Destra di Popolo.net

PERCHE’ CASAPOUND NON CACCIA L’ATTIVISTA CHE URLAVA “TROIA, TI STUPRO” A CASAL BRUCIATO?

Maggio 8th, 2019 Riccardo Fucile

TROPPO FACILE CONDANNARE LA VIOLENZA SULLE DONNE A PAROLE: FACCIANO NOME E COGNOME DEL LORO ATTIVISTA CHE HA PRONUNCIATO LE PAROLE INFAMI

Quelli di CasaPound sono tornati a Casal Bruciato per impedire ad una madre e ai suoi figli di entrare nella casa popolare legittimamente assegnata dal Comune.
Continuano a soffiare sul fuoco dell’intolleranza e dell’odio verso gli “zingari”, perchè quella famiglia è Rom e viene da uno dei tanti campi della Capitale. A certe sceneggiate siamo purtroppo abituati.
Si vorrebbe poter dire e scrivere che ieri a Casal Bruciato CasaPound ha toccato il fondo. Ma non è così.
Ieri, mentre la signora Senada tentava di guadagnare l’ingresso del condominio, scortata dagli agenti in tenuta antisommossa, un attivista di CasaPound ha urlato «troia, ti stupro».
La scena è stata immortalata in un video pubblicato dall’Agenzia Dire che era sul posto assieme a tanti altri giornalisti per raccontare l’ennesima giornata d’odio promossa dal movimento sedicente neofascista che nelle case popolari ci vorrebbe solo gli italiani, in barba ad ogni legge e principio che sancisce che in Italia siamo tutti uguali.
Subito su Facebook Mauro Antonini responsabile di CasaPound Lazio ha minimizzato la questione scrivendo che «le frasi pronunciate a quanto pare da qualche residente sono sbagliate e da condannare, ma figlie dell’esasperazione». Insomma quando si è esasperati è lecito anche minacciare una donna di violenza sessuale.
Anche il responsabile romano di CPI, Davide Di Stefano, adotta la stella linea di difesa «Se ci sono stati insulti personali nei confronti della donna li condanniamo, ma sono purtroppo causati dal clima di tensione ed esasperazione dei cittadini».
L’intento è chiaro. Da un lato si scarica ogni responsabilità , perchè dopo lo stupro di Viterbo CasaPound ci ha tenuto a ribadire che certe cose non fanno parte della loro cultura.
Peccato che nei video delle manifestazioni di ieri di residenti se ne siano visti davvero pochi.
Certo, qualcuno c’era, ma la maggior parte erano attivisti di CasaPound. Lo dimostra anche una testimonianza pubblicata su Facebook che parla di circa una ventina di abitanti della zona che manifestavano con CasaPound a fronte di circa duemila residenti del complesso abitativo dove si trova l’alloggio di cui è assegnataria la famiglia Rom.
Perchè quello che urla «troia, ti stupro» è sempre a fianco di Antonini?
E veniamo qui al ragazzo che urla   «troia, ti stupro». Si tratta di un ragazzo con il cranio rasato, tatuaggio sul sopracciglio destro che indossa un giubbotto nero dove si distinguono chiaramente sulla spalla la toppa con il logo degli ZetaZeroAlfa (il gruppo musicale di Iannone) e sul petto la tartaruga di CasaPound. Certo, può essere benissimo un residente di Casal Bruciato, ma non ci sono dubbi che sia un attivista del movimento della tartaruga frecciata.
Anche perchè basta guardare i video della giornata di ieri per accorgersi che il ragazzo è sempre a fianco di Mauro Antonini.
Ieri però a Casal Bruciato c’è stato anche un altro episodio curioso: il battibecco tra Fratelli d’Italia — che era andata ad appendere uno striscione — e i fascisti del Terzo Millennio. L’Huffington Post ha pubblicato un video del diverbio tra i rappresentati delle due formazioni politiche.
Mentre Antonini e Adriano Cedroni attivista di Fratelli d’Italia discutono sul problema dell’appropriazione del territorio ecco che spunta il nostro, sempre con il giacchetto griffato con le
toppe in vendita sul La testa di ferro, il sito del merchandising di CasaPound, che si mette in mezzo tra i litiganti per spalleggiare il responsabile regionale di CPI e spostando con una manata un attivista del partito della Meloni che forse si era avvicinato troppo ad Antonuni dice «oh fa il bravo, aò te dice male levate». Chissà , forse anche quel gesto era dettato dall’esasperazione.
Oppure CasaPound potrebbe semplicemente avere il coraggio di fare il nome e il cognome di questa persona e ammettere che si tratta di uno dei loro.

(da “NextQuotidiano”)

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REVOCATO SIRI: DOVEVA ESSERE UN CDM, È DIVENTATO UN PROCESSO

Maggio 8th, 2019 Riccardo Fucile

CONTE ILLUSTRA LA REVOCA, LA BONGIORNO FA L’ARRINGA DIFENSIVA, INTERVENGONO SALVINI E DI MAIO, ALLA FINE SIRI VIENE FATTO FUORI

Doveva essere un consiglio dei ministri ed è diventato un processo. Il caso Siri infatti ha aperto in cdm una discussione tra due avvocati: da una parte il premier Giuseppe Conte che ha illustrato i motivi e le opportunità  che lo hanno spinto a proporre la revoca dell’incarico di sottosegretario leghista, indagato per corruzione.
Dall’altra il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, contraria alle dimissioni del sottosegretario. Il partito di Matteo Salvini ha infatti affidato la “difesa” a un intervento del ministro. Alla fine del cdm però è stata ufficializzata la revoca della carica di sottosegretario a Siri
Dopo gli interventi dei due “avvocati”, al tavolo del consiglio sono intervenuti diversi ministri del M5S e della Lega, a cominciare dai due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
La discussione viene descritta da alcune fonti come “civile”. E aggiungono che sono intervenuti i ministri Bongiorno e Salvini per ribadire “fiducia nel premier ma anche difesa del sottosegretario Armando Siri, innocente fino a prova contraria”.
Fonti della Lega dichiarano: “Basta coi litigi e con le polemiche, ci sono tantissime cose da fare: Flat tax per famiglie, imprese e lavoratori dipendenti, autonomia, riforma della giustizia, apertura dei cantieri, sviluppo e infrastrutture: basta chiacchiere, basta coi NO e i rinvii”.
Prima del Consiglio dei ministri il Blog delle stelle aveva pubblicato un post di Luigi Di Maio in cui si chiedeva alla Lega di far dimettere Siri senza dover arrivare alla conta in cdm: “Faccio un ultimo appello, nelle ultime ore prima del Consiglio dei ministri, alla Lega, di far dimettere Armando Siri e non arrivare alla conta in Consiglio dei ministri”.
“Da noi chi sbaglia è fuori in 30 secondi, fate la stessa cosa anche voi! Lo dico al Pd, lo dico a Zingaretti: metta fuori dal suo partito il governatore della Calabria e ne chieda le dimissioni. Lo dico a Forza Italia, di espellere tutti i coinvolti nell’inchiesta di corruzione lombarda. Dico a Fratelli d’Italia di chiarire su questo presunto finanziamento illecito”, sono ancora le parole del capo politico M5s.

(da “Huffingtonpost”)

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LA RAGAZZA CHE HA CONTESTATO SALVINI: “UN AGENTE DELLA SUA SCORTA MI HA DETTO CHE LA PROSSIMA VOLTA MI SPEZZANO LE DITA”

Maggio 8th, 2019 Riccardo Fucile

ORA IL CAPO DELLA POLIZIA APRA UN’INCHIESTA: NON ABBIAMO BISOGNO DI DELINQUENTI TRA LE FORZE DELL’ORDINE

Siamo effettivamente di fronte a un abuso di potere: non si può definire altrimenti quello di Matteo Salvini nei confronti di Valentina, la ragazza che ieri si è avvicinata al ministro fingendo di volersi fare un selfie e ha poi detto “non siamo più terroni di merda?”.
Salvini, come racconta la ragazza a Fanpage, ha allora detto a un uomo che lavora per lui: “cancella sto video”, senza ovviamente alcun diritto di farlo.
“Non l’ho insultato, nè ho insultato il suo partito. Ho semplicemente ricordato una frase che lui stesso ha pronunciato e scritto, nemmeno tanto tempo fa. L’ho fatto per tentare di ricordare chi è Matteo Salvini e cosa rappresenta per l’Italia. Lui ha reagito in questo modo. Il mio telefono è stato dato a un uomo che lavora per lui e poi è passato di mano. Io sono una persona educata e pacata e ho chiesto il mio telefono con educazione. E l’uomo che me lo aveva preso mi ha risposto ‘la prossima volta che tiri fuori il telefono così ti spezziamo le dita’. Da ieri ricevo messaggi di morte e insulti, ma anche tanti di persone che si congratulano per quello che ho fatto”.
La ragazza ha ricevuto una minaccia reale e avrebbe tutto il diritto di agire per vie legali.
È indecoroso che in Italia ormai il dissenso si combatte con la violenza e la minaccia

(da Globalist)

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IL MUTUO DI SIRI A SAN MARINO E’ UNA PACCHIA

Maggio 8th, 2019 Riccardo Fucile

FONTI INTERNE ALLA BANCA: “QUEL MUTUO NON DOVEVA ESSERE EROGATO, VIOLATA OGNI PROCEDURA: MANCAVANO LE GARANZIE”

“E’ finita la pacchia!”, diceva quello. Per alcuni, certo. Ma non per tutti.
Ad esempio il mutuo di Armando Siri a San Marino, spiega oggi il Fatto Quotidiano, è stato concesso a condizioni talmente vantaggiose da sembrare piuttosto anomale.
Quel mutuo, spiega al Fatto Quotidiano una fonte interna alla banca sanmarinese che vuole mantenere l’anonimato, non poteva nè doveva essere erogato: viola qualsiasi procedura corretta di analisi del rischio e anche il normale buon senso.
Gli uomini che normalmente dispongono dell’analisi della solvibilità  del credito nelle banche sanno benissimo che, oltre alle ipoteche di rito, conta nell’assegnazione di un prestito immobiliare anche la capacità  di onorare le rate. La capacità  di rimborso, insomma.
E questo dipende non solo dalla solidità  patrimoniale del soggetto (che già  nel caso di Siri manca) ma anche dal suo reddito.
L’ultima dichiarazione dei redditi del 2017 assegna a Siri un imponibile di 25mila euro e poco più. Tolte le tasse quel reddito non basta neanche a coprire le mensilità  di rate per un intero anno.
Un mutuo di quell’entità  pur nelle migliori condizioni di tasso e durata supera i 2mila euro di rata mensile. Totale 24mila euro di rimborso annuo.
Siri,pagatele tasse,avrebbe un reddito netto di meno di 20mila euro. Neanche sufficiente a coprire un anno di pagamenti.
Certo, Siri è parlamentare e a tutt’oggi può contare su un sontuoso stipendio. Ma per definizione quello del politico è un “lavoro” precario, dove si rischia di finire a casa da un giorno all’altro (e lo stesso Siri ne è l’esempio vivente).
E ancora. Come sa bene qualsiasi italiano che ha un mutuo, le banche finanziano al massimo l’80 per cento del valore dell’immobile.
L’avvocato di Siri ha detto che “la banca ha erogato un regolare finanziamento, per altro per un importo pari al prezzo dell’acquisto del bene”.
Un mutuo al 100% quindi, cosa che a un normale italiano verrebbe negata all’istante. Evidentemente a San Marino, e in particolare alla Banca Agricola Commerciale, le procedure nell’assegnazione dei prestiti non sembrano essere improntate al rigore e alla sana e prudente gestione del credito.
Basti del resto l’importo. A Siri, senza ipoteche e contando solo sull’indennità  parlamentare, hanno dato sull’unghia oltre mezzo milione di euro.
Ebbene, tutta la banca, guidata dal nuovo direttore generale Marco Perotti insediatosi a luglio del 2018, aveva nel 2017 (ultimo bilancio disponibile) un totale prestiti di 542 milioni. Significa che Siri da solo costituisce un millesimo di tutto lo stock dei prestiti della Banca.

(da “NextQuotidiano”)

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I SOLDI DI ESSELUNGA ALLA ONLUS LEGHISTA NEL MIRINO DEGLI INQUIRENTI

Maggio 8th, 2019 Riccardo Fucile

40.000 EURO VERSATI A “PIU’ VOCI”; UN ESCAMOTAGE PER FINANZIARE LA LEGA

I pubblici ministeri di Milano indagano sui soldi di Esselunga alla onlus leghista PiùVoci.
Lo scrive oggi il Fatto Quotidiano, che ieri, in un articolo a firma di Gianni Barbacetto e Valeria Pacelli, avevano rivelato l’indagine nei confronti dell’associazione presieduta dal tesoriere della Lega Giulio Centemero.
L’inchiesta riguarda 40 mila euro versati da Bernardo Caprotti, il patron della Esselunga, poi scomparso nel settembre 2016.
I pm milanesi hanno aperto un fascicolo “a modello 44”, cioè con l’indicazione del reato — finanziamento illecito — ma per ora senza alcun nome di persona indagata.
§Esselunga ha regolarmente iscritto a bilancio l’erogazione come finanziamento a Più Voci. Ma i magistrati ipotizzano che si tratti di un modo obliquo per far arrivare soldi alla Lega.
Del versamento di Esselunga si era già  occupato L’Espresso.
Secondo quanto riportato dal settimanale, la causale del bonifico di 40 mila euro “versato a giugno 2016 recita ‘contributo volontario 2016’”. All’Espresso la catena di supermercati aveva spiegato che quella somma di denaro “è stata destinata a Radio Padania nell’ambito della pianificazione legata agli investimenti pubblicitari su oltre 70 radio”.
L’ipotesi che i magistrati guidati dal procuratore Francesco Greco stanno verificando è che Centemero fosse alle prese, nel 2015, con la crisi di Radio Padania, l’emittente radiofonica della Lega, che per sopravvivere aveva urgente bisogno di fondi.
Il rischio era però che fosse considerata dai pm un organo del partito, con il rischio che i soldi arrivati sui suoi conti potessero essere sequestrati.
Ecco allora —secondo le ipotesi investigative — l’utilizzo, per la raccolta di fondi per la Lega e le sue attività , di una associazione, Più Voci, che meno facilmente poteva essere individuata come strumento del partito, benchè avesse come presidente il tesoriere della Lega.

(da “NextQuotidiano”)

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IL GOVERNATORE LEGHISTA FONTANA INDAGATO PER ABUSO D’UFFICIO

Maggio 8th, 2019 Riccardo Fucile

CHISSA’ SE ANCHE OGGI SALVINI SI CONGRATULERA’ CON LE FORZE DELL’ORDINE PER AVER SMASCHERATO LA TANGENTOPOLI LOMBARDA

Che la questione delle tangenti in Lombardia non fosse finita lì per Attilio Fontana si era capito dalle parole di Francesco Greco in conferenza stampa dopo gli arresti per l’incarico all’interno del Nucleo di valutazione degli investimenti della Regione Lombardia ottenuto da Luca Marsico, suo socio di studio. Ma Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera racconta che la situazione è precipitata in serata: il governatore è indagato per abuso d’ufficio.
Parte della storia è raccontata nell’ordinanza che ha portato agli arresti 43 persone nel “Jurassic Park della corruzione” che ha visto coinvolti Gioacchino Caianiello, ex coordinatore provinciale di Forza Italia a Varese e Diego Sozzani, parlamentare di Forza Italia accusato nell’inchiesta di finanziamento illecito oltre che il consigliere comunale milanese e vicecoordinatore regionale di Forza Italia Pietro Tatarella, candidato alle Europee, che proprio ieri mattina aveva in programma una comparsata ad Agorà  su Raitre.
Il leghista Attilio Fontana avrebbe ricevuto e declinato una proposta corruttiva. Non denunciò ed è parte offesa di un’ipotesi di istigazione alla corruzione: un’operazione ricostruita nelle pagine dell’ordinanza della maxi inchiesta milanese e imputata a Gioacchino Caianiello, ex coordinatore provinciale di FI a Varese, arrestato e accusato anche di istigazione alla corruzione proprio nei confronti di Fontana, non indagato e parte offesa in questo capitolo.
Il presidente Fontana, spiega il gip, “dopo un’iniziale apertura sul punto, preferirà  successivamente percorrere una diversa strada, non accogliendo la proposta corruttiva avanzatagli da Caianiello”.
Il gip, in una decina di pagine dedicate a questo capitolo, chiarisce che “la premessa logica e concettuale” risiedeva “nella mancata rielezione alla carica di Consigliere regionale dell’avvocato Luca Marsico, socio di studio del presidente della Regione”.
Una delle cause della mancata rielezione di Marsico era riconducibile proprio “al boicottaggio della sua campagna elettorale da parte di Caianiello”.
Da qui nacque, secondo il gip, “la volontà  del Presidente Fontana”, poco dopo la sua elezione, “di trovare il modo di ricollocare professionalmente il suo socio di studio e, a tal fine” Fontana intrattenne “una serie di incontri con Caianiello”.
E sulla scorta di “tale esigenza palesatagli da Fontana” Caianiello si mise “rapidamente in moto”.
Il Governatore, però, alla fine rifiutò la sua proposta. Tra le molte intercettazioni citate dal gip anche una in cui emerge una “manifestazione di stima che Fontana tributa a Caianiello, ricordandogli di aver già  seguito quasi tutti i suoi consigli”.
Quest’ultimo riferimento, riassume il gip, “concerne le nomine per la composizione della Giunta regionale in relazione alle quali Fontana effettivamente ha seguito i consigli di Caianiello”. Nella telefonata il Governatore diceva: “hai visto che i tuoi .. i tuoi consigli li ho seguiti quasi tutti”.
Questo è quanto si sapeva fino a ieri.
Ma l’enfasi posta sull’”altra soluzione” da parte di Fontana è quella che mette nei guai il governatore leghista.
Racconta il Corriere
È un salvataggio in corner, ma anche l’inizio di un mezzo autogol. Salva in extremis Fontana dal concorso nella corruzione propostagli da Caianiello, facendone per i pm la «parte offesa» di una «istigazione alla corruzione» (seppure non denunciata perchè, dirà  poi ieri Fontana in Regione, «non percepita»).
Ma nel contempo peggiora la posizione del governatore lombardo quando ieri, in Regione, la Guardia di Finanza acquisisce i documenti sul fatto che poi Fontana abbia davvero attuato una delle «alternative» che aveva immaginato: e cioè nell’ottobre 2018 abbia proposto alla giunta regionale di nominare il suo socio di studio Marsico tra i membri esterni di un«Nucleo di valutazione degli investimenti pubblici» (11.500 euro l’anno e 180 a seduta).
È a questo punto che Fontana – appena incensato dal vicepremier e segretario leghista Salvini che se ne dice«doppiamente orgoglioso», e reduce da una seduta in Regione nella quale i consiglieri di maggioranza lo acclamano quando rivendica «vado avanti corretto e trasparente come sempre sono stato» –viene indagato dalla Procura per l’ipotesi di «abuso d’ufficio».
Già , proprio ieri Matteo Salvini aveva detto: “Se qualcuno ha tentato di corrompere un governatore leghista che non si è fatto corrompere sono doppiamente orgoglioso”.
E oggi?

(da “NextQuotidiano”)

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DOMANI L’ULTIMO COLPO AL LEGHISTA SIRI

Maggio 7th, 2019 Riccardo Fucile

LE INCHIESTE SULLE TANGENTI RILANCIANO IL M5S

L’effetto è rivitalizzante. È un giorno perfetto per loro. Gli altri — tutti — toccati, travolti, spaventati dalle inchieste, dalla Lombardia alla Calabria.
Per questo, loro, Luigi Di Maio, il vicepremier, e Alfonso Bonafede, il guardasigilli improvvisano alla Camera una conferenza stampa nel pomeriggio: “È un’emergenza — dice Di Maio – questa Tangentopoli che non è mai finita, che dobbiamo combattere con la stessa determinazione con cui si combatte mafia e terrorismo”.
È un’altra persona, Luigi. La parola “mazzette” la ripete almeno una decina di volte, scandita, con la “e” un po’ aperta, alla napoletana. E ogni volta sembra avere l’effetto di un elisir.
Te ne accorgi subito, appena si siede, dal linguaggio del corpo, meno ingessato. Ha ricominciato a muovere di più le mani, la destra protesa in avanti, con tutto il braccio. Sorride. Ed è un sorriso sincero, non più forzato, a mezza bocca. Anche il busto ha ricominciato a muoversi. Meno ingessato. Sembra ritrovare l’antica sicurezza, di quando il mondo (il loro) era ancora intero, contro un sistema marcio, cui erano estranei.
È studiata questa conferenza stampa, nei dettagli, nelle frasi, nei tempi. È perfetta per dare l’ultimo colpo a Siri — ormai il suo scalpo da agitare è questione di ore — ma non solo.
Va oltre. In questa campagna elettorale in cui non si parla di Europa, di economia, del paese vero, di stipendi, salari e pensioni, si sarebbe detto una volta, è il terreno su cui piantarsi, dopo mesi di subalternità  a Salvini, di complicità  sulla sua svolta a destra.
Se non ora, quando? Ecco. Non si era mai visto un guardasigilli e un vicepremier intestarsi una retata, con lo spirito dell’inquisitore collettivo, con la pretesa di essere l’unico titolare della pubblica moralità , come se fosse merito loro e non della magistratura: “Redimetevi, votando la spazza-corrotti”.
Proprio così, i redentori, loro, e i peccatori, gli altri.
Con una grande indulgenza per i propri peccati, perchè tanto oggi chi se li ricorda, siano essi gli arrestati attorno alla Raggi o Salvini, indagato sulla Diciotti, a cui si è consentito di fuggire dal processo.
Oggi è una giornata perfetta: “Da noi — dice il vicepremier — chi sbaglia è fuori in un minuto. Lo dico al Pd: perchè non espelle Oliverio? Perchè Forza Italia non espelle i parlamentari lombardi arrestati? Faccio appello alla Lega: perchè non fa un passo indietro Siri?”. Quando ricapita una giornata così. Perchè tutti, proprio tutti, sono stati toccate dalle inchieste.
Appena fuori dalla sala stampa passa Mariastella Gelmini. Deve fare una dichiarazione. Ha imparato l’ex ministra, ormai è una politica consumata, a mascherare la tensione. Ma fino a un certo punto. In Lombardia quelli travolti dall’inchiesta sono tutti i suoi. E nessuno sa come andrà  a finire. Chi sa, sostiene che c’è un fiume di intercettazioni, in questa inchiesta solo all’inizio. Pietro Tatarella lo ha voluto proprio lei in lista, si è battuta, lo ha molto sponsorizzato. Era considerato una delle nuove leve più promettenti. L’altro è Fabio Altitonante, sottosegretario alla Regione. L’ultimo è Diego Sozzani, parlamentare su cui pende una richiesta di arresto.
La Lombardia è una delle poche regioni in cui Forza Italia è (forse era) ancora a due cifre. Raccontano che anche il proverbiale garantismo di Silvio Berlusconi abbia vacillato. E che il vecchio leader ha avuto un moto di stizza: “Bisogna stare attenti a come si seleziona la classe dirigente”.
In altri tempi, la reazione sarebbe stata scontata, aggressiva contro i giudici. C’è tutta una letteratura, per gli amanti del genere o per i nostalgici: i “plotoni di esecuzione”, “la giustizia a orologeria”, le toghe “politicizzate”. A prescindere, è sempre stato così, prima ancora di leggere le carte, analizzarle e capirle, come riflesso condizionato di un potere che non voleva farsi processare, confondendo garantismo e impunità .
Alle 17,33, pochi minuti prima della conferenza stampa di Di Maio, l’Ansa batte questa dichiarazione della Gelmini: “Forza Italia, sospesi i dirigenti colpiti da provvedimenti cautelari”. Nessuna allusione al timing dell’inchiesta.
Valutate voi se è scoperta dello Stato di diritto o paura. Paura per questa inchiesta, per quella calabrese dove è indagato il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto, il candidato in pectore alle prossime regionali, adesso (evidentemente) azzoppato, paura di tutto.
È bastato vedere le immagini di Silvio Berlusconi all’uscita del San Raffaele. Provato, fiaccato fisicamente, un corpo che, per la prima volta, non può più occupare la scena.
È una giornata in Parlamento, sembra una giornata in procura. Una di quelle che segnano la campagna elettorale, a meno di venti giorni dal voto.
Ecco Matteo Orfini, imperturbabile, chirurgico nel sarcasmo: “A lei che è un osservatore attento, pongo un quesito. La Marini, indagata per abuso di ufficio, è stata costretta a dimettersi. Oggi Oliverio è indagato per corruzione. Come la mettiamo con la logica?”.
È chiaro, quel che vuole dire: non che deve dimettersi Oliverio, ma che non doveva dimettersi la Marini, perchè se entri in questo automatismo “indagine-dimissioni” un partito come il Pd o lo rovesci come un calzino o non ne vieni fuori. Poi certo, ci si mette anche la sfortuna, perchè tutte queste inchieste assieme amplificano l’effetto.
Passate le 18,00 sono ancora lì, loro. Bonafede promette “corpi speciali” per combattere la corruzione. Di Maio insiste su Siri: “È grazie al fatto che ci siamo noi che questo governo non si comporterà  come i precedenti”.
Domani, finalmente, lo scalpo, comunque una vittoria. A che prezzo, con quali conseguenze, questo è un altro discorso.
Come un altro discorso è come funziona il criterio dei peccati da espiare, per cui Siri sarà  cacciato ma Rixi, altro sottosegretario che tra un po’ andrà  a giudizio per peculato, è ancora al suo posto. E la Raggi neanche viene nominata.
Oggi è comunque un giorno perfetto, per loro, sulle mazzette degli altri.

(da “Huffingtonpost”)

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TANGENTI MILANO, FINANZIAMENTO ILLECITO A FRATELLI D’ITALIA, L’INTERCETTAZIONE: “DEVO DARE 10.000 EURO AL PARTITO DI LA RUSSA”

Maggio 7th, 2019 Riccardo Fucile

LA RICOSTRUZIONE DEL VERSAMENTO NEGLI ATTI GIUDIZIARI… FDI NEGA

I finanziamenti illeciti alla politica da parte di uno degli arrestati nell’inchiesta della Dda di Milano sono stati disposti in favore di Fratelli d’Italia.
È quanto afferma il gip del Tribunale di Milano Raffaella Mascarino nell’ordinanza con la quale ha disposto gli arresti di 28 persone e misure cautelari per altre 15.
Il collettore dei soldi ai partiti, secondo la ricostruzione della procura guidata da Francesco Greco, era l’imprenditore Daniele D’Alfonso che “in occasione della campagna 2018 per le consultazioni politiche e regionali” avrebbe corrisposto “sistematici finanziamenti illeciti a soggetti politici”, tra cui Fabio Altitonante, consigliere lombardo di Forza Italia arrestato, Diego Sozzani, parlamentare di Forza Italia (chiesti gli arresti domiciliari) e Angelo Palumbo, anche lui di Fi, “nonchè al partito Fratelli d’Italia”. La vicenda dei soldi al partito di Giorgia Meloni è ricostruita nel dettaglio.
Nel capo d’imputazione si legge che Damiano Belli, legale rappresentante della Ambienthesis, di cui è amministratore di fatto Andrea Grossi — tra gli eredi di Giuseppe Grossi, il ‘re’ delle bonifiche in Lombardia — “elargiva” Fratelli d’Italia “un contributo economico” di 10mila euro “in assenza della prescritta delibera da parte dell’organo sociale competente” e “senza annotare l’elargizione nel bilancio d’esercizio”. L’erogazione è avvenuta poche ore dopo la chiusura delle urne, “su richiesta di D’Alfonso, a sua volta azionato da Grossi”, attraverso un bonifico effettuato su “un conto corrente intestato a Fratelli d’Italia Alleanza Nazionale” e aperto presso la filiale Bpm di Roma Montecitorio, laddove.
Secondo la sintesi del giudice per le indagini preliminari Grossi “intende finanziare” la campagna elettorale di Fratelli d’Italia e, “”non volendo figurare come finanziatore”, chiede a D’Alfonso di “curare le modalità  di esecuzione del finanziamento”.
A questo punto viene “organizzato un complesso passaggio di denaro per cui il bonifico al partito viene fatto, materialmente, da Gianfranco Gumiero”, imprenditore nel settore dei servizi ecologici e autospurghi e dall’aprile 2014 assessore all’Ecologia del Comune di Caronno Varesino, attraverso la moglie.
Gumiero — secondo gli accertamenti investigativi   — viene “rimborsato da D’Alfonso, che a sua volta riceverà  il denaro da Grossi” attraverso “fatturazioni per operazioni inesistenti-note di credito” definito “un “premio produzione” fatturato dalla società  Ambienthesis della famiglia Grossi in favore della Ecol Service Srl“.
Alla base della contestazione ci sono diverse intercettazioni telefoniche, tra le quali una del 27 febbraio 2018 tra D’Alfonso e il padre e un’altra del 2 marzo.
Mentre sono a bordo dell’auto “fanno riferimento a Andrea Grossi il quale ha chiesto a D’Alfonso” di fare “una donazione al partito dell’On. La Russa, ovvero Fratelli d’Italia”, annota il gip. Dice D’Afonso non sapendo di essere ascoltato: “Andrea (Grossi, ndr) mi ha chiesto di fargli una donazione al partito di coso… di come si chiama… di La Russa” (estraneo all’inchiesta, nda).
Tre giorni dopo, sempre D’Alfonso: “Devo trovare uno che fa… devo andare adesso da un amico di mio padre (Gianfranco Gumiero, annota il gip) mi fa un bonifico da diecimila euro a Fratelli d’Italia”.
Poi l’imprenditore chiosa: “Un casino ‘sta campagna oh!”.
Poco dopo, prosegue il giudice per le indagini preliminari, D’Alfonso “contatta telefonicamente” Gumiero “proponendogli un incontro per chiedergli il favore”. “Io alle 3 sono a Castellanza, devo venire da te che ho bisogno di un favore…”, spiega D’Alfonso all’amico. “Vieni vieni, ti aspetto…”, risponde Gumiero premurandosi di chiedere a D’Alfonso se ha o meno le gomme da neve perchè nevica. Dopo aver incontrato Gumiero, D’Alfonso chiama il padre, spiega il gip, e “gli conferma la disponibilità ” dell’imprenditore e sua moglie “ad effettuargli il favore che gli aveva chiesto Andrea (Grossi, ndr) e nell’occasione specifica che è meglio — per non destar sospetti — che il bonifico lo facciano loro poichè sono di Varese”. Frank, come lo chiama mentre parla con il padre, “mi   ha detto di sì (…) per quel favore là …”, spiega.
In altre conversazioni captate dagli investigatori, prosegue il gip, “emergere in maniera dettagliata che il bonifico in argomento è stato materialmente effettuato dalla moglie di Gumiero”.
D’Alfonso, specifica il magistrato, “dice alla donna di attenersi all’utilizzo dell’Iban riportato sul biglietto cartaceo che lui stesso ha ricevuto” da Grossi “ed al quale dovrà  renderlo”.
Il 2 marzo, ricostruisce il magistrato, la moglie di Gumiero “mentre sta effettuando il bonifico bancario tramite home banking, precisa a D’Alfonso che l’Iban che c’è scritto sul bigliettino che le ha fatto avere non corrisponde al nominativo del beneficiario (ossia che verosimilmente non è l’Iban ufficiale del partito Fratelli d’Italia)“, ma l’imprenditore arrestato “le dice di fidarsi di lui e di procedere ad effettuare il bonifico sull’Iban riportato sul bigliettino perchè non l’ha trascritto lui, bensì gli è stato a sua volta consegnato da terza persona e che tanto il denaro a lui lo ridaranno”. Il giorno dopo, D’Alfonso si attiva per far arrivare la “ambasciata” all’amministratore della società  riconducibile a Grossi che “il favore che gli avevano chiesto è stato effettuato e che il bonifico lo ha materialmente effettuato”.
L’episodio del presunto finanziamento illecito a Fratelli d’Italia, secondo il gip, è illuminante perchè dimostrebbe come Grossi “volendo (…) sfruttare l’occasione della campagna elettorale in corso, ma, evidentemente, non sapendo a quali strumenti ricorrere per dissimulare il finanziamento illecito (…) si rivolga, per così dire, a colpo sicuro, all’amico e collega D’Alfonso”.
È “evidente — scrive il gip — che nel giro delle amicizie di D’Alfonso” di cui fa parte Grossi, come evince il gip dalla sua partecipazione a una serata organizzata in un night-club di Lissone, “si è sparsa la voce che costui, tramite Tatarella, conosce il know-how dell’illecita operazione ed è disponibile a prestarsi per far raggiungere ai propri conoscenti lo stesso risultato”. Questa constatazione, spiega, “ha evidenti riflessi a proposito del riconoscimento dell’esistenza di una struttura organizzativa messa in piedi da D’Alfonso ed operante a Milano, costituita essenzialmente dalla rete di relazioni e dal flusso di informazioni di cui egli dispone grazie allo stretto legame intessuto” con il forzista Tatarella.
La ricostruzione della magistratura è respinta da Fratelli d’Italia: “I contributi pubblici sono tutti registrati a norma di legge e i nostri bilanci sono da sempre trasparenti e a disposizione di chiunque voglia verificarli.”

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SARDEGNA: A DUE MESI E MEZZO DALLE ELEZIONI E’ GUERRA DELLE POLTRONE NELLA COALIZIONE DI CENTRODESTRA

Maggio 7th, 2019 Riccardo Fucile

MANCANO ANCORA SETTE ASSESSORI PER LE FAIDE INTERNE E TUTTO E’ BLOCCATO

Due mesi e mezzo dal voto, un mese dall’insediamento e poi trattative su trattative e vertici incrociati ma nessun passo avanti.
In Sardegna per ora resta una micro giunta regionale con cinque assessori su dodici, più il presidente della Regione Christian Solinas (PsdAz’-Lega).
La vittoria netta del 25 febbraio con quindici punti percentuali contro il centrosinistra guidato dall’ex sindaco di Cagliari Massimo Zedda   non ha garantito un avvio agevolato.
A due giorni dalle elezioni, poi, il viaggio di Salvini dedicato ai festeggiamenti: tra i box affollati del mercato civico di San Benedetto, a Cagliari, aveva lanciato l’impetuosa promessa: “La giunta regionale la faremo in un quarto d’ora”.
Una frase diventata un tormentone nelle settimane di attesa e continui rinvii. Così c’è spazio pure per l’affondo dell’alleato di governo, il leader del M5s in tour in Sardegna in vista delle elezioni europee. “L’Isola è ostaggio di bande”, attacca Luigi Di Maio da Alghero. E definisce la maggioranza sarda: “Un’accozzaglia”.
Il problema principale per Solinas è proprio l’equilibrio politico: un caso raffinato da manuale Cencelli, ossia spartizione.
Al suo esordio isolano il Carroccio ha chiesto tre assessorati e la presidenza del Consiglio regionale, ottenuta con Michele Pais. Finora ai leghisti sardi è stato assegnato un unico assessorato, il più importante nel bilancio: alla Sanità  c’è Mario Nieddu.
L’altro nome – quasi certo – è quello di Daria Inzaina, gallurese – allevatrice – che avrebbe un posto blindato all’Agricoltura.
Avrebbe, perchè a far storcere il naso è il titolo di studio: la terza media, rivendicata con orgoglio in un’intervista a La Nuova Sardegna di fronte a una lunga esperienza professionale.
Quindi nulla da fare, o forse sì. Forza Italia ha ottenuto il Lavoro, con Alessandra Zedda – già  consigliera confermata e assessora della giunta Cappellacci – e il Bilancio con Giuseppe Fasolino, consigliere non eletto. L’altro partito del terzetto nazionale, Fratelli d’Italia, ha Gianni Lampis all’Ambiente.
Mentre l’esponente in giunta del Partito sardo d’azione è Gianni Chessa al Turismo: tra le sue idee per il rilancio “nuovi campi da golf e meno vincoli ambientali”. Un nome conosciuto, il suo, nella politica del capoluogo: è stato infatti assessore della giunta comunale di Zedda, poi espulso dal sindaco dopo l’accordo nazionale con la Lega. Lo stesso che ha portato Solinas a diventare senatore.
E fin qui le caselle occupate. Le altre che mancano sono: Industria, Affari generali, Enti locali e Urbanistica, Lavori pubblici, Cultura, Agricoltura e Trasporti con il bando sulla continuità  territoriale aerea già  sospeso   e l’incertezza per lo scalo di Olbia.
Al bilancino politico si deve aggiungere l’equilibrio geografico e soprattutto la rappresentanza di genere, le donne. Secondo il quadro di riferimento nazionale dovrebbero essere un terzo, ossia quattro. Al momento ha giurato solo una. Per il presidente della Regione comunque il problema non c’è: “La giunta è operativa”, sostiene sereno.E aggiunge: “Così abbiamo risparmiato gli stipendi”. Ma per
l’opposizione in Aula lo scenario è diverso. “La verità  è che non stanno deliberando e che anche il Consiglio regionale si è riunito quattro volte in due mesi – spiega Francesco Agus, capogruppo di Campo progressista – addirittura abbiamo già  chiesto la convocazione d’urgenza delle commissioni, una procedura irrituale che consente di ‘commissariarè la maggioranza”.
Di fatto – riferisce – il governo regionale non ha il numero legale e potrebbero arrivare ricorsi sulla giunta al maschile.
Poi c’è il rischio del blocco amministrativo: “I direttori generali degli assessorati sono in scadenza – aggiunge Agus – ma senza assessori non ci sono le nomine. Molti degli attuali non intendono poi ricevere una proroga”.
All’orizzonte un appuntamento imminente: mercoledì 8 maggio le dichiarazioni programmatiche del presidente della Regione, ma non è detto ci sia il debutto della giunta al completo. “Noi ci aspettiamo che questa farsa abbia fine – commenta Desirè Manca, capogruppo del M5s – . Impossibile che Solinas abbia il dono dell’ubiquità , non può far tutto”. E in caso di mancata fumata bianca annuncia altre azioni, immediate.
Intanto il caos ha ripercussioni anche a livello comunale: ad Alghero e Sassari sono saltati i tavoli del centrodestra per la designazione dei candidati sindaci.

(da agenzie)

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