Giugno 26th, 2019 Riccardo Fucile
AL CAPO ULTRAS (UFFICIALMENTE ELETTRICISTA) SEQUESTRATI VILLETTA, BAR, SOLDI E AUTO DI LUSSO
La Polizia ha sequestrato beni per circa un milione di euro a Luca Lucci, capo ultrà del Milan già
arrestato nel maggio 2018 per spaccio in concorso. Il provvedimento ha disposto il sequestro di un complesso immobiliare di due piani con autorimessa e della gestione di un bar, storico ritrovo degli ultras del Milan.
Nel dicembre scorso alcune foto che ritraevano Lucci e il ministro dell’Interno Matteo Salvini destarono molte polemiche.
Lucci infatti aveva patteggiato una pena per traffico di stupefacenti ed era stato daspato perchè in una rissa che il suo gruppo aveva provocato, lui aveva fatto perdere un occhio a Virginio Merola, tifoso dell’Inter che poi si era tolto la vita.
Si tratta della prima applicazione in Lombardia di una misura di prevenzione patrimoniale per un esponente delle tifoserie organizzate.
Il provvedimento è della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Milano, presieduta da Fabio Roia, ed è stato eseguito dalla Divisione Anticrimine della Questura di Milano: oltre al complesso immobiliare, di recentissima costruzione, e alla gestione del locale, il sequestro riguarda anche anche un’auto di grossa cilindrata e dei conti correnti.
L’ultras amico di Salvini si era scambiato pacche sulle spalle con il ministro, dimostrando grande familiarità con lui. Ma il ministro non era sembrato molto interessato all’argomento: “Io stesso sono indagato. Sono un indagato in mezzo ad altri indagati”, aveva detto il leader della Lega ponendo invece l’accento su altri aspetti del tifo organizzato: “Questi tifosi sono persone perbene, pacifiche, tranquille. Loro portano colore con un coro, un tamburo, una bandiera. La violenza è un’altra cosa”.
Ora alla “persona perbene” spacciatore hanno sequestrato villa, bar e auto di lusso.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 26th, 2019 Riccardo Fucile
“ABBANDONARE LE PERSONE CHE SOFFRONO E’ UNO DEI PIU’ EFFERATI CRIMINI CHE L’UOMO PUO’ COMPIERE”
La situazione paradossale della Sea Watch, ancora davanti Lampedusa senza possibilità dio scendere, sta scuotendo gli animi di chi rimane ancora sinceramente solidale in questo paese.
Tra loro, il presidente e fondatore di Libera Don Ciotti ha chiesto lo sbarco dei migranti scrivendo: “Stiamo andando alla deriva. Abbandonare persone fragili e sofferenti è uno dei peggior crimini che un essere umano possa commettere. Noi siamo con il capitano Carola, siamo dalla sua parte perchè Carola con il suo coraggio e la sua umanità incarna le leggi del cuore e della coscienza e non accetta di piegarsi alle leggi del potere e dell’arbitrio, leggi che stanno mandando alla deriva un intero continente che è stato culla di civiltà : L’Europa”
“È necessario metterci nei panni degli altri, di chi soffre perchè non possiamo permetterci il naufragio delle coscienze. Facciamoli scendere, si sta giocando una partita di civiltà – ammonisce – Si, civiltà . Perchè quando viene meno il dovere di soccorso, un dovere che nasce dall’empatia fra gli esseri umani, dal riconoscerci gli uni e gli altri soggetti a un destino comune, viene meno il fondamento stesso della civiltà “.
(da agenzie)
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Giugno 26th, 2019 Riccardo Fucile
ORRORE DELL’ITALIA CIVILE: IL CORPO PORTATO A TERRA SUL MOLO DI SCIACCA
Ha destato grande impressione e sgomento la scoperta dell’equipaggio di un peschereccio siciliano
che, a 25 miglia dalle coste agrigentine, tirando su le reti insieme al pesce vi hanno trovato impigliato il corpo di un giovane uomo, probabilmente uno delle centinaia di migranti dispersi (senza che se ne possa tenere il conto) durante la traversata verso l’Europa.
Il corpo e’ stato portato a terra sul molo di Sciacca ed e’ a disposizione dell’autorita’ giudiziaria.
E’ una delle migliaia di vittime che governi criminali determinano con le loro politiche razziste e illegali di respingimento.
(da agenzie)
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Giugno 26th, 2019 Riccardo Fucile
SEA WATCH, QUESTIONE DI ORE, CAROLA FORZERA’ IL BLOCCO RAZZISTA E METTERA’ IN SALVO 42 ESSERI UMANI… ALTRA BEFFA PER SALVINI: ARRIVANO IN OTTO CON UN BARCHINO E NESSUNO SE NE ACCORGE
Tutti gli occhi a Lampedusa, e non solo, sono puntati sulla Sea Watch 3 che, il giorno dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha respinto il ricorso dei 42 migranti a bordo, continua ad incrociare al limite delle acque territoriali italiane.
La decisione della comandante della nave Carola Rackete e’ ormai questione di ore.
“Siamo tutti con lei. A questo punto e’ nella responsabilita’ del comandante portare in salvo i naufraghi”, il commento di ieri sera della Ong tedesca i cui legali hanno espresso “profondo sconcerto” per un verdetto che ritengono “contraddittorio e problematico dal punto di vista dell’effettivita’ della tutela dei diritti fondamentali e della dignita’ dell’uomo”.
I legali trovano illogico che la Corte, che non ha ritenuto obbligo dell’Italia offrire un porto ai migranti, abbia invece invitato le autorita’ italiane a garantire rifornimenti e cure mediche alle persone a bordo.
E la Ong stamattina rilancia: “Se il nostro capitano Carola porta i migranti salvati dalla Sea Watch 3 in un porto sicuro, come previsto dalla legge del mare, affronta pene severe in Italia”. Lo scrive in un tweet la ong tedesca invitando a donare al fondo per l’assistenza legale di Sea Watch per “aiutare Carola a difendere i diritti umani”.
Il ministro dell’Interno Salvini ieri sera ha ribadito che se la nave decidera’ di violare il divieto di ingresso ed entrare in porto verra’ multata per 50.000 euro e confiscata e comandante ed equipaggio denunciati.
A Lampedusa le motovedette italiane, pronte all’intervento da ieri, si sono accorte solo all’ultimo momento dell’ennesimo barchino che, beffando tutti persino in un momento di grande allerta, ha sbarcato altri otto migranti, tutti tunisini.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
LE PERPLESSITA’ DEL CONSIGLIO SUPERIORE DEI LAVORI PUBBLICI E DI ALTRI ESPERTI SU RAGGI DI CURVATURA, SICUREZZA E ASPETTI IDRAULICI
Raggi di curvatura, sicurezza, carattere idraulico dell’opera. 
Sono di diverso ordine le perplessità sollevate dal parere del Consiglio superiore dei lavori pubblici che, lo scorso marzo, si è espresso sul progetto del Ponte sul Polcevera, firmato Renzo Piano e affidato alla cordata Salini Impregilo con Fincantieri e Italferr per 202 milioni di euro.
Il Consiglio ha reso noto il dettaglio del parere lo scorso 11 giugno. Un parere non vincolante, richiesto dal Commissario per la ricostruzione Marco Bucci; esso non rilascia semafori verdi e prescrizioni da seguire, visto il quadro giuridico entro cui la struttura commissariale nominata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri agisce, ovvero lo spazio di manovra di deroga rispetto ai comuni iter delle grandi opere pubbliche.
Tuttavia, le 86 pagine sollevano più di un problematica sul progetto della ricostruzione del Morandi.
“In primis devo dire che vi è un vincolo che forse viene sottovalutato- dice Alberto Prestininzi, professore di geologia e rischio idrogeologico all’Università La Sapienza e membro del Consiglio superiore dei lavori pubblici- ovvero che la nuova opera, per come nasce giuridicamente, deve seguire il vincolo dell’ex Ponte Morandi e si configura al netto di una variante. Questo ha una serie di ricadute e conseguenze: innanzitutto le limitazioni geometriche sconfigurano in un adeguamento di una strada esistente. Per esempio, il Consiglio ha fatto notare che, per la carreggiata est della nuova opera, i raggi di curvatura non rispettano le nuove norme e potrebbero portare conseguenze sulla sicurezza. Anche nella carreggiata ovest si sono notati dei numeri che non rispettano la normativa. Le osservazioni del Consiglio devono essere inquadrate alla luce del vincolo giuridico della variante, quindi, in realtà , il vero tema è come adeguare le nuove norme, ad un’opera che rientra nel quadro della variante. Uno dei rimedi può essere la riduzione della velocità che attenuerebbe il pericolo derivante da questi raggi di curvatura”.
Secondo il nuovo progetto, infatti, il Ponte sul Polcevera nascerà con delle limitazioni di velocità in origine, proprio per questi aspetti che riguardano sicurezza e visibilità .
“Altro punto- continua Prestininzi- è il carattere idraulico dell’opera. La posizione dei piloni per bypassare il Polcevera non risponde a quello che chiede la normativa e c’è un rischio allagamento che abbiamo segnalato nella nostra relazione. In genere, per il consiglio, la possibilità di esprimere un parere arriva prima delle gare e dei contratti d’appalto per il consiglio; in questo caso è stato chiesto a contratti già firmati, quindi non c’era alcun reale spazio di suggerimento. Con il decreto legge e la legge successiva il Governo ha “ingessato” questa operazione nelle modalità ”.
Anche per altri esperti che hanno letto il parere, si evincono criticità .
“Ho letto la relazione- spiega all’Huffpost Enzo Siviero docente di Teoria e progetto di ponti all’Università di Venezia- e devo dire che il problema delle carreggiate e dei raggi di curvatura, rende una delle criticità più rilevanti: un ponte che nasce con delle limitazioni di velocità . Questo significa, banalmente, che un ipotetico incidente, nel tratto non a norma, verrebbe giudicato dai magistrati non certo considerando le deroga che ha permesso questo. Non solo. Riscontro un’altra considerazione interessante nel parere, quella sulle luci delle campate del futuro Ponte sul Polcevera. Il Consiglio Superiore ha suggerito di attenersi alla distanza di 100 metri, l’una dall’altra. Si è scelto di porle distanti 50 metri, una motivazione ben più architettonica che ingegneristica. La scelta dei 50 metri pone problemi di durabilità dell’opera e costi aggiuntivi e significativi di manutenzione”.
Altro parere negativo sulla relazione è quello dell’ingegnere strutturista Vito Segantini, ingegnere civile e consulente in ambito pubblico e privato per le grandi opere che, in una relazione sul parere del Consiglio, commenta così il documento, soffermandosi in particolare sui i problemi di sistema a cassone che il nuovo ponte avrebbe sul nascere: “Sono molte e numerose non conformità alle disposizioni legislative vigenti in materia, prima fra tutte la non congruità delle caratteristiche geometriche della sezione viaria, variabile da un punto all’altro del viadotto per potersi omogeneizzare con i rimanenti tratti autostradali realizzati negli anni ’60 e rispondenti alle normative all’epoca vigenti. Il progetto degli impianti tecnologici viene, sostanzialmente, bocciato, in quanto carente di molti documenti ed elaborati progettuali. Gli elaborati sugli impianti elettrici appaiono insufficienti ed è quindi necessaria una revisione ed integrazione per un adeguamento a livello definitivo della documentazione di progetto. In aggiunta, la macchina di deumidificazione degli ambienti siti all’interno delle travi a cassone appare dimensionata insufficientemente, tanto da sollevare dubbi circa l’effettivo smaltimento dell’umidità degli ambienti durante la stagione invernale”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
ORA TONINELLI PARLA DI “PRIMAVERA 2020” MA SE VA BENE NON SARA’ PRONTO PRIMA DI LUGLIO
Oggi il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli era a Genova per presenziare alla prima colata di cemento del nuovo viadotto sul Polcevera che andrà a sostituire il Ponte Morandi crollato il 14 agosto 2018.
Nell’occasione il ministro ha fatto sapere che si tratta di una giornata importante «perchè il lavoro che abbiamo fatto nei mesi scorsi finalmente inizia a essere tangibile».
Toninelli ha anche fatto alcune previsioni sulla realizzazione dell’opera «penso che per la fine dell’anno il nuovo ponte sarà in piedi e, nella primavera del 2020, lo si possa inaugurare».
Manca ancora poco meno di un anno (secondo le stime del ministro) all’inaugurazione del nuovo viadotto sul Polcevera.
Il 14 agosto prossimo ci sarà il primo anniversario della tragedia del Ponte Morandi. Secondo Toninelli «la prima colata di calcestruzzo significa che stiamo finalmente ricostruendo: il simbolo del fallimento della gestione della cosa pubblica data ai privati sarà un brutto ricordo».
Per la verità i ricordi sono ancora tutti lì, davanti agli occhi di tutti. Il ponte deve essere ancora demolito completamente, le due torri strallate saranno abbattute con l’esplosivo venerdì a quasi undici mesi dal disastro.
Era il 4 settembre 2019, a meno di un mese dal crollo dei Ponte Morandi quando il governo Conte firmava un impegno solenne, una risoluzione con cui si prometteva che i tempi di ricostruzione on sarebbero stati superiori ad un anno.
Ovviamente nè Conte, nè Toninelli avevano pensato che prima di procedere alla demolizione era necessario attendere i tempi tecnici delle indagini e il dissequestro delle macerie e della struttura rimasta in piedi. Dettagli.
Come è un dettaglio il fatto che il famoso Decreto Genova sia stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale solo il 28 settembre, a più di un mese dalla tragedia nella quale hanno perso la vita 43 persone.
E nel Decreto così tanto faticosamente elaborato, mancavano i soldi per il Ponte. Per nominare il Commissario per la ricostruzione invece il Governo ci ha impiegato ben 51 giorni.
Per l’avvio dei lavoro di demolizioni invece si dovette aspettare 129 giorni (21 dicembre 2018) mentre la ricostruzione iniziò solo il 15 aprile 2019 (dopo 244 giorni).
A dicembre del 2018 Toninelli dichiarava a Radio Anch’io che il nuovo ponte (su progetto di Renzo Piano) «sarà in piedi a fine 2019 e all’inizio del 2020 al massimo verrà inaugurato, magari addirittura a fine dicembre».
Oggi quella data è già slittata di tre mesi, si parla della primavera quindi come minimo a marzo dell’anno prossimo.
E non era nemmeno la prima volta che Toninelli cambiava previsione, appena quindici giorni prima, il 7 dicembre, il ministro a Rai 3 annunciava che il ponte sarebbe stato pronto «entro la fine dell’anno prossimo» ovvero a dicembre 2019.
Allo stato attuale possiamo scommettere che il ponte non sarà pronto prima di luglio 2020.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
L’ITER DELLA PROCEDURA D’INFRAZIONE SENZA FATTI NUOVI SARA’ CONFERMATA IL 9 LUGLIO
Il clima di festa per la vittoria dell’Italia contro la Svezia nella ‘gara’ per ospitare le Olimpiadi
invernali 2026 non arriva fino a Bruxelles. Fa bene alla reputazione del Belpaese, ma non cambia di una virgola quel dossier che tanto preoccupa l’esecutivo: la procedura per deficit legata al debito eccessivo.
Oggi la Commissione europea ne ha discusso: i preparativi vanno avanti. Tempo per decidere: esattamente tra una settimana.
“Il 5 giugno la Commissione ha redatto un report le cui conclusioni dicevano che la procedura per debito eccessivo è giustificata. La Commissione prosegue i lavori preparatori in linea con le indicazioni della procedura. La Commissione ha avuto una discussione sulla situazione attuale e si è concordato di tornare sulla questione la prossima settimana”, spiega il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas nel briefing con la stampa dopo la riunione dei commissari.
A bocce ferme, se il governo italiano non fornirà garanzie vere sulla riduzione del deficit e del debito, la procedura — percorso obbligato di controllo della spesa per almeno 5 anni — sarà confermata nella riunione dei commissari la settimana prossima a Strasburgo, in concomitanza con la prima plenaria del nuovo Europarlamento eletto a maggio.
Significa che il quella sede la Commissione approverà un documento nel quale si dirà che l’Italia non ha prodotto nessuna iniziativa rilevante sul fronte deficit/debito, per cui si chiederà l’apertura formale della procedura, che gli Stati dovranno approvare all’eurogruppo/Ecofin dell′8 e 9 luglio.
A questo punto, per bloccare procedura servirà il voto contrario del 55% degli Stati membri in rappresentanza del 65% della popolazione.
La Commissione prevede che il deficit italiano possa arrivare al 2,5 per cento del pil quest’anno e sforare il 3 l’anno prossimo, mentre per il debito prevede un pericoloso aumento fino al 135,2 per cento del pil.
Il punto è che Bruxelles chiede garanzie. Non si fida perchè dal governo italiano arrivano voci diverse. Un conto è Tria — con lui anche il premier Giuseppe Conte.
Altra cosa è il vicepremier Matteo Salvini che vuole usare i risparmi per permettersi la flat tax. E’ per questo che anche oggi da Palazzo Berlaymont trapela un’impostazione rigida.
(da “Huffintonpost”)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
SPRECHI, PREVISIONI SBALLATE E COSTI LIEVITATI ANCHE DEL 700%… I PRECEDENTI, COMPRESO TORINO
L’Italia si è aggiudicata i Giochi invernali del 2026, le Olimpiadi della retorica invece le ha già vinte.
La sbornia post Losanna è destinata a durare ancora per molti mesi dopo che la delegazione italiana ha avuto la meglio sui diretti concorrenti svedesi.
Una partita ristretta visti i ritiri di tutti i Paesi che avevano manifestato interesse come Austria, Giappone, Svizzera, Canada e l’esclusione della Turchia. Anche la sindaca di Barcellona Ada Colau, quando si discuteva di una possibile candidatura, spense sul nascere i sogni di gloria della sua città .
E persino Stoccolma ha pensato al ritiro a causa dei forti dubbi del governo locale. La proposta italiana ha ottenuto 47 voti contro 34, l’amministrazione di Stoccolma tira così un sospiro di sollievo.
In Lombardia e Veneto la gioia è invece incontenibile, e da lì si propaga in tutto il Paese. Perchè, dicono i promotori, è certo che si tratterà di Giochi “sostenibili”, senza sprechi e anzi con un lauto guadagno per le casse dello Stato in termini di investimenti, entrate fiscali e di benefici sul fronte occupazionale.
I numeri ex ante sono più che positivi, e si basano su numerosi studi che stimano un impatto sul Pil notevole: 2,3 miliardi di Pil cumulato aggiuntivo secondo l’Università la Sapienza, per la Bocconi un impatto sulla produzione di circa 2,8 miliardi solo per la Lombardia, 1,5 miliardi invece per il Veneto e le province di Trento e Bolzano secondo la Ca’ Foscari. In totale, l’impatto economico della manifestazione sulla produzione raggiungerebbe 4,3 miliardi di euro, con un valore aggiunto di poco meno di 2 miliardi di euro e con oltre 35 mila nuovi posti.
Il costo totale dell’evento, secondo i promotori, si aggira intorno al miliardo e mezzo. Circa 840 milioni di euro arriveranno direttamente dal Comitato Olimpico internazionale, lo Stato dovrà sborsare “solo” 415 milioni, grazie soprattutto al fatto che gran parte degli impianti esiste già .
Su 14 sedi di gara, quattro saranno ristrutturate. Tra queste il PalaSharp di Milano, oggi zona franca del degrado e della tossicodipendenza, dovrà essere rimesso completamente a nuovo.
Discorso simile per la pista da bob di Cortina, abbandonata da tempo a se stessa. Altre tre strutture saranno poi temporanee, mentre solo un impianto sarà costruito da zero: il PalaItalia Santa Giulia a Milano (capienza 15mila spettatori) per l’hockey, destinato dopo i Giochi a diventare spazio polifunzionale.
Gli investimenti previsti sono pari a circa 346 milioni per la realizzazione dei villaggi olimpici e dei media center e per gli impianti. I costi di gestione previsti per la realizzazione dell’evento sono pari a 1.170 milioni. A questi vanno sommati 415 milioni a carico dell’amministrazione centrale, di cui 402 milioni per le spese in materia di sicurezza.
Il costo contabilizzato per le Olimpiadi invernali organizzate a Torino nel 2006 era stato di 1.229 milioni. Quei Giochi costarono invece più di quattro miliardi.
Il paragone con Torino, che ha rinunciato alla candidatura in triade con Milano e Cortina, è il più immediato.
Perchè se le stime raccontano l’opportunità di organizzare davvero dei Giochi low cost, l’esperienza insegna che mai le previsioni sono state azzeccate, con costi lievitati e sprechi di denaro pubblico in opere poi inutilizzate.
Come la pista da bob di Cesana, costata 140 milioni e oggi una delle tante cattedrali nel deserto. O lo sky jump di Pragelato, costato 34 milioni e di cui ancora oggi si discetta se smantellarlo o riqualificarlo.
A fronte delle stime che le stesse università che le hanno prodotte invitano a prendere con cautela – dal momento che non si tratta di vere analisi costi-benefici – ci sono anche diversi studi che spiegano come i Giochi raramente si siano rivelati un affare per i Paesi ospitanti.
Tant’è che lo stesso Cio ha varato un nuovo regolamento per l’organizzazione dei Giochi, la cosiddetta Agenda 2020, che impone ai Paesi zero sprechi e spese oculate, attraverso strutture temporanee e progetti a basso impatto economico, con una chiara idea della destinazione futura a evento concluso. Il Comitato internazionale ha quindi assistito i Paesi candidati nella stesura dei dossier.
Secondo le elaborazioni di Statista, in nessun Paese organizzatore di giochi estivi o invernali le stime iniziali si sono rivelate corrette, anzi.
Nel caso di Rio, la spesa per gli impianti e le infrastrutture è stata di 4,58 miliardi di dollari, sforando del 51% il budget inizialmente stanziato.
Chi ha esagerato è stata Sochi, che ha speso il 289% in più dalle previsioni, circa 21 miliardi. A Lillehammer c’è stato uno sforamento del budget inizialmente previsto del 277%, a Barcellona del 266%.
A Torino l’incremento fu dell′80%. Guido Crosetto, all’epoca in Forza Italia, chiese di istituire una commissione parlamentare sugli sprechi dei Giochi. Nel 2011 Torino guidava la classifica dei Comuni più indebitati, con circa 3400 euro di debito per abitante rispetto alla media di allora di 1600 euro, in parte dovuto alle spese sostenute per l’organizzazione dei Giochi di cinque anni prima.
Per non parlare di Londra 2012, dove i costi complessivi hanno superato per il 179% le previsioni, circa 6,5 miliardi in più secondo uno studio dell’Istituto Bruno Leoni. Il Governo di allora, per bocca del ministro Hugh Robertson, sostenne che le spese erano state inferiori, grazie a una sapiente omissione di interventi e misure non contabilizzate. Com’è noto, l’insuccesso più clamoroso è rappresentato dai giochi di Montreal del 1976, con una lievitazione dei costi +720% e un buco ripianato in ben trent’anni. Secondo lo studio di Bent Flyvjerg e Allison Stewart, citato dal Bruno Leoni nel suo report del 2014, tutte le edizioni delle Olimpiadi analizzate dal 1960 al 2012 hanno registrato perdite significative.
Come la Grecia, che spese per l’edizione del 2004 circa 9 miliardi contro la metà preventivata: in quell’anno il deficit di Atene si attestò al 6,1% e secondo molti esperti le Olimpiadi diedero un decisivo contributo nell’innescare la crisi finanziaria di cui ancora oggi paga le conseguenze.
La letteratura scientifica è concorde nel riconoscere come l’impatto dei grandi eventi sportivi che si legge nei dossier ex ante sia notevolmente sovrastimato, così come sono sottovalutati i costi finanziari.
Si fa spesso confusione, scriveva nel 2014 il Bruno Leoni, tra analisi di impatto e analisi costi-benefici: “Mentre le prime si limitano a stimare l’effetto della spesa connessa all’organizzazione dei Giochi sull’economia nel suo complesso, le seconde considerano più realisticamente che ogni decisione di spesa ne impedisce altre, cosicchè appare necessario procedere a una valutazione che consideri il differenziale anzichè l’impatto assoluto”.
Un altro studio del 2016 della Said Business School dell’Università di Oxford, citato dalla sindaca di Roma Virginia Raggi per dire no ai Giochi nel 2024, giunse alle stesse conclusioni. Il 47% dei giochi ha avuto un costo superiore del 100 per cento rispetto alle previsioni. Insomma, si tratta di maxi-eventi tra i più rischiosi, soprattutto per le casse dello Stato. Gli studi suggeriscono che i Paesi che si trovano in una congiuntura economica sfavorevole o con uno spazio fiscale ristretto sarebbe meglio si tenessero alla larga. Poi ci sono le eccezioni, ma resta la certezza che al momento della aggiudicazione le Olimpiadi sono “un assegno in bianco”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
E’ L’EREDITA’ DI MINNITI CHE HA PORTATO IL PD ALLO SFASCIO… ORFINI E ALTRI NON CI STANNO, ZINGARETTI TACE, NESSUNO SI VERGOGNA
Se domani il Partito democratico non si spaccherà nell’Aula di Montecitorio, sarà solo per una
questione regolamentare. Sul rinnovo della missione italiana in Libia i dem arrivano alla discussione alla Camera con una risoluzione ufficiale, che ha l’appoggio della quasi totalità del gruppo, e un’altra trasversale, che vede come primo firmatario Erasmo Palazzotto (Sinistra italiana-Leu), seguito dai compagni di gruppo Laura Boldrini, Nicola Fratoianni e Roberto Speranza, ma anche da Riccardo Magi (+Europa), dall’ex cinquestelle Silvia Benedetti e soprattutto dai democratici Matteo Orfini, Vincenza Bruno Bossio, Gennaro Migliore, Giuditta Pini, Fausto Raciti e Luca Rizzo Nervo.
Ciò che la minoranza mette in discussione è la prosecuzione dell’impegno italiano nel Paese africano, superando gli accordi precedenti che “furono sottoscritti dal Governo Gentiloni”, ricorda Orfini, da sempre critico sull’azione dell’ex Ministro Minniti in Libia.
E prosegue: “Secondo alcuni, nonostante oggi in quel Paese sia scoppiata una guerra, vanno difesi a oltranza. Una posizione per me incomprensibile e proprio per questo avrei voluto discuterla, per capirne le motivazioni”. Per l’ex presidente dem, la mozione ufficiale del gruppo dem è “invotabile”, perchè “continuare a fingere di non vedere i lager, le torture, le morti nel Mediterraneo davvero non si può”.
Quella che alla fine risulterà ufficialmente invotabile, invece, sarà molto probabilmente la loro risoluzione: infatti, una volta approvato il testo della maggioranza gialloverde, che comprende la prosecuzione della missione libica, i documenti che confliggono nel contenuto con quanto già votato dall’Aula saranno fatti decadere automaticamente dalla Presidenza della Camera.
I dissidenti, comunque, puntano il dito sul filo rosso che collega la guerra civile in Libia, i campi che ospitano in condizioni disumane gli immigrati in quel Paese e le navi che Salvini tiene a girovagare, pur di non farle attraccare nei nostri porti.
“La nostra intenzione non è di criticare retrospettivamente il Governo Gentiloni”, prova a ridimensionare lo scontro Fausto Raciti. “La guerra ha cambiato la situazione in Libia e non ce la sentiamo più di girarci dall’altra parte. Se chiediamo al Governo di far sbarcare la Sea Watch in Italia, perchè sarebbe disumano rispedire quelle persone in Libia, allo stesso modo dobbiamo riconoscere che le condizioni che giustificavano gli accordi precedenti oggi non ci sono più”.
Una spiegazione che, però, non soddisfa il capogruppo Graziano Delrio, che infatti ribadisce: “La risoluzione del gruppo è quella, qualcuno chiede di rivederla, ci può stare. Ma la risoluzione è depositata e rimane quella”.
Il testo ufficiale del gruppo dem chiede al Governo di vigilare sul fatto che le motovedette cedute alla Libia per vigilare sul traffico di esseri umani non diventino strumenti militari da utilizzare a scopi bellici, oltre a sostenere con più forza la ricerca di una soluzione democratica al conflitto interno in quel Paese.
Dal Nazareno, nè Nicola Zingaretti nè il responsabile Esteri della nuova segreteria, Enzo Amendola, preferiscono intervenire.
Ufficialmente, per evitare di rinfocolare lo scontro interno e mantenerlo al livello del gruppo parlamentare. Ma in questo modo si vuole evitare al contempo di prendere una posizione ufficiale, che sconfessi la linea dei dissidenti e, con essa, anche i dubbi di un’area di elettori di sinistra, tradizionalmente critici verso l’azione del duo Gentiloni-Minniti. Tanto vale far rientrare rapidamente il caso.
(da “Huffingtonpost”)
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