Giugno 12th, 2019 Riccardo Fucile
IL SOTTOSEGRETARIO LEGHISTA MOLTENI COSTRETTO AD AMMETTERE: “LA LEGITTIMA DIFESA NON SI PUO’ INVOCARE SE SPARI ALLE SPALLE”… ALTRO CHE “DIFESA E’ SEMPRE LEGITTIMA”… POI CI SONO I PIRLA CHE CI HANNO CREDUTO E ORA SONO NEI CASINI
Si complica la posizione di Marcellino Iachi Bonvin titolare della tabaccheria «Winner Point» di Pavone Canavese (Torino) che nella notte tra giovedì e venerdì scorso ha sparato — uccidendolo — a Ion Stavila, 25 anni, sorpreso durante un tentativo di furto. Nella versione del tabaccaio la dinamica è la seguente: Bonvin ha sparato per legittima difesa dopo una colluttazione con i tre ladri sorpresi nel cortile. Svegliato dall’allarme l’uomo sarebbe sceso dalla propria abitazione (che si trova sopra il negozio) e avrebbe sorpreso i ladri sparando al petto di Stavila.
L’autopsia sembra smentire completamente il racconto fornito dal tabaccaio di Pavone Canavese.
Innanzitutto Stavila è stato colpito alle spalle, e non al petto. Il procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando però non vuole giungere a conclusioni affrettate: «l’autopsia ha accertato che l’uomo è stato colpito da un unico colpo trapassante al cuore, dal lato destro ma non sappiamo ancora quale sia il foro di ingresso e quello di uscita del proiettile». Mancano ad esempio i risultati dei rilievi e gli accertamenti balistici compiuti sul posto dalla polizia scientifica.
Secondo le prime indiscrezioni però il medico legale avrebbe rilevato che il colpo è stato esploso dall’alto. Il che collocherebbe Bonvin sul terrazzo della sua abitazione e non nel cortile. Se questa ipotesi venisse confermata non ci sarebbe stata alcuna colluttazione. Nel tamburo della pistola — una Taurus 357 magnum — sono stati trovati sette bossoli, solo uno dei colpi esplosi ha colpito Stavila.
Il ministro dell’Interno Matteo Salvini si era affrettato ad esprimere tutta la sua solidarietà nei confronti di Bonvin al grido di «la difesa è sempre legittima!».
Se sia stata legittima difesa o meno lo decideranno giudici e magistrati. Come direbbe lui: se Salvini vuole davvero occuparsi dell’argomento può sempre iscriversi a Giurisprudenza, laurearsi, sostenere un esame di Stato e scegliere se fare l’avvocato o il magistrato.
Al momento risulta che sia il ministro dell’Interno e che quindi non debba mettere il becco nei procedimenti in corso.
Anche dopo le notizie sull’esito dell’esame autoptico Salvini ha continuato a stare dalla parte del 67enne di Pavone Canavese: «ribadisco che sono e sarò sempre a fianco dell’aggredito e mai dell’aggressore, in torto c’è l’aggressore e non l’aggredito. Lascio fare ai giudici il loro lavoro».
Appunto saranno i giudici a valutare se è stato un caso di legittima difesa o meno, tenendo presente che il Parlamento ha di recente approvato l’ennesima riforma voluta dalla Lega. Una riforma che però potrebbe essere inutile, almeno in questo caso specifico.
A dirlo è il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni (Lega) che in un’intervista al Messaggero spiega «È chiaro che la legge sulla legittima difesa evidentemente non scatta se spari alle spalle. Era così anche prima. Ed è per questo che la vera importanza sta nella prevenzione, proprio perchè bisogna evitare che simili episodi accadano».
Determinante sarà quindi l’esito della perizia balistica che servirà per accertare se i colpi sono stati esplosi in strada o se invece il proiettile mortale è stato sparato dal terrazzino. Secondo il medico legale il foro d’uscita è quello sul petto, ma per ricostruire l’esatta dinamica è importante ritrovare anche il proiettile, che al momento non è ancora stato rinvenuto.
Il PD va all’attacco della Lega con il capogruppo nella commissione Giustizia della Camera, Alfredo Bazoli: «se fosse vero che il tabaccaio di Ivrea ha sparato dall’alto e alle spalle saremmo di fronte alle prime due vittime delle menzogne di Salvini sulla legittima difesa. Il ladro, sanzionato per un furto con la pena di morte direttamente eseguita sul posto, e il tabaccaio, ingannato dalla propaganda del governo, che si ritrova indagato per omicidio volontario. Perchè anche oggi, nonostante la riforma, la difesa è legittima solo a certe condizioni, e non può mai trasformarsi in giustizia fai da te».
Ed è proprio così, se le indagini dovessero confermare che non si è trattato di legittima difesa Salvini dovrebbe farsi un’esame di coscienza.
La moglie di Bonvin aveva infatti dichiarato «meno male che Salvini ha fatto questa legge, dopo otto furti, non ce l’abbiamo più fatta».
È evidente come la propaganda della Lega sulla “difesa sempre legittima” e la diffusione di vere e proprie fake news sull’argomento (come quella che chi spara per difendersi non viene indagato) abbia generato parecchia confusione nei cittadini.
E su un tema così delicato, dove ad ogni azione ci scappa il morto e si rischia di rovinare almeno due famiglie il ministro dell’Interno avrebbe fatto bene a mettere da parte la propaganda sicuritaria per dire le cose come stanno in modo chiaro.
Così però Salvini non avrebbe potuto prendere i voti di tutti coloro che si sentono minacciati da ladri e malviventi. Molto più conveniente invece è stato generare un senso di insicurezza (nonostante le statistiche dicano che certi reati siano in calo) nei cittadini per farli sentire “sotto assedio”.
La Lega e Salvini hanno giocato sulla paura, quella dell’inesistente invasione di migranti e quella di chi teme di vedersi rubare i propri beni.
Ma la legittima difesa nella versione salviniana genera solo un falso senso di sicurezza.
Il risultato? Per ora un ragazzo morto e un uomo di 67 anni che rischia un processo.
(da “NextQuotidiano“)
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Giugno 12th, 2019 Riccardo Fucile
“DOBBIAMO PIANIFICARE LA VITTORIA ALLE EUROPEE”
L’inchiesta di Report aveva ricostruito l’incontro del 7 settembre scorso al Viminale tra Steve
Bannon e Salvini, con la mediazione di Federico Arata, figlio di Paolo, l’uomo coinvolto nell’indagine siciliana che tocca il sottosegretario leghista Armando Siri.
In auto ci sono l’uomo forte della destra mondiale e un emissario della Lega. Il primo è Steve Bannon, l’ex capo stratega di Donald Trump, ora diventato ideologo dell’internazionale populista, grande ammiratore del modello organizzativo del campo di sterminio nazista di Auschwitz, definito, letteralmente, “una figata, ingegneria di precisione all’ennesima potenza, fatta da Mercedes, Kropp, Hugo Boss… un complesso industriale istituzionalizzato per eccidi di massa”.
L’emissario della Lega è Federico Arata. È il figlio di Paolo, il perno dell’indagine che in Sicilia collega gli interessi del boss Matteo Messina Denaro e il sottosegretario leghista Armando Siri.
Ma è anche consigliere a Palazzo Chigi del numero due del Carroccio Giancarlo Giorgetti. I due sono diretti al ministero degli Interni, dove Bannon incontrerà Matteo Salvini per farne il punto di riferimento italiano del suo “The Movement”.
Sarebbe proprio Arata jr l’artefice del rapporto fra Bannon e Salvini. È presente all’incontro fra i due del 7 settembre al Viminale.
Dal servizio di Report emerge inoltre che l’organizzazione populista “The Movement” avrebbe avuto un ruolo chiave nella nascita del governo Conte.
Secondo il portavoce del movimento di Bannon, Mischael Modrikamen, “Steve (Bannon, ndr) ha fatto pressioni su Salvini e Di Maio per formare l’attuale coalizione di governo”. Il contesto è la crisi seguita alle elezioni dell’anno scorso: dopo il fallimento delle consultazioni, Carlo Cottarelli riceve l’incarico di formare il governo, mentre il Movimento 5 Stelle evoca l’impeachment.
A quel punto Bannon attacca: “L’Italia è in una crisi di sovranità “, dichiara da Roma. “All’epoca delle trattative tra Salvini e Di Maio – ricostruisce adesso Modrikamen – (Bannon, ndr) ha detto loro “dovreste provare a fare questa alleanza populista””.
Nel servizio, mentre si fa accompagnare al Viminale, l’ex consigliere di Trump istruisce Arata jr: “Intendiamo fornire inchieste, analisi di dati, messaggi dal centro di comando”. “Possiamo diventare il partito numero uno in Italia – gli risponde il giovane Federico – E poi dovrete dir loro che dobbiamo pianificare… Pianificare è la parola chiara… la vittoria per le Europee”.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 12th, 2019 Riccardo Fucile
IN CELLA ANCHE IL FIGLIO E NICASTRI, IL RE DELL’EOLICO
Due mesi dopo l’avviso di garanzia e le perquisizioni, finisce in manette Francesco Paolo Arata, ex consulente per l’Energia del ministro Matteo Salvini, due anni fa aveva contribuito a stilare il programma della Lega.
Ora, è accusato di “intestazione fittizia, corruzione e autoriciclaggio”, queste le contestazioni che gli vengono mosse dalla procura di Palermo e dalla Dia di Trapani.
Per i suoi affari con Vito Nicastri, il “re” dell’eolico vicino all’entourage del latitante Matteo Messina Denaro, e per alcune mazzette che sarebbero state pagate a un dirigente regionale.
Questa mattina, sono stati arrestati anche il figlio di Arata, Francesco, Vito Nicastri e suo figlio Manlio. Ai domiciliari, il dirigente Alberto Tinnirello, che è stato in servizio all’assessorato regionale all’Energia.
Indagato, per abuso d’ufficio, è invece il presidente della commissione “Via” (Valutazione di impatto ambientale) dell’assessorato regionale al Territorio, si tratta di Alberto Fonte, il cui ufficio è stato perquisito.
E’ scattato anche il sequestro di otto società del gruppo Arata-Nicastri, il provvedimento riguarda Solcara, Solgesta, Etnea, Bion, Ambra energia, Alcantara srl (precisiamo che la società Alcantara Spa, azienda che produce e commercializza in tutto il mondo l’omonimo materiale a marchio registrato Alcantara ®, non ha nulla a che vedere con la società menzionata, Alcantara Srl, che opera nel settore eolico (una delle società sequestrate), Greta Wind e Intersolar.
L’indagine è a una svolta. Dalle perquisizioni del 17 aprile scorso, sono emersi riscontri importanti alle ipotesi d’accusa, così all’inizio di maggio il procuratore aggiunto Paolo Guido e il sostituto Gianluca De Leo hanno avanzato una richiesta di misura cauteare al gip Guglielmo Nicastro.
Intanto, alla procura di Roma, prosegue l’altro filone dell’inchiesta, che vede indagati Arata e l’ex sottosegretario leghista Armando Siri, per una mazzetta da 30 mila euro, il prezzo di un emendamento che alla fine del 2018 avrebbe dovuto aprire nuovi finanziamenti per gli affari sull’eolico con Vito Nicastri.
Di quella mazzetta Arata parlò al figlio Francesco e al figlio del “re” dell’eolico nel settembre scorso. E il fascicolo è passato per competenza territoriale nella Capitale: dopo la notizia dell’inchiesta, il presidente del Consiglio Conte ha dimissionato Siri, che non intendeva farsi da parte.
Arata e Siri avevano rapporti strettissimi: nel giugno scorso, era stato proprio Arata (ex deputato di Forza Italia passato alla Lega) a sponsorizzare la nomina del sottosegreario.
Sono le parole di Francesco Paolo Arata, intercettate dalla Dia di Trapani, ad avere aperto uno scenario di affari e complicità .
“Io sono socio di Nicastri al 50 per cento — diceva lui stesso a un amico avvocato — nella sostanza abbiamo un accordo societario, di co-partecipazione”. In un’altra intercettazione, con il figlio dell’imprenditore ai domiciliari per concorso esterno in associazione mafiosa, raccontava: “Nel 2015, ho dato 300 mila euro a tuo papà ”. E, intanto, si vantava pure di aver sborsato diverse mazzette.
“Questi qua sono stati tutti pagati”, diceva con orgoglio al figlio Francesco mentre stava per entrare negli uffici dell’assesorato regionale all’Energia, a Palermo. Francesco Paolo Arata, l’ex professore di ecologia reclutato due anni fa da Salvini per stilare il programma della Lega, era davvero un gran dispensatore di mazzette.
“Quanto gli abbiamo dato a Tinnarelli?”, sussurrava a proposito del dirigente che si occupava delle autorizzazioni per i parchi eolici, Alberto Tinnirello. “Quello è un corrotto”, diceva di un altro funzionario, Giacomo Causarano. “Un amico, una persona a noi vicina”.
A scorrere le ultime intercettazioni dell’inchiesta, emerge tutto l’orgoglio del tangentista che riesce a sbloccare quelli che lui chiama ostacoli, e invece sono le regole. Emerge anche una grave consapevolezza: Arata sapeva di fare affari in Sicilia con personaggi “a rischio”. Per le loro frequentazioni mafiose.
Da una parte, Vito Nicastri; dall’altra, Francesco Isca, imprenditore oggi indagato per associazione mafiosa. La procura contesta l’aggravante di mafia a Nicastri e Arata, che però il giudice non ha al momento riconosciuto nella ordinanza. Nicastri scrive però che negli affari dei due faccendieri “c’è un elevato rischio di infiltrazioni di Cosa nostra”.
E poi ci sono i rapporti con la politica. “Dalle attività di indagine – ricostruisce la procura – è emerso che Arata ha trovato interlocutori all’interno dell’assessorato all’Energia, tra tutti l’assessore Pierobon, grazie all’intervento di Gianfranco Miccichè, a sua volta contattato da Alberto Dell’Utri”.
Dunque, l’ambasciatore di Vito Nicastri era riuscito a parlare con il presidente dell’Ars e con il fratello di Marcello Dell’Utri, uno dei fondatori di Forza Italia condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Probabilmente, contatti che arrivano ad Arata dalla sua partecipazione in Forza Italia dopo l’elezione alla Camera nella circoscrizione della Toscana.
Ma le relazioni di Arata vanno molto oltre: incontra anche Calogero Mannino. Gli serve per arrivare ai vertici dell’assessorato al Territorio. Scrivono ancora il procuratore aggiunto Guido e il sostituto De Leo: “Quando l’epicentro della fase amministrativa diveniva l’assessorato al Territorio e Ambiente (per la verifica di assoggettabilità del progetto alla “Via”, valutazione di impatto ambientale), Arata è riuscito a interloquire direttamente con l’assessore Cordaro e, tramite questi, con gli uffici amministrativi di detto assessorato, dopo aver chiesto un’intercessione per tale fine a Calogero Mannino”.
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2019 Riccardo Fucile
UN PUZZLE DI INTERESSI POCO CHIARI… REPORT NON SI FA INTIMIDIRE E RILANCIA LE ACCUSE
Mentre il tesoriere della Lega Giulio Centemero annuncia non meglio precisate querele nei
confronti di Report senza negare o spiegare nulla riguardo la vicenda della società di una barista che ha ricevuto 480mila euro ad appena otto giorni dalla nascita per gestire la comunicazione social della Lega (evidentemente sono stati pagati in anticipo…) e poi ne ha girati una bella fetta a Luca Morisi, il Casaleggio di Salvini, la procura di Genova sta indagando proprio su quanto andato in onda due sere fa su Rai3.
Racconta Matteo Pucciarelli su Repubblica:
La procura sta indagando nella fattispecie, sui 480 mila euro di fondi del gruppo del Senato versati un anno fa per la comunicazione istituzionale alla società della cognata di Alberto Di Rubba, uno dei commercialisti del partito. A parte la parentela, la donna fa la barista e la srl era stata aperta 8 giorni prima della chiusura del contratto.
La trasmissione ha chiesto chiarimenti a Centemero, senza successo.
Domande riproposte da Ranucci: «È vero o no che il gruppo parlamentare della Lega ha fatto un contratto da 480 mila euro con la società della cognata di Di Rubba? È vero o no che quei soldi sono tornati in parte allo staff di Salvini? Per quali attività ? Ci sono fatture che documentano che con quei soldi è stata svolta attività istituzionale e non propaganda politica, visto che sarebbe vietato? E perchè è stata utilizzata una società di comodo aperta 8 giorni prima da una barista?».
Centemero, che è indagato a Bergamo per finanziamento illecito in un’altra vicenda, preso dalla foga di querele non ha evidentemente trovato il tempo di spiegare le curiose circostanze del pagamento. Magari lo troverà a breve. Intanto, però…
Le complicate operazioni societarie di fondi pubblici che escono e riescono dai bilanci della Lega – la vecchia Nord e la nuova, per ora sgravata da pendenze giudiziarie – e da fiduciarie riconducibili al partito, sono tutte operate da tre persone: Centemero, Di Rubba e un altro commercialista, Andrea Manzoni. Quest’ultimo è peraltro l’uomo della Lega su Milano, piazzato nel collegio sindacale anche in società a partecipazione pubblica di peso come Arexpo, Sea e Amiacque. Così come Di Rubba era a capo di Lombardia Film Commission, che comprò una nuova sede a 800 mila euro, soldi in parte rientrati in società a lui collegate. Un puzzle d’interessi poco chiari.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 12th, 2019 Riccardo Fucile
SALVINI SMENTISCE SE STESSO E SI FREGA DA SOLO: NON VOLEVA TASSARE LE CASSETTE DI SICUREZZA PER COLPIRE I RISPARMIATORI, VOLEVA SOLO FARE L’ENNESIMO CONDONO PER CHI IMBOSCA I SOLDI
La vicenda di Salvini e delle cassette di sicurezza degli italiani che il leader della Lega ha proposto di far emergere e tassare si arricchisce di nuovi, significativi dettagli che contribuiscono a rendere la situazione già bella disperata ma assolutamente non seria.
Subito dopo aver visto i giornali di stamattina che lo dipingevano come un tassator scortese, visto che aveva detto: «Non parlo di soldi all’estero, se qualcuno ce li ha portati sono affari suoi, ma mi dicono che ci sono centinaia di miliardi in cassette di sicurezza, fermi. Potremmo metterli in circuito per gli investimenti. Si potrebbe far pagare un’imposta e ridare il diritto di utilizzarli», Salvini ha tenuto a smentire di aver detto quello che ha detto:
“Prive di qualsiasi fondamento le ipotesi di una patrimoniale, di tasse sui risparmi, sui conti correnti degli italiani o su cassette di sicurezza. Siamo al governo per togliere, non per aggiungere tasse. L’unico ragionamento riguarda una ‘pace fiscale’ per chi volesse sanare situazioni di irregolarità relative, oltre che ad Equitalia, al denaro contante”.
Ora, forse al Capitano serve di capire che se vuole tassare del patrimonio (a suo dire per rivitalizzare gli investimenti, anche se il governo di solito toglie fondi agli investimenti per regalarli alle città indebitate) sta proponendo una tassa sul patrimonio, ovvero una patrimoniale.
Se invece sta proponendo di far emergere a sconto liquidità , allora sta promettendo un condono.
Quindi, al di là dei giochi di parole sulla pace fiscale, delle due l’una. Ciò detto, è meravigliosamente comico segnalare che il MoVimento 5 Stelle ha appena smentito il Capitano:
Il Movimento Cinque Stelle smentisce che sia in corso una trattativa sull’ipotesi di “pace fiscale” che riguardi il contante, come annunciato invece da Matteo Salvini. “Non c’e’ nessuna ipotesi di condono, e tanto meno sui contanti”, riferiscono fonti M5s interpellate dall’agenzia Dire.
Ecco quindi che Salvini smentisce la patrimoniale aprendo al condono mentre i grillini smentiscono il condono e la patrimoniale.
E il bello è che dal manicomio Italia per oggi non è nemmeno tutto, visto che non sono nemmeno le 13 e la giornata è ancora lunga.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 12th, 2019 Riccardo Fucile
QUESTA L’IDEA PROPOSTA, UNA SORTA DI MINI-PATRIMONIALE A FAVORE DEGLI EVASORI E MALAVITOSI
Matteo Salvini a Porta a Porta lancia una tassa sulle cassette di sicurezza degli italiani: «Non
parlo di soldi all’estero, se qualcuno ce li ha portati sono affari suoi, ma mi dicono che ci sono centinaia di miliardi in cassette di sicurezza, fermi. Potremmo metterli in circuito per gli investimenti. Si potrebbe far pagare un’imposta e ridare il diritto di utilizzarli», annuncia.
E la frase somiglia molto a quella sulla ricchezza privata che pronunciò qualche tempo fa: chi tiene nelle cassette di sicurezza del denaro potrebbe dichiararlo al fisco e, pagando una certa percentuale – quella che circola è del 15%, come la flat tax –, farlo pienamente «riemergere».
Si tratta di una sorta di patrimoniale che, secondo La Stampa, potrebbe fruttare molto:
Un tesoretto interessante da tassare se si considera che secondo il vice premier i nostri concittadini vi tengono nascosti beni per decine se non centinaia di miliardi. Sarebbero circa cinque milioni gli italiani che hanno una cassetta di sicurezza nel caveau di una banca.
I risparmiatori vi depositano ogni genere di preziosi: gioielli, lingotti, monete d’oro, ma anche ingenti somme di denaro. Per la verità l’idea di accendere un faro su questo tesoretto non è nuova: già nel 2013 Bankitalia mise in atto un provvedimento di verifica in chiave antiriciclaggio.
Da allora l’Agenzia delle Entrate conosce nome e cognome dei titolari delle cassette e può ordinare quando lo ritiene utile verifiche a tappeto sui loro contenuti.
Gian Maria De Francesco sul Giornale nota che il meccanismo potrebbe essere simile a quello della voluntary disclosure:
Nella pace fiscale originaria, così come formulata dalla Lega prima dell’avvio della sessione di Bilancio 2018 nello scorso agosto, era prevista una flat tax al 15 o al 20% sui contanti detenuti in Italia o all’estero e non dichiarati. Lo stop dei M5s allo scudo penale (si configurano, infatti, i reati di riciclaggio e autoriciclaggio) ha fatto passare tutto in cavalleria.
Eppure il carroccio avrebbe voluto «obbligare» a investire quanto non tassato in titoli di Stato o in Pir, i piani di investimenti nelle aziende italiane. Non si hanno dati precisi sull’ammontare dei risparmi detenuti nelle cassette di sicurezza ma sulla base di quanto dichiarato in audizione dal procuratore di Milano, Francesco Greco, si stimavano almeno 150 miliardi di cui almeno un terzo, cioè 50 miliardi in Italia.
In quella formulazione si sarebbe potuto incassare un massimo di 7,5-10 miliardi, cioè un anno di quota 100 o di reddito di cittadinanza.
Secondo i leghisti a proporre un meccanismo simile è stato nel 2017 il procuratore capo di Milano Francesco Greco, che a un convegno del 2017, presente l’allora ministro Maria Elena Boschi, aveva quantificato in circa 200 miliardi l’ammontare dei contanti sepolto nelle cassette di sicurezza italiane.
Ricorda oggi il Corriere che “lo stesso governo Renzi aveva accarezzato l’idea di «scudare» quelle somme, ma se ne sarebbe trattenuto per le delicate implicazioni che la mossa comporta: a seconda di come venisse messa in pratica si potrebbe sfiorare l’ipotesi di riciclaggio di denaro sporco da parte dello Stato”.
Resta solo da capire, come segnala Mario Seminerio su Twitter, se si tratta invece di una minaccia per chi vuole evitare la prossima patrimoniale su conti correnti e dossier titoli.
(da “NextQuotidiano”)
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