Destra di Popolo.net

LA RABBIA DI DI MAIO CONTRO TRIA SULLA MANOVRA: “SE CONTINUA COSI’ PUO’ ANDARE A CASA”

Settembre 18th, 2018 Riccardo Fucile

“VOGLIONO BLOCCARCI IL REDDITO DI CITTADINANZA”… DI MAIO E SALVINI VITTIME DELLE LORO BALLE IRREALIZZABILI CON CUI HANNO PRESO PER IL CULO GLI ITALIANI

Alla fine del vertice sulla manovra Luigi Di Maio era infuriato.
Ha convocato i suoi con un sms per condividere la sua rabbia, che si rivolge in particolare contro il ministro dell’Economia, Giovanni Tria.
La battaglia più grande per il vicepremier M5S è quella sul reddito di cittadinanza. Sono però anche altri i punti di scontro all’interno del governo: tra questi la vicenda della ricostruzione del ponte Morandi e del commissario straordinario per Genova, il dossier servizi e la pace fiscale. Su quest’ultimo punto Di Maio assicura: “Il M5S non voterà  nessun condono”.
Il vicepremier non è disposto a cedere sul reddito di cittadinanza, anche a costo di mandare a casa Tria. La guerra tra il ministro dell’Economia e il M5S ormai è iniziata, ma anche i rapporti con la Lega rischiano di diventare sempre più tesi.
Le parole di Di Maio sono riportate dal quotidiano La Stampa:
Il vicepremier del M5S è furioso. Non è per nulla contento di quello che ha sentito in oltre tre ore di discussione con il ministro dell’Economia Giovanni Tria, il premier Giuseppe Conte, il vicepremier della Lega Matteo Salvini, alla presenza anche del sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti e del ministro degli Affari europei Paolo Savona.
“Non vogliono consentirci di fare il reddito di cittadinanza…- minaccia il grillino – Non hanno proprio capito allora…Se continua così Tria può andare a casa”.
Il ministro del Lavoro rivendica la necessità  dare spazio, nella legge di Bilancio, alle promesse che il Movimento 5 Stelle ha fatto ai suoi elettori.
Riferendosi a Salvini – come riporta La Stampa – dice: “Ora tocca alle nostre battaglie, basta inseguirlo sull’immigrazione”.
Nessuna apertura da parte di Di Maio alla pace fiscale messa in cantiere dalla Lega. Per il vicepremier altro non è che un condono e il movimento di cui fa parte, assicura, non lo voterà .

(da “Huffingtonpost”)

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CALENDA ANNULLA LA CENA: “AL PD SERVE UNO PSICHIATRA COME SEGRETARIO, IL PARTITO NON SI PRESENTI ALLE EUROPEE”

Settembre 18th, 2018 Riccardo Fucile

FALLITI I TENTATIVI DI DIALOGO: “TUTTI PENSANO SOLO AL CONGRESSO PER SPARTIRSI UNA TORTA SEMPRE PIU’ PICCOLA”

Ai dirigenti del Pd “non importerà ” di perdere le prossime elezioni europee e regionali: “Quello che importa a loro è il congresso. Sta diventando un posto in cui l’unico segretario che si dovrebbe candidare è il presidente dell’associazione di psichiatria”. È duro Carlo Calenda, ex ministro dello Sviluppo economico, in un’intervista a Circo Massimo, su Radio Capital, in cui esprime il rammarico per la cena saltata con i leader dem.
In un passaggio del programma, è stato poi precisato dalla redazione di Circo Massimo che la frase “merita l’estinzione”, in un primo tempo attribuita all’ex ministro, era in realtà  la parte finale della domanda di Massimo Giannini – conduttore assieme a Jean Paul Bellotto – alla quale Calenda ha risposto testualmente: “Sono convinto che alle prossime europee il Pd non ci debba essere, serve un fronte repubblicano […] che spazzi via un partito che ha come unico obiettivo quello di spartirsi una torta sempre più piccola tra dirigenti che sono usurati”.
Quanto alla cena convocata e poi annullata a casa Calenda, alla quale erano stati invitati Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e Marco Minniti, è saltata perchè “Renzi si era sfilato ieri pomeriggio via agenzie e retroscena e a quel punto non aveva più molto senso”, scrive poi Calenda su Twitter rispondendo a un follower.
“Andiamo avanti con l’opposizione. Ognuno facendo il suo. Di più in questo momento non si può fare. Troppi ego e troppi conti da regolare”, aggiunge
“Con Gentiloni e Minniti parlo continuamente – prosegue Calenda – nel Pd c’è un’entità , che si chiama Renzi, che non si capisce cosa voglia fare e che va avanti per conto suo. È una roba un pò singolare. È stato un presidente del Consiglio che all’inizio aveva veramente voglia di cambiare l’Italia e che ha fatto cose buone. È un grosso peccato”.
Poi conclude: “L’unica cosa che vuole fare il Pd in questo momento è una resa dei conti fra renziani e antirenziani in vista di un congresso che doveva esserci, per me, settimane fa, e tutto sarà  paralizzato in questa cosa di cui al paese non frega nulla. Nel frattempo, l’opposizione si fa in ordine sparso”.
Nessun pentimento, però, sull’aver preso la tessera del Pd: “È l’unico modo, finchè non ci sarà  qualcos’altro, per dare un contributo. Mi sono iscritto, ho fatto proposte, e non è servito a nulla. Non sento il segretario del Pd da due mesi, quando è andato a Taranto non ha fatto neanche un colpo di telefono”.
A Calenda risponde a stretto giro il segretario dem Maurizio Martina: “Adesso basta, chiedo a tutti più generosità  e meno arroganza. Il Pd è l’unico argine al pericolo di questa destra”. E fa un appello in vista della mobilitazione del 30 settembre a Roma: “È possibile chiedere a tutti i dirigenti nazionali del mio partito una mano perchè la manifestazione del 30 sia grande, bella e partecipata?”.

(da agenzie)

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JESSICA FU UCCISA CON 85 COLTELLATE: IL FEMMINICIDIO DIMENTICATO PERCHE’ L’ASSASSINO E’ ITALIANO

Settembre 18th, 2018 Riccardo Fucile

AL TRANVIERE GARLASCHI CONTESTATO L’OMICIDIO AGGRAVATO DALLA CRUDELTA’ E DAI FUTILI MOTIVI

All’inizio si era detto che furono 40 le coltellate sul corpo di Jessica Valentina Faoro ma oggi si scopre che sono state più del doppio: 85. Non cambia le cose, forse fa più male a noi, vivi, che restiamo qui con l’ennesimo femminicidio da spiegare ai nostri figli.
Perchè Alessandro Garlaschi ha colpito a morte una ragazzina di 19 anni proprio perchè non voleva essere sua, il femminicidio è questo: è un uomo che uccide quasi sempre una donna che conosce perchè lo rifiuta.
Dopo aver massacrato la ragazza aveva pure bruciato il tronco del corpo della giovane, ormai senza vita. Perchè si vuole cancellare completamente la donna come individuo, incenerire la sua persona.
Si sono chiuse così le indagini del pm Cristiana Roveda in vista della richiesta di rinvio a giudizio, nei confronti del tranviere 39enne. All’uomo viene contestato l’omicidio aggravato dalla crudeltà  e dai futili motivi e il vilipendio di cadavere per quel terribile assassinio avvenuto nel febbraio scorso nel suo appartamento di via Brioschi a Milano.
Jessica però ha subito un altro grande torto, in una Italia tutta intrisa di razzismo.
E’ morta nel momento sbagliato, è morta nei giorni di Pamela, altra ragazza massacrata “in quanto donna” ma in quel caso i sospettati hanno la pelle scura quindi l’odio politico e dei social si è riversato tutto sul suo femminicidio.
Come se morire per mano di un nero sia peggiore, più doloroso e insopportabile.
Lo stesso femminicidio che portò Luca Traini a sparare a Macerata a degli innocenti, colpevoli di essere neri con la scusa della vendetta. Ma invece fu solo razzismo. Impossibile dimenticare quella settimana sanguinosa.
L’uomo è accusato anche di sostituzione di persona per aver presentato la moglie (risultata estranea all’indagine) come sua sorella.
Nella ricostruzione di inquirenti e investigatori la 19enne, che viveva in casa dell’uomo come ragazza alla pari, la sera prima di essere uccisa era uscita per un appuntamento con un ragazzo ed era rincasata intorno alle 21.
Mezz’ora dopo il 39enne aveva accompagnato la moglie dalla suocera a Novegro, nel Milanese, dove la donna aveva trascorso la notte. Aveva anche lasciato un biglietto sul comodino della camera da letto alla giovane, con scritto: “Ciao bimba, sai che tvb. E ci tengo un casino a te! Stasera spero che mi starai facendo `qualcosina’ oltre al dvd, ma devi fare tutto tu e dirmi quando iniziare. Mi raccomando con il tipo stasera…”.
Garlaschi ha messo a verbale che Jessica gli avrebbe detto “tu mi stai troppo addosso”. Poi lo avrebbe ferito probabilmente per minacciarlo di non avvicinarsi a lei, con lievi coltellate alle mani. Da lì sarebbe scattata la furia omicida dell’uomo, che nel corso degli interrogatori ha però affermato di non rammentare quanto accaduto e di ricordare solo di aver colpito Jessica con tre coltellate leggere e poi il “buio”.
Il tranviere, che ha negato qualsiasi approccio di tipo sessuale, ha ammesso però che Jessica gli piaceva e ha raccontato che in cambio dei lavori domestici, oltre a ospitarla, le avrebbe pagato i vestiti, il parrucchiere, e le avrebbe trovato anche un lavoro, aggiungendo che il giorno dopo il brutale assassinio, lei avrebbe dovuto sostenere un colloquio.
Il difensore di Garlaschi, l’avvocato Francesca Santini, ha nominato un consulente, uno psichiatra, affinchè accerti il suo stato di salute mentale e la sua capacità  di intendere e volere.
Noi preferiamo ricordare Jessica e Pamela allo stesso modo. Perchè non conta chi le ha massacrate, conta che siano state massacrate e questo orrore non avvenga mai più.

(da Globalist)

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VIOLENZA SESSUALE SU UN BAMBINO DI 4 ANNI ALL’ASILO: INDAGATO IL BIDELLO

Settembre 18th, 2018 Riccardo Fucile

GLI ABUSI CONFERMATI DAI MEDICI, L’UOMO E’ UN ITALIANO DI 51 ANNI… I SOVRANISTI SONO ESENTATI DAI POST DI CONDANNA

Il bidello 51enne di un asilo di Reggio Emilia è indagato dalla procura con l’accusa di aver violentato un bambino di quattro anni nei bagni della scuola. Lo riporta la stampa locale.
L’inchiesta è partita dopo le denunce della madre, che   si sarebbe accorta di comportamenti strani del piccolo. E proprio lui, dopo pochi giorni, avrebbe   raccontato tutto ai genitori, anche alla luce di alcuni disagi fisici che accusava.
Gli accertamenti sanitari   dell’ospedale avrebbero confermato gli abusi sessuali. Da lì è scattata la denuncia ai carabinieri che, su richiesta del pm Stefania Pigozzi, hanno piazzato alcune telecamere all’interno dell’asilo reggiano.
Ieri, durante l’incidente probatorio, è stato nominato dal gip Luca Ramponi il perito che dovrà  valutare la capacità  di testimoniare del bambino.
L’uomo – che ora sarebbe disoccupato, avendo terminato il suo contratto a termine – nega ogni accusa attraverso il suo avvocato difensore Tommaso Lombardini.

(da agenzie)

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DICIOTTI, SI SCOPRE CHE SALVINI CUOR DI LEONE NON HA MAI MESSO PER ISCRITTO LO STOP ALLO SBARCO DEI PROFUGHI

Settembre 18th, 2018 Riccardo Fucile

IL TRIBUNALE DEI MINISTRI INDAGA, INIZIA LA SFILATA DEI TESTIMONI

Per dieci giorni la nave Diciotti non ha trovato un porto in cui sbarcare i migranti salvati al largo di Malta. A Lampedusa no. A Catania neppure.
Alla fine tutti sono scesi a terra: prima i minori non accompagnati e le donne da curare, poi tutti gli altri.
Chi ha dato lo stop, chi ha impartito gli ordini, chi ha consentito lo sbarco?
La “catena di comando” sembra avvolta dalle nebbie.
Un ordine formale non è stato mai impartito.
Nessuno sembra avere detto chiaramente al comandante della nave, il capitano di fregata Massimo Kothmeir, quale rotta seguire e come gestire i migranti trattenuti a bordo, a parte l’assistenza umanitaria.
Una spiegazione non si trova tra le carte e le testimonianze dell’inchiesta sul ministro Matteo Salvini, unico indagato per sequestro di persona aggravato.
Il Tribunale dei ministri, presieduto da Fabio Pilato, si trova così di fronte a un nodo aggrovigliato e fumoso. Non il primo comunque.
Da giorni i giudici stanno cercando di dare una soluzione al problema della competenza. Resterebbe a Palermo se il luogo in cui è arrivato lo stop fosse, come finora si è creduto, il mare di Lampedusa. Si sposterebbe a Catania se si accertasse che la disposizione sia invece arrivata in quel porto, dove la Diciotti è poi attraccata.
La questione è aperta perchè l’inchiesta non è ancora risalita lungo la scala gerarchica attraverso la quale l’ordine del blocco si sarebbe diramato fino ad arrivare al comandante della nave.
Il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, si è convinto che anche in assenza di un ordine formale la responsabilità  del blocco sia del ministro Salvini che sin dall’inizio si era politicamente schierato contro lo sbarco immediato e prima di un accordo sulla distribuzione dei migranti.
Questo non vuol dire, secondo l’orientamento del procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, che non sia possibile risalire alle responsabilità  anche gerarchiche di un ordine illegittimo per quanto non impartito nelle forme dovute oppure soltanto adombrato.
Salvini sarà  sentito ma solo nella fase conclusiva dell’inchiesta quando il quadro delle responsabilità  dovrebbe essere più chiaro.
Al momento la mancanza di un ordine comporta, come conseguenza inevitabile, un allungamento dei tempi.
I giudici stanno infatti programmando, sui vari fronti della vicenda giudiziaria, una lunga attività  istruttoria.
Sul tavolo c’è la richiesta messa a punto dalla Procura distrettuale di Palermo di una serie di esami testimoniali attraverso i quali si cercherà  di dare un senso ai contatti di routine tra la Diciotti, i comandi della Guardia costiera e il ministero dell’Interno.
Il nome del comandante della Diciotti, dal quale il tribunale si attende un decisivo contributo chiarificatore, apre la lista delle persone da sentire.
A palazzo di giustizia gira un elenco non ufficiale e neppure definitivo. Comprende, tra gli altri, il capo di gabinetto di Salvini, Matteo Piantedosi, che la Procura di Agrigento aveva qualificato come indagato mentre per quella di Palermo è un teste. E poi i comandanti delle capitanerie di porto di Porto Empedocle e di Catania, il responsabile dell’ufficio circondariale marittimo di Lampedusa, il capo del Dipartimento delle libertà  civili, Gerarda Pantalone, e il suo vice Bruno Corda. L’elenco potrebbe diventare più nutrito in relazione alle esigenze di approfondimento e di riscontro dell’inchiesta del Tribunale dei ministri.
Dopo l’interrogatorio di Salvini, che chiuderà  la fase degli accertamenti, il passaggio successivo sarà  l’archiviazione del caso oppure la richiesta di autorizzazione a procedere da inviare al Senato.
In tutto i giudici hanno 90 giorni di tempo.

(da agenzie).

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LITE TRA SOVRANISTI: PER L’ITALIA ORA L’AUSTRIA NON E’ PIU’ AMICA

Settembre 18th, 2018 Riccardo Fucile

MOAVERO: “SUL DOPPIO PASSAPORTO REVANCHISMO ANACRONISTICO”… SUCCEDE QUANDO SI SCONTRANO DUE VISIONI NAZIONALISTE OTTOCENTESCHE

Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi non andrà  a Vienna per uno degli usuali incontri bilaterali proposto dalla Ministra degli Esteri austriaca.
Lo rende noto la Farnesina. Il motivo: la legge allo studio per conferire il doppio passaporto ai cittadini italiani dell’Alto Adige di lingua tedesca e ladina.
“Un’iniziativa – si legge in una nota – che incrina il clima di serenità  e fiducia reciproca, che costituisce la premessa indispensabile per la buona riuscita di questo tipo di incontri”.
Inoltre, l’iniziativa austriaca “risulta difficilmente comprensibile, specie se si considera che tutti gli austriaci e tutti gli italiani già  condividono la comune cittadinanza dell’Unione Europea, status ben evidenziato da un’apposita menzione sulla stessa copertina dei loro passaporto. È pertanto davvero curioso – afferma il ministero degli Esteri – che un’iniziativa di questo tipo sia discussa proprio nello Stato, l’Austria, che assicura pro tempore la presidenza Ue”.
Infine, conclude la Farnesina, “dispiace rilevare come, proprio nella ricorrenza del centenario della Prima Guerra Mondiale, funestata dal sangue di tanti italiani e austriaci, l’iniziativa in questione rischi di assumere potenziali caratteri di un revanchismo anacronistico”.
Questo momento di tensione arriva proprio alla vigilia dell’incontro a Palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il Cancelliere federale austriaco Sebastian Kurz.

(da agenzie)

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NINO DI MATTEO: “MAI STATI COSI’ VICINI ALLA VERITA’ SULLA STRAGE DI VIA D’AMELIO”

Settembre 18th, 2018 Riccardo Fucile

“CI ACCOSTANO AI DEPISTAGGI, MA QUESTA ACCUSA SERVE A CHI NON VUOLE CHE SI VADA AVANTI”

“Sulla strage di via d’Amelio siamo a un passo dalla verità . Mai come ora siamo vicini alla verità . E questo grazie a me e ad altri magistrati”.
Usa queste parole, davanti al Csm, il pm Nino Di Matteo, per spiegare i passi avanti fatti, nel corso degli anni, per accertare tutta la verità  sull’omicidio del giudice Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta.
Il magistrato è stato convocato per un’audizione un’ audizione davanti al Csm nell’ambito del fascicolo aperto sui pm che hanno indagato sulla strage, accusati dalla figlia del magistrato ucciso, di essersi resi responsabili di “anomalie” soprattutto nella gestione del falso pentito Vincenzo Scarantino.
Per arrivare alla verità  sulla strage di Via D’Amelio bisognerebbe, secondo Di Matteo “approfondire il furto dell’agenda rossa sulla quale lui scriveva cose ‘molto gravi’, parole sue. Il furto dell’agenda rossa fu la prima azione di depistaggio”.
E, questo atto, continua il magistrato, “non può esser stato compiuto dai mafiosi che hanno sicuramente azionato il telecomando ma non potevano rubare l’agenda”. Così il pm Antonino di Matteo audito dalla prima Commissione del Consiglio superiore della magistratura nell’ambito dell’istruttoria sulla strage di Via D’Amelio.
Sulle indagini e i sui processi fatti nel corso di tutto questo tempo dice: “Non è vero che in 25 anni non si è fatto niente: ci sono state 26 condanne definitive mai messe in discussione”.
E, per questo motivo, continua il pm “non è giusto che questi magistrati siano oggi accostati a depistaggi e questa accusa è strumentale a chi non vuole che si vada avanti” ha aggiunto. Ha fatto poi riferimento ai”prezzi altissimi” pagati da lui stesso e dai suoi familiari per l’accertamento della verità .

(da agenzie)

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PERCHE’ LE MAESTRE DIPLOMATE HANNO CONTESTATO IL M5S A TORINO

Settembre 18th, 2018 Riccardo Fucile

DI MAIO E SALVINI NON HANNO MANTENUTO LA PROMESSA ELETTORALE, OVVIO CHE SIANO INCAZZATE

Dopo la contestazione subita nei giorni scorsi dalle deputate M5S Silvia Chimenti e Lucia Azzolina, duramente criticatee durante la festa del MoVimento 5 Stelle a Settimo Torinese oggi è il giorno della difesa.
L’onorevole Azzolina è sconvolta dagli “insulti” ricevuti da un “piccolo numero di maestre” che sono state “fomentate da mesi di odio sui social” e non “accettano di dover fare un concorso”.
Poco importa che di insulti non ne siano volati e che la contestazione si sia svolta pacificamente.
Così come il fatto che le maestre diplomate siano arrabbiate non dipende da un oscuro complotto contro il governo ma da una situazione si protrae da parecchio tempo e che non è stata assolutamente risolta dal governo del cambiamento.
Quando il MoVimento chiedeva che tutti i diplomati potessero rientrare nel piano assunzioni
La vicenda dei diplomati magistrali è rimasta infatti invariata dopo l’approvazione del Decreto Dignità  che ai 50mila diplomati magistrali   dà  solo supplenze brevi.
Secondo un dossier di Tuttoscuola pubblicato dal Corriere della Sera infatti dei 6.669 contratti a tempo indeterminato firmati nel 2017-18 grazie all’ammissione provvisoria alle graduatorie, non se ne salverebbe uno e delle circa 2.600 supplenze annuali neppure. È naturale quindi che i diplomati magistrali siano arrabbiati col governo, così come lo sono stati con il governo precedente.
La differenza è che sia Salvini che Di Maio avevano promesso di risolvere la questione.
Silvia Chimenti però punta tutto sul fare chiarezza per spiegare alle maestre diplomate che il M5S non ha mai promesso di riaprire le graduatorie ad esaurimento (le GAE) nè in cinque anni di legislatura i pentastellati hanno presentato emendamenti per chiederne la riapertura.
Nel 2013 però la Chimenti aveva presentato, assieme alla collega Marzana, un’interpellanza “sul valore abilitante del diploma magistrale”.
Nell’interrogazione si chiedeva al ministro dell’Istruzione di consentire «l’inserimento nella seconda fascia di istituto dei docenti di scuola dell’infanzia e di scuola primaria in possesso dei titoli conseguiti entro l’anno scolastico 2001-2002, riconoscendo il pieno valore dell’abilitazione all’insegnamento in tali ordini di scuola e conseguentemente annullare l’attivazione dei corsi PAS per i suddetti docenti».
Se di colpa si deve per forza parlare allora è di chi è venuto prima.
Ed è vero che il M5S non ha mai scritto nel programma elettorale che avrebbe assunto tutti i diplomati magistrali. Ma è anche vero che i pentastellati hanno spesso e volentieri lisciato il pelo alle maestre e ai mastri diplomati.
Ad esempio nel 2015 in un comunicato firmato dalla stessa Chimenti e da Luigi Di Maio i due deputati pentastellati annunciavano «faremo pressione sul MIUR affinchè tutti i diplomati possano rientrare nel piano di assunzioni in atto».
Sempre nel 2015 gli eurodeputati pentastellati presentarono un’interrogazione al Parlamento Europeo per chiedere l’inserimento nelle GAE dei diplomati magistrali. Nel 2016 al Consiglio Regionale della Lombardia il M5S presentava una risoluzione per chiedere «l’inserimento nelle graduatorie a esaurimento di TUTTI gli insegnanti abilitati, diplomati nelle scuole magistrali e nei licei psico-socio pedagogici ante 2002».
Un anno prima, nel 2014, la Chimenti spiegava il piano quinquennale di assunzione per “assumere in tutti i posti vacanti disponibili” per assorbire “circa 250 mila docenti in cinque anni” prevedendo anche la limitazione del numero di alunni per classe (previsto anche nel programma elettorale 2018) in modo da aumentare il numero delle cattedre.
C’è poi Beppe Grillo che ad inizio di giugno prometteva a modo suo (ovvero in modo molto vago) di aiutare le maestre e di ripensare la scuola “nei contenuti, nella didattica”
Quando Di Maio prometteva che avrebbe risolto il problema dei diplomati abilitati
Tutto questo per dire che il M5S ha continuato a dare speranze ai diplomati abilitati. Poco più di un mese fa a Pescara Luigi Di Maio ricordava di aver promesso che avrebbe dato una mano ai maestri diplomati abilitati «vi dovete fidare di me, perchè nessuno vuole mandarvi a casa e nessuno vuole compromettere le vostre aspettative di lavoro».
Il Capo Politico del MoVimento 5 Stelle prometteva che «adesso ci metteremo una toppa» sulla sentenza del Consiglio di Stato e che si sarebbe messo al lavoro «per migliorare al massimo gli effetti di quella sentenza».
Qualche giorno dopo la senatrice Barbara Floridia ribadiva in Aula a Palazzo Madama che il M5S stava con le maestre “anche adesso che stiamo al governo”.
Il problema è che ovviamente fare promesse ai diplomati magistrali abilitati rischia di alienare le simpatie (e i voti) dei laureati che hanno superato il concorso e che chiedono di essere assunti.
Fino a che il MoVimento è stato all’opposizione è stato facile accusare gli altri di non tutelare i diritti dei lavoratori della scuola.
Ma ora che l’onere della decisione spetta ai pentastellati improvvisamente ci si accorge che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca.
A Pescara Di Maio diceva di non avere la bacchetta magica ma ricordava che la cifra distintiva del suo partito era quello di essere sempre pronto e disponibile all’ascolto, fuori dalle fabbriche o altrove
Non appena però qualcuno si è azzardato a rinfacciare al partito di quelli che ascoltano che le istanze dei diplomati magistrali non sono state prese in considerazione ecco che le deputate Chimenti e Azzolina si rifugiano dietro il “siamo state insultate” e il “vatti a leggere il programma elettorale”.
L’idea di dialogo della Azzolina, che dice di essere stata vittima di “offese inenarrabili” (ironico, per una eletta con il partito del VAFFANCULO), è “BASTA ACCUSE”.
Che vuol dire? Solo complimenti?

(da “NextQuotidiano”)

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IL CONFLITTO DI INTERESSI DEL LEGHISTA PILLON, DIFENSORE DELLA “FAMIGLIA TRADIZIONALE”

Settembre 17th, 2018 Riccardo Fucile

VUOLE RENDERE OBBLIGATORIA E A PAGAMENTO LA MEDIAZIONE FAMILIARE: ORA SI SCOPRE CHE LUI FA PROPRIO IL MEDIATORE E PROMUOVE LA SUA ATTIVITA’ SUL SITO DELLO STUDIO LEGALE

Senatore leghista ma anche avvocato. Membro di spicco del Family Day e promettente ” cacciatore di streghe ” nelle scuole. Ma non solo.
Il senatore Simone Pillon che si è distinto negli ultimi mesi per diverse iniziative a favore della “famiglia tradizionale” è anche un mediatore familiare.
Un ruolo che la riforma dell’affido condiviso, firmata proprio da Pillon, renderebbe obbligatorio e a pagamento. In relazione alla mediazione familiare, il ddl prevede la creazione presso il ministero della Giustizia di un apposito albo dei mediatori e punta a rendere obbligatorio il ricorso alla mediazione in caso di separazione e di divorzio. Se prima era una possibilità , quello del mediatore potrebbe diventare un imperativo piuttosto oneroso, pronto a ingrossare il bilancio di spesa per le coppie che si vogliono separare.
E ad avvantaggiarsene sarebbero proprio i mediatori, di cui Pillon fa parte.
Il senatore leghista vanta infatti nel curriculum un master breve di Mediazione Familiare accreditato dall’AIMEF (2011-2013).
E la sua proposta normativa introduce e regolamenta questa figura stabilendo ruoli e competenze del mediatore che dovrà  guidare gli ex coniugi a gestire, nel miglior modo possibile per i figli, la separazione.
I coniugi con figli minori per separarsi dovranno essere, per legge, seguiti da un mediatore per una durata massima di sei mesi.   La mediazione familiare prevede da sei a dieci incontri con un costo variabile da 50 ai 100 euro ad incontro.
Come già  riportato su La Repubblica da Alessandro Simeone, Avvocato del Comitato Scientifico de   Il Familiarista , portale interdisciplinare in materia di diritto di famiglia di   Giuffrè Francis Lefebvre : «Le nuove norme metteranno a disposizione degli avvocati e psicologi che siano anche mediatori familiari sino a 77 milioni di euro all’anno a disposizione dei “mediatori familiari”; soldi che saranno pagati dai cittadini, visto che il ddl Pillon prevede che lo Stato non ci metta un euro senza considerare i corsi di formazione per diventare mediatori familiari, che dovranno essere seguiti dagli avvocati “junior” o dai giovani laureati in disciplina “sociali mediche, psicologiche, giuridiche o pedagogiche».
Altri nove milioni di euro, calcola Simeone.
Eppure l’opportunità  della mediazione familiare per gli avvocati risulterebbe inutile.
È quanto emerge dal questionario elaborato dall’ Organismo unitario dell’avvocatura sulla mediazione familiare, che ha coinvolto nel 2016, 80 diversi fori di appartenenza. “Esperienze negative, accordo difficile da raggiungere, mancanza di fiducia nei confronti dei mediatori non avvocati, che rischiano di essere solo un ulteriore orpello burocratico nella risoluzione della lite”.
Disturba inoltre parte della maggioranza giallo-verde il fatto che sul sito del proprio studio legale il senatore Pillon nel pubblicizzare le competenze legali alla voce “mediazione familiare” assicuri l’approvazione del proprio ddl: “È in corso di approvazione una modifica al codice civile” si legge “che conferirà  grande rilievo all’attività  di mediazione nel corso dei procedimenti per la separazione dei coniugi. In vista di ciò in molti Atenei italiani si stanno realizzando corsi di alta formazione (Master) finalizzati alla creazione del profilo di “mediatore familiare”.
«Un caso di opportunismo un po’ scomodo» confessa all’Espresso una fonte vicina al governo. Il ddl è stato al momento soltanto incardinato in Commissione Giustizia. Fermo, probabilmente per qualche mese.
Monica Cirinnà , senatrice del Partito Democratico che siede in commissione sposta l’attenzione sul relatore: «L’imminente approvazione è una menzogna. Il punto vero è che Pillon e i suoi colleghi sono dei medievali ultraconservatori. Papisti come si definisce lui stesso. Mi fa orrore che sieda nel Parlamento di uno Stato laico» dichiara a L’Espresso e sulla figura del mediatore non ha dubbi: «L’obbligatorietà  è una cosa gravissima perchè contraria alla convenzione di Istanbul in presenza di violenza domestica.
“Il rischio” spiega “è quello di far finire la maggior parte dei bambini in casa famiglia per sei mesi. Nel frattempo lui avrà  lucrato con la partita della mediazione e non sarà  riuscito a mettere d’accordo i genitori».

(da “L’Espresso”)

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