomini delle istituzione hanno concorso nel reato dei mafiosi facendo da tramite tra mafiosi e Governo. Ogni volta che è stato cercato il dialogo con la mafia si è rafforzato il prestigio di Cosa Nostra. Trattare con la mafia non è neutro ma rafforza la mafia”.
Quanto ai suoi rapporti con M5S, “non mi devo difendere da niente. A Ivrea ho partecipato a un dibattito a organizzato da un’associazione legata ai 5 stelle, sarei andato ad altri dibattiti organizzati da altri partiti. Mio ingresso in politica? “Ho sempre detto che non vedo nulla di scandaloso se un magistrato con determinati paletti possa dismettere la toga e dare un suo contributo al Paese soprattutto nei settori che conosce sotto un’altra veste, partecipando alla vita politica e accettando incarichi di governo. Credo, però, debba essere regolata meglio la possibilità di tornare in magistratura”.
Il magistrato ha ribadito di non aver avuto alcuna richiesta da nessuna forza politica. “Se qualche forza politica manifesta stima per me non posso impedirlo, nè me ne vergogno”, ha detto a proposito degli apprezzamenti espressi nei suoi confronti dai 5 Stelle.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 22nd, 2018 Riccardo Fucile
GLI ESPERTI NOMINATI DALLA PROCURA: “SBAGLIATO ANCHE IL RECINTO DI TRANSENNE E NESSUN SERIO FILTRO DI CONTROLLO”
Aveva ipotizzato che il 3 giugno in piazza San Carlo ci fosse il vento forte, un incendio, un
terremoto, un alluvione, un ordigno o un’esplosione.
Ma non c’era traccia, nel piano di emergenza ed evacuazione stilato dall’architetto Enrico Bertoletti, di pressioni collettive ai cancelli, o di fenomeni come il caldo estivo e la lunga attesa in piedi tipici di manifestazioni pubbliche.
Ma non solo, oltre a essere gravemente carente sul piano della gestione dell’emergenza, in alcune parti quel piano era chiaramente concepito – e copiato – per altri eventi.
Nel documento si suggerisce infatti di ” rimanere all’interno dell’edificio ” , oppure al contrario si parla di “evacuazione totale dell’edificio ” , e di ” sgombero del fabbricato”.
Si indicano persino alberi ad alto fusto, chiaramente assenti in piazza San Carlo. Quella tragica sera una donna è morta e i feriti sono stati 1.526.
“Tali elementi fanno pensare a un documento derivato da altri, trasposto senza adattementi adeguati e non studiato ad hoc”.
Lo scrive chiaramente il consulente della procura Fabio Sbattella, incaricato di studiare il fenomeno del panico collettivo, come potesse essere contenuto, e di rispondere alla domanda se l’allestimento della piazza e la gestione dell’evento abbiano potuto influire sulla reazione della folla.
“L’assenza di scenari previsionali di rischio adeguati ha precluso l’apprestamento di azioni di formazioni e prevenzioni”, scrive il consulente, come a dire che non si è potuto prevenire e contenere nulla, dato che il rischio di un fenomeno di panico collettivo non era stato in alcun modo preventivato.
“Risulta assente, in fase di pianificazione, una progettazione dei tempi di coordinamento sul campo e, a posteriori, tra i vari componenti della catena di comando che avrebbe dovuto avere responsabilità della piazza in caso di emergenze ” : la piazza insomma è stata lasciata in balia di se stessa. L’allestimento mostra anche delle carenze. I controlli ai varchi sono stati sommari.
Scorrendo le testimonianze sono in tanti ad affermare di essere entrati senza verifiche. C’è persino un ex procuratore generale Silvana Ruschena, in piazza quella sera con il marito, che ha voluto mettere a verbale: “Non mi è stata nemmeno fatta aprire la borsa” .
Già solo a causa dei venditori abusivi di alcolici la gente percepiva un senso di insicurezza. ” La presenza di una rete organizzata di abusivi che distribuiscono alcolici rende evidente ai partecipanti la vulnerabilità della piazza stessa e l’impossibilità a intercettare realmente ogni soggetto potenzialmente pericoloso” , scrive il perito. Quando alle 22.12 sul lato sinistro del palco si scatena un brusco movimento a raggiera, la gente comincia a urlare e fuggire.
“Una scintilla iniziale che ha prodotto l’effetto domino ” , in cui ognuno ha cercato di dare un senso agli eventi. Senza riuscirvi.
Mancava una voce guida che aiutasse gli spettatori a capire o organizzarsi, mancavano indicazioni visive e luminose utili per dirigere i flussi in uscita. La gente cercava di capire passandosi di bocca in bocca frammenti di informazioni.
“Resta certa la mancanza di un riferimento comune a cui rivogersi. Il grande schermo continuava a proiettare la partita come se nulla fosse successo – scrive Sbattella – dal palco antistante non venivano impartite istruzioni ” . Anzi.
“Spicca il silenzio dell’impianto audio e una presenza vocale comparirà solo dopo diverse ore ” . Alle 22.23 c’è la seconda ondata, anche in questo caso la gente cerca di capire attaccandosi anche al cellulare.
“La mancata interruzione della partita genera un contesto surreale: le immagini continuano a scorrere come se nulla fosse accaduto, accompagnate da commenti audio che mostrano la perfetta efficienza dell’impianto di diffusione sonora” . Questo silenzio di informazioni mentre la partita prosegue ha contribuito al panico, che è stato aumentato anche dalla ” percezione di una rapida saturazione delle vie di fuga ” . Le vie di esodo sono ” risultate insufficienti e non fruibili correttamente in quanto erano ostruite dalle transenne che non sono state rimosse.
È risultato proprio errato il concetto ispiratore della chiusura di piazza San Carlo lungo il suo perimetro in quanto non c’erano logiche motivazioni tecniche e di sicurezza capaci di giustificare questa scelta ” è la conclusione in cui arriva invece il perito Mauro Esposito.
(da “La Stampa”)
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Aprile 22nd, 2018 Riccardo Fucile
“CHE TRISTEZZA, LA CITTA’ E’ DIVENTATA LA CAPITALE DEL DEGRADO URBANO, DEL RAZZISMO E DELL’OMOFOBIA”
Tra venerdì e sabato una coppia gay è stata aggredita “da un branco” a Trastevere. A denunciare il fatto sono Gay.it e Imma Battaglia.
“Dopo essere stati accerchiati, aver ricevuto calci e pugni, i due sono scappati da questa insensata furia omofoba – denuncia Gay.it – hanno chiamato il 113 e sono corsi in ospedale, con un referto medico che ha sentenziato escoriazioni varie e un orecchio perforato. Domani mattina, passato lo choc, scatterà la denuncia ai carabinieri”.
“Che tristezza, una città ‘capitale del degrado urbano’, del razzismo e dell’omofobia, specchio di un paese alla deriva, senza regole, incapace di trovare accordi per il bene comune -scrive Battaglia – abbiamo lottato tanti anni perchè non ci fosse più discriminazione, perchè nessuno più potesse temere di amare liberamente il proprio compagno o la propria compagna e invece ci troviamo di nuovo a leccarci le ferite dell’omofobia, del bullismo; e come al solito il vile si muove in branco, haters reali, odiatori seriali, nichilisti, figli del vuoto nutriti dalla politica del nulla; a voi branco di omofobi, dico: noi non vi temiamo, non ci fate paura; noi non ci nascondiamo più e oggi più che mai è tempo di Gay pride!”.
Imma Battaglia si rivolge anche alla sindaca Virginia Raggi: “Prendi esempio dalla tua collega Chiara Appendino e batti un colpo contro l’omofobia, partecipa al #gapride a #Roma, condanna questo gesto e convoca subito associazione per un piano di azione contro l’omofobia!”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 22nd, 2018 Riccardo Fucile
L’ESPERIMENTO E’ DURATO SOLO UN ANNO: EROGATI 560 EURO A 2.000 FINLANDESI… “SERVE UN NUOVO SISTEMA”
Il reddito di cittadinanza, che tanto piace ai Cinque Stelle, è un flop.
Non lo dicono soltanto illustri economisti, ma è provato anche dai fatti.
Come racconta il Corriere della Sera, la Finlandia ha infatti deciso di mettere fine all’esperimente perchè, appunto, non funziona.
Dopo che, per un anno interno, sono stati versati 560 euro al mese a duemila cittadini senza lavoro, il governo si è infatti messo a cercare un nuovo sostegno contro la disoccupazione.
L’esperimento del reddito di cittadinanza è durato un anno soltanto. La Finlandia ha deciso, in questi giorni, non solo di non farlo diventare strutturale ma nemmeno di rinnovarlo.
Per dodici mesi duemila cittadini disoccupati, di età compresa tra i 25 e i 58 anni, hanno ricevuto una assegno di 560 euro (esentasse) al posto dei normali sussidi contro la disoccupazione.
La somma erogata è leggermente più bassa dai 780 euro al mese proposti dal Movimento 5 Stelle in campagna elettorale.
I disoccupati ricevevano i soldi direttamente sul proprio conto corrente e continuavano ad arrivargli anche quando accettavano una lavoro dal centro per l’impiego.
“La cosa più strana – ha detto alla Cnbc una dei beneficiari del reddito di cittadinanza, Mika Ruusunen – è che anche se dovessi cominciare a guadagnare un milione di euro all’anno continuerebbero a darmeli”.
In Finlandia, come ricorda L’Inkiesta, il reddito di cittadinanza è stato fortemente voluto dal primo ministro Juha Sipilठdel Partito di Centro Finlandese.
“Per il governo non è tanto o non solo una misura di lotta alla povertà , in un Paese che ha già strumenti di welfare molto robusti (sussidi di disoccupazione, sussidi per la casa, sussidi per i figli eccetera) – si legge – è, piuttosto, un modo per tagliare la burocrazia e per ridurre i disincentivi alla ricerca di lavoro e alla creazione di nuovo lavoro”.
Ora il passo indietro. Il ministro delle Finanze Petteri Orpo ha fatto sapere che “il Paese andrà verso un percorso più simile al modello inglese” che cerca di mettere insieme i benefici e i crediti d’imposta in un solo sistema.
(da agenzie)
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Aprile 22nd, 2018 Riccardo Fucile
LA PRESENZA QUOTIDIANA DI DI MAIO, SALVINI E BERLUSCONI UN RISULTATO L’HA OTTENUTO: I MOLISANI SE NE SONO STATI A CASA
Seggi aperti dalle 7 in Molise per eleggere il nuovo presidente e consiglio regionale. Alle 19 l’affluenza è al 38,98 % pari a 129.125 votanti sui 331mila aventi diritto.
Alle scorse elezioni politiche del 4 marzo, alle 19 aveva aveva votato il 56,46%. Alla fine andarono alle urne il 71,62% degli aventi diritto.
Alle 19 quindi il calo è enorme, pari al 17,48%.
La posta in gioco è alta soprattutto per Movimento 5 stelle e centrodestra.
Si parte dai numeri del 4 marzo: M5S con il 44,79% e 78 mila voti, centrodestra 28,9% e 51 mila voti.
In mezzo l’incognita del centrosinistra raggruppato ad arrocco che riparte dalla debacle del 18,1% con 31 mila voti mentre nel 2013 il presidente uscente Frattura raccolse 85 mila voti.
Bisognerà capire se i 5Stelle riusciranno a conservare il vantaggio ma anche come si distribuiranno i voti all’interno del centrodestra.
(da agenzie)
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Aprile 22nd, 2018 Riccardo Fucile
UN BUON NUMERO DI INTELLETTUALI DI AREA DENUNCIA L’INCIUCIO DI DI MAIO E CASALEGGIO CON I RAZZISTI
Colpo di scena. I personaggi “di sinistra” che hanno votato o hanno espresso apprezzamenti per il
MoVimento 5 Stelle sarebbero scandalizzati da un’alleanza con la Lega per il governo Di Maio — Salvini e predicono che con questa scelta i grillini “perderanno milioni di voti”.
Chi l’avrebbe mai detto, vero?
Oggi è Alessandra Longo su Repubblica a regalarci un “giro di opinioni” nel quale molti che hanno lasciato la sinistra per approdare al MoVimento 5 Stelle si dicono basiti del contratto di governo offerto da Salvini a Di Maio.
A torto, visto che dalle sue origini il M5S ha sempre seguito questa filosofia e oggi con Di Maio non fa che mettere in pratica quello che Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno sempre teorizzato.
Fa eccezione in questa lista Tomaso Montanari, che Di Maio avrebbe voluto inserire nella lista dei suoi candidati ministri «ma io dissi di no per due ragioni. La prima è che non ero d’accordo con la modifica dell’articolo 67 della Costituzione e l’introduzione del vincolo di mandato, La seconda era proprio l’alleanza con la Lega. Non posso dimenticare l’immagine del terrorista nazista di Macerata, quello che sparava ai neri che incontrava sulla sua strada, quello fotografato assieme a Salvini. La Lega è un partito lepenista, contiguo al neofascismo».
Montanari evidentemente si era accorto per tempo di quello che a molti non era chiaro.
Poi c’è Ivano Marescotti che invece un’idea ben chiara ce l’ha: Se Di Maio va con Salvini è colpa della sinistra.
«Ho votato Cinque Stelle», aveva rivelato a «Il Fatto», le urne ancora calde. «Voto tattico», per punire il partito di Renzi.
«Io e tanti altri — dice ora Marescotti — abbiamo pensato: “Succeda quel che succeda”. Ci provi, salti il muro. E poi rischi di finire nel burrone, ti ritrovi a due passi da un governo con la Lega dei muri e della “razza bianca”, del network con le formazioni più becere d’Europa. Va bene lo stesso? Mica tanto.
L’attore prevede sfracelli: «I Cinque Stelle hanno incassato più o meno 5 milioni di voti in libera uscita dal Pd e da altre sinistre. Gente che non li ha votati pensando che andassero con la Lega, che è un partito in sintonia con la destra europea più razzista. Si spaccheranno, penso».
Pentito? «Ma no, il tavolo andava comunque rovesciato. E l’errore fatale lo ha fatto la sinistra spingendo il Movimento nelle braccia della destra».
Il ragionamento di Marescotti è interessante perchè dimostra che il MoVimento 5 Stelle non viene considerato un partito maturo che fa delle scelte, ma come un eterno bambino che siccome ha ricevuto un brutto insegnamento dagli adulti del PD allora sbaglia inconsapevolmente alleandosi con Salvini. Povere 5 Stelle!
Un ragionamento condiviso dal sociologo Domenico De Masi, che quando non è impegnato in proposte comiche per combattere la disoccupazione tecnologica si diletta in analisi politiche di pari valore:
«Se andavano con il Pd — è la teoria di De Masi — avrebbero esaltato la loro dimensione proletaria, se ora accettano «il patto contro natura» con Salvini diventerebbero un partito di destra con il rischio «di venir cannibalizzati dal più furbo e dal più demagogico». Cioè da Matteo Salvini.
De Masi si rammarica e azzarda: «Ho votato Cinque Stelle. C’era la possibilità remota di creare la prima seria socialdemocrazia del Mediterraneo. L’hanno avuta i tedeschi, gli scandinavi, noi mai. Ma i neoliberisti del Pd non hanno voluto».
Anche nel ragionamento di De Masi, che ha votato 5 Stelle, c’è questa dimensione curiosa in cui il M5S “viene spinto” tra le braccia di Salvini per colpa di qualcun altro, non per sua volontà .
Eppure il M5S ha già spiegato che non ha alcuna intenzione di allearsi con Berlusconi perchè lo ritiene — a ragione — antropologicamente lontano dalla sua dimensione.
Per lo stesso motivo, se la dimensione dei 5 Stelle fosse stata quella immaginata da Marescotti e De Masi, avrebbe dovuto allontanare la Lega.
Invece le propone un contratto di governo. Il che potrebbe magari instillare un dubbio nella cosiddetta “anima rossa” dei 5 Stelle: il PD sarà quel che sarà , ma voi forse semplicemente non avete capito niente di quello che avete votato.
(da agenzie)
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Aprile 22nd, 2018 Riccardo Fucile
MA TEME CHE L’INCARICO A FICO SCONGELI IL PD
Nessun terzo nome. Meno che mai l’incarico pieno al leghista Giancarlo Giorgetti, tesi che circolava ieri veicolata dalla Lega, dando per fatto l’accordo con il M5S, più che altro per sedare l’imbizzarrito alleato Silvio Berlusconi.
Falso. Non c’è alcun accordo chiuso.
Perchè Matteo Salvini ancora non ha strappato con Forza Italia, e continua a ritenersi leader dell’intero centrodestra, ma anche perchè in cambio Di Maio non mollerà la premiership.
E dunque siamo dove eravamo rimasti, prima che lo show dell’ex Cavaliere e la sentenza sulla trattativa Stato-mafia donassero un po’ di colore alle trattative ormai esangui degli ultimi giorni.
Salvini ancora non divorzia da Berlusconi e non lo fa se prima non avrà la certezza che Di Maio lascerà la poltrona da premier.
Un auspicio vano, a sentire l’entourage del leader grillino che questa mattina girerà la clessidra per le ultime 24 ore: «Salvini ha tempo fino a lunedì mattina». Inutili i tentativi di guardare al Colle, in cerca di segnali di disponibilità : «Salvini non ha capito che con il fallimento del mandato della Casellati il centrodestra è un capitolo chiuso e lui non avrà un incarico».
Per favorire un’accelerazione, ieri Di Maio ha annunciato che il lavoro di sintesi affidato al professor Giacinto della Cananea per trovare punti di contatto tra il programma del M5S e quelli di Pd e Lega è ormai concluso.
C’è da giurarsi che nelle prossime ore il risultato sarà un’arma in più in mano a leader del M5S per convincere il leghista che è il destino a legarli.
Il passo che Di Maio gli chiede di fare entro stasera o domattina è banale nella sua ovvietà : proporre un governo solo tra Lega ed M5S. Ma deve farlo prima che il presidente Sergio Mattarella inauguri il mandato esplorativo a Roberto Fico, il cui annuncio è previsto per domani.
«Siamo agli sgoccioli… non farmi fare il governo con il Pd» è stato il senso del messaggio inviato al leghista.
Il fattore Fico potrebbe stravolgere schemi ed equilibri, anche se ai vertici dei 5 Stelle danno per certo che il presidente della Camera si comporterà in maniera «impeccabile», gestirà in modo molto e istituzionale l’incarico, «a differenza – sostiene Di Maio con il suo staff – di quello che ha fatto Casellati, che in ogni modo ha provato a venderci Berlusconi».
Tranquillità massima, insomma, sulla fedeltà di Fico: «Ha sempre voluto fare il presidente della Camera, non ha mai pensato di ambire alla premiership». Vero. Ma quell’insistere, ieri al Salone del Mobile di Milano, sull’«imparzialità » del suo eterno avversario, «figura di garanzia» senza macchia, agli occhi di molti dentro il M5S, ha svelato i timori di Di Maio.
Non tanto sulla possibilità che il mandato esplorativo si trasformi in un incarico che falcerà le speranze del capo politico di diventare premier, quanto sulla breccia che si aprirebbe attraverso Fico per scongelare il Pd. Lo scenario da incubo che si prospetta a Di Maio, in caso di fallimento con la Lega, è un governo con i dem, dove il M5S potrebbe sentirsi commissariato, e dove è tutt’altro che scontato che il leader grillino possa sedersi a Palazzo Chigi da presidente del Consiglio.
Anche perchè, Di Maio ne è consapevole, dentro il Movimento c’è chi non aspetta altro e al momento giusto, quando di nuovo i negoziati si saranno incagliati sul suo veto riguardo al premier, romperà il silenzio di questi giorni per chiedere a Di Maio un sacrificio.
Nel gruppo parlamentare c’è chi non nasconde le simpatie per il Pd, e tra questi c’è chi ha sempre tifato Fico, anche nella quasi impossibile speranza che sia lui la guida del governo.
La verifica del numero uno di Montecitorio, comunque, sarà più larga e non avrà i perimetri ristretti dentro i quali si è dovuta barcamenare Casellati.
Segno che, se Mattarella lascerà fare, per Di Maio non tutto sarà perduto con Salvini. A una condizione, «che Matteo non parli più a nome del centrodestra, ma della Lega» .
(da “La Stampa”)
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