Destra di Popolo.net

ARRESTATO ALTRO CONSIGLIERE REGIONALE SICILIANO DI CENTRODESTRA

Aprile 17th, 2018 Riccardo Fucile

PIPPO GENNUSO IN CARCERE CON L’ACCUSA DI VOTO DI SCAMBIO AGGRAVATO DAL METODO MAFIOSO

Il parlamentare regionale siciliano Giuseppe Gennuso, 65 anni, della lista di centrodestra Popolari ed Autonomisti, è stato arrestato dai carabinieri del comando provinciale di Siracusa con l’accusa di voto di scambio, aggravata dal metodo mafioso.
Il provvedimento, di arresti domiciliari, è stato emesso dal gip del tribunale di Catania su richiesta della Direzione distrettuale antimafia del capoluogo etneo.
Sull’inchiesta, che vede coinvolte altre persone, vige il massimo riserbo da parte degli inquirenti della Dda di Catania.
Domiciliari anche per Massimo Rubino, ritenuto un procacciatore di voti.
Il carcere è invece scattato per Francesco Giamblanco, genero del boss di Avola Michele Crapula, che si trova al 41 bis. Ma l’inchiesta è molto più ampia, e riguarda anche altre persone.
Le intercettazioni dei carabinieri del nucleo Investigativo di Siracusa sono entrate nei segreti dell’ultima campagna elettorale per le Regionali. Rubino diceva: “L’unico che può fare tutto quello che… è Pippo Gennuso”. Giamblanco ribadiva: “Vedi che noi lo votiamo”.
Il cognato del boss si vantava di avere un pacchetto di voti a disposizione: “400-500 voti, ma li abbiamo con i fatti. I soldi ci vogliono”. Secondo la procura di Catania, Gennuso avrebbe pagato per ottenere i voti della cosca Crapula.
Giuseppe Pippo Gennuso, imprenditore, deputato regionale al suo quarto mandato, alle ultime elezioni aveva ottenuto nel collegio di Siracusa 6567 preferenze.
E’ l’ennesimo deputato dell’Assemblea regionale siciliana a finire sotto inchiesta. Nei giorni scorsi, la Dda di Catania aveva chiesto l’archiviazione nei confronti di quattro indagati in un’altra inchiesta per tentata estorsione in cui Gennuso figurava come parte lesa.
A Palermo, il deputato ha invece denunciato di essere rimasto vittima di un’estorsione nell’ambito della gestione di una sala Bingo da parte della sua famiglia, un processo è in corso contro alcuni esponenti della cosca Vernengo di Santa Maria di Gesù, che hanno però sempre sostenuto di aver gestito negli anni passati il bar della sala giochi. Ma a Palermo, Gennuso è anche indagato per corruzione in atti giudiziari e rivelazione di notizie riservate, nell’ambito di un’inchiesta che riguarda l’elezione-replay in alcune sezioni di Rosolini e Pachino, grazie alla quale l’esponente politico rientrò all’Ars, due anni fa.
Adesso, invece, il parlamentare regionale è accusato di aver stretto un patto con esponenti della cosca mafiosa siracusana. Accusa ben più pesante. A denunciare le frequentazioni di Gennuso con Rubino (amico di Giamblanco) era stato il blog “Laspia.it” di Paolo Borrometi, il giornalista oggi minacciato di morte dalla mafia siracusana.
Due mesi fa, il deputato aveva replicato all’articolo: “Rubino me lo presentò Giuseppe Casella e poi l’ho visto in altre occasioni in campagna elettorale. Abbiamo fatto due incontri con mangiata di pizza, so che ha fatto campagna elettorale per me. Rubino rappresentava un gruppo di ciclisti di Avola”. E nel gruppo c’era anche Francesco Giamblanco, il genero del capomafia.
Sarà  Daniela Ternullo, prima dei non eletti nella lista dei Popolari e autonomisti a Siracusa, a subentrare all’Assemblea siciliana a Gennuso, che sarà  sospeso per la legge Severino. Ternullo, originaria di Melilli, alle regionali di novembre aveva ottenuto 1.790 preferenze.

(da agenzie)

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MACRON AL PARLAMENTO EUROPEO: “RISCHIO GUERRA CIVILE EUROPEA, VENGONO A GALLA EGOISMI NAZIONALI”

Aprile 17th, 2018 Riccardo Fucile

“NO A EPOCA DI SONNAMBULI, LA DEMOCRAZIA VA DIFESA”

“Non possiamo far finta di essere in un tempo normale, c’è un dubbio che attraversa molti dei nostri Paesi europei sull’Europa, una sorta di guerra civile europea sta emergendo: stanno venendo a galla i nostri egosimi nazionali e il fascino illiberale“.
Il presidente francese Emmanuel Macron, parlando alla plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, ha parlato della sua visione della politica Ue.
E dei prossimi interventi che, secondo lui, si rendono necessari: “Dobbiamo edificare una nuova sovranità  europea per dare una risposta chiara agli europei. Siamo in un momento in cui avvengono grandi trasformazioni. Il modello democratico in Europa è unico nel mondo”.
Il presidente francese si è occupato quindi dell’immigrazione: “Dobbiamo sbloccare il dibattito tossico, avvelenato, sui migranti”, ma anche “sulla riforma di Dublino e la ridistribuzione”.
E ha quindi proposto: “Bisogna costruire solidarietà  interna, propongo di creare un programma europeo che finanzi direttamente le comunità  locali che accolgono e integrano i rifugiati”.
Macron ha quindi parlato di quella che per lui è la “difesa della sovranità  europea”: “Appartengo a una generazione che non ha conosciuto la guerra e che si sta dando il lusso di dimenticare ciò che i suoi predecessori hanno vissuto, non voglio appartenere a una generazione di sonnambuli che dimentica il passato e non vuole vedere i tormenti attuali. Ognuno deve prendersi le proprie responsabilità , voglio appartenere a una generazione che decide di difendere la propria democrazia, perchè è una parola che ha senso e che è frutto di battaglie passate. Voglio appartenere a una generazione che difenda la sovranità  europea, che permetterà  alle generazioni future di scegliere liberamente il loro futuro”.

(da agenzie)

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BASE M5S DISORIENTATA E CRITICA SULLA SVOLTA ATLANTICA

Aprile 17th, 2018 Riccardo Fucile

LO ZOCCOLO DURO PROTESTA: “ALLA DEMOCRISTIANITE DOVREBBE ESSERCI UN LIMITE”

Italia, aprile 2018. “Se ti pieghi anche tu alle menzogne della Nato, degli Usa, dei Francesi, degli Inglesi senza mostrare un briciolo di sovranità , perderai il mio voto”.
È grande il disorientamento sotto il cielo solcato dalle scie luminose dei missili lanciati dalla coalizione a guida statunitense diretti su obiettivi siriani.
Non si parla del grande dibattito che scuote e appassiona l’opinione pubblica internazionale, ma della discussione nella discussione che sta avvenendo nell’universo del Movimento 5 stelle.
Il commento di cui sopra, scritto da Giuseppe Cascio e il più apprezzato tra gli utenti che frequentano la pagina Facebook ufficiale del Movimento, è solo la punta dell’iceberg di un popolo al quale la prudentissima svolta atlantista di Luigi Di Maio sta togliendo l’ossigeno che era abituato a respirare.
Occorre fare un passo indietro per spiegare brevemente come la cosmogonia 5 stelle abbia scartato almeno un paio di volte sull’interpretazione dei rapporti Est-Ovest.
In principio c’è stata la condanna del governo di Vladimir Putin. Se ne è scritto molto, solo un esempio per capire.
Eravamo nel 2006, allorchè sul blog di Beppe Grillo compariva un post per ricordare Anna Politkovskaja, “una giornalista vera”. Della sua uccisione si diceva che “ricorda l’omicidio Matteotti. Sequestrato e ucciso dopo un suo discorso di accusa contro il fascismo in Parlamento. Ma almeno il duce non sequestrò i documenti privati di Matteotti”.
Insomma, lo zar Vlad peggio di Benito Mussolini, a capo di una democrazia “fondata sul gas e sul petrolio”.
Poi l’improvvisa svolta filo-Mosca, e le conseguenti accuse di avere sulle proprie vele il vento della black propaganda del Cremlino.
Anche qui un esempio su tutti. Manlio Di Stefano, influente deputato della commissione Esteri della Camera, esultava meno di due anni fa per l’invito ricevuto da Russia Unita, il partito del presidente russo, in occasione del loro congresso. Lo faceva con queste parole: “Parlerò […] della ridiscussione della partecipazione italiana all’interno della Nat; della nostra ferma condanna alla militarizzazione dell’est europeo; della nostra proposta di cooperazione con Mosca contro il terrorismo e, infine, della nostra ferma condanna al colpo di stato avvenuto in Ucraina nel 2014 e della battaglia contro le sanzioni inflitte alla Russia, costate all’Italia, ricordo, 3.6 miliardi di euro in due anni e il fallimento di decine di nostre aziende”.
E chiosava: “Porterò tutto questo a Mosca. Un’altra politica estera per il nostro Paese è possibile”.
Lo era, ma forse non lo è più. Lo sforzo di rassicurazione atlantica portato avanti da Di Maio che guarda al Quirinale ha disorientato ancora una volta la base.
Ne sa qualcosa lo stesso Di Stefano, che solitamente detta la linea stellata sul Medio-Oriente, che pubblica un post molto vago sulla situazione siriana. E
si ritrova sommerso dalle proteste. “L’attacco viola ogni più elementare norma del diritto internazionale. Ci vuole molto per di Maio dire questa semplice verità ?”, gli chiede Alessandra Cucciari.
“Da elettore della prima ora sono deluso. Deluso dall’ennesimo cambio di rotta del Movimento nella politica estera”, le fa eco Alessandro Zanelli, che chiede di tornare a consultare il web sulle decisioni dirimenti.
“Il Movimento dimostra di non avere la schiena dritta su uno dei temi più importanti e l’elettorato che l’ha sostenuto sperando nel cambiamento ne trarrà  le dovute conseguenze. Che delusione!!!”, è la chiosa amara di Marco Franco, anche se si potrebbe proseguire.
Non va meglio, anzi va molto peggio al capo politico.
Di Maio presenta a chi lo segue un testo nel quale tra tante prudenze e ancora più distinguo, archivia “l’altra politica estera possibile” e dice chiaro e tondo: “Restiamo al fianco dei nostri alleati”.
Nel momento in cui scriviamo, il numero di condivisioni è seccamente battuto dagli apprezzamenti ai commenti più critici.
Ne raccoglie quasi 1700 Mattia Leonardi: “Luigi di Maio devi condannare Macron e la Francia…Non è tollerabile che un Paese membro dell’ Ue trascini gli altri in un conflitto mondiale”.
Veleggia verso gli 800 Davide Bozzolan: “Dispiace ammettere che le parole più corrette le hanno usate Meloni e Salvini”.
Antonio Corrado, al terzo posto nella particolarissima classifica del dissenso, scrive al leader: “Carissimo Di Maio, una sola altra parola a sostegno degli Usa e dell’asse franco-inglese-israeliano, e oltre a non votare mai più x il Movimento , mi adopererò a far politica attiva contro lo stesso movimento. Stai tradendo anche tu i tuoi elettori”. Si potrebbe andare avanti a lungo, ma il tenore non cambierebbe.
È sulla pagina ufficiale dei 5 stelle che tuttavia si trova la sintesi più efficacie: “Gli stessi concetti di Gentiloni….bravo. Luigi, scusa se te lo dico, dovevi dire quello che ha detto Salvini…Anche alla democristianite ci deve essere un limite”.
La nuova strategia che guarda agli alleati storici dell’Italia più che all’alleato russo blandito per anni (tante le battaglie della delegazione grillina all’europarlamento contro le sanzioni) ha probabilmente rassicurato in parte alcuni interlocutori istituzionali, mandando però in tilt una buona parte della base che sulla diversità , anche in politica estera, aveva basato il proprio voto.
E che oggi, soprattutto qualora andasse al governo, il Movimento rischierebbe di perdere. Certo, forse il gioco tra entrate e uscite potrebbe infine pagare in positivo. Ma l’unica certezza, al momento, è che una parte d’elettorato storico è a forte rischio fuoriuscita, senza alcuna rassicurazioni su eventuali dividendi in entrata.

(da “Huffingtonpost”)

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SALVINI SI ‘E BRUCIATO DA SOLO, LA POSIZIONE SULL’ALLEANZA ATLANTICA LO ESCLUDE DA PALAZZO CHIGI

Aprile 16th, 2018 Riccardo Fucile

LA SIRIA COME PRETESTO PER EVITARE UN PREINCARICO E RESTARE ALL’OPPOSIZIONE URLATA IN ATTESA DELLE EUROPEE TRA UN ANNO… GIORGETTI SI SMARCA

“Noi siamo rispettosi delle alleanze, ma a chi ci chiede favori economici e geopolitici rispondiamo: no grazie”. È sulla Siria che si consuma la bruciatura di Matteo Salvini come capo di Governo.
Non è sulla scelta fra Berlusconi e i 5 Stelle, ma piuttosto tra Trump e Putin che, volontariamente o involontariamente, il leader della Lega si è posto fuori dai candidati per Palazzo Chigi.
A poche ore dalle decisioni formali sul governo che Sergio Mattarella dovrebbe annunciare a stretto giro, Salvini non recede, anzi conferma la linea sposata fin dall’inizio sulla Siria: diplomazia zero, contrarietà  all’attacco militare Usa al punto da puntare il dito direttamente contro Donald Trump, che pure dovrebbe essere un ‘amico’ della Lega tanto quanto Vladimir Putin.
Una linea che stressa la storica e intoccabile Alleanza Atlantica, di cui l’Italia è partner fondamentale nel Mediterraneo. Un approccio che pone la Lega all’opposizione più che al governo: è ciò che trapela da autorevoli dirigenti della Lega ed è ciò che appare oggettivo agli occhi degli esperti di politica internazionale e relazioni atlantiche.
Per andare per gradi: di certo, Salvini si sta autoescludendo dall’ipotesi che il presidente Sergio Mattarella gli affidi un pre-incarico di governo.
Se toccherà  a qualcuno, se c’è da scegliere tra Salvini e Di Maio, il primo si chiama fuori esibendo le proprie rigidità  in politica estera.
Semmai se ne parla dopo le regionali in Molise. “Se vinciamo, il governo lo facciamo in un quarto d’ora”, afferma nel corso di un comizio elettorale a Termoli.
Ma al di là  dei tempi, contano i contenuti. E la questione siriana è dirimente, certamente più del Molise.
Nell’entourage leghista appare chiaro che Salvini si stia chiamando fuori, dopo aver capito che un’intesa di governo con uno come Luigi Di Maio, partito dalla protesta e finito al filo-atlantismo ‘senza se e senza ma’, potrebbe non essere un buon affare per la Lega.
Soprattutto in vista delle europee del 2019, appuntamento per il quale Salvini e i suoi affilano già  le armi elettorali d’intesa con i partiti sovranisti di tutt’Europa.
In questo schema, la Siria è capitata a fagiolo. Salvini si è scatenato contro Washington già  al primo tweet di Trump sui “missili in arrivo”.
E da lì in poi è stato un crescendo, pezzo dopo pezzo a smontare l’immagine di un Salvini premier: quella che solo giovedì pomeriggio è stata presentata al capo dello Stato Mattarella, nel colloquio con la delegazione di centrodestra. In quella sede, Berlusconi, Meloni e Salvini hanno fatto un solo nome: “Salvini è il nostro candidato premier”.
Ma Salvini sfugge. Ieri al Vinitaly ha scientemente evitato un incontro con Luigi Di Maio, facendo a stracci l’interlocuzione sul governo avviata con il M5s.
Oggi insiste: “Noi non siamo il tipo di persone a cui citofonare dopo che tutto quanto è accaduto. Quando si decide di usare i missili vorrei avere chiaro il perchè”. L’obiettivo è fare a stracci quel che resta dopo le incrinature con Di Maio. Cosa resta? Una mossa di Mattarella.
Non il mandato esplorativo che il presidente potrebbe decidere di affidare ad una delle due più alte cariche dello Stato. No, qui si intende la mossa finale. Quello che si sospetta nella Lega è che, venute meno le intese politiche, a partire da quella che pareva più probabile tra Salvini e Di Maio, si faccia largo un’iniziativa del presidente per un governo di tutti.
Che poi è il punto di approdo dei ragionamenti di Silvio Berlusconi nella lettera inviata ieri al Corriere della Sera.
Ed è anche l’orizzonte che si comincia a intravedere dentro il Pd, al netto degli scontri interni a un partito diviso. Un governo di responsabilità  nazionale insomma che viene lasciato all’iniziativa del Quirinale anche da parte di chi sarebbe disponibile a sostenerlo: Forza Italia e Pd, con un punto interrogativo a cinquestelle.
Nel senso: ufficialmente Di Maio dice no a un governissimo, ma come fa la sua parte atlantista a tirarsi fuori?
Ecco, se questa è la tavola, Salvini non si siede. E oltre ad autoescludersi da un pre-incarico, ricava per la Lega un ruolo di opposizione. Si vedrà .
Intanto domani la sua linea verrà  certificata nel dibattito parlamentare sull’informativa del premier Paolo Gentiloni sulla Siria, prima alla Camera e poi al Senato.
Tanto più che a Montecitorio non sarà  il capogruppo Giancarlo Giorgetti a intervenire: è a Milano per altri impegni.
Non sfugge che, a differenza di Salvini, Giorgetti sia personalità  più diplomatica, ex componente del comitato dei saggi creato da Giorgio Napolitano nella crisi istituzionale di governo che seguì alle elezioni del 2012, con un canale di comunicazione anche con Mattarella, ben visto anche da partiti avversari come il Pd. Tanto che fin dall’inizio di questa crisi istituzionale post-voto, il nome di Giorgetti gira nei pourparler del Transatlantico come possibile premier incaricato di formare un governo di centrodestra, che vivrebbe con l’astensione tecnica del Pd.
Ad ogni modo, domani, in aula non sarà  Giorgetti a prendere la parola, il che lo tiene al riparto per il futuro. La linea resta quella dura.
“Vorrei soltanto che l’Italia tornasse ad essere protagonista. Non siamo servi nè di Parigi, nè di Berlino, nè di Macron, nè della Merkel, nè dall’Europa. Non abbiamo da prendere lezioni da nessuno”, attacca Salvini nella tappa elettorale a Campobasso. Niente di più lontano dall’intervista di Roberto Maroni, ex governatore leghista della Lombardia, non salviniano, che oggi sul Corriere della Sera condanna l’intervento militare statunitense in Siria ma sottolinea che “l’Italia non ha bisogno di incrinare un rapporto storico e strategico come quello con gli Stati Uniti. Abbiamo un gran bisogno di diplomazia. Oggi è il compleanno di Gianni Letta. Ecco, è di una figura come la sua che sento la mancanza…”.
Salvini si chiama fuori. Diceva Giampaolo Massolo, ex diplomatico e presidente dell’Ispi, ospite ieri a ‘Mezz’ora in più’ su Raitre: il dibattito italiano sulla questione siriana “al di là  delle differenze dei toni, ci deve portare a una conclusione: l’interesse nazionale italiano, la sicurezza nazionale sono molto più frutto di ragioni obiettive, geopolitiche, geo-economiche di storia e di tradizioni che non di opinioni singole. Ed è per questo che io penso che al di là  del dibattito politico sui temi della politica estera, ci sia più unione di quanto non sembri ed è un bene che sia così”.
Certo, ma Salvini fa eccezione.

(da “Huffingtonpost“)

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I FURBETTI DELL’AQUILA: LA VERITA’ SUL PERCHE’ L’EUROPA CHIEDE LA RESTITUZIONE DELLE TASSE PER IL TERREMOTO

Aprile 16th, 2018 Riccardo Fucile

ALTRO CHE “TUTTI UNITI CONTRO LA CRUDELE RICHIESTA DELLA UE”, SI TRATTA SOLO DI 350 IMPRESE SU 21.000 CHE HANNO OTTENUTO L’AGEVOLAZIONE SENZA AVERE ALCUN DANNO E NEANCHE UNA FABBRICA OPERATIVA IN ZONA

Giorgia Meloni ha partecipato oggi all’Aquila alla manifestazione per dire «No al terremoto fiscale» organizzata da alcuni “reduci” del terremoto che si autodefiniscono “vittime dello Stato”.
In testa al corteo c’erano i gonfaloni del Comune della Provincia e la manifestazione — che è stata organizzata dal Comune e dalla Regione ha visto la partecipazione di circa 2.500 persone (cinquemila secondo gli organizzatori).
Scopo dell’evento opporsi alla alla restituzione delle tasse — sospese a imprese e professionisti nel cratere del sisma del 2009 — richiesta dalla Commissione Europea che considera il provvedimento un aiuto di Stato.
Durante la manifestazione la Meloni ha parlato di «un’Europa incapace di distinguere un “aiuto di Stato” da quello che uno Stato deve legittimamente fare per le sue popolazioni in tempo di emergenza» aggiungendo che il governo sta subendo “pressioni irricevibili” dall’Unione Europea.
Secondo la leader di Fratelli d’Italia siamo di fronte ad «un’Europa sorda, cieca, muta e pure un po’ cretina perchè non distinguere “aiuti indebiti di Stato” dal sostegno in momenti di emergenza è da cretini».
Ma non è solo FdI a pensarla in questo modo. Anche il vicepresidente della giunta regionale Giovanni Lolli (PD) ha definito la questione «una ingiustizia assurda e un colpo mortale. È un’assurdità  l’assurdità  lo Stato sbaglia e a pagare dobbiamo essere noi, non esiste».
Secondo Lolli il governo dovrebbe trattare con l’Europa «quello che era stato fatto con le quote latte».
La deputata aquilana Stefania Pezzopane (PD) ha invece definito “distante e contraddittorio” il comportamento dell’Europa che «ci ha dato i fondi per l’emergenza e ora vuole riprendersi le tasse sospese con legge di stato che servivano a non far morire le imprese. Scrivono a vanvera di aiuti di Stato, ma cosa dicono quei burocrati, noi stavamo morendo, e quello che abbiamo avuto ce lo siamo conquistati con le unghie e con i denti». Evocare, come hanno fatto alcuni, la storia vergognosa delle quote latte, le cui sanzioni le stanno pagando gli italiani e gli allevatori onesti che non hanno splafonato. Significa non voler affrontare il vero motivo per cui la Commissione ha avviato la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.
Oggetto del contendere la notifica — arrivata a circa 350 imprese e partite Iva — di cartelle esattoriali a cui vanno aggiunte sanzioni e interessi.
La Commissione Europea ha infatti richiesto la restituzione delle somme considerate “aiuti di Stato”.
L’Unione Europea considera infatti la sospensione dal pagamento delle imposte stabilita dal governo dopo il terremoto del 6 aprile 2009 un aiuto di Stato indebito, ovvero non dichiarato.
Da parte le loro le imprese “accusate” dalla Commissione di aver usufruito indebitamente dello sconto fiscale hanno fatto ricorso al Tar contro la nomina del commissario Margherita Maria Calabrò, incaricato dalla Presidenza del Consiglio del recupero delle somme.
Per capire le ragioni dell’Unione Europea bisogna fare qualche passo indietro.
Nel luglio del 2009 il governo italiano ha notificato alla Commissione Europea l’attivazione di una misura di aiuto destinata a risarcire i danni provocati dal terremoto dell’Abruzzo del 6 aprile 2009.
La Commissione ha dato il nulla osta al regime di aiuti. Successivamente (nel luglio del 2012) l’Italia ha modificato gli aiuti a favore delle popolazioni colpite dal terremoto notificando alla Commissione la misura d’aiuto che prevede riduzioni fiscali e contributive per tutte le imprese aventi sede legale o operativa nella zona del Cratere.
Qual è il problema evidenziato dalla Commissione europea sugli aiuto di Stato
Secondo il governo italiano la riduzione delle imposte era giustificata alla luce dell’articolo 107, paragrafo 2, lettera b), del TFUE (“aiuti destinati a ovviare ai danni arrecati dalle calamità  naturali”) oppure dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera c), del TFUE (“aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune […] regioni economiche”) poichè l’obiettivo è quello di compensare l’impatto macroeconomico in termini di riduzione del PIL a causa della calamità  naturale, cosa che è accaduta in maniera significativa in Abruzzo tra il 2008 e il 2009.
Il 17 agosto 2012 la Commissione ha informato le autorità  italiane del fatto che considerava la misura un presunto aiuto di Stato non notificato e successivamente ha avviato una procedura d’infrazione.
Oggetto dell’indagine della Commissione — scaturita da una richiesta di un giudice italiano —   sono state una serie di misure di riduzione fiscale attuate dal nostro Paese nei confronti delle popolazioni colpite da calamità  naturali (quali ad esempio l’alluvione del 1994, il terremoto e le eruzioni dell’Etna del 2002 e il terremoto in Molise e in Puglia dello stesso anno).
L’articolo 107 del TFUE prevede che debba essere dimostrato “che il danno per cui viene concessa la compensazione sia una conseguenza diretta della calamità  naturale” e che “l’aiuto non deve comportare una sovracompensazione del danno ma solo ovviare al danno provocato dalla calamità  naturale”.
Per quanto riguarda le misure d’aiuto del 2009 questi due criteri sono stati rispettati mentre rispetto alle riduzioni fiscali stabilite nel 2012 la Commissione ritiene che ciò non sia avvenuto.
In poche parole l’Italia non è stata in grado di dimostrare che i beneficiari della sospensione delle tasse avessero realmente subito un danno perchè questo non era previsto dalle leggi istitutive delle agevolazioni.
Solo nel 2014 poi l’Italia è riuscita a quantificare il numero dei beneficiari per il sisma in Abruzzo del 2009: circa 21.000, di cui 4.000 non sono più in attività .
Già  questi numeri fanno capire che quelle 350 imprese che si sono viste recapitare le cartelle esattoriali sono solo una piccolissima parte dei beneficiari.
Chi deve restituire gli aiuti di Stato?
Come spiega in una nota la Commissione in base alla legge italiana “un’impresa con sede legale all’interno della zona colpita, ma senza alcuna presenza fisica o attività  economica in loco, avrebbe avuto il diritto di ottenere aiuti”.
Ora queste imprese avrebbero potuto beneficiare “di un vantaggio economico capace di falsare o quantomeno minacciare di falsare la concorrenza”.
La Commissione quindi nel 2015 conclude che i regimi hanno portato beneficio «non soltanto a imprese effettivamente danneggiate, ma a tutte le imprese aventi sede legale o operativa nelle aree dichiarate “disastrate” dalle autorità  italiane, indipendentemente dal fatto che abbiano effettivamente subito o meno danni in seguito alla rispettiva calamità ».
La questione a dire il vero non riguarda solo il terremoto in Abruzzo ma la legislazione italiana in materia a partire dal 1994.
Secondo la Commissione alcune sentenze della Corte di Cassazione su analoghi aiuti concessi in Sicilia e in italia settentrionale hanno stabilito che   tutte le imprese colpite dalle calamità  naturali «avevano diritto a un’agevolazione fiscale e previdenziale del 90%, anche se avevano già  versato tali imposte e contributi».
Questo, unitamente al fatto che non viene richiesta dimostrazione dell’effettivo danno subito ha indotto centinaia di imprese a chiedere il recupero dei relativi importi debitamente versati.
Ad essere restituite però, precisa un portavoce della Commissione devono essere restituite unicamente quelle che riguardano il sisma del 2009 (e la Commissione ha precisato che questa forma di aiuto non può più essere usata).
Quelle somme sono dovute solo da quei beneficiari che non avendo alcuna attività  economica nella zona non possono nemmeno aver subito alcun danno e “il recupero è necessario soltanto se l’importo degli aiuti di stato incompatibili ricevuti dall’impresa è sufficientemente elevato da essere in grado di falsare la concorrenza, e se non è oggetto di un’altra misura di aiuto di stato approvata o esente”.
Non si può nemmeno dire che l’Europa vuole “affamare” i terremotati visto che qualche settimana fa del resto qualche settimana fa la stessa Bruxelles ha dato il via libera allo schema di aiuti da 44 milioni di euro per il 2018-2020 per i terremoti del 2016-2017. Lolli ha detto che “è lo Stato che sbaglia” come se si sia trattata di una semplice “dimenticanza”.
L’indagine della Commissione ha invece appurato che questo è stato il metodo adottato dal nostro Paese per fare fronte alle calamità  naturali.
Non sarebbe poi la prima volta che qualcuno ha approfittato degli aiuti per le popolazioni terremotate non avendone diritto.

(da “NextQuotidiano”)

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L’IRA DEL FRATELLO DEI MATTEI: ALLA CERIMONIA ARRIVA ALEMANNO CON LO STRAGISTA CIAVARDINI E LUI SE NE VA

Aprile 16th, 2018 Riccardo Fucile

“PERSONAGGI LONTANI DAI MIEI VALORI, E’ STATA LA COSA PIU’ VERGOGNOSA CHE UN ESSERE UMANO POTESSE FARE”

Anniversario con polemiche questa mattina a Primavalle, dove sono stati ricordati i 45 anni dall’uccisione dei fratelli Mattei, Virgilio e Stefano, figli di un segretario di sezione del Msi morti il 16 aprile 1973 nel rogo della loro abitazione.
Per la strage furono condannati (in teoria) a 18 anni di reclusione tre militanti di Potere Operaio, Achille Lollo, Manlio Grillo e Marino Clavo.
Momenti di imbarazzo all’inizio della commemorazione, quando in via Bibbiena sono arrivati l’ex Nar Luigi Ciavardini (condannato in via definitiva come esecutore della strage, che fece 85 morti e 200 feriti alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980), e Guido Zappavigna, già  capo tifoso della Roma e vicino agli ambienti dell’estrema destra, giunti sul posto insieme all’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno.
Alla vista del gruppetto guidato dall’ex primo cittadino, Giampaolo Mattei, fratello di Virgilio e Stefano, morti in quello che viene ricordato come il ‘Rogo di Primavalle’, si è dissociato dalla cerimonia tenutasi sotto il palazzo dove si trova l’appartamento al terzo piano in cui si consumò il dramma.
Mattei ha quindi invitato gli studenti, coinvolti dalla sua associazione, ad allontanarsi dal luogo della cerimonia di deposizione della corona a firma Roma Capitale e Regione Lazio.
Alla deposizione hanno partecipato: il presidente dell’assemblea capitolina, Marcello De Vito, l’assessore all’urbanistica della Regione Lazio, Massimiliano Valeriani, il senatore Maurizio Gasparri e la consigliera regionale Chiara Colosimo.
“Dopo cinque anni di percorso fatto con Alemanno per evitare stumentalizzazioni, oggi succede questo”, ha dichiarato Giampaolo Mattei, che si è detto “offeso per quanto accaduto e per aver visto che Roma Capitale e la Regione Lazio hanno deposto la corona non con l’associazione fratelli Mattei ma con questi ‘personaggi'”
La celebrazione con gli allievi della scuola Alberti e del liceo Vittoria Colonna, quest’ultima aderente al progetto ‘l’urbe ricordà  dedicato alle vittime degli anni di piombo, è proseguita in un secondo momento, al termine della doposizione della corona con i rappresentanti istituzionali.
“Un ex sindaco che si presenta con me qui, prima per cinque anni consecutivi, tranne lo scorso anno, e oggi con dei personaggi veramente lontani dal mio modo di fare, è stata la cosa più vergognosa è più bassa che un essere umano potesse fare. Tradire la fiducia, far finta di non capire, buttare la palla dall’altra parte dicendomi: ‘non fare polemica, non alzare i toni’. Questi sono i signori che sono stati portati al potere e hanno distrutto l’italia con queste motivazioni”, ha poi spiegato Mattei.

(da agenzie)

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IL COMUNE LEGHISTA DI CASCINA ASSEGNA PIU’ ALLOGGI POPOLARI AGLI STRANIERI RISPETTO AL COMUNE DI PISA

Aprile 16th, 2018 Riccardo Fucile

SU 295 ALLOGGI IL 60% E’ ANDATO A CITTADINI STRANIERI REGOLARMENTE RESIDENTI IN ITALIA DA ALMENO 10 ANNI

Stessa legge ma applicazione diversa: Cascina batte Pisa ed assegna, in percentuale, più alloggi popolari ai cittadini stranieri regolarmente residenti sul territorio
Su quello che sembra essere un tema caldo di ogni campagna elettorale, Cascina chiama e Pisa risponde: prosegue così la “guerra” di cifre sulle case popolari ed in particolare su quelle assegnate a cittadini stranieri, regolarmente in suolo Italiano, che ne fanno richiesta.
E così da Pisainformaflash.it quotidiano online del Comune di Pisa, si apprende che “a Pisa ci sono 2.929 case popolari, 40% sono abitate da stranieri (sia comunitari sia extracomunitari), a Cascina gli stranieri sono il 60% (su 295 case popolari). Entrambi i Comuni richiedono agli stranieri i documenti che dimostrino che non possiedono case nel paese di origine”.
Ricordiamo che il Comune di Cascina applica, come in tutti i comuni Toscani, una legge del 2015 varata dalla Regione la quale prevede per i cittadini stranieri (oltre ad essere regolari e residenti da almeno 10 anni) la presentazione di un documento che attesti che questi non abbiano proprietà  immobiliari nel loro paese di origine che prevede che, per aver diritto all’alloggio popolare, i cittadini stranieri residenti non abbiano nei paesi d’origine case di proprietà .
Il documento in questione deve essere rilasciato dal paese di origine e questo spesso porta spesso ad una dilatazione dei costi, oltre ad aumentare in modo esponenziale la tempistica per ottenere la certificazione.
“Il Comune di Cascina, conclude Pisainformaflash.it, chiede il documento in questione per ammettere gli stranieri subito per formare le graduatorie. Il Comune di Pisa chiede subito un’autocertificazione.
Se poi vanno in graduatoria, prima di entrare nella casa, devono presentare il documento. Alla fine l’effetto, come è evidente a tutti, è lo stesso. Ma è evidente che Pisa concede il tempo necessario, Cascina no”.
In ogni caso resta il fatto che dopo tante chiacchiere sul “prima gli Italiani”, anche il comune leghista di Cascina alla fine su 295 alloggi popolari ha assegnato il 60% agli stranieri, come da norma.

(da agenzie)

argomento: casa | Commenta »

“SONO RIMASTA INCINTA E LA DITTA MI HA DATO IL TEMPO INDETERMINATO E UN AUMENTO DI STIPENDIO”: IN ITALIA CI SONO ANCHE VERI IMPRENDITORI

Aprile 16th, 2018 Riccardo Fucile

IL TITOLARE DELLA CPI DI TRIESTE: “CONTANO LE PERSONE, NON I NUMERI”… ALLE DONNE CON FIGLI L’AZIENDA OFFRE SPAZI DI COWORKING E ORARI FLESSIBILI

“Quando ho detto al mio capo di essere incinta, mi ha offerto il tempo indeterminato”. A raccontare a Repubblica la strana storia di una gravidanza premiata dall’azienda – caso raro nell’Italia di oggi – è Delia Barzotti, palermitana d’origine, rimasta incinta dopo un anno dall’assunzione a tempo determinato alla Cpi-Eng, un’azienda triestina di ingegneria e progettazione meccanica che ha deciso di sposare, proprio per venire incontro a Delia, una filosofia pro-mamme.
La ditta propone uno spazio di coworking, con area bimbi e educatrice a disposizione, e orari di lavoro flessibili.
“Dopo la maternità  obbligatoria e la nascita di Ludovica sono subito tornata a lavoro. L’ho chiesto io. Mi bastano un computer e un telefono”, continua Delia che sottolinea come per ottenere benefici sia necessario mettere dedizione nel lavoro.
In attesa di mandare la piccola di quattro mesi al nido, Delia lavora due giorni a settimana all’interno dello spazio di lavoro condiviso, dove, spiega, “può guardare la bambina a vista sentendosi comunque a ‘lavoro'”.
“Per pagare lo spazio ho comunque lo stipendio pieno e, dopo il tempo indeterminato, mi hanno dato un aumento”, sottolinea Delia, che con Ludovica è al secondo figlio. “Anche con il primo sono stata fortunata, ma mi è capitato di firmare anche dimissioni in bianco per il mio essere mamma”.
A credere nell’azienda ‘flessibile’ è il proprietario della Cpi, Christian Bracich. “L’azienda è fatta di persone, non di numeri. È questa la nostra filosofia”, ci spiega Bracich. Delia è la prima madre a essere assunta seguendo questa filosofia. “Se una persona è valida, va valorizzata”, continua, spiegando che tutte le donne presenti in azienda siedono in posizioni di management.
“Siamo aperti a nuove esperienze. Ad esempio ho appena assunto in part time Alessia. Ha un bambino di sei mesi e dove lavorava prima non accettavano l’orario ridotto”, dice Bracich, che imputa al suo essere padre la sua sensibilità  per l’argomento ‘maternità ‘.
“Il lavoro è come una famiglia, bisogna trovare il modo per non far andare via le persone”, spiega ancora l’imprenditore.
“Quando ho assunto Delia a tempo determinato mi ha detto che aveva in programma un altro figlio – racconta infine Bracich – le ho risposto che ne avremmo parlato una volta rimasta incinta. E così è stato”.

(da “La Repubblica“)

argomento: radici e valori | Commenta »

NAZISTI NEI CESSI DI MONTECITORIO: INCISA UNA SVASTICA SULLA PORTA DI UN BAGNO

Aprile 16th, 2018 Riccardo Fucile

IN TEDESCO UN VERSO DEL PANZERLIED: “IL NOSTRO CARRO ARMATO STA RUGGENDO”, FORSE HA SCAMBIATO UNA RUSPA PER UN PANZER

“Es braust unser panzer”, in italiano “Il nostro carro armato sta ruggendo”.
È la scritta, con tanto di svastica, incisa nel legno dello stipite della porta di uno dei bagni di Montecitorio.
Il verso è tratto dal Panzerlied, uno dei canti più conosciuti intonati dalle forze armate della Germania nazista, la Wehrmacht.
Alla trovata (di cattivo gusto) ha replicato sullo stesso stipite un altro incisore ignoto. Sotto il verso tedesco ha aggiunto un italianissimo “ma vai a c..”
E’ il prezzo che si paga quando si apre il Parlamento a malati psichiatrici travestiti da politici.
E siamo solo all’inizio, avanti un altro.

(da agenzie)

argomento: Costume | Commenta »

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