Luglio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
INUTILMENTE HANNO PROVATO A CHIEDERGLI UN INCONTRO: “ALLORA COSA E VENUTO A FARE?”
Salvini ieri è tornato in Calabria, a Limbadi, nel feudo del clan Mancuso per “una giornata di
vittoria della legalità ”, ma i testimoni di giustizia sono rimasti dietro la porta. Ed inutilmente hanno provano a chiedergli un incontro.
“Io vorrei sapere – dice furioso Salvatore Barbagallo, ridotto sul lastrico dai clan e testimone in decine di processi, ma ignorato dal titolare del Viminale – per quale motivo è venuto qui a Limbadi, a fare che cosa di preciso”.
Dalla battaglia in Europa e dalla crisi della Sea watch 3, il ministro si è preso una pausa per consegnare — a favor di telecamere – una villetta confiscata ai clan all’associazione San Benedetto Abate, che lì ci vuol far nascere “l’Università della memoria e dell’impegno civile”.
E il programma non va oltre quello annunciato, l’agenda del ministro — dicono dal suo entourage — è fitta.
Non ha tempo per una visita a Sara Scarpulla la madre di Matteo Vinci, il giovane biologo ucciso l’anno scorso da un’autobomba del clan Mancuso, perchè reo di non voler cedere loro dei terreni.
Non ha tempo neanche per un rapido passaggio sulla strada a un passo dal paese, dove il ragazzo è saltato in aria.
Addirittura, sembra non avere neanche il tempo di accennare alla vicenda, mentre afferma «i tanti Mancuso che ci sono in giro per l’Italia vanno arrestati”
Vittime dei clan come Sara Scarpulla, che da tempo chiede protezione contro le mai cessate angherie dei Mancuso, devono però piantarsi di fronte al Municipio ad attendere il ministro, dribblare la folla che invoca un selfie o una stretta di mano, prima di riuscire a chiedere un incontro.
Sara Scarpulla alla fine lo ha fatto, ma di malavoglia. “Doveva essere lui ad andare da Matteo” si lamenta, arrabbiata, mentre attende di parlarci. “Gli voglio chiedere se è venuto qui a visitare edifici o se davvero vuole stare vicino a chi subisce le angherie della mafia. Al momento non sta facendo niente” dice prima di essere ricevuta per un brevissimo incontro, all’interno delle stanze del Comune e lontano dalle telecamere. “Gli ho raccontato quello che è successo” dice la signora poco dopo “mi è sembrato attento”. Niente di più.
In pubblico invece, Salvini snocciola numeri e promesse. «In Calabria sono arrivati 177 agenti, e altri 156 arriveranno entro aprile 2020. Quindi sono più di 300 uomini» comunica Salvini.
A Reggio, la capitale della ‘ndrangheta secondo l’ultima relazione della Dna, dove inutilmente da tempo i magistrati si sgolano nel chiedere nuovi giudici, nuovo personale amministrativo, nuovi investigatori, non si è visto nessuno. La procura dovrà attendere il prossimo giro e “consolarsi” con l’ennesimo comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica di Ferragosto.
“Sarebbe più comodo farlo a Roma come da tradizione — dice Salvini – ma l’anno scorso lo abbiamo fatto in Calabria e torneremo qui”. Dove, non è dato sapere, almeno per il momento. Un’altra visita, il ministro la programma nel vibonese perchè “è la provincia più complicata d’Italia”.
Ad attenderlo, mentre passa da un palazzo all’altro non c’è la folla delle grandi occasioni. I più sono militanti dei circoli della Lega del vibonese e fra loro si mischia anche un contestatore che con tono polemico canta “parole, parole, parole”.
Il ministro lo liquida con una battuta, “è pure intonato”, mentre un carabiniere batte sulla spalla del polemico cantante e gli impone di smettere.
Una nota indigesta, magari non prevista dal Viminale, al pari degli accenni “alla crescita che viene dall’integrazione” del presidente dell’associazione assegnataria della villetta, don Ennio Stamile, “albanese di Calabria, di quella comunità che 500 anni fa si è stabilita qui e ha contribuito alla crescita di questa terra”.
E forse anche di quel carabiniere dalla pelle scura che, inappuntabile nella sua divisa, lo ha salutato mentre usciva dal Comune
(da “La Repubblica”)
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Luglio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
PER STARE DIETRO AI CAZZARI SI RITROVA UNA TEDESCA PRO-AUSTERITY ALLA GUIDA UE, UNA FRANCESE ALLA BANCA CENTRALE, UN AMICO DI MACRON AL CONSIGLIO E UNO DEL PD AL PARLAMENTO EUROPEO
C’è un trionfatore indiscusso nella partita delle nomine della Commissione Europea e della Banca Centrale: si tratta di quel gran genio di Giuseppe Conte.
Con la raffinatissima strategia di dire di no a Timmermans per obbedire agli ordini di Salvini che obbediva agli ordini di Visegrad, l’Italia si ritrova con una tedesca pro-austerity alla guida della Commissione Europea, una francese alla Banca Centrale Europea, un amico di Macron al Consiglio e uno del Pd (Sassoli) al Parlamento Europeo.
Si tratta di risultati clamorosi, che non possono non gettare una luce nuova sulle abilità del Sor Giuseppe.
Che punta alla Concorrenza, che coinciderà con la vicepresidenza della Commissione, che andrà alla Lega.
Spiega Carmelo Lo Papa su Repubblica che Conte ha fatto un figurone:
Il fatto è che fonti diplomatiche europee che hanno assistito ai lavori raccontano come in realtà il presidente italiano avrebbe parlato coi colleghi del portafogli economico pesante solo in qualche capannello a margine del Consiglio, durante la giornata campale di ieri. Le certezze vacillano, fanno notare le stesse fonti, se si considera che per l’attuale vicepresidente della Commissione, la danese Vestager, i liberali già rivendicano la conferma non solo al ruolo di vice, ma anche alla delega della concorrenza.
Conte ad ogni modo non si sofferma sulle incognite, sostiene che il partito di Salvini «non avrà difficoltà a trovare una persona da proporre come commissario». E nonostante le smentite del diretto interessato ancora ieri sera («Sono fuori, in Europa non ci vado»), sembra che sia proprio il nome di Giancarlo Giorgetti quello sulla quale il segretario leghista avrebbe intenzione di puntare.
La cosa divertente è che invece Di Maio e Salvini hanno mangiato la foglia:
«Mah, a me sembra che abbia vinto la Merkel», sarebbe stato il commento di Matteo Salvini tra un tavolo e l’altro del ricevimento dell’ambasciata americana a Villa Taverna.
Nel suo commento ai risultati di Bruxelles non si complimenta, non a caso, con il premier Conte e non augura alle future presidentesse “buon lavoro”. Luigi Di Maio, anche lui nella residenza (ma i due non si incrociano nemmeno), racconta ai suoi come i nomi anche per loro “non sono digeribili”.
Al voto nell’Europarlamento M5S e Lega si asterranno o voteranno addirittura contro. Sarà anche per questo che Conte – il quale ha appena sentito entrambi – alle 20 lascia il palazzo di Justus Lipsius in evidente stato di stress e nervosismo.
«Sì che ho sentito Salvini, lei lo ha sentito? Mi dica lei cosa ne pensa – rivolto al cronista – Ho sentito anche Di Maio, certo. Se approvano le scelte? Mi auguro di sì». Si infila velocemente in auto e rientra subito a Roma.
Si tratta di una sconfitta mascherata da vittoria, come spesso capita all’ufficio stampa e propaganda di grillini e leghisti.
Spiega Amedeo La Mattina su La Stampa:
La nuova presidente tedesca Von der Leyden è probabile che non sarà tenera nei confronti dell’Italia per quanto riguarda il controllo dei conti pubblici. E questo nonostante Conte l’abbia “promossa” perchè si è occupata di questioni sociali.
Il premier annuncia soddisfatto, «è cambiato il vento nelle politiche economiche». Salvini, però, ci crede poco e resta molto diffidente sull’atteggiamento che la nuova Commissione avrà nei confronti di Roma
Nella Lega adesso sperano almeno nella delega alla concorrenza, ma più realisticamente credono che gli verrà concessa l’Industria.
Siamo all’anticamera del nulla
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
LA NUOVA ATTRAZIONE TURISTICA: A ROMA GLI STRANIERI FOTOGRAFANO I TOPI E I CUMULI DI RIFIUTI IN STRADA
Denis Cornomorec si arrampica sul ballatoio che da viale Trinità dei Monti si affaccia sui tetti
del centro storico. Non ha sopportato il lungo inverno di Kiev per limitarsi a immortalare il Colosseo e il Circo Massimo.
In vacanza a Roma, è a caccia di souvenir fotografici che ripaghino l’attesa. “Questa è la prima uscita – racconta – voglio qualcosa in più di questa roba”.
Il 36enne ucraino tira fuori il cellulare: foto di immondizia, marciapiedi luridi, gabbiani che pasteggiano tra gli scarti e neanche l’ombra di un netturbino.
Denis scuote la mano davanti al naso, a mimare la puzza. Nel suo telefonino ci sono i monumenti, non manca il selfie con i turisti arrostiti dal sole davanti all’ingresso dei musei Vaticani.
Ma ci sono anche un paio di istantanee a sorpresa. Tra una pizza margherita e la Bocca della Verità , scatti buoni per un post su Instagram, ecco due file di cassonetti zeppi di spazzatura. Nell’estate della grande crisi dei rifiuti, ricordi di maleodoranti passeggiate capitoline.
“Ho preso un albergo vicino alla stazione Termini pensando che fosse una zona pulita, comoda – racconta Denis, a Roma con la figlia, mentre mostra la foto sullo schermo del telefonino – ma questo è il nostro buongiorno. Anche a Kiev abbiamo problemi con i rifiuti, tutte le grandi città li hanno. Ma non così. Non è una bella pubblicità per la città “.
Al mattino, dopo la colazione, per evitare i miasmi è meglio infilarsi nella metro A. La linea che salta ancora la fermata di Barberini. Difficile spiegare a chi non è avvezzo alle magagne della Città Eterna che le scale mobili della fermata sono fuori servizio dall’ormai lontano 23 marzo. Proprio come l’ascensore di piazza di Spagna. Fuori uso, lucchettato.
Non resta che scendere la scalinata di piazza di Spagna, contornata da cartacce e bottiglie di plastica vuote: il vero tour a ostacoli di Denis e della sua piccola è appena partito. L’obiettivo è raggiungere il Pantheon. E non sarà semplice. “Mi piace il profumo di Roma”, scherza Denis.
All’angolo tra via Frattina e via Mario de’ Fiori, scavalcato il muro di venditori ambulanti di bottiglie di acqua ghiacciata che si staglia all’altezza della Barcaccia, si imbatte in sacchi e sacchetti pieni di immondizia di ogni tipo. Un richiamo per piccioni. E a sera, come spiega uno dei camerieri del bar accanto al cumulo di spazzatura, anche per topi.
“Oddio, quelli non vogliamo proprio vederli “, prova a riderci su l’ucraino, turista in una giostra che ospita ogni anno più di 18 milioni di vacanzieri.
Lasciandosi alle spalle Montecitorio, Denis è arrivato a meta. Quasi, perchè in piazza della Maddalena, accanto alla chiesa, si erge un altro totem di sacchetti. Piedi fasciati solo da sandali, passeggini, bambini e anziani. C’è un discreto viavai sotto al cartello firmato da uno degli albergatori di questo salotto.
Un messaggio disperato: “Questo angolo non è per i rifiuti. Si prega di non buttare immondizia ed altro. La città è di tutti”.
Anche di chi continua a usare quell’angolo di Roma come una piccola discarica. “Male, male, sooo baaad… “, scuote la testa Denis stressando le vocali del suo buon inglese e accelerando il passo.
Hala e Kholoud Azoulay, francesi di terza generazione di Aix-en-Provence, guardano. E non passano. Si fermano a bere da una fontanella che a malapena gocciola e poi raggiungono Denis.
L’ucraino ne approfitta per salutare e tornare a dedicarsi ai monumenti, mentre le due ragazze chiedono una traduzione delle poche righe affisse sul muro a mo’ di preghiera. Appena atterrate nella capitale, 22 e 27 anni, smettono di digitare sui loro smartphone e fotografano i bustoni abbandonati sui sampietrini roventi.
La più grande, Hala, ci pensa un attimo su. Poi ricollega: “La città è in emergenza per l’immondizia? Speravamo non fosse vero. Ma il governo italiano che fa? Nel tragitto dall’aeroporto all’hotel, in pullman, cercavamo qualche articolo su Roma e ce n’erano diversi su questa storia”.
Quello di Le Monde rimasto nella cronologia del telefonino della 27enne titola così: ” Tous les dèchets mènent à Rome”. Tutti i rifiuti portano a Roma. Il gioco di parole è datato 8 marzo 2019, segnale che sottolinea una volta di più la ciclicità con cui la capitale finisce al tappeto. O quantomeno in ginocchio, sotto la spazzatura e davanti agli occhi di milioni di turisti di ogni nazionalità .
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
UN RICONOSCIMENTO ALL’ITALIA CHE AVREBBE DOVUTO VEDERE FAVOREVOLE ANCHE IL GOVERNO… I SOVRANISTI GETTANO LA MASCHERA E VOTANO CONTRO UN ITALIANO… FORZA ITALIA SI ASTIENE, M5S LASCIA LIBERTA’ DI COSCIENZA
La poltrona di Antonio Tajani rimane in mano italiana.
Quattro i candidati alla presidenza del Parlamento europeo votati dall’Assemblea di Strasburgo: David Sassoli per i socialisti, Ska Keller per i Verdi, Jan Zahradil per i conservatori e Sira Rego per la sinistra.
Dopo la nomina di un popolare (Ursula Von der Leyen) al vertice della Commissione Europea e di un liberale (Charles Michel) al Consiglio Europeo, tocca al socialista David Sassoli assumere la presidenza dell’Europarlamento.
Prima votazione, fumata nera per 7 voti. Sono mancati appena sette voti a David Sassoli alla prima votazione. Nei primi tre scrutini serve la maggioranza assoluta dei voti, mentre dal quarto lo scontro è tra i due candidati più votati. Sui 735 votanti, con 73 schede bianche, Sassoli ha ricevuto 325 voti, zahradil 162, Keller 133, Rego 42.
Seconda votazione. Sassoli eletto. Con 345 voti David Sassoli raggiunge la maggioranza necessaria e viene eletto dall’Assemblea di Strasburgo come nuovo presidente
Solo il Pd, tra i partiti italiani, ha votato David Sassoli alla presidenza del Parlamento europeo. Forza Italia, a quanto si apprende, si è astenuta.
La Lega e Fdi hanno votato per Jan Zahradil (Conservatori Ecr). Il Movimento 5 Stelle ha invece lasciato libertà di coscienza.
Il discorso dopo l’elezione.
Il nuovo presidente del Parlamento europeo afferma: “Il Consiglio europeo ha il dovere morale di discutere la proposta del Parlamento di riforma del regolamento di Dublino perchè sapete quanta tensione si crea attorno alla non gestione della questione migratoria: i cittadini si chiedono l’Ue dov’è. L’Europa si deve attrezzare e i governi devono trasferire un po’ di potere all’Europa, devono collaborare di più”
Capitolo Ong: “Il dialogo tra il Parlamento e le Ong – dice Sassoli – penso sia costante e normale. Sono qui da dieci anni e le Ong sanno che la porta del Parlamento europeo è sempre aperta: la apriremo ancora di più. Il dialogo sarà garantito e assicurato”. “Come si può essere un Parlamento dei cittadini – domanda – se non ci si apre alla società civile, agli interessi legittimi delle lobby, e soprattutto ai cittadini?”.
“Non siamo un incidente della Storia – sottolinea il nuovo presidente – ma i figli e i nipoti di coloro che sono riusciti a trovare l’antidoto a quella degenerazione nazionalista che ha avvelenato la nostra storia. Se siamo europei è anche perchè siamo innamorati dei nostri Paesi. Ma il nazionalismo che diventa ideologia e idolatria produce virus che stimolano istinti di superiorità e producono conflitti distruttivi”.
All’Europa serve “recuperare lo spirito dei padri fondatori”, “coniugare crescita, protezione sociale e rispetto dell’ambiente” e “rilanciare gli investimenti sostenibili”. L’esponente del Pd ha sottolineato la volontà e l’impegno per incrementare “la parità di genere” e favorire “un maggior ruolo delle donne ai vertici dell’economia, della politica e del sociale”.
Chi è David Sassoli. Classe 1956, giornalista, celebre volto del Tg1 diventato poi politico con il Partito Democratico. Gli esordi da giornalista nelle testate locali e nelle agenzie di Firenze. Poi il passaggio alla redazione romana de Il Giorno dove, per sette anni, racconta la politica. A 30 anni diventa giornalista professionista. Nel 1992 entra in Rai come inviato di cronaca del Tg3. Collabora con la trasmissione Il Rosso e il Nero, di Michele Santoro. Nel 1996 gli viene affidata la sua prima trasmissione, Cronaca in Diretta, su Rai 2. Poco tempo dopo, passa a condurre Prima, rotocalco quotidiano del Tg1. Si afferma progressivamente come volto del Tg1, fino a diventare vice direttore della testata della rete ammiraglia. Poi l’avventura politica, legata a Walter Veltroni, al Pd e all’Europa. Si candida con successo alle elezioni europee del 6 e 7 giugno 2009 come capolista nell’Italia Centrale e raccoglie una montagna di preferenze. Nel 2012 perde le primarie per sindaco di Roma, sconfitto insieme a Paolo Gentiloni da Ignazio Marino. Si ricandida alle Europee nel 2014, quelle del boom renziano. Diventa vice presidente del Parlamento Europeo. Si è nuovamente candidato ed è stato nuovamente eletto in Europa a maggio scorso.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
PARLA CHI E’ ANDATO A SOLIDARIZZARE IN CARCERE CON I CONDANNATI PER TENTATO OMICIDIO…CAPITAN CASTORO ROSICA, DIFFAMA LA GIUDICE E FA UN DISCORSO EVERSIVO
«Cosa bisogna fare per finire in galera in Italia?» se lo chiede e lo chiede due volte all’inizio
della sua diretta di ieri sera il ministro Matteo Salvini.
Da pochi minuti è stata battuta la notizia della scarcerazione della comandante della Sea Watch Carola Rackete e il Capitano è un fiume in piena.
Attacca tutto e tutti: la magistratura, i giudici, i professoroni, i giornali, le cooperative e ovviamente la Sea Watch e “la sinistra”.
Il Gip di Agrigento Alessandra Vella non ha convalidato l’arresto e ha stabilito che il Decreto Sicurezza bis “non è applicabile alle azioni di salvataggio”. Salvini si rivolge direttamente al Gip dicendo che è un «pessimo segnale signor giudice, pessimo segnale».
La soluzione? Siccome siamo in democrazia se un giudice vuole fare politica «si toglie la toga, si candida in Parlamento con la sinistra e cambia le leggi che non gli piacciono».
Per Salvini quindi qualsiasi sentenza o decisione che non gli aggrada diventa automaticamente una sentenza politica. E mentre aizza il popolo contro la magistratura e da ministro dell’Interno pretende di dire ai magistrati come devono far applicare la legge afferma che «non siamo un Paese civile se si sovrappongono politica e magistratura e magistratura e politica». Salvini conferma che non siamo un Paese civile.
Sarebbe facile rispondere a Salvini con una battuta, se vuole occuparsi di emettere sentenze può iscriversi all’Università , laurearsi e fare il concorso per entrare in magistratura.
Ma è sufficiente ricordare una cosa: la nostra democrazia prevede la separazione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario). Salvini rappresenta quello esecutivo. Ed è inutile appellarsi al fatto che lui agisce in nome di 60 milioni di italiani. Perchè anche la Giustizia viene amministrata nel nome del Popolo italiano.
Ma per Salvini è un dettaglio, in fondo lui è quello che andava a fare visita in carcere a quelli condannati per tentato omicidio dicendo che i giudici avevano sbagliato perchè era legittima difesa.
Ieri invece accusava la Rackete di aver messo a repentaglio la vita degli uomini della GdF, ma chi ha dato l’ordine assurdo di mettersi con una barchetta a “stoppare” una nave da 600 tonnellate di stazza?
Nel suo discorso dai toni eversivi Salvini arriva a suggerire che magari la Gip «si è bevuta pure un bicchier di vino con la signorina che si è detta ricca, bianca, tedesca e pure un po’ annoiata?».
Il nemico non è più Carola Rackete, non sono le Ong e non è nemmeno il PD.
Certo, vengono tutti citati ma nei quasi venti minuti di diretta l’attacco è sferrato alla magistratura colpevole non solo di mettere in libertà dei “criminali” (per la cronaca la Rackete al momento è solo indagata) ma di fare “politica”.
Laddove la “politica” consiste nell’applicazione di quelle leggi che rendono evidente come la chiusura dei porti sia una balla.
Non a caso Salvini parla di «un tentativo di cancellare, sovranità , leggi e dignità » portato avanti dalle cooperative e dalle Ong con l’aiuto a quanto pare di certi giudici. Non c’è nemmeno bisogno di leggere le carte, analizzare i fatti e le prove.
Salvini, un po’ come il Giudice Dredd, da solo è in grado di emettere una sentenza basandosi su un’analogia: quella che mette sullo stesso piano chi non si ferma all’alt dei Carabinieri e la manovra di attracco della Sea Watch 3.
Cosa lo teniamo in piedi a fare il nostro apparato giudiziario? Basta chiedere a Salvini, novello Re Salomone, di emettere le sentenze, magari in diretta social così si aumenta pure la reach della pagina.
«Quella di stasera è una sentenza che non fa onore all’Italia, che non fa bene all’Italia. Perchè quanti criminali si sentiranno in mare e in terra legittimati in mare e in terra a fregarsene delle forze dell’ordine?».
Vogliamo tranquillizzare Salvini: in Italia le sentenze non fanno giurisprudenza. E così come la vicenda di quel partito che si è intascato 49 milioni non ha spinto gli italiani a fare altrettanto anche in questo caso i “criminali” continueranno ad essere perseguiti, arrestati e — se hanno commesso il fatto — condannati.
Sono davvero tramontati i tempi in cui i rosiconi erano gli altri. Ora a rosicare è proprio lui, il Capitan Castoro.
Rosica quando dice che la Sea Watch «complici dei trafficanti degli esseri umani» poteva andare in Tunisia «non c’è la guerra, c’è un Parlamento, ci sono dei porti, c’è la marina, c’è la polizia». Ma non dice che la Tunisia quei porti non li ha mai aperti alle Ong, non dice che non ci sono le condizioni che garantiscono il rispetto dei diritti dei rifugiati, che in alcune occasioni sono stati rispediti in Libia.
Salvini lo sa bene, vuole solo prendere in giro gli italiani facendogli credere che le cose stanno diversamente.
Altrimenti parlerebbe delle decine di migranti sbarcati a Lampedusa proprio mentre la Sea Watch stava al largo. In quel caso nessuna coraggiosa “micromotovedetta” della GdF si è messa tra i barchini e la banchina.
Come mai? Lui non lo dice, è preoccupato che la prossima Ong porti i migranti in Costiera Amalfitana e che ci sia un giudice pronto a dargli ragione «perchè poverini non avevano mai visto la Costiera Amalfitana e avevano il diritto di vederla».
Che ministro è quello che fa diventare uno scherzo, un gioco, il dramma di persone che rischiano la vita in mare per scappare dalla fame o dalla guerra?
Salvini parla di «sentenze politiche e vergognose che liberano i delinquenti solo per far piacere a qualcuno».
Chi sarebbero i “delinquenti” visto che non è stata emessa nemmeno mezza condanna? Se il ministro dell’Interno avesse studiato saprebbe che l’arresto può essere convalidato in tre casi: se c’è pericolo di fuga, se c’è il pericolo di reiterazione del reato o se c’è il pericolo di inquinamento delle prove.
La Sea Watch è sotto sequestro quindi la Rackete non può inquinare le prove. I migranti sono sbarcati, quindi il presunto reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina si è concluso
Ieri sera distribuivano le lauree in Giurisprudenza a quanto pare
Riguardo al rischio di fuga è stato Salvini stesso ad emanare un «decreto di espulsione coatto sul primo aereo direzione Germania» nei confronti della Rackete, che quindi grazie a Salvini potrebbe addirittura andarsene all’estero ed evitare il carcere in caso di processo.
Il ministro continua a ripetere ossessivamente che la Rackete a messo a repentaglio la vita di cinque persone. Ma il paradosso è che tra le accuse mosse alla comandante della Sea Watch non c’è quella di tentato omicidio (colposo o meno).
Il povero Salvini è stanco, arrabbiato, frustrato: spera che almeno ci sia un giudice che convalidi il provvedimento di espulsione.
Spera che ci sia qualcuno che dimostri che le Ong sono “complici degli scafisti”.
Fino ad ora non è successo. Mancanza di prove? No, gli italiani che hanno ascoltato Salvini ieri sono stati convinti che è colpa dei giudici e della magistratura.
Mannaggia!
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
“QUANDO LA DECISIONE GLI E’ SGRADITA SA SOLO ACCUSARE IL MAGISTRATO DI FARE POLITICA”
Le parole di Matteo Salvini, deluso dalla decisione del Gip di Agrigento sul caso Sea Watch e il conseguente rilascio della comandante Carola Rackete, sono state duramente criticate dall’Associazione nazionale magistrati.
L’Anm, in una nota, sottolinea “ancora una volta” di aver registrato i “commenti sprezzanti verso una decisione giudiziaria, disancorati da qualsiasi riferimento ai suoi contenuti tecnico-giuridici, che rischiano di alimentare un clima di odio e di avversione, come dimostrato dai numerosi post contenenti insulti e minacce nei confronti del Gip di Agrigento pubblicati nelle ultime ore”.
“Quando un provvedimento risulta sgradito al ministro dell’Interno, scatta immediatamente l’accusa al magistrato di fare politica. Appare poi estremamente grave – sottolinea ancora l’Associazione Nazionale Magistrati- la prospettazione di una riforma della giustizia finalizzata a selezionare i magistrati in modo che assumano esclusivamente decisioni gradite alla maggioranza politica del momento”.
L’Anm ribadisce come i giudici nei tribunali e nelle corti “applicano le leggi interpretandole secondo la Costituzione e le norme sovranazionali. Questo è il loro dovere in uno Stato di diritto e in una democrazia liberale e – conclude la nota – costituisce ineludibile garanzia per la tutela dei diritti e delle libertà di tutti i cittadini”.
(da agenzie)
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Luglio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
INDIGNAZIONE DEL MINISTRO MOAVERO
Decine di migranti sono stati uccisi nel bombardamento che ieri notte un aereo dell’aviazione
del generale Khalifa Haftar ha compiuto contro un centro per migranti che era accanto alla base militare di Dhaman, nell’area di Tajoura.
La base di Dhaman è uno dei luoghi in cui le milizie di Misurata e quelle fedeli al governo del presidente Fayez al-Serraj hanno concentrato le loro riserve di munizioni e di veicoli che sostengono i soldati che operano al fronte per fermare l’assalto a Tripoli lanciato dal generale della Cirenaica dal 4 aprile scorso.
“Nell’hangar in cui alloggiavano c’erano almeno 120 migranti”, ha detto Osama Alì, un portavoce dei servizi di soccorso del Governo di Tripoli: nella notte le ambulanze hanno fatto la spola con gli ospedali per trasportare i feriti ma si sono dovute occupare anche dello sgombro dei cadaveri, in una situazione di caos assoluto.
Mentre ieri notte si parlava di almeno 40 morti e 80 feriti, il bilancio questa mattina ha già raggiunto la cifra di 60 migranti uccisi.
Wolfram Lacher, un analista tedesco che segue l’evolversi della crisi in Libia, ha commentato scrivendo che “questo non è un attacco accidentale, il generale Haftar e gli Emirati Arabi Uniti sapevano che il centro migranti era affianco della base di Dhaman, l’avevano già bombardata un mese fa. Hanno accettato la possibilità di colpire il centro, sapendo che era pieno di civili”.
L’attacco è stato deciso da Haftar dopo la perdita della cittadina di Gharian, la settimana scorsa. L’esercito e le milizie alleate al governo nazionale di Tripoli hanno ripreso Gharian che per 2 mesi era diventata la base operativa della milizia di Haftar nell’attacco a Tripoli. A Gharian l’esercito di Serraj ha catturato una sala comando, ha ottenuto armi americane vendite agli Emirati che erano state passate ad Haftar.
Questa mattina il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha dichiarato che in Libia “occorre garantire immediatamente misure di seria protezione per i civili e, in particolare, trasferire i migranti che si trovano nelle strutture di raccolta in luoghi al sicuro dai combattimenti e sotto la tutela delle nazioni unite”.
Commentando il bombardamento di Haftar Moavero dice “apprendo con sgomento del bombardamento notturno a Tajoura, nei pressi di Tripoli, che ha colpito un centro per migranti, causando la morte di decine di persone, tra i quali donne e bambini, un’ulteriore tragedia che mostra l’atroce impatto della guerra sulla popolazione civile”.
Il ministro conferma “la netta condanna dei bombardamenti indiscriminati di aree civili, si accompagna all’appello a fermare un aggravarsi delle ostilità che mette continuamente in gravissimo pericolo vite umane e distrugge infrastrutture essenziali per la popolazione”. Secondo Moavero, “occorre garantire, immediatamente, misure di seria protezione per i civili e, in particolare, trasferire i migranti che si trovano nelle strutture di raccolta in luoghi al sicuro dai combattimenti e sotto la tutela delle Nazioni Unite”.
(da agenzie)
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Luglio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
UNA DECISIONE IN PERFETTA LINEA CON GLI ORDINAMENTI GIURIDICI NAZIONALI E INTERNAZIONALI
Perchè il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto di Carola Rackete, comandante della Sea Watch 3?
Lo spieghiamo in poche righe.
La comandante è stata arrestata per due ipotesi di reato:
1. Resistenza e violenza nei confronti di una nave da guerra, ovvero per essersi rifiutata di adempiere all’ordine di fermarsi e per aver urtato la motovedetta della Guardia di Finanza.
2. Resistenza a pubblico ufficiale (per lo stesso tipo di comportamento)
La comandante si è opposta con violenza a un ordine di una nave da guerra?
No, la motovedetta della Guardia di finanza può essere considerata una nave da guerra solo quando opera fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri dove non ci sia un consolato. Questa definizione deriva direttamente da una sentenza della Corte Costituzionale italiana, la 35 del 2000.
La motovedetta operava in acque territoriali italiane e l’urto è avvenuto all’interno del porto di Lampedusa. Inoltre, rileva il giudice, una volta visto il video dell’urto «il fatto deve essere di molto ridimensionato». In soldoni: nessun pericolo di vita hanno corso gli ufficiali che si trovavano sulla motovedetta, a differenza di ciò che è stato raccontato in un primo momento.
La comandante ha violato l’ordine di fermarsi e il decreto Sicurezza bis che le impediva di entrare in acque territoriali italiane e poi nel porto di Lampedusa commettendo in questo modo una resistenza a pubblico ufficiale?
Sì, ma lo ha fatto per compiere un dovere, ovvero quello di salvare dei naufraghi. E questo dovere è imposto dalla legge. Il giudice, infatti, si sofferma sul contrasto tra il decreto legge di Salvini e quello che prevede la nostra Costituzione e il diritto internazionale.
La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare di Montego Bay del 1982 all’art. 98 impone al comandante di una nave di prestare assistenza a chiunque si trovi in pericolo in mare nonchè di recarsi il prima possibile in soccorso delle persone in difficoltà qualora venga informato che tali persone abbiano bisogno di assistenza. Stesso dovere impone la Convenzione Solas firmata a Londra nel 1974.
Infine va considerata la Convenzione Sar adottata ad Amburgo nel 1979. Queste convenzioni sono sovraordinate al diritto nazionale.
In pratica il decreto Salvini non libera la comandante dal suo obbligo che non è solo quello di salvare i naufraghi, ma anche quello di portarli nel primo porto più sicuro. Le convenzioni firmate dall’Italia sono tutte state ratificate nell’ordinamento italiano. Inoltre, se Carola Rackete non avesse portato i naufraghi a terra dopo che si trovava all’interno delle acque territoriali italiane, la stessa comandante poteva essere accusata di aver violato l’art. 1158 del Codice della Navigazione che rafforza gli obblighi imposti dal diritto internazionale sanzionando penalmente l’omissione da parte del comandante della nave di prestare assistenza ovvero di tentare il salvataggio nei casi in cui sussiste l’obbligo a norma dell’art. 490 del codice stesso ossia quando la nave in difficoltà sia del tutto incapace di eseguire delle manovre. Come nel caso del barcone soccorso, che non aveva benzina ed era alla deriva a 47 miglia dalle coste libiche.
Ma allora in Italia si può violare la legge?
In alcuni casi è possibile. Già abbiamo detto del contrasto tra le convenzioni internazionali che impongono obblighi al comandante di una nave, ma in Italia è sempre possibile violare una legge in alcuni particolari casi. Lo prevede l’art. 51 del nostro Codice penale che esime dalla pena colui che abbia commesso il fatto per adempiere a un dovere impostogli da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità .
(da “La Stampa”)
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Luglio 3rd, 2019 Riccardo Fucile
“UNA NAVE CHE SOCCORRE MIGRANTI NON PUO’ ESSERE GIUDICATA OFFENSIVA PER LA SICUREZZA NAZIONALE E IL COMANDANTE HA L’OBBLIGO DI PORTARE IN SALVO LE PERSONE SOCCORSE”
Un incontro con i suoi legali per decidere le prossime mosse, poi qualche giorno di riposo
prima di tornare ad Agrigento – città che ha lasciato ieri sera alle 22 – per il secondo interrogatorio, questa volta con i pm che indagano per il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Un’ipotesi di reato per la quale, dopo il verdetto della giudice delle indagini preliminari di Agrigento Alessandra Vella ( che ieri sera l’ha rimessa in libertà ), Carola Rackete affronterà il proseguo dell’indagine con molta più serenità .
La procura ha già negato il nullaosta per l’espulsione per esigenze di giustizia.
Le 13 pagine del provvedimento del giudice, infatti, oltre a fissare la cosiddetta “scriminante”, che di fatto giustifica la manovra azzardata con la quale la comandante della Sea Watch 3 ha disobbedito all’ultimo alt rischiando di schiacciare contro il molo di lampedusa una motovedetta della Guardia di finanza, fissa alcuni principi di fondamentale importanza anche per tutte le altre navi umanitarie che operano soccorsi e che in questi giorni, dalla Open Arms a Mediterranea a Sea eye sono tornate nel Mediterraneo
Il decreto sicurezza bis
Innanzi tutto, secondo la gip, “le direttive ministeriali sui porti chiusi e il divieto di ingresso in acque territoriali” previsto dal decreto sicurezza e per il quale le motovedette italiane hanno intimato l’alt alla Sea Watch fin dall’approssimarsi alle acque italiane non può essere applicato. Perchè una nave che soccorre migranti non può essere giudicata offensiva per la sicurezza nazionale e il comandante di quella nave ha l’obbligo di portare in salvo le persone soccorse. In ogni caso, sottolinea il giudice, la violazione del divieto viene punito dal decreto solo con la sanzione amministrative e non più penale.
Il dovere di soccorso
E’ il principio fondamentale dell’ordinanza della gip Vella, appunto la scriminante che la giudice ha fatto prevalere nell’analisi della condotta della comandante . “L’attracco al porto di lampedusa – scrive la gip – appare conforme al testo unico per l’immigrazione nella parte in cui fa obbligo al capitano e alle autorità nazionali indistintamente di prestare soccorso e prima assistenza allo straniero rintracciato in occasione dell’attraversamento irregolare della frontiera”.
I porti sicuri
L’ordinanza mette per la prima volta per iscritto che la scelta di un comandante di nave che soccorre migratiin zona sar libica di far prua verso l’Italia è legittima perchè ” in Libia e in Tunisia non ci sono porti sicuri” e l’obbligo del comandante non si esaurisce nel prendere a bordo i naufraghi ma prevede lo sbarco in un luogo dove sono loro garantiti i diritti, a cominciare dal diritto d’asilo. Che la Tunisia non prevede.
La nave da guerra
Secondo il gip Vella, le motovedette della Finanza non sono da considerarsi una nave da guerra e dunque l’inosservanza di un loro ordine non è punibile secondo quanto previsto dal codice della navigazione. “Le unità navali della Guardia di finanza – scrive la gip – sono da considerarsi navi da guerra solo quando operano al di fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia un’autorità consolare”.
Nessuna volontà di schiacciamento
La giudice ha accolto in pieno anche la ricostruzione di carola Rackete secondo cui con la sua manovra in porto non aveva alcuna intenzione di colpire la motovedetta della Finanza. “Da quanto emerge dal video deve essere molto ridimensionato nella sua portata offensiva rispetto alla prospettazione accusatoria fondata solo sulle rilevazioni della polizia giudiziaria”.
Nelle prossime ore partirà anche l’iter di espulsione di carola Rackete dal territorio nazionale firmato ieri sera dal prefetto di Agrigento Dario Caputo secondo le direttive impartite dal ministro Salvini.
Ma l’esecuzione del provvedimento sembra impossibile visto che dovrà essere convalidato dal giudice.
La Procura però ha già negato il nullaosta fino a quando non saranno cessate le esigenze di giustizia, dunque certamente fino al 9 luglio.
Nel frattempo il procuratore Luigi Patronaggio e l’aggiunto Salvatore Vella valuteranno se proporre ricorso contro il provvedimento del gip andato ben oltre la loro richiesta di applicare a carola Rackete il divieto di dimora in provincia di Agrigento. Allo studio dei legali della Sea watch anche il possibile ricorso contro il sequestro probatorio della nave che ieri è stata condotta al porto di Licata
(da agenzie)
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